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Scrittori Stran

Maurizio Cometto, Magniverne, Edizioni Il Foglio, pp. 313, euro 16,00 stampa

di DANILO ARONA

Se leggete la parola Stran da qualche parte, metti su qualche sito che si occupa di narrativa un po’ fuori dai canoni, quelli siamo noi, i neogotici piemontesi. Non male come inizio, vero? Soprattutto se è palese un tentativo di interesse privato. Ma, insomma, gli Stran sono appunto tali, strani.

Bene, adesso smetto di scherzare ma i fatti sono proprio questi. Ovvero, i piemontesi che producono letteratura fantastica fanno gruppo e a loro modo propongono una consorteria di qualità e soprattutto “vendibile”. Volendo conoscerli alla veloce, dobbiamo partire dal “padrino” ufficiale, quell’instancabile ed erudito saggista che è Franco Pezzini (che ha firmato negli ultimi anni saggi fondamentali sul fantastico) e, a seguire in ordine casuale: Fabrizio Borgio, Christian Sartirana, Alessandro Defilippi, Maurizio Cometto, Davide Mana, Angelo Marenzana (quando non scrive di delitti in epoca passata), Cristiana Astori, Gigi Musolino, Stefano Priarone e me medesimo. Insomma, cognomi importanti e rimando a breve  l’approfondimento del gioco di gruppo che, va da sé, propone due sole e semplici regole, la pertinenza del genere e l’ambientazione piemontese. Oggi mi occupo di Maurizio Cometto e della sua antologia Magniverne, che non è una raccolta a casaccio di racconti variegati, ma un percorso a tappe le une con le altre collegate dall’identico teatro narrativo, l’immaginario paese di Magniverne, inesistente ma posizionato in Piemonte.

Come sappiamo da tempo, il tema peculiare del borgo “maledetto” viene da lontano e caratterizza innumerevoli autori gotici e horror di ieri e di oggi. Cometto non fa eccezione e, per quel che riguarda gli Stran, si affianca alla Idrasca di Musolino, la Gramigna Nuova di Sartirana o l’Ubertoso di Borgio. Solo che Magniverne è ben più di un contenitore, ma una sorta di paese “vivente” che annovera persino un gemello vicinissimo in linea d’acqua, ed è il massimo che posso snocciolare per chi ancora non ha letto il libro. Il libro consta di set “stazioni”, tutte quante caratterizzate da approcci all’inizio realistici che sfociano in modo graduale e non forzato in un’altra dimensione interconnessa a quella quotidiana. Tale duplicità del Reale è la cifra della narrativa di Maurizio, per la quale possiamo certo scomodare, restando in “casa”, Dino Buzzati, ma personalmente, se mi si concede l’iperbole, io chiamerei come parte in causa l’oscuro e immenso David Lynch.

Certo, gli accostamenti possono essere casuali, ma già l’ombra dell’artista americano aveva a parere mio impregnato le pagine dello straordinario romanzo a racconti Cambio di stagione (Ass. Cult. Il Foglio, 2011), straordinario apologo di sopravvivenza in una Torino a dir poco “aliena”. Ora ci siamo allontanati dalla metropoli, ma il gotico rurale forse ancor meglio si presta a questo straniante gioco di sdoppiamenti, portali su altri mondi a un millimetro dal naso, case stregate, loca infesta e creature che neanche Lovecraft si sarebbe sognato. A Magniverne, che si specchia in un fiume malefico dal nome evocativo (Labironte), “si esita” spesso ma non volentieri davanti a un consanguineo, a un angolo in ombra della propria casa, su un sentiero dalla  destinazione certa sino a un istante prima. A ricordarci la grande lezione sul primo, caratterizzante connotato del genere: la percezione adulterata.

