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Lou Reed ci ha salvato la vita, o Quando il Rocker raggiunge Quota 100

Anthony DeCurtis, A Walk on the Wild Side. Vita e opere di Lou Reed, tr. Yuri Garrett, Caissa Italia, pp. 383, euro 27,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

A un personaggio gigantesco come Lou Reed sta stretta qualsiasi classificazione, figuriamoci quella del rocker ribelle, per di più tossico e sessualmente ambiguo. Questo libro di Anthony DeCurtis, il critico musicale che per tanti anni ha seguito, recensito e intervistato Lou Reed per Rolling Stone e con il tempo ne è diventato amico, ricostruisce la sua vicenda biografica spogliandola di tutte le varie stratificazioni mitologiche e ci aiuta a comprenderne il personaggio in tutte le sue molteplici sfumature. La ricostruzione della biografia del grande performer, che ha celebrato nelle sue canzoni tutta la bellezza e le miserie di una metropoli come New York, il mondo dei tossici e la vita notturna nei locali gay, risulta molto dettagliata e ricca di aneddoti inediti. Lou Reed – o almeno il primo Lou Reed – era la quintessenza del newyorchese, quello che non ha mai visto una mucca in carne ed ossa, per intenderci, e che si sente male se smette di respirare l’aria satura di scarichi di automobili tipica di Manhattan. La New York che conosciamo e che amiamo l’abbiamo conosciuta in gran parte tramite le sue canzoni; Lou è stato il poeta di New York, anche se, più modestamente, si autodefiniva “poeta di Brooklyn”.

DeCurtis ripercorre con grande scrupolo la storia del nostro eroe, che nasce a Brooklyn nel 1942 come Lewis Allan Reed, da una famiglia di ebrei emigrati in America ai primi del ‘900, il cui nome originario era Rabinowitz. Il giovane Lewis inizia a suonare la chitarra alle feste scolastiche e poi continua quando si iscrive alla Syracuse University, dove segue corsi di scrittura creativa. Dopo gli esordi con alcuni gruppi dimenticati fonda i Velvet Underground, nome ripreso da un oscuro romanzo sadomaso, insieme al musicista d’avanguardia di origine gallese John Cale, a Sterling Morrison, a Maureen Tucker, cui si aggiungerà in seguito la cantante-modella di origine tedesca Nico. I Velvet diventarono uno straordinario ensemble che mescolava musica, spettacolo ed arte contemporanea, e si conquistarono una certa notorietà grazie a un’accorta campagna pubblicitaria del genio della Pop Art, Andy Warhol, che creò per loro la leggendaria copertina del cosiddetto Banana Album (The Velvet Underground and Nico, 1967), con la banana gialla serigrafata su sfondo bianco che, nella sua versione originale, si poteva sbucciare grazie ad un’etichetta adesiva mostrandone il roseo frutto interno: “Peel Slowly and See…”.

Dopo aver letto i primi capitoli si stabilisce subito un primo punto fermo: i Velvet Underground prima – e Lou Reed come solista poi – hanno cambiato la storia del rock, anzi la storia del Novecento, se è vero come è vero che la cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” (the Velvet Revolution) cecoslovacca di Vaclav Havel (che poi da Presidente della Cecoslovacchia è diventato un grande amico di Lou Reed e lo ha invitato ufficialmente a visitare il paese come un vero Capo di Stato) si è ispirata apertamente ai testi e alle canzoni dei Velvet Underground, registrate illegalmente sotto il regime comunista, rivendute o diffuse sottobanco e ascoltate di nascosto. Senza le canzoni dei VU, infarcite di suoni distorti e di suggestioni sadomaso, come “Venus in Furs” o “Vicious”, non sarebbe venuto fuori tutto lo stile sessualmente ambiguo e aggressivo dell’ondata punk successiva. Senza i Velvet Underground e i primi dischi di Lou Reed, non sarebbero nati musicisti e gruppi come Patti Smith, Suzanne Vega, Television, Talking Heads, Jesus and Mary Chain, Blondie, Ramones, Sex Pistols, Clash, Smiths e U2.

Dopo una breve ma intensa stagione con i Velvet, Lou Reed prosegue la sua carriera solista con alcuni album che sono ormai diventati leggendari: Transformer (1972), prodotto da David Bowie, che contiene quei singoli che non invecchiano mai, come “A Walk on the Wild Side” (titolo tratto da un romanzo di Nelson Algren del 1956), con uno dei ritornelli più famosi di sempre, diventato negli anni un inno della comunità gay. Transformer – tra l’altro – mostra in copertina Lou Reed nell’inquietante fotografia di Mick Rock che lo ritrae pallidissimo, come una diafana creatura della notte. Successivamente, con il live Rock and Roll Animal (1974), Reed reinterpreta alcuni pezzi dei Velvet trasformandoli in veri e propri classici del rock, come la ballata “Heroin”, come “Sweet Jane”, con il riff di chitarra forse più famoso della storia del rock (dopo quello di “Smoke on the Water” dei Deep Purple), come “Rock and Roll”, in cui Reed afferma senza mezzi termini – tramite il personaggio di Jenny – che il rock ’n roll gli ha salvato la vita. Seguirono poi altri album capolavoro come il concept album Coney Island Baby (1976), Street Hassle (1978) e tanti altri.

