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Il Canone Beat. I’m talking about my Beat Generation

Allen Ginsberg, Le migliori menti della mia generazione. Lezioni sulla Beat Generation, tr. Sarah Barberis e Leopoldo Carra, Il Saggiatore, 2019, pp. 479, euro 38,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

Questo prezioso libro, a cura e con una Introduzione di Bill Morgan, si apre con una interessante Prefazione della poetessa Anne Waldman. Leggendo la Prefazione si capisce che il volume è il frutto di un lavoro enorme di trascrizione di decine e decine di lezioni sulla Beat Generation tenute da Allen Ginsberg presso alcune università. Da alcuni mesi Il Saggiatore ha pubblicato anche in Italia Le migliori menti della mia generazione, un’opera che consente di ricostruire la lunga attività di insegnamento svolta da Ginsberg presso la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics (Scuola di Poetica Disincarnata Jack Kerouac), da lui fondata nel 1974 a Boulder, in Colorado, presso il Naropa Institute, la prima università buddista in Occidente, insieme alla stessa Waldman e a un’altra poetessa, Diane di Prima, cui si aggiungono le lezioni tenute dallo stesso Ginsberg a partire dalla fine degli anni Ottanta presso il Brooklyn College, lezioni che riguardarono soprattutto i suoi colleghi beat e alcuni aspetti della sua stessa poetica. Tutte queste lezioni venivano sistematicamente registrate. Soltanto una discepola devota di Ginsberg come Anne Waldman avrebbe potuto intraprendere questa impresa impossibile di sbobinare decine e decine di ore di registrazione, seguendo l’ondivago ragionamento di Ginsberg che si avvolge su se stesso e sembra quasi perdersi nei vari episodi della vita dei beat che vengono rievocati, eliminando le ripetizioni e condensando il tutto in un manoscritto di circa 2000 pagine. La revisione e la risistemazione di queste lezioni in base ai contenuti, agli argomenti e agli autori trattati, ha prodotto questo testo ora tradotto in Italia, che è di circa 500 pagine.

Il Naropa Institute e la scuola a esso collegata nacquero dall’incontro fortuito tra Ginsberg e il guru buddista tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. La leggenda vuole che i due si incontrassero del tutto casualmente davanti a una cabina telefonica, e da questa miscela esplosiva nacque uno dei più originali tentativi di unire la poetica della Beat Generation con la spiritualità buddista. Nel corso di più di vent’anni di attività come insegnante (1975-1997, praticamente fino alla morte), Ginsberg ebbe modo di ripercorrere le principali tappe del Movimento Beat in vista della sua definitiva canonizzazione, ripercorrendone le origini fin dai suoi primi sviluppi a Manhattan, tra la Columbia University e Times Square, con frequenti escursioni anche nella cosiddetta lower Manhattan, a Chelsea e nel Greenwich Village. In queste zone di Manhattan si aggiravano come squali, negli anni Quaranta, i primi eroinomani come Herbert Huncke, un amico di William Burroughs che ebbe un ruolo determinante nello sviluppo della filosofia Beat. Con il suo tipico linguaggio da tossico, Huncke continuava a ripetere “I’m beat”, che significava “sono rimasto senza soldi, sono rimasto senza droga, sono a terra, sono a pezzi, sono finito, fatto, sconvolto”, e a furia di ripetere questa espressione, i suoi amici più acculturati decisero di adottare quel termine per denominare il movimento culturale e spirituale di cui erano portatori.

Questo libro aiuta a capire ancora meglio quale è stato il ruolo di Allen Ginsberg come promotore delle carriere dei suoi amici beat Kerouac e Burroughs, arrivando negli anni Cinquanta addirittura a rieditare i loro testi e a metterli in contatto con gli esponenti dell’editoria più coraggiosi e sensibili alle novità, come Carl Solomon, che Ginsberg conobbe in manicomio, reduce da un esaurimento nervoso provocatogli dalle accidentate vicende editoriali dei romanzi Junkie e Queer di William Burroughs. Tra i tanti aneddoti gustosi raccontati da Ginsberg nel corso delle sue lezioni, vi è anche quello di una lettera delirante che lui e Solomon scrissero a T. S. Eliot, per fortuna mai spedita.

