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Perdenti fra vendetta e impossibile giustizia

Brian Azzarello e Eduardo Risso, Moonshine, Vol. 1, tr. Francesco Matteuzzi, Mondadori, pp. 150, € 18,70 stampa

di DOMENICO GALLO

La coppia Azzarello e Risso ha firmato una delle opere fondamentali del fumetto contemporaneo, la lunga e articolata 100 Bullets che ha messo a nudo molti aspetti critici della società statunitense come la povertà e il degrado delle periferie, le difficoltà degli immigrati, la netta separazione tra le classi e, contemporaneamente, il ruolo autonomo (disancorato?) del potere. Sotto l’influenza di scrittori classici del noir come Jim Thompson, David Goodis e James M. Cain, il fumetto di Azzarello e Risso si è distinto soprattutto per l’eccezionale capacità di tessere una trama mirabilmente complessa a partire dalla sete di vendetta che stagna in molti fallimenti umani. Vendetta, non giustizia perché la lezione dei looser del noir statunitense viene riproposta con la denuncia politica di un potere fuori controllo e immorale.

Moonshine è il titolo perfetto per questa nuova storia ambientata durante il proibizionismo; il significato principale evoca il chiaro di luna dei racconti del terrore e, in particolare, dei licantropi, ma nel parlato, moonshine significava, allora, l’alcool illegale e prodotto di contrabbando. Ambientata nel 1929, la storia ruota attorno alle vicende di mister Pirlo, un gangster di mezza tacca al soldo del potente Joe Masseria che deve individuare un’eccellente distilleria clandestina. La ricerca conduce Pirlo nelle foreste del West Virginia, in un mondo rurale in cui valgono regole diverse rispetto a quelle delle città, dove sopravvivono riti tribali sia tra i neri, attraverso il loro legame con l’Africa, sia tra i bianchi, resi selvaggi e imprevedibili dal contatto costante con una natura ancestrale. Pirlo, detentore del denaro promesso dalla malavita in cambio del liquore, è il portatore di una civiltà malata destinata a sconvolgere i precari equilibri di quel piccolo world apart.

Il primo volume di Moonshine ci propone un’opera molto più lineare e classica di 100 Bullets o degli interventi nella collana America Moster, firmati da Azzarello in coppia con Jouan Doe; una tecnica narrativa più “tradizionale”, con un unico protagonista e una storia principale molto rigorosa. La costruzione del protagonista, un gangster di fatto molto umano e un po’ fuori luogo tra i killer di Masseria, sembra distaccarsi dalla crudeltà estrema e dal cinismo che aveva caratterizzato la violenza narrativa di 100 Bullets, e forse è un ritorno a una scansione più simile al capolavoro del fumetto di guerra contemporaneo come Sgt. Rock dove la storia presenta un centro molto ben definito (di Azzarello in coppia con Joe Kubert).

Moonshine volume 1, un po’ come le stagioni delle serie TV, finisce con un punto di svolta narrativo dove la trama, anziché chiudersi, si apre e sembra imboccare la strada dell’horror. Non ci resta che attendere…

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Tutti responsabili, anche gli assolti

Emanuele Bissattini, Floriana Bulfon, Domenico Esposito e Claudia Giuliani, Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi, Round Robin editrice, pp. 124, € 15 stampa

di DAVIDE CARNEVALE

Il ruolo fondamentale giocato dalle immagini nella tortuosa vicenda giudiziaria e mediatica creatasi attorno alla morte del giovane Stefano Cucchi, avvenuta il 22 ottobre 2009 nel reparto di Medicina Protetta dell’ospedale “Sandro Pertini” ad appena una settimana dall’arresto del trentunenne romano per detenzione di stupefacenti, si direbbe paradigmatico di quel bisogno di immediatezza espressiva e comunicativa che caratterizza sempre più il nostro tempo. Un ruolo intuìto prontamente dall’avvocato Fabio Anselmo nel suggerire alla famiglia Cucchi di scattare quante più foto possibili durante l’autopsia, quelle stesse, terribili foto che, mostrate alle telecamere, avrebbero lasciato un segno indelebile nell’opinione pubblica dando una decisiva svolta a un processo che, dopo cinque anni e con l’assoluzione dei medici per insufficienza di prove, lasciava di fatto l’omicidio senza un colpevole.

Dopo il film Sulla mia pelle dello scorso anno – diretto da Alessio Cremonini e prodotto da Netflix, che racconta con taglio documentaristico gli ultimi giorni di vita del ragazzo – il volume pubblicato da Round Robin Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi si rivolge ancora una volta alle potenzialità dell’immagine (disegnata, in questo caso). È un ottimo esempio di quel graphic journalism che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, tanto nelle testate generaliste che sul web (dove si distingue la rivista online  Stormi ), per la sua capacità di combinare fruibilità del fumetto e rigore dell’informazione giornalistica.

Un difficile equilibrio raggiunto, in primo luogo, grazie all’eterogeneità della squadra di autori coinvolti. La sceneggiatura – sempre che di sceneggiatura si possa parlare per una storia che punta a ripercorrere le diverse fasi dell’inchiesta giudiziaria unicamente attraverso atti processuali, verbali, interrogatori, intercettazioni e altre fonti – firmata da Floriana Bulfon, giornalista de L’Espresso e la Repubblica, e dallo scrittore di noir Emanuele Bissattini – si presenta come un lavoro coeso, unitario; i due disegnatori Domenico Esposito (qui alla sua prima pubblicazione) e Claudia Giuliani, già apprezzata matita del giornalismo grafico (al suo attivo vanno segnalati Soldi sporchi. Corruzione, riciclaggio e abuso di potere tra Europa e Delta del Niger, del 2015, con cui ha vinto la prima edizione del premio Andrea Pazienza come miglior graphic novel d’inchiesta, e L’alleato Azero. Gas e petrolio contro i diritti umani, pubblicato l’anno successivo), si avvicendano nelle sei parti che compongono il fumetto giocando sui contrasti generati dal loro diverso stile, nitido e crudamente realista quello di lui, ricercatamente “sporco” ed espressionista quello di lei.

L’intero volume è, del resto, costruito sui contrasti: a partire dalla copertina, dove la monocromia del bianco e nero è spezzata dal rosso della divisa dei carabinieri (ma anche del sangue, della violenza), così come dall’intricato groviglio di versioni discordanti, ricostruzioni contraddittorie, testimonianze inconcludenti di cui i testi danno conto, senza curarsi troppo del lettore disorientato di fronte alla frammentarietà e disorganicità di una simile mole di informazioni.

Gli stessi autori, non a caso, hanno ribadito in più di un’intervista come la maggior difficoltà che si sono trovati ad affrontare sia stata rappresentare e rendere interessante, attraverso le possibilità del fumetto, la complessità di una vicenda assurda e drammatica, di una realtà ben lontana da qualsiasi logica consequenziale e da ogni forma di narrativizzazione. Ogni cosa, dalle singole soluzioni grafiche adottate (di innegabile efficacia visiva) all’eclettica costruzione delle tavole, dal lettering all’organizzazione interna degli episodi, è tesa a far emergere, con dolorosa violenza, dalle profondità della china e dal bianco della pagina un’oscurità che nulla ha a che vedere con il tratto disegnato: il buio della settimana di agonia vissuta da un giovane spaventato e solo, calato sull’insensatezza della sua morte, il buio in cui per nove lunghi anni una famiglia è stata abbandonata al suo dolore, nella speranza che lentamente rinunciasse al suo diritto di conoscere, di avere giustizia. Il buio, infine, più nauseante: quello in cui, con la morte di Stefano Cucchi e di tanti altri (solo nello scorso anno sono stati più di centoquaranta i detenuti che hanno perso la vita nelle carceri italiane in circostanze poco chiare), piomba ogni volta un intero Paese e le sue istituzioni: perché se è vero che pochi hanno alzato le mani su di un ragazzo inerme, questo fumetto ci ricorda che in troppi hanno abbassato lo sguardo lasciando tacitamente che ciò accadesse.

“Tutti hanno avuto responsabilità nella storia”, è l’inappellabile verdetto pronunciato in queste pagine, “anche gli assolti”.

