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Grottesche fiamminghe

Jean Ray, il cittadino della paura indicibile

approfondisce WALTER CATALANO

Un’innegabile e inspiegabile sfortuna editoriale affligge da sempre, nel nostro paese, l’opera del più grande narratore fantastico europeo non anglofono: il belga Raymond Jean Marie De Kremer, nato a Gand nel 1887 e morto nella stessa città delle Fiandre nel 1964, dopo un’intensa attività letteraria bilingue – in francese e in fiammingo – sotto innumerevoli pseudonimi, i più noti dei quali sono Jean Ray e John Flanders.

La sua prima apparizione in Italia risale al lontano 1963, quando Baldini&Castoldi traduce sotto il titolo di 25 racconti neri e fantastici, l’antologia Les 25 meilleures histoires noires et fantastiques, che nel 1961 aveva rivelato al pubblico francese l’opera del cosiddetto Edgar Poe belga. E la Francia aveva apprezzato, accogliendo entusiasticamente questo outsider di provincia e riservandogli un onorevole scranno, a fianco di Lovecraft, nel pantheon dei grandi del macabro e del weird. Benché questa antologia di racconti contenesse tutto il meglio allora noto delle sue storie – selezionate in prima persona dall’autore stesso – da noi nessuno ci fece caso: mentre H.P. Lovecraft, introdotto più o meno in quegli anni da Fruttero e Lucentini nelle antologie Storie di fantasmi e I mostri all’angolo della strada, spiccava il suo primo balzo verso la gloria, Jean Ray restava un nome del tutto sconosciuto.

Nel 1966 ci riprova Sugar, nella collana Week-end, dedicata alla narrativa popolare. Viene tradotto il romanzo più giustamente famoso di Jean Ray, Malpertuis, uscito in originale nel 1943. La sorte sarà la stessa – inspiegabilmente. Nei decenni successivi il visionario belga cade da noi nel più completo oblio; a eccezione di qualche episodico racconto disperso in riviste o raccolte minori miscellanee, la sua ragguardevole produzione narrativa viene regolarmente ignorata, proprio mentre Oltralpe il nome di Jean Ray si consolida sempre di più e viene incluso definitivamente nel numero dei grandi del fantastique: numerosi nuovi racconti o romanzi della sua sterminata produzione vengono scoperti o tradotti dal fiammingo in francese; registi di grido come Alain Resnais o Harry Kumel realizzano o tentano di realizzare trasposizioni cinematografiche, in verità non sempre riuscite, dei suoi testi, e un’ampia saggistica su di lui si diffonde anche oltre l’ambito della narrativa di genere.

Dopo un ennesimo sfortunato tentativo di Mondadori di affiancare a Urania nelle edicole una collana di romanzi horror, che nel 1990 ripropone – di nuovo nella totale indifferenza – Malpertuis, il nome di Jean Ray viene nuovamente archiviato: al lettore italiano interessato non resta che imparare il francese o rassegnarsi ad aspettare un indefinito futuro per apprezzare questo autore. Solo nel 2007, finalmente, dopo decenni di oblio, esce la raccolta La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, edita da Profondo Rosso – la piccola casa editrice romana diretta da Luigi Cozzi e ispirata da Dario Argento – che presenta, oltre ad alcuni racconti orrorifici, una piccola scelta delle storie poliziesche del lungo ciclo di Harry Dickson, lo Sherlock Holmes americano (durato per ben 178 numeri dal gennaio del 1929 all’aprile del 1938), avventure seriali che Ray avrebbe dovuto tradurre dal tedesco in francese per una collana popolare belga, ma che invece lo scrittore belga usava riscrivere di sana pianta prendendo spunto dai titoli e dalle copertine delle edizioni originali precedenti la Prima Guerra mondiale.

Il dado è così finalmente tratto e nel settembre del 2010 un’altra piccola ma agguerrita casa editrice ha il coraggio di fare quello che le major non oseranno mai: la milanese Edizioni Hypnos, specializzata nella riscoperta dei grandi del macabro (citiamo solo la ristampa de Il Re in Giallo di Robert W. Chambers; i due volumi dei racconti di Fitz James O’Brien; alcune raccolte di Robert Aickman, Oliver Onions, Arthur Machen o la riscoperta del veterano dell’horror polacco, Stefan Grabinsky, ecc.), pubblica Il Gran Notturno, e nel marzo del 2013, I racconti del Whisky: un esauriente scorcio sulla produzione dello scrittore è così finalmente disponibile nella nostra lingua, selezionata con l’ausilio della Amicale Jean Ray, l’associazione belga che si prefigge di salvaguardare e diffondere l’opera del maestro di Gand.

Queste ultime pubblicazioni permettono di riconsiderare ormai con precisione un autore affascinante e ingiustamente trascurato, inquadrandolo mediante un accurato profilo bio-bibliografico, una selezione filologica dei testi ed un apparato critico di tutto rispetto. Il vecchio pirata delle Fiandre ha così un’altra chance di conquistarsi un pubblico di cultori anche da noi e, dopo che il capolavoro Malpertuis è stato riproposto una seconda volta, nel dicembre del 2016 su Urania, non senza un certo apprezzamento, non è più così difficile credere che altri romanzi importanti come Saint Judas-de-la-Nuit (1964) o La cité de l’indicible peur (1943), possano avere finalmente una degna traduzione e ottenere il riconoscimento che meritano anche presso i lettori italiani.

Jean Ray è stato uno scrittore fondamentale per la narrativa di genere europea che, nel campo del fantastico, ha una statura non inferiore a quella d’indiscussi maestri del weird anglosassone come Algernon Blackwood, William Hope Hodgson (al quale lo accomunano le numerose e raccapriccianti ghost-stories di ambientazione marinaresca: per tutte il delirante capolavoro «Il Salterio di Mayence»), Arthur Machen o M. R. James. Il fin troppo frequente paragone con Lovecraft è, a mio avviso, meno calzante, sia per stile che per tematiche. È però vero che, come lo scrittore di Providence, anche il Fiammingo ebbe una capacità affabulatoria ossessiva in cui sogno e realtà erano assolutamente intercambiabili e le possibilità allucinatorie legate alla trasfigurazione fantastica dei dati minutamente reali dell’ambiente, virtualmente infinite.

