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Scrittori Stran

Maurizio Cometto, Magniverne, Edizioni Il Foglio, pp. 313, euro 16,00 stampa

di DANILO ARONA

Se leggete la parola Stran da qualche parte, metti su qualche sito che si occupa di narrativa un po’ fuori dai canoni, quelli siamo noi, i neogotici piemontesi. Non male come inizio, vero? Soprattutto se è palese un tentativo di interesse privato. Ma, insomma, gli Stran sono appunto tali, strani.

Bene, adesso smetto di scherzare ma i fatti sono proprio questi. Ovvero, i piemontesi che producono letteratura fantastica fanno gruppo e a loro modo propongono una consorteria di qualità e soprattutto “vendibile”. Volendo conoscerli alla veloce, dobbiamo partire dal “padrino” ufficiale, quell’instancabile ed erudito saggista che è Franco Pezzini (che ha firmato negli ultimi anni saggi fondamentali sul fantastico) e, a seguire in ordine casuale: Fabrizio Borgio, Christian Sartirana, Alessandro Defilippi, Maurizio Cometto, Davide Mana, Angelo Marenzana (quando non scrive di delitti in epoca passata), Cristiana Astori, Gigi Musolino, Stefano Priarone e me medesimo. Insomma, cognomi importanti e rimando a breve  l’approfondimento del gioco di gruppo che, va da sé, propone due sole e semplici regole, la pertinenza del genere e l’ambientazione piemontese. Oggi mi occupo di Maurizio Cometto e della sua antologia Magniverne, che non è una raccolta a casaccio di racconti variegati, ma un percorso a tappe le une con le altre collegate dall’identico teatro narrativo, l’immaginario paese di Magniverne, inesistente ma posizionato in Piemonte.

Come sappiamo da tempo, il tema peculiare del borgo “maledetto” viene da lontano e caratterizza innumerevoli autori gotici e horror di ieri e di oggi. Cometto non fa eccezione e, per quel che riguarda gli Stran, si affianca alla Idrasca di Musolino, la Gramigna Nuova di Sartirana o l’Ubertoso di Borgio. Solo che Magniverne è ben più di un contenitore, ma una sorta di paese “vivente” che annovera persino un gemello vicinissimo in linea d’acqua, ed è il massimo che posso snocciolare per chi ancora non ha letto il libro. Il libro consta di set “stazioni”, tutte quante caratterizzate da approcci all’inizio realistici che sfociano in modo graduale e non forzato in un’altra dimensione interconnessa a quella quotidiana. Tale duplicità del Reale è la cifra della narrativa di Maurizio, per la quale possiamo certo scomodare, restando in “casa”, Dino Buzzati, ma personalmente, se mi si concede l’iperbole, io chiamerei come parte in causa l’oscuro e immenso David Lynch.

Certo, gli accostamenti possono essere casuali, ma già l’ombra dell’artista americano aveva a parere mio impregnato le pagine dello straordinario romanzo a racconti Cambio di stagione (Ass. Cult. Il Foglio, 2011), straordinario apologo di sopravvivenza in una Torino a dir poco “aliena”. Ora ci siamo allontanati dalla metropoli, ma il gotico rurale forse ancor meglio si presta a questo straniante gioco di sdoppiamenti, portali su altri mondi a un millimetro dal naso, case stregate, loca infesta e creature che neanche Lovecraft si sarebbe sognato. A Magniverne, che si specchia in un fiume malefico dal nome evocativo (Labironte), “si esita” spesso ma non volentieri davanti a un consanguineo, a un angolo in ombra della propria casa, su un sentiero dalla  destinazione certa sino a un istante prima. A ricordarci la grande lezione sul primo, caratterizzante connotato del genere: la percezione adulterata.