Magniverne, come ogni altro prodotto degli Stran, è infine un’ulteriore dimostrazione di come una regione naturalmente “nera”, sia, citando Alessandro Defilippi, “una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione” (da “Le radici del male” prefazione de Nero Piemonte e Valle d’Aosta, Perrone, 2009). Quel Piemonte, ambiguo e  maligno, dove tanti misteriosi paesi sono “anche” Magniverne. Tra i tanti Airasca, in zona di Pinerolo, che ha ispirato l’Idrasca di Musolino, e il cui nome significa  “luogo ricco di acque affioranti”. Inutile ricordare che l’acqua, sotterranea o in superficie, è legata alla magia e all’energia corrente e che in certi posti gli stregoni, apprendisti e di lungo corso, sono tuttora presenti. Proprio come nel Labironte di Magniverne, il serpente acqueo che racchiude il più oscuro dei segreti.

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Très an Tani. Un noir bellico

Angelo Marenzana, Il delitto del fascista Nuvola Nera, Fanucci Editore, pp. 270, euro 14,00 stampa, euro 4,99 ebook

di DANILO ARONA

Le città attraversate dai fiumi possiedono un immaginario potente e diverso. Ad averne voglia e un budget preventivo, si potrebbe progettare un Grand Tour su e giù per l’Italia visitando città come Mantova, Firenze, Piacenza, Torino, Asti, Rovereto, Verona e Pavia (e qui mi fermo giusto per rendere l’idea) e scoprire un comune e ribollente inconscio collettivo che regala vita a un ricco folclore locale, manna per gli scrittori.

Per quel che riguarda Alessandria, la nostra città (la mia e di Angelo Marenzana), non si può non citare l’antropologo Riccardo Motta che in nell’impagabile Vicolo Fiume Tànaro (I libri di Emil, Maxmi, 2011) evidenzia come il fiume sia ancora e sempre “un grande dispensatore di immaginario”, segnando con la sua presenza esistenze singole e collettività arcaicizzate. Rispettato, temuto, forse odiato dopo l’alluvione del 1994, il fiume dispensa favole e brandelli di verità, trasformando la terra che lo circonda in un non-luogo letterario: una sorta di negazione della realtà che assurge a geografia impalpabile e impenetrabile, soprattutto quando si tratta di lambirne le sfumature attraverso fantasmi (della mente) e arcani, sillogismi, similitudini e mitologemi, e che richiede il rimedio del ritorno salutare ai suoi riti e alle sue stazioni (le baracche e i posti di ritrovo a ridosso dell’acqua).

Per scoprire che siamo tutti figli, ovunque scorra un fiume, di una stessa madre in grado di essere contemporaneamente padre.

Ancora Riccardo Motta: “Un fiume amico e pacifico, ma anche potente e pericoloso, quasi un giustiziere implacabile. L’espressione très an Tani, ‘gettarsi nel Tànaro’, evoca infatti le immagini più macabre. Tanaro è anche il fiume dei suicidi. La frequenza delle morti volontarie, fortunatamente bassa, è comunque stata una realtà”. Non è difficile comprendere perché gli aspiranti suicidi abbiano scelto come teatro di quei loro atti estremi i ponti o le rive del Tànaro, invece che della Bormida, l’altro fiume alessandrino che si declina al femminile.

Fiume di vita e di morte, il Tànaro è anche il corso d’acqua principale e più prossimo alla città, che dopo la sua espansione la bagna all’interno. Invece Bormida è un fiume esterno, rimasto al di fuori dalla cerchia urbana vera e propria: in qualche modo emarginato anche in passato, anche se qualche linea fortificata di bastioni è esistita proprio nella sua direzione, verso Marengo.

Il suicidio, atto di estrema solitudine, richiede però molto frequentemente una sorta di palcoscenico e un pubblico. La disperazione dell’attore deve essere comunicata al prossimo: e due dei ponti sul Tànaro, quello della Cittadella e quello del quartiere Orti, sembrano prestarsi al tipo di rappresentazione tragica e dei disadattati. “Con Tànaro è meglio non scherzare. Lo sanno bene gli alessandrini, anche se le ultime generazioni possono averlo dimenticato. Il fiume inghiottiva nuotatori incauti, pescatori frettolosi o negligenti, non soltanto i suicidi. Ma i corpi dei suicidi non li ha mai restituiti.”

