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Vite brevi, vite americane

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Billie Holiday, tr. D. Bertaina, Edizioni Sur, pp. 79, euro 15,00 stampa

Alessandro Di Virgilio, Toni Cittadini e Rossano Piccioni, Ted Bundy – Il male assoluto, Edizioni Inkiostro, pp. 47, euro 19,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Ho voluto accoppiare questi due fumetti perché appartengono entrambi a un genere che ultimamente sta letteralmente dilagando, quello delle biografie narrate con parole e immagini sequenziali; basti pensare alle numerose proposte della casa editrice Becco Giallo per rendersi conto di quanto spesso la vita di personaggi famosi per le ragioni più disparate venga inquadrata in vignette e raccontata in didascalie. Sicuramente c’è anche una componente didattica in tutto questo, avvicinare bambini e adolescenti a figure storiche attraverso un linguaggio che parli loro più immediatamente; però il successo dei fumetti biografici è anche prova del fatto che l’arte sequenziale non vive in un vuoto, e risponde agli stessi stimoli ai quali è sensibile la letteratura puramente verbale (per molti ancora l’unica Letteratura con tanto di maiuscola). Sarà un caso se le vite disegnate fioriscono nello stesso periodo in cui incontrano il favore del pubblico scrittori come Joyce Carol Oates ed Emmanuel Carrère, o le autofiction di Walter Siti?

Dopo aver detto biografia, però, non abbiamo ancora detto niente. La narrazione di una vita in parole e immagini si può articolare in tanti modi, e questi due volumetti (per numero di pagine, non per formato) lo dimostrano. A partire dalla scelta dei personaggi dei quali si vogliono illustrare le vicende – entrambe tragiche, ma in modo del tutto diverso. Abbiamo infatti una vittima e un carnefice; una donna e un uomo; una grande artista e un famigerato serial killer. E siccome entrambi sono stati cittadini degli Stati Uniti, va sottolineato che lei Eleanora Fagan, in arte Billie Holiday (1915-1959) era nera, e lui, Theodore Robert Bundy, alias Ted Bundy (1946-1989) era bianco. Ovviamente la vittima è lei, anche detta Lady Day, l’angelo di Harlem, con alle spalle un’infanzia devastata, un’adolescenza miserabile (fu anche costretta a prostituirsi), e poi tossicodipendenza e alcolismo, nonché i soprusi e le umiliazioni del pregiudizio razziale; mentre Bundy, con almeno trenta omicidi al suo attivo in soli quattro anni, è altrettanto ovviamente il carnefice.

L’approccio delle due biografie grafiche, si diceva, è assai diverso. Intrecciano tempi diversi con una serie di flashback che sfumano l’uno nell’altro i due grandi argentini, partendo dall’inchiesta di un giornalista che deve scrivere un servizio sulla Holiday in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, con una serie di raffinatissime tavole tracciate da Muñoz col suo tratto tra il primitivista e l’espressionistico, con una netta prevalenza dei neri che evoca il carattere notturno del jazz, ma anche il colore della cantante, nonché il noir di una storia che è quasi criminale. Più secca e cronologicamente ordinata la serie delle efferate gesta di Bundy, schegge di un’orgia di violenza e perversione (prima uccideva le sue vittime, poi le violentava), con un disegno più grafico ma pur sempre in bianco e nero, come a raggelare la brutalità degli omicidi; e intrecciando la storia con la musica del periodo, evocata tramite le parole delle canzoni di David Bowie, dei Deep Purple, degli Eagles. A fare da intermezzi tra un assassinio e l’altro, le interviste ai testimoni, inquadrate in uno schermo televisivo, una soluzione che riecheggia The Dark Knight Returns di Frank Miller.

Del resto Ted Bundy – Il male assoluto fa parte di una serie intitolata «The Real Cannibal – La vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti», quindi spinge sul sensazionale, sbatte il mostro in copertina, per così dire. Eppure la violenza estrema e orrorifica di questa biografia grafica e quella più ordinaria, e spesso più psicologica che fisica, rappresentata in Billie Holiday (particolarmente straziante la scena in cui la cantante viene lasciata nuda per strada da Rufus, il suo ex-protettore, col quale è legata da un rapporto morboso, ed è oggetto di scherno da parte dei poliziotti bianchi), sembrano in fin dei conti avere le stesse radici. Ci sono strane, quasi arcane assonanze tra la vita della cantante nera e del mostro bianco: vittima di una serie di uomini la Holiday, e carnefice di una serie di vittime Bundy; entrambi poi caratterizzati da un’infanzia disastrosa, nati da famiglie (come si dice oggi) monoparentali, abbandonata dal padre Holiday in tenerissima età, figlio di ragazza madre Bundy, tanto che l’identità del genitore è oggetto ancora oggi di ipotesi – e si sospetta addirittura una nascita incestuosa, con la madre Eleanor (notate il nome!) Louise Cowell messa incinta dal nonno di lui e padre di lei Samuel. Siamo a Chinatown, direbbe Polanski per bocca di Jake Gittes. Miseria, violenza, psicopatia borderline sembrano aver assediato Billie e Ted fin da piccoli; in un caso ne è uscita l’arte, nell’altro la morte. In entrambi i casi, vite brevi e disperate, anche se pure durante la lunga attesa nel braccio della morte Bundy fu atrocemente impassibile.

