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Una bomba incendiaria di romanzo. La giungla di Upton Sinclair

di ELISABETTA MICHIELIN

«Spam! Spam!». Intanto, di là dalla collina rintronava cupo,
feroce, monotono, lo «spam! spam! spam!»
delle artiglierie di Cassino.
[SPAM – acronimo di Shoulder of Pork And haM]
ovvero “l’orrido SPAM, il pasticcio di carne di maiale, orgoglio di Chicago”

Curzio Malaparte, La pelle

La giungla, pubblicato da Upton Sinclair nel 1906, è un libro ideologicamente costruito, pedantemente dimostrativo, informe e noioso in alcune parti, ma così bello e fiammeggiante, così accurato nell’indagine sulle condizioni di vita degli operai, delle migrazioni, dell’organizzazione del lavoro, della costruzione di una città – Chicago – della produzione industriale del cibo, da essere non solo un modello di giornalismo e letteratura di denuncia – di “quel muckraking (andare a frugare nel letame) che costituì una delle tendenze più vigorose della cultura americana di inizio secolo e che influenzò in maniera più o meno profonda le moderne lettere americane”, come scrive Mario Maffi (traduttore de La Giungla per Net, la collana de Il Saggiatore) – ma da rimanere ancora oggi, purtroppo, di un’attualità stringente e – forse per questo – quasi del tutto dimenticato.

Due sono in particolare i capitoli che valgono da soli, per acume e vividezza di scrittura, la lettura del libro: la festa di matrimonio, acziavimas, e il “viaggio del maiale”, la sconvolgente “fabbricazione a macchina della carne di maiale, la fabbricazione della carne di maiale grazie alla matematica”.

Il ballo per il matrimonio di Jurgis Rudkus, giovane operaio appena arrivato dalla Lituania, protagonista del romanzo, e di Ona poco più che adolescente, è una scena complessa densa di persone, un luogo di tensione fra la tradizione portata dal paese lontano e il potere di livellamento del capitalismo, che tutte le tradizioni cancella e da tutti i retaggi “libera”.

Per i nuovi arrivati a Chicago rinunciare al ballo per il matrimonio “vorrebbe dire non solo essere sconfitti, ma riconoscersi sconfitti: ed è la differenza fra questi due stati d’animo a mandare avanti le cose.” La famiglia di Jurgis non può rinunciare alla veselija (il ballo con la sposa); patto non scritto, ma proprio per questo vincolante, sorta di questua in cui tutti gli intervenuti alla festa – che costa enormemente relativamente ai magrissimi salari – sono tenuti a contribuire con una quota che non è fissata, ma che tanto più è generosa quanto più ci si sente legati alla tradizione. Una tradizione che ti riconferma “padrone del tuo destino” perché, per quanto la tua vita sia misera e si svolga in un tugurio, un giorno l’hai lanciata in aria per gioco e con leggerezza, e questa festa meravigliosa sarà il ricordo che ti accompagna e dopo il quale “si può tornare alla fatica quotidiana e trascorrere ogni giorno in quel ricordo”.

Ebbene non serve molto per far sospettare a Jurgis e ai suoi familiari che i lituani di lungo corso negli Stati Uniti e quelli di seconda generazione sono molto diversi dagli appena arrivati; restii a indossare le vesti tradizionali, lontani dal riconoscersi nei doveri di accoglienza e nelle gerarchie del rispetto: “sembrava quasi che ci fosse nell’aria un veleno sottile che s’insinuava nei polmoni, un veleno che colpiva improvvisamente i giovani. Arrivano a frotte, alle feste, facevano man bassa delle leccornie preparate, e poi tagliavano la corda (…) e non si facevano più vedere (…) senza ritegno alcuno, lanciando anzi sguardi ironici, pieni di scherno, sfrontati”. Per non parlare degli organizzatori della acziavimas, anch’essi lituani, che gonfiavano con imbrogli di ogni sorta il costo della stessa. A Jurgis, uscito dalla festa pieno di debiti, non resta che consolare la atterrita Ona con la frase carica di inconsapevole ironia che lo accompagnerà per buona parte del libro: “lavorerò di più”.

La scena del matrimonio che apre il libro di Sinclair, piena di contraddizioni, tremante sotto una catastrofe incombente, minacciosa e inevitabile, sembra fare il paio con la fragilità delle amicizie e degli inganni amorosi che avvengono nella comunità di operai delle acciaierie di origine russa del film di Michel Cimino Il Cacciatore (1978), che poi precipita e si dissolve nell’orrore del Vietnam. Certo, a salvare gli operai di Sinclair ci sarà alla fine l’”inevitabile” sole del Socialismo, mentre alla classe operaia di Cimino che va all’inferno non resterà assolutamente nulla, né utopie, né sogni giovanili, né tanto meno le promesse di libertà e di autodeterminazione dell’America e della Storia.

