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Speciale Michel Houellebecq. Sei punti di vista su Serotonina.

Gli effetti di “una piccola compressa bianca, ovale, divisibile

Walter Catalano. Voyage au bout de la lutte?
Un attraversamento dell’opera di Houellebecq nei suoi risultati più alti come in quelli meno compiuti, istrionico poseur, così tragicamente convincente;  un autore importante, forse un autore necessario.

Roberto Sturm. L’infelicità degli uomini
Houellebecq. Lo si odia o lo si ama, ma ci offre una lettura del presente che solo una minuziosa conoscenza dell’animo umano e della società può dare, al di là di ogni convinzione ideologica ed etica.

Elio Grasso. Prima di Serotonina il male dov’era? E dov’è ora?
La spigliatezza chimica, al centro del romanzo, fa confluire i diversi stampi della “poetica” a cui Houellebecq si dedica da un bel po’ di anni… D’altronde anche le sue poesie affermano che ci si sposta di continuo verso il vuoto.

Roberto Derobertis. Serotonina. Molto meno di una speranza
Come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Elisabetta Michielin. Captorix vs  Subutex
Rock o lento? Un confronto fra i due romanzi che hanno l’ambizione di raccontare la Francia (o la fine della Francia?).

Renzo Paris. Michel Houellebecq: Come restare vivi!  (riedizione da PULP Libri n. 25)
Passato futuro. La prima volta di Houellebecq su PULP, la sua critica del desiderio, le “dèsir”, la messa in dubbio della felicità di vivere nell’eterno presente, di quello che viene sbandierato come il migliore degli universi possibili.

 

Bibliografia italiana

  • Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 1999.
  • Il senso della lotta (Le Sens du combat, 1996), tr. Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2000.
  • Estensione del dominio della lotta (Extension du domaine de la lutte, 1994), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • Lanzarote (2000), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2002.
  • Piattaforma. Nel centro del mondo (Plateforme, 2001), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2003.
  • P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (Contre le monde, contre la vie, 1991), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2005.
  • La ricerca della felicità (La Poursuite du bonheur, 1992), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2008.
  • Bernard-Henri Lévy (con), Nemici pubblici, tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2009.
  • La carta e il territorio (La carte et le territoire, 2010), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2010.
  • Sottomissione (Soumission, 2015), tr. Vincenzo Vega, Bompiani, 2015.
  • Configurazioni dell’ultima riva (Configuration du dernier rivage, 2013), tr. Fausta Garavini e Alba Donati, Bompiani, 2015.
  • In presenza di Schopenhauer, tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2017.
  • Serotonina (Sérotonine, 2019), tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2019.
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Cuore di cecchino

Mathias Enard, La perfezione del tiro, tr. Yasmina Melaouah, Edizioni e/o, pp 183, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare.

Uno dei migliori incipit letti negli ultimi tempi. Mathias Enard possiede il mestiere di trascinare il lettore in un mondo affascinante e, in qualche modo, spaventoso. Ci parla di un cecchino immerso nella realtà, alle prese con tutte le banali questioni affrontate ogni giorno: nulla a che vedere con i filmici american sniper oggi di gran moda e che nulla hanno a che fare con quanto esiste fuori dalla fantasia. Ci rendiamo immediatamente conto di essere balzati dentro uno dei tanti conflitti in corso nel Medio Oriente, dove è inevitabile che siano soprattutto gli abitanti a soffrire in modo atroce nel mezzo di bombardamenti e spari per loro (e non solo per loro) insensati.

Il protagonista racconta i gesti ripetuti identici ogni giorno della sua esistenza in quel territorio. È probabile che non abbia altri e diversi metri di paragone, ma è il migliore e lo sa. Sa d’incutere timore. È stato reclutato proprio per questo motivo, lui non sbaglia mai un colpo. Il momento preferibile per scegliere un bersaglio è all’alba, quando la luce è perfetta, e non si sprecano munizioni. Lui spara pochissimo, quando punta il fucile sa bene che il proiettile non andrà a vuoto.

La narrazione avanza come se leggessimo il diario quotidiano di chi è abituato a confessarsi sulla pagina, non è difficile chiedersi se un killer abbia dentro di sé un qualsivoglia frammento d’umanità, e soprattutto chiedersi di quali problemi o tribolazioni sia preda un assassino di professione. Ci viene rivelato che in questo caso l’uomo provvede alla madre anziana e ammalata di demenza, ma che sfortunatamente si innamora della badante, la giovanissima Myrna. S’invaghisce, la desidera, la vuole. Non conosce l’amore, il professionista delle uccisioni a distanza, forse sente certe declinazioni d’odio ma un cecchino come lui non sa nulla di limiti e del loro rispetto, non sa nulla di confini. Non gli sfugge però che alla quindicenne Myrna è mancato il padre ucciso in un bombardamento.

Dunque uno strano legame, un’inquietante affinità si stabilisce fra i due. Se di amore si trattasse nascerebbe qualcosa di oscuro e corrotto, non potrebbe esistere risanamento nel corso del tempo, a nulla varrebbe la relazione platonica inaugurata fra lui e la ragazza. L’ossessione è a due passi, un rifiuto può trasformare l’oggetto del desiderio in un bersaglio. Un killer, secondo le regole della narrativa, ottiene sempre quel che vuole. Da qui a una vera caccia all’uomo (alla donna) il passo è breve. E in questo caso soltanto uno potrà sopravvivere. O forse…

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Paragrafi d’autore: Terranova sceglie Bufalino

Questa puntata della nostra Rubrica la potremmo chiamare tranquillamente “genealogie siciliane”; abbiamo la messinese Nadia Terranova che rende omaggio al comisano Gesualdo Bufalino. Ma è anche il nostro modo di rendere omaggio alla più letteraria delle isole italiane.

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi mai ballato bene sin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione, accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.

Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.

Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza.

(Da Argo il cieco o i sogni della memoria, Sellerio, 1984, pp. 13-14)

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015; vincitore, tra gli altri, il Premio Bagutta Opera Prima, il Premio Brancati, il Premio Bergamo e The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018), entrambi per Einaudi Stile Libero. È anche autrice di diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare, sulla storia di Bruno Schulz (Orecchio acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016). Collabora con la Repubblica e il Foglio. È tradotta in diverse lingue europee e in corso di traduzione negli Stati Uniti.  