Sono storie americane, storie di suprema bellezza e terrore assoluto. Sono anche storie, volendo, segnate dalla differenza: di genere forse ancor più che di colore (i maschi che si sono approfittati di Billie Holiday non erano affatto tutti bianchi; e l’unico vero amico era il sassofonista Lester Young, notoriamente omosessuale). In tempi di dibattito sulla violenza che le donne subiscono, entrambe queste biografie mi sembrano rilevanti.

E concludo: non voglio fare confronti di qualità tra il lavoro di due mostri sacri come Muñoz e Sampayo e il duo Di Virgilio e Cittadini (Massimo Picozzi e Rossano Piccioni firmano solo la breve introduzione – anch’essa, coerentemente, a fumetti). Sarebbe profondamente ingiusto; i due maestri possono permettersi trovate geniali come il cameo nel loro fumetto di Alack Sinner, il detective disincantato che li ha fatti conoscere, eroe amaro di un hard-boiled fortemente politicizzato; hanno una storia alle spalle, e possono giocarci. La mia ammirazione va indiscriminatamente a tutti gli autori: ai Grandi Vecchi per la loro maestria, ai giovani leoni per il coraggio e l’intraprendenza che dimostrano. Promettono bene, gli autori di Ted Bundy; e magari, chissà, tra quarant’anni faranno parte anche loro della hall of fame dell’arte sequenziale. Li terremo d’occhio.

(Doveroso aggiungere che la graphic biography di Muñoz e Sampayo era stata già ristampata nel 2014 da Edizioni BD, perché la prima edizione in volume risale al 1993, per i tipi di Rizzoli; la primissima pubblicazione fu su Corto Maltese nel 1990, in due puntate.)

Di Muñoz e Sampayo la nostra Rivista recensirà anche Carlos Gardel, sempre edito da Sur.

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Concerto per mano sola e orchestra

Guido Giannuzzi, Paul Wittgenstein, Il pianista dimezzato, Ogni uomo è tutti gli uomini – Edizioni, pp. 52; euro 9,50 stampa

recensisce DANIELA MADDALENA

L’autore di questo piccolo ma corposo libro è un musicista atipico. Professore d’orchestra (fagottista) del Teatro Comunale di Bologna e di varie formazioni cameristiche di livello prestigioso, tra diplomi di perfezionamento e premiata esperienza concertistico-musicologica, è laureato in Storia Moderna presso l’Università di Pisa e in Arti visive presso quella di Bologna. Queste sua speciale formazione è la cifra che gli permette di leggere una vicenda musicale – la storia del pianista Paul Wittgestein – con una visione più ampiamente storica, filosofica ed estetica.

L’epoca è tragica. Si è a ridosso del nazismo, dell’antisemitismo, della guerra. Il viennese Paul Wittgenstein inizia la sua carriera pianistica nel 1913. Meno di un anno dopo, in guerra, perde un braccio. Ostinato, feroce, superbo, Paul Wittgenstein prende una decisione che determinerà il suo destino: diventare un insuperabile pianista, anche se ha solo la mano sinistra. Il titolo del libro è un affettuoso richiamo al Visconte Medardo di Terralba, di Italo Calvino. «Tutti ci sentiamo in qualche modo incompleti,» disse Calvino, «Tutti realizziamo una parte di noi stessi e non l’altra».

Ma chi sono i Wittgenstein? Una ricchissima famiglia di origini ebraiche, non praticante e in parte cattolica, con i Mendelssohn come antenati. Karl, padre di Paul, era un ottimo violinista, sostenitore dei movimenti d’avanguardia viennesi. Mecenate colto, prese sotto la sua protezione artisti come Mahler e Joachim. Ma il suo interesse principale fu l’industria siderurgica, della quale divenne un magnate. Karl sposò Leopoldine, un’affermata pianista. Nel salone da concerti del loro palazzo si ascoltano Brahms, Richard Strauss, Schönberg. Ma Karl era un despota. Voleva che i figli lo imitassero, conservando e allargando l’imponente patrimonio familiare. Nessuno gli obbedì. Tre figli maschi si suicidarono. Ludwig, il famoso filosofo, si trasferì in Inghilterra. La storia della famiglia Wittgenstein è quella di una dinastia in decadenza, tra morte e trasfigurazione. Suicidi, crolli, omosessualità, sovreccitazione verso l’arte, malattie. Sembra quasi una messa in scena dei Buddenbrook di Thomas Mann.

