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Il più grande Freak Show del mondo

Leslie Fiedler, Freaks. Miti e immagini dell’io segreto. tr. Ettore Capriolo, Il Saggiatore, pp. 470, € 27.00 stampa,  € 12.99 ebook

di PAOLO PREZZAVENTO

Leslie Fiedler è stato il più grande critico outsider della letteratura angloamericana. Egli ha avuto il grande merito di allargare l’orizzonte della critica letteraria, integrandola con un’analisi di quei prodotti della cultura popolare che sono i film e i fumetti, e inaugurando con decenni di anticipo il filone dei Cultural Studies. Fiedler, scomparso nel 2003, ha avuto anche una lunga consuetudine con l’Italia e con alcuni dei più grandi critici di letteratura angloamericana, Guido Fink tra gli altri. Negli anni ‘80, dopo la pubblicazione di Freaks (1978), uno strano libro che analizzava l’impatto culturale di quegli strani esseri, i cosiddetti freaks o “scherzi di natura”, che classifichiamo come anormali e bizzarri, Fiedler fu invitato proprio da Fink a Bologna a tenere una serie di conferenze sulla letteratura americana, e lì, nella patria di Ulisse Aldrovandi, poté ammirare alcuni esemplari di esseri mostruosi ed ebbe modo di visitare il reparto di Anatomia Patologica dell’Università di Medicina, dove gli studenti (non solo di Medicina) passavano ore indimenticabili ad ammirare crani di assassini e suicidi, feti malformati e gemelli parassiti.

Grazie anche a questo libro e alle straordinarie conferenze tenute dall’autore durante il suo tour, la ricerca dell’insolito e del bizzarro ha finito per diventare, anche in Italia, uno snodo di riflessione obbligato.

Come spesso capita, soprattutto negli Stati Uniti d’America, ciò che è marginale prima o poi diventa centrale. Prima o poi, ciò che era sempre stato escluso conquista il centro della scena, per cui, oggi, ritroviamo ben incastonati nel canone letterario americano – nonché sui più alti scranni del potere – personaggi eccentrici ed emarginati, provenienti letteralmente dalla strada. Lo stesso Fiedler conosceva bene l’emarginazione e l’esclusione che gli derivavano dalle sue umili origini: la sua nascita in una famiglia ebraico-americana nella città di Newark, quella che ha dato i natali anche a Philip Roth. La consapevolezza di essere un emarginato, di essere un outsider, è stata alla base di tutti i lavori critici di Fiedler, ma soprattutto di questo libro di culto, riproposto recentemente da Il Saggiatore, un libro in cui Edgar Allan Poe è uno dei numi tutelari. Poe infatti fu uno dei primi autori americani a scrivere un racconto, “Hop-Frog”, il cui protagonista è un freak, un nano buffone di corte maltrattato e deriso da tutti. La sua vendetta – come sappiamo – sarà terribile.

Il libro di Fiedler prende le mosse proprio dal significato originario di “freak”, cioè “creatura bizzarra”, “fenomeno da baraccone”, “scherzo di natura”. In effetti, la storia della letteratura e della cultura americana è piena di freaks, di emarginati, di esseri deformi o abnormi che hanno preso il potere o hanno raggiunto il successo. Per fare soltanto un esempio, basti pensare a Primo Carnera, il gigante italiano campione di boxe, così come è stato descritto da Budd Schulberg ne Il colosso d’argilla (1947, riproposto nel 2011 da 66th and 2nd nella traduzione di G. Boraso), evidentemente affetto da gigantismo e acromegalia, e vittima di manager senza scrupoli che truccavano i suoi incontri. Basti pensare ancora una volta a Poe, che visse da alcolizzato una vita ai margini della società e morì per strada a causa di un attacco di delirium tremens. Basti pensare al “poeta del rock” Lewis Allan Reed – Lou Reed – che agli inizi della carriera fu emarginato in quanto ebreo, omosessuale, drogato. Per non parlare del grande attore comico ebraico-americano Lenny Bruce, che ha interpretato per tutta la sua vita il ruolo dell’outsider, dell’imbroglione e del freak. Lenny Bruce, morto di overdose nel 1966, può essere identificato come il freak americano per eccellenza. Egli giocava costantemente su questo nei suoi show: giocava a fare il freak, il diverso, il disadattato, il tossico, il matto che, in una società di “normali”, è l’unico che può veramente dire come stanno le cose. Non è un caso che Lenny Bruce, l’eterno outsider che rivela le trame d’America, sia uno degli eroi del romanzo-capolavoro di Don DeLillo, Underworld (1997). Chissà, se non fosse morto prematuramente, forse avrebbe fondato un nuovo movimento politico, come ha fatto con successo qualche suo collega al di qua dell’Atlantico… 