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Amnesia Moon, di Jonathan Lethem

di UMBERTO ROSSI

Si sarebbe potuto parlare di questo romanzo anche nella nostra rubrica Opera prima, perché, sebbene pubblicato negli Stati Uniti un anno dopo Musica per archi e canguro, uscito nel 1995 (ma apparso in Italia solamente nel 2002), era stato scritto per la maggior parte prima di Musica…, come spiega lo stesso Lethem in un’intervista pubblicata nel numero 87 di PULP Libri (settembre-ottobre 2010). Però in Italia Amnesia Moon ha avuto una vita piuttosto sventurata, essendo stato tradotto (da Martina Testa) e pubblicato da minimum fax solo nel 2003, e discretamente ignorato dal pubblico e dalla critica (con qualche eccezione), talché in questo momento è da lungo tempo fuori stampa; e come altri libri immeritatamente dimenticati, è giusto parlarne in questa sede, in quanto oggetto di scavo archeologico.

Amnesia Moon, è stato molto meno sventurato nel mondo di lingua inglese: attualmente è disponibile nell’edizione di Faber & Faber, e scusate se è poco. Si tratta di qualcosa di più di un’opera giovanile di uno scrittore che sarebbe maturato più tardi, all’altezza di Brooklyn senza madre (Il saggiatore, 2008), se non di La fortezza della solitudine (Tropea, 2004); è invece un romanzo che merita attenzione e considerazione di per sé.

Cominciamo dalla prima parola del titolo, e cioè amnesia. Nel 2000 Lethem curò una miscellanea di racconti e altri scritti, The Vintage Book of Amnesia, tutti accomunati, come recita il sottotitolo, dal soggetto della perdita di memoria. È una ricca antologia, con un bel parterre: Martin Amis, Cortázar, Sheckley, Borges, Woolrich, Sacks, Dick, Murakami, Anna Kavan, Disch, Barthelme, Priest, Nabokov, Steve Erickson. Lethem dimostra di non essere solo uno scrittore dotato ma anche un attento e vorace lettore. Nel libro sull’amnesia compare anche un suo racconto, “Five Fucks”, titolo che la traduzione “Cinque scopate” non rende completamente (da noi è uscito nella raccolta L’inferno comincia in giardino, minimum fax, 2001). Si tratta di uno di quei testi onirici e folgoranti nei quali l’immaginazione di Lethem si manifesta allo stato puro e ci ricorda che le sue origini stanno nel fantastico e nella fantascienza, dai quali la sua narrativa lunga si è gradualmente allontanata. Nel racconto gli amplessi di due amanti occasionali hanno conseguenze catastrofiche: trasformano il mondo attorno a loro, e cancellando al tempo stesso il ricordo di come era prima del cambiamento, con una vera e propria amnesia collettiva. Tutt’altra cosa dall’amnesia classica che troviamo in Io ti salverò di Alfred Hitchcock (basato sul romanzo omonimo di Frances Beeding, Il saggiatore, 2015), dove la memoria l’ha persa un solo personaggio e sta agli altri di ricostruirla; in “Cinque Scopate” solo due personaggi, E. e la signorina Rush, ricordano il mondo com’era prima delle loro cinque congiunzioni sessuali; tutto il resto dell’umanità, incluso il benevolo ma impotente poliziotto Pupkiss, hanno dimenticato come stavano le cose prima, e credono che il nuovo mondo, per strano e assurdo che possa essere (e nelle ultime due parti Lethem pesta forte sul pedale dell’assurdo e dello strano) sia sempre stato così.

Amnesia Moon, se possibile, è ancor più radicale di “Cinque scopate”: in questo romanzo tutti soffrono di amnesia, tranne (forse) un motociclista di nome Fault, del quale però non c’è da fidarsi più di tanto (lo dice il suo cognome, che in inglese significa “difetto, sbaglio, colpa”). A partire dal protagonista, Chaos, tutti i personaggi di Amnesia Moon hanno scordato chi erano e com’era il mondo prima di una misteriosa catastrofe che ha scombussolato tutto; misteriosa appunto perché nessuno ricorda bene in cosa sia consistita e cosa l’abbia provocata. Chaos stesso all’inizio della storia ignora di chiamarsi (o di essersi chiamato) Everett Moon (ed ecco spiegata la seconda parte del titolo); ha dimenticato anche il suo migliore amico, Cale Hotchkiss, nonché la donna che amava, Gwen. E non riesce a rammentare com’è finito a Hatfork, in Wyoming, e come mai il mondo è stato frammentato in tante piccole isole di realtà come quella dove si trova, misera e affamata a causa (forse) di una guerra nucleare, dove la gente sopravvive nutrendosi di cibo in scatola. Ma appena ci si sposta in un’altra realtà, come quella di White Walnut, il disastro prende altra forma: qui nessuno ci vede più perché una fitta nebbia verde si è infiltrata dappertutto. A Vacaville, invece, la gente trasloca due volte la settimana, e vige un regime nel quale il peggior delitto è essere sfortunati; ci si deve sottoporre a un test, e se superi un certo livello di iella vieni rinchiuso in un apposito campo di concentramento; e la gente comune passa il tempo a vedere serie televisive i cui protagonisti sono i governanti della città (come se noi dovessimo vedere ogni sera le avventure di Salvini e Di Maio – o forse lo facciamo già?).

In ognuno di questi micro-mondi, estesi più o meno quanto un centro abitato più il suo territorio comunale, vigono diverse leggi fisiche e circola una diversa versione della catastrofe che ha spezzettato il koinos kosmos; quando Chaos/Everett torna a Vacaville diventa mostruosamente grasso dalla sera alla mattina perché ora in quella realtà solo i governanti hanno il diritto di essere belli; tutti gli altri cittadini devono essere nani, storpi, obesi, deformati in qualche modo. A White Walnut, invece, deve aggirarsi per la città a tentoni, come un cieco.

Ma la faccenda è ulteriormente complicata dalla presenza dei sognatori: si scopre ben presto, leggendo Amnesia Moon (per cui possiamo dirlo tranquillamente), che ogni micro-mondo, o realtà finita soggettiva (come vengono chiamate a un certo punto nel romanzo) è fatta in un certo modo perché così la sogna ogni notte un individuo che ha il singolare potere di alterare la realtà e condizionare la vita delle persone circostanti mediante la sua attività onirica. Questa idea Lethem l’ha presa quasi certamente da uno dei più bei romanzi di Ursula K. Le Guin, La falce dei cieli. Ma leggendo quest’opera solo apparentemente d’apprendistato di materiali fantascientifici se ne trovano tanti, ed è anche per questo che vale la pena di leggerla, per capire da dove viene Lethem. Una delle realtà finite soggettive, descritta da una donna che Chaos/Everett incontra a San Francisco, è una sorta di immagine neanche tanto deformata di Cronache del dopobomba di Philip K. Dick; altrettanto dickiano il tema del protagonista sofferente d’amnesia (lo troviamo in Tempo fuor di sesto), che a sua volta Dick aveva ereditato da A.E. Van Vogt, quello di Slan e di Non-A; e il personaggio di Gwen ricorda non poco quello di Hari in Solaris (più il film di Tarkovskij che il romanzo di Lem). Del resto, in una delle realtà finite soggettive generate dalla frammentazione del mondo condiviso, coincidente con Los Angeles, è in corso un’invasione da parte di alieni telepatici che ricorda parecchio Il terrore della sesta luna di Robert A. Heinlein.

