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Colin Wilson. Parole e memorie di un outsider

di WALTER CATALANO

Fra le molte proposte interessanti nei cataloghi di due notevoli case editrici come Carbonio e Atlantide, spicca la riscoperta di un autore britannico fra i più singolari degli ultimi decenni. Si tratta di Colin Wilson (1931-2013), il cui nome sarà familiare soprattutto agli appassionati di horror cosmico lovecraftiano o di fantascienza sui generis: fin dagli anni Settanta, infatti, furono tradotti e circolarono con un certo successo i tre romanzi – per altro atipici come tutto quello che il bizzarro Colin abbia scritto – afferenti alla mitologia lovecraftiana (o forse, meglio, para-lovecraftiana, perché instaurata soprattutto dal seguace eretico di HPL, August Derleth) dei cosiddetti Miti di Cthulhu: sto parlando di I parassiti della mente (The Mind Parasites, 1967), La pietra filosofale (The Philosopher’s Stone, 1969) noto anche come Specie immortale nell’edizione pubblicata su Urania, e I vampiri dello spazio (The Space Vampires, 1976), fantasmagorie in cui filosofia, occultismo, teorie parascientifiche e fantahorror lovecraftiano si mescolavano in un suggestivo e intellettualmente stimolante guazzabuglio. Ma l’attività letteraria di Colin Wilson, proteiforme e per certi versi dispersiva quanto mai, non si limitava certo a questi ambiti.

Wilson aveva raggiunto la notorietà a soli 24 anni, nel 1956, con il saggio socio-filosofico The Outsider in cui teorizzava la centralità dell’alienazione sociale nella rilevanza creativa e speculativa dell’intellettuale: tanto più emarginato, tanto più contro le regole imposte dalla gabbia della società cosiddetta civile, tanto più pregnante e significativo il messaggio scaturito dalla sua mente ribelle. Gli esempi esaminati erano numerosi ed eclatanti: Jean-Paul Sartre, Albert Camus, Ernest Hemingway, Hermann Hesse, Fiodor Dostoevski, Vaslav Nijinsky, Thomas Edward Lawrence, William James, Vincent van Gogh, e, sebbene non venga ancora esplicitamente citato, H.P. Lovecraft (a cui Colin si era probabilmente ispirato anche per il titolo ripreso dal suo omonimo, famosissimo racconto del 1926). Ovviamente il testo ebbe grande successo nell’Inghilterra di quegli anni e Wilson si vide includere nel novero degli Angry Young Men accanto a Osborne, Pinter, Sillitoe, Amis, Burgess e altri.

Negli anni seguenti però questa pregnante aderenza culturale allo Zeitgeist si affievolì notevolmente, data anche l’eccessiva eterogeneità ed eccentricità degli interessi dello scrittore, che produceva a ritmi forsennati un numero spropositato di opere diverse, narrative e saggistiche (in buona parte tradotte anche in italiano), che altalenavano per taglio e stile dal molto colto al molto popolare e spaziavano dalla criminologia (Riti notturni, Enciclopedia del delitto, La filosofia degli assassini, The Mammoth Book of True Crime, Il libro nero dei serial killer, Jack the Ripper: Summing Up and Verdict, Illustrated True Crime: A Photographic History e altri), alla sessuologia (Origine degli impulsi sessuali, Il diario sessuale di Gerard Sorme, La conoscenza sessuale e i giovani: guida per teenager, The Misfits: A Study of Sexual Outsiders, ecc.), alla filosofia para-accademica (Anti-Sartre, with an Essay on Camus, Introduction to the New Existentialism, An Essay on the ‘New’ Existentialism, The Laurel and Hardy Theory of Consciousness, Marx Refuted – The Verdict of History,The Decline and Fall of Leftism, New Pathways in Psychology: Maslow and the Post-Freudian Revolution e altri ancora), all’occultismo e alla parapsicologia (L’occulto. Una storia della magia attraverso i secoli, Strani poteri, Facoltà paranormali, Realtà inesplicabili, Misteri. Studio sull’occulto, il paranormale e il supernormale, Detective dell’impossibile, Alla scoperta dei misteri del soprannaturale. Un viaggio attraverso i grandi segreti della Terra, Misteri dell’universo, Afterlife: An Investigation of the Evidence of Life After Death, ecc.), alle biografie di guru e uomini straordinari (G. I. Gurdjieff, La guerra contro il sonno della coscienza, Il signore del profondo. Jung e il ventesimo secolo, Rudolf Steiner, Aleister Crowley. La natura della Bestia, The Strange Life of P.D. Ouspensky, Rasputin. The Magician from Siberia, The Quest for Wilhelm Reich, ecc.), per finire negli ultimi anni in periferia, come attardato erede di Peter Kolosimo, Erich von Däniken e altri alfieri del cosiddetto realismo fantastico a caccia di UFO e archeologia misteriosa (Da Atlantide alla Sfinge, Dei dell’altro universo. Indagine sugli incontri ravvicinati dalle antiche civiltà ad oggi, Gli eredi di Atlantide, Il grande libro dei misteri irrisolti, ecc.).

Si è insistito fin qui riportando anche troppi titoli della sterminata bibliografia wilsoniana – circa 170, includendo anche quelli sulla musica classica e sulla storia del vino e degli alcolici – solo per evidenziare quanto lo scrittore abbia da sempre proceduto sull’esile corda della propria carriera letteraria come uno spericolato acrobata, bilanciando pericolosamente la propria bulimia culturalmente onnivora fra la genialità e il bluff.

Spesso molto criticato, accusato di superficialità e scarsa accuratezza da una critica snob che gli rinfacciava la sua cultura enciclopedica da autodidatta, ha avuto però numerosi illustri estimatori, dal Colonnello Gheddafi, a Slavoj Žižek, a Julian Cope, a David Bowie, così come si racconta che Groucho Marx abbia voluto far spedire le prime copie della sua autobiografia appena stampata, in anteprima, a solo tre persone in Inghilterra: Winston Churchill, Somerset Maughan e Colin Wilson. “Per me – ha scritto – la narrativa è un modo di fare filosofia… La filosofia può ridursi solo all’ombra della realtà che cerca di afferrare, ma il romanzo può essere molto più soddisfacente. Sono quasi tentato di dire che nessun filosofo è qualificato a fare il suo mestiere a meno che non sia anche un narratore… scambierei volentieri tutte le opere di Whitehead o Wittgenstein con i romanzi che avrebbero dovuto scrivere…”.

UN DUBBIO NECESSARIO

E proprio fra i titoli narrativi poi, oltre a quelli fantahorror già ricordati, ci sono numerosi “gialli” o mystery, anche questi assolutamente bizzarri e fuori dagli schemi codificati del genere, ed esattamente in questa categoria ha pescato la Carbonio per avviare la presentazione al lettore italiano di una parte meno nota ma non meno curiosa dell’opera dello scrittore di Leicester. I romanzi sono Un dubbio necessario (Necessary Doubt, 1964) e La gabbia di vetro (The Glass Cage, 1966) nei quali Wilson decostruisce il romanzo poliziesco secondo traiettorie parallele: nel primo il protagonista, un filosofo esistenzialista tedesco, il professor Zweig, riparato in Inghilterra poco prima dell’avvento di Hitler in Germania, rientrando verso casa in taxi, la vigilia di Natale, riconosce casualmente un suo allievo di decenni prima a Heidelberg, nel 1930, un giovane di nome Neumann, figlio di un suo carissimo amico di allora. Decenni prima, agli albori del nazismo, il giovane si era rivelato una persona geniale e problematica, forse delirante o forse troppo lucida, e aveva espresso l’ambizione di diventare il perfetto criminale. Una scelta legata a una filosofia di vita che attingeva all’esistenzialismo, al nichilismo, e alla concezione nietzschiana dell’Übermensch. E adesso che Karl Zweig ha visto di sfuggita, dopo tanti anni, l’ex giovane Gustav in compagnia di un anziano malato, Sir Timothy Ferguson, si affacciano nuovi dubbi; tanto più che, in compagnia dell’amico poliziotto Grey, giungono alle sue orecchie notizie di uomini molto ricchi morti tempo addietro, forse suicidi, spesso in circostanze sospette. Si sviluppa così una sorta di indagine che vede coinvolto Zweig, il poliziotto, Natasha Gardner, una medium e ammiratrice del professore, suo marito Joseph, un improbabile studioso di mondi scomparsi, alle prese con una vicenda inafferrabile, un enigma filosofico che forse cerca la sua risoluzione attraverso atti criminali e va sciolto e interpretato per tempo, prima che possa attuarsi un altro delitto. Un mystery deduttivo in cui il discrimine tra investigazione criminale e investigazione psicologica appare quanto mai sfuggente, ricapitolando, perfettamente integrati nella struttura della narrazione, gli elementi fondanti del pensiero filosofico contemporaneo.

Nel secondo, La gabbia di vetro, invece un serial killer semina il panico squartando le sue vittime, maschili e femminili, e lasciando enigmatiche scritte sui muri lungo il Tamigi: versi del poeta William Blake. Non resta ai sempre più perplessi detective di Scotland Yard che chiedere aiuto al più grande esperto inglese di Blake: Damon Reade, un giovane studioso che vive isolato nelle campagne del Lake District. Tutti gli indizi portano a un certo Gaylord Sundheim, ma quando Damon si trova a tu per tu con il presunto assassino, le sue certezze crollano: un così profondo estimatore di un artista umanitario e spirituale come Blake può davvero aver compiuto tali misfatti? Forse l’assassino ha solo trovato il modo di frantumare le pareti di vetro della propria prigione. Reade dovrà mettere a frutto tutta la sua cultura e sensibilità psicologica. L’inchiesta si dipana nel vitalismo pulsante della Swinging London degli anni Sessanta, fatta di donne disponibili, locali notturni, ritrovi gay, feste ad alto tasso alcolico, dimore di Chelsea, equivoci pub, tra i colori di Portobello Road, infarcita di ironiche conversazioni che spaziano dall’arte, alle filosofie orientali, al sesso. Un thriller psicologico particolarmente sofisticato eppure assolutamente godibile: secondo l’autore era forse di tutti i suoi mystery,  il suo preferito. Ci auguriamo che Carbonio ci dia ancora modo di poterlo confrontare con i numerosi altri che ancora ci attendono nella babelica libreria di Colin Wilson, sicuramente piena di altre piacevoli sorprese. Per chi invece voglia approfondire le opere più filosoficamente rilevanti dell’autore britannico, sono disponibili nella nostra lingua i sontuosi volumi di una casa editrice particolarmente raffinata, Atlantide di Roma, che già dal 2016 aveva tradotto il libro più famoso e importante di Colin Wilson, quel L’Outsider che, nel 1956, condusse l’autore alla fama e al centro del dibattito culturale scatenato dall’insolita brigata degli Angry Young Men.

Dopo averne riscoperto l’opera prima – tradotta in oltre trenta lingue (tra cui anche l’italiano: fu pubblicata già nel 1958 da Lerici nella traduzione di Aldo Rosselli ed Enzo Siciliano e da allora, a differenza di quanto accadde nel resto del mondo, curiosamente dimenticata) – Atlantide ha pubblicato anche una delle ultime opere di Wilson, il suo testamento letterario e spirituale: Dreaming To Some Purpose, del 2004, adattato come Oltre i sogni: Autobiografia di un Outsider.