Dopo la morte del padre, finalmente libero della sua pressante soggezione, Paul diede il suo primo concerto pubblico. Aveva pagato una celebre Sala da concerti di Vienna, invitando parenti e conoscenti, come claque. Dopo pochi mesi partì per il fronte russo. Fu colpito da una pallottola, operato, e al risveglio si ritrovò senza braccio destro. Il fratello, venuto a conoscenza della tragedia, scrisse: «Non posso fare a meno di pensare al povero Paul, che ha perso il suo lavoro! Che cosa terribile». Ma Paul cavalcò il trauma e decise immediatamente che nulla avrebbe fermato la sua vita di concertista. Trovò una tavola di legno, che considerò una tastiera, e prese ad esercitarsi per molte ore al giorno. Certo lo pensarono pazzo. Fu trasferito in un campo dove c’era un pianoforte e lui suonò il repertorio che conosceva a memoria, con la sola mano sinistra. Giannuzzi ci tiene incollati alla pagina, raccontandoci i particolari di questo ribaltamento. E’ lì che Paul decide. Non di fare il pianista, ma di essere pianista.

La limitazione spalancò qualcosa dentro di lui. Tornato a Vienna nel 1916, diede subito un concerto pubblico. Presto non si accontentò dell’arrangiamento delle musiche già composte. Inaugurò un lungo elenco di commissioni a compositori cui chiese di scrivere concerti per pianoforte e orchestra di virtuosistica complessità, per la sola mano sinistra. Inizia un racconto che diventa leggendario. È storia vera e ci lascia sbalorditi.

Nel concerto per pianoforte e orchestra di Korngold, l’orchestra era troppo grande e quindi rumorosa. Wittgenstein impose una sua revisione. È la volta di Hindemith. Quando Wittgenstein vide la partitura la considerò inammissibile e la mise sotto chiave. Giannuzzi ci racconta in che modo è stata ritrovata, solo pochi anni fa. Poi tocca a Strauss, uno dei più grandi compositori viventi dell’epoca, che Paul vedeva nel salone dei concerti di casa propria quando era bambino. Stesso copione: molto denaro, poco rispetto, opere bocciate.

Uguale sorte toccò a Prokof’ev col suo quarto concerto per pianoforte e orchestra. Quando lo vide Wittgenstein disse «non ho capito nulla, e quello che ho capito non mi piace». Quindi non lo studiò. Idem con Britten e il suo bellissimo Diversions for piano left hand and orchestra. Come committente, Wittgenstein aveva i diritti di prima esecuzione di opere che si rifiutava di suonare. Una situazione insopportabile per i compositori. Erano stati ben pagati, ma non potevano ascoltare le proprie opere.

Il caso più clamoroso è quello di Ravel. Si tratta anche del concerto più conosciuto dal vasto pubblico. Sul web si trovano 80 secondi del concerto originale, suonato da Wittgenstein. Il pianista è circondato da un pubblico attentissimo, tanto prossimo da sembrare seduto sul palco. Anche stavolta, anche nei confronti di uno dei compositori più grandi del mondo, Paul Wittgenstein si comporta in modo oltraggioso. Senza chiedere il permesso e senza neppure avvisarlo, Paul modifica la partitura.

Talvolta sorgono discussioni tra i compositori d’avanguardia e gli esecutori. I primi chiedono agli strumentisti di superare la prassi esecutiva convenzionale, cercando una nuova attitudine mentale, di tipo sperimentale. I secondi parlano di mancanza di senso, di eccesso di stravaganza fine a se stessa e lontana dalla musica. Perché mai un pianoforte dovrebbe suonare preparato, visto che è nato con le corde libere? Perché è quello che cercano i compositori: nuovi linguaggi, nuove voci. Ravel, genio del pianoforte, dell’orchestrazione e della signorilità, invitò in casa propria Wittgenstein e gli suonò il suo concerto per la mano sinistra. Per tutta risposta si sentì dire che il pezzo era mediocre, così come il pianista. Ravel dovrà aspettare che scadano i diritti d’esecuzione per poter ascoltare la propria musica, così come l’ha magistralmente scritta, e come noi oggi la conosciamo.

Era un bravo pianista, Wittgenstein? Troverete una risposta nel libro, e anche una saggia conclusione. Ma se volete farvene un’idea, su web si trovano ottime registrazioni dei concerti nominati.

http://www.ogniuomoedizioni.it/

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Intervista con Sandra Petrignani

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Avendo pubblicato un corposo articolo sulla biografia di Natalia Ginzburg, La corsara, scritta da Sandra Petrignani, ci è sembrato giusto accompagnarlo con un’intervista all’autrice.

Qual è stato l’impulso che l’ha spinta ad imbarcarsi nella complicata impresa di scrivere una nuova biografia di Natalia Ginzburg? 

Non è stato un impulso ma una considerazione: trovavo incredibile che nessuno avesse ancora scritto un libro che raccontasse vita e opera della Ginzburg nella sua interezza e nella sua importanza.

La messe di informazioni e di notizie biografiche dei tanti personaggi che compaiono in questo libro è notevole. Quanto a lungo ha lavorato a questo progetto? Ha mai temuto di non portarlo a termine? 

Ho impiegato quattro anni in tutto. Tre di ricerche, letture, incontri con i testimoni e un anno più o meno per scrivere. I momenti di scoraggiamento sono stati tanti. Ho avuto più di una tentazione a mollare, sia per la paura di non farcela a dominare la massa delle informazioni che stavo mettendo insieme, sia per alcuni segnali antipatici che mi venivano da una parte della famiglia.

