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Un male ancora in incubazione. La conclusione della trilogia di Berlino

Jason Lutes, Berlin. La città della luce, Vol. 3, Coconino Press, pp. 176, euro 17,00 stampa

di NICOLA PALADIN

Il 2019 pare essere l’anno dedicato alla conclusione delle grandi saghe. Finisce Avengers, iniziato nel 2008, dopo la bellezza di ventidue film. Termina Game of Thrones dopo otto stagioni, dal 2011 al 2019. Ma un altro capitolo conclusivo è stato pubblicato di recente, appartenente stavolta all’universo del fumetto: si tratta del terzo volume della trilogia BerlinLa città della luce (in Italia con Coconico Press), di Jason Lutes, uscito negli Stati Uniti nel 2018 dopo ventidue anni di attesa. L’opera segue Berlin – La città delle pietre e Berlin – la città di fumo, pubblicati rispettivamente nel 2000 e nel 2008. Per Jason Lutes l’uscita del terzo capitolo rappresenta la conclusione di un viaggio iniziato nel 1996 e di un monumentale progetto non solo grafico e narrativo ma anche storiografico: la lunga e dettagliata bibliografia che viene presentata alla fine dell’opera testimonia lo sforzo e il rigore a cui l’autore si è sottoposto al fine di riuscire a ricostruire la cornice storico-culturale della Germania a partire dalla Repubblica di Weimar.

Più di tutto, La città della luce rappresenta la conclusione delle tre storie che si sono intrecciate nel corso della trilogia: quelle del giornalista Severing, delle giovani Marthe e Anna, e di Silvia, figlia orfana di un’operaia uccisa durante una manifestazione per mano nazista. Le traiettorie di queste esistenze si integrano con la linea della storia con la lettera maiuscola, vale a dire con la breve e intensa fase di progresso politico e culturale che caratterizzò la Repubblica di Weimar. La splendida conclusione grafica, storica e ideologica non sarà qui svelata, ma non si può non sottolineare la forza potenziale del finale aperto di Berlin: le tre storie individuali e la storia ufficiale giungono a una soglia storica, quella della fine della Repubblica e dell’inizio di tutto ciò che seguì quel periodo. In questo senso, Lutes non mostra lo scheletro nell’armadio, si limita a indicare l’armadio e affida al lettore il compito di colmare lo spazio intercorso fra tutto ciò che iniziò dopo la Repubblica e la contemporaneità.

La brillantezza della narrazione risiede nella capacità di Lutes di allestire un continuo cliffhanger e di cucire un costante senso di attesa nel lettore che avanza nella narrazione essendo consapevole della direzione verso cui le circostanze tendono fatalmente, vale a dire il progressivo sbriciolamento della Repubblica e dei suoi valori, fino all’instaurarsi del nazismo in Germania. Da questo punto di vista lo storytelling dell’autore è magistrale: le storie al centro dell’opera conducono chi legge verso l’abisso svelandone le implicazioni quotidiane e rafforzando la consapevolezza dell’ineluttabile. Ne è un esempio la traiettoria di Marthe, giovane lesbica che preferisce vestire i panni maschili – avvezza a un ambiente accogliente e progressista – e che a un certo punto viene scoperta e umiliata dalle camicie brune; oppure la graduale normalizzazione dell’iconografia e della retorica nazionalsocialista, ben visibile nel capitolo 5 quando Severing si muove per Berlino sfilando accanto a muri ormai tappezzati di manifesti nazisti di ogni tipo.

Da un punto di vista grafico, l’opera si struttura sulla solida architettura che aveva caratterizzato La città di mattoni e La città di fumo. Il lettore non può sfuggire dalla rigorosa griglia lineare di vignette che costituisce la cifra stilistica di Lutes, e segue quasi incatenato il fluire della storia e delle storie. Varie interpretazioni sono state date a una tale peculiarità grafica, per certi versi quasi conservatrice, in costante rottura rispetto allo stile più sperimentale di altri grandi cartoonist del canone statunitense contemporaneo (si pensi a David Mazzucchelli o a Frank Miller): da un lato, il reticolo compositivo sembra costituire una via solida e oggettiva che assolve il compito di raffigurare graficamente la narrazione storica; dall’altro, esso produce un costante senso di ingabbiamento quasi claustrofobico che pare anticipare l’ineluttabile conclusione della storia e della Repubblica.

Non si ritiene mai del tutto corretto o necessario interrogarsi sull’intenzione autoriale in merito al significato attribuito preventivamente a un’opera, sarebbe il caso invece di lasciar parlare il testo. D’altrocanto, le rivisitazioni storiche dell’ascesa e dell’instaurazione del nazismo in Germania spesso portano in seno la responsabilità di preservare la memoria traumatica di quel capitolo ignominioso della storia umana. L’esperimento di Lutes si unisce a diverse riletture grafiche, narrative, visuali, di quegli anni. Tuttavia, l’intero ciclo – e l’ultimo capitolo in particolare – sembrano voler mostrare i segni, i sintomi di un male ancora in incubazione, senza però nemmeno accennare all’infezione vera e propria dell’hitlerismo, lasciando al lettore odierno il semplice compito di chiedersi come sia stato possibile. Al di là del suo valore grafico e narrativo, che sia questo il ruolo di Berlin a ventidue anni dalla sua genesi? Quello di suggerire una maggiore attenzione nell’interpretare i segni percepibili di un male che non si è ancora palesato?

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