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Rotte balcaniche nel 2018

Maria Grazia Calandrone, Alessandro Anil, Franca Mancinelli, Come tradurre la neve. Tre sentieri nei Balcani, Animamundi Edizioni, pp. 112, euro 10,00 stampa

di ELIO GRASSO

Del resto la poesia ha facoltà di varcare spazi geografici precisi, anche quando va contro la storia o gli scrittori interpretano male i tempi. L’aria si fa tesa, sembra diversa dall’epoca della guerra dei Balcani. Sarebbe interessante sapere dove sono tutte le anime, quelle passate e quelle ancora vive. E come sono adesso le strade sconvolte dalle mine, se i fili spinati si sono arrugginiti o distrutti per virtù meteorologica. Con queste domande tre poeti si sono messi in viaggio, accettando l’invito del REFEST (Immagini e parole sui percorsi dei rifugiati), in un freddo gennaio del 2018 attraversando Bosnia Erzegovina e Croazia.

Come tradurre la neve è un libro che riporta tre esperienze caratterizzate da intenti poetici e diaristici, tre taccuini la cui creazione è prima di tutto esistenziale, per proseguire in qualcosa di fondativo nella scrittura. Passo dopo passo, con la comparsa della neve, gli autori hanno curato scarpe e occhi perché nulla sfuggisse: è stato l’assetto del cammino a corroborare mente e propensione documentaria.

Maria Grazia Calandrone, con Le case infinite, avverte subito che la guerra in quei luoghi non è mai finita, che le regioni percorse assomigliano al paesaggio del dopoguerra italiano, quando gli alleati se ne andarono e cemento e calcestruzzo sostituirono le pietre antiche. Ma è difficile salire il tempo, non resta che mettersi di fronte alla severità di un mondo scorticato e lasciarsi pervadere dall’aria contenente tutta la memoria. Nella prosa poetica di Il seme della dimenticanza Alessandro Anil prova a dividere gioie e dolori personali con quanto gli si para davanti, dando voce a coloro che da anni cercano di ritrovare la vita e si chiedono come riportare alla luce ciò che è svanito sotto le macerie, fra l’edera e la neve. L’autore si chiede come i ragazzi possano tornare e contendere agli animali l’esistenza. Ma salgono gradini, verso i primi piani dei palazzi dove non c’è anima viva. Nessuno abita più i piani alti. Nel Taccuino croato Franca Mancinelli descrive le difficoltà di viaggiare lungo confini che si sono fatti duri, dove i controlli allarmano e la neve di gennaio fa da filtro al paesaggio della rotta balcanica. La coltre cancella le tracce di tutti, spegne i bivacchi e ostacola la visione dei documenti e delle carte necessarie.

La volontà di vedere s’interrompe quando mancano i passaporti europei agli amici bosniaci. I paesi sono tagliati in due da dogane silenziose e solitarie, ci sono persone travisate per i loro tratti somatici, riunioni politiche apicali frammiste a campi rifugiati dove in mezzo a borracce e ciotole d’alluminio si percepisce lo spiffero del vuoto epocale. I poeti hanno attraversato la terra verso un’altra riva di mare, si trovano davanti a qualcosa che dovranno cercare di disincagliare. Le loro testimonianze scritte appaiono nello stesso momento della visione, ed è questo il significato profondo di un libro da sistemare ben bene nelle nostre borse o tasche.

Nel suo insieme i Tre sentieri incrociano gli sguardi senza filtri d’opportunità, hanno il significato dentro le parole di poetiche fertili, saggiano la direzione verso la verità senza blocchi ideologici e costrizioni partigiane. È sperabile che la gioventù si metta in cammino sui territori almeno quanto fa il Danubio per nove paesi. E infine la novità qui è il risorgere di voci lontane e pressoché dimenticate, la volontà di raccontare un’altra storia, quella di molti anni: basta guardarla lì incisa, nel paesaggio esplorato limpidamente da tre testimoni durante il viaggio con i loro compagni natii di quei luoghi dell’altra riva.

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