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Reportage di morte

James Ellroy, Cronaca nera, tr. Alfredo Colitto, Einaudi, pp. 105, euro 12,00, euro 7,99 ebook

di ROBERTO STURM

Chi avesse già letto James Ellroy, uno dei Maestri della scena crime letteraria mondiale, troverà ulteriori conferme delle qualità che hanno reso famoso lo scrittore statunitense. Chi non lo avesse ancora letto, avrà l’occasione di entrare nella sua narrativa senza dover affrontare uno dei suoi tanti romanzi di un migliaio di pagine. Invece, in questo sottile volume, Ellroy si cimenta in due reportage, una forma a lui meno usuale, di casi di cronaca avvenuti negli anni Sessanta a New York e negli anni Settanta a Los Angeles.

La data del primo omicidio è il 28 agosto del 1963, il giorno in cui a Washington, al termine della marcia dei diritti civili, Martin Luther King tenne uno dei suoi discorsi più famosi. In una Manhattan semi deserta, molti degli abitanti avevano partecipato alla marcia di Washington, invece si consumava l’orribile delitto di due giovani donne: il “Career Girls Murders”. Janice ed Emily, ventuno anni la prima e ventitré la seconda, provenivano da famiglie benestanti ed erano donne in carriera. Janice lavorava per un settimanale come Newsweek, mentre Emily attendeva di cominciare a insegnare in autunno. Ed è proprio perché le due ragazze avevano prospettive certe per il futuro che si scatena nei detective l’ossessione di risolvere il caso e catturare il responsabile nel più breve tempo possibile. Soprattutto per Janice, trovata supina e sventrata, vittima della furia omicida più efferata. La fretta e la pressione dell’opinione pubblica – non era certo come se avessero trovato due homeless nello stesso stato in mezzo alla strada –, condizionano le indagini a tal punto che viene sospettato e interrogato un ragazzo nero la cui unica colpa era quella di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. La falsa convinzione dei detective li porta a non considerare altre piste e a far confessare, con la violenza, il ragazzo, sospettato ideale perché nero e senza lavoro. Ellroy ci offre un quadro della società statunitense dell’epoca non troppo diversa dall’attuale, dove il pregiudizio, la cotta collettiva dei detective e dell’opinione pubblica per due ragazze perbene orrendamente trucidate e i metodi mai troppo ortodossi della polizia creano le condizioni per commettere una grave ingiustizia.

Il 12 febbraio 1976, invece, è la volta di Sal Mineo, attore omosessuale che ha fatto da spalla a James Dean in Gioventù bruciata, a essere ucciso in strada a pochi passi da casa. Con il suo stile ossessivo e freddo, costruito di molte frasi costruite con soggetto, verbo, complemento oggetto e punto, Ellroy ci conduce in un’America razzista, omofoba e sessista, dove le indagini sembrano più puntate sul passato scandaloso della vittima che sulla ricerca del vero colpevole. Vengono divulgati particolari scabrosi e individuate le tante frequentazioni ambigue della vittima, un uomo che non si è mai curato del giudizio della gente, come a voler, in qualche modo, giustificare il suo assassinio.

In Cronaca Nera, le cui le voci narranti sono i responsabili delle indagini, lo scrittore statunitense attinge a materiali di archivio, rapporti di polizia e articoli di giornali dell’epoca per formare un quadro completo sia dei fatti criminosi sia di tutto il contesto dell’epoca. Due racconti duri e taglienti, dove Ellroy, come suo solito, non risparmia particolari brutali e crudeli e usa il suo stile freddo e affilato per sezionare implacabilmente il marcio che ci circonda.

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Parigi val bene un racconto

Corrado Augias (a cura di), Racconti pariginiEinaudi, pp. 296, € 19,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Parigi ha creato il ventesimo secolo, scrive Gertrude Stein nel racconto incluso in questa collezione dedicata alla Ville Lumière. Più corretto sarebbe precisare quanto sia stata Paris a dedicarsi a una troupe di scrittori e artisti che, attirati come vespe, varcando l’Oceano e terre continentali, hanno colonizzato Boulevard e altri arditi spettacoli inventando il ventesimo secolo.