Poco importa, allora, stabilire se si tratti di un fumetto “bello” o meno; Il buio. La lunga notte di Stefano Cucchi è prima di tutto un’opera necessaria, doppiamente opportuna: sia per il suo impegno a mantenere alta l’attenzione su di una vicenda esemplificativa dello stato di salute della società in cui viviamo, sia anche per il suo dimostrare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – che il fumetto, in quanto specifica forma di linguaggio, può e deve ambire a raccontare qualsiasi aspetto tanto del reale che dell’immaginario, ben al di là della gabbia dorata dell’intrattenimento e della produzione di consumo in cui solitamente è costretto.

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El cantor de tango

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Carlos Gardel, tr. Fiorella Di Carlantonio, Edizioni Sur, pp. 127, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Sur ripropone questo meraviglioso Carlos Gardel (già uscito nel 2010 per Nuages), opera di due grandi dell’arte sequenziale, uno residente da anni e anni in Italia (Muñoz), l’altro invece nella natia Argentina (Sampayo). Che disegnatore e sceneggiatore del volume meritino l’appellativo di “grandi” lo attesta il fatto (tanto per dirne una) che la loro serie hard-boiled Alack Sinner è tra le ispirazioni riconosciute di Sin City, di Frank Miller. Questo non deve stupire più di tanto nella misura in cui Miller ha reso omaggio a Hugo Pratt ne Il ritorno del cavaliere oscuro, e Muñoz considera il creatore di Corto Maltese come suo maestro; quella del fumetto è un po’ una grande famiglia.

Veniamo ora al protagonista di questa sorta di graphic biography, Carlos Gardel. Non si tratta semplicemente un grande cantante argentino, e forse il più grande cantante di tango di tutti i tempi. Non si tratta solo di un uomo di grande talento, che era anche attore, compositore e paroliere. Charles Romuald Gardès, in arte Carlos Gardel è per gli argentini una sorta di icona nazionale – e per questo una figura affascinante per chi, come Muñoz e Sampayo, opera combinando immagini e parole. Nel loro fumetto i due artisti vogliono renderci Gardel come simbolo dell’Argentina, indissolubilmente legato a quella musica che associamo immediatamente con il paese sudamericano, e cioè il tango (anche se la genesi della musica e del ballo è rivendicata pure dagli uruguayani, e secondo Borges sarebbe la milonga ad esprimere la vera anima argentina).

Data lo status iconico del grande cantante e musicista, non stupisce che attorno alla figura di Carlitos Gardel ci sia tutta una fioritura di miti, dicerie, dubbi e anche veri e propri misteri. Se per esempio è appurato ormai che il più argentino dei cantanti argentini nacque a Tolosa nel 1890, quindi francese come la madre, resta ancora da chiarire come mai nel 1920 fece domanda per veder riconosciuta la sua nazionalità uruguayana, dichiarando di essere nato a Tacuarembó, in Uruguay, per poi richiedere la nazionalità argentina solo tre anni dopo. E altri episodi della sua vita, nonché della sua morte nel 1935 in un incidente aereo (di tutti i posti a Medellín, in Colombia, allora non ancora tristemente nota per altro motivi), restano poco chiari ancora oggi.

Non mi dilungherò sulla serie di misteri che ruotano attorno al personaggio di Gardel, anche perché Muñoz e Sampayo lo fanno assai meglio di quanto possa fare io. Non a caso la storia ha una cornice, un programma televisivo, Amichevoli sparatorie, nel quale il professor Herrera Schwartz, esperto in identità nazionale, e Barrasa, che viene presentato come massima autorità mondiale su Carlos Gardel, più che dibattere si scannano con versioni contrastanti della vita del cantante musicista e attore. Uno dei due commenta, durante un infuocato scambio di battute, «sempre sull’orlo della guerra civile, noialtri», sottintendendo argentini, ovviamente. Le diverse ricostruzioni dei due esperti rendono l’idea della contraddittorietà della vicenda di Gardel, dei suoi lati oscuri, dei suoi buchi.

Ma i due autori hanno trovato il modo di complicare la faccenda ancor di più, inserendo nella storia Romualdo Merval, un vecchio che sostiene di aver ucciso il cantante (quando si sa bene che è morto in un incidente aereo col resto del suo complesso), e che per tutta la vita ha sofferto di una sorta di psicotica identificazione col divo. Merval è un po’ per Gardel quello che Mark David Chapman è stato per John Lennon, o meglio, avrebbe potuto esserlo, perché mentre Chapman ha realmente fatto fuoco su Lennon, in tutto il fumetto Merval segue il cantante ripetendosi ossessivamente che lo deve uccidere senza però mettere veramente in atto il suo proposito. Quindi Merval come assassino mancato e probabile psicopatico e mitomane, un personaggio che dà a quella che potrebbe essere una semplice biografia quel tanto di immaginario che, vista la dimensione mitologica di Gardel, non guasta, anzi, rende ancora più evidente la natura già di per sé romanzesca del personaggio storico.

Infine, il disegno di Muñoz. Nella sua prefazione Riccardo Falcinelli fa una serie di osservazioni acute e puntuali che invito tutti a leggere; mi preme solo aggiungere che nel suo mescolare di tanto in tanto figure nettamente antropomorfe, anche se delineate con un tratto assai personale e più scolpito che cesellato, con animali umanizzati ai confini col disneyano (cosa notata da Falcinelli) Muñoz sta ben dentro quello che potremmo chiamare postmodernismo. Una mossa che nel fumetto viene più facile che nella letteratura verbale, e che nella sua stranezza s’armonizza con la vicenda tra storia leggenda e mistificazione del grande Gardel. Falcinelli la riporta a quegli anni Trenta affollati di miti e proiettati dal cinema; giusto, ma direi che c’è anche dentro la lezione di Pratt, e del suo incessante attraversare la linea di confine tra storia e immaginario.

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Vite brevi, vite americane

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Billie Holiday, tr. D. Bertaina, Edizioni Sur, pp. 79, euro 15,00 stampa

Alessandro Di Virgilio, Toni Cittadini e Rossano Piccioni, Ted Bundy – Il male assoluto, Edizioni Inkiostro, pp. 47, euro 19,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Ho voluto accoppiare questi due fumetti perché appartengono entrambi a un genere che ultimamente sta letteralmente dilagando, quello delle biografie narrate con parole e immagini sequenziali; basti pensare alle numerose proposte della casa editrice Becco Giallo per rendersi conto di quanto spesso la vita di personaggi famosi per le ragioni più disparate venga inquadrata in vignette e raccontata in didascalie. Sicuramente c’è anche una componente didattica in tutto questo, avvicinare bambini e adolescenti a figure storiche attraverso un linguaggio che parli loro più immediatamente; però il successo dei fumetti biografici è anche prova del fatto che l’arte sequenziale non vive in un vuoto, e risponde agli stessi stimoli ai quali è sensibile la letteratura puramente verbale (per molti ancora l’unica Letteratura con tanto di maiuscola). Sarà un caso se le vite disegnate fioriscono nello stesso periodo in cui incontrano il favore del pubblico scrittori come Joyce Carol Oates ed Emmanuel Carrère, o le autofiction di Walter Siti?

Dopo aver detto biografia, però, non abbiamo ancora detto niente. La narrazione di una vita in parole e immagini si può articolare in tanti modi, e questi due volumetti (per numero di pagine, non per formato) lo dimostrano. A partire dalla scelta dei personaggi dei quali si vogliono illustrare le vicende – entrambe tragiche, ma in modo del tutto diverso. Abbiamo infatti una vittima e un carnefice; una donna e un uomo; una grande artista e un famigerato serial killer. E siccome entrambi sono stati cittadini degli Stati Uniti, va sottolineato che lei Eleanora Fagan, in arte Billie Holiday (1915-1959) era nera, e lui, Theodore Robert Bundy, alias Ted Bundy (1946-1989) era bianco. Ovviamente la vittima è lei, anche detta Lady Day, l’angelo di Harlem, con alle spalle un’infanzia devastata, un’adolescenza miserabile (fu anche costretta a prostituirsi), e poi tossicodipendenza e alcolismo, nonché i soprusi e le umiliazioni del pregiudizio razziale; mentre Bundy, con almeno trenta omicidi al suo attivo in soli quattro anni, è altrettanto ovviamente il carnefice.