Magniverne, come ogni altro prodotto degli Stran, è infine un’ulteriore dimostrazione di come una regione naturalmente “nera”, sia, citando Alessandro Defilippi, “una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione” (da “Le radici del male” prefazione de Nero Piemonte e Valle d’Aosta, Perrone, 2009). Quel Piemonte, ambiguo e  maligno, dove tanti misteriosi paesi sono “anche” Magniverne. Tra i tanti Airasca, in zona di Pinerolo, che ha ispirato l’Idrasca di Musolino, e il cui nome significa  “luogo ricco di acque affioranti”. Inutile ricordare che l’acqua, sotterranea o in superficie, è legata alla magia e all’energia corrente e che in certi posti gli stregoni, apprendisti e di lungo corso, sono tuttora presenti. Proprio come nel Labironte di Magniverne, il serpente acqueo che racchiude il più oscuro dei segreti.

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Giochi di specchi

Jonathan Carroll, Il paese delle pazze risate, tr. Federico Ghilardi, La Corte Editore, pp. 272, euro 14,90 stampa, euro  9,99 ebook

di DANILO ARONA

C’era una volta, o c’è ancora, o forse ci dovrebbe essere il genere. Quella Cosa Carpenteriana Mutaforma che potrebbe servire in primo luogo agli addetti di libreria – come vedete, non oso nemmeno più scrivere la parola “libraio” perché non so quanti ne esistano ancora di effettivi, ma spero tanti – per comporre scaffali e direzionare l’acquirente alla ricerca, spesso  silenziosa, di qualche suo autore favorito. E ci sono autori, non molti ma nemmeno pochi, che gli addetti non sanno mai bene dove piazzare. Tra un Philip Ridley e una Joyce Carol Oates, un Roald Dahl e una Alice Sebold, per non dire di un cospicuo gruppo di latino-americani che attraversano il fantastico alla loro personalissima maniera (Donoso, Puig, Sastre, Cortazar e altri ancora all’ombra del magnifico Borges), tra i più complicati da “maneggiare” si guadagna un posto d’onore Jonathan Carroll, classe 1949, americano trapiantato a Vienna e da sempre sfuggente a qualsiasi strumentale tentativo di catalogazione.

Sul fatto in sé chi frequenta un po’ l’editoria italica è al corrente che la scuola di pensiero prevalente recita che gli autori debbano essere “etichettabili” con estrema precisione. Così vuole il mercato e così vogliono i lettori, quei pochi e “forti” che tengono in piedi, si racconta, il sistema. Nel cuore del problema neppure ci entro e solo il fatto che le opere di Carroll non siano state tutte tradotte in italiano e giunte un po’ alla spicciolata dopo un’ottima partenza, pubblicate quasi tutte da Fazi, qualcosa dovrebbe raccontarci. Soprattutto che Carroll, vado per approssimazione e intuizione e posso anche sbagliarmi, sia ancora, nonostante una quindicina di romanzi pubblicati in Italia, un oggetto abbastanza misterioso soprattutto per chi consuma King e altri autori del fantastico contemporaneo di più facile approccio. Forse nell’ottica di costruire un ideale pubblico “carrolliano”, l’editore torinese Gianni La Corte – che da quando esiste propone titoli e autori di notevolissimo interesse (tra gli italiani, fatevi almeno due regali e non perdetevi Francesca Caldiani e Antonio Lanzetta) – ha riproposto tre introvabili titoli dell’autore canadese, ovvero The Ghost in Love del 2008, La forza del leone (Bathing the Lion) del 2014 e, buon ultimo, Il paese delle pazze risate (The Land of Laughs).