L’inferno di Jurgis, della sua famiglia e di trentamila altri operai (mezzo milione indirettamente), non sarà il Vietnam ma Packingtown (la “città dello scatolame”) come veniva chiamata l’immensa porzione di Chicago occupata dai macelli, dalle fabbriche dell’indotto, dalle case fatiscenti e dai dormitori avvolti in una fitta e densa oscurità, in un paesaggio cupo e spoglio, in un odore persistente rivoltante che infetta tutta l’area. Avvicinandosi alla fabbrica Jurgis e famiglia, appena sbarcati negli Stati Uniti pieni di aspettative, “si resero conto d’esser sul punto di giungere alla fonte di quell’odore… d’esser anzi venuti fin dalla lontana Lituania per trovarlo.” La fonte dell’odore rivoltante di carne e sangue, accompagnato da una specie di ronzio continuo, che era il muggito remoto e il grugnito di migliaia e migliaia di bovini e suini, aveva origine nei macelli di Chicago.

Il terzo capitolo de La giungla è scioccante. Lo è stato all’epoca, quando il libro suscitò un enorme clamore, inchieste e denunce tutte vinte dall’autore (perché le atrocità descritte erano vere; Sinclair visse infatti due mesi con gli operai dei macelli per documentarsi) e lo è ancora anche per un lettore odierno che di romanzi “horror” ne ha letti a valanghe.

Si tratta di una visita “turistica” dei nuovi arrivati, che “familiarizzano” con l’ambiente del futuro lavoro e che mette a dura prova i pensieri e sentimenti della famiglia di Jurgis, anche se Sinclair chiosa: “I lituani non erano animi poetici e la scena non inspirò loro metafore sull’umano destino: si limitarono a riflettere sulla meravigliosa efficienza di ciò che avevano sottocchio”.

La “macchina meravigliosa” eccola descritta da Bertolt Brecht nel suo, Santa Giovanna dei macelli (1932), opera molto più “aperta” e complessa de La giungla, ma che da quest’ultima prende a “prestito” (si sa che Brecht teorizzava il plagio) l’ambientazione nei mattatoi di Chicago.

Lasciamo, quindi, intatto per il “piacere” del lettore de La giungla il crudo realismo di Sinclair. La geometrica e quasi asettica descrizione di Brecht mette bene in luce la potenza del sistema di macchine che sembra muoversi da sola, autonoma dal lavoro degli operai sprofondati in realtà a lavorare “con rabbiosa velocità” nel sangue che (animale o umano) fa da fil rouge dell’intero romanzo.

Il maiale va su, sopra una guida
metallica, al piano ultimo. Lassù
incomincia il macello. Da sé solo
senz’aiuto, il maiale si precipita
giù sui coltelli. Va bene? Il maiale
si macella da sé, si fa salsiccia.
Perché, da un piano all’altro, abbandonato
dalla sua pelle, che in cuoio si muta,
e poi diviso dalle proprie setole
(spazzole, un giorno), finalmente l’ossa
sue, che dànno farina, scaraventa
via da sé. E dal proprio peso tratto
sprofonda nella scatola. Va bene?

Macchine meravigliose: è noto che Ford si inspirò proprio alla catena di smontaggio dei macelli di Chicago per costruire la catena di montaggio per la prima Ford modello T. Semplicemente invertendo il senso della catena, l’assemblaggio di una macchina rispetto allo smontaggio di un suino.

Sinclair, che secondo Lenin era un “socialista sentimentale”, non dimentica mai oltre alla sorte dei lavoratori quella della sofferenza animale, ciò che definisce “lo stridio di maiale di tutto l’universo”, chiedendosi: “era ancora possibile credere che, da qualche parte, sulla terra o al di sopra della terra, non ci fosse un paradiso dei maiali, dove essi potessero cogliere la ricompensa a tanta sofferenza?”

Ne La giungla la sorte dei buoi e dei maiali è la stessa di quella degli uomini, delle donne e dei bambini: allo smontaggio degli animali corrisponde lo smontaggio delle comunità, dei legami, dell’umanità stessa triturate insieme alle bestie nell’infernale sistema mondo dei macelli.

