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Tutti responsabili, anche gli assolti

Emanuele Bissattini, Floriana Bulfon, Domenico Esposito e Claudia Giuliani, Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi, Round Robin editrice, pp. 124, € 15 stampa

di DAVIDE CARNEVALE

Il ruolo fondamentale giocato dalle immagini nella tortuosa vicenda giudiziaria e mediatica creatasi attorno alla morte del giovane Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 nel reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Sandro Pertini” ad appena una settimana dall’arresto del trentunenne romano per detenzione di stupefacenti, si direbbe paradigmatico di quel bisogno di immediatezza espressiva e comunicativa che caratterizza sempre più il nostro tempo. Un ruolo intuìto prontamente dall’avvocato Fabio Anselmo nel suggerire alla famiglia Cucchi di scattare quante più foto possibili durante l’autopsia, quelle stesse, terribili foto che, mostrate alle telecamere, avrebbero lasciato un segno indelebile nell’opinione pubblica dando una decisiva svolta a un processo che, dopo cinque anni e con l’assoluzione dei medici per insufficienza di prove, lasciava di fatto l’omicidio senza un colpevole.

Dopo il film Sulla mia pelle dello scorso anno – diretto da Alessio Cremonini e prodotto da Netflix, che racconta con taglio documentaristico gli ultimi giorni di vita del ragazzo – il volume pubblicato da Round Robin Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi si rivolge ancora una volta alle potenzialità dell’immagine (disegnata, in questo caso). È un ottimo esempio di quel graphic journalism che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, tanto nelle testate generaliste che sul web (dove si distingue la rivista online  Stormi ), per la sua capacità di combinare fruibilità del fumetto e rigore dell’informazione giornalistica.

Un difficile equilibrio raggiunto, in primo luogo, grazie all’eterogeneità della squadra di autori coinvolti. La sceneggiatura – sempre che di sceneggiatura si possa parlare per una storia che punta a ripercorrere le diverse fasi dell’inchiesta giudiziaria unicamente attraverso atti processuali, verbali, interrogatori, intercettazioni e altre fonti – firmata da Floriana Bulfon, giornalista de L’Espresso e la Repubblica, e dallo scrittore di noir Emanuele Bissattini – si presenta come un lavoro coeso, unitario; i due disegnatori Domenico Esposito (qui alla sua prima pubblicazione) e Claudia Giuliani, già apprezzata matita del giornalismo grafico (al suo attivo vanno segnalati Soldi sporchi. Corruzione, riciclaggio e abuso di potere tra Europa e Delta del Niger, del 2015, con cui ha vinto la prima edizione del premio Andrea Pazienza come miglior graphic novel d’inchiesta, e L’alleato Azero. Gas e petrolio contro i diritti umani, pubblicato l’anno successivo), si avvicendano nelle sei parti che compongono il fumetto giocando sui contrasti generati dal loro diverso stile, nitido e crudamente realista quello di lui, ricercatamente “sporco” ed espressionista quello di lei.

L’intero volume è, del resto, costruito sui contrasti: a partire dalla copertina, dove la monocromia del bianco e nero è spezzata dal rosso della divisa dei carabinieri (ma anche del sangue, della violenza), così come dall’intricato groviglio di versioni discordanti, ricostruzioni contraddittorie, testimonianze inconcludenti di cui i testi danno conto, senza curarsi troppo del lettore disorientato di fronte alla frammentarietà e disorganicità di una simile mole di informazioni.

Gli stessi autori, non a caso, hanno ribadito in più di un’intervista come la maggior difficoltà che si sono trovati ad affrontare sia stata rappresentare e rendere interessante, attraverso le possibilità del fumetto, la complessità di una vicenda assurda e drammatica, di una realtà ben lontana da qualsiasi logica consequenziale e da ogni forma di narrativizzazione. Ogni cosa, dalle singole soluzioni grafiche adottate (di innegabile efficacia visiva) all’eclettica costruzione delle tavole, dal lettering all’organizzazione interna degli episodi, è tesa a far emergere, con dolorosa violenza, dalle profondità della china e dal bianco della pagina un’oscurità che nulla ha a che vedere con il tratto disegnato: il buio della settimana di agonia vissuta da un giovane spaventato e solo, calato sull’insensatezza della sua morte, il buio in cui per nove lunghi anni una famiglia è stata abbandonata al suo dolore, nella speranza che lentamente rinunciasse al suo diritto di conoscere, di avere giustizia. Il buio, infine, più nauseante: quello in cui, con la morte di Stefano Cucchi e di tanti altri (solo nello scorso anno sono stati più di centoquaranta i detenuti che hanno perso la vita nelle carceri italiane in circostanze poco chiare), piomba ogni volta un intero Paese e le sue istituzioni: perché se è vero che pochi hanno alzato le mani su di un ragazzo inerme, questo fumetto ci ricorda che in troppi hanno abbassato lo sguardo lasciando tacitamente che ciò accadesse.