Leslie Fiedler, date le sue origini ebraiche, ha conosciuto fin dalla più tenera età lo scherno dei vicini di casa e dei compagni di scuola, è stato discriminato per le sue idee politiche (era un comunista trotzkista) e ha fatto una gavetta durissima per arrivare ai vertici della gerarchia accademica (da attivista politico, teneva comizi improvvisati stando in piedi su delle cassette di frutta), scegliendo sempre volutamente atenei poco prestigiosi: in Montana o al confine dello Stato di New York. Per l’establishment dell’Accademia Fiedler rimase sempre un corpo estraneo. I primi studi importanti uscirono alla fine degli anni Quaranta sulla Partisan Review; nei due decenni successivi pubblicò diversi saggi di critica letteraria incentrati sull’opera di alcuni classici della letteratura americana; Mark Twain in testa (vedi Come Back to the Raft Ag’in, Huck Honey! e Amore e morte nel romanzo americano, 1960; trad. it. di Valentina Poggi, Longanesi, 1963). È rimasta celebre la sua interpretazione del rapporto omosessuale sotteso all’amicizia tra Huckleberry e Jim, tensione che si riscontra in molti  personaggi maschili della letteratura americana, come gli eroi della frontiera di Fenimore Cooper oppure i marinai di Hermann Melville; romanzi in cui la donna è del tutto assente oppure ha un ruolo marginale, quando non assume addirittura quello della dark lady.

Nelle opere successive Fiedler si è occupato della figura dell’Indiano (Il ritorno del pellerossa. Mito e letteratura in America, 1968; trad. it. di Luigi Brioschi, Rizzoli, 1969), che nella letteratura americana ha finito per rappresentare l’alterità radicale, fin dai primi romanzi di Washington Irving. Ma il suo libro più dirompente è stato Freaks, un libro che per la prima volta si occupa di coloro che sono sempre stati e saranno per sempre esclusi dalla “normalità” a causa del loro aspetto esteriore e della loro conformazione fisica.

 La critica culturale di Fiedler prende le mosse dai primi secoli della civiltà occidentale. A livello mitologico i freaks sono sempre stati con noi, protagonisti delle storie più inquietanti dell’Occidente: Ulisse e Polifemo, Davide e Golia, Teseo e il Minotauro (figlio deforme del Re di Creta Minosse, relegato per la sua bruttezza nel Labirinto) e, in epoche più recenti, il Lucifero di Dante, King Kong, il Mostro di Frankenstein, Dracula e il Dottor Jekyll. Ma si potrebbe proseguire fino ai giorni nostri, con lo studio della teratologia e delle malformazioni che ha compiuto passi da gigante, senza però attenuare in nessun modo quel brivido che corre lungo la schiena quando ci imbattiamo in questi soggetti anomali, un brivido che, secondo Fiedler, deriva proprio dal fatto che i freaks rivelano il nostro “io segreto”, come recita il sottotitolo del libro.  

Perché tutto questo interesse per i freaks, cioè per i diversi, i malformati, i fenomeni da baraccone? Perché tutto questo interesse per, nell’ordine: nani, gemelli siamesi, giganti, ermafroditi, donne barbute e uomini elefante? Perché secondo Fiedler questi esseri mostruosi, eppure umani, ci dimostrano che i veri mostri siamo noi. Osservando il freak che l’imbonitore del circo esibisce all’interno del baraccone noi vediamo in realtà noi stessi, la nostra dimensione umana nella sua essenza, spogliata di qualsivoglia sovrastruttura, di qualsivoglia considerazione estetica. È il grido di Elephant Man prima di essere sopraffatto dalla folla nel celebre film di David Lynch: “Non sono un mostro, sono un essere umano!” Ecco perché i freaks sono diventati così importanti a partire dall’Età Vittoriana, per poi assurgere – secondo Fiedler – a veri e propri modelli per un certo filone della controcultura giovanile degli anni Sessanta e Settanta. I freaks siamo noi, i mostri siamo noi.