Ray non ebbe interessi cosmici, extraterrestri, non s’interessò di fantascienza: la sua concezione del gotico era più tradizionale di quella lovecraftiana, ma, nello stesso tempo, anch’egli fu profondamente innovativo nell’attenzione minuziosa per i paesaggi, gli ambienti, le psicologie dei personaggi: ebbe inoltre un sense of humour humour nero ovviamente, anzi nerissimo – che Lovecraft non conobbe mai. I suoi racconti sono profondamente radicati nella terra di Bruegel e di Bosch. Come nelle visioni dei due grandi pittori, l’incubo s’intreccia sempre strettamente alla vita ordinaria: il mostruoso e il demoniaco sono solo una deformazione prospettica del banale e del familiare. Così sonnacchiose cittadine del nord Europa, vicoli e taverne prospicienti a canali nebbiosi, bottegucce dalle insegne liberty, paesaggi sfumati cari a certa letteratura decadente e suoi derivati – da Bruges la morta di Rodenbach, fino ai noir di Georges Simenon – si animano di presenze fantomatiche e terrorizzanti: le grottesche delle cattedrali gotiche scendono a camminare in mezzo agli uomini e si confondono con loro.

Impiegatucci, bibliotecarie avvizzite, droghieri appesantiti dalle troppe birre scolate, marinai appesi alla loro pipa di radica: in mezzo a questi personaggi ordinari possono nascondersi perfino gli esiliati dei dell’Olimpo – per esempio in Malpertuis – che ormai degradati a umili borghesi, infestano una casa maledetta, prigionieri di un negromante. E inquietanti caricature gotiche sono i protagonisti e le situazioni dei magistrali 25 racconti neri e fantastici. Vittime e carnefici in Ghost-stories, orrori cosmici, thriller noir: le variazioni sono molteplici, ma tutte ineguagliabilmente segnate da un tocco surreale e bizzarro, dall’ironia e dal sarcasmo. Cimiteri che vanno in giro a ossessionare gli incauti visitatori sovrapponendosi al giardino di casa («Il cimitero di Marlyweck»); odissee marinaresche in altre dimensioni («Il salterio di Mayence»); un vecchio zio che si rivela essere niente meno che la Morte stessa («La verità su zio Timotheus»); un uomo che seduce una bella vampira e ne diventa l’amante ma poi la tradisce facendola morire di gelosia («Dio, tu e io»); una palude infestata da una sirena («L’uomo che osò»); un ubriaco che torna a casa e uccide un intruso credendolo un ladro, in realtà ha sbagliato abitazione e assassinato inutilmente un innocente («La notte di Camberwell»); la rivalità fra due serial killer che cercheranno di assassinarsi a vicenda («Il signor Gless cambia direzione»); una casa maledetta con una stanza stomaco che si nutre di carne umana («Storchhaus o la casa delle cicogne»), e così via.

Sebbene sprofondato in un immaginario assolutamente europeo (e assolutamente fiammingo, con qualche episodica escursione a Londra, ad Amsterdam o ad Amburgo) Jean Ray ebbe l’onore di essere pubblicato in inglese, sotto lo pseudonimo di John Flanders, sui pulp americani: Weird Tales nel 1934 e 1935 (i racconti «Nude With a Dagger»; «The Graveyard Duchess»; «The Aztec Ring»; «The Mistery of the Last Guest»); Terror Tales nel 1935 («If Thy Right Hand Offend Thee») e nel 1941 ancora su un’antologia di racconti ripresi da Weird Tales: 25 Modern Stories of Mistery and Imagination1.

La sua produzione, in fiammingo e in francese, è stata sconfinata: libri per ragazzi, cronache giornalistiche, poesie, testi per canzoni, sceneggiature per fumetti. Scrive perfino un’agiografia di San Nicola (perché ovviamente è la figura fantomatica di Babbo Natale che lo interessa…); e la sua capacità affabulatoria è tale che trasforma sé stesso, con la fantasia, in un personaggio dei suoi racconti. Nipote di un’indiana sioux; pirata e contrabbandiere durante il Proibizionismo; marinaio che ha fatto sette volte il giro del mondo; domatore di leoni e addomesticatore di tarantole; perseguitato da un suo fantasma personale, «l’omino col fazzoletto rosso», che gli appare in certi momenti particolari come uno spirito guida.

In realtà la sua vita è stata piuttosto banale, dedita interamente alla scrittura: l’unica avventura, o meglio, disavventura che pare autentica, è il suo tentativo di organizzare nel 1924 – quando interrompe temporaneamente tutte le collaborazioni letterarie – un affare di contrabbando d’alcool negli Stati Uniti. L’appropriazione indebita del denaro da investire nell’affare gli costerà la condanna a quattro anni di prigione nel 1926: per qualche tempo non si firmerà più Jean Ray.

Come scrive di lui il continuatore e discepolo Thomas Owen – altro interessante scrittore fiammingo del tutto misconosciuto da noi:

Jean Ray pratica un fantastico dall’emozione forte. Con lui, il mostro fracassa la porta. Con me invece, il mostro soffia un po’ di fumo attraverso il buco della serratura. Lui fa irruzione nel quotidiano; io mi ci insinuo in modo sornione… In Jean Ray ci sono davvero pochi terrori interiori; il suo terrore è sempre legato ad avvenimenti straordinari, inesplicabili, che coinvolgono l’uomo ma che vengono da fuori. Io penso invece che la paura nasca molto più nell’interno del personaggio, perché è lo stesso personaggio che conferisce ad avvenimenti infimi e quotidiani un’importanza che non è rivelata che a lui e che io rivelo al lettore… In Jean Ray non c’è mai solo il fantastico, ma anche l’avventura, come già l’avevo trovata in Blaise Cendrars. Fra Blaise Cendrars e Jean Ray, ci sono per me delle affinità: un certo gusto dell’affabulazione – e della menzogna d’altronde –un grande calore nel gusto dell’avventura e del rischio.2

Assolutamente pertinente mi pare il parallelo con Cendrars, altra geniale, simpatica carogna.