La parcellizzazione della realtà in una miriade di sogni che tendono ad assumere connotazioni da incubo (idea che in ultima analisi deriva pur sempre dagli universi che cadono a pezzi di Philip K. Dick, da L’occhio nel cielo alle Tre stimmate di Palmer Eldritch) da un lato riflette il modo in cui Lethem stesso ha costruito il romanzo, visto che nell’intervista già citata ha dichiarato che “Amnesia Moon è fatto di spezzoni di scrittura – racconti e cose che non sono neanche riuscite a diventare racconti – scritti quasi tutti prima o durante la stesura di Concerto”. Ma riflette anche un paese come gli Stati Uniti, frammentato in diverse etnie (talvolta ghettizzate, quindi circoscritte in spazi chiusi), diverse religioni (che a loro volta possono formare comunità piuttosto chiuse, come i mormoni o i Lubavitcher), sottoculture (dagli Hell’s Angels alle gang giovanili), diversi paesaggi e climi (dalla tropicale Florida al desertico Nuovo Messico al nordico e gelido Maine alle Hawaii). Infine, lascia briglia sciolta all’inesauribile inventiva di Lethem, mai scatenata come in questo romanzo.

Però in questi giardini immaginari possiamo trovare, per metterla nei termini di Marianne Moore, rospi reali. Chaos/Everett, Edie (la sfortunata donna di Vacaville, la città dove la sfiga è reato), Melinda la ragazza con la pelliccia (autoprodotta), Cale Hotchkiss e suo padre Ilford, che si odiano perché troppo simili, nonché Fault ed Edge, due autentici loser all’americana, tutti i personaggi principali sono credibili pur nella loro assoluta stranezza, un po’ come quelli dei fratelli Coen (e hanno nomi a dir poco bizzarri, una scelta di Lethem che ritroveremo in tutta la sua produzione, una sorta di marchio di fabbrica). L’interazione di questi personaggi, che avviene soprattutto tramite dialoghi pirotecnici (qui come nei successivi romanzi del nostro), può essere comica o tragica ma è sempre convincente: anche quando qualcuno diventa un orologio da tavolo, oppure deve iniettarsi il proprio migliore amico per potergli parlare. Soprattutto l’amnesia generalizzata innesca situazioni estremamente drammatiche, nelle quali ogni incontro è al tempo stesso un enigma e una potenziale minaccia. Ne scaturisce una suspense che rende difficile staccarsi dalla pagina, ma anche uno singolare intensificazione degli stati d’animo, dei gesti, delle parole. La catastrofe che ha azzerato tutte le memorie non è una trovata fine a se stessa, ma uno specchio deformante che in qualche modo ci fa guadagnare prospettive diverse sul nostro mondo condiviso (com’era nelle migliori pagine del maestro di Lethem, Philip K. Dick).

Andare a recuperare questo romanzo di difficile reperibilità è un modo per vedere un altro lato di uno scrittore che, pur essendosi allontanato dalla fantascienza degli esordi, è riuscito a conservare, nei suoi momenti più interessanti (e sono parecchi), lo sguardo straniante proprio di quella forma di letteratura. E leggendo Amnesia Moon viene voglia di vedere nuovamente lo scrittore americano addentrarsi nelle terre del fantastico, così come il suo ultimo romanzo, The Feral Detective, lo ha riportato nella California dei suoi esordi narrativi. Riassumendo: tutt’altro che un romanzo d’apprendistato, questa storia tra il fantascientifico, il surreale e la vita vissuta ci presenta già ben riconoscibile l’autore de La fortezza della solitudine, di Chronic City (Il saggiatore, 2011), di Brooklyn senza madre, e soprattutto di Ragazza con paesaggio (Tropea, 2006) – altro romanzo quest’ultimo vergognosamente fuori stampa. Ne parleremo un’altra volta.

Di Jonathan Lethem la nostra Rivista già si è occupata con un’anteprima sull’ultimo romanzo, uscito l’anno scorso negli Stati Uniti e ancora inedito in Italia, The Feral Detective.

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Corpo da esibizione

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland, pp. 113, euro 11,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Non manca di originalità questo libro di esordio, uscito di recente per le edizioni Voland. E non manca neanche di una certa dose di coraggio perché l’autrice si immerge nella profondità della nostra vita materiale, terrena, e si spinge oltre la morte fisica. Senza nessuna mistica, l’autrice attribuisce ai sensi nuova legittimità e gli affida il compito di veicolo di conoscenza e di riflessione.

La storia ci racconta di Giada che ha da poco perso il suo compagno, un celebre fotografo che le aveva fatto da mentore e l’aveva portata in giro per il mondo. Alla sua morte il fotografo subisce, già consenziente, un procedimento di plastinazione grazie al quale i reperti organici sono resi rigidi e inodori. E accetta anche che il suo corpo, così modificato, venga esposto in una mostra che celebra le tecniche del dottor Tulp – questo il nome del dottore nel racconto, mentre invece nella realtà queste tecniche sono state elaborate e affinate da un anatomopatologo tedesco di nome Gunther von Hagens (tutti conoscono le mostre Body World).

Qual è allora il senso della relazione tra Giada, vivente, e il suo uomo, il corpo del suo uomo, il “monumento” del suo uomo? Lo capiamo seguendo le sue considerazioni, graduali, in un primo momento anche un po’ superficiali e poi sempre più approfondite. Tra dolcezza e ironia sempre più taglienti sappiamo di un uomo che, oggi come ieri, riesce a “cadere sempre in piedi”. Un uomo che da morto si trova nella condizione di aver rinunciato al presente e al futuro proprio come, da vivo, attraverso la fotografia, aveva proposto la stessa cosa ai suoi modelli. Un uomo che si fa complice del dottor Tulp nel cercare di vincere il timore della morte attraverso il suo trasferimento, imbalsamato e sterilizzato, in una sala espositiva.