Il libro fornisce dei veri e propri sprazzi d’illuminazione che aiutano a chiarire la grandezza dei beat come scrittori, una grandezza che qualcuno ancora oggi mette in discussione. Ma ciò dimostra quanto vitale sia ancora oggi il Movimento Beat, quanti dei loro slogan e delle loro battaglie politiche e spirituali siano ancora attuali, quanto del loro messaggio stilistico, quanto del loro ritmo sia ancora oggi presente nell’opera degli scrittori e dei poeti contemporanei, anche se è indubbiamente vero che negli ultimi anni della sua carriera Ginsberg era diventato ormai la caricatura di sé stesso, la parodia di un guru….

Ginsberg nel corso delle sue lezioni al Naropa Institute citava pagine e pagine degli scritti di Kerouac per far comprendere agli studenti le affinità tra la scrittura del ragazzo angelico di Lowell e lo stile del jazz, e in particolare del bebop, lo stile di Lester Young, Dizzy Gillespie, Charlie Parker (per la cui morte Gregory Corso scrisse il bellissimo Requiem per “Bird” Parker, jazzista ) e Thelonious Monk con il suo “‘Round About Midnight, per far capire quanta importanza avesse il ritmo, ma soprattutto il respiro nella frase di Kerouac, quando se ne usciva con queste frasi lunghissime che facevano di lui il Proust statunitense, anche per il ruolo che i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza avevano nella sua scrittura. Oppure quando condensava le sue riflessioni in frasi brevissime che ti colpivano come un pugno in faccia: “Scrivo questo libro perché moriremo tutti”.  Ed è anche la dimensione spirituale e insieme stilistica dei beat, che emerge da queste pagine, a rendere questo libro così prezioso.

Un altro grande protagonista di queste lezioni è William Burroughs, che ha sempre rappresentato il lato oscuro e criminale del Movimento Beat, con interesse spasmodico per il mondo delle droghe, dei tossicodipendenti e dei fuorilegge in generale. Anche in questo caso, le lezioni di Ginsberg chiariscono alcuni aspetti fondamentali della poetica di Burroughs. Troviamo conferma in queste pagine del fatto che Burroughs, se non fosse stato aiutato dai suoi colleghi beat, sarebbe rimasto soltanto un originale e bizzarro intellettuale di Saint Louis irresistibilmente attratto dalla droghe, completamente perso nei suoi paradisi artificiali. Non sarebbe diventato insomma quel grande scrittore che ha intuito e forse addirittura creato alcuni aspetti inquietanti del nostro futuro. Senza l’aiuto di Kerouac, che ribatté a macchina il manoscritto di Naked Lunch, e senza l’aiuto di Ginsberg, che si trasformò in diverse occasioni in un vero e proprio agente letterario, il suo capolavoro e le celebri Lettere dello Yage non sarebbero mai stati pubblicati.

Anche in merito allo stile di Burroughs, Ginsberg ci offre alcune inedite  importanti indicazioni, come, per esempio, l’influsso del Chelsea Record Shop di Lower Manhattan che i beat cominciarono a frequentare a partire dal 1944 e di uno strano personaggio che ci lavorava, Jerry Newman, proprietario dell’etichetta discografica Esoteric Records. Newman, oltre a registrare Monk, Parker, Gillespie e altri musicisti bop, aveva in archivio moltissime registrazioni che avrebbero avuto un ruolo determinante nella elaborazione della tecnica del cut up da parte di Burroughs. La celebre routine burroughsiana dell’annunciatore sbronzo, a quanto pare, nasce grazie a Newman, da una sua registrazione di un vero annunciatore della BBC che, in preda a una sbornia colossale, comincia a parlare a vanvera. Il Dottor Benway – ci ricorda Ginsberg – è nato così.

