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Il popolo di Crottarda

Claudio Morandini, Gli oscillanti, Bompiani, pp. 256, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Immaginiamo che Gli oscillanti sia un libro di memorie trascritto da un taccuino di viaggio, ritrovato dalla protagonista del romanzo molti anni dopo gli avvenimenti accaduti a Crottarda, fosco paese incastonato fra le montagne. Il tempo è passato, il mistero riguardante le voci e i canti pastorali uditi in quei luoghi, e soprattutto i misteri degli abitanti saldamente incarcerati nelle loro menti e nelle loro cantine, sono rimasti tali. La giovane etnomusicologa non è più tanto giovane, ancora si chiede in che modo sia scampata alle oscure, passabilmente macabre, nottate trascorse in quel paese lontano, dove il sole appare molto di rado e gli abitanti si aggirano come spettri rinchiusi in esistenze livide e impersonali. Una vita segnata dall’odio e dalla faida con i nemici di Autelor (“Quelli Là”), villaggio dirimpettaio, posto in alto, e in piena luce solare. La ricercatrice prova scientificamente, e in seguito romanticamente, a cercare l’origine dei canti notturni dei pastori, per catturarli con un magnetofono mentre sembrano risalire dalle vetuste doline che traforano l’intera montagna e il sottosuolo di Crottarda. Paese immaginario ma non tanto, disperso con tutti i suoi abitanti fra montagne difficili da raggiungere e sede di fenomeni alquanto strani e misteriosi. Ben presto si accorge, che, dopo la prima accoglienza forse necessaria ma offerta da manigoldi patentati, questa gente – specie di zombie falsamente innocui o quasi – proverà a contrastare il suo desiderio di verità con ogni mezzo: l’enigmatica tenutaria della casa che l’ospita, la negoziante quanto meno reticente, il sindaco impregnato di cerimoniosa ipocrisia. Senza dimenticare quella specie di creatura selvatica e incontrollabile che è Bernardetta, compagna di stanza strampalata e alla fine bisognosa di rapidi affetti anche corporali, così come i cuccioli in luoghi inospitali e non domestici pretendono dagli adulti. Ai paesaggi montani, impervi e ben poco affettuosi, ci hanno abituato i romanzi di Morandini, là dove le antiche civiltà sono rudi e difficili, francamente incomprensibili all’epoca del disastro social, ma in questo caso abbiamo, in più, una specie di sottile vena che riporta a certi racconti fiabescamente dark di Stephen King. La protagonista si ritrova incollata a un tempo distorto, a reazioni umane a cui non è abituata, diventando così inadeguata a reagire come converrebbe. Le orde impazzite del precedente romanzo (Le maschere di Pocacosa) qui si sono trasformate in un serraglio di inetti capaci soltanto, a suo vedere, di azioni incomprensibili. L’eroe dodicenne ha lasciato il posto a una simpatica ragazza, scienziata, che vorrebbe tirar fuori da quel terreno sgarbato le bellezze ataviche di civiltà (forse non del tutto) perdute. Ma si ritrova precisamente dove le leggi fisiche sembrano piegate da dimensioni estranee, e come potrà uscire dall’impaccio e cavarsela lo scoprirà chi ama leggere e chi avrà volontà d’impossessarsi del romanzo. Le narrazioni di Morandini hanno le loro radici in territori aspri e ripidi, dove la natura comanda ispida, incastonati fra Italia, Francia e Svizzera, niente a che vedere geograficamente con le cittadine del Maine, più o meno fittizie, descritte da King nelle sue storie. Ma le sospensioni temporali, le mortificazioni prive di senso, e la scoperta di mondi sottosopra (con un “sotto” che assurge a contraltare fosco e potente della montagna) si proiettano decise nel nostro immaginario. Gli oscillanti non è soltanto il popolo rimasto sbarrato fra le mura del paese di Crottarda, gli Oscillanti siamo noi, incapaci di rincorrere gli attraversamenti solari perché la luce possa regolare il tono della vita e dei desideri. Morandini non descrive assoluzioni e possibili riscatti, a differenza di coloro che soggiornano nella riserva protetta (alquanto in voga) degli scrittori “di montagna”: la sua ricerca si dirige dove le oscurità umane hanno la meglio sul territorio, resistendo in vallate eterne e nascondendo le bellezze che pur esistono là dove arrampicarsi è difficile ma ancora più difficile è evitare di farsi inghiottire dalla porosità umana, prima ancora che dalla porosità del terreno.

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