“Tutti hanno avuto responsabilità nella storia”, è l’inappellabile verdetto pronunciato in queste pagine, “anche gli assolti”.

Poco importa, allora, stabilire se si tratti di un fumetto “bello” o meno; Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi è prima di tutto un’opera necessaria, doppiamente opportuna: sia per il suo impegno a mantenere alta l’attenzione su di una vicenda esemplificativa dello stato di salute della società in cui viviamo, sia anche per il suo dimostrare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che il fumetto, in quanto specifica forma di linguaggio, può e deve ambire a raccontare qualsiasi aspetto tanto del reale che dell’immaginario, ben al di là della gabbia dorata dell’intrattenimento e della produzione di consumo in cui solitamente è costretto.

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Vite brevi, vite americane

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Billie Holiday, tr. D. Bertaina, Edizioni Sur, pp. 79, euro 15,00 stampa

Alessandro Di Virgilio, Toni Cittadini e Rossano Piccioni, Ted Bundy – Il male assoluto, Edizioni Inkiostro, pp. 47, euro 19,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Ho voluto accoppiare questi due fumetti perché appartengono entrambi a un genere che ultimamente sta letteralmente dilagando, quello delle biografie narrate con parole e immagini sequenziali; basti pensare alle numerose proposte della casa editrice Becco Giallo per rendersi conto di quanto spesso la vita di personaggi famosi per le ragioni più disparate venga inquadrata in vignette e raccontata in didascalie. Sicuramente c’è anche una componente didattica in tutto questo, avvicinare bambini e adolescenti a figure storiche attraverso un linguaggio che parli loro più immediatamente; però il successo dei fumetti biografici è anche prova del fatto che l’arte sequenziale non vive in un vuoto, e risponde agli stessi stimoli ai quali è sensibile la letteratura puramente verbale (per molti ancora l’unica Letteratura con tanto di maiuscola). Sarà un caso se le vite disegnate fioriscono nello stesso periodo in cui incontrano il favore del pubblico scrittori come Joyce Carol Oates ed Emmanuel Carrère, o le autofiction di Walter Siti?

Dopo aver detto biografia, però, non abbiamo ancora detto niente. La narrazione di una vita in parole e immagini si può articolare in tanti modi, e questi due volumetti (per numero di pagine, non per formato) lo dimostrano. A partire dalla scelta dei personaggi dei quali si vogliono illustrare le vicende – entrambe tragiche, ma in modo del tutto diverso. Abbiamo infatti una vittima e un carnefice; una donna e un uomo; una grande artista e un famigerato serial killer. E siccome entrambi sono stati cittadini degli Stati Uniti, va sottolineato che lei Eleanora Fagan, in arte Billie Holiday (1915-1959) era nera, e lui, Theodore Robert Bundy, alias Ted Bundy (1946-1989) era bianco. Ovviamente la vittima è lei, anche detta Lady Day, l’angelo di Harlem, con alle spalle un’infanzia devastata, un’adolescenza miserabile (fu anche costretta a prostituirsi), e poi tossicodipendenza e alcolismo, nonché i soprusi e le umiliazioni del pregiudizio razziale; mentre Bundy, con almeno trenta omicidi al suo attivo in soli quattro anni, è altrettanto ovviamente il carnefice.

L’approccio delle due biografie grafiche, si diceva, è assai diverso. Intrecciano tempi diversi con una serie di flashback che sfumano l’uno nell’altro i due grandi argentini, partendo dall’inchiesta di un giornalista che deve scrivere un servizio sulla Holiday in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, con una serie di raffinatissime tavole tracciate da Muñoz col suo tratto tra il primitivista e l’espressionistico, con una netta prevalenza dei neri che evoca il carattere notturno del jazz, ma anche il colore della cantante, nonché il noir di una storia che è quasi criminale. Più secca e cronologicamente ordinata la serie delle efferate gesta di Bundy, schegge di un’orgia di violenza e perversione (prima uccideva le sue vittime, poi le violentava), con un disegno più grafico ma pur sempre in bianco e nero, come a raggelare la brutalità degli omicidi; e intrecciando la storia con la musica del periodo, evocata tramite le parole delle canzoni di David Bowie, dei Deep Purple, degli Eagles. A fare da intermezzi tra un assassinio e l’altro, le interviste ai testimoni, inquadrate in uno schermo televisivo, una soluzione che riecheggia The Dark Knight Returns di Frank Miller.