L’ultima incarnazione del freak nella letteratura popolare è, secondo Fiedler, proprio il supereroe americano, che nella sua vita normale è impacciato e deriso da tutti, imbranato e disadattato. Egli è “un supereroe con dei super-problemi”, così come è stato concepito negli anni sessanta da Stan Lee e Bob Kane. Negli anni Sessanta e Settanta gli emarginati e i disadattati, gli scherzi di natura, diventano dunque dei supereroi, inaugurando un filone che parte da Superman, l’Uomo Ragno e i Fantastici Quattro e prosegue con la creatura di Bob Kane, Batman, un freak estremamente consapevole del suo status di emarginato, anche se è ricco e potente. In Batman – ci fa notare Fiedler – ci sono molti super-malvagi deformi, come l’Uomo Zebra, l’Uomo Pinguino, il Joker (purtroppo nella traduzione italiana di questo saggio il Joker viene ancora chiamato il Jolly). Nei più recenti film della saga di Batman – aggiungiamo noi – la diversità e la devianza psichica finiscono per dilagare in tutta Gotham City, che si trasforma in un immenso manicomio, dove la paranoia e la mania di persecuzione finiscono per caratterizzare sia il comportamento dei freaks “buoni” che dei freaks “cattivi”.  

Oltre ai consueti esseri deformi, nei quali noi “normali” ci rispecchiamo da secoli, in epoca relativamente più recente hanno conquistato il centro della scena anche i freaks sessuali, cioè degli esseri umani dotati di entrambi gli apparati genitali, quello del maschio e quello della femmina, i cosiddetti ermafroditi. A partire da alcuni celebri studi medici nel 1500, la moda dei freaks ha investito anche la sfera sessuale, fin da quando il medico e chirurgo francese Ambroise Paré (Animaux, monstres et prodiges, rist. 1954), padre della chirurgia moderna, citato dallo stesso Fiedler, si sforzò, senza riuscirci, di creare una netta distinzione che consentisse di dividere senza ombra di dubbio gli ermafroditi maschi dagli ermafroditi femmine, di classificare e di normalizzare ciò che sfuggiva a qualsiasi classificazione… Negli anni Settanta, la cultura popolare americana scopre questi nuovi freaks: sono i freaks sessuali, i transessuali o transgender, come Holly Woodlawn, Candy Darling e Jackie Curtis, che nel 1972 diventano protagonisti di una delle canzoni che hanno cambiato la storia del rock, la nostra percezione del gender e della diversità sessuale: Walk on the Wild Side di Lou Reed.

Un altro grande protagonista del saggio di Fiedler è ovviamente il circo, il tendone da circo, il baraccone del circo, e in particolare la figura dell’impresario circense americano Phineas Taylor Barnum, di cui Fiedler cita la celebre autobiografia Struggles and Triumphs (1872). Barnum, colui che ha introdotto e diffuso il circo e i “fenomeni da baraccone” in America, secondo Fiedler è al centro della cultura e della letteratura americana, una letteratura e una cultura in cui la figura dell’uomo di spettacolo, dell’imbroglione e dell’imbonitore hanno sempre avuto un ruolo di primo piano, da The Confidence-Man (1857) di Herman Melville fino ai giorni nostri.  La figura del truffatore e dell’imbonitore percorre tutta la letteratura e la cultura americana; in questa sede ci limiteremo a citare il romanzo di fantascienza Stranger in a Strange Land (1961) di Robert A. Heinlein, il cui protagonista è un individuo mutante nato su Marte che si trasforma in una specie di guru; nel mondo reale, ricordiamo la figura di Charles Manson, il freak che diventò un abile manipolatore e un guru, la colossale truffa del rider finanziario Madoff e la straordinaria ascesa dell’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, che secondo Philip Roth rappresenta la quintessenza del confidence-man.

Tornando quindi a Barnum, il famoso impresario è al centro del centro della cultura americana, perché in America la finzione prevale sempre sulla realtà, la rappresentazione prevale sempre sull’oggetto rappresentato, il simulacro sulla persona in carne e ossa, come ci hanno insegnato i romanzi di Philip K. Dick e i saggi di Jean Baudrillard.

Il dibattito su ciò che è vero e ciò che è falso in America (e nel mondo) è di bruciante attualità, soprattutto da quando si è diffusa la notizia che in alcuni think tank americani è stato elaborato un nuovo tipo di intelligenza artificiale che viene già oggi utilizzata per costruire notizie completamente false. Si tratta dei famigerati algoritmi prodotti dalle grandi multinazionali americane che gestiscono i social network, che sono in grado di creare delle fake news assolutamente credibili e plausibili, e che riescono sempre ad ottenere i primi posti tra i siti più cliccati grazie alla loro abilità di spararle sempre più grosse… una lezione che lo stesso Trump e tanti altri politici, anche nostrani, hanno dimostrato di aver ben compreso.

