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L’arte di andare fuori tempo

Isabella D’Isola e Raffaele Mantegazza (a cura di), Filosofia di Enzo Jannacci. Storie di un barlafuus, Mimesis, pp. 210, euro 12,00 stampa

di STEFANO RIZZO

A sei anni dalla sua scomparsa, sembra evidente che Enzo Jannacci sia ben lontano dalla grande considerazione di cui godono altri grandi cantautori della sua stessa generazione. Penso a Fabrizio De André, oggetto di ammirazione da parte un folto pubblico e di un instancabile programma di marketing post-mortem a opera di moglie e figli. Per Jannacci è stato fatto molto meno, nonostante l’attività del figlio Paolo, ottimo pianista e arrangiatore. Ma se il pubblico italiano non mette Jannacci nello stesso podio con De André non è colpa certo di chi non ha organizzato festival, tributi, cofanetti celebrativi o libri presentati in TV da Fabio Fazio.

E poi è forse giusto che un autore dalla sincerità così schietta e che si è sempre presentato come un outsider, imprendibile in qualunque sua scelta musicale o di carriera, oggi non sia oggetto di quella retorica che ha sfuggito per tutta la vita.

L’eccezionalità delle sue composizioni e dei suoi testi, l’anomalia che rappresentò nel panorama italiano e la forza che ancora posseggono i suoi esiti musicali più riusciti sono evidenti a chiunque sappia andare oltre all’immagine di cantante-cabarettista che si è cristallizzata a suo riguardo.

Ad arricchire la nostra esperienza di ascolto dei suoi pezzi, alcuni dei quali ingiustamente dimenticati, ci viene in soccorso questo piccolo libro, che raggiunge l’obiettivo di un saggio sulla sua musica: trasmettere il desiderio di ascoltare i brani che analizza.

I due curatori, Isabella D’Isola, insegnante di Filosofia, e Raffaele Mantegazza, docente di Scienze pedagogiche, insieme a Simone Porro che introduce e alle illustrazioni a sfregamento di Domenico Laterza, sono stati capaci di mostrare con un taglio discorsivo e scorrevole, quanta ricchezza sia custodita nel canzoniere del nostro Enzo. Per far questo hanno scelto un percorso originale attraverso un filo rosso solo apparentemente anomalo e laterale: gli oggetti.

Dai vestiti ai cappelli, dalle calze alle scarpe, dai mezzi di trasporto a quelli di comunicazione, dal cibo al denaro, dagli strumenti del lavoro agli animali, sono innumerevoli le cose che compaiono nelle sue canzoni. Oggetti che non sono presenze secondarie, ma sempre dotati di forte capacità evocativa. Facciamo un esempio? Parliamo di mutande, allora. Jannacci è uno dei pochissimi autori di canzoni che le abbia citate più volte. Addirittura, e non con fini comici, nel caso in cui non siano proprio pulite. Per esempio, questo indumento povero compare in uno straordinario passaggio di uno dei pezzi che rappresentano, a mio parere, l’apice della sua produzione: “Si vede”, tratto dall’LP Ci vuole orecchio, del 1980.

Questo brano, come quasi tutti quelli di Jannacci, ma qui con eccezionale icasticità, tiene insieme, sospeso come una sporca polaroid, ironia e dolore, tristezza e rabbia, dolcezza e nostalgia. E tutto questo attraverso una lingua contenuta, come se chi si esprime facesse fatica a dire, a cantare, come se non fosse la sua lingua naturale ma quella acquisita, forse imparata dal potere o dalla “Brutta gente” (per citare il durissimo brano di “E allora… concerto” del 1981).

Riporto il testo integrale della canzone, per il piacere di rileggere le parole cantate in quel modo strascicato, allucinato e unico:

Si vede 
l’unico spiazzo semierboso 
che c’è rimasto nel mio rione
dalla ringhiera del garage
si vede una Cinquecento, 
brutta di un colore citrino, 
ancora più brutta per i riflessi 
che oggi le dà il cielo 
non allineata
chissà perché ride

Si vede 
una processione di calze e mutande 
mal lavate 
si vede la gru 
che oscilla verso me 
chissà perché s’è fermata
si vede la sterpaglia 
muoversi, sussultare 
quando la pioggia picchia più forte, 
chissà se le fa male
chissà se le fa male.

Si vede
un uomo appoggiato al balcone 
togliersi il mozzicone 
sputarlo fuori ma male
chissà cosa pensa 
mah, penserà poi se è vero 
che fumare fa male.

E-e-e-e ed è già tardi 
e sei sempre in ritardo 
e mi vieni incontro 
con un ombrello 
che non è quello 
che ti ho regalato io.

Anche da lontano si vede
anche da lontano si vede
anche da lontano si vede
che non mi vuoi più bene.

Un testo come questo, permette di illustrare come la scrittura di Jannacci sia straordinariamente personale ed efficacissima. La sua interpretazione, con quella sua incertezza, quella sua intensità e quel suo incarnare il disagio, la malinconia, il dolore, è inscindibile dalla musica e dal testo.