Natalia Ginzburg

Purtroppo nel libro mancano le testimonianze dirette dei figli della Ginzburg, Carlo, Andrea (scomparso qualche mese fa) e Alessandra. Immagino abbia cercato di coinvolgerli: se così, perché crede non abbiano accolto la sua richiesta? 

Per qualche motivo che ora, dopo tanto studio, posso intuire, hanno serie ragioni per non appoggiare un lavoro di approfondimento sulla storia della loro famiglia e su Natalia, la madre, in particolare. Insomma, io me la sono spiegata così: se vuoi mantenere dei segreti, non puoi appoggiare operazioni di scavo, a meno di non mentire sulle informazioni che dài. Sono persone troppo serie per mentire. Preferiscono tacere, probabilmente.

Ho notato un notevole coinvolgimento emotivo in questo suo studio, che tra l’altro si avvale anche di strumenti di critica letteraria al servizio del dato biografico. Col senno di poi, crede sarebbe stato migliore per la riuscita del suo lavoro un maggiore distacco critico dal soggetto della sua ricerca? 

Credo anzi che sia stata la fortuna del libro abbandonare il progetto iniziale di una biografia scientifica. E’ diventato così un libro «caldo», un libro mio, in cui però i sentimenti personali sono stati tenuti perfettamente nei limiti. Ho seguito l’indicazione della stessa Ginzburg di spegnere i riflettori, su certi frangenti critici.

Sandro Pertini e Natalia Ginzburg

Il fatto di essere anche una scrittrice ha influito sulle modalità con cui ha condotto questo suo lavoro di ricerca biografica? 

Io sono principalmente una scrittrice, che in alcuni testi si avvale di strumenti giornalistici, critici, storici. Mi viene generalmente riconosciuto di aver in qualche modo inventato un genere, che fra l’altro è ora parecchio seguito. E questo mi diverte. Anche perché a me è venuto un po’ a noia…

Come mai ha scelto di inserire soltanto poche fotografie? 

Non mi sono state concesse le liberatorie.

Lei ha definito questa sua opera «il mio affondo in Natalia»: questa sorta di corpo a corpo ha in qualche modo influenzato il suo modo di porsi con la scrittura, la sua attività creativa, addirittura la sua vita? 

È probabile che l’abbia fatto, ma è presto per dirlo. Bisogna vederne i risultati nel tempo, sono processi lenti.

Sandra Petrignani ha anche un suo sito.

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Natalia Ginzburg, o la biografia culturale d’una nazione 

Sandra Petrignani, La corsara: Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza, pp. 459, euro 15,30 stampa, euro 9,99 e-book

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Quando nelle librerie appare la biografia d’uno scrittore, dovremmo tutti gioire. Il vissuto, i sentimenti, le passioni, l’impegno sociale e culturale, i rapporti con la propria arte – tutto aiuta ad illuminarne l’opera, a ricostruirne la genesi e a inquadrarla in una prospettiva storica ed esistenziale. Se poi la biografia è quella di un personaggio quale fu Natalia Ginzburg l’interesse suscitato è massimo, poiché siamo al cospetto di una vita che le drammatiche vicende storiche hanno reso esemplare, e meritevole di essere studiata e tramandata. A ciò si aggiunga la curiosità per questo nuovo lavoro, visto che sulla Ginzburg esiste già una solida ricerca biografica, a firma della sua ottima traduttrice tedesca Maja Pflug.

Questo volume di Sandra Petrignani s’inserisce nel genere biografico messo da lei a punto, che mescola sapientemente elementi di scrittura giornalistica, critica letteraria, ricerca storica e pura narrativa. Esso consta di quattro parti, suddivise in capitoli dai titoli icastici tratti da opere, lettere, diari, brani di conversazioni, e si apre con una sorta di prologo, il primo incontro che l’autrice ebbe con la Ginzburg, quando a metà degli anni Ottanta andò a trovarla nella sua casa romana per avere un giudizio su un proprio manoscritto. Dopo qualche cenno autoreferenziale, si comincia a seguire il vissuto di Natalia Ginzburg, dalla nascita avvenuta a Palermo nel luglio del 1916, in una casa di Via Libertà (nome che sembra un segno del destino), al nucleo famigliare, sino alla generazione dei nonni. A ben vedere però l’elemento diacronico è solo il tracciato principale, da cui si dipartono vie e sentieri che s’inoltrano avanti e indietro nel tempo, solcati da personaggi epocali, lasciati e ripresi, in un moto perpetuo che vivacizza il racconto.

L’autrice si sofferma sugli anni dell’infanzia della Ginzburg, sul milieu culturale di un luogo e di un momento storico fondamentali per le vicende del nostro Paese, la Torino degli anni Venti-Trenta del secolo passato, fervida di fermenti culturali e sede delle prime opposizioni al fascismo. Ecco dunque il padre, Giuseppe Levi, ebreo triestino, istologo di livello internazionale (tra i suoi allievi figurano Rita Levi-Montalcini, Renato Dulbecco e Salvator Luria, tre premi Nobel); la madre, la milanese Lidia Tanzi, donna colta e intelligente, sensibile alle arti e alla musica, frequentatrice dello studio di Felice Casorati, attorno al quale gravitavano Carlo Levi, Piero Gobetti e l’avanguardia artistica torinese; la sorella Paola, i tre fratelli Mario, Gino e Alberto, impegnati antifascisti.