Due testi fondamentali per comprendere davvero il pensatore e le sue idee, individuandole all’inizio e alla fine della sua carriera. Di L’Outsider abbiamo già parlato e ci accontenteremo di riportarne solo un significativo passo nella bella traduzione di Thomas Fazi: “D’un tratto, mi resi conto di trovarmi nella stessa identica situazione in cui si erano trovati molti dei miei personaggi letterari preferiti: Raskòlnikov di Dostoevskij, Malte Laurids Brigge di Rilke, il giovane scrittore in Fame di Hamsun: solo nella mia stanza, completamente alienato dalla società. Non era una condizione di cui andassi fiero, e l’idea di non passare il Natale a casa mi rattristava. Ma qualcosa dentro di me mi aveva spinto a scegliere l’isolamento. Iniziai a scriverne nel mio diario, cercando di individuarne la causa. Improvvisamente capii di avere per le mani il soggetto per un libro. Rivoltai il diario e in cima alla pagina scrissi: «Note per un libro: “L’outsider”». In due pagine ne abbozzai uno schema piuttosto completo. Quella sera, mi addormentai con un senso di profonda soddisfazione; mi sembrava di aver passato il Natale più bello di tutta la mia vita”. Più avanti, nella stessa introduzione, Colin riporta con grande lucidità le fasi inaspettate e straordinarie del suo successo improvviso e devastante, “Per una strana coincidenza, quello stesso giorno era salito alla ribalta anche un drammaturgo chiamato John Osborne… In realtà Osborne e io avevamo solo una cosa in comune: entrambi eravamo diventati ‘outsider’ a causa delle nostre origini proletarie… Ho sempre avuto il sospetto che i giornali abbiano un’inconscia necessità di fabbricare un’epoca, come gli anni Novanta dell’Ottocento o gli anni Venti del Novecento… Noi eravamo i portavoce di questo esercito di outsider e di giovani arrabbiati che avrebbe abbattuto l’ordine costituito… Tutta quella pubblicità rendeva impossibile adesso all’establishment intellettuale britannico prendermi sul serio, e lo scoprii quando pubblicai il mio secondo libro. Con la stessa velocità con cui avevo ottenuto attenzione, improvvisamente la persi… L’Outsider mi aveva fruttato circa 20.000 sterline nel suo primo anno – una somma ragguardevole nel 1956. I miei libri successivi invece non superarono mai le 1000 sterline…”.

Le aperte confessioni già contenute nell’Introduzione a L’Outsider, vengono riprese ed espanse ulteriormente nell’appassionante autobiografia Oltre i sogni, che ci racconta la carriera di un giovane intellettuale proletario salito a nemmeno 25 anni alla ribalta come irregolare della letteratura e precipitato subito dopo al ruolo di impostore sopravvalutato messo frettolosamente al margine; il ripiegamento dall’effimero successo alla disillusione e alla riflessione; il bisogno quasi conseguente di suscitare la fondazione del “nuovo” esistenzialismo, la sua corrente filosofica – un esistenzialismo “ottimista”, più vicino a certe dottrine del potenziale umano; i suoi incontri con i grandi del secolo (T.S. Eliot, W.H. Auden, Bertrand Russell, Albert Camus, e molti altri); il suo stretto rapporto con Abraham Maslow e la sua psicologia umanistica basata sulle peak experiences – le esperienze che rivelano il senso della vita, estatiche, mistiche, rivelatrici dell’essenza e dell’unità dell’universo, sostanzialmente il satori dei buddhisti: Wilson crede, a differenza di Maslow, che tali esperienze non siano spontanee ma possano essere indotte, provocate, seguendo particolari tecniche ascetiche e questo lo porta a studiare i mistagoghi orientali e occidentali come Gurdjieff o Steiner o Ouspensky, ad avvicinarsi all’occultismo e alla parapsicologia, difendendone la realtà dei fenomeni e teorizzando la Faculty X, il potenziale latente nell’essere umano che lo distingue dagli altri animali; da qui avvierà poi le ricerche sulle antiche civiltà perdute, sulla conoscenza degli antichi e sull’”esperienza umana eccezionale”. Penso che l’affermazione più importante contenuta in questo libro – conclude Colin – sia quella di Gurdjieff secondo cui gli esseri umani vivono in una sorta di Siberia. Ci ritroviamo in un ambiente spaventosamente ostile e, come se non bastasse, siamo trascinati giù da una forza di gravità che rende faticoso ogni passo. Ma perché siamo qui?…Il problema più pericoloso è dimenticare perché siamo qui e ritrovarci confusi e senza indicazioni… La nostra casa è dietro di noi, in un altro mondo. Ma per quelli che hanno sufficiente forza e immaginazione, quel mondo diventerà la nostra casa. Quando questo accadrà, il fine dell’esistenza umana sarà stato raggiunto. La mia vita è stata una serie intera di indizi sul fine dell’esistenza umana”. Che lo si condivida o no Colin Wilson va sempre preso in considerazione: la lettura dei suoi libri, nel bene e nel male, non ci lascia mai indifferenti. Fosse anche solo per questo, varrebbe la pena di seguirlo in un percorso molto più coerente e meno tortuoso di quanto una visione superficiale farebbe sospettare.

  • La gabbia di vetro, trad. Nicola Manuppelli, Carbonio Editore,  2018, pp. 265, euro 17,50 stampa
  • Un dubbio necessario, trad. Nicola Manuppelli, Carbonio Editore,  2017, pp. 345, euro 17,50 stampa
  • L’Outsider, trad. Thomas Fazi, Atlantide Edizioni, 2016, pp. 400,  euro 35.00 stampa
  • Oltre i sogni: Autobiografia di un Outsider,trad. Enrico Bistazzoni, Atlantide Edizioni,2017, pp. 554, euro 35.00 stampa
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…e, ove possibile, all’armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000

Oggi 12 giugno 2019, il consiglio dei ministri approva il decreto sicurezza bis, destinato ad eliminare ogni attore e spettatore scomodo presente nel mare Mediterraneo.
Oggi 12 giugno 2019 Sos Mediteranee e Medici senza frontiere comunicano che “a un anno dall’annuncio del governo italiano di chiudere i propri porti alle navi umanitarie almeno 1.151 persone, uomini, donne e bambini, sono morte, e oltre 10.000 sono state riportate forzatamente in Libia”.
“Così, galleggiando ai margini della scena che seguì, proprio sotto i miei occhi, quando il risucchio affievolito della nave mi raggiunse, venni allora, ma a rilento, trascinato verso il gorgo che si richiudeva. Quando lo raggiunsi era ridotto a una pozza spumosa. In tondo in tondo, allora, sempre più restringendomi verso la nera bolla simile a un bottone, asse di quel cerchio in lenta rotatoria girai, novello Issione. Toccato ch’ebbi quel centro vitale, la bolla nera esplose verso l’alto ed ecco che, sprigionata dall’ingegnosa molla, la bara salvagente, risalendo con grande impeto dovuto alla grande spinta di galleggiamento, schizzò fuori dal mare a perpendicolo, ricadde e mi fluttuò accanto. Tenuto a galla da quella bara per quasi un giorno e una notte interi, fluitai cullato dal sommesso canto funebre del pelago. Accanto mi guizzavano innocui gli squali, quasi avessero il lucchetto alla bocca; rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini. Il secondo giorno un veliero si portò vicino, sempre più vicino e alla fine mi raccolse. Era la “Rachele” che, incrociando erratica a ritroso alla ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.”
Herman Melville, Moby Dick, trad. Ottavio Fatica
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La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann

Da Ovidio ho mutuato l’idea che nel nostro continente si siano succedute diverse ere, ognuna delle quali meno mitica della precedente. Per ragioni poetiche e didattiche ho stabilito che questa successione di epoche andasse suddivisa in sette momenti diversi e che pertanto ci sarebbero stati sette sogni.

William T. Vollmann

 

(William T. Vollmann esplora il proprio lato femminile)

minimum fax ripropone in una nuova traduzione La camicia di ghiaccio di William T. Vollmann. Accanto alla recensione di Elio Grasso, riproponiamo l’articolo che Umberto Rossi aveva scritto per la rivista Pulp in occasione della prima edizione italiana del libro, uscita nel 2007.

Lo stile dell’universo intero
di ELIO GRASSO
L’organizzazione logica dei libri di Vollmann trascende il comune sentire, vi si trova dentro una marea di contenuti sublimi e montagne di indizi e saghe che giungono da ogni parte. Dal sottosuolo, e varcando oceani caldi o ghiacciati, l’inventario delle epoche giunge nelle strade americane, supera cancelli e porte di casette a schiera e appartamenti del Queens. Lo scrittore di Santa Monica farebbe l’inventario del contenuto di un bidone dei rifiuti (copyright Franzen), se necessario. E quasi sempre lo è. La riproposta da parte di Minimum Fax della Camicia di Ghiaccio s’innesta in una certa desolazione pubblicistica attuale, cercando di scardinarla dall’interno. Chi si addentra nelle saghe e nelle radici del mito americano, lì narrate, avverte subito la vertigine di fronte al potenziale creativo nudo e crudo. Inutile difendersi, pena una brutta fine degna delle Pinturas negras di Goya. La raffinatezza stilistica di Vollmann è inequivocabile, a differenza di quanto accade per altri propugnatori (non sono pochi) di epopee infinite e avventurosamente popolari.

Come indossare La camicia di ghiaccio, ovvero gli strani sogni di William il Cieco
di UMBERTO ROSSI
Ed è proprio l’incontro tra nativi americani e vichinghi che interessa Vollmann. Ma oltre a ripercorrere quell’antico scontro tra civiltà (tanto per cambiare discretamente sanguinario, come si vedrà), basandosi sui testi delle antiche epiche norrene (puntigliosamente citati in un ricco apparato di note, e brillantemente riscritti inventando un inglese da vichinghi), Vollmann, come negli altri volumi dei Sette sogni, viaggia (nel 1987) nelle terre dove quell’incontro ebbe luogo, va a visitare la Groenlandia, va a conoscere i groenlandesi di ceppo danese e quelli di sangue inuit o misto, e va a verificare come ancora oggi i rapporti tra i due mondi siano tutt’altro che idillici. Ed è qui il fascino pressoché sublime del libro: nel cortocircuito tra il passato antichissimo dell’epica e il presente attualissimo della cronaca di viaggio; tra l’antichità vichinga e la tarda modernità degradata. Lasciando che i due tempi si aprano l’un l’altro, e miracolosamente si complementino e si spieghino a vicenda.

(l’articolo qui riproposto è stato pubblicato su PULP Libri numero 73, maggio/giugno 2008, pagine 10-14)

BIBLIOGRAFIA IN ITALIANO di WILLIAM T. VOLLMANN

1999 – Storie di farfalle (Fanucci)
2000 – Puttane per gloria (Mondadori)
2001 – I racconti dell’arcobaleno (Fanucci)
2003 – Manette: Istruzioni per l’uso (Fanucci)
2005 – Afghanistan Picture Show, ovvero Come ho salvato il mondo (Alet)
2005 – Tredici storie per tredici epitaffi (Fanucci)
2007 – Come un’onda che sale e che scende (Mondadori)
2010 – Europe Central (Mondadori)
2011 – Venga il tuo regno (Alet)
2016 – Ultime storie e altre storie (Mondadori)
2018 – I fucili (minimum fax)

 

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Che la memoria non vada smarrita: la lezione di Corrado Stajano

“Franco Serantini, di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte”.

A più di 30 di distanza torna nelle librerie  “Il sovversivo” di Corrado Stajano.
Ne scrive GIUSEPPE COSTIGLIOLA che recensisce il libro e intervista l’autore.

Che la memoria non vada smarrita: la lezione di Corrado Stajano
Queste pagine, da cui si leva un dolore struggente, il dolore di chi piange non soltanto l’omicidio di un innocente, ma quello di tutto uno stato di diritto, sono intessute da una documentazione ricca e puntuale: perizie, verbali d’interrogatorio, stralci di sentenze, articoli di giornale, volantini, discorsi pubblici, circolari, relazioni, testimonianze, dalla quale prende forma una lucidissima analisi del contesto umano, politico, socio-culturale degli eventi narrati. In una fattuale, puntigliosa ricostruzione, si raccontano le ore che dall’arresto portarono alla morte di Franco Serantini, la lunga sequenza di errori, di omissioni, di negligenze, talvolta veicolata con un sapiente uso del dialogo, che ne potenzia l’impatto emotivo.