A questo proposito, sempre in relazione al confronto col caso De André, è evidente che Jannacci è un enorme autore di canzoni. La tentazione italiana, però, almeno da alcune dichiarazioni di Fernanda Pivano in poi, è quella di dichiarare poeti i cantautori… o per la precisione quelli che maggiormente appaiano capaci di una certa lirica drammatica. Li si vuole, con questa targa, staccare dalla produzione più commerciale e d’intrattenimento. La mia opinione sulla questione è che se da un lato è evidente che nelle canzoni vi sia, compositivamente, della poesia, è chiaro che dall’altro c’è uno strettissimo, irrinunciabile rapporto con la musica composta per le parole e con l’interpretazione vocale di queste ultime. C’è qualcosa che va oltre la poesia e la musica composta e in primo luogo è proprio la voce, l’espressione, in Jannacci capace di incredibili sprezzature e morbidezze, di dissonanze e aperture melodiche.

Per tornare al libro di D’Isola e Mantegazza, dopo la lettura di queste pagine risultano chiari i motivi per cui Jannacci, nonostante l’exploit di “Vengo anch’io. No tu no”, non abbia incontrato il successo e la considerazione che altri colleghi hanno avuto. I motivi sono semplici: la sua voce, i suoi pezzi. Quel modo di cantare da ubriaco, sempre tra il ridere e il piangere, andare fuori tempo come arte del dire l’indicibile libertà di chi non si adatta, l’intonazione miracolosamente mai scolastica. Se qualcuno vi dice che Jannacci canta male, non ha capito nulla di cosa sia la canzone. Questo libro parla anche della sua voce, delle sue tante voci, delle sue esilaranti e strazianti interpretazioni (veri e propri gioielli sono, a questo proposito, le sue versioni di “Vivere” di Cesare Andrea Bixio e “Mario” di Pino Donaggio e Danilo Franchi). Ma è chiaro che Jannacci non era un artista facile da digerire, troppo duro e troppo ironico, troppo divertente e troppo triste, troppo leggero e troppo grave. Enzo Jannacci cantava capolavori comici come “E la vita, la vita”, scritta con Renato Pozzetto e altri pezzi ancora più surreali e poi nello stesso periodo proponeva brani come “E allora concerto”. Quel pezzo, senza paragoni nella canzone italiana per forza e immediatezza, terminava così:

E allora
concerto, concerto, concerto
ma per dirvi che quel padreterno che dite che c’è
che permette che un ragazzo butti giù un’overdose
o c’ha un tumore alle ossa…eh, Lui non c’è.

Un concerto, concerto, concerto
ma per dirvi che c’è, c’è magari qualcuno fra voi
che fra uno sputo e una spinta
troverà un’altra penicillina, altre forme d’amore
forse un po’ più di grinta
per cacciarci via tutti, imbroglioni, cantanti,
cioè noi.

Un percorso, quello di questo libro, inevitabilmente frammentato e fatto di piccoli flash, di citazioni e di brevi commenti, ma che riesce a dare conto dell’evoluzione musicale di Jannacci, che nella sua carriera attraversa almeno tre diverse fasi.

La prima fase è quella dell’improvviso successo, di pezzi in italiano e in milanese, di “El purtava i scarp del tennis”, di “L’Armando” o della già citata “Vengo anch’io. No, tu no”, celeberrime e amate da subito da un grande pubblico che immediatamente entrò in sintonia con l’interprete e il suo mondo di sconfitti e con la sua umiltà. In questi brani la parte musicale è legata fortemente alla canzone popolare e la lingua milanese fa irrompere nella canzone italiana situazioni e vite ai margini che saranno sempre al centro di ciò che Jannacci scriverà in futuro.

La fase centrale della sua carriera è, a mio parer,e quella più sorprendente e quella che ci regala i pezzi più belli, quelli che portano la canzone a vette drammatiche raramente toccate in seguito. Sto parlando di album come “Foto ricordo”, “Ci vuole orecchio” o “E allora…concerto” e altri album e brani perfetti fino a “Se me lo dicevi prima”, parlata e cantata a Sanremo 1989.

In questi anni Settanta Jannacci alterna la professione di medico a quella di cantante con un atteggiamento di totale libertà e disinteresse nei confronti del successo commerciale. L’esperienza della Canzonissima 1968, in cui dovette rinunciare a cantare “Ho visto un re” (scritta insieme a Dario Fo) pressato dalla censura RAI, lo segnò in maniera indelebile. Da allora, anche nella terza fase, quella in collaborazione col figlio Paolo come produttore e arrangiatore, pubblicò molti dischi (ventidue LP in studio in totale), ma sempre rimanendo in disparte, senza flirtare con le TV, smarcandosi dall’ovvio e dal commerciale. Per questo pagò e ancora, forse, paga con una marginalità che pubblicazioni come questa possono, per quanto possibile, tentare di contrastare.

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