L’approccio delle due biografie grafiche, si diceva, è assai diverso. Intrecciano tempi diversi con una serie di flashback che sfumano l’uno nell’altro i due grandi argentini, partendo dall’inchiesta di un giornalista che deve scrivere un servizio sulla Holiday in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, con una serie di raffinatissime tavole tracciate da Muñoz col suo tratto tra il primitivista e l’espressionistico, con una netta prevalenza dei neri che evoca il carattere notturno del jazz, ma anche il colore della cantante, nonché il noir di una storia che è quasi criminale. Più secca e cronologicamente ordinata la serie delle efferate gesta di Bundy, schegge di un’orgia di violenza e perversione (prima uccideva le sue vittime, poi le violentava), con un disegno più grafico ma pur sempre in bianco e nero, come a raggelare la brutalità degli omicidi; e intrecciando la storia con la musica del periodo, evocata tramite le parole delle canzoni di David Bowie, dei Deep Purple, degli Eagles. A fare da intermezzi tra un assassinio e l’altro, le interviste ai testimoni, inquadrate in uno schermo televisivo, una soluzione che riecheggia The Dark Knight Returns di Frank Miller.

Del resto Ted Bundy – Il male assoluto fa parte di una serie intitolata «The Real Cannibal – La vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti», quindi spinge sul sensazionale, sbatte il mostro in copertina, per così dire. Eppure la violenza estrema e orrorifica di questa biografia grafica e quella più ordinaria, e spesso più psicologica che fisica, rappresentata in Billie Holiday (particolarmente straziante la scena in cui la cantante viene lasciata nuda per strada da Rufus, il suo ex-protettore, col quale è legata da un rapporto morboso, ed è oggetto di scherno da parte dei poliziotti bianchi), sembrano in fin dei conti avere le stesse radici. Ci sono strane, quasi arcane assonanze tra la vita della cantante nera e del mostro bianco: vittima di una serie di uomini la Holiday, e carnefice di una serie di vittime Bundy; entrambi poi caratterizzati da un’infanzia disastrosa, nati da famiglie (come si dice oggi) monoparentali, abbandonata dal padre Holiday in tenerissima età, figlio di ragazza madre Bundy, tanto che l’identità del genitore è oggetto ancora oggi di ipotesi – e si sospetta addirittura una nascita incestuosa, con la madre Eleanor (notate il nome!) Louise Cowell messa incinta dal nonno di lui e padre di lei Samuel. Siamo a Chinatown, direbbe Polanski per bocca di Jake Gittes. Miseria, violenza, psicopatia borderline sembrano aver assediato Billie e Ted fin da piccoli; in un caso ne è uscita l’arte, nell’altro la morte. In entrambi i casi, vite brevi e disperate, anche se pure durante la lunga attesa nel braccio della morte Bundy fu atrocemente impassibile.

Sono storie americane, storie di suprema bellezza e terrore assoluto. Sono anche storie, volendo, segnate dalla differenza: di genere forse ancor più che di colore (i maschi che si sono approfittati di Billie Holiday non erano affatto tutti bianchi; e l’unico vero amico era il sassofonista Lester Young, notoriamente omosessuale). In tempi di dibattito sulla violenza che le donne subiscono, entrambe queste biografie mi sembrano rilevanti.

E concludo: non voglio fare confronti di qualità tra il lavoro di due mostri sacri come Muñoz e Sampayo e il duo Di Virgilio e Cittadini (Massimo Picozzi e Rossano Piccioni firmano solo la breve introduzione – anch’essa, coerentemente, a fumetti). Sarebbe profondamente ingiusto; i due maestri possono permettersi trovate geniali come il cameo nel loro fumetto di Alack Sinner, il detective disincantato che li ha fatti conoscere, eroe amaro di un hard-boiled fortemente politicizzato; hanno una storia alle spalle, e possono giocarci. La mia ammirazione va indiscriminatamente a tutti gli autori: ai Grandi Vecchi per la loro maestria, ai giovani leoni per il coraggio e l’intraprendenza che dimostrano. Promettono bene, gli autori di Ted Bundy; e magari, chissà, tra quarant’anni faranno parte anche loro della hall of fame dell’arte sequenziale. Li terremo d’occhio.

(Doveroso aggiungere che la graphic biography di Muñoz e Sampayo era stata già ristampata nel 2014 da Edizioni BD, perché la prima edizione in volume risale al 1993, per i tipi di Rizzoli; la primissima pubblicazione fu su Corto Maltese nel 1990, in due puntate.)

Di Muñoz e Sampayo la nostra Rivista recensirà anche Carlos Gardel, sempre edito da Sur.

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Mostruose commistioni

Il mito di Frankenstein nel fumetto italiano

di DAVIDE CARNEVALE

Se si considera che, al pari del mostro di Frankenstein, anche il fumetto, in quanto forma espressiva, si presenta come il risultato di un’inspiegabilmente salda aggregazione di parti tra loro eterogenee (verbali e figurative, in questo caso), non stupisce lo straordinario fascino che il romanzo di Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley ha esercitato nel tempo sul medium, tanto in qualità di semplice fonte di ispirazione che di modello da riscrivere e reinterpretare instancabilmente. Realizzare una ricognizione esaustiva delle tante trasposizioni fumettistiche, più o meno fedeli, di quello che possiamo considerare a tutti gli effetti un vero e proprio mito letterario moderno, così come delle innumerevoli variazioni sul tema ad esso collegate, sarebbe un’impresa ai limiti del possibile, anche qualora si volesse dare conto del solo ambito italiano, proprio in ragione dell’ampiezza e della profondità del radicarsi delle influenze del romanzo primo-ottocentesco nell’immaginario del secolo successivo. Basti pensare all’enorme debito che hanno verso l’ambizione di dare vita alla materia inerte che assilla Victor Frankenstein, archetipo di tutti gli scienziati pazzi che affollano la letteratura, la figura dell’androide, discendente futuristico del mostro, o quella dello zombie, rilanciata dai film dell’orrore di Romero e, in tempi più recenti, dalla serie The Walking Dead di Robert Kirkman).

Perfetto esempio di questa capillare incidenza sul fumetto italiano è la miniserie bonelliana Greystorm, pubblicata nel 2009 e conclusasi con il dodicesimo albo l’anno successivo, in cui l’omonimo protagonista sembra ricalcare perfettamente, nella sua spasmodica ricerca di conoscenza, le orme del dottor Frankenstein, fino a condividerne il tragico destino tra i ghiacci del polo (sud, stavolta). I tanti richiami, neppure troppo velati, all’opera di Mary Shelley trovano d’altronde una diretta conferma nell’inserimento della giovane scrittrice tra i personaggi del volumetto Ex vitro vita, che integra i capitoli originali con una storia in cui i dilemmi etici legati alla creazione della vita in laboratorio evocati dal titolo si mescolano alla questione femminista in un’articolata struttura narrativa a più voci, che rimanda ancora una volta al romanzo.

Più chiaramente a quest’ultimo fa riferimento la riscrittura, dalla dolente carica erotica, di Guido Crepax, edita nel 2002, così come il terzo albo della storica serie Alan Ford, datata addirittura luglio 1969, che dietro all’enfatico titolo Operazione Frankenstein nasconde gli improbabili esperimenti di un caricaturale scienziato nazista alla continua ricerca di cavie umane dalle quali prelevare le «parti di ricambio» commissionategli da un facoltoso cliente con il sogno dell’immortalità, sogno accidentalmente infranto dallo strampalato agente segreto ideato da Max Bunker e Magnus, che mettono qui in piedi un riuscito divertissement sul tema del mad doctor. Un più concreto e credibile traffico di organi fa da sfondo, nel 2002, alla storia raccontata e disegnata dal poliedrico Paolo Bacilieri nel ventottesimo numero di un’altra fortunata serie Bonelli, Napoleone, il cui titolo Le lacrime di Frankenstein si ricollega senza troppi sottintesi tanto alla faustiana irrequietudine dello scienziato ginevrino quanto alla lacerante disperazione della sua Creatura, condizioni che si confondono nella figura di uno squilibrato che nel buio della sua cantina smembra i genitori per ricomporli in un unico organismo, orrido surrogato di un’unità familiare mai conosciuta.