Per la verità già nell’Ottocento non mancarono, da quelle parti, personaggi come Balzac, Hugo, Maupassant, Zola, intenti a esercitare la loro grandezza. Ma questo secolo era proprietà dell’Inghilterra, avendolo creato se diamo retta alle elucubrazioni oppiacee, ma rigorosamente lucide, di Gertrude. Leggendo i racconti difficile darle torto, il ventesimo secolo sembra aver avuto bisogno di Parigi come fondamento. Ce lo dicono i vari Joyce, Valery, Breton, Gide, Hemingway, Beckett, Picasso, Modigliani, Ray, e lo stuolo di scrittrici (e libraie, editrici) dai luminosi nomi: Barnes, Colette, Beach, Monnier, Wharton, Nin, la stessa Stein, e così via.

Poi non bisogna dimenticare la grandeur postuma: anni Cinquanta, le pompe decadute, le tetraggini fittissime, i manifesti di Picasso, i ritagli maliziosi sparsi ovunque, le nottate umide d’ogni genere di liquido, i salottini all’aperto e soprattutto al chiuso, anche le solite solfe, mutandine sistemate o strapazzate, tonic water corrette, le investiture galeotte e anonime della Recherche, tutto sistemato nella Parigi o cara di Arbasino (1960), perché poi non si butta via mai niente. Augias però, da buon residente, ricerca la Cité dell’immaginazione leopardiana, quella “doppia” che unisce l’oculare all’uditiva, la cui potenza prefigura piaceri favolosi, speranze e perfino possesso. Il canone fantastico porta Augias a compilare non un’enciclopedia ma la più semplice antologia possibile, che racconti Parigi con ogni tipo di considerazione, pure vivacemente trasfigurata o flessa all’invenzione. Tanto è pur sempre Paris, geniaccia quale è, a trascinarci nel brivido delle passioni artistiche, nelle esagerazioni sensuali, nei meriti e demeriti della Senna. Fra questi ultimi, l’aver lasciato affogare il poeta Celan.

L’introduzione scritta dal compilatore rivela la sua propensione propedeutica, televisiva, irrinunciabile per chi persegua lo scopo di avvicinare quanto più lettori alle pagine di Proust, Benjamin e Perec. Intenzioni passabili d’encomio, e come può essere altrimenti? Augias sa di dover evitare generiche concupiscenze poetiche, o lascive ridondanze nostalgiche, visto che alla fine della seconda guerra mondiale “lo scettro passava a Manhattan”. Quello di capitale del mondo, ovviamente. La precisione storica e cronistica coglie gran parte delle dimensioni della capitale francese, anche quando si fatica a percorrere vie e quartieri assai mutati, mentre sono poche le magioni ancora intatte e appartenute alla specie leggendaria. Ma queste leggende sono avvolte da memorie protette in modo fiero, non soltanto perché attrattive di un turismo finto colto o sepolture in vita di abitanti ormai quasi del tutto estinti.

E poi i parigini sono giocolieri, uno dei nomi più citati nell’antologia è Fantômas, diabolica invenzione che ha influenzato perfino Magritte. Figurarsi i cittadini residenti sopra un groviglio di fogne, nondimeno meta di allegri gitanti. Lo spazio temporale dei racconti parigini arriva alla recente contemporaneità con Buzzati e Perec, il primo con il racconto di una Tour Eiffel fiabesca che avrebbe oltrepassato di gran lunga l’altezza di 300 metri, continuando gli operai a imbullonare travi su travi, acciaio e ancora acciaio, fino a oltrepassare le nubi, rivelando così un progetto segreto che prevedeva un’altezza fuori di ragione. Perec dal canto suo intraprende la stesura di una lista, dal sapore anch’essa di infinito, che vorrebbe esaurire le cose di minore importanza (generalmente inosservate ma preda del tempo che passa) presenti in un intero quartiere parigino, Saint-Sulpice. Scrittori bizzarri forse, ma capaci (Boris Vian tenta anch’egli una specie di introduzione “scientifica”, o almeno geografica, di Saint-Germain-des-Prés) di catturare l’aria del tempo, i suoi segreti, e la fama più o meno vera, più o meno satura di malintesi.

