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Troll, giganti e animali nelle fiabe faroesi

Fiabe faroesi, trad. e postfaz. di Luca Taglianetti, illustraz. di Lorenzo Fossati, Iperborea, Milano 2018, pp. 162, € 16,00

di ALESSANDRO FAMBRINI

Nel 1842, sull’onda dell’interesse per il patrimonio popolare della tradizione orale, dilagante in tutta Europa dopo la raccolta dei fratelli Grimm (Kinder – und Hausmärchen, 1812), note in Italia come Fiabe del focolare, usciva il primo volume della raccolta di Fiabe norvegesi a cura di Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe, e si apriva anche per il mondo nordico la porta d’accesso a quel ricchissimo serbatoio di storie e di immagini che, secondo un’idealizzazione romantica, costituisce la mappa dell’“anima” di un popolo e di una nazione. A quell’impresa si ispirano anche le ricerche condotte nella seconda metà del diciannovesimo secolo dal linguista faroese (o feringio, come si diceva un tempo) Jakob Jakobsen, che portarono alla compilazione della silloge Færøske Folkesagn og Eventyr, uscita tra il 1898 e il 1901, e di cui il volume pubblicato da Iperborea presenta una selezione.

Ma quale popolo e quale nazione sono qui rappresentati? Le Faroe (Føroyar nella lingua locale) sono un arcipelago di diciotto isole, per una popolazione di poco meno di 50.000 abitanti, raggruppati soprattutto su Eysturoy e Streymoy, dove si trova la capitale, Thórshavn. Isolate nel nord dell’oceano Atlantico, nel punto baricentrico di un largo triangolo tra Islanda, Shetland e costa norvegese, per quasi tutto il corso della loro storia legate alla Norvegia prima e poi alla Danimarca, dalla quale ancora dipendono politicamente, sia pure in un regime di ampia autonomia, le Faroe conservano un patrimonio culturale prodigiosamente intatto, anche se non propriamente peculiare. Ovvero: i personaggi e le vicende che popolano queste storie sono emanazioni della più vasta tradizione scandinava, impensabili senza di essa. Sono i troll e i giganti (protagonisti di molte fiabe, da Il gioco del gigante a Il troll senza papà, da La ragazza nella caverna del gigante a Il troll nel monte), gli animali (un vero bestiario che vede protagonisti volpi, orsi, asini, galli e cigni, fino al trittico cane-cervo-usignolo della delicata, magica Il re nel corpo del cervo), gli dei di un pantheon insieme grandioso e scurrile come nel Gigante e Lokki, o gli esseri umani in cui si incarnano archetipi largamente diffusi, imparentando queste fiabe con una più vasta tradizione europea, e al tempo stesso si riflettono i costumi e la storia peculiari di un mondo tipicamente nordico e arcaico. È questo per esempio il caso delle fiabe in cui è protagonista Ceneraccio, una sorta di maschera furba e buffonesca, espressione di un mondo alla rovescia, che ricorre ampiamente nelle raccolte di Asbjørnsen e Moe e che qui ritroviamo, rappresentato in termini praticamente identici:

C’era una volta un uomo che aveva tre figli: Per, Pål e Espen, detto Ceneraccio. Ma oltre a quelli non aveva proprio niente, era povero in canna e perciò ripeteva spesso e volentieri che avrebbero dovuto andarsene per il mondo a guadagnarsi il pane. Lì a casa non potevano far altro che morire di fame”.
(Per, Pål e Espen, detto Ceneraccio, in Asbjørnsen e Moe, Fiabe norvegesi, trad.
di Alda Castagnoli Manghi, Einaudi)

C’era una volta un uomo che aveva tre figli. I due più grandi erano come la maggior parte dei loro coetanei e lavoravano sodo, mentre il minore era un tipino che non combinava mai niente e che stava sempre steso a rimestare le ceneri”.
(Ceneraccio, in Fiabe faroesi)

Ma ciò che rende interessanti queste fiabe, oltre al piacere puro delle storie che
raccontano, sono le differenze con i loro più noti modelli: di tono, innanzitutto (più sobrio, pià scarno, meno elaborato), e poi di contenuto. Come afferma il curatore di questa edizione italiana, “rispetto alle versioni originali scandinave l’elemento magico nelle fiabe faroesi è meno prominente” e, per quanto abbondino spiriti e creature ancestrali, la chiave delle vicende ruota quasi sempre intorno a elementi concreti, riconoscibili, umani. Nel mondo duro, freddo e remoto dell’arcipelago, dove il soprannaturale incombe ed è quasi un elemento naturale (come scrive Rilke in una lettera del 1924 a Hermann Pongs, “solo nell’atmosfera dei paesi scandinavi lo spettro appare ammesso nelle categorie del possibile”), la fantasia, oltre a quello di intrattenere, ha anche il compito di descrivere la vita e di restituirne i contorni, per dare un senso ai gesti e agli oggetti quotidiani, innalzandoli in un tappeto di corrispondenze più vasto che tiene intrecciato l’infinitamente piccolo di queste isole e l’infinitamente grande del mondo.

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