Intervista a Corrado Stajano
Ma la violenza delle istituzioni è davvero inevitabile?
Credo purtroppo di sì, nella politica malata di oggi. L’idea di nazione in questo nostro Paese non si è ancora realizzata. «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme», scrivo nell’introduzione alla nuova edizione de Il Sovversivo per Il Saggiatore. Pensavo ai fatti di Genova, a Bolzaneto, a Cucchi. Ci sono voluti nove anni per arrivare alla verità, subito evidente, dell’assassinio di quel povero ragazzo.

Su A rivista anarchica un dossier sulla vicenda di Franco Serantini.

 

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L’anno senza inverno: una lettura retrospettiva dei testi di Tommaso Pincio

di EMILIANO MARRA

Tommaso Pincio (pseudonimo di Marco Colapietro) è uno scrittore romano nato nel 1963. Pur essendo coetaneo e, per certi versi affine, al filone dei “cannibali” degli anni Novanta, approda alla letteratura in modo singolare e personale con una formazione da pittore, diplomato all’Accademia delle Belle Arti. Dopo un periodo a New York come assistente di Jonathan Lasker, lavora per diversi anni presso la galleria d’arte di Gian Enzo Sperone a Roma, rinunciando poi alle velleità artistiche (nonostante non abbia mai del tutto abbandonato l’arte visuale) per passare alla scrittura.
Collabora con varie testate come esperto di cultura e letteratura statunitense, scrive recensioni e vanta numerose traduzioni dall’inglese (da citare almeno la sua versione de Il grande Gatsby); è saggista e critico d’arte: un suo intervento compare nell’Atlante della letteratura italiana e nel 2015 ha raccolto i suoi scritti sulla storia dell’arte in Scrissi d’arte (“un testo in cui per la prima volta l’arte degli altri diventava un’occasione per raccontare me stesso”).

La recente uscita del nuovo romanzo (Il dono di saper vivere, recensito qui da Gioacchino De Chirico) e del suoi “Paragrafi d’autore” su Gadda per PULP Libri (qui), ci consente di ripercorrere retrospettivamente i suoi testi e tracciarne un percorso di lettura attraverso una produzione piuttosto consistente che conta una dozzina di pubblicazioni su un arco di vent’anni (racconti e traduzioni escluse).

GLI ESORDI

Il primo romanzo di Pincio, M., confinato all’interno dei circuiti della piccola editoria, è ambientato in una Berlino distopica modellata sulla Los Angeles di Blade Runner. Pertanto il passaggio a un editore importante come Einaudi per il successivo (Un amore dell’altro mondo), come spiega lo stesso Pincio in Hotel a zero stelle, è una sorta di falso esordio. Questo romanzo e quello seguente, Lo spazio sfinito (Fanucci), appaiono però ancora immaturi, nonostante si tratti dei due libri che hanno contribuito a far conoscere la sua scrittura. Si tratta di testi non ancora interamente definiti, anche se presentano diversi aspetti interessanti, tra cui lo stile che caratterizzerà, affinandosi, le opere successive: una scrittura paratattica di registro medio, spesso sottilmente ironica e costruita su frasi brevi e chiare.

Un amore dell’altro mondo è incentrato su Kurt Cobain, che non viene mai nominato nel racconto, e il rapporto con il suo amico immaginario Homer Alienson (ovvero Boda, che nel romanzo è un persona vera e propria). Il fantasma di Cobain aleggerà in altri suoi libri – attraverso il leitmotiv della suite nell’Hotel Excelsior di Roma, in cui il leader dei Nirvana andò in overdose qualche mese prima del suicidio – mentre il protagonista, Homer, per certi versi è già il prototipo del protagonista “pinciano”: un recluso che vive una routine sempre uguale, afflitto dalle paranoie e dall’inedia, dalla vita sostanzialmente irrisolta; tossicodipendente, ma in grado di vivere di una rendita, solitamente dissipata. Caratteristiche comuni non solo al personaggio/eteronimo Tommaso Pincio, ma anche a Ottavio Tondi, il protagonista di Panorama.

Lo spazio sfinito è una sorta di stravagante omaggio agli Stati Uniti degli anni Cinquanta, a Marylin Monroe e alla Beat Generation. In Hotel a zero stelle, Pincio rivelerà che qualcuno gli ha fatto notare una certa somiglianza con Cancroregina di Tommaso Landolfi, mentre io azzarderei un parallelo con Aprire il fuoco di Luciano Bianciardi: due libri diversissimi, ma che hanno in comune l’utilizzo di uno scenario anacronistico. In Bianciardi troviamo la Milano del secondo dopoguerra fusa con quella delle Cinque Giornate, in Pincio, gli Stati Uniti della Beat Generation in cui lo sfruttamento commerciale dello spazio è già una realtà ben prima del lancio dello Sputnik. In questa dimensione parallela (e quasi surreale) si muovono Jack Kerouac, Neal Cassady e Norma Jeane/Marylin Monroe. In particolare, Kerouac passa lunghi mesi in una navicella in orbita (una versione alternata del suo soggiorno al Desolation Peak come guardia forestale): la reclusione solitaria, la routine, l’angoscia esistenziale, caratteristiche comuni dei protagonisti di Pincio, in questo caso hanno come latore Kerouac, un’altra “occasione per raccontare se stesso” (per parafrasare quanto detto dall’autore in merito a Scrissi d’arte).

CINACITTÀ E DINTORNI

Dopo Lo spazio sfinito, Pincio pubblica il romanzo La ragazza che non era lei, e un saggio sugli extraterrestri (Gli alieni), dove sono esplorati vari aspetti della controcultura statunitense (dagli hippy all’ufologia); ma il successivo, Cinacittà, rappresenta un punto di svolta nella sua carriera. Per la prima volta il focus si sposta in quello che rimarrà lo sfondo delle opere successive, una Roma trasfigurata e parallela dove si aggira il suo doppio Tommaso Pincio. Da questo momento in poi, la scrittura di Colapietro si farà essenzialmente autobiografica, seppure filtrata attraverso un “falso specchio” (secondo una sua definizione) necessario a raccontare di se stesso e del mondo reale con il giusto distacco. In Cinacittà Roma si è svuotata: i suoi abitanti sono andati al Nord per fuggire al riscaldamento globale e sono rimasti solo i cinesi. L’Urbe è un’enorme chinatown semi-deserta e avvilita dal caldo (dopo l’anno senza inverno l’estate non termina mai e la gente esce solo di notte). Pincio è rimasto in città e vive con una piccola rendita che sperpera bevendo birra in uno dei go-go bar della capitale, in cui si reca per ammirare le prostitute e passare la nottata: sta lavorando a un graphic novel da anni, ma questo appare come un alibi per evitare di cercarsi un lavoro o raggiungere gli amici al Nord. Le cose cambiano quando incontrerà Wang, un losco cinese dall’ottimo italiano e dalla vasta conoscenza di Roma, il quale (dopo avergli fatto ottenere la suite di Kurt Cobain all’Hotel Excelsior, insegnato a giocare a biliardo e averlo introdotto alla prostituta Yin) lo farà sprofondare in un inferno kafkiano, distruggendogli la vita e condannandolo al carcere. Lo scenario fantascientifico e l’ossatura della storia sono in realtà dei pretesti per inserire dettagli e aneddoti della vita dello stesso Marco Colapietro, come vari personaggi reali più o meno trasfigurati, dallo scrittore Emanuele Trevi (ritratto in modo caricaturale, nella parte dell’avvocato del personaggio Pincio, presente poi, anonimo, ne Il dono di saper vivere) a Luca Josi (nominato solo attraverso lo storico soprannome Hammamet Express).

Non stupisce, quindi, che il testo successivo (Hotel a zero stelle) – un’opera fondamentale per comprendere nel dettaglio i rapporti fra produzione letteraria ed esistenza di Marco Colapietro – non sia un romanzo, ma una via di mezzo fra la narrativa autobiografica e il saggio, in cui Pincio parla apertamente sia delle sue influenze artistiche e letterarie sia degli elementi biografici che fanno da materiale alle sue opere. La struttura del testo è inconsueta: il libro è strutturato come un albergo, i piani sono le sezioni, le stanze i relativi capitoli.

L’opera seguente, Pulp Roma, è una raccolta di scritti eterogenei accomunati dalla “romanità” e legati dall’autore attraverso un personale filo rosso. Per certi versi, sembra quasi una fusione dei due libri precedenti: oltre a un racconto di sapore gaddiano, considerazioni su autori cari (come Nabokov) e sulla città di Roma, il libro apre con una breve versione alternativa della storia raccontata in Cinacittà e chiude con la bozza di un graphic novel da essa derivata (e incompiuta, esattamente come il fumetto del personaggio Pincio in Cinacittà). Del resto, in Pulp Roma viene dedicato molto spazio alla genesi di Cinacittà (indicato semplicemente come “il mio romanzo romano”, senza mai citarne espressamente il titolo).

I ROMANZI RECENTI

Panorama si può ritenere il ritorno di Pincio al romanzo dopo sette anni di assenza. Infatti, anche l’opera precedente, lo sperimentale Acque chete, non è tanto narrativa, ma piuttosto un libro d’arte autoprodotto con Eugenio Tibaldi, il cui autore fittizio è il poeta romano Mario Esquilino, ennesimo alias dell’autore che ritroveremo poi come personaggio in Panorama.

In quest’ultimo testo, Colapietro non si limita a sdoppiarsi, ma si divide in quattro: oltre l’autore (il Marco Colapietro della realtà) e il solito eteronimo Tommaso Pincio (qui narratore interno), troviamo il protagonista del libro, il lettore professionista Ottavio Tondi, e – per l’appunto – Mario Esquilino.

Questa volta l’elemento perturbante nello sfondo non è l’eterna estate del riscaldamento globale (che ritornerà nella prima parte de Il dono di saper vivere), bensì la fine della lettura come attività umana a causa dell’estinzione dei lettori: i pochi che restano si riducono alla clandestinità. La storia di Panorama sembra una riflessione sui social network: Pincio racconta la storia di Ottavio Tondi attraverso la corrispondenza via chat che questi intrattiene con una ragazza conosciuta in rete. Ma in realtà, il focus del romanzo è la satira impietosa del mondo editoriale e letterario italiano, delle presentazioni con gli autori e dei festival del libro. Inserendo nella storia anche alcuni amici dell’autore (Cortellessa e Genna su tutti), Pincio descrive l’ascesa e il declino di Ottavio Tondi, un lettore professionista – ovvero un selezionatore di manoscritti per conto di un grande editore – e di come questi verrà trascinato in una girandola discendente di eventi da un aspirante scrittore fallito, Mario Esquilino, che lo inizierà all’uso della cannabis e lo iscriverà al social network Panorama, una versione distopica di Facebook. Una delle invenzioni più notevoli del libro è la carriera grottesca di Tondi come lettore, invitato a partecipare ai festival del libro sparsi per la penisola: seduto sul suo divano a leggere in silenzio nei palchi più rinomati d’Italia, ammirato e applaudito da un pubblico pagante.

Panorama rappresenta la piena maturità stilistica di Pincio, confermata recentemente da quella sorta di meta-romanzo su Caravaggio che è Il dono di saper vivere, summa dei testi precedenti, che riutilizza moduli narrativi, tematiche, scenari, riferimenti culturali, leitmotiv per raccontare la stessa storia in modi sempre diversi: la vita dell’autore.

ORIENTARSI FRA FALSI SPECCHI: ALCUNE PROPOSTE DI PERCORSI TEMATICI

Tema centrale nell’opera di Pincio è l’alterità, ovvero il problema dell’altro da sé e il problema dell’altro in se stessi: al di là dei continui rispecchiamenti della sua identità, due alterità ricorrenti sono i “diversi” (alieni, hippy, emarginati) e il mondo asiatico (conosciuto dall’autore in vari soggiorni). E, certo, l’universo femminile tout court: la scrittura di Pincio adotta un punto di vista maschile, ma non misogino, nonostante alcuni luoghi della sua opera possano sembrare tali (o persino razzisti) nell’ottica del politicamente corretto.