Se si parla di Bonelli e di letteratura dell’orrore, però, non si può non chiamare in causa quello che è per molti versi il più fortunato dei personaggi della casa editrice milanese, vale a dire l’indagatore dell’incubo Dylan Dog, che in Frankenstein! (numero 60 della serie regolare, anno 1991) è chiamato a confrontarsi con un misterioso serial killer creato in laboratorio, che si discosta dal mostro del romanzo solo per alcuni non ben spiegati poteri telepatici, variante insufficiente, come ironizza lo stesso protagonista in una delle tante parentesi metaletterarie che inframezzano la vicenda, a giustificare un remake. La sostanziale sovrapponibilità, a livello di trama, delle due opere (segnalata già dal titolo del fumetto, distinguibile solo per quel punto esclamativo che sembra volerne denunciare la natura pop) è messa tuttavia in discussione dal maggior peso che la Creatura ha nell’albo: è il mostro il vero focus su cui ruota la vicenda, che si dimentica ben presto della figura dello scienziato che ne ha messo in moto gli eventi, brutalmente assassinato già nelle primissime pagine. Del resto non manca altrove, nella serie, una folta schiera di dottori ossessionati dalle potenzialità della scienza che molto devono al personaggio di Victor Frankenstein, tra cui lo stesso padre di Dylan, il malvagio negromante Xabaras. Archiviato il rapporto conflittuale tra l’essere e il responsabile della sua sventurata venuta al mondo, lo sceneggiatore Claudio Chiaverotti si concentra, piuttosto, sul motivo classico (autenticamente sclaviano) del «mostro con un’anima», spingendo, grazie anche alla straordinaria espressività dei volti disegnati da Giovanni Freghieri, su quel patetismo che nel capolavoro di Mary Shelley si mantiene sempre sotterraneo. Anima che non impedisce alla Creatura, beninteso, di massacrare a sangue freddo ben cinque uomini – «più mostruosi dei mostri», però, in quanto colpevoli dell’omicidio di una bambina – prima di esaurire il suo tempo nel mondo e spegnersi serenamente in una sequenza che si presenta come un grande omaggio degli autori al finale di Blade Runner.

Un ulteriore pastiche postmoderno si rivela essere l’interessante Mister Hyde contro Frankenstein (Editoriale Cosmo, 2010), del francese Olivier Dobremel (in arte Dobbs), inserito un po’ a forza in questa carrellata di fumetti italiani in virtù degli ottimi disegni del napoletano Antonio Marinetti, capaci di restituire le angosciose atmosfere gotiche di una Londra alternativa – tutta letteraria – di fine Ottocento, nelle cui strade personaggi di pura invenzione si mescolano a figure realmente esistite, per quanto avvolte nella leggenda, come Jack lo Squartatore e Joseph Merrick, più tristemente noto come «l’uomo elefante». In un simile scenario, dove la realtà si confonde con la finzione, l’interesse del dottor Jekyll e del suo pericoloso alter ego per i segreti racchiusi nel corpo ibernato della mostro, recuperato dal capitano Walton dopo aver abbandonato al suo destino Victor Frankenstein nella gelida desolazione artica, fornisce il pretesto per il susseguirsi di una serie di combattimenti tra nerboruti energumeni che non sfigurerebbe nelle migliori pagine de L’Incredibile Hulk o in un action movie d’antan, abilmente inframezzata da un fitto gioco di rimandi e citazioni che trasforma il fumetto in una sorta di accattivante compendio della narrativa gotica e fantastica del diciannovesimo secolo (che molto deve ad Alan Moore, ovviamente).

Già da questa breve e inevitabilmente parziale rassegna appare evidente, al di là della ricchezza di soluzioni e varianti adottate dai diversi autori nel rifarsi al mito frankensteiniano, testimonianza dell’assoluta fecondità – mai attenuatasi nei suoi due secoli – del capolavoro di Mary Shelley, la tendenza del fumetto a rielaborarne piuttosto liberamente motivi e personaggi, evitando in genere una riscrittura troppo vicina all’originale. Le ragioni di ciò vanno cercate in primo luogo nella complessità del testo stesso, nella sua studiata polifonia che vede avvicendarsi il racconto retrospettivo di Victor e quello della sua Creatura, in un duplice flashback racchiuso all’interno della cornice epistolare offerta dal resoconto che il capitano Walton fa alla sorella Margaret della sua esplorazione del circolo polare artico; un raffinato gioco di scatole cinesi che, per quanto dimostri l’eccezionalità del lavoro della Shelley anche dal punto di vista formale, poco si adatta all’immediatezza visiva del linguaggio fumettistico. A frapporsi, poi, tra l’allusività della parola letteraria e il suo tradursi nell’evidenza del segno grafico è anche la laboriosa ricerca di un uso retorico dell’indeterminatezza che il romanzo condivide con buona parte della narrativa fantastica dell’epoca, una vaghezza descrittiva che ha mostrato il fianco all’imporsi di un’estetica «apocrifa», di provenienza prevalentemente cinematografica, che è andata col tempo a sovrascriversi all’opera originale, riempendone i «vuoti» (mai tanto rilevanti come in questo caso). Ecco che quando si parla di Frankenstein il pensiero corre subito all’imponente figura dalla fronte innaturalmente ampia e al laboratorio ingombro di bobine e alambicchi fumanti proposti da film come quello di James Whale del 1931 – con un indimenticato Boris Karloff negli incomodi panni del mostro – o quello diretto nel 1994 da Kenneth Brenagh, lì dove il testo invece tace, lasciando al lettore il compito di rintracciare gli indizi (e, ancor più, le omissioni) sparsi nel racconto non troppo affidabile del protagonista e di desumerne, così, i dettagli. Poco importa che nel romanzo il procedimento in grado di riportare in vita un corpo inanimato sia appena intuibile dal febbrile interesse di Victor per lo studio dell’elettricità e dell’anatomia umana; quasi un secolo di cinematografia sull’argomento ha mostrato i segreti del folle esperimento da ogni angolazione possibile.

Da un simile repertorio iconografico, saldamente sedimentato nell’immaginario comune, sembrano volersi distaccare Giulio Antonio Gualtieri e Riccardo De Stena con il loro rigoroso adattamento, fedelmente intitolato Frankenstein, pubblicato da Star Comics nel 2015 per la collana «I Maestri dell’Orrore»: un coraggioso tentativo di fare, nel rispetto del modello letterario, tabula rasa delle tante soluzioni proposte dal cinema che trova espressione, in primo luogo, nell’attenta rimodulazione dei personaggi della storia. La Creatura torna, in quest’ottica, ad essere un vero e proprio revenant animato unicamente dal desiderio di vendetta, una figura che, disfattasi di ogni sorta di patetismo e riacquistata la sua tragica e malinconica grandezza, appare ben poco sulla pagina, pur lasciando sempre percepire la sua incombente presenza; mentre recupera un’originale centralità il suo diabolico creatore, ben delineato nel suo ruolo di contorto e tormentato don Chisciotte sempre alla ricerca di una conoscenza capace, al pari dei segreti degli alchimisti medievali studiati nella biblioteca paterna, di compiere veri e propri miracoli, compreso quello di donare la vita a un corpo artificiale. Al racconto della genesi divina dell’uomo – o, per meglio dire, a una delle sue innumerevoli varianti – fa direttamente riferimento, non a caso, De Stena per la scena cruciale della nascita del mostro, condensando in una delle vignette più efficaci dell’intero volume molte delle considerevoli questioni avanzate dal romanzo, attraverso una dissacrante rivisitazione della michelangiolesca Creazione di Adamo (il primo rappresentante biblico dell’umanità è, d’altra parte, rievocato più volte dalla stessa Mary Shelley, che non a caso prende a epigrafe del romanzo versi del Paradiso perduto di Milton…). L’essere deforme tende la mano verso il suo demiurgo, che però si ritrae inorridito di fronte al risultato della sua presunzione; perché a continuare a turbarci, da due secoli a questa parte ormai, dell’ammasso di cadaveri riportato in vita dal folle e geniale Victor Frankenstein, più di tutti i fantasmi e i vampiri sanguinari della letteratura dell’orrore, è la sua sostanziale vicinanza a noi, il suo incarnare, in altre parole, la natura realmente «mostruosa» (anche in senso etimologico, come «segno divino») dell’uomo, come lui creazione imperfetta e piena di solitudine.