L’analisi di Fiedler prosegue citando anche l’opera di J. R. Betts, Barnum and the Popularization of Natural History (1959), che  racconta il contributo di Barnum a un certo stile di ricerca scientifica, in America. Pare infatti che a far partire la collezione che è alla base del Museo di Storia Naturale di New York e dello Smithsonian Institute di Washington sia stata proprio una corposa donazione di Barnum, che lasciò gran parte della sua straordinaria collezione di bizzarri esemplari prima di partire per quella tournée che egli stesso definì Il Più Grande Spettacolo del Mondo.

Come dimostrano gli studi del bolognese Aldrovandi (De Monstris, 1642), la storia naturale, fin dalle sue origini, si è sempre occupata dei freaks; lo scherzo di natura ha sempre attirato l’attenzione non solo del pubblico pagante, e tra lo scienziato e l’impresario di spettacoli da baraccone c’è più affinità di quanto si possa pensare. Alcune scoperte scientifiche non avrebbero mai avuto successo se i loro proponenti non avessero organizzato manifestazioni spettacolari a loro sostegno… basti pensare agli spettacoli straordinari organizzati dal bizzarro scienziato Nikola Tesla per dimostrare le sue teorie.

Dunque in America, prima o poi, il  freak arriva al potere, arriva al successo. Anche in Italia, a dire il vero, abbiamo avuto qualche esempio di freak al potere: abbiamo avuto dei veri e propri nani che hanno fatto carriera in politica, abbiamo avuto dei politici strenui difensori della famiglia che sono stati sorpresi in compagnia di transessuali, oppure individui con la gobba che hanno dominato la nostra scena politica… In molti casi è stata proprio la smania del freak di superare i propri difetti fisici che si è dimostrata decisiva per il successo. Quindi da un lato il freak vorrebbe diventare normale, condurre una vita normale; dall’altro si rende conto che non potrà mai essere come tutti gli altri, e questo provoca in lui un sentimento di rivalsa che gli permette di camminare sui cadaveri dei propri avversari. È  la sindrome del Riccardo III di Shakespeare…

Ma, tornando alla letteratura, se dovessimo stilare una classifica dei freaks, forse dovremmo assegnare il primo premio a un personaggio dello scrittore ebraico-americano Nathanael West: il nano Abe Kusich ne Il giorno della locusta (1939), che oltre a essere nano è pure ebreo, e dunque ancora più freak (“Ebreo e nano! Quante volte mi è venuta in mente questa associazione …”, scrive Fiedler a p. 113). Un vero peccato che Fiedler non abbia approfondito questo aspetto nell’analisi delle opere di Nathanael West. In compenso, si è addentrato nei meandri della cultura popolare di massa, analizzando la figura del freak nei fumetti, prendendo lo spunto dal fumetto underground The Fabulous Furry Freak Brothers di Gilbert Shelton, che ha come protagonisti tre fratelli completamente sballati che passano il loro tempo alla ricerca delle più svariate droghe. Qui il termine freak non denota più lo scherzo di natura, ma una scelta esistenziale che pone questi personaggi volutamente ai margini della società. Il passaggio tra queste due diverse accezioni del termine viene colto dall’analisi di Fiedler a partire dal celebre film di Tod Browning, Freaks (1932), che fu riscoperto negli anni Sessanta ed ebbe un influsso enorme sulla controcultura giovanile. Ancora oggi Freaks di Browning rimane l’unico film girato interamente con attori freaks. Fiedler sottolinea nella sua analisi l’importanza che questo film ha avuto per lo sviluppo di alcuni aspetti della controcultura:

“Freaks di Tod Browning (…) è diventato parte integrante della controcultura, della mitologia di quei giovani dissidenti che nei tardi anni sessanta manifestavano nelle università e sfilavano per le strade, e i cui gusti in fatto di cultura popolare si sono imposti dieci anni dopo in tutto l’Occidente.” (pp. 370-71)

Negli anni Sessanta, la parola freak ha assunto connotazioni del tutto nuove. Da condanna esistenziale, l’essere freak è diventata una scelta di vita, una vera e propria auto-emarginazione: coscientemente voluta e perseguita dai ribelli di quell’epoca. Chi era freak negli anni Sessanta aveva scelto di vivere al di fuori della società, cercando l’evasione dalla squallida normalità borghese nelle droghe e negli stili alternativi di vita. Ricordiamo lo slogan Freak out di Frank Zappa, che invitava letteralmente ad “andare fuori di testa”. 