Un altro aspetto è il passaggio dalla giovinezza all’età adulta, con la frustrazione dei sogni infranti e degli ideali giovanili traditi. Il totem di Pincio è la galleria d’arte di Sperone, la fortezza Bastiani in cui ha consumato le sue aspirazioni artistiche, trasformandosi in quello che mai sarebbe voluto diventare, cioè uno scrittore. Sull’inconcludenza che segue al fallimento dei propri ideali, con il carico di inettitudine, pigrizia e dipendenza (dalle droghe, dalla vuota routine) che si trascina dietro, si innesta il problema della capacità di “saper vivere” e del suicidio come via di fuga dalla prigione del mondo, che pone Pincio in un filone della nostra letteratura che, a ritroso, arriva a Svevo. La reclusione stessa, sia essa in una cella, in una stanza di casa o, meglio, di albergo, è un simbolo potente nell’opera di Pincio.

Infine, l’aspetto più marcatamente kafkiano (o pynchoniano) nella produzione di Pincio è una concezione paranoica del mondo che trapela in tutta la sua produzione, spesso esemplificata dal simbolo più kafkiano di tutti, ossia il processo. Non mancano poi spunti di critica sociale o politica, anche se forse più in secondo piano.

NUMI TUTELARI

L’opera di Pincio è costellata di citazioni, omaggi e riferimenti, scoperti o criptici, agli autori – artisti e scrittori, sovente ritratti nei suoi quadri e accomunati da percorsi irregolari – che lo hanno maggiormente influenzato. Per esempio, il “gran balordo” Caravaggio, il cui Bacchino malato assomiglia a Pincio, il quale per anni ha lavorato in una galleria d’arte nelle prossimità del luogo del delitto che costrinse il pittore a fuggire da Roma. Oppure gli scrittori statunitensi, dagli autori della Beat Generation (Kerouac e Burroughs), ai postmoderni: se Thomas Pynchon, a cui ruba il nome, non viene mai apertamente nominato, spiccano Philip K. Dick (di cui traduce Mary e il gigante, Vulcano 3, Redenzione Immorale e La città sostituita) e David Foster Wallace, con tutta la sua riflessione sulla dipendenza.

Tra la moltitudine dei nomi citati, fra cui Francis Scott Fitzgerald (con la sua traduzione de Il grande Gatsby), Nabokov, Gadda, Landolfi, Simenon, spiccano due autori cui Colapietro paga grande tributo: George Orwell, un altro scrittore nascosto dietro pseudonimo, e Franz Kafka (ovviamente).

Bibliografia di Tommaso Pincio

  • M., Autori Messa, 1997
  • Lo spazio sfinito, Fanucci, 2000
  • Un amore dell’altro mondo, Einaudi, 2002
  • La ragazza che non era lei, Einaud, 2005
  • Gli alieni. Dove si racconta come e perché gli extraterrestri sono giunti fra noi, Fazi, 2006
  • Cinacittà. Memorie del mio delitto efferato, Einaudi, 2008
  • Hotel a zero stelle. Inferni e paradisi di uno scrittore senza fissa dimora, Laterza, 2011
  • Pulp Roma, Il Saggiatore, 2012
  • Eugenio Tibaldi (con), Acque Chete, Mirror, download gratuito, 2014
  • Panorama, NN Editore, 2014
  • Scrissi d’arte, L’Orma editore, 2015
  • Il dono di saper vivere, Einaudi, 2018

La citazione di Pincio riguardo Scrissi d’arte e qualche altra informazione sono tratte dalla recensione di Matteo Moca in minima&moralia (qui).

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Speciale Michel Houellebecq. Sei punti di vista su Serotonina.

Gli effetti di “una piccola compressa bianca, ovale, divisibile

Walter Catalano. Voyage au bout de la lutte?
Un attraversamento dell’opera di Houellebecq nei suoi risultati più alti come in quelli meno compiuti, istrionico poseur, così tragicamente convincente;  un autore importante, forse un autore necessario.

Roberto Sturm. L’infelicità degli uomini
Houellebecq. Lo si odia o lo si ama, ma ci offre una lettura del presente che solo una minuziosa conoscenza dell’animo umano e della società può dare, al di là di ogni convinzione ideologica ed etica.

Elio Grasso. Prima di Serotonina il male dov’era? E dov’è ora?
La spigliatezza chimica, al centro del romanzo, fa confluire i diversi stampi della “poetica” a cui Houellebecq si dedica da un bel po’ di anni… D’altronde anche le sue poesie affermano che ci si sposta di continuo verso il vuoto.

Roberto Derobertis. Serotonina. Molto meno di una speranza
Come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Elisabetta Michielin. Captorix vs  Subutex
Rock o lento? Un confronto fra i due romanzi che hanno l’ambizione di raccontare la Francia (o la fine della Francia?).

Renzo Paris. Michel Houellebecq: Come restare vivi!  (riedizione da PULP Libri n. 25)
Passato futuro. La prima volta di Houellebecq su PULP, la sua critica del desiderio, le “dèsir”, la messa in dubbio della felicità di vivere nell’eterno presente, di quello che viene sbandierato come il migliore degli universi possibili.

 

Bibliografia italiana

  • Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 1999.
  • Il senso della lotta (Le Sens du combat, 1996), tr. Anna Maria Lorusso, Bompiani, 2000.
  • Estensione del dominio della lotta (Extension du domaine de la lutte, 1994), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • Lanzarote (2000), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2002.
  • Piattaforma. Nel centro del mondo (Plateforme, 2001), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2003.
  • P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita (Contre le monde, contre la vie, 1991), tr. Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2001.
  • La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2005.
  • La ricerca della felicità (La Poursuite du bonheur, 1992), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2008.
  • Bernard-Henri Lévy (con), Nemici pubblici, tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2009.
  • La carta e il territorio (La carte et le territoire, 2010), tr. Fabrizio Ascari, Bompiani, 2010.
  • Sottomissione (Soumission, 2015), tr. Vincenzo Vega, Bompiani, 2015.
  • Configurazioni dell’ultima riva (Configuration du dernier rivage, 2013), tr. Fausta Garavini e Alba Donati, Bompiani, 2015.
  • In presenza di Schopenhauer, tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2017.
  • Serotonina (Sérotonine, 2019), tr. Vincenzo Vega, La nave di Teseo, 2019.
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Mostruose commistioni

Il mito di Frankenstein nel fumetto italiano

di DAVIDE CARNEVALE

Se si considera che, al pari del mostro di Frankenstein, anche il fumetto, in quanto forma espressiva, si presenta come il risultato di un’inspiegabilmente salda aggregazione di parti tra loro eterogenee (verbali e figurative, in questo caso), non stupisce lo straordinario fascino che il romanzo di Mary Wollstonecraft Godwin in Shelley ha esercitato nel tempo sul medium, tanto in qualità di semplice fonte di ispirazione che di modello da riscrivere e reinterpretare instancabilmente. Realizzare una ricognizione esaustiva delle tante trasposizioni fumettistiche, più o meno fedeli, di quello che possiamo considerare a tutti gli effetti un vero e proprio mito letterario moderno, così come delle innumerevoli variazioni sul tema ad esso collegate, sarebbe un’impresa ai limiti del possibile, anche qualora si volesse dare conto del solo ambito italiano, proprio in ragione dell’ampiezza e della profondità del radicarsi delle influenze del romanzo primo-ottocentesco nell’immaginario del secolo successivo. Basti pensare all’enorme debito che hanno verso l’ambizione di dare vita alla materia inerte che assilla Victor Frankenstein, archetipo di tutti gli scienziati pazzi che affollano la letteratura, la figura dell’androide, discendente futuristico del mostro, o quella dello zombie, rilanciata dai film dell’orrore di Romero e, in tempi più recenti, dalla serie The Walking Dead di Robert Kirkman).

Perfetto esempio di questa capillare incidenza sul fumetto italiano è la miniserie bonelliana Greystorm, pubblicata nel 2009 e conclusasi con il dodicesimo albo l’anno successivo, in cui l’omonimo protagonista sembra ricalcare perfettamente, nella sua spasmodica ricerca di conoscenza, le orme del dottor Frankenstein, fino a condividerne il tragico destino tra i ghiacci del polo (sud, stavolta). I tanti richiami, neppure troppo velati, all’opera di Mary Shelley trovano d’altronde una diretta conferma nell’inserimento della giovane scrittrice tra i personaggi del volumetto Ex vitro vita, che integra i capitoli originali con una storia in cui i dilemmi etici legati alla creazione della vita in laboratorio evocati dal titolo si mescolano alla questione femminista in un’articolata struttura narrativa a più voci, che rimanda ancora una volta al romanzo.

Più chiaramente a quest’ultimo fa riferimento la riscrittura, dalla dolente carica erotica, di Guido Crepax, edita nel 2002, così come il terzo albo della storica serie Alan Ford, datata addirittura luglio 1969, che dietro all’enfatico titolo Operazione Frankenstein nasconde gli improbabili esperimenti di un caricaturale scienziato nazista alla continua ricerca di cavie umane dalle quali prelevare le «parti di ricambio» commissionategli da un facoltoso cliente con il sogno dell’immortalità, sogno accidentalmente infranto dallo strampalato agente segreto ideato da Max Bunker e Magnus, che mettono qui in piedi un riuscito divertissement sul tema del mad doctor. Un più concreto e credibile traffico di organi fa da sfondo, nel 2002, alla storia raccontata e disegnata dal poliedrico Paolo Bacilieri nel ventottesimo numero di un’altra fortunata serie Bonelli, Napoleone, il cui titolo Le lacrime di Frankenstein si ricollega senza troppi sottintesi tanto alla faustiana irrequietudine dello scienziato ginevrino quanto alla lacerante disperazione della sua Creatura, condizioni che si confondono nella figura di uno squilibrato che nel buio della sua cantina smembra i genitori per ricomporli in un unico organismo, orrido surrogato di un’unità familiare mai conosciuta.

Se si parla di Bonelli e di letteratura dell’orrore, però, non si può non chiamare in causa quello che è per molti versi il più fortunato dei personaggi della casa editrice milanese, vale a dire l’indagatore dell’incubo Dylan Dog, che in Frankenstein! (numero 60 della serie regolare, anno 1991) è chiamato a confrontarsi con un misterioso serial killer creato in laboratorio, che si discosta dal mostro del romanzo solo per alcuni non ben spiegati poteri telepatici, variante insufficiente, come ironizza lo stesso protagonista in una delle tante parentesi metaletterarie che inframezzano la vicenda, a giustificare un remake. La sostanziale sovrapponibilità, a livello di trama, delle due opere (segnalata già dal titolo del fumetto, distinguibile solo per quel punto esclamativo che sembra volerne denunciare la natura pop) è messa tuttavia in discussione dal maggior peso che la Creatura ha nell’albo: è il mostro il vero focus su cui ruota la vicenda, che si dimentica ben presto della figura dello scienziato che ne ha messo in moto gli eventi, brutalmente assassinato già nelle primissime pagine. Del resto non manca altrove, nella serie, una folta schiera di dottori ossessionati dalle potenzialità della scienza che molto devono al personaggio di Victor Frankenstein, tra cui lo stesso padre di Dylan, il malvagio negromante Xabaras. Archiviato il rapporto conflittuale tra l’essere e il responsabile della sua sventurata venuta al mondo, lo sceneggiatore Claudio Chiaverotti si concentra, piuttosto, sul motivo classico (autenticamente sclaviano) del «mostro con un’anima», spingendo, grazie anche alla straordinaria espressività dei volti disegnati da Giovanni Freghieri, su quel patetismo che nel capolavoro di Mary Shelley si mantiene sempre sotterraneo. Anima che non impedisce alla Creatura, beninteso, di massacrare a sangue freddo ben cinque uomini – «più mostruosi dei mostri», però, in quanto colpevoli dell’omicidio di una bambina – prima di esaurire il suo tempo nel mondo e spegnersi serenamente in una sequenza che si presenta come un grande omaggio degli autori al finale di Blade Runner.