Nella loro casa è passata più volte la Storia: vi si recavano Anna Kulishioff e Filippo Turati (che con il nome di Paolo Ferrari vi si nascose per una settimana prima della rocambolesca fuga in Francia, qui rievocata), Adriano Olivetti (che sposerà Paola), Carlo Levi (che intreccerà con la stessa Paola una lunga storia passionale), i giovani compagni dei fratelli di Natalia, i ragazzi del mitico liceo D’Azeglio di Torino, a cominciare dal futuro marito, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Natalino Sapegno, Giorgio Agosti, Massimo Mila, Giacomo Debenedetti e molti altri, una «generazione pesante», che ha «mescolato insieme – con l’altruistica dissipazione della giovinezza – politica, rischio e grandi amori».

La Storia, sempre quella con la S maiuscola, travolgerà poi Natalia e la sua famiglia in un incalzare di eventi drammatici, qui narrati con ammirevole empatia: l’esilio imposto al marito Leone, i drammatici anni della guerra, la perdita del coniuge in seguito alle torture degli aguzzini nazisti, la fuga in una Firenze devastata (dove viene accolta da Eugenio Montale, compagno di sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre), la forzata separazione dai tre figli in tenera età, la vita randagia di chi è costretto a nascondersi. E la solitudine estrema del primo dopoguerra, gli anni romani di psicanalisi e di tetri pensieri, che nella «nera estate» del 1945 le fanno balenare l’idea del suicidio.

Ma è un tempo quello di straordinario fervore culturale e sociale, sono gli anni della ricostruzione fisica e morale di un Paese ridotto in macerie dalla follia fascista, a cui Natalia darà il suo grande contributo. Il racconto prosegue con le tappe della vita d’una donna ancor giovane ma duramente provata: il consolidarsi della coscienza di scrittrice e la messa a punto di una voce narrativa e saggistica originale, la fugace liaison con Salvatore Quasimodo, il primo incontro con il più acuto studioso della sua opera, Cesare Garboli (col quale stabilirà un sodalizio intellettuale per entrambi fruttuosissimo), il matrimonio con Gabriele Baldini, ulteriori dolori come la perdita prematura di un figlio e la malattia invalidante di un’altra figlia, il percorso di antesignana dell’autonomia intellettuale femminile in un mondo marcatamente maschile, il definitivo affermarsi come romanziera, la feconda stagione della produzione teatrale, la presenza incisiva nel dibattito culturale italiano attraverso la scrittura giornalistica (fu battagliera opinionista dei maggiori quotidiani nazionali, suscitando con i suoi interventi dibattiti accesissimi: il termine «corsara» scelto per il titolo di questa biografa ha qui la sua ragion d’essere), l’impegno sociale intrapreso con l’attività parlamentare a cui si dedica anima e corpo nell’ultima stagione della vita, seguendo la grande lezione di Leone sempre viva in lei: vivere la politica non come ideologia ma come coscienza etica.

A epigrafe di questa, come forse di ogni biografia, si potrebbero porre le parole che la stessa Ginzburg scrisse in un saggio sull’amato Proust, del quale fu anche traduttrice: «Alla sete di possedere il segreto di un essere, la vita dà le sue risposte frivole e derisorie, contraddittorie e intrise di menzogna.» È contro queste contraddizioni, queste menzogne disseminate ovunque che l’autrice lotta, ingaggiando un disperato corpo a corpo con l’elusività del tempo e della memoria, della verità delle cose, nell’accorato intento di giungere alla sostanza più intima della Ginzburg. E nella pervicace sfida all’oblio si appiglia a tutto, si aggrappa ad ogni traccia: recupera le memorie di familiari (mancano tuttavia le testimonianze dei figli Carlo, Andrea – ancora in vita quando il libro era nel suo farsi – e Alessandra), di testimoni diretti e indiretti, spulcia libri, indaga negli archivi, riporta alla luce lettere, cartoline, articoli di giornale, in una certosina attività di ricerca che in una sorta di pellegrinaggio l’ha condotta nelle case e nei luoghi dove la Ginzburg visse, su e giù per l’Italia in cerca di impronte non ancora consunte dal tempo, in un affannoso insinuarsi nella memoria dei luoghi, delle persone e delle polverose carte persino commovente. Non paga, la Petrignani ricorre financo alle analisi grafologiche, ai temi astrali. «Mi prendo la libertà di affidarmi ad altre suggestioni», ammette, ma per fortuna non persegue troppo questa strada invero poco scientifica, avanzando invece nel solco tracciato dalla seminale, stringente biografia di Maja Pflug, e ampliandola di parecchio. Soprattutto, mette a frutto la sua esperienza critica di lettrice, si affida all’esegesi dell’opera narrativa, saggistica, giornalistica e teatrale di Natalia impiegandola come uno strumento ermeneutico per rischiarare zone buie, riempire vuoti e lacune documentali.

