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Intervista con Donato Carrisi

di VALENTINA MARCOLI

Intervistare Donato Carrisi è stato un po’ come chiacchierare con Stephen King parlando però la stessa lingua. Un onore e un piacere dunque: una voce tranquilla e pacata, una figura di spicco della narrativa contemporanea. Parecchio talento concentrato in un’unica persona, uno scrittore che ha macinato fin da subito una quantità di riconoscimenti e tagliato tanti traguardi. Poliedrico, non solo scrittore ma anche sceneggiatore per la TV (ricordiamo Moana, Squadra antimafia – Palermo oggi e Nassiryia – Per non dimenticare), nonché vincitore del David di Donatello 2017 per la miglior regia esordiente con La ragazza nella nebbia.

Persona elegante, distinta e molto riservata, Donato Carrisi ha il dono di catturare l’attenzione di chiunque in una manciata di righe. Attualmente in tour per la presentazione del suo ultimo lavoro Il gioco del suggeritore (Longanesi, pp 398, € 22 stampa, € 12,99 ebook), seguito de Il suggeritore (Longanesi, 2010) entrambi thriller mozzafiato carichi di tensione.

La prima domanda sorge spontanea: come mai riprendere in mano Il suggeritore dopo quasi dieci anni?

Perché c’è un nuovo territorio di caccia. Attraverso la rete siamo tutti più esposti. Il suggeritore ha avuto molto successo perché parlava di qualcosa che ci fa paura in quanto troppo vicino a noi. Il gioco del suggeritore è stato una scommessa.

Parliamo di Mila, un personaggio che ne Il gioco del suggeritore hai voluto approfondire. Il lato oscuro che l’affascina a tal punto è lo stesso lato che affascina anche te, di conseguenza c’è un po’ di Donato Carrisi in Mila?

È una cosa con cui non ho mai fatto i conti anche se so che prima o poi mi toccherà affrontare. Cerco di tenere una certa distanza dai miei personaggi perché se ci dovessi litigare poi sarebbero guai! Ho comunque il sospetto che ci sia qualcosa di me in Mila e dovesse arrivare il giorno in cui scavando dovessi accorgermene, non riuscirò più a scrivere di lei.

A cosa si deve il tuo stile narrativo molto americano, hai qualche autore di riferimento a cui ti ispiri in particolare?

In realtà sembra americano perché in questa parte dell’Europa (a parte l’Inghilterra) non siamo abituati a leggere thriller, si leggono infatti più noir o, come in Italia, più gialli. Ovviamente ho degli autori di riferimento tra cui lo stesso King che tu hai citato prima, è uno scrittore da seguire sempre con molta attenzione. Non sbaglia un colpo!

Quanta regia c’è nei tuoi libri e quanta narrativa nel tuo cinema?

Tantissima! Scrivo per immagini e le parole sono importanti per i miei film tanto quanto le immagini per i miei libri. Tendo a raccontare dei personaggi molto oltre ciò che è scritto nel romanzo, per questo è fondamentale per me che gli attori conoscano il personaggio così a fondo. Si gira scrivendo e si scrive girando.

La donna dai fiori di carta è un romanzo che si discosta un po’ dal tuo stile narrativo, come mai?

La donna dai fiori di carta nasce da una scommessa che ho fatto anni fa con un giornalista francese che mi ha sfidato dicendomi: “Saresti in grado di scrivere una storia d’amore?” e io “Ma certamente!” ed ecco come è nato quel romanzo.

La tua carriera è strepitosa, ricca di premi e riconoscimenti ma ce n’è uno in particolare che vorresti ricevere?

Non te lo dirò mai!

I commenti sul tuo lavoro sono in generale molto positivi ma hai mai ricevuto delle critiche? Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ottimo! Le critiche sono sempre utili, finchè si parla di un libro vuol dire che quel libro funziona. La critica del lettore serve, penso invece che il peggior insulto per uno scrittore sia quello che il lettore non sia riuscito a portare a termine la lettura.

Hai studiato Giurisprudenza e sei specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento ma qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato alla scrittura?

In realtà non lo so, ho sempre scritto. Da piccolo scrivevo moltissimo, anche per il teatro, ma i miei genitori volevano un avvocato a tutti i costi perché non erano tranquilli riguardo alla professione di scrittore che invece è sempre stata una mia grande passione. Quand’ero piccolino dicevo un sacco di bugie e inventavo delle storie talmente assurde che forse è stato quello l’inizio di tutto.

C’è qualcosa che non sanno di te i tuoi lettori?

Dove vivo. Sono una persona molto riservata e tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica.

Dopo La ragazza nella nebbia è in arrivo un nuovo film, giusto?

Be’, un nuovo film su L’uomo del labirinto è in lavorazione e vedrà nuovamente la partecipazione di Tony Servillo oltre ad un altro importante attore di cui non posso svelarti il nome. E’ una nuova avventura per me.