Del resto Ted Bundy – Il male assoluto fa parte di una serie intitolata «The Real Cannibal – La vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti», quindi spinge sul sensazionale, sbatte il mostro in copertina, per così dire. Eppure la violenza estrema e orrorifica di questa biografia grafica e quella più ordinaria, e spesso più psicologica che fisica, rappresentata in Billie Holiday (particolarmente straziante la scena in cui la cantante viene lasciata nuda per strada da Rufus, il suo ex-protettore, col quale è legata da un rapporto morboso, ed è oggetto di scherno da parte dei poliziotti bianchi), sembrano in fin dei conti avere le stesse radici. Ci sono strane, quasi arcane assonanze tra la vita della cantante nera e del mostro bianco: vittima di una serie di uomini la Holiday, e carnefice di una serie di vittime Bundy; entrambi poi caratterizzati da un’infanzia disastrosa, nati da famiglie (come si dice oggi) monoparentali, abbandonata dal padre Holiday in tenerissima età, figlio di ragazza madre Bundy, tanto che l’identità del genitore è oggetto ancora oggi di ipotesi – e si sospetta addirittura una nascita incestuosa, con la madre Eleanor (notate il nome!) Louise Cowell messa incinta dal nonno di lui e padre di lei Samuel. Siamo a Chinatown, direbbe Polanski per bocca di Jake Gittes. Miseria, violenza, psicopatia borderline sembrano aver assediato Billie e Ted fin da piccoli; in un caso ne è uscita l’arte, nell’altro la morte. In entrambi i casi, vite brevi e disperate, anche se pure durante la lunga attesa nel braccio della morte Bundy fu atrocemente impassibile.

Sono storie americane, storie di suprema bellezza e terrore assoluto. Sono anche storie, volendo, segnate dalla differenza: di genere forse ancor più che di colore (i maschi che si sono approfittati di Billie Holiday non erano affatto tutti bianchi; e l’unico vero amico era il sassofonista Lester Young, notoriamente omosessuale). In tempi di dibattito sulla violenza che le donne subiscono, entrambe queste biografie mi sembrano rilevanti.

E concludo: non voglio fare confronti di qualità tra il lavoro di due mostri sacri come Muñoz e Sampayo e il duo Di Virgilio e Cittadini (Massimo Picozzi e Rossano Piccioni firmano solo la breve introduzione – anch’essa, coerentemente, a fumetti). Sarebbe profondamente ingiusto; i due maestri possono permettersi trovate geniali come il cameo nel loro fumetto di Alack Sinner, il detective disincantato che li ha fatti conoscere, eroe amaro di un hard-boiled fortemente politicizzato; hanno una storia alle spalle, e possono giocarci. La mia ammirazione va indiscriminatamente a tutti gli autori: ai Grandi Vecchi per la loro maestria, ai giovani leoni per il coraggio e l’intraprendenza che dimostrano. Promettono bene, gli autori di Ted Bundy; e magari, chissà, tra quarant’anni faranno parte anche loro della hall of fame dell’arte sequenziale. Li terremo d’occhio.

(Doveroso aggiungere che la graphic biography di Muñoz e Sampayo era stata già ristampata nel 2014 da Edizioni BD, perché la prima edizione in volume risale al 1993, per i tipi di Rizzoli; la primissima pubblicazione fu su Corto Maltese nel 1990, in due puntate.)

Di Muñoz e Sampayo la nostra Rivista recensirà anche Carlos Gardel, sempre edito da Sur.

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Una storia degli anni di tritolo

Francesco Barilli e Matteo Fenoglio, Piazza della Loggia, Becco Giallo, pp. 351, euro 21,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle potenzialità del fumetto anche come forma saggistica, dovrebbe leggersi immediatamente questo corposo volume che si apre con un’introduzione di Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza della Loggia. Milani non si limita a presentare questo graphic reportage (ma potremmo anche parlare di storiografia grafica, o sequenziale, se preferite la definizione di Will Eisner), ma compare “di persona”, disegnato nella ricostruzione di uno dei più feroci attentati degli anni Settanta, trasformato in personaggio in bianco e nero, efficacemente delineato dal nitido tratto di Fenoglio. Come si suol dire ultimamente, e qui assolutamente a proposito, Milani ci mette la faccia, come ad autenticare questa narrazione di una vicenda complessa e intricata (una tipica vicenda italiana, insomma), che parte dai primi anni Cinquanta, col distacco di Ordine Nuovo dal Movimento Sociale Italiano, e arriva fino al 2017, con la condanna definitiva di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (nome in codice: Tritone) quali responsabili della strage che causò otto morti e oltre cento feriti il 28 maggio 1974.