Insomma, da una città più che mai immaginata nei libri, come scriveva Calvino, a una città dai mille viaggi, ancora una volta ci troviamo a passeggiare nella grande vistosità di Parigi, femmina formosa, segreta e scapestrata.

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Natalia Ginzburg, o la biografia culturale d’una nazione 

Sandra Petrignani, La corsara: Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza, pp. 459, euro 15,30 stampa, euro 9,99 e-book

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Quando nelle librerie appare la biografia d’uno scrittore, dovremmo tutti gioire. Il vissuto, i sentimenti, le passioni, l’impegno sociale e culturale, i rapporti con la propria arte – tutto aiuta ad illuminarne l’opera, a ricostruirne la genesi e a inquadrarla in una prospettiva storica ed esistenziale. Se poi la biografia è quella di un personaggio quale fu Natalia Ginzburg l’interesse suscitato è massimo, poiché siamo al cospetto di una vita che le drammatiche vicende storiche hanno reso esemplare, e meritevole di essere studiata e tramandata. A ciò si aggiunga la curiosità per questo nuovo lavoro, visto che sulla Ginzburg esiste già una solida ricerca biografica, a firma della sua ottima traduttrice tedesca Maja Pflug.

Questo volume di Sandra Petrignani s’inserisce nel genere biografico messo da lei a punto, che mescola sapientemente elementi di scrittura giornalistica, critica letteraria, ricerca storica e pura narrativa. Esso consta di quattro parti, suddivise in capitoli dai titoli icastici tratti da opere, lettere, diari, brani di conversazioni, e si apre con una sorta di prologo, il primo incontro che l’autrice ebbe con la Ginzburg, quando a metà degli anni Ottanta andò a trovarla nella sua casa romana per avere un giudizio su un proprio manoscritto. Dopo qualche cenno autoreferenziale, si comincia a seguire il vissuto di Natalia Ginzburg, dalla nascita avvenuta a Palermo nel luglio del 1916, in una casa di Via Libertà (nome che sembra un segno del destino), al nucleo famigliare, sino alla generazione dei nonni. A ben vedere però l’elemento diacronico è solo il tracciato principale, da cui si dipartono vie e sentieri che s’inoltrano avanti e indietro nel tempo, solcati da personaggi epocali, lasciati e ripresi, in un moto perpetuo che vivacizza il racconto.

L’autrice si sofferma sugli anni dell’infanzia della Ginzburg, sul milieu culturale di un luogo e di un momento storico fondamentali per le vicende del nostro Paese, la Torino degli anni Venti-Trenta del secolo passato, fervida di fermenti culturali e sede delle prime opposizioni al fascismo. Ecco dunque il padre, Giuseppe Levi, ebreo triestino, istologo di livello internazionale (tra i suoi allievi figurano Rita Levi-Montalcini, Renato Dulbecco e Salvator Luria, tre premi Nobel); la madre, la milanese Lidia Tanzi, donna colta e intelligente, sensibile alle arti e alla musica, frequentatrice dello studio di Felice Casorati, attorno al quale gravitavano Carlo Levi, Piero Gobetti e l’avanguardia artistica torinese; la sorella Paola, i tre fratelli Mario, Gino e Alberto, impegnati antifascisti.

Nella loro casa è passata più volte la Storia: vi si recavano Anna Kulishioff e Filippo Turati (che con il nome di Paolo Ferrari vi si nascose per una settimana prima della rocambolesca fuga in Francia, qui rievocata), Adriano Olivetti (che sposerà Paola), Carlo Levi (che intreccerà con la stessa Paola una lunga storia passionale), i giovani compagni dei fratelli di Natalia, i ragazzi del mitico liceo D’Azeglio di Torino, a cominciare dal futuro marito, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Natalino Sapegno, Giorgio Agosti, Massimo Mila, Giacomo Debenedetti e molti altri, una «generazione pesante», che ha «mescolato insieme – con l’altruistica dissipazione della giovinezza – politica, rischio e grandi amori».