Molte sono le opere di quest’uomo dalla fantasia dirompente che varrebbe la pena leggere: primo fra tutti il capolavoro Malpertuis, in cui il classico tema della casa infestata viene sovvertito e rinnovato: la dimora maledetta non è tanto abitacolo di fantasmi quanto ospizio di dei in rottamazione (che ha ispirato Valerio Evangelisti, ma credo che anche il comunque grande Neil Gaiman di Sandman e American Gods debba molto a questa intuizione); poi «Il Gran Notturno», racconto straordinario in cui tutti i suoi temi caratteristici sono sintetizzati: la prossimità e l’intercambiabilità, del quotidiano e dell’Altrove, l’ineluttabilità del Fato, un cattolicissimo senso di colpa, la cognizione profonda dell’arbitrarietà e relatività dei limiti del tempo e dello spazio, l’ironia e la pietà per mostri e vittime; il romanzo La cité de l’indicible peur, a metà strada fra mystery poliziesco e horror sovrannaturale (come molte avventure del detective Harry Dickson); Les contes du Whisky, testimonianza della fittizia o reale esperienza di contrabbandiere dello scrittore, ricca di memorabili gotici marinareschi sulla falsariga di Hodgson; Les dernier contes de Canterbury, ripresa delle atmosfere di Chaucer, decamerone gotico in cui, oltre le barriere del tempo e dello spazio, viventi e larve si incontrano per narrarsi le loro storie; Les contes noirs du golf, raccolta in cui, quasi per vendetta, lo scrittore ordisce una serie di perfide favole nere sul gioco del golf, le plus détestable que le monde ait porté; infine il romanzo breve Saint Judas-de-la-Nuit, in cui compare il «Grimoire Stein», libro maledetto risalente al XV° secolo, conservato alla Biblioteca Bodleiana di Oxford: insomma il Necronomicon secondo Jean Ray. Mi fermo qui: l’elenco risulterebbe troppo lungo e priverebbe il lettore del gusto della scoperta.

Degno conterraneo dei torbidi simbolisti belgi – come Fernand Khnopff, Jean Delville, Félicien Rops – e dei loro altrettanto tortuosi successori surrealisti – come Paul Delvaux e René Magritte – prezioso depositario in letteratura di una tradizione principalmente figurativa, Jean Ray ancora si erge come un gigante solitario sul lato oscuro dell’immaginazione europea: ricordiamoci di lui.

Ricapitolando la bibliografia italiana di Jean Ray…

25 racconti neri e fantastici (Baldini & Castoldi, 1963) 
Malpertuis (Sugar, 1966)
Malpertuis (Horror 7, Mondadori, 1990)

Malpertuis – Urania Horror (supplemento al n. 1637) 2016
La casa stregata di Fulham Road e altri orrori, La Biblioteca di Profondo Rosso n. 12, 2007
Il Gran Notturno, Edizioni Hypnos, 2011
I racconti del Whisky, Edizioni Hypnos, 2013

«Nudo con un pugnale» (Racconto breve, «Nude with a Dagger», 1934), in Il marziano e il vampiro: Il Meglio di Weird Tales 19, Fanucci Editore, 1989
«Faccia di luna» (Racconto breve, «Têtes-de-Lune»), in L’Eternauta 83, Comic Art, 1990

1 Riprendo queste informazioni dalla completissima bibliografia contenuta in Jean Ray: L’archange fantastique,di Jean-Baptiste Baronian e Francoise Levie – Paris, Librairie des Champs-Elysées, 1981, pp. 58-61.

Intervista a Thomas Owen inclusa in Les Dossiers de Phenix: Jean Ray/John Flanders, a cura di Murielle Briot – Bruxelles, Claude Lefrancq Editeur, 1995, pp. 25-25.

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Lo sconfinamento che regola la Storia: sulla scrittura di Alessandro Leogrande

approfondisce ROBERTO DEROBERTIS

Attraversare mezzo mondo per ritrovarsi in Europa non è solo un fatto geografico, non riguarda soltanto le dogane, le polizie di frontiera, i passeurs, gli scafisti, i trafficanti, i centri di identificazione, le navi militari, i soccorsi, gli aiuti, i tir, le corse e le rincorse, i respingimenti. Non riguarda solo questo, benché tutto questo possa coincidere, per molti, con l’evento saliente della propria esistenza. Ha a che fare innanzi tutto con se stessi. Saltare muri è innanzitutto un’esperienza individuale.

 

Il 18 aprile del 2015 un peschereccio con centinaia di migranti a bordo partito dalle coste della Libia affondava portando con sé un enorme – ma ancora imprecisato – numero di morti: tra i settecento e i novecento, forse mille. Il 29 giugno del 2016 veniva finalmente recuperato il relitto e il giorno seguente, Alessandro Leogrande (1977-2017) – scrittore, giornalista, organizzatore culturale, vicedirettore della rivista Lo straniero, collaboratore di numerose testate (da Internazionale al Corriere del Mezzogiorno) e autore radiofonico – viene interpellato dalla trasmissione di Radio 3 Tutta la città ne parla, per commentare in diretta la notizia. In trasmissione piovono, livorose, le proteste dei radioascoltatori per quello che ritengono uno sperpero di denaro pubblico. Leogrande bollerà quei commenti come «fascisti», scrivendo che la «questione di fondo non è solo perché la pietà per centinaia di morti non percepiti come propri non sia parte dell’orizzonte mentale» quanto piuttosto considerare «la malcelata insofferenza con cui il rigetto di quella pietà è comunicata pubblicamente», cioè poter dire tutto «come se fosse saltato un tappo». Anticipando così di due anni, con sintesi chirurgica, alcune delle più rilevanti questioni politico-sociali che ora sono davanti ai nostri occhi.

