Blaise Cendrars, di Claudio Asciuti

Data la recente ripubblicazione del romanzo Moravagine, di Blaise Cendrars, per i tipi di Adelphi, ci è parso giusto riproporre, per la nostra rubrica PULP Vintage, questo bel profilo dello scrittore francese uscito sul numero 78 della Rivista, marzo-aprile 2009, scritto da uno dei suoi collaboratori storici.

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«Piove! La rùssola!» Appena saltati giù dal tram e addentratici per pochi passi nel «Mercato delle pulci» di Kremlin Bicêtre, davanti a noi e alle nostre spalle si alzarono i fischi, e al grido di «Piove! Piove!… Ecco la rùssola!» i rivenditori di quel mercatino abusivo raccolsero la loro paccottiglia per fuggir a gambe levate, mentre davanti a noi si faceva il vuoto fra i crocchi di persone ostili e beffarde.

Un incipit che andrebbe studiato nei corsi di scrittura creativa, al posto degli odierni e anemici romanzi più o meno «on the road» e migratori, ci introduce nella Parigi del 1923. L’io narrante accompagna il pittore Ferdinand Léger alla scoperta del mondo gitano, grazie all’amicizia stretta con Sawo, ai tempi della Legione Straniera; ma Léger per non dare nell’occhio si è travestito in modo tale che «non si nota che te tra la folla. Credidimi, hai una faccia da spione e la gente ti ha preso per una madama della prefettura. E tutti questi mi conoscono. Eppure hanno dato l’allarme».

Così, con lo sconcertato Léger che senza volerlo mette in fuga i venditori ambulanti, inizia Rapsodie gitane (1945), una delle tante semi-autobiografie di quel grande affabulatore che fu lo svizzero Frédéric-Louis Sauser-Hall; nato a Chaux-de-Fonds nel 1887 e non, secondo la versione da lui diffusa, in un hotel di Parigi e cinque giorni dopo imbarcato con la madre  per Brindisi; ovvero Blaise Cendrars, dove Blaise rima con Brace, «brace» e Cendrars riporta a «cenere».

Rapsodie gitane racconta le avventure di un sopravvissuto alla Grande Guerra e le sue peregrinazioni per il mondo, in un assommarsi caotico e incontrollabile di eventi improbabili e ironici. Il dato odierno si intreccia con il mondo gitano, riti, misteri e vendette che si concludono in fine di romanzo; parentesi si aprono sul passato, quando faceva il palombaro o l’apicultore; lunghe digressioni ci parlano del mondo amerindio come dei costumi gitani. È l’ennesima variazione su un mito pronto per la posterità; tutto è già stato scritto e confutato, le mille peripezie (ingannevolmente) raccontate – e bisognerà attendere il 1984, quando la figlia Miriam scriverà la biografia del padre, per distinguere il vero dal falso. Massima ironia della sorte, dal momento che leggendo le varie edizioni dei suoi lavori le note biografiche fioccano in ogni direzione e una nega la precedente e spesso gli estensori prendono per vero ciò che non lo è.

Per quel che vi è di certo sappiamo che nella prima fase della sua vita Cendrars segue i genitori a Napoli nel 1893, viaggia poi in Egitto e in Inghilterra, a Pietroburgo (lavorando presso un orologiaio su mandato dei suoi genitori, ma dove ha modo di frequentare gli ambienti rivoluzionari), a Parigi, a Londra (dove conosce il giovane e sconosciuto Charlie Chaplin, con cui lavora in uno spettacolo). Quando, di ritorno da New York, legge a una riunione di artisti le sue prime poesie, Pasque a New York (1912), ricevendo gli elogi di Apollinaire che solo un anno dopo pubblicherà la sua raccolta Alcools, ha stabilito quasi inconsapevolmente le basi per una radicale mutazione della poesia moderna, seguendo una sorta di prosa ritmica, di poema narrativo che era comune a Walt Whitman e che passerà in eredita ad Allen Ginsberg.

Cendrars ritratto da Delaunay

A Parigi inizia a frequentare il mondo dei letterati: diventa amico di Cocteau, di Max Jacob, di Modigliani (che lo ritrarrà in due occasioni), di Robert e Sonia Delaunay; l’anno seguente pubblica il poemetto Prosa della Transiberiana e della piccola Jeanne de Arc, un foglio lungo due metri e illustrato dalla stessa Delaunay, primo esempio di «simultaneità», come lui stesso la definisce, che assieme alle Diciannove poesie elastiche (1919) è in qualche modo il suo contributo al futurismo; seguiranno poi altre esperienze poetiche, fino a quelle raccolte sotto il nome di Documentaires (1925) che segna il suo pressoché definitivo abbandono della poesia.