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Nessuna parola a caso, e l’avventura è servita

Joe R. Lansdale, Il sorriso di Jackrabbit, Einaudi, tr. Luca Briasco, pp. 250, € 17,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Ormai sono tornati a pieno regime. E chi si sogna di rimandarli indietro? Ce li teniamo ben volentieri. Invecchiati, come accade a tanti personaggi seriali su carta (diversamente dal cinema o dalle serie tv), ma non per questo arrugginiti, pronti anzi a deliziare le migliaia di lettori che dopo Honky Tonk Samurai hanno sperato di poter gustare nuove avventure con protagonista il più improbabile duo di detective che la mente di uno scrittore abbia potuto concepire.

Ma quando la mente è quella di Joe R. Lansdale, e i facenti parte del duo in questione rispondono ai nomi di Hap Collins e Leonard Pine, l’avventura – e le risate – sono servite, accomodarsi ai tavoli, prego. Senza dimenticare che per dessert c’è sempre qualche spunto di riflessione sociologica, mai assente dai romanzi dello scrittore texano, giunto qui al dodicesimo capitolo della sua saga più conosciuta e fortunata.

Dopo Bastardi in salsa rossa, che avevamo discusso qui su PULP Libri con toni non molto entusiastici, Il sorriso di Jackrabbit pompa buona benzina sul fuoco dell’irriverente prosa di Lansdale e consegna un romanzo a tutti gli effetti avvincente, che appaga pienamente aspettative nel suo caso non certo basse.

Hap e Brett stanno festeggiando le proprie nozze, che hanno finalmente avuto luogo dopo una convivenza lunghissima e piuttosto pepata, sotto il profilo carnale della faccenda. Brett è diventata fra l’altro il capo di Hap, intenstandosi la licenza dell’agenzia investigativa di cui fa parte pure l’inossidabile pard Leonard. Ma ecco che qualcosa guasta i programmi dei nostri: al clou della festa, mentre Hap sta arrostendo salsicce per tutti nel giardino di casa, fanno la loro comparsa due ospiti non invitati: Judith Mulhaney e il figlio Thomas hanno urgente bisogno di conferire con chi di dovere per un’indagine delicata. La figlia minore, Jackie Mulhaney, detta Jackrabbit per via della sua arcata dentale superiore un bel po’ sporgente, è scomparsa senza lasciare tracce.

I rapporti, va detto, non nascono sotto la migliore delle stelle. Non è tanto per l’occasione in sé (durante la festa del proprio matrimonio è pacifico che a nessuno degli sposi piaccia discutere di lavoro), è che madre e figlio preferirebbero che ad occuparsi del caso fossero la stessa Brett, o Hap, ma non certamente il colorito Leonard. D’altra parte, Thomas in particolare si presenta alla loro porta con una maglietta con su scritto uno slogan piuttosto esaustivo, BIANCO È GIUSTO. Peccato che su certe tematiche a uno come Leonard non puoi tastare troppo il polso, il rischio di assaggiarne gli argomenti a suon di ceffoni e calci nel didietro è alquanto probabile – e Thomas lo comprenderà molto presto.

Tuttavia, il lavoro è lavoro e l’umanità di cui Lansdale impregna i personaggi delle sue storie presenta talvolta svantaggi: nessuno di loro può permettersi di dire no a una proposta d’ingaggio, perciò si aprano le danze.

La pista che Jackrabbit ha lasciato alle sue spalle si è ormai raffreddata e per quanto sembri incredibile che alla luce delle recenti innovazioni tecnologiche una persona possa far perdere dall’oggi al domani ogni traccia di sé, ritrovare le orme della ragazza scomparsa sembra davvero un’opera titanica, almeno inizialmente. Purtroppo per i cattivi di turno, la premiata ditta Collins & Pine non si arrende davanti a nulla e ogni volta, oltre a portare a casa pagnotta e risultato, caccia le mani nel sordido, senza smettere di rimestare porcheria finché la verità non viene a galla.

Stavolta Lansdale pone l’accento sulle sette religiose, sulle capacità persuasive di certi personaggi di riferimento per i seguaci del culto e sugli immensi interessi economici che questo tipo di realtà riescono spesso a maturare, ad appannaggio di pochi«eletti» e con intenti che di spirituale hanno assai poco.

Ma state tranquilli: questi non sono libri che stanno lì a farci la lezioncina, né si caricano di una qualche verità profonda da rivelare alle addomertate, addomesticate legioni di individui senzienti all’oscuro di certi strani meccanismi. Lansdale scrive per divertire e divertirsi, con la presunzione di credere che intrattenere piacevolmente chi legge non significhi buttare mucchi di parole a caso in pasto ai maiali.