Oggi abbiamo pubblicato anche la recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, La straziante resurrezione di Victor Frankenstein; continueremo con una puntata della rubrica PULP Vintage dedicata alla rielaborazione del romanzo di Mary Wollstonecraft Shelley operata da Brian Aldiss in Frankenstein liberato; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson. A chiudere, un itinerario di letture incentrato sulla Creatura (e sul dottore)…

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Vita di Mister Marvel

Bob Batchelor, Stan Lee: Il padre dell’universo Marvel, tr. Sara Terrinoni e Amanda Schüpbach, Leone Editore, pp. 288, €19,90 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, è morto Stan Lee, creatore dell’Universo Marvel. Solo poche settimane prima Leone Editore aveva pubblicato la traduzione italiana della biografia del 2017 scritta dallo storico Bob Batchelor, che in originale si intitola Stan Lee – The Man behind Marvel. Questi i fatti.

Con Stan Lee devo trattenermi, controllare i termini, non sparare superlativi, cercare di ridimensionare. È molto difficile perché si tratta della mia formazione emotiva ed estetica. Nonostante sia cosciente che questo autore abbia anche dei lati criticabili (una certa autoreferenzialità, per esempio?), la mia infanzia (ma si può dire la mia vita) è stata illuminata, sconvolta, esaltata dalle sue creazioni.

I fumetti Marvel, quando li ho conosciuti nei primi anni ‘80, erano diversi dagli altri. C’era in essi un’esplosione di energia, tensione, dramma, conflitto, c’erano tanti problemi, cosmici e comuni, che schiacciavano i personaggi. E poi c’era una cosa incredibile, ancora oggi sottovalutata: la Marvel era un vero e proprio universo. I personaggi si incontravano, i fatti accaduti in una serie potevano influenzare quelli di un’altra. Erano storie intense, fulminanti e nello stesso tempo lente nella gestione delle cosiddette sottotrame. Erano divertenti e tragiche, c’erano momenti di lunghi dialoghi e sequenze di silenzio. C’erano quei disegni, fatti di muscoli, di costumi, di lampi, di visioni psichedeliche, di villain incredibili, goffi e inquietanti, folli ed eleganti e schizzi di strade americane, di mattoni rossi, di metropoli, di grattacieli, di homeless, di chioschi di giornali, di marciapiedi…

Quando lessi per la prima volta i fumetti Marvel, a sei anni, fui sicuro che quelle atmosfere non mi avrebbero più lasciato. Per me la Marvel è stata come il rock and roll, come una febbre, la cosa più vicina ad uno shock culturale che la mia mente di bambino potesse provare.

Oggi la Marvel non è più una semplice casa editrice di fumetti: è un marchio, è un mondo, anche se è di proprietà della Disney e non più indipendente. I suoi personaggi sono patrimonio di tutti, non solo, come prima, dei ragazzini e dei nerd. Insomma, è parte della cultura del XX secolo ma anche del XXI. E di questa incredibile fetta dell’immaginario contemporaneo è responsabile, primariamente, un uomo: Stan Lee. Quest’uomo, diciamolo subito, non era da solo, anche perchè il metodo di lavoro da lui ideato, dava enorme libertà ai disegnatori con i quali discuteva per sommi capi la storia per aggiungere i dialoghi solo a tavole ultimate. Con lui c’era in primo luogo Jack Kirby, autore grafico di tutti i personaggi storici tranne l’Uomo Ragno (al cinema Spiderman) di Steve Ditko. E poi John Romita, Don Heck, Jim Steranko, Bill Everett, Gene Colan, John Buscema, Gil Kane, Joe Sinnott, per citare solo alcuni dei primi disegnatori che crearono centinaia di storie seguendo il Metodo Marvel. Qui non si vuole tornare sull’annosa questione di chi ha creato i supereroi Marvel, di quanto abbiano pesato i suoi collaboratori, Kirby in primis. Quest’ultimo deve essere considerato fondamentale almeno quanto Lee e in alcuni casi più di Lee. Ma è stato Lee a diventare un personaggio celebre, una sorta di Disney del fumetto supereroistico, l’uomo che ha incarnato uno stile e una visione e la sua voce inconfondibile si sente in ognuno dei fumetti da lui sceneggiati.

Questa biografia che ci propone Leone Editore, molto dettagliata ed equilibrata, ci dà modo di scoprire chi sia Stan Lee al di là del suo ruolo carismatico nella casa editrice e, attraverso di lui, la Marvel delle origini e del periodo in cui il nostro definì il suo universo, sullo sfondo della storia americana del novecento. È qualcosa di raro, dato che nonostante lo sceneggiatore abbia pubblicato ben due autobiografie, conosciamo pochissimo di troppi momenti chiave della sua vita, privata o professionale che sia. E, tra le altre cose, scopriamo che Lee, così celebre e così perfetto come ambasciatore del fumetto nel mondo, in realtà è stato per decenni frustrato dalla bassa considerazione che il suo campo aveva nell’opinione pubblica e degli intellettuali.

Grande spazio prende, in questo libro, il primo periodo della vita di Lee. L’infanzia da figlio di immigrati ebrei rumeni a New York in piena depressione è un’esperienza che lo plasmerà in maniera definitiva. Il grande entusiasmo per la vita e per la metropoli, ma anche una tendenza privata all’autocommiserazione sarà qualcosa che non lo abbandonerà mai e che caratterizzerà anche il carattere di Peter Parker, tanto per dirne uno. E anche quel misto bizzarro ma riuscitissimo tra spacconeria e insicurezza che troveremo nel tessiragnatele è stato presente nel suo carattere da sempre.

L’essere cresciuto quando la disoccupazione era altissima e le tragedie familiari all’ordine del giorno farà di lui un uomo che, per molto tempo, non sarà capace di dire di no a qualunque proposta lavorativa.

Il suo ingresso come tuttofare alla Timely (la futura Marvel) è datato intorno al 1939, quando Stan ha solo 17 anni. Tutta la sua giovinezza la passa a creare, sceneggiare, programmare, selezionare una montagna di fumetti, buoni e cattivi, per tutti i generi possibili ed immaginabili, dalle storie criminali agli horror, dai fumetti d’amore ai supereroi. Nel 1941 debutta la prima celebre creazione di Jack Kirby: Capitan America, prodotta insieme a Joe Simon. È un grande successo; ma quella è un’epoca di repentine esplosioni e altrettanto veloci cadute. I lettori sembrano volubili e c’è l’impressione che non si possa impedire il loro fulmineo passaggio da una moda all’altra. E così anche gli editori si fanno furbi e e si mettono alla ricerca del nuovo genere, del nuovo, temporaneo successo. E Stan Lee, man mano che passa il tempo, è sempre più disilluso e stanco di quell’ambiente e si chiede sempre più spesso se a scrivere fumetti stia sprecando il suo tempo.

Passarono addirittura vent’anni prima che, alla fine dell’estate del 1961, i Fantastici Quattro dessero inizio ad una rivoluzione epocale per il fumetto e la cultura pop americana. Senza fermarsi un attimo Lee creò decine di personaggi e antagonisti, i principali dei quali analizzati nelle loro origini da Batchelor. Nel 1962 nascono Spider-Man (che comparve nell’ultimo numero di una serie già destinata alla chiusura, Amazing Adult Fantasy) e Hulk. Poi in soli sei anni: Thor, Ant-Man, Iron Man, X-Men, Daredevil, Gli Inumani, Pantera Nera, Dottor Strange, Capitan Marvel e Silver Surfer. Ho citato solo gli eroi e non i cattivi, gli straordinari nemici come Dottor Destino e Goblin, anch’essi personaggi indimenticabili e responsabili del successo marvelliano. Un decennio, quello degli anni ‘60, che creò un vero popolo di appassionati, per la prima volta fedele a una casa editrice e a uno stile narrativo, come mai più da allora. E quello stile, quel tono ironico, quelle idee, la capacità senza precedenti di ibridare la soap opera con l’avventura, le storie private con la fantascienza era tutto merito di Lee. Ed era merito suo anche l’aver costruito il mito della Marvel come Casa delle idee, come redazione di gente fuori dal comune ma amica dei lettori; non sorprende dunque che questi trovassero subito un’intesa senza precedenti con Lee e la sua voce, il suo linguaggio.