L’ultimo però è il primo, perché trattasi del romanzo di esordio risalente al 1980, prima e unica incursione mondadoriana in un reame che sarà targato Fazi. E mai esordio, a parere di chi scrive, fu più felice e presago della narrativa a venire. Adesso, come fanno di solito o recensori, sarebbe mio compito raccontarvi qualcosa senza guastare il gusto per le sorprese, che qui sono tante e di suprema qualità. Cercherò di farlo, trasmettendovi qualche mia  impressione, la prima delle quali è che Carroll lavora con uno stile talmente fluido e limpido che potrebbe esporvi per 200 pagine la sua lista quotidiana della spesa che non solo non vi annoiereste, ma vi proporreste come aiuto per portare le borse. Il fatto è che Carroll racconta eventi, vite, anime e corpi, e li fa amare. Anzi, ve ne fa innamorare. Una volta iniziata la lettura, non ve ne staccate più, nemmeno quando vi ritrovate seduti per uno spuntino. In più, elemento positivo, è anche un libro di scrittori e per scrittori, quindi anche di ossessioni e fantasmi della mente. Soprattutto, il dubbio primario che certa letteratura ha il potere di dare la vita alle idee fittizie. Vita vera, di carne e di sangue.

Thomas Abbey è un giovane insegnante che a un certo punto della sua vita. dopo un incontro fortuito con una stramba e adorabile ragazza dal nome Saxony, intende scrivere una biografia sul suo oggetto di culto letterario, Marshall France, autore prematuramente scomparso dopo avere scritto pochi e bizzarri titoli tra cui, appunto, quello che intitola il romanzo di Carroll (gioco di specchi che già la dice lunga). Con lei, che nel frattempo è divenuta la sua ragazza, decide dopo un paio di interlocutorie visite ai ex datori di lavoro di Marshall, un impresario di pompe funebri e un editore, di raggiungere il piccolo paese del Missouri, Galen, dove lo scrittore è morto a 44 anni, lasciando sola in una grande casa una figlia più che scorbutica, se non pericolosa, a detta del succitato editore.

I due si mettono in viaggio e intanto impariamo a conoscerli. Soprattutto lui, figlio di un attore di grande successo dall’ombra ingombrante e adulto per certi versi ancora immaturo, ammesso e non concesso che la maturità borghese sia per Thomas un valore da coltivare.

Quando giungono a Galen, inizia un carosello di eventi sul quale il vostro recensore è bene che taccia, per quanto a malincuore. Sappiate solo che, se siete appassionati dei “generi” quali mystery, thriller, gothic e altri nei dintorni – se amate definirli -, vi trovate a casa, ma non aspettatevi classiche dinamiche o archetipi tipici dell’horror perché Carroll non è quel tipo di scrittore. Se fossimo al cinema, bisognerebbe dare ragione a Stephen King a cui è attribuita la frase: “Jonathan Carroll fa paura quanto Hitchcock quando non fa ridere quanto Jim Carrey”. È vero, accidenti, anche se la tragedia incombe con la sua maschera più fosca – e le maschere qui c’entrano alla grande… – e il finale lo conferma: un colpo di scena che trancia le gambe, ma dovete scoprirvelo nelle ultime pagine. I più sensibili con le lacrime agli occhi.

Carroll, tanto per non smentire chi sostiene che certi personaggi siano alias di chi li crea, ha avuto un padre importante, lo sceneggiatore Sidney Carroll, autore dello script de Lo spaccone di Robert Rossen (1961), e sotto quell’Ombra ha prodotto 24 titoli. Forse Il paese delle pazze risate li contiene già tutti e non è affatto un difetto. Come scrive lo stesso Carroll alla fine di questa nuova, curatissima edizione di La Corte, il libro «ha venduto nel corso degli anni due milioni di copie in tutto il mondo ed è stato tradotto in molte lingue… e se sulla mia lapide si volesse incidere – scrisse Il paese delle pazze risate – direi che potrebbe bastarmi.» Anch’io direi che questa scheda sia sufficiente a stimolare la curiosità di chi non conosce Carroll, certo che dopo l’oscuro e lynchiano (si può scrivere?) paese di Galen ne vorrete ancora.