Leogrande non potrà mai verificare la lucida esattezza delle sue parole perché, un anno e mezzo dopo, il 26 novembre 2017, muore a Roma per aneurisma cerebrale, all’età di quarant’anni. Il giorno dopo, Fahrenheit, la nota trasmissione radiofonica di libri e cultura di Radio 3, improvvisa una puntata speciale dedicata all’intellettuale tarantino. Basta riascoltare i pochi minuti di trasmissione per comprendere tutto il lugubre peso di quella perdita e il senso di smarrimento per l’impatto che il suo lavoro aveva avuto sulle cultura e la società italiana negli ultimi vent’anni.

Dal 2008, con l’uscita per Mondadori di Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Leogrande squaderna con impressionanti capacità narrative l’intreccio di tre questioni: il Sud (non solo il Mezzogiorno italiano ma in senso ampio anche l’Europa Orientale, l’Africa e l’Asia), lo sfruttamento schiavistico del lavoro precario e stagionale e le migrazioni. Un nesso che, nei racconti-inchiesta di Leogrande, prende la forma di territori reali, persone in carne e ossa, situazioni concrete, relazioni e lotte. E tuttavia, sarebbe un grave errore di prospettiva confinare il lavoro di ricerca e scrittura di Leogrande a quel nesso. Intorno ad esso ruotano interessi amplissimi che ne facevano un intellettuale curioso e uno scrittore eclettico, la cui vastità di interessi – si era occupato anche di calcio e desaparecidos, criminalità e movimenti cosiddetti no global – non ne aveva mai scalfito il rigore: di tutto ciò di cui parlava e scriveva possedeva dati, date, storie, Storia, volti e nomi.

Nei testi di Leogrande il nome proprio è un elemento decisivo per riconoscere in quanto ‘umani’ colui o colei che vengono raccontati. Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (2011) ricostruisce l’episodio tragico e significativo per il futuro dell’affondamento nel canale d’Otranto, il 28 marzo 1997, della motovedetta albanese Katër i Radës da parte della nave della Marina militare italiana Sibilla, evento che l’autore inquadra come primo respingimento da parte italiana: vera prova di forza all’interno delle istituzioni – pressate dalla crescente propaganda anti-albanese da parte della Lega Nord – e colpo di mano dei vertici della Marina (che a lungo proveranno a coprire in tutti i modi la verità, come dimostra il racconto), mentre al governo vi è una coalizione politica di centrosinistra.
Si tratta di un libro magmatico, nel quale confluiscono lunghe pagine dedicate a regole d’ingaggio militari e norme marittime, strazianti interviste ai sopravvissuti e ai loro parenti, digressioni sulla trasformazione dell’Europa in Fortezza e storia dei rapporti italo-albanesi: che sono prima di tutto rapporti coloniali e linguistici. Sintomaticamente, il libro si chiude con un’appendice intitolata «Elenco delle vittime»: dove si possono leggere tutti gli 81 nomi dei morti e dei dispersi.

Il nome, dunque, come tratto distintivo di umanità, come la dignità della sepoltura, il viaggio e il movimento. Ad aprire le pagine di Uomini e caporali compare la figura di Incoronata Di Nunno, anziana ex bracciante agricola di Orta Nova, nel foggiano, che non si rassegna al fatto che nel cimitero del suo paese ci sia seppellito un uomo «sconosciuto» e senza volto. Pare trattarsi di tale Mirosław, originario di Tomaszów Mazowiecki vicino Łódź, in Polonia. E nient’altro. Scrive Leogrande:

Così Mirosław rimane Ignoto, e IGNOTO resta scritto sulla sua tomba, benché in paese ora comincino a chiamarlo «Il Polacco», aggrappandosi alla sua nazionalità come fosse uno spiraglio utile alla soluzione del mistero.
Quanto a Incoronata, sapere il nome e il paese di provenienza della vittima non cambia molto. In fondo ha solo avuto la certezza, la prova ultima, di quello che ha sempre intimamente saputo: il ragazzo era uno straniero venuto qui in cerca di lavoro, così come anni prima suo marito e in anni più recenti i suoi figli sono stati spinti a partire per cercare, a loro volta, lavoro. Ognuno ha la sua Germania da raggiungere, pensa Incoronata. Ognuno ha il suo Nord e il suo Sud. E questo le basta per spiegare il movimento che regola la Storia, le sue correnti sotterranee, il dipanarsi delle ingiustizie.

Si potrebbe dire che il «movimento che regola la Storia» è, per Leogrande, lo sconfinamento: nel doppio significato di uscire dai confini e aprire, spalancare. L’implicito obiettivo del raccontare è andare oltre i limiti imposti dalla sclerotizzazione del discorso pubblico barcone-tragedia-scafisti, per esempio, triste riflesso condizionato dell’ideologia disumana del confinamento. Ne è un esempio La frontiera (2015) ultimo volume pubblicato in vita, nel quale il racconto, che si dipana cucendo una trama irregolare di generi testuali – l’inchiesta, il memoir e la non-fiction, l’aneddotica e la digressione, la cronaca e tratti persino il racconto d’avventura – disegna quadri ampi e profondi della «frontiera»: luogo mobile e variabile nelle sue dimensioni. Seguendo le vicissitudini migratorie del personaggio di Shorsh – suo amico, rifugiato curdo conosciuto a Roma quindici anni prima – ci ritroviamo a Patrasso, in Grecia e di lì, seguendo la rotta balcanica (che conduce in Ungheria attraverso la Serbia), facciamo un passo indietro sulla linea immaginaria che unisce Smirne a Lesbo: dove in notti silenziose e dense sperimentiamo un continuo susseguirsi di acqua e terra e ancora acqua, con forti echi ai topoi dei movimenti transfrontalieri tra Messico e Stati Uniti.

A ben vedere, Uomini e caporali, Il naufragio e La frontiera compongono una sorta di trilogia dello sconfinamento, che segna la progressiva maturazione tematico-stilistica del lavoro di Leogrande che è diventato il narratore di soggettività mai rassegnate ad un destino deciso da altri e altrove, uomini e donne tutt’altro che vittime dei rapporti di forza imposti violentemente dal capitalismo globalizzato.