Lo scoppio della Grande Guerra interrompe i viaggi e la scrittura, ma apre nuovi orizzonti. Cittadino svizzero, Cendrars si arruola nella Legione Straniera, dopo aver scritto con I’italiano Ricciotti Canudo un appello a tutti gli stranieri abitanti in Francia per combattere contro gli Imperi Centrali, e il 16 settembre 1914, prima di partire per il fronte, sposa Félicie Poznanska detta Fela, da cui avrà tre figli. Combatte sulla Somme, ad Arras, nella Champagne e nel settembre del 1915, durante I’assalto alla fattoria Navarrin, una scarica di mitraglia gli maciulla la mano destra. Ricoverato in ospedale (e dopo aver rischiato la fucilazione perché, amputatosi la mano, viene sospettato di autolesionismo) è costretto a subire l’amputazione fino al gomito. Smobilitato, riprende i suoi vagabondaggi e cerca di superare la sua menomazione: imparando a guidare con sinistra, a boxare con quel che è rimasto dell’arto, impegnandosi in attività limite di ogni genere. In questo periodo comincia ad occuparsi di cinema; scrive la sceneggiatura La fin du Mond filmée par l’Ange Notre-Dame (1919), collabora a Roma con Abel Gance, e dirige (sebbene non esistano prove) sempre a Roma il film La Venus noire, viaggia in Brasile, in Argentina, in Paraguay, e pubblica L’oro (1925), il suo primo romanzo: un’opera ancora acerba, sebbene scritta con tutte le caratteristiche future (enumerazioni ed elencazioni, uso del presente storico, accumulo frenetico di eventi costellato da divagazioni), incentrata sulla figura di Johan August Suter, svizzero tedesco alla scoperta delle ricchezze californiane.

Nel 1927 è la volta del secondo romanzo, frutto di un iter travagliato durato quasi dieci anni: Moravagine (nome diversamente scomposto in Mort au vagine, «morte alla vagina», o Mort et ravage, «morte e distruzione»): un inno al nichilsmo, alla misoginia, alla paranoia, all’apocalisse, che segue la storia della modernità e si incastona in essa. Nella finzione narrativa è un manoscritto che il misterioso R., un tempo medico alienista, ha consegnato a Cendrars prima di essere giustiziato in Spagna, e che racconta la sua vita in compagnia di Moravagine, il paziente numero 1731, un assassino, «ultimo rampollo della potente famiglia dei G…y, il solo discendente autentico dell’ultimo Re d’Ungheria» (Miriam Cendrars, in «Waldensee on Waldau?», un articolo del 1987, ha rilevato come quest’esperienza psichiatrica sia da riferirsi ad un periodo di internato a Berna, quando il padre studiava medicina). Una sarabanda infernale fra omicidi, movimenti nichilisti e anarchici nella Russia pre-rivoluzionaria, che raggiunge il suo climax narrativo in piena Amazzonia, con gli omicidi rituali delle «spose» indie di Moravagine, e giunge fino allo scoppio della prima guerra mondiale con il relativo arruolamento. I due si rincontreranno in un ospedale, dove Moravagine, oramai morfinomane, morirà lasciando un’opera sterminata e incompiuta, compreso un romanzo sul suo viaggio su Marte e i suoi appunti sulla civiltà marziana. Cupio dissolvi e clastomania planetaria sembrano permeare ogni passaggio: una sorta di arredo orrorifico indugia sul corpo femminile, nel contempo le scoperte tecnico-scientifiche, e gli oggetti tecnologici (automobili, treni, aerei, gli esplosivi più o meno raffinati dei rivoluzionari) ci illustrano l’approccio con una modernità sempre più invasiva e meno rassicurante, sebbene necessaria. Dal punto di vista linguistico il romanzo, considerato da molti critici il suo lavoro migliore, è un insieme dei pregi e dei difetti della scrittura di Cendrars: compressione di lunghi periodi temporali, ellissi e digressioni costanti, lunghe enumerazioni e continui flashback inseguono un corso turbinoso, una specie non già di flusso di coscienza, ma di piena sequenziale di eventi. La lingua si precisa sulla terminologia specifica di oggetti e situazioni, assume un carattere espressivo, quasi da improvvisazione poetica, poi affonda nella sua stessa prolissità.

Nel 1936, come inviato di Paris-Soir, Cendrars visita Hollywood, un po’ prima dell’uscita de L’ebbrezza dell’oro, il film tratto da L’oro e diretto da James Cruze che si rivelerà un fiasco, e ne trascrive fedelmente e gli eventi in Hollywood la mecca del cinema (1937), un diario di viaggio che vuole smascherare il modo di vita americano, ma anche i meccanismi che stanno alla base del divismo e del mondo cinematografico; per tutto settembre e metà ottobre è in Spagna, incaricato di scrivere articoli per il giornale di estrema destra Gringoire, ma dei tre che manda nessuno viene pubblicato; al ritorno si ritrova invischiato in una complessa causa legale a proposito de L’imperatore della California che il regista Louis Trenker aveva girato ispirandosi allo stesso Sutter protagonista de L’oro. Il contenzioso che si apre attorno al progetto di Trenker è lungo e complesso. Detto che il regista altoatesino, vincitore della Coppa Mussolini nel 1936, girò quello che è considerato soprattutto uno dei primi western europei, le accuse di plagio rivoltegli finirono in un nulla di fatto, contribuendo a far allontanare Cendrars dal cinema.