Un ulteriore pastiche postmoderno si rivela essere l’interessante Mister Hyde contro Frankenstein (Editoriale Cosmo, 2010), del francese Olivier Dobremel (in arte Dobbs), inserito un po’ a forza in questa carrellata di fumetti italiani in virtù degli ottimi disegni del napoletano Antonio Marinetti, capaci di restituire le angosciose atmosfere gotiche di una Londra alternativa – tutta letteraria – di fine Ottocento, nelle cui strade personaggi di pura invenzione si mescolano a figure realmente esistite, per quanto avvolte nella leggenda, come Jack lo Squartatore e Joseph Merrick, più tristemente noto come «l’uomo elefante». In un simile scenario, dove la realtà si confonde con la finzione, l’interesse del dottor Jekyll e del suo pericoloso alter ego per i segreti racchiusi nel corpo ibernato della mostro, recuperato dal capitano Walton dopo aver abbandonato al suo destino Victor Frankenstein nella gelida desolazione artica, fornisce il pretesto per il susseguirsi di una serie di combattimenti tra nerboruti energumeni che non sfigurerebbe nelle migliori pagine de L’Incredibile Hulk o in un action movie d’antan, abilmente inframezzata da un fitto gioco di rimandi e citazioni che trasforma il fumetto in una sorta di accattivante compendio della narrativa gotica e fantastica del diciannovesimo secolo (che molto deve ad Alan Moore, ovviamente).

Già da questa breve e inevitabilmente parziale rassegna appare evidente, al di là della ricchezza di soluzioni e varianti adottate dai diversi autori nel rifarsi al mito frankensteiniano, testimonianza dell’assoluta fecondità – mai attenuatasi nei suoi due secoli – del capolavoro di Mary Shelley, la tendenza del fumetto a rielaborarne piuttosto liberamente motivi e personaggi, evitando in genere una riscrittura troppo vicina all’originale. Le ragioni di ciò vanno cercate in primo luogo nella complessità del testo stesso, nella sua studiata polifonia che vede avvicendarsi il racconto retrospettivo di Victor e quello della sua Creatura, in un duplice flashback racchiuso all’interno della cornice epistolare offerta dal resoconto che il capitano Walton fa alla sorella Margaret della sua esplorazione del circolo polare artico; un raffinato gioco di scatole cinesi che, per quanto dimostri l’eccezionalità del lavoro della Shelley anche dal punto di vista formale, poco si adatta all’immediatezza visiva del linguaggio fumettistico. A frapporsi, poi, tra l’allusività della parola letteraria e il suo tradursi nell’evidenza del segno grafico è anche la laboriosa ricerca di un uso retorico dell’indeterminatezza che il romanzo condivide con buona parte della narrativa fantastica dell’epoca, una vaghezza descrittiva che ha mostrato il fianco all’imporsi di un’estetica «apocrifa», di provenienza prevalentemente cinematografica, che è andata col tempo a sovrascriversi all’opera originale, riempendone i «vuoti» (mai tanto rilevanti come in questo caso). Ecco che quando si parla di Frankenstein il pensiero corre subito all’imponente figura dalla fronte innaturalmente ampia e al laboratorio ingombro di bobine e alambicchi fumanti proposti da film come quello di James Whale del 1931 – con un indimenticato Boris Karloff negli incomodi panni del mostro – o quello diretto nel 1994 da Kenneth Brenagh, lì dove il testo invece tace, lasciando al lettore il compito di rintracciare gli indizi (e, ancor più, le omissioni) sparsi nel racconto non troppo affidabile del protagonista e di desumerne, così, i dettagli. Poco importa che nel romanzo il procedimento in grado di riportare in vita un corpo inanimato sia appena intuibile dal febbrile interesse di Victor per lo studio dell’elettricità e dell’anatomia umana; quasi un secolo di cinematografia sull’argomento ha mostrato i segreti del folle esperimento da ogni angolazione possibile.

Da un simile repertorio iconografico, saldamente sedimentato nell’immaginario comune, sembrano volersi distaccare Giulio Antonio Gualtieri e Riccardo De Stena con il loro rigoroso adattamento, fedelmente intitolato Frankenstein, pubblicato da Star Comics nel 2015 per la collana «I Maestri dell’Orrore»: un coraggioso tentativo di fare, nel rispetto del modello letterario, tabula rasa delle tante soluzioni proposte dal cinema che trova espressione, in primo luogo, nell’attenta rimodulazione dei personaggi della storia. La Creatura torna, in quest’ottica, ad essere un vero e proprio revenant animato unicamente dal desiderio di vendetta, una figura che, disfattasi di ogni sorta di patetismo e riacquistata la sua tragica e malinconica grandezza, appare ben poco sulla pagina, pur lasciando sempre percepire la sua incombente presenza; mentre recupera un’originale centralità il suo diabolico creatore, ben delineato nel suo ruolo di contorto e tormentato don Chisciotte sempre alla ricerca di una conoscenza capace, al pari dei segreti degli alchimisti medievali studiati nella biblioteca paterna, di compiere veri e propri miracoli, compreso quello di donare la vita a un corpo artificiale. Al racconto della genesi divina dell’uomo – o, per meglio dire, a una delle sue innumerevoli varianti – fa direttamente riferimento, non a caso, De Stena per la scena cruciale della nascita del mostro, condensando in una delle vignette più efficaci dell’intero volume molte delle considerevoli questioni avanzate dal romanzo, attraverso una dissacrante rivisitazione della michelangiolesca Creazione di Adamo (il primo rappresentante biblico dell’umanità è, d’altra parte, rievocato più volte dalla stessa Mary Shelley, che non a caso prende a epigrafe del romanzo versi del Paradiso perduto di Milton…). L’essere deforme tende la mano verso il suo demiurgo, che però si ritrae inorridito di fronte al risultato della sua presunzione; perché a continuare a turbarci, da due secoli a questa parte ormai, dell’ammasso di cadaveri riportato in vita dal folle e geniale Victor Frankenstein, più di tutti i fantasmi e i vampiri sanguinari della letteratura dell’orrore, è la sua sostanziale vicinanza a noi, il suo incarnare, in altre parole, la natura realmente «mostruosa» (anche in senso etimologico, come «segno divino») dell’uomo, come lui creazione imperfetta e piena di solitudine.

Oggi abbiamo pubblicato anche la recensione di una raccolta di racconti di Thomas Ligotti, La straziante resurrezione di Victor Frankenstein; continueremo con una puntata della rubrica PULP Vintage dedicata alla rielaborazione del romanzo di Mary Wollstonecraft Shelley operata da Brian Aldiss in Frankenstein liberato; ci sarà anche una recensione del romanzo illustrato da Bernie Wrightson. A chiudere, un itinerario di letture incentrato sulla Creatura (e sul dottore)…

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Due romanzi (da salvare) dal blob di Matilde Serao

Rileggendo La mano tagliata e Il delitto di via Chiatamone 

riflette ELISABETTA MICHIELIN

Matilde Serao (1856-1927) è un autentico blob: 40 romanzi e più, e un numero imprecisato di articoli di giornale. Una produzione disordinata e troppe volte scadente come da sempre ribadisce ogni studio e rilettura della scrittrice (anche da parte femminile). Perché se aveva l’ardire di dichiarare di non saper scrivere bene e di esserne orgogliosa, nello stesso tempo confessava di «ammirare in ginocchio chi scrive bene»; il risultato è una scrittura sovrabbondante, «letteraria» e che in definitiva manca di coraggio.

Fa quasi tenerezza leggere le critiche e le biografie dedicate a questa donna per tanti versi straordinaria, con una capacità di riscatto e di lavoro titaniche; basti pensare che fu la prima donna italiana a fondare e dirigere un quotidiano (Il mattino di Napoli).

Una scrittrice moralista, innamorata della Regina, attratta da Mussolini, che si dichiara antifemminista, sposata con il giornalista Scarfoglio, quest’ultimo dichiaratamente a favore della guerra e delle imprese coloniali italiane. Eppure la Serao nei suoi testi si contraddice spesso, non è mai guerrafondaia, parla con attenzione e precisione dello sfruttamento e del lavoro delle donne e nonostante sia contro il divorzio e per la famiglia più tradizionale, lei stessa lascia il marito e ha la forza di fondare, come detto, un nuovo giornale mentre le sue protagoniste hanno comportamenti molto più liberi di quanto ci si possa aspettare.

La Serao più leggibile e francamente godibile è quella dei romanzi d’appendice in cui dimentica di mettere la sua scrittura al servizio della «letteratura» e di una tesi da dimostrare, lasciandosi andare a trame davvero improbabili ma avvincenti, in cui mescola gli stereotipi nel modo più sfacciato e noncurante. Di fatto, quel che viene sempre rimproverato alla Serao, e cioè di scrivere per cliché e luoghi comuni, nei romanzi di appendice funziona perché sono proprio i luoghi comuni che li costituiscono e che il lettore vuole ritrovare.

La mano tagliata. Un romanzo d’amore (1912) e Il delitto di via Chiatamone (1907) conosciuto anche come Temi Il leone sono romanzi molto interessanti, che assieme ad elementi gotici contengono anche chiarissimi aspetti polizieschi con un intreccio che tiene piuttosto bene fino alla fine.

La mano tagliata

Nonostante questo romanzo sia davvero divertente (ne potrebbe uscire una buona serie tv…), non bisogna certo pensare alla caustica Patricia Highsmith che in Piccoli racconti di misoginia scrive la storia di un uomo che chiede la mano di una ragazza, ricevendo come risposta dal padre di lei una scatola contenente la mano! Dove la Highsmith se la cava in 3 pagine, la Serao ce ne mette 500 – e molte sono francamente strampalate.

Roberto Alimena era indipendente, disoccupato e male avvezzo, perché era ricco, molto ricco, immensamente ricco e nobile: era freddo di cuore, perché aveva perduto sua madre e suo padre fra i dieci e i quindici anni, perché a trent’anni, da nove amministrava tutto col denaro, col nome, col fascino personale. Perché avrebbe dovuto amare qualche cosa e qualcuno?

Va da sé che ci voleva qualcosa di veramente speciale per smuoverlo; così Alimena si innamora istantaneamente di una mano tagliata contenuta in una scatola di pelle di chagrin, come la Serao precisa più volte (omaggio al feticismo de La pelle di zigrino di Balzac?).

Sopra un morbido letto di velluto nero, posava una mano femminile ingemmata. Non solo la mano, precisamente: ma anche un pezzo di braccio, troncato quattro dita sotto il gomito.

La mano è stranamente «viva», ha un colore roseo, non puzza e non marcisce e Roberto Alimena la conserva gelosamente, la toglie ripetutamente dalla scatola per baciarla e confessa che «pochi volti muliebri lo avevano interessato come quella mano!»

A partire da questo feticcio il nostro immagina e si innamora della ipotetica proprietaria di cui va subito alla ricerca e che – attraverso il sapere indiziario di un professore di anatomia – viene descritta come: «una donna di temperamento sanguigno, nervoso, di carnagione chiara e vivida, di capelli castani che piegano al nero, di statura media, molto bene fatta». Deduzioni degne di Sherlock Holmes! È interessante notare che la casa editrice Salani di Firenze, che pubblica il romanzo della Serao nel 1912, aveva anche pubblicato qualche anno prima – nel 1908 – il romanzo di A. Conan Doyle, Il segno dei quattro, e successivamente pubblicherà altri romanzi delle origini del poliziesco, come il ciclo di Fantomas. Mentre le donne come la Serao e Carolina Invernizio erano pubblicate dalla stessa casa editrice in altre collane «sentimentali» rivolte specificatamente alle lettrici (povere o ricche che fossero), La mano tagliata è interessante anche perché non è incasellabile in un genere preciso.

Le vicende della ricerca della proprietaria della mano tagliata, attraverso l’Italia e l’Europa, si intrecciano con quelle dell’amico Ranieri Lambertini «di una grande famiglia romana» che è a sua volta innamorato di Rachele Cabib in cui «brillava tutta l’alta beltà muliebre giudaica» ma che «odiava il Ghetto e la sporcizia ebrea». Insomma i pregiudizi antisemiti ci sono tutti!