Nel capitolo 18 Ginsberg ritorna su quello che è stato forse l’episodio più importante, l’episodio che costituisce una sorta di mito fondativo del gruppo (insieme alla tragica morte di Bill Cannastra nel 1950 e al tragico “incidente alla Guglielmo Tell”, durante il quale Burroughs uccise la moglie Joan nel 1951): l’omicidio perpetrato da Lucien Carr, un bellissimo ragazzo amico dei beat, una sorta di Rimbaud newyorchese, che presentò per la prima volta Kerouac a Ginsberg. Carr, in una notte del 1944, interamente passata a bere alcool, a discutere e a vagabondare in giro per Manhattan, uccise il suo amico ed ex insegnante Peter Kammerer che si era follemente innamorato di lui e lo perseguitava con le sue continue avances. Un omicidio a sfondo omosessuale che avrebbe ispirato il romanzo scritto a quattro mani da Kerouac e Burroughs, E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche (titolo “rubato” da un articolo di giornale su un incendio in uno zoo), che sarebbe diventato con il tempo un vero e proprio patto di sangue tra i vari aderenti al Movimento Beat, rievocato anche a distanza di decenni dai vari protagonisti della sanguinosa vicenda. Da tutti tranne l’assassino, Lucien Carr, che dopo aver scontato la sua breve pena per l’omicidio Kammerer (gli vennero riconosciute numerose attenuanti), si trovò un posto fisso alla United Press International, diventò un marito modello e cercò di far dimenticare il suo passato.

Anche nel caso di Burroughs, Ginsberg riesce a condensarne la poetica in una frase in cui il vecchio Bill fa il verso al poemetto “The Love Song of J. Alfred Prufrock” del suo concittadino T. S. Eliot: “io ho imparato molto ricorrendo alla droga: ho veduto la mia vita misurata in pompette contagocce di morfina in soluzione.” Tra l’altro Ginsberg rivela, forse qui per la prima volta, che Burroughs fu molto influenzato nella sua poetica dalla traduzione di Eliot dell’Anabase di Saint-John Perse, un libro che Burroughs lesse più volte e consigliò ai suoi amici di leggere. Un libro che andrebbe riletto anche oggi molto attentamente per comprendere meglio i Beat e la poetica dello stesso Eliot.

In queste sue riflessioni ad alta voce Ginsberg mostra spesso anche una notevole dose di autoironia, soprattutto quando cita il giudizio di un altro grande del Modernismo, Ezra Pound, cui aveva inviato una lettera piena di ammirazione e di speranze. Nella sua risposta, il “miglior fabbro” liquidò l’intero Movimento Beat con un suo tipico commento sprezzante:

“Caro AG

Nessuno tra voi ha presente il benché minimo concetto di FATICA. L’ho detto chiaro in stampatello, cioè tutte le risposte alle tue – i Cantos non servono a niente a gente che scrive brevi componimenti.

E.P.”

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L’anno senza inverno: una lettura retrospettiva dei testi di Tommaso Pincio

di EMILIANO MARRA

Tommaso Pincio (pseudonimo di Marco Colapietro) è uno scrittore romano nato nel 1963. Pur essendo coetaneo e, per certi versi affine, al filone dei “cannibali” degli anni Novanta, approda alla letteratura in modo singolare e personale con una formazione da pittore, diplomato all’Accademia delle Belle Arti. Dopo un periodo a New York come assistente di Jonathan Lasker, lavora per diversi anni presso la galleria d’arte di Gian Enzo Sperone a Roma, rinunciando poi alle velleità artistiche (nonostante non abbia mai del tutto abbandonato l’arte visuale) per passare alla scrittura.
Collabora con varie testate come esperto di cultura e letteratura statunitense, scrive recensioni e vanta numerose traduzioni dall’inglese (da citare almeno la sua versione de Il grande Gatsby); è saggista e critico d’arte: un suo intervento compare nell’Atlante della letteratura italiana e nel 2015 ha raccolto i suoi scritti sulla storia dell’arte in Scrissi d’arte (“un testo in cui per la prima volta l’arte degli altri diventava un’occasione per raccontare me stesso”).

La recente uscita del nuovo romanzo (Il dono di saper vivere, recensito qui da Gioacchino De Chirico) e del suoi “Paragrafi d’autore” su Gadda per PULP Libri (qui), ci consente di ripercorrere retrospettivamente i suoi testi e tracciarne un percorso di lettura attraverso una produzione piuttosto consistente che conta una dozzina di pubblicazioni su un arco di vent’anni (racconti e traduzioni escluse).