Leggendo i testi di Leogrande non è mai possibile ragionare in termini ristretti focalizzandosi esclusivamente su realtà geograficamente e storicamente limitate (pur costantemente attraversate): perché anche quando la materia narrata ha un peculiare carattere locale, la descrizione di ciò che la rende realmente possibile si richiama a orizzonti sconfinati. Perché ci sono legami superiori ai confini degli Stati-nazione ed è dentro quei legami che si muovono le persone e i loro desideri.

In effetti, Leogrande era partito da una frontiera locale e ‘minore’ del Mezzogiorno italiano, Taranto, la sua città, sfregiata da una modernità crudele e dalle leggi estrattive dello sviluppo capitalistico. Nel folgorante reportage narrativo «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito», Leogrande riflette su due fatti concomitanti. Da una parte, il fallimento della città, commissariata e in liquidazione, dall’altra la nuova candidatura a sindaco di Giancarlo Cito – telepredicatore nella TV di sua proprietà At6, già sindaco di Taranto tra il ’93 il ’96, «ex picchiatore fascista espulso dall’Msi per eccessive turbolenze» e con una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa nel 2002 – alle elezioni amministrative del 2007. In questa tragica concomitanza, lo scrittore tarantino delinea quelli che saranno in realtà non i sintomi e gli esiti di una crisi locale, ma quelli della grande Crisi finanziaria globale (iniziata proprio nell’autunno del 2007):

Taranto era sprofondata in una crisi surreale dagli aspetti ballardiani: una crisi verticale del consesso civile [ma] crisi del pubblico, luce spenta nelle scuole e negli ospedali, non voleva dire povertà. Perché i soldi privati c’erano: le pizzerie erano piene di gente, le ville apparivano ristrutturate, i locali del centro sempre affollati, il rito dello shopping intatto.

Crisi del pubblico: molto più di una questione di corruzione delle classi politiche, ma una degradazione nel cuore della comunità. «Citismo» è il nome che Leogrande dà a questo coacervo pestilenziale di degenerazione linguistica del discorso pubblico, populismo, malaffare, individualismo e privatizzazione dell’esistente. E tutto questo, all’ombra del grande polo siderurgico che, nella terribile crisi ambientale e produttiva esplosa nel 2012 (anch’essa maturata nell’ambito di privatizzazioni scellerate, col passaggio della fabbrica dallo Stato alla famiglia Riva), getta sul mar Jonio un «senso di sconfitta generalizzato», dove l’apparente irriformabilità di quel sito industriale mette un intero territorio davanti alla (non) scelta tra salute e lavoro. A leggere i suoi scritti di quegli anni si percepisce un pensoso dolore.

Con il solito nitore, in ogni singola pagina dedicata al Mezzogiorno, Leogrande individua nelle classi dirigenti e dominanti del Sud, nei processi di sviluppo e sfruttamento industriale, militare, politico o poliziesco, responsabilità e punti di rottura da analizzare, sui quali intervenire per trasformare. Nell’appassionante Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003), partendo dalle vicende relative alla guerra al contrabbando di sigarette condotte per anni dai governi italiani attraverso una serrata militarizzazione del territorio e delle forze di polizia, l’autore parte da un assunto semplice ma non scontato: «il crimine ha a che fare con la produzione di denaro, con la sua accumulazione e la sua redistribuzione». Laddove da anni si stigmatizzavano i venditori ambulanti di sigarette di contrabbando nelle strade delle città del Sud derubricandoli a fenomeno di microcriminalità – e di «decoro», diremmo oggi –, in fondo connaturata ai tanti ‘mali del Sud’, Leogrande disegna un magnifico affresco storico-politico, dimostrando come la caduta del Muro di Berlino e le sue conseguenze politiche nell’area balcanica, la nuova mobilità dei confini e le nuove frontiere, le criminali scelte di mercato delle grandi multinazionali del tabacco e delle banche in Europa stavano operando una trasformazione del capitalismo e dei sistemi produttivi.

L’infaticabile impegno di Leogrande irrompeva là, dov’era in agguato la spiegazione facile, fondata sulla cristallizzazione degli stereotipi. La precisione del lessico e l’esattezza della scrittura, la generazione continua di connessioni, talvolta inaudite, gli scavi testardi e uno sguardo di rarissima umanità in tempi come questi – tempi sempre interessanti per lui – permettono alla sua scrittura rigorosa di illuminare il futuro con rapidi bagliori accecanti, proiettando le sue narrazioni nello spaziotempo striato della Globalizzazione, parola chiave nei suoi scritti degli anni Duemila.

Introducendo un’antologia di testi dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, desaparecido massacrato dalla dittatura di Videla, Leogrande scriveva:

L’esattezza della scrittura, costantemente esercitata e perfezionata, con la stessa precisione con cui uno scultore leviga la propria pietra e vi sottrae tutto ciò che è superfluo, conta quanto la prospettiva con cui si guarda alle persone di cui si parla. Da che parte stai, per cosa o per chi in fondo stai scrivendo, e – soprattutto – che cosa fai, come agisci, dopo aver scritto: sono queste le domande che sembrano assillarlo, costantemente.

È un perfetto autoritratto. E la sua scomparsa tragica e prematura – come si scrive in questi casi, non avendo fatto del tutto i conti con la vita – completa un (parziale) parallelo tra due grandi protagonisti del reportage narrativo degli ultimi decenni. Parallelo che a Leogrande, immagino, sarebbe piaciuto ma che avrebbe probabilmente rifiutato per l’umiltà schiva che lo caratterizzava.

La citazione in esergo è tratta da La frontiera (Feltrinelli, 2015). Gli altri libri di Leogrande citati sono: Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Mondadori 2008; ora Feltrinelli, 2016), Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli, 2011), Fumo sulla città (Fandango, 2013) e Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (L’ancora del Mediterraneo, 2003; ora Fandango, 2010). «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» originariamente antologizzato in Il corpo e il sangue d’Italia per la cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007) si può leggere ora in Fumo sulla città e nel postumo Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale (Feltrinelli, 2018), mentre l’introduzione ai testi di Rodolfo Walsh da lui stesso curati, intitolata «Davanti alla macchina da scrivere», si trova nel volume Il violento mestiere di scrivere (la Nuova frontiera, 2016). Il pezzo sul recupero del peschereccio affondato nel 2015 è Tutta la città straparla, mentre il podcast di Fahrenheit dedicato a Leogrande il 27/11/2018 si può ascoltare sul sito http://raiplayradio.it. Una recensione di Dalle macerie si può leggere nelle pagine di PULP Libri.