Trait d’union fra le due vicende è la figura dell’ebreo Marcus Henner (che nel romanzo compare e scompare sotto diversi nomi), dotato di «gobba completa davanti e dietro» occhi «verdi, verdi, verdi come l’acqua verde, gelidi, fulminei e talvolta semplicemente vitrei» e capelli rossi arruffati. Questo tipo cattivissimo pretende di essere amato dalla donna alla quale ha tagliato la mano per ripicca e non riuscendo a piegarla ai suoi desideri – perché non si accontenta di violarla quando la ipnotizza, vuole proprio esserne amato – per proprietà transitiva prova a farsi amare dalla figlia, che si scoprirà non essere altro che la giovane Rachele amata dall’amico. Naturalmente non gli va bene per niente, le due donne lo odiano, si convertono tutte e due al cattolicesimo e sono devotissime, anzi la figlia per un classico fraintendimento è convinta che l’innamorato l’abbia tradita e quindi va in convento per diventare suora di clausura fra le sepolte vive.

È interessante notare come la donna senza mano abbia una concezione della castità un po’ traballante. Infatti sposata con un uomo anziano e non molto attraente si innamora di un bellissimo ungherese di cui diviene l’amante, poi diventa religiosissima e casta all’arrivo del cattivo ebreo salvo finire la sua vita suicida non dopo aver passato un mese di passione sfrenata con il nostro Alimena – «il gentiluomo, lo sportsman (!), l’uomo ricco e felice»; che da parte sua rimarrà con la mano e un treccione nero che non manca di recidere dal capo della bella amata morta consolandosi col definirle «cose modernissime, vingtième siècle

Sembrando forse alla Serao che far l’amore con una mutilata fosse un po’ troppo perverso, la bella israelita (peraltro sempre definita per «quasi vecchia», avendo infatti 38 anni…) a seconda delle situazioni ha o non ha il braccio. La cosa è un po’ nebulosa.

Quando nell’ultima parte del romanzo tutti i fili giungono a spiegazione attraverso tre lettere, il lettore ne legge solo due, mentre del contenuto della terza non è dato sapere e il romanzo finisce bruscamente con la giovane Rachele che improvvisamente ha una riconversione ed esce dal convento per ricongiungersi con il suo amato che per tre quarti del libro – per puntiglio irragionevole – non aveva più voluto rivedere.

La lettera tagliata!

Il delitto di via Chiatamone o Temi il leone

Il delitto di via Chiatamone, come si deduce dal titolo, è un giallo in piena regola scritto nel 1907 e quindi davvero agli inizi del genere, quando le caratteristiche proprie erano ancora in via di definizione e c’erano pochissimi modelli a cui ispirarsi. Ci sono anche due abbozzi di investigatori, un funzionario di polizia e un avvocato, il primo che pensa di sfruttare la risoluzione del caso per fare carriera, il secondo una specie di prototipo dell’investigatore intelligente, riflessivo e disilluso, che si passano la mano durante lo svolgimento della trama. Un giallo in forma di feuilletton dove è chiaro che ciò che muove il mondo sono i soldi e l’amore.

Altra cosa interessante di questo libro sono le due figure femminili, incasellate secondo lo sguardo maschile nelle due grandi categorie dell’angelo e della prostituta, ma che hanno comportamenti non coerenti con il ruolo assegnatogli, seppur – come sempre nella Serao – pagheranno care queste trasgressioni.

In questa sciarada tutti i protagonisti – con i nomi più assurdi  – amano senza essere riamati essendo i loro oggetti d’amore del tutto difformi per non dire improbabili per differenza di classe e di status sociale.

Così la bionda ed eterea Teresa Gargiulo, l’«assassinata», ama disperatamente e fino alla fine il nobile Giorgio San Luciano, che ama Anthonia d’Alembert, splendida mora, appena arrivata da Parigi, dai «grandi occhi fosforescenti» che però ama (anche lei disperatamente) tale Gennarino Esposito (!), un povero marinaio il quale a sua volta ama perdutamente Teresa Gargiulo.

Non se ne viene fuori! Infatti alla fine del romanzo nessuna coppia si ricompone, il lieto fine manca e non solo viene punito il colpevole ma anche le donne che hanno – in nome della passione – deragliato dai binari con comportamenti in parte paradossali. La «santa» in realtà non ci mette un attimo a concedersi al suo amore e anche ad essere piuttosto egoista nei confronti di tutti gli altri (la Serao chiosa più volte scrivendo che «l’amore è egoista»), mentre la «prostituta» è in realtà una donna piena di abnegazione e alla ricerca della redenzione che Gennarino Esposito non vede essendo preda di una drittura morale che sconfina nell’ottusità, come lo rimprovera lo stesso nonno.

In realtà, nessuna delle due sa gestire la sola ricchezza concessa alla donna – come acutamente scrive Umberto Eco in un libretto collettivo dedicato alle scrittrici di romanzi d’appendice più famose (Serao, Invernizio, Liala, Il Castoro, 1979) – vale a dire l’imene intatto, una ricchezza da manovrare e investire con astuzia. Le donne della Serao non vogliono e non possono rinunciare alla passione e per questo la pagano cara.

Al «pezzo di legno» Gennarino fa da contraltare il duca San Luciano, che ha un ben radicato senso dell’onore: non può assolutamente mostrarsi in pubblico con la donna che ama perché lei non ha una fama impeccabile, può sedurre per interesse la povera Gargiulo e commettere altri atti criminali senza scomporsi, e sulle donne ha le idee molto chiare. Ecco uno dei colloqui che ha con la povera Teresa Gargiulo sedotta e incinta:

“Te lo dico io, e basta. D’altronde, bisogna che tu ti persuada di una cosa…”
“Quale cosa?”
“Che tutte le donne sono tradite dagli uomini.”
“Come?”
“Come ti dico io. La fedeltà maschile non esiste. Poi, in certe condizioni, come la mia, essa è addirittura impossibile.”
“Oh, Dio!”
“Sii ragionevole. Io ti voglio bene, ma non posso chiudere la mia vita con te. Cento tentazioni, cento circostanze mi trascineranno, mi trascinano alla infedeltà. E, confessalo, tu non sei in condizioni da combattere con una donna,” egli concluse con il più freddo cinismo.
“Che orrore, che orrore!”

“Se ragioni un poco ti persuadi subito.”
“Mai, mai!”
“Più tardi lo vedrai. Bisogna assuefarsi, mia cara. Tutte le amanti e le mogli nostre sono molto tradite.”
“Ma non parlavi così quando mi amavi veramente, quando io mi detti a te. Tu mi mentivi, allora, mi mentivi!”
“Si sa, che mentivo! – disse lui, sempre nel più glaciale cinismo.”
“Se lo avessi saputo, se lo avessi saputo! – ella mormorò dolorosamente.”
“Che avresti fatto, se è lecito? – E tirò una boccata di fumo dalla sua sigaretta.”
“Non ti avrei ascoltato.”
“Bah! Mi avresti ascoltato egualmente.”
“Con questa glacialità di disprezzo? No, Giorgio, no; per il mio decoro non ti avrei ascoltato.”
“Va’ là, va’ là, smetti i paroloni! Mi avresti amato e ti saresti data a me lo stesso.”
“Perché – diss’ella, rossa di vergogna.”
“Perché io ti piacevo molto – egli disse con una fatuità perfetta.”
(…)
“E dovrò sopportare in pace il tradimento?”
“Eh, sì!”
“Ma sarà impossibile.”
“Lo ignorerai, o fingerai di ignorarlo. Le scenate, vedi, fanno finire i più grandi amori.”
“E saresti capace di abbandonarmi?”
“Certamente, se non ti decidi ad essere tranquilla.”
(…)
“Così, mi lasceresti, con un figlio?”
“Se mi annoi, sì.”

La mano tagliata si trova in ebook gratuito su Amazon, invece Il delitto di via Chiatamone si trova solo nelle biblioteche, in un’edizione di Salani del 1979.

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Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/2

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

Fallada disegnato da e.o. plauen

Già dai primi anni Trenta i romanzi di Fallada erano diventati dei bestseller internazionali, proprio come quelli dei suoi più celebri colleghi dell’epoca, Thomas Mann ed Herman Hesse. Ma Fallada era troppo diverso, troppo eccentrico, troppo controcorrente, troppo sensibile, rispetto ai suoi colleghi, per diventare veramente uno scrittore di successo: lo stesso anno in cui fu pubblicato il suo primo romanzo di successo, lo scrittore subì un esaurimento nervoso. Possiamo dire che Fallada, pur avendo successo, non fu mai uno scrittore di successo. Inoltre non riuscì mai ad entrare in quella élite di autori che, ritraendosi con orrore dalla nuova barbarie del Nazismo, decisero di lasciare la Germania, o continuarono a scrivere badando a non suscitare le ire del regime, oppure addirittura ne diventarono gli araldi. In tutti questi casi il successo era assicurato.

Così non fu per Fallada. Anzitutto decise di pubblicare le sue opere sotto pseudonimo, per tenere al riparo la sua famiglia dalle ritorsioni; poi rimase fino alla fine nella sua amata Germania, che lui chiamò nel famoso diario dalla prigione “il mio paese straniero” (1944; Nel mio paese straniero, Palermo, Sellerio, 2012). Fallada assistette al crollo del Reich rinchiuso in manicomio, ma neanche dopo la fine del Nazismo diventò uno scrittore di successo, sempre inseguito dai suoi incubi, sempre sull’orlo dell’esaurimento nervoso, troppo tormentato e sofferente per adagiarsi sugli allori. Fallada non era uno di quegli intellettuali migranti e cosmopoliti come Henry James o T.S. Eliot, che si possono tranquillamente trasferire in un altro paese continuando a produrre sempre con lo stesso stile e con la stessa intensità. Per sua stessa ammissione, non avrebbe mai potuto continuare a scrivere al di fuori della Germania, che rimaneva pur sempre la sua patria anche se oppressa da un regime brutale che egli disprezzava profondamente.

A differenza di altri scrittori che sono diventati apertamente antinazisti soltanto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, come Gunther Grass, ad esempio (che ha militato nella Hitlerjugend e nelle SS), Fallada ha subito sulla propria pelle tutta l’enorme pressione psicologica derivante dal fatto di vedere la sua Germania ridotta in quello stato miserevole, dapprima a causa della terribile crisi economica dal ’29 al ’32, e poi per l’ascesa al potere dei Nazisti. Non fu una scelta facile, la sua. Fallada infatti avrebbe potuto tranquillamente continuare a sfruttare il filone d’oro, cioè raccontare con grande realismo le vicissitudini del pover’uomo durante la Repubblica di Weimar, trasformandolo in una sorta di Fantozzi ante litteram, senza indagare troppo a fondo sull’aspetto più squisitamente politico delle sue vicende. Per qualche anno fece proprio questo, come dimostra la serie del “Pover’uomo”, ma di fronte alle richieste sempre più pressanti dei nazisti di diventare uno scrittore di propaganda, alla fine fu costretto a dire un no chiaro e inequivocabile.

I primi problemi insorsero quando uscì il film tratto dal suo romanzo, film che purtroppo Fallada non riuscì mai a vedere. I Nazisti – e Joseph Goebbels in particolare – si accorsero che il produttore del film, Carl Laemmle Jr, era un ebreo, bloccarono i diritti delle opere di Fallada per l’estero, e cominciarono ad attenzionare il soggetto. Le attenzioni aumentarono ulteriormente quando Fallada si rifiutò di iscriversi al Partito Nazista. Il suo romanzo sfuggì miracolosamente alla censura del Regime perchè i due protagonisti di E adesso, pover’uomo?, Johannes ed Emma, mantengono fino alla fine un atteggiamento equidistante rispetto all’insorgere del potere nazista, anche se Emma in realtà è iscritta alla SPD e mostra qualche simpatia per i comunisti (ma proprio questa parte del libro fu censurata nell’edizione italiana e probabilmente anche nelle edizioni tedesche dopo il 1933).