È un procedimento non privo di insidie, poiché la scrittura creativa, per quanto autobiografica (e quella della Ginzburg notoriamente lo è in alto grado), risponde a regole proprie, per statuto ontologico tende a trasfigurare la realtà da cui trae ispirazione, ma la Petrignani di questo pare ben avvertita e porta avanti il racconto con mano ferma, gestendo in modo ammirevole la copiosa messe di informazioni raccolte, e facendo di questa ricerca una sorta di romanzo. Perché, a tratti, i protagonisti della famiglia Ginzburg, le tante personalità che ne incrociarono i percorsi, sembrano davvero personaggi letterari, e le loro drammatiche esistenze hanno un sapido sapore d’avventura.

La tecnica espositiva è poi tipica della narrazione letteraria: ampi dialoghi, impiego di procedimenti quali l’analessi e la prolessi, in un continuo andirivieni nel tempo storico e in quello interiore che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. E in questo giace una delle grandi differenze con la biografia della Pflug: tanto rigorosa, stringente, asciutta, lineare quella, quanto barocca, piena di punti di fuga e digressioni questa della Petrignani. Condotta con rigore fattuale e corredata di foto (alcune anche rare, fornite dai figli di Natalia) quella, tutta incentrata sulla parola e maggiormente disposta ad avventurarsi nelle motivazioni esistenziali più recondite questa, e perciò più dubitativa, ipotetica, congetturale, risuonante di «forse», di «credo», di «mi piace di pensare», «mi piace immaginare». Ecco dunque spiegata la scelta della parola «ritratto» nel titolo, figlia dell’approccio impressionistico volto a riempire i tanti vuoti del percorso biografico della Ginzburg di cui non a caso, rendendo merito alla sua complessità, si ricostruisce la personalità nel segno della contraddizione, dell’ossimoro.

Tuttavia qui non ci si limita a narrare le vicende della Ginzburg, ad analizzarne le opere. Nell’alveo del racconto principale s’innesta infatti una sorta di biografia nella biografia, quella di un’istituzione culturale che ha avuto enorme rilievo nell’esistenza di Natalia e nella storia culturale italiana, la casa editrice Einaudi, con la quale ella collaborò in pratica l’intera vita (pubblicando con essa la maggior parte delle proprie opere, traducendo, partecipando alle riunioni editoriali, leggendo manoscritti e segnalando libri di grande spessore), e di cui grazie a preziose testimonianze si seguono le vicende a partire dalla fondazione avvenuta il 15 novembre del 1933, le sue molteplici mutazioni, i grandi intellettuali che vi collaborarono. Trovano quindi ampio spazio i rapporti intrattenuti dalla Ginzburg con Giulio Einaudi (che la considerava «la coscienza critica della casa editrice», intoccabile emblema della tradizione einaudiana), con l’a lei carissimo Cesare Pavese (al quale è dedicato un intero capitolo, ma la cui figura ricorre di continuo), e l’altrettanto caro Italo Calvino.

E in generale ci si sofferma sui rapporti con i tanti e celebri colleghi, da Elsa Morante (con cui la Ginzburg intratteneva una frequentazione assidua e affettuosa pur nelle irriducibili differenze), ad Alberto Moravia, Mario Soldati, Lalla Romano, Rocco Scotellaro, Sandro Penna, Mario Tobino, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini (nel cui film Il Vangelo secondo Matteo recitò la parte di Maria Maddalena), Enzo Siciliano, Giorgio Bassani, Giorgio Manganelli, e numerosi altri: la lista è lunga, a percorrerla si delinea un intrigante spaccato della letteratura italiana contemporanea. A questo proposito bisognerà dire che la Petrignani si concede con una certa voluttuosità al gossip degli ambienti letterari, riportando relazioni, flirt, rivalità, gelosie professionali e amorose, elemento che a tratti conferisce al racconto una nota quasi salace.

In definitiva, questa biografia ha il grande merito di riportare l’attenzione su un personaggio invero notevole, una donna che ha opposto una sorprendente vitalità alle tragedie della vita, che è riuscita a trasformare il proprio dolore in ricchezza interiore e in materia creativa. Una scrittrice dalla tempra morale solidissima, che ha fatto del dovere etico di «dire la verità», nel senso greco della parresia, una cifra stilistica e di vita. Un’autrice sempre protesa nella tensione assoluta verso la parola giusta, autentica, che postulava la necessità di «tornare a scegliere le parole, a scrutarle se erano vere o false, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano solo le effimere radici delle comuni illusioni». Un’intellettuale che, a partire appunto dalla parola, ha mirabilmente colto uno dei grandi problemi non soltanto artistici ma antropologici dell’oggi: «Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi». Questa straordinaria lezione etica risuona come un monito non solo agli scrittori, ma a noi tutti.