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Frankensteiniana

Viaggio attorno alla Creatura di Viktor Frankenstein (e Mary Wollstonecraft Shelley)

di WALTER CATALANO

Frankenstein ha 200 anni, anche se non li dimostra. Il capolavoro di Mary Shelley, teen-ager ribelle e super vixen letteraria ante litteram, pubblicato in prima edizione anonima dalla londinese Lackington, Hughes, Harding, Mavor, & Jones il primo gennaio del 1818, rappresenta l’ultimo dei romanzi gotici pre- e protoromantici (già preludendo ad un diverso tipo di terrori, come di lì a poco avrebbe puntualizzato Edgar Allan Poe, non “della Germania ma dell’anima”), e il primo di un nuovo tipo di immaginario, cresciuto con la Rivoluzione industriale, che nel giro di pochi lustri si sarebbe definito Science-Fiction. Victor Frankenstein, il Prometeo moderno, e il suo Doppelgänger, la sfortunata creatura assemblata con pezzi di carne morta e animata con un procedimento poco chiaro che rimanda agli esperimenti elettrici praticati sui cadaveri da Giovanni Aldini, nipote di Luigi Galvani, hanno segnato profondamente l’immaginazione moderna e si sono perpetuati e rinnovati passando, in un flusso continuo, inarrestabile e fecondo, dalla letteratura ai mass media, cinema e fumetto per primi. Quest’anno di celebrazione e ricorrenza ha prodotto anche in Italia un florilegio di pubblicazioni – riedizioni, saggi, biografie – di estremo interesse per chi voglia avvicinarsi per la prima volta a questo grande classico o, già conoscendolo, voglia approfondire e vagliare nei minimi dettagli il testo e lo scenario storico e psicologico che lo hanno prodotto. Cerchiamo qui di tracciare un breve percorso orientativo fra i volumi a nostro giudizio più recenti e cospicui.

Il giudizioso lettore inizierà necessariamente il tragitto soffermandosi da principio sulla figura affascinante e straordinariamente moderna di Mary Wollstonecraft Godwin Shelley, con l’approfondita biografia La ragazza che scrisse Frankenstein: Vita di Mary Shelley, scritta dalla nota poetessa britannica Fiona Sampson e pubblicato da UTET nel settembre del 2018. Un volume curatissimo nella forma e nella sostanza che restituisce in pieno lo spirito dell’epoca e la natura libera e anticonformista di una fanciulla privilegiata, nata e cresciuta in seno al fior fiore dell’intellettualità più illuminata d’Inghilterra: il filosofo William Godwin, anticipatore del pensiero anarchico e comunista, e la scrittrice protofemminista Mary Wollstonecraft. Loro figlia, da bambina, sarà cullata sulle ginocchia di Samuel Taylor Coleridge o di Heinrich Füssli.

La natura rivoluzionaria e scandalosa, almeno per l’epoca, della “coppia aperta” instaurata, appena sedicenne, con il marito Percy Bysshe Shelley, s’accompagna al sodalizio artistico ed esistenziale con il gruppo multiplo di sodali, amici, amanti, composto da Lord Byron, John William Polidori, la sorellastra Claire Clairmont durante l’anticonformistico e talora boccaccesco Grand Tour da cui sarebbero scaturite due delle figure orrifiche principali dell’immaginario moderno: la Creatura di Mary e il Vampiro di Polidori, che con Carmilla e Dracula, avrebbero inaugurato la multimedialità passando dalla letteratura al teatro al cinema al fumetto e alla cultura popolare. I tragici lutti, due figli e lo stesso marito Percy, annegato durante una tempesta sul Mar Ligure e arso su una pira al modo pagano sulla spiaggia di Viareggio, non prostreranno l’indomita Mary che resterà però per tutta la vita legata alla memoria del grande poeta romantico, di cui curerà l’edizione completa delle opere e porterà sempre con sé in uno scrigno il cuore mummificato; non si risposerà mai più, rifiutando le proposte d’illustri pretendenti, uomini politici, attori e letterati (tra cui Prosper Mérimée).

