Archivi

Dietro le linee

Manlio Calegari. Behind the Lines. La partita impossibile (1990-91), Impressioni grafiche, pp. 192, euro 13,00 stampa

di MARCO CODEBÒ

Che cos’è Behind the Lines? L’ultimo libro di Manlio Calegari è al tempo stesso manuale di storia orale, trattatello di fenomenologia del ricordo, storia di una comunità operaia nel secondo dopoguerra, distaccata analisi dell’invecchiamento, saggio critico sul Sessantotto e i movimenti giovanili dei due decenni successivi, miscellanea di geografia dell’entroterra del levante ligure. In forza di questa poliedricità la risposta alla domanda iniziale è inevitabile: Behind the Lines è un romanzo, l’unico genere letterario che può prendere una congerie di frammenti testuali prodotti secondo differenti regole formali e trasformarla in un insieme coerente e leggibile. C’è di più, naturalmente, perché Behind the Lines, oltre a esserlo, un romanzo, lo è anche in maniera formidabile. Questo per almeno due ragioni: (1) ci dà una mano a capire il nostro tempo e (2) prova a regalarci una traccia per attraversarlo con dignità. Con la necessaria postilla che Calegari è un maestro del racconto, così che se uno legge Behind the Lines non solo impara qualcosa su di sé ed il mondo ma intanto che lo fa ci si diverte anche.

Nostro è il tempo in cui l’idea di Rivoluzione non sta più in piedi, questo dice Behind the Lines. Anzi, in modo ancor più chiaro: Behind the Lines  è un libro controrivoluzionario. Racconta la storia di Alba, partigiano settantenne che cerca di trasmettere la sua esperienza di resistente alla pronipote Felicita. Lei è una laureanda, impegnata a tradurre i ricordi della guerra partigiana del prozio in una tesi accademica scritta secondo la metodologia della storia orale. Alba ha trascorso la vita in mezzo ai comunisti: amici, colleghi, compagni di lotta (armata e non), vicini di casa. Lui comunista non lo è mai stato e il perché lo spiega così: “Se pensi che quello che fai può migliorare il mondo non c’è ostacolo che possa fermarti. Cosa vuoi che sia un po’ di ingiustizia se si tratta di fare il bene dell’umanità” (p. 32). Con l’ovvia complicazione, prosegue Alba, di dover decidere sia la quantità di ingiustizia necessaria sia il tempo della sua opportuna applicazione al corpo sociale. Problema questo a cui nessuna delle rivoluzioni combattute per la conquista del potere politico come premessa per una trasformazione, dall’alto al basso, delle relazioni sociali, ha mai risposto: dalla Francia giacobina fino al Nicaragua sandinista. Behind the Lines è un libro controrivoluzionario proprio perché è costruito a partire dalla consapevolezza che questa risposta, tra Otto e Novecento, non la si è proprio trovata. E a marcare la rottura storica al di là della quale ci si trova oggi a vivere, Behind the Lines inizia con l’evento che chiude due secoli di rivoluzioni in Europa: la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989, duecento anni dopo la presa della Bastiglia. Behind the Lines segue così le orme dell’Ortis foscoliano (“io non sono sì matto da presumere di riordinare i mortali”), altro romanzo ambientato alla fine di un ciclo rivoluzionario, quello scatenato dalla prima discesa di Napoleone in Italia, nonché pubblicato in edizione definitiva durante un’età di restaurazione. E sul piano strutturale, come l’Ortis adotta la scrittura epistolare, così Behind the Lines si affida a quella diaristica, entrambe scelte formali che liberano il romanzo dalle costrizioni della trama e ne esaltano la capacità di funzionare come contenitore di generi non narrativi.

L’epoca post-rivoluzionaria è terribile: il primo segmento testuale di Behind the Lines, quello che apre con la caduta del Muro, chiude con un’immagine di atroce sofferenza proveniente da una delle guerre del nostro secolo, spietate nel loro accoppiare il massimo di indifferenza a uno sproposito di tecnologia. Da quest’età, Behind the Lines prova a suggerire una via d’uscita. È una traccia che affiora dalla storia di Alba, il partigiano che quando gli accade di incrociare la storia grande decide di stare dalla parte giusta. Questa traccia è la resistenza, una pratica che va all’onor del mondo nel biennio 1944-45, ma che non vi rimane congelata, come prova il fatto che Alba mantiene il suo nome partigiano anche negli anni postbellici. La resistenza continua perché lavora dal basso sulla base di un criterio elementare: la scelta come responsabilità personale. Alba è uno che sceglie: di andare in montagna con Bisagno (il partigiano Aldo Gastaldi, il comandante della Terza Divisione Garibaldi Cichero), di creare e mantenere uno spazio solidale per sé e i compagni di strada, di leggere e pensare, di fare il possibile per lasciare il senso della sua esperienza alla nipote. Qui però fallisce. Felicita non raccoglie il testimone e le due generazioni, quella partigiana e quella del movimento della Pantera, si incontrano ma non si comprendono. La pratica della resistenza non sopravvive agli anni Novanta. Perché questo accada è una domanda che Behind the Lines lascia senza risposta. Ne azzardo una io. Ai giovani come Felicita manca un rapporto col territorio, arte di cui Alba e compagni sono invece maestri. E infatti Behind the Lines è un romanzo topologico, un racconto di luoghi unici per storia, cultura e geografia. A ognuno di essi

corrispondono relazioni particolari fra i personaggi, un’attività specifica e una lingua. Esiste anche un Paradiso terrestre: i prati della Val d’Aveto dove si gioca a pallone mentre il vento della guerra per un po’ si tace. Alba e i suoi amici riescono a resistere, dal 1944 in poi, perché abitano posti che stanno in sintonia con la loro soggettività, quel che manca ai compagni di Felicita, ridotti alle quattro mura dell’Istituto di Storia.

Nell’edizione Kindle in inglese di Multitude, di Michael Hardt e Toni Negri, un libro del 2004, la parola “Resistance” ricorre 131 volte contro le 107 di “Revolution”. Tredici anni dopo, quando gli stessi pubblicano Assembly, “Resistance” dimostra di possedere notevoli dosi di istamina così da staccare agevolmente “Revolution”: 139 ricorrenze contro 74. Tuttavia in Empire (2000), la chiave di volta del ciclo di testi dedicato da Hardt e Negri alla produzione di soggettività nel tempo della globalizzazione, si legge che l’antagonista dell’Impero, il lavoro astratto, è un’attività senza un luogo definito e tuttavia molto potente. Curioso questo lavoro spaesato, eppur potente, che poi, fra il 2003 e il 2017, si dà alla resistenza. Nell’etimo di “resistere” il significato è dato dal latino “sistere”, in italiano fermare, fermarsi, verbi privi di senso senza presupporre un posto su cui appoggiarsi. Diavolo di un Calegari! Sembrava che componesse un canto d’addio ai vecchi partigiani e invece, intanto che ci introduceva alla generazione di Felicita, che non resiste perché non sta da nessuna parte, ci guidava a prender coscienza di uno dei nodi del secolo: come si possa oggi coniugare la mobilità del lavoro vivo con la radicalità della resistenza.

Condividi su:
FacebookTwitterShare