Ma non si tratta tanto o solo della morte. No: quello che l’uomo vuole imbalsamare sono le emozioni, tutte le emozioni, anche le più piccole.

È così che il lettore viene a trovarsi di fronte a qualcosa di molto simile al maschio italiano contemporaneo, di un’età che oscilla tra i trenta e i quarant’anni. La figura antropologica di un narcisista, che ha difficoltà nel rapporto con gli altri e che interpreta le relazioni con le donne solo in chiave di possesso.

Giada in questo percorso fa appello a tutti i suoi sensi. E ce li racconta. Giada mangia. Giada ascolta la musica. Giada , non vista, tocca il corpo imbalsamato del suo ex. Giada sente l’odore del mondo intorno a sé. Anche l’odore dell’umidità. Ma nel suo racconto, Giorgia, scrittrice esperta di comunicazione, guida la sua Giada (e il lettore) con la consapevolezza che attualmente uno solo è il senso che domina sugli altri: la vista. Giada fotografa, ancorché non eccellente, il suo uomo grande fotografo, il corpo del suo uomo imbalsamato ed esposto alla vista del mondo.

Dalla dimensione privata e personale, le riflessioni di Giorgia-Giada assumono un valore generale fino a spingersi a ragionare sul valore dell’arte in cui si afferma il tentativo solitario di prendere il proprio dolore e la propria disperazione per cercare di convertirlo in bellezza a beneficio di tutti.

Nell’ultima parte del libro non mancheranno le sorprese. Ma prima di allora il racconto fissa alcune pietre miliari che non hanno il valore della sentenza ma che aiutano molto a riprendere contatto con la propria vita poiché “il miglior modo per placare il tormento dell’anima è arrendersi al piacere dei sensi”.

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Paris sceglie Proust

Al tempo della sua vita cartacea, PULP Libri ospitava regolarmente la rubrica Il tempo ritrovato, firmata da Renzo Paris; ci sembrava quindi giusto chiedere a lui di proporci i paragrafi d’autore di gennaio, tanto per inaugurare il 2019 in grande stile. Dato il titolo della sua rubrica (che ci manca tanto) e la sua lunga attività di francesista, non sorprende più di tanto che la sua scelta sia ricaduta sull’ultimo volume della monumentale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: per l’appunto, Il tempo ritrovato. Con tre folgoranti paragrafi, veri aforismi sulla letteratura stessa.

La letteratura che si accontenta di “descrivere le cose” di darcene soltanto un miserevole estratto di linee e di superfici, è quella che, pur chiamandosi realistica, è più lontana dalla realtà, quella che più ci immiserisce e ci intristisce, giacché taglia bruscamente ogni conunicazione del nostro “io” presente col passato, di cui le cose conservavano l’essenza, e con l’avvenire, dov’esse ci stimolano a goderlo di nuovo.

L’unico libro vero, un grande scrittore non ha, nel senso comune della parola, da inventarlo, in quanto esiste già in ognuno di noi, ma da tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore,

Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono più leggere i nomi ormai cancellati.

(Il tempo ritrovato, tr. Giovanni Caproni, Einaudi)

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Cani sciolti, Ultimi dispacci della notte, La croce tatuata, La vita personale fino a Bambole e schiavi. Ha scritto le vite romanzate di Apollinaire, Silone, Moravia e Pasolini e tre libri di poesie tra cui Album di famiglia. Collabora a Venerdì di Repubblica.

 

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Persi nelle foreste del nord

Annie Proulx, Pelle di corteccia, tr. Silvia Pareschi, Mondadori, pp. 798 , €24 stampa, €11,99 ebook

recensisce SARA TOSETTO

È la foresta del mondo. È infinita. Si attorciglia su se stessa come un serpente che si ingoia la coda, e non ha né inizio né fine. Nessuno ha mai visto i confini più lontani.

A parlare è Monsieur Trépagny, uno dei primi, spregiudicati avventurieri francesi a comprendere le vere ricchezze offerte dalle sterminate foreste vergini della Nuova Francia (il futuro Canada francese) alla fine del ‘600. Il territorio da poco scoperto non offre solo pellicce pregiate di castoro ed ermellino ma legname a volontà – legna per costruire case, mobili, navi, utile anche come combustibile. E poi terra: da coltivare e da addomesticare, un immenso territorio che occorre “liberare” dall’oscuro giogo della natura selvaggia. Inizialmente, Monsieur Trèpagny sembra capire e temere quell’immenso animale selvaggio che è la foresta primigenia, anche perché per praticità adotta costumi e leggende degli indigeni mi’kmaq, che non cercano di piegare la natura alla loro volontà; ciò nonostante a muoverlo sono una cupidigia crescente e una crudeltà che appaiono senza fondo, proprio come le foreste – una risorsa che sembra esistere da sempre e
per sempre solo per essere sfruttata dall’uomo.

Nel giro di appena una generazione questo universo di verde oscurità lascia spazio allo squallore delle terre coltivate tra i ceppi e da un orizzonte sempre più spoglio. I nuovi protagonisti sono gli eredi ideali di Trépagny, i suoi due lavoranti René Sel e Duquet, che daranno vita a due dinastie destinate talvolta a incrociarsi tra loro e a durare fino ai nostri giorni. La famiglia di René diventa custode della componente più “ambientalista” (non a caso, René sposerà l’indigena Mari, un tempo al servizio di Trépagny), mentre Duquet e i suoi eredi vedranno nella natura solo un mezzo per arricchirsi, arrivando a incarnare il lato più avido e interessato ai profitti già presente in Trépagny.

Nella prima parte del romanzo, Proulx è abile a calare il lettore nell’ambiente primigenio che inghiotte i personaggi e a presentare il personaggio principale, incredibilmente vivido nella sua natura sempre più spregevole e meschina, oltre che nel suo delirante sogno di ricreare una piccola Francia in mezzo alla foresta, dove finalmente può essere indiscusso signore e padrone. Man mano che la foresta viene addomesticata dall’uomo e i personaggi allentano il loro legame con essa, anche la narrazione sembra perdere progressivamente il suo fascino. Duquet viene descritto con insistenza come il prototipo, per non dire lo stereotipo, del mercante furbo e alla fine spietato (farà sua la crudeltà barbara che tanto aveva criticato nel suo seigneur e verrà duramente punito), mentre l’ingenuo René lascerà la scena ai suoi numerosi figli meticci, e ai figli dei loro figli, per diverse generazioni. A parte qualche felice eccezione, il lettore si trova di fronte a una sfilza di nomi destinati a ritirarsi rapidamente dal palcoscenico della narrazione per far posto ad altri, prima che si abbia avuto modo di interessarsi alle loro vicende.