Questo libro ci aiuta ad approfondire alcuni degli aspetti della personalità del Vecchio Lou, che molti ancora non conoscono: tutti ricordiamo la sua voce metallica e allo stesso tempo sensuale, la sua straordinaria capacità di “tenere” il palcoscenico, il suo leggendario istinto animale che gli consentiva di orientarsi nella giungla notturna della scena gay newyorkese, uscendone ogni volta indenne, tutti ricordiamo il tossico freddo e calcolatore che è sceso fino al Nono Cerchio dell’Inferno della Droga ed è uscito a riveder le stelle in un mondo in cui i morti si sono contati a centinaia; pochi però hanno approfondito veramente il suo lato romantico e sentimentale, il suo impegno politico, il suo lato satirico e ironico, tutti aspetti della sua personalità che si sono andati sempre più affermando negli anni successivi a The Bells (1979), un album che lui stesso considerava uno dei più belli.

Nelle sue pagine, DeCurtis ci spiega anche il rapporto tormentato di Lou Reed con la famiglia, con il padre autoritario e la mamma iperprotettiva, due genitori che non esitarono un attimo a sottoporre il loro figlio ad una terapia a base di elettrochoc presso il Creedmore State Psychiatric Hospital, e successivamente presso la Payne Whitney Psychiatric Clinic, quando si accorsero delle sue tendenze omosessuali. Si spiega così il rancore profondo che Lou provò per molti anni nei confronti dei suoi genitori, espresso nella canzone “Kill Your Sons” (da Sally Can’t Dance, 1974) e nell’intero album The Blue Mask (1982), con annesse potenti tematiche edipiche che lo ricollegano alle sue origini ebraiche.

Lou Reed dunque è stato una rockstar ma anche uno scrittore, profondamente influenzato dalla Letteratura americana ed ebraico-americana. Il libro di DeCurtis sottolinea giustamente tutta la tradizione letteraria anglo-americana (da Shakespeare, Poe e Melville fino a Hubert Selby Jr. e a Delmore Schwarz) che c’è dietro alcuni suoi testi e alcune delle sue grandi performance, fino ad arrivare alla consacrazione definitiva come vero e proprio “poeta del rock” quando si è fidanzato e poi sposato (nel 2008) con Laurie Anderson, una delle più grandi rappresentanti dell’avanguardia newyorchese (ricordiamo l’album Home of the Brave del 1986 e in particolare il singolo burroughsiano “Language is a Virus” ). Da quel momento la coppia Reed-Anderson è diventata un punto di riferimento della vita culturale della Grande Mela. Non c’era vernissage, inaugurazione o party che potesse dirsi riuscito se a un certo punto non compariva fra gli invitati questa straordinaria coppia, che è rimasta unita fino alla fine, fino alla morte di Lou Reed nel 2013 per le complicazioni di un’epatite che negli anni gli aveva devastato il fegato.

A un certo punto della sua vita e della sua carriera Lou Reed si rifiutò di seguire lo stereotipo dell’artista maledetto votato all’autodistruzione che lui stesso aveva creato con Transformer e con le sue celebri esibizioni live, quando fingeva di farsi una iniezione di eroina sul palco durante l’esecuzione di Heroin, oppure quando lanciava le sue provocazioni naziste pre-punk – proprio lui che era ebreo – culminanti nei famigerati Concerti a Milano e Roma nel 1975, durante i quali l’artista fu duramente contestato da gruppi extraparlamentari organizzati. Insomma, Lou Reed si rifiutò di rimanere prigioniero del personaggio “Lou Reed”, di recitare ogni giorno la parte del “Frocio Drogato del cazzo” – come arrivò a definire se stesso – rifugiandosi per un periodo addirittura nella cosiddetta stupid music (vedi “Banging on My Drum” in Rock ‘n Roll Heart, 1976), e lasciando delusi molti suoi fan della prima ora.

Questi non potevano accettare che l’angelo ribelle con il giubbotto di pelle nera e i pantaloni in pelle nera attillati diventasse un americano qualunque, eterosessuale e felicemente sposato, o un tranquillo pensionato che non vede l’ora di raggiungere Quota 100. Eppure dietro tutte queste sue trasformazioni DeCurtis rintraccia un filo comune: la ricerca della bellezza, la ricerca del verso perfetto di una canzone che ti rivela in poche parole essenziali un intero mondo (“lo strato di ozono non ci protegge più, e tu stai per lasciarmi per il vicino della porta accanto”), la ricerca della perfezione del suono che lo ha sempre caratterizzato, tanto da adottare per primo il sistema binaural. Fino alla fine, fino alle sue più improbabili trasformazioni, come quella da icona della scena gay a marito straight che canta “I love women …”

Buy or Die.

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