Nel 1936, Fallada pubblica Vecchio cuore vai alla ventura (Mondadori, 1938), romanzo che gli attirò le critiche dei nazisti, ma a partire da Wolf unter Wolfen (Lupo tra i lupi), pubblicato l’anno dopo, il regime comincia ad approvare le opere di Fallada, perché quest’ultimo romanzo sembra concentrare le sue critiche ancora una volta contro la Repubblica di Weimar. A questo punto scrive un romanzo dove si mostra la Germania umiliata dopo la grande guerra attraverso la storia di una famiglia tedesca fino al 1933. Goebbels rivede il manoscritto e chiede all’autore di andare oltre quell’anno, per far vedere come l’avvento del nazismo abbia portato al riscatto della nazione; Fallada cede, anche perché ha bisogno di soldi, e scrive Der eiserne Gustav (Gustav di ferro), che esce nel 1938. Il cavallo parlante è diventato un semplice cavallo da circo, che indica con la testa la risposta giusta alla domanda del suo padrone. La testa di cavallo, che aveva sempre detto la verità, comincia a raccontare il falso…

E dire che Fallada avrebbe avuto diverse occasioni di andarsene dalla Germania. Poco prima della guerra il suo editore inglese, George Putnam, organizzò addirittura un tentativo di fuga per lo scrittore, approntando una barca apposta per lui e per la sua famiglia, ma Fallada si rifiutò all’ultimo momento di scappare dalla Germania. Per lui il suolo della Germania era l’unico che potesse nutrire le sue radici, gli era impossibile continuare a scrivere altrove. Ovviamente tutta questa enorme pressione psicologica su di lui (soprattutto le pressanti richieste di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita) provocò un nuovo esaurimento e una ricaduta nell’alcolismo e nella morfinomania.

Nel 1944, durante un litigio, Fallada spara un colpo di pistola alla testa della moglie Suse – che tanto si era adoperata per salvarlo dall’alcolismo e dalla tossicodipendenza – per fortuna senza ucciderla. Viene internato di nuovo in manicomio, ricovero che gli consente almeno di eludere la richiesta da parte di Goebbels di scrivere un romanzo antisemita; la stesura di ques’ultimo viene costantemente rimandata adducendo vari pretesti. Va detto che in manicomio Fallada viene trattato con un occhio di riguardo a causa dell’incarico ricevuto direttamente dal Ministro della Propaganda, e gli viene regolarmente fornita la carta per scrivere (che in quel momento era razionata in tutto il paese); e lo scrittore non la userà per scrivere il romanzo propagandistico voluto da Goebbels, ma tutt’altro.

Quindi Fallada continuò ad essere un sordo oppositore del Regime per tutta la vita, nonostante i pressanti inviti a contribuire con le sue opere alla propaganda nazista. Riesce nonostante tutto a continuare a scrivere, ad esprimere nei suoi testi scritti in una grafia illeggibile una voce critica nei confronti di un regime che deteneva un controllo assoluto su ogni aspetto della vita tedesca dell’epoca. Durante i suoi lunghi anni di internamento scrive ben tre romanzi «cifrati» (tanto è difficile da leggere la grafia di Fallada nel manoscritto che esso venne decrittato completamente soltanto molto dopo la sua morte, negli anni settanta), tra cui Il bevitore (1950), pubblicato in Italia nel 1952 dalle Edizioni Mediterranee, e recentemente riproposto da Castelvecchi (2017). Vi si racconta la storia della progressiva discesa agli inferi dell’alcolismo e della tossicodipendenza da parte di un uomo sensibile e intelligente che riesce nonostante tutto a trovare dentro di sé le risorse psicologiche per resistere alla propaganda e alle torture fisiche e psicologiche del Regime. Nel suo romanzo Fallada ripercorre la sua attività di scrittore, e la sua storia personale di alcolista e morfinomane. A pensarci bene anche in questo romanzo si ripropone la profonda ambiguità che ha caratterizzato il rapporto vittime-carnefici sotto il Nazismo. Mentre le vittime cercavano nell’alcool una consolazione alle loro misere vite sotto il regime nazista, i carnefici cercavano di tacitare con l’alcool e con le droghe quel barlume di coscienza morale che ancora albergava in loro; e queste erano le abitudini dei sorveglianti dei campi di concentramento stando alle testimonianze rese dai sopravvissuti.

Dopo la caduta del Terzo Reich, nel 1945, Fallada viene riabilitato. Il nazismo è caduto e finalmente la testa di cavallo può ricominciare a dire le cose come stanno. Per voltare pagina rispetto agli anni bui del Nazismo, e per rilanciare l’immagine di un autore che molti consideravano compromesso con il regime, un editore di sinistra gli commissiona un’opera ispirata ad un clamoroso episodio di resistenza alla dittatura hitleriana (uno dei pochi), fornendogli il fascicolo originale della GESTAPO che riguardava la coppia dei coniugi operai Otto ed Elise Hampel, ribattezzati poi Quangel da Fallada. Ne venne fuori, in soli 24 giorni, il corposo romanzo Ognuno muore solo (Einaudi, 1952; ora Sellerio, 2010), la storia di una coppia di coniugi che esprimono il proprio dissenso radicale al Regime Nazista lasciando in giro per la città di Berlino alcune cartoline anonime che denunciano la stupidità e la brutalità del regime, e per questo vengono condannati a morte. Non è esagerato parlare di capolavoro, con passi che raggiungono un’intensità sconcertante, e dialoghi straordinariamente efficaci, soprattutto nella parte successiva all’arresto e all’internamento dei coniugi Quangel, quasi che lo stesso scrittore stia soffrendo insieme ai suoi protagonisti dentro la prigione e dentro il manicomio. Fallada i manicomi e le prigioni naziste li conosce anche troppo bene, e non molla i suoi personaggi neanche per un attimo, rimane con loro fino all’ultimo istante, sembra quasi che voglia morire insieme a loro, così come aveva tentato tante volte di fare. Alla fine Otto Quangel viene giustiziato tramite decapitazione. La sua testa, che aveva albergato pensieri contrari al Regime, non può più parlare, lo scrittore delle cartoline che criticavano il regime non può più scrivere.

Tutto ciò che non aveva potuto scrivere sotto il Nazismo, Fallada lo concentra in questo libro che rappresenta una critica feroce della brutalità dei Nazisti e della loro fondamentale stupidità. Il libro fu molto apprezzato, anche fuori dalla Germania, tanto che Primo Levi scrisse che era «il libro più importante che sia mai stato scritto sulla Resistenza tedesca al nazismo».

Hans Fallada è stato tanti scrittori in uno: è stato il cantore dell’estrema umiliazione subita dal ceto medio sotto la Repubblica di Weimar; è stato l’alfiere di una scrittura più realistica e più attenta ai sentimenti dopo gli eccessi dell’Espressionismo, ha raccontato l’inferno della droga nella Berlino degli anni Trenta, ha raccontato di un intero popolo reso schiavo dall’alcool e dalle droghe, è stato per un brevissimo periodo uno scrittore osannato dal regime, infine ha raccontato un gesto eroico e quasi disperato di resistenza al nazismo.

Insomma, è arrivato il momento di riscoprire e rileggere le opere di Hans Fallada, tutte le opere di Fallada, anche quelle più scomode, anche quelle più “lontane” da noi (Contadini Bonzi e Bombe contiene, ad esempio, alcuni dei dialoghi più efficaci che siano mai stati scritti in lingua tedesca), se vogliamo capire veramente come è stato possibile che la nazione più civilizzata d’Europa sia sprofondata nella barbarie più totale. È importante ricominciare a rileggere attentamente questi romanzi, non solo per capire la Germania degli anni Trenta e Quaranta, ma per individuare alcuni meccanismi pressoché identici che stanno portando negli ultimi anni, anche in Italia, all’attuale impoverimento del ceto medio a causa della crisi e dunque agli albori di un nuovo nazifascismo. Quando la rabbia e la frustrazione del ceto medio superano il livello di guardia, la reazione è una ribellione rabbiosa contro la loro stessa precarizzazione e proletarizzazione; un elettorato incattivito e diffidente, spaventato e aggressivo, comincia a votare per gli equivalenti odierni di fascisti e nazisti.

E chissà che non sia ancora una volta la testa di un cavallo parlante a sobbarcarsi l’ingrato compito di raccontarci la verità.

La prima parte di questo speciale è uscita il 5 dicembre u.s.

 

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Speciale Hans Fallada: Il mio Reich per un cavallo/1

ricostruisce PAOLO PREZZAVENTO

PARTE PRIMA

Tutto inizia e tutto finisce con un cavallo, animale che è simbolo di intelligenza e di saggezza, sia per la cultura orientale che per quella occidentale, fin dalla notte dei tempi. Nell’induismo la testa di cavallo parlante è un simbolo della conoscenza, ma anche di vigore fisico e sessuale, come nell’immagine dello stallone. La figura del cavallo dunque ha radici profonde nell’inconscio collettivo, come nella rappresentazione degli unicorni di Salvador Dalì, simboli della frustrazione dell’artista per la perdita della potenza sessuale, oppure nel «Caso Clinico del Piccolo Hans» (1908) raccontato da Sigmund Freud, che individua nell’episodio del cavallo caduto l’insorgere del disturbo mentale nel piccolo Hans, contemporaneo alla scoperta della sessualità.

Ma nel Novecento l’immagine del cavallo, da simbolo di forza e intelligenza, si trasforma in simbolo di morte e di spossatezza fisica. Andiamo a rileggere quello straordinario racconto di Franz Kafka, «Un medico di campagna», con la sua potente immagine dei cavalli sfiniti, oppure la storia del cavallo-senatore Bucefalo, quello di Alessandro Magno, nel racconto «Il Nuovo Avvocato», che dimostra quanto possa essere sterile la conoscenza se non è accompagnata dalla speranza.

In Germania Anno Zero di Rossellini il protagonista, Edward Koheler, assiste allo smembramento di un cavallo morto per le strade di una Berlino devastata dalle bombe. Quel cavallo morto smembrato diventa un simbolo del tracollo della Germania annientata e smembrata dalle Potenze Alleate. Un cavallo morto appare nel Nosferatu di Herzog, quando si scatena la peste portata dal Conte Dracula e gli abitanti del paese, ormai contagiati, si abbandonano ad una vera e propria festa orgiastica, in una scena che ricorda l’ultima festa che si svolse nel Bunker della Cancelleria, nell’aprile del 1945, dove Hitler e i suoi fedelissimi trascorsero gli ultimi giorni del Terzo Reich. Ed è sempre un cavallo l’animale che Friedrich Nietzsche abbracciò in lacrime quel famoso 3 Gennaio 1889 a Torino, all’insorgere della sua pazzia. È sintomo di pazzia anche il cavallo di Kaspar Hauser nell’altro film di Herzog, L’enigma di Kaspar Hauser, la parola che il piccolo Kaspar continua a ripetere in modo ossessivo, tenendo in mano un piccolo cavalluccio-giocattolo che muove freneticamente, forse in un disperato tentativo di sfuggire alla solitudine e alla follia. Per non parlare della terribile scena della testa di cavallo utilizzata come esca per le anguille nel Tamburo di latta di Grass, da cui fuoriescono, man mano che si prosegue nella lettura, viscide anguille sempre più grandi, quasi a simboleggiare il passato oscuro e inafferrabile della Germania, il «passato che non passa» del Nazionalsocialismo, quel male oscuro che si è nascosto e si è annidato in una nazione progredita e istruita come la Germania.