GLI ESORDI

Il primo romanzo di Pincio, M., confinato all’interno dei circuiti della piccola editoria, è ambientato in una Berlino distopica modellata sulla Los Angeles di Blade Runner. Pertanto il passaggio a un editore importante come Einaudi per il successivo (Un amore dell’altro mondo), come spiega lo stesso Pincio in Hotel a zero stelle, è una sorta di falso esordio. Questo romanzo e quello seguente, Lo spazio sfinito (Fanucci), appaiono però ancora immaturi, nonostante si tratti dei due libri che hanno contribuito a far conoscere la sua scrittura. Si tratta di testi non ancora interamente definiti, anche se presentano diversi aspetti interessanti, tra cui lo stile che caratterizzerà, affinandosi, le opere successive: una scrittura paratattica di registro medio, spesso sottilmente ironica e costruita su frasi brevi e chiare.

Un amore dell’altro mondo è incentrato su Kurt Cobain, che non viene mai nominato nel racconto, e il rapporto con il suo amico immaginario Homer Alienson (ovvero Boda, che nel romanzo è un persona vera e propria). Il fantasma di Cobain aleggerà in altri suoi libri – attraverso il leitmotiv della suite nell’Hotel Excelsior di Roma, in cui il leader dei Nirvana andò in overdose qualche mese prima del suicidio – mentre il protagonista, Homer, per certi versi è già il prototipo del protagonista “pinciano”: un recluso che vive una routine sempre uguale, afflitto dalle paranoie e dall’inedia, dalla vita sostanzialmente irrisolta; tossicodipendente, ma in grado di vivere di una rendita, solitamente dissipata. Caratteristiche comuni non solo al personaggio/eteronimo Tommaso Pincio, ma anche a Ottavio Tondi, il protagonista di Panorama.

Lo spazio sfinito è una sorta di stravagante omaggio agli Stati Uniti degli anni Cinquanta, a Marylin Monroe e alla Beat Generation. In Hotel a zero stelle, Pincio rivelerà che qualcuno gli ha fatto notare una certa somiglianza con Cancroregina di Tommaso Landolfi, mentre io azzarderei un parallelo con Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi: due libri diversissimi, ma che hanno in comune l’utilizzo di uno scenario anacronistico. In Bianciardi troviamo la Milano del secondo dopoguerra fusa con quella delle Cinque Giornate, in Pincio, gli Stati Uniti della Beat Generation in cui lo sfruttamento commerciale dello spazio è già una realtà ben prima del lancio dello Sputnik. In questa dimensione parallela (e quasi surreale) si muovono Jack Kerouac, Neal Cassady e Norma Jeane/Marylin Monroe. In particolare, Kerouac passa lunghi mesi in una navicella in orbita (una versione alternata del suo soggiorno al Desolation Peak come guardia forestale): la reclusione solitaria, la routine, l’angoscia esistenziale, caratteristiche comuni dei protagonisti di Pincio, in questo caso hanno come latore Kerouac, un’altra “occasione per raccontare se stesso” (per parafrasare quanto detto dall’autore in merito a Scrissi d’arte).

CINACITTÀ E DINTORNI

Dopo Lo spazio sfinito, Pincio pubblica il romanzo La ragazza che non era lei, e un saggio sugli extraterrestri (Gli alieni), dove sono esplorati vari aspetti della controcultura statunitense (dagli hippy all’ufologia); ma il successivo, Cinacittà, rappresenta un punto di svolta nella sua carriera. Per la prima volta il focus si sposta in quello che rimarrà lo sfondo delle opere successive, una Roma trasfigurata e parallela dove si aggira il suo doppio Tommaso Pincio. Da questo momento in poi, la scrittura di Colapietro si farà essenzialmente autobiografica, seppure filtrata attraverso un “falso specchio” (secondo una sua definizione) necessario a raccontare di se stesso e del mondo reale con il giusto distacco. In Cinacittà Roma si è svuotata: i suoi abitanti sono andati al Nord per fuggire al riscaldamento globale e sono rimasti solo i cinesi. L’Urbe è un’enorme chinatown semi-deserta e avvilita dal caldo (dopo l’anno senza inverno l’estate non termina mai e la gente esce solo di notte). Pincio è rimasto in città e vive con una piccola rendita che sperpera bevendo birra in uno dei go-go bar della capitale, in cui si reca per ammirare le prostitute e passare la nottata: sta lavorando a un graphic novel da anni, ma questo appare come un alibi per evitare di cercarsi un lavoro o raggiungere gli amici al Nord. Le cose cambiano quando incontrerà Wang, un losco cinese dall’ottimo italiano e dalla vasta conoscenza di Roma, il quale (dopo avergli fatto ottenere la suite di Kurt Cobain all’Hotel Excelsior, insegnato a giocare a biliardo e averlo introdotto alla prostituta Yin) lo farà sprofondare in un inferno kafkiano, distruggendogli la vita e condannandolo al carcere. Lo scenario fantascientifico e l’ossatura della storia sono in realtà dei pretesti per inserire dettagli e aneddoti della vita dello stesso Marco Colapietro, come vari personaggi reali più o meno trasfigurati, dallo scrittore Emanuele Trevi (ritratto in modo caricaturale, nella parte dell’avvocato del personaggio Pincio, presente poi, anonimo, ne Il dono di saper vivere) a Luca Josi (nominato solo attraverso lo storico soprannome Hammamet Express).