Come accade anche troppo spesso con le brutte storie nazionali, abbiamo a che fare con l’ingarbugliatissima ricostruzione delle indagini e dei processi, complicata da errori (se tali sono…), depistaggi (ottimi e abbondanti), confessioni e ritrattazioni, testimonianze contraddittorie, complotti e cospirazioni (alcuni dei quali decisamente sgangherati). Aiuta a non perdersi nello svolgersi degli eventi (che spesso prendono pieghe del tutto inattese) la cronologia dei fatti in appendice al volume; ma ci sarebbe voluta anche una galleria dei personaggi (numerosissima), magari in ordine alfabetico e con associati ritratti. Lo dico perché per me, più prossimo ai sessanta che ai cinquanta, gente come Giorgio Almirante, Gianni Nardi, Pino Rauti, Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi è tutto sommato abbastanza nota, anche se Barilli e Fenoglio me ne hanno fatto scoprire aspetti nuovi (ovviamente non proprio edificanti); ma mi chiedo come farà a orientarsi un lettore giovane, uno di quelli che a scuola sarà arrivato sì e no al 1945, uno per cui questi nomi risultano per niente familiari – figurarsi i comprimari come Emanno Buzzi o Silvio Ferrari…

In ogni caso, il taglio a tratti didattico di Piazza della Loggia è efficace senza nulla togliere alla godibilità (tra virgolette) della lettura, che certo non sarà amena, ma sicuramente è coinvolgente. Ed è alquanto azzeccata l’idea di includere nella narrazione oltre a protagonisti e vittime di allora i testimoni ancora viventi (come Milani), e gli studiosi della strage bresciana e d’altri massacri (come Aldo Giannuli, del quale già recensimmo il saggio Storia di Ordine Nuovo). Certo, è una lettura che causa una certa irritazione, diciamo così, quando si tocca con mano come e quanto di frequente gli organizzatori degli attentati dinamitardi siano stati coperti, aiutati, favoriti ecc. da quello Stato che a parole li vituperava e li condannava. E viene anche un po’ d’amarezza a pensare quanto i cosiddetti “anni di piombo” siano oggetto di una memoria parziale e fuorviante già nel nome, perché a ben vedere furono anche anni di tritolo, quando Iraq e Siria erano qui da noi: non era sempre questione di pallottole mirate, ma anche di carneficine indiscriminate.

Non solo: leggendo queste pagine viene anche da pensare che nel nostro paesaggio mediatico gli anni del terrorismo nostrano si riducano a sequestro Moro, Piazza Fontana e in terza posizione la bomba di Bologna; mettiamoci anche il delitto Calabresi. Il resto, cose delle quali si parla poco e superficialmente, forse perché interviene una qualche contabilità del terrore, per cui sono degni di memoria solo gli attentati con le vittime più illustri e col più elevato numero di morti. O forse le vittime e le stragi che si ricordano rispondono non tanto a una volontà di ricordare, ma alle necessità politico-mediatiche di oggi. Piazza Fontana, per esempio, viene ricordata perché da lì si fa partire la strategia della tensione, come se prima la Repubblica Italiana fosse vissuta in qualche edenica età dell’oro (cosa del tutto smentita dal graphic reportage di Barilli e Fenoglio, che ricostruisce le radici della bomba in tutta una costellazione di fatti che parte da ben prima del fatidico 12 dicembre 1969…).

Ultima considerazione: dopo aver attraversato il groviglio di mezze verità, testimonianze rese e ritrattate (basta leggere la parte relativa alle deposizioni di Tramonte e Romani), documenti contraddittori, false piste, inganni e tranelli (dei quali sono vittime anche gli stessi neofascisti, come Giorgio Spedini e Kim Borromeo, per non parlare del trio di Pian del Rascino), incidenti imprevisti (Silvio Ferrari saltato in aria con la bomba che trasportava con la sua Vespa), perizie menzognere e memorie labili, viene da pensare che qui ci venga mostrato una sorta spaghetti-postmodernism, la versione italiana di Libra di Don DeLillo; una serie di penultime verità, prendendo a prestito un titolo di Philip K. Dick, che possono sempre essere ribaltate o assumere un significato del tutto diverso. Viene in mente JFK di Oliver Stone, ma traslato in questi nostri anni Settanta assai meno provvisti di glamour, eppure accomunati alla storia americana dalla difficoltà di capire chi veramente ha ordito le trame, piazzato le bombe, salvato i colpevoli, eliminato testimoni, contraffatto prove.

Sarà un caso se le paranoiche narrazioni dei postmodernisti americani, in primis Dick e DeLillo, hanno fatto tanta presa da noi? Forse sentivamo aria di casa, nonostante le abissali differenze tra gli Stati Uniti e la nostra Italietta. In entrambi i paesi, la storia va ancora scritta; intanto teniamoci stretto il capitolo riassunto in Piazza della Loggia.

http://main.beccogiallo.net

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