Il volume ci accompagna fino agli ultimi anni in cui Mary, ormai matura, cederà alle interessate lusinghe di due uomini molto più giovani di lei, Alexander Knox e Ferdinando Gatteschi, che la coinvolgeranno alternativamente in intrighi politici con i mazziniani della Giovine Italia, ricatti e complicazioni sentimentali e finanziarie. Mary morirà nel 1851, di “una malattia di lunga data al cervello, presumibilmente un tumore, nell’emisfero sinistro”.

Altro testo fondamentale per avere un inquadramento completo dell’universo shelleyano è Fuoco e carne di Prometeo: Incubi, galvanisti e Paradisi perduti nel Frankenstein di Mary Shelley, di Franco Pezzini – uno dei massimi esperti contemporanei di gotico e fantastico, che sta curando analoghi saggi enciclopedici su Edgar Allan Poe, in tre volumi, e sul Dracula di Bram Stoker – volume edito da Odoya alla fine del 2017 e riccamente illustrato com’è costume delle collane della casa editrice bolognese. Secondo lo stile tipico di Pezzini, il libro è un vero e proprio vademecum che sviscera, tra appassionanti capitoli e agili box, oltre ad un puntuale commentario quasi parola per parola dell’opera, una galassia di riferimenti tematici che spaziano da Luigi Galvani a Boris Karloff, da Paracelso a Caspar David Friedrich, dalla Hammer ai Penny Dreadful, dai Luddisti alle esplorazioni polari, all’eruzione del vulcano indonesiano Tambora, alla musica frankensteiniana, compresa fra Sylvie Vartan e i Metallica passando per il Rocky Horror Picture Show e Alice Cooper.

E veniamo ora alle riedizioni del classico. Come è ben noto l’edizione canonica, normalmente in circolazione è quella del 1831, revisionata e in parte riscritta dall’autrice. La ricorrenza è stata invece un’ottima occasione per riproporre la prima edizione, quella originale del 1818, pubblicata anonima a Londra in tre tomi; al volume licenziato da Neri Pozza preferiamo di gran lunga quello “sinottico” pubblicato da Lindau – tradotto da Sara Noto Goodwell e introdotto da un’interessante prefazione di Nicoletta Vallorani – che confrontando in parallelo la prima edizione, la diciottana, e la seconda, la trentunina, offre al lettore un panorama esauriente del laboratorio di scrittura di Mary Shelley e – un po’ come emerge nel confronto fra i manzoniani Fermo e Lucia e I Promessi sposi – ci presenta due opere simili e diverse, entrambe ugualmente valide e autosufficienti. Il libro, impreziosito da un’esauriente bibliografia, è molto curato anche esteticamente: rilegato in nero orlato di rosso, con un cuore stilizzato in copertina; ricorda piacevolmente i vecchi, amati tomi – oggi difficilmente reperibili – della collana Olimpo Nero di Sugar che, nei lontani anni ’60, introdussero il Gotico in Italia.

Un altro editore che molto si è occupato di Mary Shelley e del suo Frankenstein è Nova Delphi: fin dal 2011 aveva mandato in stampa La notte di Villa Diodati, volume in cui si celebrava il fatidico gioco letterario che animò le notti gelide e piovose della gaia combriccola di intellettuali sul lago di Ginevra, affiancando in una nuova traduzione i tre parti letterari che avrebbero dovuto concorrere per attribuirsi il merito della ghost-story più terrorizzante: il Frankenstein, Il Vampiro di Polidori e il frammento incompiuto prodotto da Byron, La sepoltura; Percy Shelley, ebbro di laudano, durante la residenza fu terrorizzato da allucinazioni in cui vedeva occhi apparire al posto dei capezzoli sui seni di Mary, ma purtroppo non partecipò all’agone. Tutto questo ci viene raccontato nella splendida introduzione da un altro vate del gotico italiano: Danilo Arona, motivo in più per procurarsi il libro.