Nonostante le lodevoli intenzioni, a Pelle di corteccia manca la cruda efficacia degli scritti migliori di Proulx, come il romanzo Avviso ai naviganti (vincitore dei più prestigiosi premi letterari USA e recentemente riproposto da minimum fax) e i racconti che l’hanno resa famosa (a partire dal celebre I segreti di Brokeback Mountain). Se Proulx non dimentica di inquadrare efficacemente ciascuno dei suoi numerosissimi personaggi almeno con un dettaglio caratteristico, rischia di lasciare troppo poco all’immaginazione del lettore, concentrandosi su eventi che si dipanano in modo sempre più monotono, spesso didascalico. È come se Proulx presentasse in modo quasi scolastico le numerose, interessanti nozioni sugli indiani, anziché integrarle in modo profondo e originale nel tessuto del romanzo. Il risultato è una narrazione che si fa sempre meno coinvolgente, mentre i fatti vengono detti, più che mostrati.

Colpisce in particolare il racconto della vita dei nativi, che non risulta particolarmente evocativo – specie in confronto al maestoso racconto di William Vollmann in Venga il tuo regno (anch’esso in parte incentrato sulla colonizzazione del Canada), che rievoca la vita fuori dal tempo degli indiani mi’kmaq e l’inesorabile disintegrarsi di generazioni e popoli all’incendio perpetuo della Storia.

L’autrice sottolinea più volte che René e i suoi discendenti vengono trasportati dagli eventi come “foglie cadute in acqua e trascinate dalla corrente”, ed è chiaro che si propone lo scopo ambizioso di far sparire le misere vicende umane di fronte alla storia del bieco sfruttamento della natura nel corso dei secoli, e dei mali che ne derivano. Il suo è un messaggio dettato da un’esigenza ben più alta di un banale omaggio al politically correct, soprattutto se si considera che Proulx ha profuso molto tempo e impegno nella stesura del romanzo e nelle ricerche necessarie a scriverlo. La perdita del legame tra uomo e natura va di pari passo con la perdita del legame con la letteratura: è dalla natura che l’uomo proviene, da essa ha tratto le prime metafore, il germe del pensiero creativo. La foresta, in particolare, ha una valenza originaria nella cultura occidentale: dalla selva oscura di Dante al bosco di pilastri delle cattedrali gotiche, tradizionalmente simboleggia il rapporto tra cielo e terra, umano e divino, immanenza e trascendenza. Dopotutto, come ricorda nel romanzo un mercante cinese a Duquet, gli scrittori hanno bisogno di sfruttare la natura per ricavarne i cosiddetti “quattro tesori degli studiosi […]: il pennello, l’inchiostro, la carta e la pietra da inchiostro, gli strumenti della carta calligrafica”; ma l’uomo occidentale sembra l’unico a non percepire “lo stato di armonia fra le persone e la natura”, che l’antica cultura cinese cercava di salvaguardare e riprodurre nei loro splendidi giardini.

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Intervista con Donato Carrisi

di VALENTINA MARCOLI

Intervistare Donato Carrisi è stato un po’ come chiacchierare con Stephen King parlando però la stessa lingua. Un onore e un piacere dunque: una voce tranquilla e pacata, una figura di spicco della narrativa contemporanea. Parecchio talento concentrato in un’unica persona, uno scrittore che ha macinato fin da subito una quantità di riconoscimenti e tagliato tanti traguardi. Poliedrico, non solo scrittore ma anche sceneggiatore per la TV (ricordiamo Moana, Squadra antimafia – Palermo oggi e Nassiryia – Per non dimenticare), nonché vincitore del David di Donatello 2017 per la miglior regia esordiente con La ragazza nella nebbia.

Persona elegante, distinta e molto riservata, Donato Carrisi ha il dono di catturare l’attenzione di chiunque in una manciata di righe. Attualmente in tour per la presentazione del suo ultimo lavoro Il gioco del suggeritore (Longanesi, pp 398, € 22 stampa, € 12,99 ebook), seguito de Il suggeritore (Longanesi, 2010) entrambi thriller mozzafiato carichi di tensione.

La prima domanda sorge spontanea: come mai riprendere in mano Il suggeritore dopo quasi dieci anni?

Perché c’è un nuovo territorio di caccia. Attraverso la rete siamo tutti più esposti. Il suggeritore ha avuto molto successo perché parlava di qualcosa che ci fa paura in quanto troppo vicino a noi. Il gioco del suggeritore è stato una scommessa.

Parliamo di Mila, un personaggio che ne Il gioco del suggeritore hai voluto approfondire. Il lato oscuro che l’affascina a tal punto è lo stesso lato che affascina anche te, di conseguenza c’è un po’ di Donato Carrisi in Mila?

È una cosa con cui non ho mai fatto i conti anche se so che prima o poi mi toccherà affrontare. Cerco di tenere una certa distanza dai miei personaggi perché se ci dovessi litigare poi sarebbero guai! Ho comunque il sospetto che ci sia qualcosa di me in Mila e dovesse arrivare il giorno in cui scavando dovessi accorgermene, non riuscirò più a scrivere di lei.

A cosa si deve il tuo stile narrativo molto americano, hai qualche autore di riferimento a cui ti ispiri in particolare?

In realtà sembra americano perché in questa parte dell’Europa (a parte l’Inghilterra) non siamo abituati a leggere thriller, si leggono infatti più noir o, come in Italia, più gialli. Ovviamente ho degli autori di riferimento tra cui lo stesso King che tu hai citato prima, è uno scrittore da seguire sempre con molta attenzione. Non sbaglia un colpo!

Quanta regia c’è nei tuoi libri e quanta narrativa nel tuo cinema?

Tantissima! Scrivo per immagini e le parole sono importanti per i miei film tanto quanto le immagini per i miei libri. Tendo a raccontare dei personaggi molto oltre ciò che è scritto nel romanzo, per questo è fondamentale per me che gli attori conoscano il personaggio così a fondo. Si gira scrivendo e si scrive girando.

La donna dai fiori di carta è un romanzo che si discosta un po’ dal tuo stile narrativo, come mai?

La donna dai fiori di carta nasce da una scommessa che ho fatto anni fa con un giornalista francese che mi ha sfidato dicendomi: “Saresti in grado di scrivere una storia d’amore?” e io “Ma certamente!” ed ecco come è nato quel romanzo.

La tua carriera è strepitosa, ricca di premi e riconoscimenti ma ce n’è uno in particolare che vorresti ricevere?

Non te lo dirò mai!