Non stupisce, quindi, che il testo successivo (Hotel a zero stelle) – un’opera fondamentale per comprendere nel dettaglio i rapporti fra produzione letteraria ed esistenza di Marco Colapietro – non sia un romanzo, ma una via di mezzo fra la narrativa autobiografica e il saggio, in cui Pincio parla apertamente sia delle sue influenze artistiche e letterarie sia degli elementi biografici che fanno da materiale alle sue opere. La struttura del testo è inconsueta: il libro è strutturato come un albergo, i piani sono le sezioni, le stanze i relativi capitoli.

L’opera seguente, Pulp Roma, è una raccolta di scritti eterogenei accomunati dalla “romanità” e legati dall’autore attraverso un personale filo rosso. Per certi versi, sembra quasi una fusione dei due libri precedenti: oltre a un racconto di sapore gaddiano, considerazioni su autori cari (come Nabokov) e sulla città di Roma, il libro apre con una breve versione alternativa della storia raccontata in Cinacittà e chiude con la bozza di un graphic novel da essa derivata (e incompiuta, esattamente come il fumetto del personaggio Pincio in Cinacittà). Del resto, in Pulp Roma viene dedicato molto spazio alla genesi di Cinacittà (indicato semplicemente come “il mio romanzo romano”, senza mai citarne espressamente il titolo).

I ROMANZI RECENTI

Panorama si può ritenere il ritorno di Pincio al romanzo dopo sette anni di assenza. Infatti, anche l’opera precedente, lo sperimentale Acque chete, non è tanto narrativa, ma piuttosto un libro d’arte autoprodotto con Eugenio Tibaldi, il cui autore fittizio è il poeta romano Mario Esquilino, ennesimo alias dell’autore che ritroveremo poi come personaggio in Panorama.

In quest’ultimo testo, Colapietro non si limita a sdoppiarsi, ma si divide in quattro: oltre l’autore (il Marco Colapietro della realtà) e il solito eteronimo Tommaso Pincio (qui narratore interno), troviamo il protagonista del libro, il lettore professionista Ottavio Tondi, e – per l’appunto – Mario Esquilino.

Questa volta l’elemento perturbante nello sfondo non è l’eterna estate del riscaldamento globale (che ritornerà nella prima parte de Il dono di saper vivere), bensì la fine della lettura come attività umana a causa dell’estinzione dei lettori: i pochi che restano si riducono alla clandestinità. La storia di Panorama sembra una riflessione sui social network: Pincio racconta la storia di Ottavio Tondi attraverso la corrispondenza via chat che questi intrattiene con una ragazza conosciuta in rete. Ma in realtà, il focus del romanzo è la satira impietosa del mondo editoriale e letterario italiano, delle presentazioni con gli autori e dei festival del libro. Inserendo nella storia anche alcuni amici dell’autore (Cortellessa e Genna su tutti), Pincio descrive l’ascesa e il declino di Ottavio Tondi, un lettore professionista – ovvero un selezionatore di manoscritti per conto di un grande editore – e di come questi verrà trascinato in una girandola discendente di eventi da un aspirante scrittore fallito, Mario Esquilino, che lo inizierà all’uso della cannabis e lo iscriverà al social network Panorama, una versione distopica di Facebook. Una delle invenzioni più notevoli del libro è la carriera grottesca di Tondi come lettore, invitato a partecipare ai festival del libro sparsi per la penisola: seduto sul suo divano a leggere in silenzio nei palchi più rinomati d’Italia, ammirato e applaudito da un pubblico pagante.