Riflettere sul mondo, e sulla natura dell’uomo, è il compito che un buon libro dovrebbe assolvere sempre. Farlo con un sorriso, un sapiente utilizzo dei colpi di scena, personaggi perfettamente funzionali e una scrittura tagliata con l’accetta è arte rara. Per fortuna nostra, ogni tanto, del tutto casualmente, un certo tipo di arte diventa mainstream e si trova dappertutto, nelle librerie e negli store on line. Non resta che approfittarne e cogliere l’occasione per imparare a distinguerli dal resto, questi libri. Anche perché, passati a miglior vita i pochi vecchi bisonti che bontà loro ancora restano ancorati alla tastiera e sfornano qualche buona storia, poveri noi.

Ci toccherà leggere per forza mucchi di parole buttati a caso. E accettare l’idea di esserci meritati di diventare per qualcuno i maiali cui destinarle.

https://www.einaudi.it/

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Prima che spunti l’arcobaleno

8 Dicembre 2017

Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, Tempo da Elfi, Giunti Ed., pp. 300, € 18 stampa, € 9,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Tornare in quel di Casedisopra, per chi non s’è perso nemmeno uno dei romanzi finora scritti a quattro mani dalla coppia Guccini-Macchiavelli, è un po’ come fare ritorno al paese nel quale si è cresciuti. Non nati, benintesi: cresciuti. Per quanto tu, oh impavido lettore, possa vivere in una grande metropoli da quando hai emesso i primi vagiti, le stradine ripide e i boschi e i sentieri e i fiumi descritti dall’irriducibile duo ti risulteranno familiari quanto la casa dei nonni. Ecco perché a sentir parlare di Elfi sembrerà tutto normale.

E a Casedisopra è normale, in effetti. In quella zona della catena appenninica, gli insediamenti nelle aree più rurali e abbandonate da parte di questa strana tipologia d’individui sono noti a tanti. I turisti vanno matti per gli Elfi. Una stirpe di fuggitivi dalla società, che per i motivi più disparati – e, a volte, disperati – ha deciso di rifugiarsi nella natura, vivendo in equilibrio con essa e in totale armonia comunitaria. Gli autoctoni che ancora storcono il naso sono rimasti in pochi, i rapporti tra Elfi e civili si mantengono ottimi e manca poco al Rainbow, la Festa dell’Arcobaleno, durante la quale gli Elfi scenderanno per le strade proponendo al pubblico le proprie specialità. Chi fabbrica utensili, chi suona e canta, chi cuce sandali.

E sono proprio i sandali addosso al cadavere rinvenuto in quei giorni fra i boschi a far fiutare a Marco Gherardini, Ispettore della Forestale meglio noto come Poiana, la pista degli Elfi. Si tratta di uno sconosciuto, che però indossa quel particolare tipo di calzatura. Cosa l’ha portato fra quei bricchi? Qual è la sua storia?

Inseguendo le risposte a queste domande Poiana s’immerge in un’indagine, forse l’ultima che condurrà in seno al corpo di cui fa parte e che a breve verrà assorbito dall’Arma dei Carabinieri. Senza dubbio, ma questo davanti a quell’ignoto cadavere ancora non poteva immaginerselo, si rivelerà l’indagine che più di altre lo porterà a mettersi a nudo con sé stesso, fino a veder mano mano assottigliarsi la linea di demarcazione fra lui, un cosiddetto civile, un individuo spigoloso quanto le montagne che conosce a menadito ma al contempo bisognoso dei basilari confort della vita moderna, e gli Elfi. Che si lavano nei fiumi, quando si lavano, e vivono senza corrente fra ruderi che cercano di rendere casa propria. Una casa dalla porta sempre aperta.

È l’incontro col personaggio femminile di Elena, una ventenne che lo incanta con la sua voce, la sua chitarra e il suo mistero, a mettere Poiana sulla strada giusta. Che poi, al termine della corsa, ci sia la soluzione dell’enigma o la risposta alle domande di una vita intera, saranno solo le pagine di questo romanzo a dirlo. Pagine che si leggono volentieri e che, di tanto in tanto, mettono in luce la mano dell’uno e dell’altro autore.

Quando la prosa si fa riflessiva, descrittiva, è fatale presumere ci sia dietro il gusto, il pensiero e, perché no?, la musicalità di Guccini. Quando i dialoghi si susseguono serrati e il colpo di scena capisci che è lì, dietro l’angolo, beh: il papà di Sarti Antonio ha probabilmente fatto il suo.

Di sicuro Tempo da Elfi è il nuovo capitolo di una consolidata e sana coppia che da troppo tempo disattendeva l’appuntamento con una nutrita schiera di lettori in paziente attesa di un’avventura da aggiungere sullo scaffale. E si ha l’impressione che a scriverla, quest’avventura, il buon Cecco e il bravo (in senso manzoniano) Loriano si siano divertiti davvero un bel po’.

Hai visto mai che ci prendano gusto ancora?

 

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