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La mina sono io

Ray Bradbury, Lo Zen nell’arte di scrivere, tr. Antonio Tozzi, Piano B edizioni, pp 160, € 15, stampa

di DANIELA MADDALENA

Un gioiello per chi ama Bradbury, e un’occasione per chi non lo conoscesse: dodici saggi sull’equilibrio e lo squilibrio tra vocazione e disciplina, che Bradbury realizza con irruenza: «Ogni mattina salto giù dal letto e metto i piedi su una mina. La mina sono io. Dopo l’esplosione, passo il resto della giornata a rimettere insieme i pezzi. Ora è il tuo turno. Salta!»

Il titolo è d’ossequio a Lo zen e il tiro con l’arco, di Herrigel. La disciplina dell’arciere è «un tirocinio della coscienza […] perché la coscienza si accordi armoniosamente all’inconscio. Per essere veramente maestro di tiro con l’arco […] la tecnica va superata, così che l’appreso diventi un’arte inappresa che sorge dall’inconscio». Questa ricerca di anti-consapevolezza è un leit motiv comune a tutto il libro di Bradbury e non è un inno alla superficialità. Al contrario, si tratta di un lavoro sottile, entusiasmante, da riepilogare con la frase “Conosci te stesso”. La prefazione (sua) è un omaggio alla disubbidienza, e pone la domanda: perché scrivere? Domanda abusata, se non inutile. Ma le risposte sanguigne sono affilate e vanno a fondo.

Ne “La gioia di scrivere” (1973) si nominano gli ingredienti: divertimento, indignazione, febbre, agitazione. Cosa serve al bravo scrittore? Denudare la propria vena creativa, portarla nel bosco di notte, e perderla. In “Ubriaco e con la responsabilità di una bicicletta” (1980) veniamo introdotti alla tecnica delle liste. Nomi lasciati affiorare e scritti su carta, senza filtro. Appaiono immagini antiche, sentimenti tenuti sotto cenere, misteri vari; e dopo il riscaldamento di qualche migliaio di parole, le liste “creano” racconti: «In quelle parole semplicemente gettate su carta – iniziai a intravedere uno schema, fiducioso che fosse il mio subconscio, per così dire, a dare pane agli uccelli». Dalle liste emergono i bambini, il carnevale, la folla, la sirene delle nebbie, il treno notturno. Come non riconoscere il Popolo dell’autunno, uno dei suoi racconti più potenti. La descrizione del treno di notte, la calliope che suona DA SOLA, i due amici nascosti nella nebbia, non sono solo immagini. È la percezione a entrare in subbuglio, e in questo Bradbury è un mago. Fatato il suo rapporto col mondo dell’infanzia, dove tutto accade al più alto livello simbolico ed energetico. «Gli piacciono belli grossi, i suoi archetipi, proprio come le grosse carte da gioco», scrive King in Danse Macabre, nelle belle pagine a lui dedicate.

“Corri forte, resta fermo” o “La cosa in cima alle scale” o “Nuovi fantasmi da vecchie menti” (1986) è un saggio sulla rapidità, come nemica dell’indugio e amica della verità. In “Come trovare e nutrire una Musa” (1961), il genio della metafora scrive: «Leggi poesia ogni giorno della tua vita. […] la poesia espande i sensi, li mantiene in condizioni ottimali. Ti rende consapevole del tuo naso, del tuo occhio, del tuo orecchio, della tua lingua, della tua mano. E soprattutto la poesia è metafora o similitudine concentrata». La sua Musa è stata ghiotta di libri e cinema. «Sono un figlio del cinema. Ho visto tutti i film girati a partire da quando avevo due anni […] Per me le biblioteche sono i veri fulcri dell’universo. Passavo più tempo nella biblioteca della mia città che a casa mia». E dove scrivere un romanzo in cui un pompiere deve dar fuoco alle biblioteche? Ovvio, nel seminterrato di una biblioteca. «In fila ordinate, c’erano una ventina di macchine da scrivere […] infilavi la moneta, l’orologio iniziava a ticchettare follemente e ti dovevi mettere a battere come un selvaggio per finire prima che la tua mezz’ora di tempo svanisse». “La lunga strada. verso Marte” (1990) è il racconto del perfetto matrimonio di casualità e perizia, generatori del cult Cronache marziane.

In “Sulle Spalle dei giganti” (1980) narra la nuova alba dell’immaginazione. «I bambini […] piazzarono una bomba gentile sulla cattedra del professore. Invece di una mela era Asimov». È la rinascita del fantasy, della fantascienza e Bradbury la attribuisce ai giovani: «I ragazzi sentivano, anche se non riuscivano a dirlo, che l’intera storia dell’umanità consisteva nel risolvere problemi, un divorare le idee della fantascienza e poi digerirle per creare formule di sopravvivenza. Non puoi avere l’una senza l’altra: senza fantasia, niente realtà. Senza uno studio degli svantaggi, nessun miglioramento. Senza immaginazione, nessuna volontà. Nessun sogno possibile, nessuna soluzione».

E poi ci sono le mongolfiere di carta, il teatro, la capacità di creare e saper rilasciare le tensioni. Saggi come matrioske. Precetti secchi e luminosi sul lavoro, la quantità, la qualità, il rilassamento, il pensiero. Perfetti e avventurosi, sono pieni di sorprese e vanno assottigliandosi. Ne Lo Zen e l’arte di scrivere (1973) il Maestro dice pochissime parole, come vuole la maestria.

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