I commenti sul tuo lavoro sono in generale molto positivi ma hai mai ricevuto delle critiche? Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ottimo! Le critiche sono sempre utili, finchè si parla di un libro vuol dire che quel libro funziona. La critica del lettore serve, penso invece che il peggior insulto per uno scrittore sia quello che il lettore non sia riuscito a portare a termine la lettura.

Hai studiato Giurisprudenza e sei specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento ma qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato alla scrittura?

In realtà non lo so, ho sempre scritto. Da piccolo scrivevo moltissimo, anche per il teatro, ma i miei genitori volevano un avvocato a tutti i costi perché non erano tranquilli riguardo alla professione di scrittore che invece è sempre stata una mia grande passione. Quand’ero piccolino dicevo un sacco di bugie e inventavo delle storie talmente assurde che forse è stato quello l’inizio di tutto.

C’è qualcosa che non sanno di te i tuoi lettori?

Dove vivo. Sono una persona molto riservata e tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica.

Dopo La ragazza nella nebbia è in arrivo un nuovo film, giusto?

Be’, un nuovo film su L’uomo del labirinto è in lavorazione e vedrà nuovamente la partecipazione di Tony Servillo oltre ad un altro importante attore di cui non posso svelarti il nome. E’ una nuova avventura per me.

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Intervista con Valerio Evangelisti

di WALTER CATALANO

Il fantasma di Eymerich sembra volersi riconnettere con più decisione di altri romanzi recenti del ciclo, alle origini del personaggio: la teoria cosmologica dell’Alfa e dell’Omega alla base della trama si attiene anche alla saga stessa dell’Inquisitore. Il primo romanzo e l’ultimo si ricongiungono: ricompare l’astronave Malpertuis che – così hai detto in varie interviste – aggiungesti come elemento fantascientifico perché Nicholas Eymerich, Inquisitore – la prima avventura della serie – potesse partecipare al Premio Urania nel lontano 1993, dando origine al successo che tutti conosciamo. Da cosa è nata quest’idea quasi metanarrativa: si è trattato di un filo rosso emerso casualmente durante la scrittura e che poi hai deciso di seguire, o era tutto preordinato fin dall’inizio ?

Non era interamente preordinato, ma è emerso gradualmente. Direi che l’origine è stata il racconto Venom, compreso in Metallo urlante. Lì, per la prima volta, Eymerich appare come una sorta di demiurgo, capace di dominare le epoche. Da quel momento ho cercato di collegare, per fili sottili, un romanzo all’altro, in vista di un fine che ancora non mi era chiaro. Alcuni legami li ho poi tralasciati, altri li ho sviluppati. Il disegno ultimo è emerso di conseguenza: una specie di cosmogonia terrificante, fondata su una concezione autoritaria e fanatica. Quasi la stessa dell’Antico Testamento, se vogliamo, con in più un riavvolgersi del tempo. Al centro, come nello gnosticismo, una mente crudele.

Il bel saggio Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, appena pubblicato da Odoya, che Alberto Sebastiani ti ha dedicato, sembra riconsiderare tutta la tua opera letteraria in un unità compatta – “One Big Novel”, come scrive lui parafrasando uno dei tuoi titoli – che collegherebbe in un solo rivolo creativo i sette cicli, apparentemente separati, in cui finora si è articolata: il ciclo di Eymerich; il ciclo del Metallo; il ciclo di Nostradamus; il ciclo Americano; il ciclo Messicano; il ciclo dei Pirati; più la Trilogia Sociale. Ti riconosci in questa visione d’insieme o è solo un’affascinante interpretazione critica che scavalca le stesse intenzioni dell’autore ? Se una volontà unitaria era consapevole fin dall’inizio la potenza demiurgica di Eymerich a maggior ragione sarebbe un riflesso di quella del suo creatore: come ti vedi nel ruolo del Demiurgo?

Sebastiani ha saputo cogliere nessi che a volte erano sfuggiti anche a me, nel senso che alcune scelte erano consapevoli, altre meno. Terrei fuori da questo i tre volumi de Il sole dell’avvenire, che nascevano con altri intenti. In quel caso, l’universo non è certamente quello di Eymerich. Invece Magus è sicuramente un abbozzo del disegno che intendevo sviluppare, anche se poi è risultato un po’ diverso. Quanto al ruolo del demiurgo, credo che sia proprio di ogni autore in rapporto alla sua opera.

Veniamo all’Inquisitore. In questo romanzo, come nel precedente Eymerich risorge, lo vediamo ormai alle soglie della vecchiaia, talvolta malfermo sulle gambe, più vulnerabile nel corpo e soprattutto nella mente: certi prodigi inspiegabili come l’apparizione fantomatica del proprio doppio fanno vacillare il suo coraggio e i begli occhi di Caterina di Svezia mettono in grave crisi la sua imperturbabilità. Anche nei rapporti con il prossimo appare più riflessivo e meno intransigente, ha ormai un fido gruppo di sodali per i quali, se non affetto, mostra almeno aperta simpatia – Padre Jacinto, Gombau, Berjavel – e le sue azioni e decisioni, per quanto resti sempre aspro e se occorre spietato, non si confanno più alla nuda crudeltà di San Malvagio. Diceva il poeta W.B. Yeats: “Men improve with the years”. Questo vale anche per Padre Nicolas?

C’è stata indubbiamente un’evoluzione del personaggio. Come avrei potuto condurlo per dodici avventure, a volte distanti anni, senza che in lui cambiasse nulla? D’altra parte, ciò ha coinciso con una mia trasformazione personale. Se, quando iniziai a scrivere il ciclo, Eymerich poteva in qualche misura somigliarmi (in peggio, molto in peggio), in seguito io sono diventato meno asociale, e lui di conseguenza. Inoltre, l’avanzare degli anni mi ha fatto conoscere i problemi dell’età avanzata. Anche questo ho proiettato sul mio personaggio (stavolta in meglio, ahimè). A ben vedere, una parte del ciclo di Eymerich è una mia autobiografia distorta.

Il romanzo precedente era, se così possiamo dire, on the road – costruito sul movimento, sugli spostamenti continui da un luogo all’altro – questo invece ha uno scenario statico, ed estremamente efficace: la Roma medievale in totale decadenza. Le metafore che rimandano all’attualità appaiono evidenti: una città ingovernabile e irredimibile, condannata alla corruzione e al malaffare ab origine, in cui le bande criminali e i potentati collusi si contendono lo sfruttamento avido delle risorse e il popolo assiste impotente al proprio sfruttamento schierandosi ciecamente con il mestatore più convincente nel fare appello ai suoi istinti peggiori per meglio manipolarlo. La soluzione drastica che Eymerich auspicherebbe fallisce e perfino lui rinuncia ed è costretto a ritirarsi con sollievo (“Sono stanco dell’Italia” – dice in un punto). Questo scacco finale del Magister riflette in qualche modo il tuo pessimismo verso la situazione politica attuale ?