Ciò che maggiormente provocò il clamore all’uscita del libro di Sinclair fu la qualità del cibo che producevano i macelli di Chicago. Una vera e propria produzione di veleno inscatolato; se del “maiale non si butta via niente”, un detto che gli operai si ripetevano con umorismo nero, la cosa era letterale: guasti, marci, morti per malattie, frattaglie, tutto veniva usato, “ripulito” e inscatolato. Finanche operai scivolati nei macchinari e spediti ai quattro angoli del continente sotto forma di “Lardo Foglia d’Oro Durham” o altre prelibatezze che contenevano più o meno le stesse cose, ma a seconda del nome del prodotto avevano costi differenti. I prodotti più scadenti venivano venduti alle strutture collettive, ospedali, mense ed esercito, come riportato nel libro di Curzio Malaparte sopra citato.

L’impatto sui consumatori fu enorme, le inchieste si moltiplicarono e dopo sei mesi vennero approvati in gran fretta il Pure Food and Drug Act e il Beef Inspection Act per cercare di mettere ordine e argine all’industria alimentare statunitense. Una doverosa attenzione allo stomaco; ma per quanto riguarda le condizioni di vita gli operai se la dovranno cavare da soli attraverso moltissimi scioperi e proteste che costellano la vita dell’industria conserviera di Chicago.

Sinclair non è certo uno che si fa confondere dai propri personaggi; li tira per la giacchetta, con pugno di ferro, conducendoli per tutte le stazioni – una più dolorosa dell’altra – di una via crucis horror, li schernisce con ironia e sarcasmo nelle loro credenze, idee balbettanti e pensieri che bolla sempre come ingenui. Li accusa di “vedere solo quel che volevano i conservieri”, in una parola di essere senza un punto di vista di classe e quindi di comprensione generale come solo il partito socialista poteva avere. Eppure, a un certo punto, il narratore de La Giungla, sconfortato, scrive: “Per descrivere i miasmi che esalavano da questo macabro ossario, c’erano forse parole adatte in lituano, ma certo non in inglese”. Siamo nel reparto fertilizzanti, ultimo girone infernale del ciclo della produzione della carne dove Jurgus finisce dopo varie peripezie.

L’impossibilità linguistica a definire le condizioni di lavoro degli operai del reparto fertilizzanti è la barriera che separa i dannati del miracolo americano dagli strati di popolazione che man mano si affrancano dal trust della carne o ne vengono semplicemente espulsi, sostituiti via via da nuove identità etniche immesse nel circuito dei macelli: più docili, malleabili, ignare della lingua, delle condizioni di vita e di lavoro cui vanno incontro.

Infatti i padroni, scrive Sinclair, sono sempre alla ricerca di gente come il giovane Jurgus: “un ragazzo venuto dalla campagna, il tipo di operaio che piace ai padroni, che rimpiangono di non poter avere più spesso: se gli si diceva d’andare in un certo posto, ci andava di corsa: se rimaneva senza nulla da fare anche solo per un momento, cominciava ad agitarsi irrequieto, incapace di star fermo per quell’eccesso di energia che gli ribolliva dentro; e se lavorava alla catena, la catena si muoveva sempre troppo piano per lui (…)”. Ci penserà poi la fabbrica a smontare sia la carne degli animali che quella degli operai, come vivrà sulla sua nuda pelle Jurgis che – appena entrato ai macelli- rimane sorpreso nel rendersi conto che gli altri “odiavano il proprio lavoro, odiavano i capisquadra e odiavano i padroni, odiavano l’intera fabbrica, l’intero quartiere, l’intera città, e d’un odio totale, crudo, violento. Donne e bambini maledicevano ogni cosa con forza; era uno schifo, uno schifo d’inferno, era tutto uno schifo!”.

Se per avviare il settore i primi immigrati furono i macellai specializzati provenienti dalla Germania, man mano che la meccanizzazione aumentava e il lavoro perdeva la sua specializzazione questi furono sostituiti dagli irlandesi, che poi all’epoca dei grandi scioperi degli anni Ottanta del XIX secolo se ne vanno o vengono sostituiti da i boemi e dai polacchi. (Chicago è infatti ancora oggi la seconda città polacca del mondo dopo Varsavia per numero di abitanti). Arrivano poi i lituani che, appena scendono in sciopero, vengono sostituiti dagli ex schiavi che arrivano dal sud degli Stati Uniti usati come crumiri; perché una cosa è certa: la storia dell’industrializzazione di Chicago è una storia di grandiosi scioperi e anche di fuga dalla fabbrica.

