Ecco come sappiamo d’essere vivi: sbagliando

Marco Missiroli, Fedeltà, Einaudi, pp. 232, € 19,00 stampa, € 9,99 eBook 

di ELIO GRASSO

“Milano ancora oggi”, parafrasando il bel libro di Alberto Vigevani (Milano ancora ieri, del 1996), sta dentro a pieno titolo nell’ultimo romanzo di Marco Missiroli, scrittore la cui avventura inizia nascendo a Rimini per proseguire nella città meneghina codificata in modo garbato, vista e percorsa nelle molteplici nature dei quartieri. Fedeltà si esprime attraverso una scrittura dotatissima di sguardo limpido verso i luoghi attraversati dai protagonisti, creature sempre sul punto di scivolare su selciati e asfalto.

E sulla propria anima, tuttavia affatto abbattuta dal groviglio vitale, spasimante, ambizioso, interrogativo. La città diventata metropoli non è vagheggiata o trattata come una matrigna altezzosa, ma sembra accogliere i diversi passi percependo gli effluvi dei pensieri in fuga, del desiderio di assestarsi su qualcosa di topograficamente conosciuto.
E Milano è ricca di luoghi accoglienti; immersi in pieno centro esistono vie solitarie, vicoli, cancelli e portoni. E giardini dove coccolare il proprio sconforto.

I protagonisti di Fedeltà camminano, inciampano, franano e resistono sempre al cospetto di punti d’incontro che sono ugualmente letterari. Missiroli riconosce, e rivela a noi (e ai suoi eroi) quel che ha imparato e assorbito arrivando da Rimini e dal suo mare che origina poco più a nord. Là era Fellini e il Grand Hotel, qui è Gadda (ma anche i poeti Raboni, Loi, De Angelis) e la Torre Velasca. Gli sposi Carlo e Margherita, docente lui e architetto lei, nel loro irregolare rapporto con la studentessa Sofia e il fisioterapista Andrea (quest’ultimo frequentatore di loschi ambienti), la madre di Margherita, Anna, vagano trasognati dentro vite incise da rinascenze e inciampi, nel pieno di emblemi indicati da Missiroli con dovizia di particolari.

Quelli dell’autore sono dettagli, ampiamente descrittivi, di gesti reali e psichici: chi legge può ricordare storie personali, rivolgere carezze e addirittura baci a questi personaggi a volte consolatori e più spesso ambigui nella loro lotta quotidiana. La moglie Margherita sa, attraverso Missiroli, come esprimere il suo attaccamento al sesso, con parole veritiere e capaci di conciliarsi ai corpi (avviene di rado in letteratura) perché, alla fine di tutto, è alla spiritualità della carne che ci si aggrappa (lo scrittore in un’intervista). Il marito Carlo brama perdutamente la sua studentessa, ma percorre sconsolato con lo sguardo ciò che non riesce a prendere, si tiene stretto un segreto erotico (perlopiù lascivo) che nel pieno della storia non trova un compimento definitivo.

Ma è la madre Anna, con ferrea volontà, a tenere stretti i legami, a regalare la giusta sistemazione a figlia e genero, a orientare le plurime diramazioni temporali dentro cui sono tutti immersi. È questo il cuore formale del libro. Colpisce la straordinaria capacità di Missiroli, accreditata nel precedente Atti osceni in luogo privato e qui giunta al culmine, a destreggiare gli smisurati ricettacoli della psiche femminile e maschile, con dialoghi ora teneri ora belligeranti. E senza mai perdere di vista la definizione linguistica, perfetta e coerente con la biografia dei protagonisti. Mai accade, leggendo Fedeltà, di trovarsi spiazzati da qualcosa che sanguina invece di piangere, e viceversa che piagnucola mentre dovrebbe macchiarci di un rosso scarlatto e violento. Per meglio dire, la coscienza della realtà sta dalla parte di uno scrittore dagli orizzonti definiti e praticabili. Milano ne sa qualcosa, avvolge la narrazione come uno Scarfiotti scenografo in un film di Bertolucci. Lo zoom agisce soltanto quando lontano si profilano le spiagge di Rimini, le apparizioni invernali e nebbiose lungo gli stabilimenti balneari deserti. Lì dove torna la studentessa Sofia, abbandonando in fretta gli studi e il professore per metà “fedele” per metà lascivo.

La grande definizione delle manovre vitali e il fallimento avvicinato, in tempi diversi, dai personaggi tranne la madre Anna, figura di donna luminosa e capace di una visione cristallina fino al termine dei suoi giorni, è l’apice della scrittura di Missiroli. Ambiguità sotto tutti i punti di vista per questi uomini e donne sospinti in più dimensioni, dove la “fedeltà” del titolo c’è, giunge per vie traverse, ma insieme sopporta i colpi più tremendi che chiunque è capace di sferzare. D’altronde è lo stesso Missiroli ad affermare che la troppa educazione non è adatta a chi vuol essere scrittore. Philip Roth? In questo romanzo qualche cunicolo scavato dal classico di Newark c’è, per questo viene usato, utilmente, in esergo: “Ecco come sappiamo d’essere vivi: sbagliando”. Perfetto.

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