La Storia, sempre quella con la S maiuscola, travolgerà poi Natalia e la sua famiglia in un incalzare di eventi drammatici, qui narrati con ammirevole empatia: l’esilio imposto al marito Leone, i drammatici anni della guerra, la perdita del coniuge in seguito alle torture degli aguzzini nazisti, la fuga in una Firenze devastata (dove viene accolta da Eugenio Montale, compagno di sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre), la forzata separazione dai tre figli in tenera età, la vita randagia di chi è costretto a nascondersi. E la solitudine estrema del primo dopoguerra, gli anni romani di psicanalisi e di tetri pensieri, che nella «nera estate» del 1945 le fanno balenare l’idea del suicidio.

Ma è un tempo quello di straordinario fervore culturale e sociale, sono gli anni della ricostruzione fisica e morale di un Paese ridotto in macerie dalla follia fascista, a cui Natalia darà il suo grande contributo. Il racconto prosegue con le tappe della vita d’una donna ancor giovane ma duramente provata: il consolidarsi della coscienza di scrittrice e la messa a punto di una voce narrativa e saggistica originale, la fugace liaison con Salvatore Quasimodo, il primo incontro con il più acuto studioso della sua opera, Cesare Garboli (col quale stabilirà un sodalizio intellettuale per entrambi fruttuosissimo), il matrimonio con Gabriele Baldini, ulteriori dolori come la perdita prematura di un figlio e la malattia invalidante di un’altra figlia, il percorso di antesignana dell’autonomia intellettuale femminile in un mondo marcatamente maschile, il definitivo affermarsi come romanziera, la feconda stagione della produzione teatrale, la presenza incisiva nel dibattito culturale italiano attraverso la scrittura giornalistica (fu battagliera opinionista dei maggiori quotidiani nazionali, suscitando con i suoi interventi dibattiti accesissimi: il termine «corsara» scelto per il titolo di questa biografa ha qui la sua ragion d’essere), l’impegno sociale intrapreso con l’attività parlamentare a cui si dedica anima e corpo nell’ultima stagione della vita, seguendo la grande lezione di Leone sempre viva in lei: vivere la politica non come ideologia ma come coscienza etica.

A epigrafe di questa, come forse di ogni biografia, si potrebbero porre le parole che la stessa Ginzburg scrisse in un saggio sull’amato Proust, del quale fu anche traduttrice: «Alla sete di possedere il segreto di un essere, la vita dà le sue risposte frivole e derisorie, contraddittorie e intrise di menzogna.» È contro queste contraddizioni, queste menzogne disseminate ovunque che l’autrice lotta, ingaggiando un disperato corpo a corpo con l’elusività del tempo e della memoria, della verità delle cose, nell’accorato intento di giungere alla sostanza più intima della Ginzburg. E nella pervicace sfida all’oblio si appiglia a tutto, si aggrappa ad ogni traccia: recupera le memorie di familiari (mancano tuttavia le testimonianze dei figli Carlo, Andrea – ancora in vita quando il libro era nel suo farsi – e Alessandra), di testimoni diretti e indiretti, spulcia libri, indaga negli archivi, riporta alla luce lettere, cartoline, articoli di giornale, in una certosina attività di ricerca che in una sorta di pellegrinaggio l’ha condotta nelle case e nei luoghi dove la Ginzburg visse, su e giù per l’Italia in cerca di impronte non ancora consunte dal tempo, in un affannoso insinuarsi nella memoria dei luoghi, delle persone e delle polverose carte persino commovente. Non paga, la Petrignani ricorre financo alle analisi grafologiche, ai temi astrali. «Mi prendo la libertà di affidarmi ad altre suggestioni», ammette, ma per fortuna non persegue troppo questa strada invero poco scientifica, avanzando invece nel solco tracciato dalla seminale, stringente biografia di Maja Pflug, e ampliandola di parecchio. Soprattutto, mette a frutto la sua esperienza critica di lettrice, si affida all’esegesi dell’opera narrativa, saggistica, giornalistica e teatrale di Natalia impiegandola come uno strumento ermeneutico per rischiarare zone buie, riempire vuoti e lacune documentali.