Forse però il pregio maggiore di questo lavoro è il suo configurarsi come la biografia di una comunità di artisti e intellettuali di spessore altissimo innestata nella storia d’Italia, in un continuo intreccio tra dimensione privata e pubblica, tra storia personale e nazionale, che dà luogo ad un affresco dall’ampio respiro: non dunque mera vicenda esistenziale di una scrittrice, per quanto grande, ma parabola culturale di un intero Paese. E a ripercorrere le tappe della nostra cultura si è afferrati da una rabbia impotente, da una micidiale nostalgia, persino da invidia per un passato così vitale, rifulgente rispetto alla vacuità del nostro tempo. Ma a questo sentimento dovrebbe subentrarne un altro, ben più fattivo, e allora forse la consapevolezza che la barbarie che aveva strangolato il nostro Paese fu sconfitta da «persone che seppero fare dell’utopia e del proprio sacrificio qualità della vita per gli altri» potrebbe indicarci la via per un riscatto che oggi non riusciamo neanche ad immaginare. Natalia Ginzburg si è sempre attenuta all’esortazione dell’amato Leone, che concluse la sua ultima lettera dal carcere a lei indirizzata con una frase che risuona a mo’ di epigrafe della sua vita e della sua scrittura: «Sii coraggiosa». Anche noi dovremmo forse far nostre quelle parole, armarci di coraggio e impegnarci in una lotta rigorosa per costruire un mondo migliore.

Giuseppe Costigliola ha anche intervistato Sandra Petrignani.

http://www.neripozza.it/

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Vita di Mister Marvel

Bob Batchelor, Stan Lee: Il padre dell’universo Marvel, tr. Sara Terrinoni e Amanda Schüpbach, Leone Editore, pp. 288, €19,90 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Il 12 novembre 2018, all’età di 95 anni, è morto Stan Lee, creatore dell’Universo Marvel. Solo poche settimane prima Leone Editore aveva pubblicato la traduzione italiana della biografia del 2017 scritta dallo storico Bob Batchelor, che in originale si intitola Stan Lee – The Man behind Marvel. Questi i fatti.

Con Stan Lee devo trattenermi, controllare i termini, non sparare superlativi, cercare di ridimensionare. È molto difficile perché si tratta della mia formazione emotiva ed estetica. Nonostante sia cosciente che questo autore abbia anche dei lati criticabili (una certa autoreferenzialità, per esempio?), la mia infanzia (ma si può dire la mia vita) è stata illuminata, sconvolta, esaltata dalle sue creazioni.

I fumetti Marvel, quando li ho conosciuti nei primi anni ‘80, erano diversi dagli altri. C’era in essi un’esplosione di energia, tensione, dramma, conflitto, c’erano tanti problemi, cosmici e comuni, che schiacciavano i personaggi. E poi c’era una cosa incredibile, ancora oggi sottovalutata: la Marvel era un vero e proprio universo. I personaggi si incontravano, i fatti accaduti in una serie potevano influenzare quelli di un’altra. Erano storie intense, fulminanti e nello stesso tempo lente nella gestione delle cosiddette sottotrame. Erano divertenti e tragiche, c’erano momenti di lunghi dialoghi e sequenze di silenzio. C’erano quei disegni, fatti di muscoli, di costumi, di lampi, di visioni psichedeliche, di villain incredibili, goffi e inquietanti, folli ed eleganti e schizzi di strade americane, di mattoni rossi, di metropoli, di grattacieli, di homeless, di chioschi di giornali, di marciapiedi…

Quando lessi per la prima volta i fumetti Marvel, a sei anni, fui sicuro che quelle atmosfere non mi avrebbero più lasciato. Per me la Marvel è stata come il rock and roll, come una febbre, la cosa più vicina ad uno shock culturale che la mia mente di bambino potesse provare.

Oggi la Marvel non è più una semplice casa editrice di fumetti: è un marchio, è un mondo, anche se è di proprietà della Disney e non più indipendente. I suoi personaggi sono patrimonio di tutti, non solo, come prima, dei ragazzini e dei nerd. Insomma, è parte della cultura del XX secolo ma anche del XXI. E di questa incredibile fetta dell’immaginario contemporaneo è responsabile, primariamente, un uomo: Stan Lee. Quest’uomo, diciamolo subito, non era da solo, anche perchè il metodo di lavoro da lui ideato, dava enorme libertà ai disegnatori con i quali discuteva per sommi capi la storia per aggiungere i dialoghi solo a tavole ultimate. Con lui c’era in primo luogo Jack Kirby, autore grafico di tutti i personaggi storici tranne l’Uomo Ragno (al cinema Spiderman) di Steve Ditko. E poi John Romita, Don Heck, Jim Steranko, Bill Everett, Gene Colan, John Buscema, Gil Kane, Joe Sinnott, per citare solo alcuni dei primi disegnatori che crearono centinaia di storie seguendo il Metodo Marvel. Qui non si vuole tornare sull’annosa questione di chi ha creato i supereroi Marvel, di quanto abbiano pesato i suoi collaboratori, Kirby in primis. Quest’ultimo deve essere considerato fondamentale almeno quanto Lee e in alcuni casi più di Lee. Ma è stato Lee a diventare un personaggio celebre, una sorta di Disney del fumetto supereroistico, l’uomo che ha incarnato uno stile e una visione e la sua voce inconfondibile si sente in ognuno dei fumetti da lui sceneggiati.