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Per cattive ragazze: Letture e visioni di Virginie Despentes

Virginie Despentes, Vernon Subutex 1, tr. Tiziana Lo Porto, pp. 304, Bompiani, euro 15,30 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce ELISABETTA  MICHIELIN

Vernon Subutex, protagonista del romanzo omonimo di Virginie Despentes, è un uomo che ha per nome lo pseudonimo di Boris Vian quando questi scriveva, più di sessant’anni fa, il pulp Sputerò sulle vostre tombe; il cognome, Subutex, è invece il nome commerciale di un farmaco che cura la dipendenza da oppiacei. Vernon ha quasi cinquant’anni, aveva un negozio di dischi, “Il Revolver”, che Napster (la prima piattaforma per scaricare musica gratis) ha mandato in rovina. Il mondo gli è poi precipitato addosso alla velocità inaspettata della torsione fra gli anni ’90 e il nuovo secolo che tutto ha cambiato. Per lungo tempo ha avuto “la sensazione che il suo lavoro consistesse nel vagare su internet” vendendo pezzo per pezzo tutto il vendibile; fino a quando la morte improvvisa di Alex Bleach, l’amico musicista superstar che lo aiutava a pagare l’affitto, lo porta rapidamente a perdere la casa e a vivere sulla strada. “Passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”.

Il romanzo si svolge tutto nelle poche settimane in cui Vernon si fa ospitare sui divani e nei letti di amici e amiche legati a lui dai tempi de “Il Revolver” e dalla passione per la musica.

È questo il semplice plot dello straordinario romanzo definito da molti – a ragione – una nuova Commedia Umana, al tempo della precarietà e delle migliori serie tv (infatti la sta producendo Canal+).

Vernon Subutex 1, va via liscio come un feuilleton, si legge d’un fiato, ma ogni volta che pensi di esserti assestato su qualcosa, l’intelligenza analitica e lucidissima della scrittrice ti toglie la terra sotto i piedi e ti fa riconsiderare personaggi, caratteri, situazioni, relazioni che sono sempre sul punto di sfaldarsi.  La Despentes ha voluto indagare toutes les classes sociales, compresi gli immigrati di seconda e terza generazione, scrivendo così un romanzo profondamente politico che è una radiografia della società francese vista “dai due lati della barricata”. E le parole, notoriamente, a seconda del lato in cui stai e ti poni, cambiano di significato.

Le vite dei moltissimi personaggi sono precarie e le determinazioni di classe, razza e genere le informano; il risultato è reso poi ancora più articolato dai lunghi flashback in cui l’autrice rievoca con dolcezza il tempo della giovinezza rock che ha originariamente legato fra loro i personaggi. E qui sembra che la Despentes abbia imparato da Proust e dai suoi personaggi che si moltiplicano secondo l’ambiente e le relazioni che intrattengono, perché “nessuno è quello che crede per gli altri”. Così  Vernon a qualcuno sembra un uomo meraviglioso, l’amico che non lo vede da tanto tempo dice che ha un cervello come un pisello, un altro è invece incantato dalla sua capacità di DJ e lo considera un genio; lui stesso non sembra avere molta coscienza di sé mentre si lascia andare a una deriva confusa come “uno spettatore, uno scroccone della propria stessa vita, un clandestino”. Gli altri personaggi partecipano della stessa indefinibilità. In sovrappiù Vernon ci dà un indizio, quando, arrivato al punto più basso della sua parabola discendente, incontra dei tipi modello Casa Pound, rendendosi conto che “ha parlato troppo in fretta, avrebbe dovuto dare il suo nome registrato all’anagrafe, la sua identità francese”. Vedremo nei prossimi volumi…

Apocalypse Baby (2010) ha lo stesso “montaggio” di Vernon Subutex, una pletora di personaggi e situazioni (ruotanti attorno a una ragazzina “meticcia” destinata a diventare una terrorista) che si intrecciano, illuminano e definiscono a vicenda; ma pur essendo notevole, tagliente e radicale sembra sottostare all’”obbligo” di mostrare tutte le diversità, le identità, le soggettività; i personaggi risultano quindi un po’ artificiali e funzionano quasi da “avatar” di una condizione, razziale o di genere. Anche la Iena, l’indimenticabile protagonista spregiudicata e cattivissima, che tutte le donne vorrebbero portarsi a letto, risulta leggermente caricaturale. Giustamente (come faceva Balzac) l’autrice le assegna un posto per ora liminale in Vernon Subutex dove si occupa di Internet e costruisce fake news…

In Vernon Subutex 1, invece, i personaggi, più fluidi e smussati, sono davvero potenti e credibili, e la scrittura della Despentes ha un senso del ritmo stupefacente. Ma si sa, Virginie viene fuori dalla cultura punk e il romanzo più di tutti gli altri è intessuto di musica punk, pop, techno, grunge…

In attesa di leggere la seconda e terza parte della trilogia per scoprire l’altra identità di Vernon e cosa farà la Iena ascoltiamo la play list del romanzo.

Virginie Despentes è così brava a descrivere la guerra di classe perché sceglie un punto di vista, sceglie di collocarsi dalla parte dei perdenti; e non perché è una “buonista” (secondo l’orribile ingiuria che va per la maggiore), ma perché “l’umorismo e l’inventiva si collocano piuttosto dalla nostra parte”.

Il manifesto della scrittura di Virginie Despentes sta fra la celebre apertura di “parte” di King Kong Girl (2006) e la chiusura fraterna e condivisa di Vernon Subutex 1.

