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Quando l’arte nasce dal dolore

Andrea Tarabbia, Madrigale senza suono, Bollati Boringhieri, pp. 373, euro 16,50 stampa, euro 9,99 epub

di ISABELLA BIGNOZZI

Andrea Tarabbia, noto scrittore e saggista, dopo le indiscusse prove narrative date con Il demone a Beslan, (Mondadori, 2011) e Il giardino delle mosche, (Ponte alle Grazie, 2015), ritorna con reiterato spessore in Madrigale senza suono, selezionato nella cinquina del Premio Campiello di quest’anno.

Il romanzo potrebbe apparire, a un primo sguardo, una biografia romanzata di Carlo Gesualdo da Venosa, nobiluomo vissuto nel regno di Napoli fra il XVI e il XVII secolo, noto compositore di musica polifonica, resosi colpevole di un delitto d’onore – se così si può dire – ai danni dell’amata moglie Maria d’Avalos e dell’amante Fabrizio Carafa.

Il libro di Tarabbia include senz’altro anche questo. Tuttavia, a un’analisi più attenta, rivela essere molto di più.

Il romanzo si avvale di molteplici cornici, in primo luogo un presunto diario firmato da un servo intimo al principe, di nome Gioachino, che racconta via via la vita del suo padrone: la comune esperienza in seminario, la salita al potere in seguito alla morte del fratello primogenito, l’unione con l’amata sposa, il delitto punitivo per l’adulterio, la restante esistenza consumata nel dolore e nel rimorso. È a questo livello temporale che si svolge gran parte della narrazione.

Il diario è a sua volta rievocato e riportato nel testo – la cornice più recente – dal suo scopritore, un intimidito Igor’ Stravinskij. Egli trova il manoscritto in una libreria antiquaria, e sente nascere un progressivo, inaspettato legame con Gesualdo, intuendone il genio e rivivendone il destino cupo e disperato.

Igor’ rivolgendosiper via epistolare al musicologo statunitense Glenn Watkins, svela l’ambizione di realizzare il Monumentum pro Gesualdo da Venosa – poi realmente eseguito a Venezia nel 1960 – chiedendogli consiglio e conforto, trovandosi tra mille difficoltà nell’approcciare un autore così complesso, e dibattendosi tra il desiderio di dargli nuova voce e il dubbio di stravolgerne le intenzioni.

L’ambientazione storica è dettagliata e di gran valore, ma il romanzo ha vocazioni multiple, epistolare, intimistica, non ultima quella gotica, tra tematiche lugubri traslate da certa letteratura noir– il servo deforme, la misteriosa presenza reclusa nelle cantine del palazzo, la vecchia janara – e vicende sanguinarie e oscure, il tutto reso credibile da una penna esperta e misurata.

C’è un amore intenso, tradito, c’è l’implacabile morale corrente, c’è un omicidio efferato, in cui gli assassini indossano maschere di animali scuoiati, come in un rituale punitivo e allegorico. C’è il sodalizio impossibile tra il principe e il suo servo Gioachino, reietto e deforme ai limiti del mostruoso, amato e odiato, punito e tenuto vicino a sé al di là di tutto, come un altro sé stesso. Forse proprio l’assurda familiarità tra i due diviene il filo conduttore di tutta la storia. Gioachino è il servo che registra ogni cosa, e che in giovinezza ha iniziato Carlo ad alcuni ambiti da cui non si torna, senza prevederne le conseguenze:

Questi mondi che io ho cercato, Gioachino, ricordi? Sono anche figli tuoi: tu mi facesti leggere libri che non si potevano leggere […]

Il servo Gioachino è devoto oltre l’immaginabile, vede forse per primo il genio assoluto nel suo padrone. Ma poi, col progredire dell’arte del suo principe verso universi sempre più cupi e incomprensibili, ne sperimenta lo spavento:

la vostra musica […] è satura, è una musica oltre la quale non si può andare […];

e vede via via Carlo chiudersi in composizioni musicali sempre più sofferenti, avvitate in se stesse, ma anche dirompenti, eccessive, ai limiti dell’eresia. E lo stesso principe è consapevole, almeno in parte, di quello che sta avvenendo in lui, un assoluto che nasce dal dolore e cerca la morte:

Voglio che in me si esaurisca tutta la musica possibile

Madrigale senza suono è un romanzo colto, una lettura complessa, con molteplici concamerazioni e la presupposta conoscenza da parte del lettore di numerosi personaggi e circostanze storiche, forme artistiche, non solo musicali – vedasi la Pala del Perdono di Giovanni Balducci e le sue molteplici interpretazioni – che parrebbero destinarlo a una cerchia ristretta di intenditori.

D’altro, lato su un piano puramente narrativo, non mancano sapienti seduzioni letterarie, quali l’intreccio accorto, i richiami a verità nascoste e foschi misteri, le tinte erotico-noir rese ancora più rilevate da un oscuro fanatismo cattolico di sottofondo.

Ma ancor di più, vi si trova una sapiente esplorazione dell’animo umano, nel metterne a nudo gli enigmi e i recessi più segreti, come l’assillo amoroso, l’ossessione artistica, la paura del mostruoso e del diverso. È l’intimità psicologica che si viene via via creando con i personaggi principali, complessi caleidoscopi, poliedri in rotazione, che d’un tratto rende sfumati i limiti tra vili atrocità ed eccelse ispirazioni, terribili gelosie e candidi aneliti, maligne crudeltà e inimmaginabili devozioni. Questo forse, nella complessità che riscatta sé stessa, il vero miracolo di Tarabbia.

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