Questa biografia che ci propone Leone Editore, molto dettagliata ed equilibrata, ci dà modo di scoprire chi sia Stan Lee al di là del suo ruolo carismatico nella casa editrice e, attraverso di lui, la Marvel delle origini e del periodo in cui il nostro definì il suo universo, sullo sfondo della storia americana del novecento. È qualcosa di raro, dato che nonostante lo sceneggiatore abbia pubblicato ben due autobiografie, conosciamo pochissimo di troppi momenti chiave della sua vita, privata o professionale che sia. E, tra le altre cose, scopriamo che Lee, così celebre e così perfetto come ambasciatore del fumetto nel mondo, in realtà è stato per decenni frustrato dalla bassa considerazione che il suo campo aveva nell’opinione pubblica e degli intellettuali.

Grande spazio prende, in questo libro, il primo periodo della vita di Lee. L’infanzia da figlio di immigrati ebrei rumeni a New York in piena depressione è un’esperienza che lo plasmerà in maniera definitiva. Il grande entusiasmo per la vita e per la metropoli, ma anche una tendenza privata all’autocommiserazione sarà qualcosa che non lo abbandonerà mai e che caratterizzerà anche il carattere di Peter Parker, tanto per dirne uno. E anche quel misto bizzarro ma riuscitissimo tra spacconeria e insicurezza che troveremo nel tessiragnatele è stato presente nel suo carattere da sempre.

L’essere cresciuto quando la disoccupazione era altissima e le tragedie familiari all’ordine del giorno farà di lui un uomo che, per molto tempo, non sarà capace di dire di no a qualunque proposta lavorativa.

Il suo ingresso come tuttofare alla Timely (la futura Marvel) è datato intorno al 1939, quando Stan ha solo 17 anni. Tutta la sua giovinezza la passa a creare, sceneggiare, programmare, selezionare una montagna di fumetti, buoni e cattivi, per tutti i generi possibili ed immaginabili, dalle storie criminali agli horror, dai fumetti d’amore ai supereroi. Nel 1941 debutta la prima celebre creazione di Jack Kirby: Capitan America, prodotta insieme a Joe Simon. È un grande successo; ma quella è un’epoca di repentine esplosioni e altrettanto veloci cadute. I lettori sembrano volubili e c’è l’impressione che non si possa impedire il loro fulmineo passaggio da una moda all’altra. E così anche gli editori si fanno furbi e e si mettono alla ricerca del nuovo genere, del nuovo, temporaneo successo. E Stan Lee, man mano che passa il tempo, è sempre più disilluso e stanco di quell’ambiente e si chiede sempre più spesso se a scrivere fumetti stia sprecando il suo tempo.

Passarono addirittura vent’anni prima che, alla fine dell’estate del 1961, i Fantastici Quattro dessero inizio ad una rivoluzione epocale per il fumetto e la cultura pop americana. Senza fermarsi un attimo Lee creò decine di personaggi e antagonisti, i principali dei quali analizzati nelle loro origini da Batchelor. Nel 1962 nascono Spider-Man (che comparve nell’ultimo numero di una serie già destinata alla chiusura, Amazing Adult Fantasy) e Hulk. Poi in soli sei anni: Thor, Ant-Man, Iron Man, X-Men, Daredevil, Gli Inumani, Pantera Nera, Dottor Strange, Capitan Marvel e Silver Surfer. Ho citato solo gli eroi e non i cattivi, gli straordinari nemici come Dottor Destino e Goblin, anch’essi personaggi indimenticabili e responsabili del successo marvelliano. Un decennio, quello degli anni ‘60, che creò un vero popolo di appassionati, per la prima volta fedele a una casa editrice e a uno stile narrativo, come mai più da allora. E quello stile, quel tono ironico, quelle idee, la capacità senza precedenti di ibridare la soap opera con l’avventura, le storie private con la fantascienza era tutto merito di Lee. Ed era merito suo anche l’aver costruito il mito della Marvel come Casa delle idee, come redazione di gente fuori dal comune ma amica dei lettori; non sorprende dunque che questi trovassero subito un’intesa senza precedenti con Lee e la sua voce, il suo linguaggio.

C’era bisogno di una biografia di Stan Lee anche in Italia, e questo è un libro che chiunque si interessi di Marvel dovrebbe legere, nonostante qualche errore di traduzione (ad esempio si parla dello scenggiatore Marv Wolfman al femminile e Zia May talvolta viene chiamata Mary). Perché Lee è stato davvero uno dei creativi più influenti del secolo scorso, ed è molto importante capire da dove provengano le sue idee, da quale temperie culturale e sociale e da quanta insicurezza e difficoltà siano derivati contemporaneamente un marchio di longevità straordinaria, una delle icone più potenti e durature della cultura pop mondiale (Stan Lee stesso) e un enorme patrimonio di personaggi e storie.

Stan Lee ha saputo determinare uno scatto di proporzioni impensabili del concetto di supereroe, dandogli contemporaneamente maggiore umanità e ancora maggiore straordinarietà. Il creatore di meraviglie è stato inoltre e subito un personaggio tra i più celebri dell’editoria, vero maestro dell’auto-promozione e questa biografia permette di capire, per quanto sia possibile, chi fosse davvero quell’uomo, Stanley Martin Lieber, che si celava dietro il sorridente, e immortale, Stan Lee.

http://www.leoneeditore.it/

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