In King Kong Girl, Despentes dice:

Scrivo dalla parte delle racchie, per le racchie, le vecchie, le camioniste, le frigide, le mal scopate, le inscopabili, le isteriche, le tarate, tutte le escluse dal gran mercato della bella donna (…) Perché la donna bianca ideale, seducente ma non puttana, bene accasata ma non cancellata, che lavora ma senza riuscire troppo, per non schiacciare il suo uomo, magra ma non maniaca della dieta, che rimane giovane a tempo indeterminato senza farsi sfigurare dai chirurghi estetici, madre realizzata ma non totalmente assorbita da pannolini e compiti per la scuola, buona padrona di casa ma non casalinga tradizionale, colta ma meno di un uomo, questa donna bianca felice che ci viene costantemente brandita sotto il naso, quella a cui ci si dovrebbe sforzare di assomigliare, a parte il fatto che ha l’aria di rompersi le scatole per poco, a ogni modo non l’ho mai incontrata, da nessuna parte. Credo proprio non esista.

Da parte sua, Vernon Subutex 1, finisce con la più bella, dolente, creativa, piena di vita, sfilata di persone ai margini – ma anche animali e vegetali – mai scritta, con cui si identifica il protagonista, abbandonato su una panchina nel delirio della febbre, che vale la pena riportare per intero.

Sono un uomo solo, ho cinquant’anni, ho la gola bucata per il cancro e fumo il sigaro guidando il taxi, finestrino aperto, senza preoccuparmi della faccia che fanno i clienti.

Sono Diana e sono una di quelle ragazze che ridono sempre e si scusano di tutto, le braccia sono macchiate dai segni dei tagli.

Sono Marc, prendo il sussidio ed è mia moglie che lavora per farmi campare, io mi occupo tutti i giorni della nostra bambina e oggi per la prima volta le ho insegnato ad andare in bicicletta e ho pensato a mio padre, a quando ero piccolo ed era riuscito a togliere le rotelle alla mia bici.

Sono Elèonore, la tipa che mi piace mi fotografa ai giardini di Luxembourg, so che succederà qualcosa, e che sarà difficile perché siamo entrambe con qualcuno ma vale la pena provare.

Sono a letto quando so della morte di Daniel Darc, penso al suo numero nel mio cellulare, vorrei comporre quel numero e l’idea che ormai sia impossibile mi provoca una lunga vertigine, in fondo alla schiena.

Sono un adolescente ossessionato dall’idea di farmi sverginare e la rossa per cui spasimo da mesi mi ha appena fatto capire che potremmo andare al cinema insieme, credo non mi prenda in giro e guardandomi allo specchio mi accorgo che non ho più nessuna traccia d’acne, lo Roaccutan ha funzionato e una nuova vita mi si apre davanti.

Sono una giovane violinista virtuosa.

Sono la puttana arrogante e scorticata viva, sono l’adolescente solidale con la sua sedia a rotelle, sono la giovane donna che cena con suo padre che adora e che è fiero di lei, sono il clandestino che scavalcato il filo spinato di Melilla risalgo lungo gli Champs-Elysées e so che questa città mi darà quello che sono venuto a cercare, sono la vacca al mattatoio, sono l’infermiera diventata sorda alle urla dei malati a forza d’impotenza, sono l’immigrato senza documenti che prende dieci euro di crack ogni sera per fare le pulizie in nero in un ristorante a Château Rouge, sono il disoccupato da tempo che ha appena trovato lavoro, sono il contrabbandiere di droghe che si piscia dalla paura dieci metri prima della dogana, sono la puttana di sessantacinque anni incantata nel vedere arrivare il suo cliente vecchio.

Sono l’albero dai rami spogli maltrattato dalla pioggia, il bambino che urla nel passeggino, la cagna che tira il guinzaglio, la guardia carceraria invidiosa della noncuranza delle detenute, sono una nuvola nera, una fontana, la fidanzata lasciata che fa scorrere le foto della sua vita precedente, sono un barbone su una panchina abbarbicata su un poggio a Parigi.

Torniamo a King Kong Girl. La Despentes usa la figura di King Kong, metà umana metà animale, primitiva ma capace di emozioni e affetti, come possibile modello per pensarci fluidi e “ritirarci” dalla rappresentazione rigida e “naturalizzata” per generi sessuali; il diritto di pensarsi né come maschi né come donne.

King Kong Girl è un libro che non ha, per l’appunto, un genere ben definito; un po’ memoir, un po’ saggio, un po’ invettiva, un po’ – nelle parole di Despentes – da “petite blanche” nel senso che in esso non trova posto quell’intreccio fra genere classe e razza che è invece presente nelle altre opere sia cinematografiche che testuali.  Parla di stupro, di pornografia e di prostituzione (il cuore dell’esperienza femminile se tiriamo i fili all’estremo) della dominazione dei corpi, storicamente costruita e riperpetuata. Tre livelli che la Despentes ha attraversato in prima persona e che indaga senza remore.

Lo stupro è ciò che ogni donna (compresa la allora giovanissima scrittrice) ha vissuto in prima persona (o nella persona di un’amica, una conoscente, una sorella…), o evitato di striscio, o ci è andata vicina. Mentre non è evidentemente una cosa che riguarda gli uomini, perché a parte i casi clamorosi di pedofilia e di psicopatici, tutti gli altri non stanno mai facendo uno stupro: hanno forzato la situazione, erano un po’ ubriachi, lei in fondo ci stava…  (Bisogna dire che cominciano a comparire, anche in Italia,  uomini che riflettono sulla violenza.)

Orbene la Despentes rifiuta in toto la retorica della vittima, angolo riservato alle donne violentate. Rifiuta la necessità del trauma, la “serie di segnali visibili che bisogna rispettare: paura degli uomini, della notte, dell’autonomia, disgusto per il sesso e altre amenità”. Tira fuori lo stupro dal non-detto e dal silenzio ma anche dall’incubo assoluto, dal “che orrore” e “povere ragazze”. Corre il rischio dello stupro pur di avventurarsi all’esterno, non si vergogna di essere “rimasta viva” e cerca di riprendersi nel miglior modo possibile. È la libertà della sdrammatizzazione che evita la strada dell’unico comportamento violento tollerato dopo lo stupro: rivolgere la violenza contro se stesse. Ad esempio: aumentare venti chili, sottrarsi al desiderio, sentirsi in colpa per non aver resistito fino alla morte o peggio corresponsabili dello stupro perché nelle proprie fantasie sessuali e masturbatorie si immagina di essere  presa con la forza.