Moltissimi operai (come il nostro Jurgus) scelgono di andarsene (rompendo i legami familiari) e di diventare hobos (l’esercito di lavoratori nomadi e stagionali che si muovevano in cerca di migliori condizioni di lavoro, e che tanto hanno costruito l’immaginario americano) girando per l’immensa frontiera. È significativo che, nel percorso che Sinclair fa compiere al suo protagonista, l’adesione al socialismo passi attraverso l’abbandono di questa scelta (per molti versi liberatoria, salari più alti, tempo libero, capacità di decidere quando lavorare e quando vivere dei proventi del lavoro stagionale e, non ultimo, rapporto con la natura che a Chicago è pressoché scomparsa), il ritorno alla fabbrica e a quel che rimane della famiglia che nel frattempo si è disgregata quasi completamente.

Il Socialismo ha bisogno degli operai in fabbrica e in famiglia, non può organizzare una forza lavoro mobile e senza legami, a differenza del movimento sindacale degli IWW (Industrial Workers of the World), non a caso nato proprio a Chicago nel 1905, che raccoglieva e seguiva i percorsi di lavoratori precari di diverse qualifiche e nazionalità.

La sostituzione e segmentazione di operai di diversa nazionalità e diversi contratti di lavoro è ancora oggi caratteristica della filiera della carne, come dimostrano le ricerche negli stabilimenti italiani di Devi Sacchetto, ricercatore dell’università di Padova.

Il libro di Sinclair è ancora attuale (purtroppo) rispetto alle condizioni di lavoro delle maquiladores alle frontiere fra Stati Uniti e Messico, nelle periferie delle città del terzo e del primo mondo, ma anche nei nostri ghetti qui in Italia, a San Ferdinando, nelle campagne pugliesi o nel Nord, dove un esercito di operai senza volto e “clandestini” producono in condizioni di vita terribili, privi di diritti, il cibo che arriva sulle nostre tavole; più esente da frodi, ma non meno insanguinato della carne in scatola dei mattatoi di Chicago.

Le donne, da parte loro, sono sempre esposte e sul bordo della prostituzione: destino inevitabile della miseria tragica in cui vivono, a maggior ragione se vengono abbandonate dal capofamiglia. Sinclair non esprime giudizi morali, ma non può permettersi di “salvarle”: così alla costrizione alla prostituzione dell’indifesa Ona segue una morte terribile, mentre Marija che decide di prostituirsi per mantenere il resto della famiglia quando Jurgis se ne va, al ritorno di quest’ultimo sceglie di continuare a fare la vita. Neppure Jurgis colpevolizza le due donne, ma l’economia del romanzo non permette un ritorno alla vita “normale” delle prostitute. Se hai varcato quella soglia non ritorni più. È bello però ricordare che, nella realtà, fra i sei fondatori degli IWW ben tre erano donne delle quali un’afroamericana, Lucy Eldine Gonzales Parsons, militante anche per i diritti razziali e l’uguaglianza di genere. Vale a dire che c’erano donne che non accettavano il proprio “destino”.

La giungla uscì a puntate sulla rivista socialista Appeal to Reason. La vita di Upton Sinclair, che è stato anche uno dei produttori del progetto fallito del film “messicano” di Ėjzenštejn, si può leggere su Wikipedia oppure – con licenza poetica ma pregnanza caratteriale – ne Il maledetto, splendido romanzo gotico di Joces Carol Oates che predilige Sinclair allo “spaccone” Jack London, mai finito nel dimenticatoio delle lettere, “attraversatore” anch’egli del romanzo di Oates.

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Semplicemente perché non riusciamo a respirare. Lo sciopero di Nardò a disegni

Francesco Piobbichi, Sulla dannata terra. Lo sciopero di Nardò, Claudiana Editrice, pp. 88, euro 14,50 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

When we revolt it’s not for a particular culture.
We revolt simply because, for many reasons, we can no longer breathe.
Franz Fanon, I Dannati della terra

C’è qualcosa di profondamente commovente nel tratto dei disegni a pastello di Francesco Piobbichi che illustrano e raccontano la storia dello sciopero di Nardò; una delle prime esperienze in Italia di autorganizzazione dei migranti scesi in sciopero nel 2011 in Puglia, la terra che nel dopoguerra fu di Di Vittorio e delle grandi lotte bracciantili.