Panorama rappresenta la piena maturità stilistica di Pincio, confermata recentemente da quella sorta di meta-romanzo su Caravaggio che è Il dono di saper vivere, summa dei testi precedenti, che riutilizza moduli narrativi, tematiche, scenari, riferimenti culturali, leitmotiv per raccontare la stessa storia in modi sempre diversi: la vita dell’autore.

ORIENTARSI FRA FALSI SPECCHI: ALCUNE PROPOSTE DI PERCORSI TEMATICI

Tema centrale nell’opera di Pincio è l’alterità, ovvero il problema dell’altro da sé e il problema dell’altro in se stessi: al di là dei continui rispecchiamenti della sua identità, due alterità ricorrenti sono i “diversi” (alieni, hippy, emarginati) e il mondo asiatico (conosciuto dall’autore in vari soggiorni). E, certo, l’universo femminile tout court: la scrittura di Pincio adotta un punto di vista maschile, ma non misogino, nonostante alcuni luoghi della sua opera possano sembrare tali (o persino razzisti) nell’ottica del politicamente corretto.

Un altro aspetto è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, con la frustrazione dei sogni infranti e degli ideali giovanili traditi. Il totem di Pincio è la galleria d’arte di Sperone, la fortezza Bastiani in cui ha consumato le sue aspirazioni artistiche, trasformandosi in quello che mai sarebbe voluto diventare, cioè uno scrittore. Sull’inconcludenza che segue al fallimento dei propri ideali, con il carico di inettitudine, pigrizia e dipendenza (dalle droghe, dalla vuota routine) che si trascina dietro, si innesta il problema della capacità di “saper vivere” e del suicidio come via di fuga dalla prigione del mondo, che pone Pincio in un filone della nostra letteratura che, a ritroso, arriva a Svevo. La reclusione stessa, sia essa in una cella, in una stanza di casa o, meglio, di albergo, è un simbolo potente nell’opera di Pincio.

Infine, l’aspetto più marcatamente kafkiano (o pynchoniano) nella produzione di Pincio è una concezione paranoica del mondo che trapela in tutta la sua produzione, spesso esemplificata dal simbolo più kafkiano di tutti, ossia il processo. Non mancano poi spunti di critica sociale o politica, anche se forse più in secondo piano.

NUMI TUTELARI

L’opera di Pincio è costellata di citazioni, omaggi e riferimenti, scoperti o criptici, agli autori – artisti e scrittori, sovente ritratti nei suoi quadri e accomunati da percorsi irregolari – che lo hanno maggiormente influenzato. Per esempio, il “gran balordo” Caravaggio, il cui Bacchino malato assomiglia a Pincio, il quale per anni ha lavorato in una galleria d’arte nelle prossimità del luogo del delitto che costrinse il pittore a fuggire da Roma. Oppure gli scrittori statunitensi, dagli autori della Beat Generation (Kerouac e Burroughs), ai postmoderni: se Thomas Pynchon, a cui ruba il nome, non viene mai apertamente nominato, spiccano Philip K. Dick (di cui traduce Mary e il gigante, Vulcano 3, Redenzione Immorale e La città sostituita) e David Foster Wallace, con tutta la sua riflessione sulla dipendenza.

Tra la moltitudine dei nomi citati, fra cui Francis Scott Fitzgerald (con la sua traduzione de Il grande Gatsby), Nabokov, Gadda, Landolfi, Simenon, spiccano due autori cui Colapietro paga grande tributo: George Orwell, un altro scrittore nascosto dietro pseudonimo, e Franz Kafka (ovviamente).

Bibliografia di Tommaso Pincio

  • M., Autori Messa, 1997
  • Lo spazio sfinito, Fanucci, 2000
  • Un amore dell’altro mondo, Einaudi, 2002
  • La ragazza che non era lei, Einaud, 2005
  • Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi, Fazi, 2006
  • Cinacittà. Memorie del mio delitto efferato, Einaudi, 2008
  • Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, Laterza, 2011
  • Pulp Roma, Il Saggiatore, 2012
  • Eugenio Tibaldi (con), Acque Chete, Mirror, download gratuito, 2014
  • Panorama, NN Editore, 2014
  • Scrissi d’arte, L’Orma editore, 2015
  • Il dono di saper vivere, Einaudi, 2018

La citazione di Pincio riguardo Scrissi d’arte e qualche altra informazione sono tratte dalla recensione di Matteo Moca in minima&moralia (qui).

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