Nel 2015 l’Editore aveva poi pubblicato la traduzione, a opera di Fabio Camilletti, di Fantasmagoriana, la classica raccolta di storie soprannaturali tedesche la cui lettura nella versione francese aveva appassionato gli Shelley e compagni, ispirandoli a cimentarsi nel genere che tanto aveva arricchito di brividi le loro già movimentate notti. Il 2018 di Nova Delphi celebra invece la ricorrenza con Villa Diodati Files: Il primo Frankenstein (1816-1817), che propone il testo ancora interpolato dagli interventi, in seguito tagliati o sostituiti da Mary, del marito Percy, che dovrebbe rappresentare il vero e proprio Ur-Frankenstein: ancora più interessante risulta il ricco apparato saggistico che con la prefazione di Franco Pezzini, l’introduzione di Danilo Arona, le note di Fabio Camilletti e la postfazione di Cecilia Muratori, espongono nei minimi dettagli, interpretazioni, curiosità e aneddoti sul mitico archetipo del mad doctor e sul concepimento del mostro più famoso della storia.

Se ci è concessa in chiusura una parentesi cinematografica, nell’immenso oceano della filmografia frankensteiniana, consiglieremmo di ripescare e vedere, o rivedere, i due primi classici Universal degli anni ’30, Frankenstein (1931) di James Whale e La moglie di Frankenstein (Bride of Frankenstein, 1935) sempre di Whale, con Boris Karloff; il remake Hammer La maschera di Frankenstein (The Curse of Frankenstein) del 1957 di Terence Fisher, con Peter Cushing nel ruolo del dottore e Cristopher Lee in quelle della Creatura; Gothic (1986) di Ken Russell, sulle calde notti (e i freddi giorni) di Villa Diodati; Frankenstein di Mary Shelley (Mary Shelley’s Frankenstein) del 1994 di Kenneth Branagh, con il Dottore e la Creatura interpretati rispettivamente da Kenneth Branagh e Robert De Niro (ma per piacere, saltate il finale aggiunto che rovina tutto!); e infine il recentissimo Mary Shelley – Un amore immortale (Mary Shelley) del 2017 di Haifaa al-Mansour, con protagonista Elle Fanning nel ruolo di Mary, che mi incuriosisce ma non ho ancora visto (giuro, lo faccio appena posso !).

Questo itinerario di lettura chiude la giornata dedicata al Frankenstein di Mary Wollstonecraft Shelley, che ha visto anche la pubblicazione della recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, uno speciale su Frankenstein nel fumetto italiano, un recupero del Frankenstein liberato di Brian Aldiss e una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson.

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Il DNA non basta

Stephen King, The Outsider, tr. Luca Briasco, Sperling & Kupfer, pp. 529, euro 21,90 stampa, euro 10,48 ebook

recensisce DANILO ARONA

King è un mondo.

Non per tutti, anche se suona paradossale il rimarcarlo dato quel che vende. Ma è un mondo immenso nelle cui viscere ribolle quel male senza tempo che caratterizza i suoi titoli migliori e la cui epitome si chiama (ancora) Pennywise o, volendo, Randall Flagg. Perciò Outsider alla lettera non sarebbe altro che l’ultima versione dell’Uomo Nero, metastasi inconscia divenuta Carne (ormai non più nuova) del gotico moderno. E lo è, senza ombra di dubbio, con tutti gli attributi immaginabili che si riservano a una creatura del genere; Doppelgänger, «Ultracorpo», maschera cangiante, signore degli incubi e crudelissimo persecutore dell’infanzia innocente. Già letto? Già visto? Non proprio.