Certamente è difficile essere ottimisti, di questi tempi. Va tuttavia tenuto presente che, quando la capacità di sopportazione varca un certo limite, subentra una reazione. Mi ha confortato l’esplosione improvvisa della Francia col movimento dei gilets jaunes (con tutte le ambiguità del caso). Forse, se avessi concluso oggi il mio romanzo, qualche lembo di speranza lo avrei lasciato. O forse no, perché un sano pessimismo serve da ammonimento.

Particolarmente intrigante è la ricostruzione dettagliata delle fasi finali dello Scisma d’Occidente, della lotta fra Avignone e Roma e fra Papa e Antipapa. I nomi dei personaggi e le descrizioni degli avvenimenti sono molto precisi e circostanziati; come sempre nei tuoi libri, una corposa bibliografia compare in appendice. Puoi precisarci meglio quanto dello scenario e dei personaggi principali è fattuale e quanto immaginario? Mitra a parte, c’erano davvero culti neopagani e oscure macchinazioni eretiche a mescolarsi con le manovre politiche delle varie fazioni ?

Mitra l’ho inserito io, dopo la visione di un documentario in cui si vedeva una sua raffigurazione conservata nei sotterranei vaticani. La sussistenza di culti pagani nel cuore della Chiesa è denunciata da vari secoli. Ma quella è, per quanto mi riguarda, invenzione letteraria, Invece, la dinamica dello scisma è documentata con un certo rigore, sulla base di testi spesso dimenticati. Sono molto pignolo in queste cose. Voglio che i lettori abbiano fiducia nelle mie ricostruzioni. Ne gode anche il racconto fittizio costruitovi sopra.

Un elemento che era sempre stato presente nei tuoi romanzi ma più in sordina, mentre in questo emerge in modo saliente, è una fortissima ironia che diventa in certi casi sarcasmo, in altri aperta comicità: la figura di Caterina da Siena, per esempio, è decisamente comica – quasi una macchietta come il Fra’ Zenone de L’Armata Brancaleone – i dialoghi toscaneggiano mentre lei chiama “babbino” il Magister e vuole fargli baciare il prepuzio invisibile di Gesù Cristo al suo dito, così come da commedia sono i tentativi spesso inefficaci dell’Inquisitore di sfuggire alle sgradevoli attenzioni della santa. Io trovo questi intervalli comici estremamente riusciti, ben dosati e del tutto funzionali alla struttura compatta dell’insieme, ma qualche estimatore dell’Eymerich prima maniera, più rigido e severo, potrebbe forse trovare da ridire. Era una intenzione consapevole (e forse un rischio calcolato) o ti sei lasciato prendere dal puro piacere di dipingere un personaggio come ti appariva alla mente?

Era un’intenzione consapevole. Prendiamo un film che si svolga tutto nell’oscurità: alla fine stanca. Così possono stancare i toni da tragedia troppo insistiti. Ho preferito variare ogni tanto i registri, senza esagerare. Memore del fatto che, in pagine drammatiche come quelle sulla peste ne I promessi sposi, i dialoghi tra Renzo e i monatti rasentano a volte la comicità, senza che questo indebolisca per nulla lo scenario tragico. Al contrario, lo rafforza.

Ad un passo dal comico è anche, come sempre, Frullifer, lo scienziato geniale ma eternamente perdente. Povero Frullifer, anche questa volta nonostante il successo delle sue invenzioni, sarà infelice: usato dai suoi finanziatori e umiliato nel suo impossibile amore. Perché infierisci sempre contro questo personaggio? Cosa rappresenta esattamente per te?

Un americano “umano” (forse fin troppo), ben lontano dai modelli superomistici con cui gli statunitensi spesso dipingono se stessi, scienziati inclusi.

Nel finale vediamo Padre Nicolas e Jacinto Corona fuggire da Napoli sotto assedio per salpare con la stessa nave dell’inizio verso il luogo dove la vicenda è cominciata (di nuovo Alfa e Omega), a Minorca: un cliffhanger che prelude ad un probabile proseguimento dell’avventura. Qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di Mitra e del culto del Toro, e che un vecchio nemico del Magister dovrebbe avere ottime ragioni di preoccuparsi. Mi sbaglio?

Temo di sì. Non a caso il dodicesimo romanzo si chiude dove cominciava il primo, come il serpente ouroboros. Considero il ciclo completato, e non ne vedo possibili sviluppi ulteriori. Inoltre vorrei dedicarmi ad altro. Non sono stanco di Eymerich, ma vorrei godermi la soddisfazione di chi ha portato a termine un’opera notevole, e si gode la gioia del lavoro ben fatto.

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha anche recensito Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich.

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L’Inquisitore e il suo doppio

di GIAN FILIPPO PIZZO

Crediamo che Valerio Evangelisti non se la prenderebbe se lo paragonassimo, ad esempio, a Emilio Salgari, visto che ha sempre espresso la sua preferenza per la letteratura popolare. Infatti l’accostamento va letto solo in termini di popolarità, perché a ben guardare le differenze sono tante: Salgari scrive velocemente (a volte anche sciattamente) e si concentra solo sull’avventura, anche se le sue idee progressiste comunque traspaiono, mentre Evangelisti è molto più ponderato e all’azione accompagna uno stile pregevole, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, una minuziosa documentazione storica, una notevole abilità nello strutturare le storie e riflessioni non banali. Ma forse a Evangelisti si può meglio attagliare quello che scrive Stefano Salis (sul Sole24ore del 9 dicembre 2018) a proposito di Andrea Camilleri, che cioè il successo dei suoi romanzi popolari finisce per nuocere al resto della sua produzione negandogli il favore della critica paludata. Se Camilleri oltre al suo popolare commissario Montalbano ha scritto romanzi storici dal significato politico, anche Evangelisti vanta un percorso simile: all’inquisitore Eymerich (e al pistolero Pantera) ha affiancato opere tra l’altro sulla rivoluzione messicana, sulle proteste operaie americane e sulle politiche sindacali italiane tra il 1875 e il 1945, queste nella trilogia Il sole dell’avvenire (2013-16).

