Bernhard senza se e senza ma

6 APRILE 2018

Thomas Bernhard, Camminare, tr. Giovanna Agabio, Adelphi, pp. 125, euro 13,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Non si può non dire che Thomas Bernhard era un pazzo; ma non si può non dire che Thomas Bernhard era un genio. Nel suo essere completamente pazzo stava la radice della sua genialità, come pure nel suo essere un genio assoluto stava la radice della sua pazzia. Lo squallore della società austriaca nel suo complesso faceva sì che ci si concentrasse esclusivamente sulla sua pazzia, e lo stesso squallore intellettuale della cosiddetta cultura austriaca faceva sì che essa fosse completamente cieca alla indiscutibile genialità di Thomas Bernhard…

Va bene, scusate il momento di prosa ossessiva Bernhardiana, ma l’amore talvolta porta a strafare: a furia di leggere le pagine dello scorbutico e irresistibile genio austriaco c’è poco da fare, si finisce per bernhardizzarsi (come Teo Teocoli si funarizzava in quella spassosissima gag ai tempi d’oro di Mai dire gol). Si finisce per scrivere con questo folle ostinato che martella i concetti, le prese di posizione, le opinioni, con una maniacalità che alla fine esplode in un grottesco e amarissimo umorismo nero; si finisce col dare un ritmo feroce e spietato alle frasi, variandole poco a poco fino a trasformarle in qualcos’altro; si finisce col tirare l’aggettivo “cosiddetto” come fosse una pistolettata, contro tutte le castronerie dell’intellettualità modaiola e tutti i luoghi comuni del culturame da hard discount (se mai Bernhard avesse avuto sentore della mia esistenza e mi avesse definito “il cosiddetto critico letterario Umberto Rossi” mi sarei immediatamente suicidato). Si finisce col dare voce a un qualche avatar di se stessi, come fa Bernhard in questo romanzo compatto e incattivito (come al solito), e riportare pedissequamente gli sproloqui di qualche eccentrico (se non psicopatico) come Oehler, la voce narrante di Camminare, che mitraglia dichiarazione apodittica dopo dichiarazione apodittica, fedelmente trascritto da un anonimo io-sotto-dettatura.

Come in Antichi Maestri, come ne La fornace, come nel finale di Perturbamento, il testo coincide con un torrenziale monologo del solito, sarcastico, tagliente, asociale misantropo bernhardiano, Oehler per l’appunto, che attraverso le sue esternazioni ci racconta a pezzi e bocconi la storia dei suoi amici Karrer e Hollensteiner, il primo ricoverato allo Steinhof (lo storico manicomio di Vienna) perché uscito di senno; il secondo, chimico brillante ma emarginato in patria, suicida. Ricorda un po’ la struttura triadica de Il soccombente; ma stavolta non c’è la musica a fare da collante, piuttosto le camminate che Oehler faceva regolarmente con Hollensteiner e con Karrer, camminate filosofiche (stile Nietzsche) durante le quali ci si scambiavano idee e giudizi (c’è da immaginarlo) feroci e spietati, come questo, relativo allo psichiatra Scherrer che ha in cura Karrer:

“Tuttavia ciò che ripugna in un uomo come Scherrer non è la totale assenza di filosofia, dice Oehler, è la sua vergognosa ignoranza, anche se un uomo nella posizione di Scherrer dovrebbe non solo avere nozioni di medicina, ma soprattutto essere una mente filosofica. Qualsiasi cosa io dica, viene subito fuori l’ignoranza di Scherrer, dice Oehler, l’ignoranza di Scherrer emerge di continuo, ho dovuto pensarlo, dice Oehler, di continuo, qualsiasi cosa avessi detto a Scherrer o qualsiasi cosa Scherrer avesse risposto a ciò che avevo chiesto.”

Come vedete, è puro Bernhard, senza diluizione di sorta. Una colata di metallo che a momenti spaventa a momenti fa ridere, come la scena nel negozio d’abbigliamento dove si manifesta la pazzia di Karrer, che nasce tutta da pantaloni spacciati come confezionati con stoffe inglesi di primissima qualità ma sospettati da Karrer di essere merce cecoslovacca da quattro soldi. Un episodio triviale, che in realtà assume tutt’altro significato se solo uno si sofferma a pensare all’insistenza con cui Oehler cita Wittgenstein, e a tutte le riflessioni sul linguaggio che punteggiano Camminare. Tema tipicamente austriaco, i limiti del linguaggio e della sua capacità di rappresentare la realtà esteriore e interiore, che in Bernhard si manifesta in modo molteplice, non ultimo in una demolizione dei luoghi comuni e dei miti culturali che tanto prende dal grande Karl Kraus – come non riandare al pestaggio verbale cui viene sottoposto nientemeno che Martin Heidegger, con il suo maglione fatto dalla moglie con la lana di pecore heideggeriane in Antichi maestri?

E poi, come al solito, ci sono i sottintesi, i non-detti che ogni tanto spuntano nei monologhi dei personaggi di Bernhard, come quel dettaglio apparentemente insignificante, buttato lì quasi alla fine del romanzo, quando ci viene detto che Oehler è andato in America trent’anni prima, “nelle più terribili circostanze”, per poi tornare in Austria molti anni dopo. Camminare esce nel 1971; se sottraiamo trent’anni siamo al 1941; cosa vi viene in mente? Quale sarà il motivo per cui Oehler se ne va in America? Evitare un viaggio di sola andata per qualche posto in Polonia dal nome oggi anche troppo noto?

Questo è solo uno dei tanti dettagli che rischiano di sfuggire nella torrenziale esternazione continua (resa impeccabilmente da Giovanna Agabio) della quale si sostanzia la trama testuale di questo romanzo breve. Uno dei tanti dettagli che inducono ad andare oltre le parole di Oehler, oltre la triste vicenda di Karrer e Hollensteiner, verso quel tenebroso non detto che incombe su quasi tutta l’opera di Bernhard; che emerge però in qualcuna delle sue opere, come Estinzione, o l’autobiografia. Quel non detto che per uno scrittore austriaco, negli anni della vita dell’autore di Camminare, non doveva essere affatto leggero da portare; e che ultimamente sta dando inquietanti segni di vita.

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