C’era bisogno di una biografia di Stan Lee anche in Italia, e questo è un libro che chiunque si interessi di Marvel dovrebbe legere, nonostante qualche errore di traduzione (ad esempio si parla dello scenggiatore Marv Wolfman al femminile e Zia May talvolta viene chiamata Mary). Perché Lee è stato davvero uno dei creativi più influenti del secolo scorso, ed è molto importante capire da dove provengano le sue idee, da quale temperie culturale e sociale e da quanta insicurezza e difficoltà siano derivati contemporaneamente un marchio di longevità straordinaria, una delle icone più potenti e durature della cultura pop mondiale (Stan Lee stesso) e un enorme patrimonio di personaggi e storie.

Stan Lee ha saputo determinare uno scatto di proporzioni impensabili del concetto di supereroe, dandogli contemporaneamente maggiore umanità e ancora maggiore straordinarietà. Il creatore di meraviglie è stato inoltre e subito un personaggio tra i più celebri dell’editoria, vero maestro dell’auto-promozione e questa biografia permette di capire, per quanto sia possibile, chi fosse davvero quell’uomo, Stanley Martin Lieber, che si celava dietro il sorridente, e immortale, Stan Lee.

http://www.leoneeditore.it/

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Discesa agli inferi senza ritorno

Grant Morrison, Chris Burnham, Nameless – Senzanome, tr. Leonardo Rizzi, Saldapress, pp. 192, € 29,90 stampa

recensisce DAVIDE CARNEVALE

Un filo oscuro, intricato e alle volte invisibile, sembra legare in vario modo da almeno cinquant’anni a questa parte il fumetto al controverso mondo dell’occultismo; non solo perché sono molte le opere che attingono a piene mani dall’enorme riserva tematica costituita dal sovrannaturale letterario, o perché non mancano personaggi ormai celeberrimi come il John Constantine di Hellblazer, i più datati Mandrake e Doctor Occult (creati rispettivamente nel 1934 e nel 1935), o ancora gli italiani Dylan Dog e Martin Mystere, tutti variamente coinvolti in faccende che rimandano al paranormale: a segnalare la profondità di un simile connubio (e delle sue implicazioni sugli sviluppi del medium) è in primo luogo il sincero interesse per certe conoscenze e pratiche esoteriche dimostrato da alcuni dei più importanti esponenti del panorama fumettistico internazionale, autori del calibro di Alejandro Jodorowsky, Alan Moore e Grant Morrison, tutti e tre maghi autoproclamati, che tra la scrittura di una sceneggiatura e l’altra si dilettano nella lettura delle carte e nello studio delle scienze arcane, occupazioni che hanno nel tempo permeato – non poteva essere altrimenti – la loro produzione artistica. Basti pensare, ad esempio, al peso che la passione di Jodorowsky per i tarocchi ha esercitato sulla serie fantascientifica L’Incal, o all’elaborata narrativizzazione di elementi cabalistici, gnostici e religioso-misterici in genere attuata da Morrison in quello che è certamente destinato a essere ricordato come uno dei suoi lavori più rappresentativi, vale a dire Nameless – Senzanome, pubblicato originariamente nel 2015 da Image Comics e portato, a due anni di distanza in Italia, e non senza una certa dose di coraggio, da Saldapress, che lo ripropone ora in un’edizione speciale di grande formato, ricca di interessanti contenuti aggiuntivi.

Andiamo subito al punto, senza tergiversare: quella di Morrison, in linea con gran parte della sua produzione, è un’opera complessa e stratificata, ai limiti di un’ermeticità gratuita (limite in diversi punti pericolosamente lambito, a dire il vero), in cui una moltitudine di piani di lettura diversi si sovrappongono, intrecciandosi tra loro per dare vita a quello che di primo acchito non potrà che apparire come un viaggio sfrenato (forse sarebbe più corretto parlare di trip) attraverso un incubo di cattivo gusto e privo di senso. Una fragile, precaria logica narrativa, tuttavia, c’è ed è possibile rintracciarla scavando a fondo nelle pieghe del testo, aiutati magari dal breve vademecum scritto dallo stesso Morrison e incluso da Saldapress, insieme ad alcune scansioni delle tavole originali, in appendice al volume, flebile lume (l’intestazione recita «Alcune chiavi per schiudere l’abisso di Nameless») contro l’oscurità di un’altrimenti inestricabile congerie di riferimenti che vanno da un fantastico di chiara ascendenza lovecraftiana a questioni di natura filosofico-esistenziale, dall’esotica e poco sfruttata mitologia precolombiana alla realtà biografica degli autori, in una scostante commistione di fantascienza e horror («un incrocio tra L’esorcista e Apollo 13» nell’esplicita definizione di uno dei personaggi) innestata senza apparente soluzione di continuità su di un nucleo narrativo che si direbbe mutuato da un mediocre disaster movie hollywoodiano.

Senzanome, enigmatico e sfrontato esperto di occultismo in grado di muoversi a piacimento nella dimensione onirica, viene assoldato da alcuni eccentrici miliardari per guidare una squadra di dodici apostoli/astronauti nella più banale delle missioni: tentare di salvare il mondo dalla collisione con un gigantesco asteroide indicato con il per nulla rassicurante nome dell’oltretomba maya, «Xibalba», frammento di un improbabile pianeta scomparso del sistema solare, la cui distruzione avrebbe posto fine sessantacinque milioni di anni fa (stessa datazione dell’estinzione dei dinosauri, per intenderci) a un conflitto cosmico tra i suoi abitanti e un’antica razza di divinità demoniache. È proprio la malvagità che impregna l’oggetto celeste – sulla cui superficie è inciso il simbolo mistico che lo identifica come «Porta dell’antiuniverso» – a rappresentare, tuttavia, il maggior pericolo di un’ascensione nello spazio che rapidamente si capovolge in una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi e nella profondità della psiche umana che non prevede ritorno.

Questa situazione di partenza, piuttosto convenzionale nel suo sviluppo, come si è visto, viene ben presto fatta deflagrare in un oggetto narrativo abnorme e difficile da penetrare, in cui gli assi spaziali e temporali si confondono e, come il protagonista ci ricorda di continuo, «niente è reale». Da questo punto di vista il concetto di occulto cui Morrison fa riferimento appare molto distante da quello, taumaturgico, delineato negli anni da Jodorowsky e Moore, per i quali la magia si presenta come qualcosa di tremendamente serio e concreto, la forma più profonda della conoscenza umana. «Tutto ciò che ti serve per la pratica della magia è concentrazione, immaginazione e capacità di ridere di te stesso e di imparare dai tuoi errori» chiosa dal canto suo lo sceneggiatore scozzese nel suo saggio Pop Magic, titolo che esprime bene la dimensione ludica in cui l’idea morrisoniana di esoterismo si muove; un gioco sempre colto in cui ogni aspetto del reale (e dell’irreale) sembra trovare collocazione, come quello messo in scena sulle pagine di Nameless, che non consente in alcun momento di abbandonarsi ad una lettura passiva e che legittima l’ipertrofia dei piani narrativi di quello che potremmo definire a tutti gli effetti un «iperfumetto», nel quale ogni percorso, borgesianamente, conduce a una biforcazione, ogni mistero risolto apre nuove domande.