È un procedimento non privo di insidie, poiché la scrittura creativa, per quanto autobiografica (e quella della Ginzburg notoriamente lo è in alto grado), risponde a regole proprie, per statuto ontologico tende a trasfigurare la realtà da cui trae ispirazione, ma la Petrignani di questo pare ben avvertita e porta avanti il racconto con mano ferma, gestendo in modo ammirevole la copiosa messe di informazioni raccolte, e facendo di questa ricerca una sorta di romanzo. Perché, a tratti, i protagonisti della famiglia Ginzburg, le tante personalità che ne incrociarono i percorsi, sembrano davvero personaggi letterari, e le loro drammatiche esistenze hanno un sapido sapore d’avventura.

La tecnica espositiva è poi tipica della narrazione letteraria: ampi dialoghi, impiego di procedimenti quali l’analessi e la prolessi, in un continuo andirivieni nel tempo storico e in quello interiore che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. E in questo giace una delle grandi differenze con la biografia della Pflug: tanto rigorosa, stringente, asciutta, lineare quella, quanto barocca, piena di punti di fuga e digressioni questa della Petrignani. Condotta con rigore fattuale e corredata di foto (alcune anche rare, fornite dai figli di Natalia) quella, tutta incentrata sulla parola e maggiormente disposta ad avventurarsi nelle motivazioni esistenziali più recondite questa, e perciò più dubitativa, ipotetica, congetturale, risuonante di «forse», di «credo», di «mi piace di pensare», «mi piace immaginare». Ecco dunque spiegata la scelta della parola «ritratto» nel titolo, figlia dell’approccio impressionistico volto a riempire i tanti vuoti del percorso biografico della Ginzburg di cui non a caso, rendendo merito alla sua complessità, si ricostruisce la personalità nel segno della contraddizione, dell’ossimoro.

Tuttavia qui non ci si limita a narrare le vicende della Ginzburg, ad analizzarne le opere. Nell’alveo del racconto principale s’innesta infatti una sorta di biografia nella biografia, quella di un’istituzione culturale che ha avuto enorme rilievo nell’esistenza di Natalia e nella storia culturale italiana, la casa editrice Einaudi, con la quale ella collaborò in pratica l’intera vita (pubblicando con essa la maggior parte delle proprie opere, traducendo, partecipando alle riunioni editoriali, leggendo manoscritti e segnalando libri di grande spessore), e di cui grazie a preziose testimonianze si seguono le vicende a partire dalla fondazione avvenuta il 15 novembre del 1933, le sue molteplici mutazioni, i grandi intellettuali che vi collaborarono. Trovano quindi ampio spazio i rapporti intrattenuti dalla Ginzburg con Giulio Einaudi (che la considerava «la coscienza critica della casa editrice», intoccabile emblema della tradizione einaudiana), con l’a lei carissimo Cesare Pavese (al quale è dedicato un intero capitolo, ma la cui figura ricorre di continuo), e l’altrettanto caro Italo Calvino.

E in generale ci si sofferma sui rapporti con i tanti e celebri colleghi, da Elsa Morante (con cui la Ginzburg intratteneva una frequentazione assidua e affettuosa pur nelle irriducibili differenze), ad Alberto Moravia, Mario Soldati, Lalla Romano, Rocco Scotellaro, Sandro Penna, Mario Tobino, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini (nel cui film Il Vangelo secondo Matteo recitò la parte di Maria Maddalena), Enzo Siciliano, Giorgio Bassani, Giorgio Manganelli, e numerosi altri: la lista è lunga, a percorrerla si delinea un intrigante spaccato della letteratura italiana contemporanea. A questo proposito bisognerà dire che la Petrignani si concede con una certa voluttuosità al gossip degli ambienti letterari, riportando relazioni, flirt, rivalità, gelosie professionali e amorose, elemento che a tratti conferisce al racconto una nota quasi salace.