Questa premessa per invogliare a leggere anche altre opere di Evangelisti, oltre a quelle dedicate a Nicolas Eymerich, giunte al dodicesimo volume con questo Il fantasma di Eymerich (Mondadori, pp. 265, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook). Eymerich è un personaggio storico realmente esistito (1320-1399), domenicano e strenuo difensore della fede e dell’ortodossia, inquisitore generale del Regno di Aragona; scrisse un manuale dell’inquisizione, pubblicato però solo nel Cinquecento. Evangelisti ovviamente lo stravolge per i suoi fini narrativi, o meglio ne esaspera i tratti caratteriali rendendolo un idealista fanatico, spesso feroce ma mai meschino. Non simpatico, non buono (ma nemmeno malvagio senza scopo, come i cattivi dello schermo o del fumetto), acquista una personalità vivida proprio per essere oltre le contraddizioni che il suo stato gli impone, nel senso che di contraddizioni dovrebbe averne, ma non ne ha, tutto compreso nel suo ruolo di difensore della fede ed avversario del male. Un vilain che, come spesso accade nella narrativa popolare, finisce per diventare un personaggio di culto: non a caso, risuscita come Sherlock Holmes, prima ucciso dal suo creatore e poi fatto rivivere.

I romanzi sono scritti con la tecnica della “narrazione parallela”, che ci racconta le avventure dei vari personaggi separatamente, ma qui arricchita da un elemento particolare, quello della dislocazione temporale. Sono infatti in genere tre i momenti che Evangelisti inserisce nella trama dei suoi romanzi: uno, medioevale, in cui Eymerich è alle prese con una eresia o una manifestazione del male che è suo compito indagare e distruggere; gli altri, ambientati in epoca contemporanea o storicamente a noi più vicine, oppure nel futuro, nei quali si ha una nuova manifestazione, comunque derivante da quella medievale (il lettore lo capisce presto, ma i protagonisti non possono saperlo). Alla fine, si ha uno scioglimento della vicenda in cui tutto viene giustificato, incredibilmente ma con grande maestria narrativa.

In questo Il fantasma di Eymerich l’inquisitore si trova a essere imprigionato dal Re di Aragona ma riesce a fuggire e si reca a Roma; vi giunge proprio nei giorni in cui muore Gregorio XI, appena tornato da Avignone (dove il Papato si era trasferito settant’anni prima), e viene eletto Urbano VI. Il nuovo pontefice si inimica i cardinali corrotti che si ribellano ed eleggono un antipapa, Clemente VII, dando vita allo Scisma d’Occidente o Grande Scisma. Seppure romanzata, la vicenda rispecchia perfettamente gli avvenimenti storici e i personaggi che vi parteciparono, ma ancora più interessante è la descrizione della vita di un’Urbe lontanissima dai fasti passati e degradata, con la nobiltà e il clero che tentano di vivere in continuità al loro rango e alla loro ricchezza e una plebaglia in mano a pochi caporioni che riesce a condizionare il Conclave. A questi avvenimenti Eymerich partecipa poco, non si lascia coinvolgere perché la sua preoccupazione è un’altra: debellare l’ennesima manifestazione demoniaca, che in questo caso consiste nel tentativo di ripristinare l’antica religione mitraica.

E qui, finalmente, dopo vari accenni negli altri romanzi, c’è una spiegazione più approfondita del perché l’inquisitore consideri Raimundo Lullo un eretico e di come il lullismo possa condurre a deviare dalla vera fede a causa degli influssi sul suo pensiero della cultura araba e di quella ebraica (almeno secondo Evangelisti, che riesce a inserire nel discorso anche il culto di Mithra e un’improbabile commistione tra il simbolo francescano del Tau e la radice di taurus, “toro” in latino, animale sacrificale del mitraismo). La parte ambientata nel futuro – che negli ultimi romanzi Evangelisti ha notevolmente ridotto rispetto ai primi libri – riguarda un personaggio già apparso in precedenti opere, lo scienziato Marcus Frullifer, qui impegnato nella costruzione dell’astronave “psitronica” Malpertuis che avevamo trovato già in viaggio nel primo romanzo della serie, Nicolas Eymerich, Inquisitore (1994). Poi c’è il “fantasma” del titolo, un’entità forse incorporea identica all’inquisitore, un suo doppelgaenger che ne precede e ne condiziona le mosse: non diciamo di più lasciando al lettore il gusto di sbrogliare la matassa.

Valerio Evangelisti aveva fatto morire il suo personaggio con il decimo romanzo, Rex tremendae maiestatis (Mondadori, 2010), ambientato nel 1399, poi a furor di popolo (e per le insistenze dell’editore) lo aveva ripresentato nel 2017 con Eymerich risorge, titolo ingannevole perché non si tratta di una resurrezione ma di una storia ambientata in precedenza, nel 1374. Questo Il fantasma di Eymerich è ambientato nel 1378 e dunque resterebbe spazio per altre avventure, ma molti indizi (tra cui le dichiarazioni di Evangelisti nell’intervista che stiamo per pubblicare) lascerebbero comprendere che si tratta in realtà del capitolo definitivo, per quanto il finale sembrerebbe più aperto. In attesa di scoprire come evolverà la faccenda godiamoci questo.

Sempre in argomento vogliamo però segnalare un altro volume, il bel saggio di Alberto Sebastiani Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti da poco pubblicato da Odoya (pp. 249, € 18 stampa). Non è certo il primo ad essere dedicato all’autore , ormai oggetto di diverse opere di critica e tesi di laurea (va ricordato Valerio Evangelisti, di Luca Somigli, pubblicato da Cadmo nel 2007), ma è il primo incentrato più specificamente sul suo personaggio più famoso. Sebastiani, pubblicista e docente presso l’università di Bologna, dopo aver analizzato brevemente le altre opere di Evangelisti si concentra sull’inquisitore esaminando tutti i romanzi e i racconti e quelle che definisce “estensioni”, che potremmo anche chiamare con un termine ormai entrato nell’uso, spin-off: racconti fuori dal canone principale, fumetti, scritti di altri autori che hanno preso in prestito il personaggio, eccetera. L’analisi comprende anche il romanzo qui recensito, che deve evidentemente aver letto in anteprima. Successivamente affronta il problema delle fonti cui Evangelisti attinge, dagli stilemi della narrativa popolare all’impegno politico, ed esamina Eymerich sotto il profilo psicologico, interrogandosi infine sui motivi per cui piace ai lettori. Una disamina puntuale e precisa, assolutamente condivisibile, di un personaggio e di un autore diventati meritatamente di culto.

 

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha recensito anche Eymerich risorge, e pubblicherà oggi un’intervista.

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