I cavalli di Franz Marc

Anche in questa sede parleremo di un cavallo, o meglio di un uomo-cavallo; si tratta di Hans Fallada, pseudonimo scelto dallo scrittore Rudolph Wilhelm Friedrich Ditzen (Greifswald, 1893 – Berlino 1947), tratto da due famose fiabe dei Fratelli Grimm, «La Fortuna di Hans» e «La guardiana delle oche». In quest’ultima si narra di una serva che si spaccia per una principessa e fa decapitare il cavallo magico Falada, l’unico testimone dell’usurpazione. Ma la vera principessa, che intanto è stata messa a far la guardia alle oche del Re, chiede che la testa del suo cavallo parlante venga inchiodata all’ingresso della città, così che ogni volta che lei ci passa sotto la testa di Falada possa raccontare la verità. Ecco dunque come nacque lo pseudonimo di Fallada, uno scrittore che ha molto in comune con Kafka, non solo per l’immagine dei cavalli, ma perché anche in Fallada la scrittura si configura come un estremo tentativo di mantenere la propria identità e integrità di fronte alla spaventosa macchina della Burocrazia che cerca di stritolare gli uomini, di mantenere un barlume di speranza malgrado tutto, una teologia negativa, in cui non c’è alcun Dio, eppure è rimasta la speranza. Sotto il Nazismo, Fallada si aggrappò disperatamente alla sua scrittura, per non impazzire definitivamente, per mantenere la sua dignità, per poter continuare a esprimere i suoi pensieri e le sue opinioni, nonostante fosse internato in un enorme manicomio, la Germania hitleriana.

La figura del cavallo ha a che fare con questo straordinario scrittore tedesco anche sotto un altro punto di vista, che prescinde dalle filiazioni letterarie e dal folklore tedesco. Dietro la scelta di questo pseudonimo, come nella storia del Piccolo Hans e l’anno dopo la sua pubblicazione, si nasconde infatti anche uno di quegli incidenti che segnano in modo indelebile la vita di una persona. Quando aveva sedici anni il piccolo Rudolph Ditzen andò a sbattere con la bicicletta contro un carro trainato da cavalli, e uno di questi lo calpestò e gli dette un calcio alla testa che per poco non lo uccise. I postumi dell’incidente provocarono nel piccolo Rudolph mal di testa fortissimi, che i medici cominciarono a curare somministrando al ragazzino della morfina, come si faceva di solito all’epoca. Dopo questo incidente il giovane Rudolph comincerà anche a bere, diventando a poco a poco un alcolista, un vizio che lo accompagnerà per tutta la vita

Dunque la carriera letteraria di Ditzen/Fallada, nato in una famiglia borghese benestante, uno degli scrittori tedeschi più conosciuti del XX secolo, comincia all’insegna di una idea fissa, continuare a scrivere nonostante tutto e dire sempre la verità, conficcatagli in testa dal micidiale calcio di un cavallo. Quest’idea è all’origine della sua ricerca compulsiva della verità, anche a costo della propria autodistruzione. Nel 1910, l’anno dopo l’incidente con il cavallo, Fallada tentò il suicidio ingerendo del veleno. Nel 1911 si verificò un secondo tentativo di suicidio, questa volta con una pistola in un finto duello, dal quale scampò miracolosamente, tentativo che comportò il suo ricovero in un sanatorio che era in realtà una vera e propria clinica psichiatrica. Ne seguì tutta una serie di ricoveri in vari istituti psichiatrici, che contrassegnarono tutta la vita di Ditzen/Fallada.

Nel 1917-19 Fallada ricomincia ad assumere morfina e a bere, ed è ben presto costretto a sottoporsi a una cura disintossicante. La sua esperienza di tossicodipendente la racconta in un testo straordinario, Sulla buona sorte del morfinomane. Una relazione circostanziata (SE, 2018), il resoconto dettagliato della disperata ricerca di una dose di morfina in tutte le farmacie di Berlino con l’amico Wolfgang, ricerca antesignana delle peregrinazioni in tutte le farmacie di Manhattan – sempre alla ricerca della morfina – descritte da William Burroughs. Questo racconto rimase a lungo inedito, anche dopo la morte di Fallada (nel 1947), fino al 1997. Inutile dire che lo scritto di Fallada va ad inserirsi a buon diritto tra quei resoconti sull’esperienza della droga che vantano titoli molto più celebri come le Lettere dello Yage di Burroughs, Conoscenza dagli abissi di Henri Michaux o Le porte della percezione di Aldous Huxley. Il vizio del bere invece ispirerà un altro suo racconto, «Tre anni senza essere un uomo», anch’esso incluso nel volumetto di SE. In quest’ultimo resoconto Fallada narra la sua reclusione in carcere, nel periodo che va dal 1924 al 1928, esperienza che almeno gli consentì, per un certo periodo, di allontanarsi dall’alcool e dalla morfina.

Nel 1929, finalmente libero dalla prigione e disintossicato, Fallada si sposa con Anne Margrete Issel, detta Suse, e pubblica il suo primo libro di successo: Contadini, Bonzi e Bombe, (tr. Luciano Inga Pin, Baldini e Castoldi, 1956), sulla rivolta popolare dei contadini della Pomerania ai tempi della Repubblica di Weimar, romanzo che ebbe un notevole successo anche in Italia, tanto che lo si può trovare nelle più sperdute biblioteche di paese. Tale romanzo è decisivo nello sviluppo della poetica di Fallada, ma purtroppo è quasi introvabile sul mercato librario, a causa probabilmente della sua accesa polemica contro i «rossi», e in particolare contro i cosiddetti «bonzi», cioè i pezzi grossi, i dirigenti del Partito Social-Democratico (SPD) e del Partito Comunista (KPD), che all’epoca amministravano numerose città tedesche, apertamente accusati nel libro di aver brutalmente represso la pacifica protesta dei contadini nel paesino immaginario di Altholm, in realtà Neumunster; Fallada seguì come giornalista il cosiddetto «processo dei contadini» che cercò di chiarire le circostanze degli scontri che si verificarono tra i coltivatori e la polizia.

Il grande successo di Fallada comincia dunque in Germania, ma diventa internazionale a partire dal 1932, quando viene pubblicato il suo romanzo più celebre, E adesso, pover’uomo? (Mondadori, 1933; ristampato da Sellerio nel 2008). Il romanzo ebbe un tale successo che fu subito tradotto in diverse lingue e attirò l’attenzione dell’industria del cinema di Hollywood, che ne ricavò nel 1934 il film Little Man, What Now?, con Douglass Montgomery e Margaret Sullavan, diretto da quel Frank Borzage che due anni prima era stato il regista dell’adattamento cinematografico di Addio alle armi di Hemingway. E adesso, pover’uomo è la spietata descrizione della società tedesca tra le due guerre, secondo i canoni della Nuova Oggettività (Neue Sachlickheit), un movimento che intendeva reagire agli eccessi dell’Espressionismo. Il libro narra le vicende di un giovane contabile tedesco, Johannes Pinneberg, rappresentante della piccola borghesia, coinvolto nella grave crisi economica degli anni ’20 sotto la Repubblica di Weimar. Johannes e la sua giovane moglie, Emma Morschel, detta Lammchen (agnellino), vanno a vivere all’inizio nella Germania rurale, poi si trasferiscono a Berlino in cerca di fortuna. Johannes scopre che la sua matrigna gestisce un bordello, e che il suo amante, Jachmann, ha posato gli occhi su sua moglie.

Insomma, questo scrittore che oggi (nonostante gli sforzi della casa editrice Sellerio che ne sta ripubblicando i migliori romanzi) rimane ancora un oggetto sconosciuto al grande pubblico dei lettori italiani, negli anni Trenta e Quaranta era un autore di bestseller anche da noi, nonostante la censura fascista. Sebbene non fosse propriamente uno scrittore di regime, gli editor della Mondadori e i censori del regime fascista non percepirono la pericolosità dei testi di Fallada, anche se qualche taglio nell’edizione italiana effettivamente ci fu. La propaganda del regime, anche di quello nazista, ritenne che le vicende del pover’uomo di Fallada, che a causa della crisi della Repubblica di Weimar progressivamente sprofonda in una condizione di sottoproletario, fossero perfette per intrattenere e svagare i lettori che potevano in questo modo ritenersi fortunati rispetto al pover’uomo. Inoltre, nella rabbia mista a frustrazione del povero impiegato Pinneberg, il ceto medio dell’epoca vedeva riflessa quella stessa rabbia e frustrazione che l’aveva spinto a votare in massa per il Partito Fascista e successivamente per il Partito Nazista. Del resto il primo romanzo di Fallada sulla rivolta dei contadini, classe sociale tradizionalmente di destra, avversaria dei rossi e tendenzialmente antisemita (non mancano le battute antisemite nel romanzo, non si sa quanto condivise dall’autore), aveva convinto i nazisti che Fallada fosse uno dei loro.

La fortuna di Fallada in Italia continuerà per qualche tempo anche nel secondo dopoguerra, dopo la sua morte nel 1947, tanto che da uno dei suoi romanzi della serie del pover’uomo, Tutto da rifare, pover’uomo (dove si immagina il pover’uomo che eredita un’immensa fortuna, ma non per questo cessa di essere uno sfigato), pubblicato in Italia da Mondadori nel 1940, fu anche tratto uno sceneggiato per la TV nei primi anni sessanta, con Laura Betti, Paolo Poli e Luigi Vannucchi.

Un discorso a parte meriterebbe l’analisi della fortuna di Fallada in America: la sua fama iniziò in modo trionfale nel 1934 con il film di Borzage, poi finì sottotraccia per diversi decenni, riaffiorando solo in epoca recente con tutta una serie di nuove edizioni, anche delle opere minori o meno ispirate, che cercavano di soddisfare i desiderata dei gerarchi nazisti. Recentemente, nel 2018, è uscito anche un film, Lettere da Berlino, tratto dal romanzo Ognuno Muore Solo (1947), con Emma Thompson e Brendan Gillison, per la regia di Vincent Perez.

L’unico che in America, già negli anni Sessanta, sembrava aver compreso la grandezza di Fallada era uno scrittore di fantascienza apparentemente lontanissimo da lui, Philip K. Dick (ne raccomanda la lettura in alcune lettere), che forse intravedeva nel pover’uomo di Fallada l’antenato dei suoi personaggi, apparentemente insignificanti, umili repairman o commessi in un negozio di dischi, ma portatori di un messaggio da cui potrebbe dipendere il destino del mondo. Del resto, curiosamente, lo stesso Dick teneva molto a sottolineare il fatto che il suo nome, Philip, in greco antico significava «amante dei cavalli», tanto da chiamare uno dei suoi personaggi-alter ego Horselover Fat, traduzione letterale del suo nome in inglese. Inoltre era lui stesso, come Fallada, uno scrittore emarginato, bistrattato, considerato pazzo e costantemente impegnato in una dura lotta per la sopravvivenza. Anche Dick, come Fallada, ricorreva spesso alle droghe per «reggere» a sessioni di scrittura disumane, che a volte duravano per giorni e giorni di seguito (l’ultimo romanzo di Fallada, Ognuno Muore Solo, più di 700 pagine nell’edizione italiana, fu scritto in soli 24 giorni). Guarda caso, quelle stesse droghe – come il Pervitin, una potente amfetamina – che utilizzarono i carristi dell’esercito tedesco per portare a termine la conquista della Francia in meno di due mesi, guidando i loro carri armati giorno e notte, senza dormire quasi mai. Come hanno dimostrato gli studi di Norman Ohler, e in particolare il saggio Tossici. L’arma segreta del Reich. La droga nella Germania Nazista (Milano, Rizzoli, 2016), l’intera Germania era diventata, negli anni Trenta, una nazione di tossici, e il capo dei tossici era proprio lui, Adolf Hitler, cui il suo dottore personale, il Dottor Morrell, somministrava numerose iniezioni dei più svariati oppiacei nel corso della giornata per tenerlo su, soprattutto quando le sorti della guerra cominciarono a volgere a sfavore della Germania. L’alcolismo e la tossicodipendenza coinvolgevano tutti i tedeschi, sia le vittime che i carnefici; le prime per sopportare le vessazioni e le umiliazioni dei secondi, questi ultimi per ottundere il loro senso morale quando si abbandonavano ai più efferati massacri.

(continua)

La seconda parte di questo Speciale Fallada verrà pubblicata il 15 dicembre.

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