In definitiva, questa biografia ha il grande merito di riportare l’attenzione su un personaggio invero notevole, una donna che ha opposto una sorprendente vitalità alle tragedie della vita, che è riuscita a trasformare il proprio dolore in ricchezza interiore e in materia creativa. Una scrittrice dalla tempra morale solidissima, che ha fatto del dovere etico di «dire la verità», nel senso greco della parresia, una cifra stilistica e di vita. Un’autrice sempre protesa nella tensione assoluta verso la parola giusta, autentica, che postulava la necessità di «tornare a scegliere le parole, a scrutarle se erano vere o false, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano solo le effimere radici delle comuni illusioni». Un’intellettuale che, a partire appunto dalla parola, ha mirabilmente colto uno dei grandi problemi non soltanto artistici ma antropologici dell’oggi: «Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi». Questa straordinaria lezione etica risuona come un monito non solo agli scrittori, ma a noi tutti.

Forse però il pregio maggiore di questo lavoro è il suo configurarsi come la biografia di una comunità di artisti e intellettuali di spessore altissimo innestata nella storia d’Italia, in un continuo intreccio tra dimensione privata e pubblica, tra storia personale e nazionale, che dà luogo ad un affresco dall’ampio respiro: non dunque mera vicenda esistenziale di una scrittrice, per quanto grande, ma parabola culturale di un intero Paese. E a ripercorrere le tappe della nostra cultura si è afferrati da una rabbia impotente, da una micidiale nostalgia, persino da invidia per un passato così vitale, rifulgente rispetto alla vacuità del nostro tempo. Ma a questo sentimento dovrebbe subentrarne un altro, ben più fattivo, e allora forse la consapevolezza che la barbarie che aveva strangolato il nostro Paese fu sconfitta da «persone che seppero fare dell’utopia e del proprio sacrificio qualità della vita per gli altri» potrebbe indicarci la via per un riscatto che oggi non riusciamo neanche ad immaginare. Natalia Ginzburg si è sempre attenuta all’esortazione dell’amato Leone, che concluse la sua ultima lettera dal carcere a lei indirizzata con una frase che risuona a mo’ di epigrafe della sua vita e della sua scrittura: «Sii coraggiosa». Anche noi dovremmo forse far nostre quelle parole, armarci di coraggio e impegnarci in una lotta rigorosa per costruire un mondo migliore.

Giuseppe Costigliola ha anche intervistato Sandra Petrignani.

http://www.neripozza.it/

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Nessuna parola a caso, e l’avventura è servita

Joe R. Lansdale, Il sorriso di Jackrabbit, Einaudi, tr. Luca Briasco, pp. 250, € 17,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Ormai sono tornati a pieno regime. E chi si sogna di rimandarli indietro? Ce li teniamo ben volentieri. Invecchiati, come accade a tanti personaggi seriali su carta (diversamente dal cinema o dalle serie tv), ma non per questo arrugginiti, pronti anzi a deliziare le migliaia di lettori che dopo Honky Tonk Samurai hanno sperato di poter gustare nuove avventure con protagonista il più improbabile duo di detective che la mente di uno scrittore abbia potuto concepire.

Ma quando la mente è quella di Joe R. Lansdale, e i facenti parte del duo in questione rispondono ai nomi di Hap Collins e Leonard Pine, l’avventura – e le risate – sono servite, accomodarsi ai tavoli, prego. Senza dimenticare che per dessert c’è sempre qualche spunto di riflessione sociologica, mai assente dai romanzi dello scrittore texano, giunto qui al dodicesimo capitolo della sua saga più conosciuta e fortunata.

Dopo Bastardi in salsa rossa, che avevamo discusso qui su PULP Libri con toni non molto entusiastici, Il sorriso di Jackrabbit pompa buona benzina sul fuoco dell’irriverente prosa di Lansdale e consegna un romanzo a tutti gli effetti avvincente, che appaga pienamente aspettative nel suo caso non certo basse.

