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L’inferno glaciale

Sergej Lebedev, Il confine dell’oblio, tr. Rosa Mauro, Keller editore, pp. 359, € 18,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Verso il grande Nord Siberiano. Verso il Confine (e oltre) dei confini, geografici e mentali. Le azioni avviate alla ricerca del passato vanno a sbattere contro una massa di terra ghiacciata dove il mondo visibile è intrappolato: corpi, rifiuti, carcasse di auto, ossa fossilizzate e l’anima dei prigionieri: tutto digerito e poi risputato attraverso le fosse che sembrano le bocche plastiche di una terra in cui l’apocalisse si chiama internamento, prigionia, uranio. Le buche verticali sono il contrario dei corpi umani, là inghiottiti dopo la consunzione, dopo il lavoro coatto di scavo. L’inferno glaciale ha soltanto il moto peristaltico a cui il protagonista, alla strenua ricerca di memorie familiari, si trova davanti.

Questo è il vero confine dove l’oblio comanda, l’epoca sotterranea della Russia, la fine di schiere di minatori dalle spalle sottomesse a montagne di roccia assassina che si spaccavano e crollavano. La Storia dei gulag e la storia di un anziano cieco, dall’esistenza misteriosa, ci portano al centro di regioni per noi inimmaginabili. I sospetti sul passato di quest’uomo, nominato come Nonno Due, il suo indefinito aspetto fisico, l’assenza di parola, il silenzio sensoriale, la natura rivolta a rammentare i vecchi accadimenti, schiudono la porta a territori da raggiungere con ogni mezzo.

Tutto affonda in un grigiore assoluto dove le biografie sono scomparse, i vecchi stanno al confine della morte, e le carte spariscono nelle pieghe del suolo. La scrittura di Lebedev è una guida solida che non dà scampo a chi non si aspetta tanta ricchezza visionaria. Il racconto stesso vi coincide, e non serve definirlo o divulgarlo. Le tenebre, diciamo il loro cuore, non appaiono come un lavorio del giorno e della notte, ma come la solidità murale dell’intreccio di ferro roccia alberi e ossa: l’indecenza di una terra incisa e poi spaccata.

L’estrazione dei metalli, preziosi al regime e radioattivi, porta alla dissoluzione di corpi e ricordi. Il padrone infine è certamente l’oblio. E il viaggio cade in un pericolo attraversato e narrato con tono epico da Lebedev. Le gesta silenziose dell’uomo chiamato Nonno Due emergono a fatica dal gulag, dagli archivi più dimenticati e abbandonati che secretati. L’intera realtà è assorbita da un globale nerume in dissoluzione. Scardinare il torpore della gente è rischioso, ma il viaggio del protagonista alla fine fa riemergere residui di verità: dalle fosse e dagli armadi arrugginiti in Zone ristagnanti, oltre il confine del tempo terrestre.

Sotto la cupola di un luogo dove i paralleli geografici sono sempre più piccoli, e l’immensità del territorio richiede binocoli per osservarla, si ascolta solo l’offuscamento della morte, e ogni cosa è ricondotta al minerale roccioso e petrolifero, e le morti dei sopravvissuti all’epoca del gulag sono condotte unicamente dalla chemioterapia. I mezzi di trasporto, camion enormi e auto che sembrano carrarmati, ferrovie interminabili, fanno giungere a uno svelamento finale che niente ha di luminoso ma l’eterno colore bruno e melmoso del carbone.

Alla fine, sopravvissuto, il protagonista sente “il peso dei peccati e l’oblio della nascita”, il mucchio stracciato dei legami con la vita. E il viaggio di ritorno alla volta dell’Atlantico non è altro che un farsi prendere dalla parola. La parola dunque permette, poiché “fuori dalla lingua non esisti”, di svelare al nostro sguardo l’azione dei poteri e delle macchine verso l’annichilamento di milioni di vite avvenuto nel secolo “sovietico”.

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