Affacciarsi con stupore sul mondo

Hone Tuwhare, Piccoli buchi nel silenzio. Poesie, tr. Antonella Sarti Evans, Ensemble, pp. 140, €12,00 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

I versi del poeta maori neozelandese di lingua inglese Hone Tuwhare (1922-2008) giungono finalmente in italiano grazie al lavoro editoriale di Ensemble e alla bella e accurata traduzione di Antonella Sarti Evans, che cura e introduce una scelta di poesie da Small Holes in the Silence (2011), regalandoci uno sguardo davvero inedito sul mondo. Si tratta dell’esordio felice di una poesia che, grazie alla molteplicità dei registri e della materia letteralmente manipolata sotto i colpi di uno sguardo empatico, ci giunge luminosa.

Questi buchi nel silenzio sono lacerazioni in spazio tempi dove la presenza umana è rarefatta o si manifesta nell’antropomorfizzazione degli elementi naturali, che celano una potenza incontrollabile, come nel caso dell’onnipresente mare. La voce poetica ne ha quasi timore. C’è, infatti, una forza nella poesia di Tuwhare che unisce le percezioni interne al mondo esterno che, alla fine, invincibilmente prevarica. Particolarmente emblematica è “Pioggia”, nella quale la vita stessa dell’io poetico è resa possibile dal rapporto sensoriale – udito, odorato – con l’evento atmosferico:

“E io / dovrei riconoscerti / dal tuo sapore / se fossi cieco //
quel tuo odore / un po’ speciale / quando il sole cuoce / la terra”.

Ci affacciamo così in un mondo che ci è tanto familiare quanto sconosciuto: sentiamo, nel contatto materico che questi versi ci regalano, uno scollamento, la sensazione di aver smarrito qualcosa nella nostra esperienza, nella relazione con la Terra. Questo affacciarsi dona una gioia che non è mai rassicurante e oleografico ritorno alla natura, quanto piuttosto un attraversamento della nostra caducità, della vita che esplode e finisce con l’appassire. “Una poesia è”, scrive Tuwhare, “un’increspatura di parole / sull’acqua che il vento fa ansimare”.

“Troppo bello tornare a casa di tanto in tanto”, recita l’ultimo verso della nostalgica “Visita in campagna”, nella quale l’autore ripercorre una giornata trascorsa tra i campi di granoturco e giochi con i nipotini, mescolando il recupero di “luoghi” perduti e lo stupore di nuove scoperte: “Mi dicesti, indicandola: la vedi quella pianta, fratello? / Si può mangiare? Dissi io, guardandola. / Kapu-a- Rangi: cresce come erbaccia, ed è buona per scoprire / le cose”.

L’intero volume coniuga stupore e ritorno: ritorno alla casa della natura, a un’età perduta e anche alle lotte politiche. La contestazione alla Guerra del Vietnam, la morte di Martin Luther King, le marce maori per l’autodeterminazione, fino al ricordo di un contestato passaggio della nazionale di rugby del Sudafrica razzista in Nuova Zelanda nel 1981, riprendendo la suggestione lirica dei famosi versi shakespeariani di Romeo and Juliet (“Che cos’è un nome? Quella che chiamiamo rosa anche con un altro nome avrebbe il suo profumo”): “Che cos’è una partita? / L’apartheid serberebbe lo stesso profumo / se qual rugby definita”.

Ed è un ritorno, questo, a uno dei luoghi simbolo della letteratura di lingua inglese, che Tuwhare contamina disseminandola di parole maori che fanno letteralmente buchi nel silenzio al quale le culture aborigene sono state condannate dal colonialismo europeo. Così, lettori e lettrici dell’emisfero nord possono raccogliere da questa semina dell’autore neozelandese il profumo di un mondo misconosciuto e vivo, incistato nel cuore della lingua del padrone.

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