A rendere masticabile un simile boccone ci pensano i disegni di Chris Burnham (già coautore con Morrison della serie Batman Incorporated), il suo tratto sporco, allo stesso tempo suggestivo e brutale nel dare rappresentazione visiva anche al più piccolo dettaglio disturbante, «corporeità» alla scena più splatter e ad una violenza a tratti parossistica, ma mai fine a sé stessa o ingiustificata. Questa volontà di comprendere in sé ogni possibilità, che anima testo e disegni, trova una perfetta rispondenza nella sorprendente varietà di soluzioni adottate per il montaggio delle tavole, che passa senza preavviso da forme più tradizionali – come la consueta «gabbia» su sfondo bianco o le splash-page care al fumetto americano – ad architetture della pagina più sperimentali in cui strette vignette dagli angoli smussati, oltre a richiamare alla mente i fori della cosiddetta dreamachine (strumento che ritorna, non a caso, più volte nel corso della storia, in grado di far cadere l’osservatore in una sorta di «trance» onirica), sembrano formare, combinandosi tra loro, alcuni dei simboli magici di cui l’opera è disseminata. I disegni, le didascalie e gli sfondi diventano, in tal senso, tessere di un mosaico che il lettore è chiamato a ricostruire, portando al massimo grado quella che può essere considerata come una delle prime specificità del linguaggio fumettistico, ovvero l’uso dello spazio sulla tavola in funzione narrativa (e iper-narrativa, in questo caso).

Il viaggio nell’abisso, tanto fisico quanto psicologico, organizzato da Morrison e Burnham, che inizia significativamente con il furto di una «chiave onirica», un grimaldello per il mondo dei sogni, trova forse la sua migliore lettura proprio come originale tentativo di emulare, con i mezzi del fumetto, il funzionamento della dreamachine e i suoi effetti sull’osservatore: come il macchinario caro a Burroughs – concepito all’inizio degli anni Sessanta da Brion Gysin e Ian Sommerville – anche l’apparentemente insensato delirio che si dipana pagina dopo pagina nel fumetto assume il profilo di un elaborato congegno che, agendo «subliminalmente» sulle aree più profonde del cervello e della coscienza, stimola la formazione di nuovi, caleidoscopici sogni. Fatti ad occhi aperti, ben inteso, e quindi ancor più difficili da distinguere da una realtà altrettanto inconsistente, a cui spesso si avviluppino come un uroboro (altro potente simbolo arcano) in una perversa circolarità senza vie di uscita che si ripropone sempre uguale a sé stessa. Ecco che la visionaria opera di Morrison può essere affrontata indifferentemente da qualsiasi punto, persino partendo dalla fine e leggendo a ritroso; ogni pagina, come le carte dei tarocchi, si rivela così una potenziale soglia, uno spiraglio attraverso cui accedere nel mistero di un universo cangiante e inconoscibile, che è poi quello dell’animo umano.

https://www.saldapress.com

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I nostri libri dell’anno

E sottolineiamo nostri. Nessuna pretesa di oggettività; nessuna pretesa di compilare graduatorie o proclamare vincitori. Magari il vero Libro dell’Anno, quello che passerà alla Storia (con la S maiuscola), non è nessuno di quelli indicati in questa pagina; magari è un libro ignorato dalla critica; o forse no. 

Tutt’altro il nostro intento. Semplicemente per il giorno di Natale abbiamo pensato di fare un regalo ai nostri lettori: una ricca serie di consigli di lettura. Per questo abbiamo chiesto a tutti i nostri collaboratori di indicare quale fosse stato il loro libro dell’anno; quello, tra i libri letti, che li aveva colpiti di più, indipendentemente dal fatto di averlo recensito o meno per PULP Libri. Unico vincolo, che fossero opere pubblicate nel corso dell’anno, non ristampe. Ne è uscita una lista quantomai ricca e variegata; che del resto riflette un po’ lo stile della nostra Rivista, aperta a diversi concetti di letteratura, di stile, di lettura. Qualcuno, come vedrete, ha ritenuto di indicare un solo titolo; altri hanno indicato quelli che secondo loro sono il miglior libro di narrativa e il miglior saggio del 2018. Qualcuno ha anche voluto aggiungere un breve commento.

Buona lettura, quindi…

Silvia Albesano
Antonella Anedda, Historiae, Einaudi

«Pensarci senza pelle rende buoni.
Per il paradiso forse non c’è strada migliore
che ritornare pietre, saperci senza cuore.»

Silvia Arzola
Bernard Quiriny, L’affare Mayerling, L’orma editore

Carlo Baghetti
Luca Pisapia, Uccidi Paul Breitner, Edizioni Alegre

«Lo scrittore, con un gran lavoro sulla lingua e sulla forma (tra romanzo e inchiesta), racconta un mondo a tutti noto, quello del calcio, da vari punti di vista, sempre inediti. Più si conosce il calcio e più si resta stupiti della capacità dell’autore di pescare storie nuove e originali, oppure dare una lettura particolare (sempre impegnata, sempre schierata) ad eventi famosi.»

Davide Carnevale
Jeff Vandermeer, Borne, Einaudi

«Dopo la Trilogia dell’Area X, l’autore statunitense continua a mostrarci uno dei possibili futuri della letteratura fantastica, in quella riuscita commistione di scritture dell’immaginario a cui lo stesso VanderMeer ha dato il nome di New Weird

Walter Catalano
Elliott Chaze, La fine di Wettermark, Mattioli 1885

Gioacchino De Chirico
Daniel Mendelsohn, Un’odissea, Einaudi

Giovanni De Feo
Frances Hardinge, La voce delle ombre, Mondadori

Gaetano De Virgilio
Marco Lupo, HamburgLa sabbia del tempo scomparso, Il Saggiatore

Roberto Derobertis
Agota Kristof, Chiodi, Casagrande (poesia)

«Versi spezzati e in bianco e nero da un’Europa dolente. Una poesia abitata dallo sradicamento, dalla delusione e da un’umanità profonda e commovente.»

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri (saggistica)

«Nei paesaggi del capitalismo contemporaneo, siamo tutti in alternanza scuola lavoro: ovvero in processi di eterna transizione lavoro/non lavoro, autosfruttamento e valorizzazione, in eterna valutazione.»

Elio Grasso
Mary B. Tolusso, L’esercizio del distacco, Bollati Boringhieri

«“Il passato appare quando vuole, vive come vuole, riesce solo a non morire”. In questa frase prende forma il pensiero che Mary B. Tolusso consegna al romanzo che ho scelto come opera narrativa dell’anno: L’esercizio del distacco, pubblicato da Bollati Boringhieri la scorsa primavera. L’attenzione è dovuta non solo per evidenti meriti compositivi. Nella Trieste immobile e segretamente algida tre ragazzi vivono in un seminario a due passi dal groviglio Balcanico: dentro una vertigine esistenziale che riporta agli odierni ordinamenti, sciupati e rabbiosi, dove la pietà non ha più residenza. Tolusso ha sulla spalla la cinepresa di Bertolucci prestata a una scrittura incommensurabile, in vista dei pericolosi confini innalzati come muri. Le tre anime adolescenti si muovono in frontiere geografiche e mentali, ognuna verso la sua sorte: i loro corpi attraversano gli ultimi decenni del Novecento e giungono agli anni Duemila. In una realtà che neppure le favolose particelle cosmiche – studiate dalla protagonista per darsi ragione delle sfasature spazio-temporali – potranno salvare. È la legge di questo romanzo: l’amore incondizionato e frontale verso gli sbalzi irresponsabilmente fortificati dei punti cardinali.»

Mariasilvia Iovine
Marcello Introna, Castigo di Dio, Mondadori

Martyna Kander
Zerocalcare, Macerie prime: Sei mesi dopo, Bao Publishing

Lorenzo Mari
Andrés Barba, Repubblica luminosa, La Nave di Teseo

Elisabetta Michielin
Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi, La nave di Teseo

Marco Renzi
Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante, Il Mulino

Valentina Marcoli
Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, Exòrma edizioni

Marco Petrelli
C. E. Morgan, Lo sport dei Re, Einaudi

«Il più potente, maestoso e originale apporto al Southern gothic degli ultimi anni.»

