Vita con James (e gli altri)

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, tr. Elena Spagnol Vaccari, Neri Pozza, pp. 288, €14,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Sylvia Beach personaggio dell’Ulysses? Potrebbe essere divertente considerando che l’opera di Joyce ha nel memoriale della “libraia” americana, naturalizzata ad honorem parigina, l’esegesi più completa che si possa desiderare. Dopo aver immaginato una libreria parigina a New York, del tutto impossibile per questioni di quattrini, apre i battenti il 19 novembre 1919 una libreria americana a Parigi. Una specie di miracolo “incantevole” (grazie anche ai quattrini infine resi disponibili dalla madre di Princeton), dimostrato da vetrine dove si espongono Eliot, Chaucer, Joyce, e all’interno disegni di Blake e Whitman appesi alle pareti.

Non poteva esserci posto più romantico della Rive Gauche per l’amabile “strana coppia” Beach e Adrienne Monnier, quest’ultima già tenutaria di un negozietto in Rue de l’Odéon dagli scaffali pieni di volumi francesi. Lì Sylvia stringe amicizia con l’accogliente giovane donna che si fa in quattro perché il sogno dell’americana si attui. Lì iniziano le vicissitudini impagabili di una squadra di specialisti che rimettono in sesto i locali della futura libreria più famosa del mondo. Ma a Parigi è più facile prestare libri che venderli, perciò la nostra eroina inventa la modalità dell’abbonamento attraverso cui, possedendo una tessera di registrazione, gli avventori si portano a casa i volumi desiderati senza pagare un centesimo. Naturalmente molti di questi non tornavano indietro.

E un signore di nome Joyce iniziò a frequentare la Shakespeare and Company, a definirla come sua dimora, guardandosi bene dal restituire i cospicui malloppi. Volete sapere aneddoti, accadimenti e fatti privati, gossip golosamente di prima mano, di quella selva di scrittori americani inglesi e francesi che si aggiravano per la Ville Lumière, simbolo reale di accoglienza e ricchezza artistica? Leggete questo libro di memorie, ricchissimo di sequenze esilaranti, di storie dell’altro secolo che oggi sembrano (e sono) appartenute a un mondo “rinascimentale” nonostante l’Europa fosse un campo di guerra disgraziata. Ma poi la guerra finì, e d’altronde Parigi era tenace nel mantenersi ai margini delle schiaccianti situazioni continentali. Alla corte di Ezra Pound, e di un “gruppo” di donne scrittrici, ebbe luogo la culla del Modernismo.

Come fa notare Nadia Fusini, vi si respirava una libertà di pensiero e di costume, pubblica e privata, assente in altri luoghi geografici, e gli scambi epistolari e amorosi, in gran parte lesbici, alimentavano un sommo mercato intellettuale mai più replicato altrove e nei tempi successivi. Questo campo, definibile come cruciale, meriterebbe saggi e articoli moderni e approfonditi. Insomma l’epoca ribolliva, negli anni Venti e Trenta, come amabilmente scrive Livia Manera nell’introduzione: oltre le vetrine avremmo trovato soggetti mica da poco, come Ezra Pound, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Djuna Barnes, Mina Loy, Sherwood Anderson, e i francesi che migravano dalla libreria di Adrienne Monnier, posta giusto alla sinistra: André Gide, Paul Valery, Valery Larbaud, Eric Satie, e tutti gli altri agevolmente immaginabili.

Scrittori siffatti in quello spazio non pensano ad altro che alle loro opere, ai loro capolavori ma anche ad allegre furberie, al modo di campare approfittando di questo e di quello. Soprattutto Joyce. Nelle braccia ideali (il sesso e i legami più o meno sentimentali stranamente non appaiono mai nei pur brillanti capitoli del libro) di una generosissima Sylvia Beach, specie di uccellino avveduto e resistentissimo, in realtà grande imprenditrice capace di lanciare nientemeno che Joyce e Hemingway.

E qui inizia l’epica dell’Ulysses. Tutto quanto si deve sapere intorno al romanzo più rivoluzionario e meno accettato dell’epoca. Scrittura, revisioni, carta su cui stamparlo, errori e refusi, famigerata e orripilante riscrittura manuale dell’autore direttamente sulle bozze, geroglifici ininterpretabili, spaccio del volume, pesante un chilo e mezzo, in America da parte di amici fenomenali capaci di sorpassare le dogane in allerta. E su tutto, diciamolo, il carattere impossibile, arrogante e oltremodo opportunista del genio irlandese. Soltanto l’intraprendenza dell’americanina garbata e partecipe riuscì a sopportare tutto questo, e a diventare l’editrice di un solo libro, un libro però che cambiò la letteratura per sempre.

E dire che tutto il mondo lo considerava romanzo da porre negli scaffali alti delle opere pornografiche. E dire che Sylvia rifiutò di pubblicare romanzi come Lady Chatterley’s Lover per non essere considerata editrice dedita alle sconfortanti regole della pruderie. Dunque un mito rappresentato, fin dalla copertina del volume dove si vedono un Joyce sicuro di sé, dall’aria vagamente strafottente e rivolto verso l’obiettivo, mentre un biondo scriccioletto di nome Sylvia Beach l’osserva attenta e guardinga. Tutto quel che le passava per la testa in quel momento, di fronte alla sua libreria, lo ritroviamo in Shakespeare and Company, nella classica e splendida traduzione di Elena Spagnol.

http://www.neripozza.it/

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