Fiedler cita nel libro tutta una serie di fumetti e di case editrici di fumetti che hanno operato questo cambio di paradigma: la Los Angeles Free Press, la East Village Other, Yellow Dog, The Rag, Gothic Blimp Works, The Rat, Radical America Komiks, Zap Comics, Hydrogen Bomb Funnies, la serie Real PULP Comics di Bill Griffith…

Dai freaks ai “fricchettoni”, da Tod Browning ai Fabulous Furry Freak Brothers: l’accostamento di Fiedler è assolutamente geniale, ancora oggi. L’unica differenza tra i Freaks di Browning e i “fricchettoni”, è che i freaks degli anni Settanta hanno definitivamente tagliato i ponti, in loro non c’è alcuna nostalgia per la normalità; il freak è diventato il protagonista di un nuovo stile di vita. Essere un freak non è più un destino, una condizione nella quale si nasce, ma è una libera scelta di ribellione, “un obiettivo, uno stato che si può raggiungere con l’aiuto della droga e/o della musica”. (p. 392). In questa casistica Fiedler include svariati miti del rock,  freaks come Mick Jagger e Alice Cooper. Basti pensare alle figure androgine del primo Mick Jagger e del primo David Bowie, per non parlare del Lou Reed di Transformer.

Ma l’immensa curiosità di Fiedler si spinge fino ai pornofumetti hard-core e ai film erotici dalla trama sconclusionata di Russ Meyer, come Beyond the Valley of the Dolls (1970) e Beneath the Valley of the Ultra-Vixens (1979), che introducono nella cultura popolare una nuova ideologia della sessualità abnorme e della trasgressione sessuale dal punto di vista dei freaks. Si potrebbero tranquillamente aggiungere a questa lista i film del regista punk John Waters, che ha fatto della devianza e della mostruosità fisica e morale la propria cifra d’eccellenza.

L’unico rimpianto è che Fiedler non si sia occupato nel suo libro di un altro genere di freaks, cioè dei cosiddetti “radiation freaks” o “chemical freaks”. Si tratta di coloro che sono diventati freaks a causa delle radiazioni o dell’esposizione a pericolose sostanze chimiche, come i sopravvissuti di Hiroshima o di Minamata, la città del Giappone in cui si sono verificati moltissimi casi di malformazioni a causa dell’inquinamento da mercurio di origine industriale. Personaggi di questo genere diventano i protagonisti di alcune opere di Philip K. Dick. Prendiamo ad esempio il romanzo Cronache del Dopobomba, pubblicato nel 1965, in cui uno dei protagonisti è il focomelico Hoppy Harrington, una delle tante vittime del Talidomide, un farmaco antidepressivo e anti-nausea diffuso in quegli anni. Hoppy è stimato all’interno della comunità di Marin County, in California, per le sue capacità di riparatore di congegni elettronici e per i suoi poteri psichici paranormali, ma in realtà è uno scaltro manipolatore. Il vero antagonista di Hoppy, si scopre alla fine, è un altro freak, un misterioso gemello parassita, Bill, che vive incistato all’interno della sorella, la piccola Edie Keller. Bill, anch’egli dotato di poteri psichici fuori dal comune, consentirà a sua sorella e agli altri sopravvissuti alle radiazioni della bomba atomica, di scoprire gli intrighi di Hoppy.

Una delle scene più inquietanti del libro è quando il fratello parassita Bill trasmigra dal corpo della sorella e si dirige verso la casa di Hoppy Harrington, per impedirgli di prendere il potere sostituendosi a Walt Dangerfeld, il DJ che, dalla propria navicella, trasmette informazioni, musica e speranza alle comunità sopravvissute agli esperimenti atomici del fisico nucleare Bruno Bluthgeld. Alla fine Hoppy verrà smascherato grazie soprattutto a quello che oggigiorno definiremmo un teratoma, un freak che vive dentro di noi.

Dunque il pianeta sarà salvato dai freaks? Chissà, forse una qualche bambina che vive in mezzo a noi – come nelle Cronache del dopobomba di Dick – ospita all’interno del suo organismo un teratoma, un freak che salverà l’umanità. Forse questo essere mostruoso è già trasmigrato, si è già svincolato dal suo ospite umano e si sta adoperando per salvarci. Forse laggiù, nell’oscurità, un piccolo ammasso di carne misto a denti e capelli sta rotolando verso casa nostra per avvertirci.

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