Sono disegni e figure nitide che nascono da un fondo tutto arruffato a cerchietti che  troppo spesso si trasforma in rotoli di filo spinato, quando non in catene vere e proprie. D’altra parte le catene da schiavo non sono solo una metafora: in primo grado questi lavoratori hanno vinto la causa per schiavitù contro i caporali e i padroni. Una sentenza storica che segue a una lotta fin allora mai vista in Italia; sentenza che è stata, ahimè, ribaltata in modo clamoroso qualche mese fa con l’incredibile motivazione che all’epoca dei fatti non sussisteva ancora il reato di riduzione in schiavitù! Reato, paradossalmente, introdotto nella legislazione italiana, proprio con la legge contro il caporalato, approvata nel 2016 in tutta fretta dall’ultimo governo Berlusconi dopo questa epica lotta.

L’autore non ha voluto fare solo un libro celebrativo del coraggio e della determinazione – anche a rischio della vita – di chi fu protagonista di quello sciopero, ma un vero e proprio vademecum o manuale perché quella lotta giusta possa riprodursi. Piobbichi, infatti ha scelto di scrivere in italiano, francese e inglese perché i destinatari del libro, che sono in primo luogo gli stranieri, possano comprenderla e riattivarla. E i disegni vividi e immediatamente comprensibili – un po’ come i vecchi affreschi delle chiese che illustravano i testi sacri – parlano in una lingua universale.

Il libro di Piobbichi è importante perché mette in luce ciò che anche chi non ha un atteggiamento ostile o razzista verso i migranti stenta a riconoscere: questa non è stata una lotta etnica ma una lotta a pieno titolo ascrivibile alle lotte degli operai “italiani”. Perché la composizione del lavoro in Italia oggi è di fatto multietnica (nelle campagne, nelle fabbriche, nella logistica) e la ricchezza si fonda e costruisce proprio sulla segmentazione e la differenziazione della manodopera lungo le linee del colore, delle nazionalità, delle condizioni legali (secondo la legge Bossi-Fini se lo straniero non ha un contratto di lavoro cade nell’irregolarità).

Lo spiegano molto bene nell’introduzione Gianluca Nigro e Devi Sacchetto che, oltre a ricostruire con precisione l’organizzazione per linee interne ai lavoratori e le caratteristiche specifiche di questa lotta, fanno chiarezza anche su altri luoghi comuni scrivendo che i protagonisti dello sciopero erano: “un insieme di persone provenienti da diversi Paesi africani con ricche e articolate esperienze politiche: rifugiati delle Primavere arabe; migranti da lungo tempo in Italia che avevano perso il lavoro a causa della crisi economica iniziata nel 2008; e infine braccianti che da anni si spostavano in diverse aree prevalentemente del Mezzogiorno sulla base dei periodi di raccolta.” Dei ghetti inoltre mettono in luce le ricche relazioni sociali fra pari seppur sotto il tallone dei caporali. (Sarà un caso che i ghetti periodicamente vengano rasi al suolo, e le persone che li abitano disperse, i legami rotti, peraltro, senza soluzioni dignitose alternative?).

Una soggettività ricca e articolata, dunque, molto lontana dagli stereotipi – anche i più benevoli e solidali – che vedono sempre i migranti come una massa indistinta, senza storie comuni, risorse, desideri; oggetto e proiezione delle nostre paure o dei nostri afflati, semplice “nuda vita” per usare un’espressione molto spesso usata a sproposito.

Gli scioperanti di Nardò con la loro lotta hanno invaso lo spazio pubblico e politico da cui ordinariamente sono esclusi, proprio perché essenzialmente senza diritti seppur formali, invisibili e senza parola. Non solo persone alla ricerca della sopravvivenza e profughi in fuga da paesi in guerra o invivibili, ma lavoratori che vogliono essere protagonisti del proprio destino e non essere ridotti a semplice forza lavoro che viene usata secondo il fabbisogno, in condizioni semischiavistiche e poi, buttata via, se ne deve andare per lasciare il posto ad altri schiavi. La loro lotta dice inequivocabilmente che “il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera.”

Sulla dannata terra è l’ultima parte di una trilogia che comprende Sul mare spinato e i I disegni della frontiera un lavoro che evidenzia secondo le parole di Piobbichi, operatore sociale sulla Open Arms, e nei corridoi umanitari organizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche, la “maledizione che i migranti si portano al collo per tutta la vita e li rende frontiera mobile ovunque vanno.”

I proventi del libro saranno devoluti a SOS Rosarno che in Calabria fa agricoltura sostenibile rispettando i diritti dei braccianti italiani o stranieri che siano.

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