In ogni caso lo stupro per la Despentes è fondante, è “ciò che mi sfigura, e ciò che mi costituisce”. Ed è anche ciò che la determina come scrittrice. Non è un caso che il primo libro sia Scopami, (1996) la storia di due ragazze che escono dalla marginalità e dall’invisibilità soggettiva, sociale e politica, in un’esplosione di violenza assolutamente distruttiva ma che lo dice chiaro agli uomini: fra le mie gambe ci entri se lo voglio io.  Scopami ha l’estremismo della giovinezza, è super-provocatorio, molto liberatorio e già mostra l’attenzione politica della Despentes nei confronti di donne che vivono una triplice condizione di sottomissione: donne, povere, e straniere di terza generazione.  Scopami, che è anche un film (si può vedere a questo indirizzo) vendica simbolicamente tutte le stuprate e maltrattate del mondo!

Le ragazze di Scopami assomigliano alla scrittrice: una è stata violentata e l’altra fa la prostituta, come la Despentes che è stata una sex worker occasionale e che ha avuto modo di riflettere sulle analogie fra l’atto del prostituirsi e il lato promozionale del lavoro di scrittrice famosa. L’unica differenza, scrive spiritosamente, è che se dici «sono una puttana» tutti ti vogliono salvare, se invece dici: «vado in televisione», tutti sono invidiosi! “Ma la sensazione di disporre interamente di sé, di vendere quel che è intimo, di mostrare quel che è privato, è esattamente la stessa”.

La prostituzione notoriamente divide le posizioni femministe fra chi pensa che il lavoro sessuale per le donne sia sempre degradante e chi – come la nostra autrice – no. Senza ripercorrere una querelle che anche in Italia non smette di scomparire dalle prime pagine dei giornali, fra dibattiti sulla tratta, interdizioni ai centri cittadini, multe ai clienti, vale la pena soffermarsi sulle argomentazioni chiare e amorali della Despentes, che si chiede perché quello del lavoro sessuale sia l’unico spicchio di proletariato che turba tanto i benpensanti, i politici e le donne “rispettabili”. Puoi essere barbone, povero, avere un miserabile salario senza che nessuno abbia da ridire sulla degradazione e la dignità di chi ci è costretto, ma nessuno si esime dal sentenziare che la prostituzione qualunque sia le forme in cui avviene (anche se fra adulti consenzienti) sia per definizione degradante e che le prostitute se potessero ne farebbero a meno. Come se la maggior parte delle persone non facesse a meno di lavorare se solo potesse. Togliendo la prostituzione dall’enfasi moralista in cui è confinata, sempre identificata con i suoi aspetti più sordidi di sfruttamento e della tratta, la Despentes afferma che quel che si ha paura di ammettere è scoprire che per moltissime persone che lo fanno, la prostituzione non è poi un lavoro così terribile, che non è vero che tutte le prostitute sono delle vittime. Ad esempio Louise protagonista di Le dotte puttane (1999), sorta di noir ambientato nell’industria del sesso, appaga – attraverso la prostituzione – anche le proprie fantasie e piacere sessuale; di se stessa la Despentes dice che quel che la metteva in difficoltà era piuttosto confrontarsi con la vulnerabilità di molti dei suoi clienti; infatti rendere la prostituzione difficile e controllata significa anche controllare la sessualità dei clienti visti sempre come dei predatori, il tutto in un mondo dove i confini fra la seduzione e la prostituzione sono francamente confusi e la sessualità è continuamente esibita, medium per la vendita di qualsiasi merce La dicotomia madre/puttana non è “naturale”, ma corrisponde a una volontà politica che traccia sul corpo delle donne i confini con lo stesso criterio con cui si sono tracciati i confini in Africa: secondo gli interessi degli occupanti.

La Despentes scrive: “La prostituzione è stata una tappa cruciale, nel mio caso, di ricostruzione dopo lo stupro. Un’operazione di risarcimento, banconota dopo banconota, di ciò che mi era stato tolto con brutalità. (…) Quel sesso apparteneva solo a me, non perdeva di valore a mano a mano che veniva utilizzato, e poteva essere redditizio.”

Una ventata di impudente aria fresca la Despentes la mette anche nella sua riflessione e attraversamento della pornografia, argomento che per definizione sembra sottrarsi a qualsiasi rivisitazione critica  che non sia la condanna o la “diminuzione del danno”. Scioccante, ad esempio, che in un film che non viene classificato come pornografico (nonostante le forti polemiche che lo hanno accompagnato) come  Scopami (ma anche nel libro) una ragazza guardi apertamente (non nel chiuso della sua cameretta) film pornografici e si masturbi. Anche in questo caso la Despentes ci pone delle domande che sono per lo più confinate nel non detto. La forza della pornografia sta nel fatto che “va a colpire la zona morta della ragione. Punta dritto ai fantasmi, senza passare per la parola, né per la riflessione. Prima si ha l’erezione e ci si bagna, poi ce ne si può chiedere il perché”. Un film hard è fatto per masturbarsi, punto. Non solo: ciò che eccita è spesso imbarazzante socialmente e non sempre quel che fa piacere quadra con quel che si vorrebbe essere. Pensiamo solo a quanto scritto sopra, sul senso di colpa indotto in donne con fantasie masochiste in caso di violenza sessuale. La Despentes (e con lei il movimento pro sesso  oggetto di indagine in Mutantes: porn, punk, feminism (2009) ) pensa che anche la pornografia possa essere sottratta allo sguardo maschile e patriarcale che la caratterizza e diventare uno strumento per liberare gli uomini dalla posizione di aggressori e le donne da quella di vittime “dolorosamente riconoscenti o gioiosamente importunate” secondo le parole del filosofo Paul B. Preciado, in precedenza noto come Beatriz, già compagna/o della scrittrice.

 

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