Stefano Rizzo

Hideshi Hino, Hell baby, Dynit

«Storia senza paragoni per l’incredibile durezza, lo sconfinato dolore ma anche una poesia al di là di ogni retorica che il tratto dell’autore riesce a comunicare al lettore con fisicità ed icasticità unica»

Carlo & Enrico Vanzina, Artigiani del cinema popolare , a c. di Rocco Moccagatta, Bietti (saggistica)

 

«Attraverso un’intervista fiume tra le più belle e approfondite mai fatte ad autori italiani e in una serie di ottimi saggi brevi si può capire (tra le altre molte cose) cosa sia (stato) fare cinema dagli anni settanta ad oggi e anche qualcosa in più sul nostro paese.»

Umberto Rossi
William Vollmann, I fucili, minimum fax (narrativa)


Thanh Nguyen Viet, Niente muore mai, Neri Pozza (saggistica)


«Terzo volume della monumentale serie Sette sogni, I fucili è un iceberg narrativo, misto di romanzo storico, memoriale, saggio: una spedizione non solo mentale tra i ghiacci dell’Artico, e la ricostruzione della disastrosa impresa di Franklin e delle sue navi. Colpisce al cuore. Quanto a Niente muore mai, finalmente uno sguardo anche vietnamita sulla guerra del Vietnam e su come è stata raccontata.»

Paolo Simonetti
Nick Drnaso, Sabrina, Coconino Press (narrativa)

Philip Roth, Perché scrivere. Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, Einaudi (saggistica)

«Come ci insegna ogni anno il Nobel, elargire premi e stilare classifiche letterarie può rivelarsi un’attività insignificante e persino, in certi casi, controproducente. PULP Libri si impegna da anni a proporre consigli di lettura spassionati, e come si è letto tra queste pagine il 2018 è stato ricco di uscite valide e importanti. Dal momento che posso indicarne soltanto una per categoria, lo faccio attraverso una scelta emotiva, segnalando due libri che hanno messo in moto l’ingranaggio sempre più restio ad accendersi della mia mente – due opere in cui talento artistico, momento storico ed emozione personale sono entrati in perfetta sintonia, si è sentito uno scatto e qualcosa è cambiato.»

Roberto Sturm
Gilberto Severini, Dilettanti, Fandango Editore

Sara Tosetto
Jesmyn Ward, Salvare le ossa, NN Editore (narrativa)


Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza,  Einaudi (saggistica)

…e auguri!

 

 

 

 

 

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Una storia degli anni di tritolo

Francesco Barilli e Matteo Fenoglio, Piazza della Loggia, Becco Giallo, pp. 351, euro 21,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulle potenzialità del fumetto anche come forma saggistica, dovrebbe leggersi immediatamente questo corposo volume che si apre con un’introduzione di Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari dei caduti di Piazza della Loggia. Milani non si limita a presentare questo graphic reportage (ma potremmo anche parlare di storiografia grafica, o sequenziale, se preferite la definizione di Will Eisner), ma compare “di persona”, disegnato nella ricostruzione di uno dei più feroci attentati degli anni Settanta, trasformato in personaggio in bianco e nero, efficacemente delineato dal nitido tratto di Fenoglio. Come si suol dire ultimamente, e qui assolutamente a proposito, Milani ci mette la faccia, come ad autenticare questa narrazione di una vicenda complessa e intricata (una tipica vicenda italiana, insomma), che parte dai primi anni Cinquanta, col distacco di Ordine Nuovo dal Movimento Sociale Italiano, e arriva fino al 2017, con la condanna definitiva di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte (nome in codice: Tritone) quali responsabili della strage che causò otto morti e oltre cento feriti il 28 maggio 1974.

Come accade anche troppo spesso con le brutte storie nazionali, abbiamo a che fare con l’ingarbugliatissima ricostruzione delle indagini e dei processi, complicata da errori (se tali sono…), depistaggi (ottimi e abbondanti), confessioni e ritrattazioni, testimonianze contraddittorie, complotti e cospirazioni (alcuni dei quali decisamente sgangherati). Aiuta a non perdersi nello svolgersi degli eventi (che spesso prendono pieghe del tutto inattese) la cronologia dei fatti in appendice al volume; ma ci sarebbe voluta anche una galleria dei personaggi (numerosissima), magari in ordine alfabetico e con associati ritratti. Lo dico perché per me, più prossimo ai sessanta che ai cinquanta, gente come Giorgio Almirante, Gianni Nardi, Pino Rauti, Junio Valerio Borghese, Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi è tutto sommato abbastanza nota, anche se Barilli e Fenoglio me ne hanno fatto scoprire aspetti nuovi (ovviamente non proprio edificanti); ma mi chiedo come farà a orientarsi un lettore giovane, uno di quelli che a scuola sarà arrivato sì e no al 1945, uno per cui questi nomi risultano per niente familiari – figurarsi i comprimari come Emanno Buzzi o Silvio Ferrari…

In ogni caso, il taglio a tratti didattico di Piazza della Loggia è efficace senza nulla togliere alla godibilità (tra virgolette) della lettura, che certo non sarà amena, ma sicuramente è coinvolgente. Ed è alquanto azzeccata l’idea di includere nella narrazione oltre a protagonisti e vittime di allora i testimoni ancora viventi (come Milani), e gli studiosi della strage bresciana e d’altri massacri (come Aldo Giannuli, del quale già recensimmo il saggio Storia di Ordine Nuovo). Certo, è una lettura che causa una certa irritazione, diciamo così, quando si tocca con mano come e quanto di frequente gli organizzatori degli attentati dinamitardi siano stati coperti, aiutati, favoriti ecc. da quello Stato che a parole li vituperava e li condannava. E viene anche un po’ d’amarezza a pensare quanto i cosiddetti “anni di piombo” siano oggetto di una memoria parziale e fuorviante già nel nome, perché a ben vedere furono anche anni di tritolo, quando Iraq e Siria erano qui da noi: non era sempre questione di pallottole mirate, ma anche di carneficine indiscriminate.

Non solo: leggendo queste pagine viene anche da pensare che nel nostro paesaggio mediatico gli anni del terrorismo nostrano si riducano a sequestro Moro, Piazza Fontana e in terza posizione la bomba di Bologna; mettiamoci anche il delitto Calabresi. Il resto, cose delle quali si parla poco e superficialmente, forse perché interviene una qualche contabilità del terrore, per cui sono degni di memoria solo gli attentati con le vittime più illustri e col più elevato numero di morti. O forse le vittime e le stragi che si ricordano rispondono non tanto a una volontà di ricordare, ma alle necessità politico-mediatiche di oggi. Piazza Fontana, per esempio, viene ricordata perché da lì si fa partire la strategia della tensione, come se prima la Repubblica Italiana fosse vissuta in qualche edenica età dell’oro (cosa del tutto smentita dal graphic reportage di Barilli e Fenoglio, che ricostruisce le radici della bomba in tutta una costellazione di fatti che parte da ben prima del fatidico 12 dicembre 1969…).

Ultima considerazione: dopo aver attraversato il groviglio di mezze verità, testimonianze rese e ritrattate (basta leggere la parte relativa alle deposizioni di Tramonte e Romani), documenti contraddittori, false piste, inganni e tranelli (dei quali sono vittime anche gli stessi neofascisti, come Giorgio Spedini e Kim Borromeo, per non parlare del trio di Pian del Rascino), incidenti imprevisti (Silvio Ferrari saltato in aria con la bomba che trasportava con la sua Vespa), perizie menzognere e memorie labili, viene da pensare che qui ci venga mostrato una sorta spaghetti-postmodernism, la versione italiana di Libra di Don DeLillo; una serie di penultime verità, prendendo a prestito un titolo di Philip K. Dick, che possono sempre essere ribaltate o assumere un significato del tutto diverso. Viene in mente JFK di Oliver Stone, ma traslato in questi nostri anni Settanta assai meno provvisti di glamour, eppure accomunati alla storia americana dalla difficoltà di capire chi veramente ha ordito le trame, piazzato le bombe, salvato i colpevoli, eliminato testimoni, contraffatto prove.

Sarà un caso se le paranoiche narrazioni dei postmodernisti americani, in primis Dick e DeLillo, hanno fatto tanta presa da noi? Forse sentivamo aria di casa, nonostante le abissali differenze tra gli Stati Uniti e la nostra Italietta. In entrambi i paesi, la storia va ancora scritta; intanto teniamoci stretto il capitolo riassunto in Piazza della Loggia.

http://main.beccogiallo.net

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