Quello che rende irresistibile e «nuova», con tutti i limiti delle parole, l’ultima uscita di King, è il collettivo punto di vista, destinato con lentezza a sgretolarsi, dei protagonisti che indagano su un paio di cruentissimi omicidi ai danni di un ragazzino e due sorelline. Un pool che si viene a formare per progressiva associazione spontanea man mano che i misteri, invece che sciogliersi aumentano, e i cui componenti per loro forma mentis semplicemente sghignazzano al balenarsi di eccentriche prospettive soprannaturali. Sotto questo profilo The Outsider è per buona metà, e forse più, un impeccabile e appassionante procedural, le cui carte vincenti sono l’ovvia e ormai inattaccabile tecnica narrativa dell’uomo del Maine che ti incolla alla pagina anche quando ti racconta la lista della spesa e lo slittare, lento e mellifluo, del quotidiano realismo nella magica dimensione dell’horror New England style che mai se n’è andato ed è “ancora qui”, per fortuna.

E poi abbiamo quel già visto e sentito che, lungi dall’essere un difetto, ci rassicura. Perché ci sentiamo quanto mai gratificati dal fatto che la squadra investigativa di personaggi un po’ in là con gli anni altro non sia che una versione contraffatta dei Perdenti di Derry e che le grotte di Marysville profumino – si fa per dire – di discarica sotterranea dei Barrens. Perché King è un mondo, anzi, un universo e, per quanto nel romanzo ricorra più volte il mantra «l’universo non ha confini», conosciamo bene i suoi pianeti vaganti e abbiamo fior di strumenti per ipotizzare quali razze di vite ibride e ctonie siano pronte a ghermirci non appena atterriamo su quelli sconosciuti.

Come potete constatare non si fanno spoiler e, al di là del fatto che io sia un evidente «kinghiano» al quale non resta che consigliarvi di scendere a capofitto per i meandri degli inconsci condivisi che formano la ragnatela in sottotraccia dell’ennesima scorreria, a tratti insopportabile, dell’Uomo Nero nella nostra dimensione, ci sarebbe un ultimo, temo sconcertante, aspetto che lega The Outsider a certa cronaca giudiziaria, italiana e recente. In buona sostanza, cedendo la parola a Stephen che non s’inventa nulla:

…è opinione diffusa che la prova del DNA sia infallibile, ma come sottolineato dal Consiglio per la Genetica Responsabile in un articolo pubblicato su una rivista accademica e intitolato «Il potenziale di errore nei test del DNA», si tratta di un convincimento errato. Se i campioni sono misti, per esempio, qualunque corrispondenza non può essere considerata affidabile.

E in altra parte del libro si ribadisce che in America i processi le cui sentenze si basino in via esclusiva solo sulle prove del DNA devono esprimere una solida serie di prove e testimonianze a supporto – il che consiste nella partenza della straordinaria prima parte procedural di The Outsider.

È solo un libro di fiction (horror), d’accordo. È solo Stephen King (solo?). Ma il romanzo, per quasi 150 pagine, riverbera – certo, casualmente – uno dei più incredibili casi di cronaca nera della storia italiana, che ha avuto nel mese scorso la sua pietra tombale giudiziaria. Non lo nomino, va da sé, mi sembra persino fuorviante in questo contesto. Ma è pregio della grande letteratura agganciarsi con la pancia dell’attualità. E, parlando solo per me, l’Outsider di Flint City ha ampliato alla grande i miei dubbi su certe convinzioni «scientifiche» sulle quali, pare, non sono ammesse contestazioni.

La realtà è come uno strato di ghiaccio sottile, ma quasi tutta la gente ci pattina sopra tranquillamente e il ghiaccio si rompe solo alla fine.

(S. King, The Outsider, p. 528)

Abbiamo già parlato di Stephen King nella rubrica Opera Prima, che nella sua prima puntata si è occupata de La lunga marcia; nella rubrica Occasioni, quando è uscita la prima parte della versione cinematografica di It; e nelle recensioni di Sleeping Beauties, scritto col figlio Owen, e La scatola dei bottoni di Gwendy, scritto con Richard Chizmar.

http://www.sperling.it

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