Questo per ricordare che in Alessandria godiamo di un grandioso mito leggendario a proposito del nostro fiume: quello della giovane vita femminile spezzata per l’altrui violenza che nelle acque oscure del Tanaro ha trovato, forse, ultima dimora. Può chiamarsi Marinella, proprio quella di De Andrè secondo le ricerche minuziose dello psicologo Roberto Arzenta, o essere l’innominata che si buttò giù nell’acqua il 1 maggio 1939, forse per una protesta estrema contro la visita di Mussolini. E può essere Valentina Lanzavecchia, il motore – umano – che accende l’ultimo romanzo di Marenzana. Il delitto del fascista Nuvola Nera, edito da Fanucci.

Il tenerissimo e doloroso prologo della morte di Valentina merita di essere
qui riproposto: «… Aveva deciso di concedere la propria giovinezza al corso del fiume consumando un rito arcaico di purificazione per meritarsi un angolo di paradiso. Il Tànaro le sfiorò la gola. Poi superò il mento, la bocca. Quando i capelli si aprirono a ventaglio, Valentina si lasciò cadere verso il basso. Meglio farla finita con un gesto unico, deciso. Eterno. I piedi vennero risucchiati dalla melma del fondo. Lei rimase con gli occhi aperti, mentre la testa si liberava della musica dell’orchestra e delle voci dei due sconosciuti per lasciare spazio alla luce da cui sgorga il bene.»

Siamo nel 1925. Vent’anni dopo, è proprio questo passato che oscura il presente storico dell’Alessandria dell’aprile 1945. La Città Grigia ancora più grigia, sporca e polverosa, vessata dai bombardamenti e dalle lacerazioni sociali, dove l’elegante Lorenzo Maida – il venditore di tessuti che indaga meglio di Sherlock Holmes e che abbiamo già conosciuto nel precedente Alle spalle del cielo -, a pochi giorni dalla fine dichiarata della guerra, incappa in due misteriosi delitti, di cui il primo intitola il libro.

Ovvio, Maida dovrà metterci il naso, sollecitato dal cognato poliziotto Vito Todisco, in un’indagine torbida che immobilizza l’attenzione del lettore su un’Alessandria inedita e quanto mai inquieta nel suo quasi iniziatico processo di trasformazione. Se Curcio, l’aiutante di Maida nel negozio, dichiara lapidario a pagina 39 che “senza un passato gli uomini non avrebbero nulla da dirsi”, va da sé che è un passato rimosso e luttuoso che bisogna andare a scoperchiare per scoprire dinamiche e colpevoli dei due omicidi.

E certo, il sottoscritto recensore non è qui per guastarvi sorprese e colpi di scena che sono alla (massima) altezza di un noir bellico dove si indaga lungo un tortuoso percorso da decodificare per la gioia degli amanti del genere, ma dove si fotografa soprattutto una città colta in angoli gustosi e inediti che hanno il sapore, anche drammatico, dell’estrema
provvisorietà. Da lì a poco nulla sarà più così e comincerà, alla fine delle ostilità, una spaventosa resa dei conti che ammorberà la vita civile e collettiva ancora per anni.

L’ho già scritto da qualche parte, Marenzana è uno spirito antico e, come me, ha ascoltato dalle bocche di consapevoli genitori, le cronache dei “tempi di guerra”, quando le sirene annunciavano le incursioni di Pipetto e dei bombardieri. Ma, aggiungo un sospetto, in lui alberga sul serio l’anima trasmigrata di un alessandrino di quell’epoca, tanto è vivida e autentica la descrizione della città di allora. E, come sempre, ci sarebbero – ci sono troppi ingredienti su cui far scivolare l’attenzione del lettore: in primo luogo, l’anelito all’effetto perturbante e “fantastico” che qua e là emerge nell’asciutta e realistica prosa, che ci suggerisce qualora non lo sapessimo che Angelo è anche un pregevolissimo autore gotico (da buon piemontese, se posso…).

Infine, una riconferma, la straordinaria molteplicità dei ritratti femminili, abilità nella quale lo scrittore eccelle senza cadere nel bozzettismo e regalandoci rappresentazioni di autentiche e indimenticabili personalità, sempre inespresse per l’odiosa oppressione delle controparti maschili.

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