Questo nomadismo compulsivo e la sua costante rielaborazione lasciano però in ombra un capitolo, ed è quello della Grande Guerra. Ci vorrà il secondo conflitto mondiale a chiudere il ciclo: allo scoppio delle ostilità Cendrars veste l’uniforme inglese e segue il conflitto come inviato del Paris-Soir aggregato alla British Expeditionary Force, fino alla ritirata e all’armistizio. Una profonda depressione lo coglie, e nel suo isolamento a Aix-en-Provence non scrive più una riga, limitandosi a pubblicare testi già terminati. Ma a partire dal 1944 la sua carriera riprende con il suo romanzo di guerra La mano mozza (1946). Il titolo nasce di fronte al ritrovamento di un braccio, con la mano che pareva ancora viva, quasi apparso dal nulla come una sinistra epifania agli uomini che si trovano di fronte a Tilloloy, in una bella e calma mattina di giugno; nulla a che vedere con il suo ferimento – la narrazione si ferma un po’ prima dell’attacco alla fattoria Navarrin. La guerra secondo Cendrars è una memoria a cui un secondo conflitto mondiale fa da levatrice; ma somiglia più a Céline che a Remarque, più Lussu che a Jünger: i capitoli segnano le avventure dei commilitoni, sono ritratti di uomini della Legione Straniera che per i più svariati motivi si sono arruolati per combattere contro i Fritz, come erano soprannominati allora gli austro-tedeschi, e vengono ripresi nel loro vivere quotidiano, con tutte le loro miserie, fra trincee, fango, pidocchi e morti. Sebbene il registro utilizzato dall’autore sia quello ironico (e torni con il linguaggio ad una specie di argot un po’ celiniano), e spesso esploda nella comicità, il clima nulla ha dell’antieroismo che piace molto ai critici; Cendrars detesta gli ufficiali, considera gli strateghi imbecilli, non esita a parlar male dei suoi superiori appena può mettendo alla berlina le loro ossessioni e la loro incapacità; ma nella descrizione del fatto bellico in sé assume direttamente la responsabilità di quel che scrive. I suoi soldati uccidono per non essere uccisi, ma uccidono senza rimorso; non si fermano a riflettere sulla legittimità della guerra, ma combattono, e la lunghissima lista di «quadri» che l’autore mette assieme consegna la morte alla storia: Rossi (caduto a Tilloloy), Lang (caduto a Bus), Robert Belessort (morto in Inghilterra) e Ségouâna (morto alla fattoria Navarrin). Una dedica ai due figli Remy e Odilon, l’uno militare e l’altro prigioniero, per quando torneranno, e per i loro figli, seguita (e smentita) dalla notizia della morte di Remy avvenuta in un incidente aereo, nella loro semplicità sembrano dare un altro incipit a tutta la narrazione.

Nel dopoguerra Cendrars, oramai figura leggendaria, si risposa, si trasferisce a Parigi, continua ad attendere a diversi libri, fra cui è da ricordare almeno Le balie de Paris (con le fotografie dell’amico Doisneau): ha creato il suo stesso mito, rinforzato dagli amici come Henry Miller (che nel 1951 curerà un volume con i propri scritti su di lui), André Malraux (a cui lo accomuna più di una pagina bellica), Marc Chagall, il nostro Curzio Malaparte. Nel 1956 il primo attacco di emiplegia lo allontana dalla letteratura. Nel 1959 gli viene conferita la Legion d’Onore, mentre il premio Città di Parigi, date le sue condizioni di salute (morirà di lì a pochi giorni) viene consegnato nel gennaio del 1961 alla seconda moglie. Il destino di Cendrars, con la sua morte, chiude il processo di nomade che sembrava oscurare quello di letterato: dalla «letteratura dell’antiletteratura» di cui parlava Angelo Solmi (Cendrars e la letteratura novecentesca, 1942), comune a tutta una corrente vitalistica del secolo scorso, si giunge con il tempo a una puntualizzazione critica, che dai primi studi degli anni Quaranta di Jacques-Henry Levesque, e alla prima biografia di Jean Buhler (Blaise Cendrars, homme libre, poète au coeur du monde, 1960) finisce con il dare i suoi frutti; massimamente nel 1987 quando, a fronte del centenario della nascita, studi critici e convegni si occuperanno più del poeta e dello scrittore che del mito.

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