Hap e Brett stanno festeggiando le proprie nozze, che hanno finalmente avuto luogo dopo una convivenza lunghissima e piuttosto pepata, sotto il profilo carnale della faccenda. Brett è diventata fra l’altro il capo di Hap, intenstandosi la licenza dell’agenzia investigativa di cui fa parte pure l’inossidabile pard Leonard. Ma ecco che qualcosa guasta i programmi dei nostri: al clou della festa, mentre Hap sta arrostendo salsicce per tutti nel giardino di casa, fanno la loro comparsa due ospiti non invitati: Judith Mulhaney e il figlio Thomas hanno urgente bisogno di conferire con chi di dovere per un’indagine delicata. La figlia minore, Jackie Mulhaney, detta Jackrabbit per via della sua arcata dentale superiore un bel po’ sporgente, è scomparsa senza lasciare tracce.

I rapporti, va detto, non nascono sotto la migliore delle stelle. Non è tanto per l’occasione in sé (durante la festa del proprio matrimonio è pacifico che a nessuno degli sposi piaccia discutere di lavoro), è che madre e figlio preferirebbero che ad occuparsi del caso fossero la stessa Brett, o Hap, ma non certamente il colorito Leonard. D’altra parte, Thomas in particolare si presenta alla loro porta con una maglietta con su scritto uno slogan piuttosto esaustivo, BIANCO È GIUSTO. Peccato che su certe tematiche a uno come Leonard non puoi tastare troppo il polso, il rischio di assaggiarne gli argomenti a suon di ceffoni e calci nel didietro è alquanto probabile – e Thomas lo comprenderà molto presto.

Tuttavia, il lavoro è lavoro e l’umanità di cui Lansdale impregna i personaggi delle sue storie presenta talvolta svantaggi: nessuno di loro può permettersi di dire no a una proposta d’ingaggio, perciò si aprano le danze.

La pista che Jackrabbit ha lasciato alle sue spalle si è ormai raffreddata e per quanto sembri incredibile che alla luce delle recenti innovazioni tecnologiche una persona possa far perdere dall’oggi al domani ogni traccia di sé, ritrovare le orme della ragazza scomparsa sembra davvero un’opera titanica, almeno inizialmente. Purtroppo per i cattivi di turno, la premiata ditta Collins & Pine non si arrende davanti a nulla e ogni volta, oltre a portare a casa pagnotta e risultato, caccia le mani nel sordido, senza smettere di rimestare porcheria finché la verità non viene a galla.

Stavolta Lansdale pone l’accento sulle sette religiose, sulle capacità persuasive di certi personaggi di riferimento per i seguaci del culto e sugli immensi interessi economici che questo tipo di realtà riescono spesso a maturare, ad appannaggio di pochi«eletti» e con intenti che di spirituale hanno assai poco.

Ma state tranquilli: questi non sono libri che stanno lì a farci la lezioncina, né si caricano di una qualche verità profonda da rivelare alle addomertate, addomesticate legioni di individui senzienti all’oscuro di certi strani meccanismi. Lansdale scrive per divertire e divertirsi, con la presunzione di credere che intrattenere piacevolmente chi legge non significhi buttare mucchi di parole a caso in pasto ai maiali.

Riflettere sul mondo, e sulla natura dell’uomo, è il compito che un buon libro dovrebbe assolvere sempre. Farlo con un sorriso, un sapiente utilizzo dei colpi di scena, personaggi perfettamente funzionali e una scrittura tagliata con l’accetta è arte rara. Per fortuna nostra, ogni tanto, del tutto casualmente, un certo tipo di arte diventa mainstream e si trova dappertutto, nelle librerie e negli store on line. Non resta che approfittarne e cogliere l’occasione per imparare a distinguerli dal resto, questi libri. Anche perché, passati a miglior vita i pochi vecchi bisonti che bontà loro ancora restano ancorati alla tastiera e sfornano qualche buona storia, poveri noi.

Ci toccherà leggere per forza mucchi di parole buttati a caso. E accettare l’idea di esserci meritati di diventare per qualcuno i maiali cui destinarle.

https://www.einaudi.it/

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