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“Il bastone”, di Roberto Saporito

Questo racconto venne pubblicato nella raccolta Generazione di perplessi del 2011, per i tipi delle Edizioni della Sera di Roma, ormai fuori catalogo. L’autore – del quale abbiamo recentemente recensito l’ultimo romanzo – ci ha gentilmente concesso di ripubblicarlo.

 

Ci sono persone che non meritano di stare a questo mondo,
ed è un bene quando qualcuno li spedisce nell’altro.

Luigi Bernardi

Un fazzoletto sporco di sangue, il tuo, che appallottoli e getti a terra, sul marciapiede grigio tutto crepato, a far compagnia a cicche di sigarette, infilate in gran quantità tra le pieghe del marciapiede e negli interstizi di terra umida del porfido della strada.

Ti tocchi delicatamente la punta del naso, la narice destra, quella sinistra, inspiri prima piano, poi profondamente, il naso non è più ostruito, e il sangue ha smesso di colare. Appoggi il bastone a terra e ricominci a camminare.

Ogni tanto ti ritocchi la punta del naso, come se servisse a qualcosa, come se fosse veramente un metodo per sapere se sta per ricominciare a sanguinare o meno, ma non è così, non serve a niente.

Respiri cauto. Respiri da entrambe le narici. Cauto.

Erano anni che non ti sanguinava il naso. Da ragazzino ti capitava spesso, poi crescendo sempre meno, poi più niente, fino ad oggi.

Il bastone è antico, dell’Ottocento, è stato di tuo padre, e prima di lui di tuo nonno, il proprietario originario, il primo acquirente: da qualche parte hai ancora la ricevuta d’acquisto che tuo nonno ha tenuto per anni in un cassetto di una piccola ribaltina intarsiata di un bel legno di palissandro, per la verità la ricevuta è ancora in quel cassetto, una ricevuta datata 1938, e la ribaltina ora è tua, come il bastone.

Il bastone è di un legno rossastro, lucido, potrebbe essere mogano, non ne sei sicuro, e ha un’impugnatura d’argento, molto pesante, che sembra l’artiglio di un uccello rapace che stringe un oggetto ovoidale, o qualcosa del genere.

Tuo nonno lo ha usato per anni, zoppicava dalla gamba destra, poi per anni lo ha usato tuo padre dopo un’operazione al ginocchio, destro, non riuscita proprio alla perfezione. Adesso lo usi tu, e non è un vezzo. Dopo l’incidente non puoi farne a meno. Anche se ti piace molto il tuo bastone, ti sarebbe sempre piaciuto andare in giro con questo bastone, da quando eri bambino: cosa che di nascosto facevi spesso, in giro per casa, quando eri solo, quando nessuno ti poteva vedere. Adesso invece ti guardano tutti, o almeno a te sembra che tutti ti guardino. All’inizio non ti sentivi per niente a tuo agio ad andare in giro col bastone, infatti all’inizio usavi la stampella ortopedica. Poi è morto tuo padre e piano piano sei passato al bastone di famiglia. Quasi una maledizione di famiglia. Tre generazioni di maschi della stessa famiglia che a un certo punto della propria vita ha cominciato a camminare con un bastone, anzi con il bastone: sempre lo stesso.

Dall’incidente siete usciti vivi in due, tu con la gamba destra devastata, ma vivo, e Giulio con una braccio rotto, ma vivo.

Anche la macchina è andata totalmente distrutta. Da quel giorno hai smesso di guidare, anche se non eri tu al volante, ma Giulio. Quando sei uscito dall’ospedale hai preso la tua patente e l’hai ridotta a brandelli, tanti minuscoli pezzi che poi hai bruciato dentro un grosso portacenere, anche se non è stata colpa tua.

Tua moglie e tua sorella invece sono morte.

Tu e Giulio siete stati sbalzati fuori dall’auto, tua sorella e tua moglie sono rimaste incastrate nella macchina che ha preso fuoco.

Arse vive ti hanno detto poi. Tu hai perso i sensi e ti sei risvegliato in ospedale immobilizzato al letto.

Tu non l’hai vista la macchina bruciare. L’hai vista dopo, bruciata.

Ti ricordi solo di Giulio che andava troppo forte per quella strada stretta e piena di curve. Ti ricordi solo di Giulio che si era fatto due righe di coca e correva come uno stronzo. Perché quello è sempre stato Giulio: uno stronzo. L’hai sempre saputo ma è stato ugualmente il tuo migliore amico per trent’anni.

Come si fa ad essere amici con qualcuno per buona parte della propria vita sapendo che è uno stronzo? Te lo sei chiesto spesso, e dopo l’incidente di più, anche se dopo l’incidente hai smesso di frequentarlo Giulio. O lui ha smesso di frequentare te: non è chiaro, ma pian piano avete smesso di vedervi. Anche perché lui e il suo braccio rotto sono guariti velocemente ma tu hai passato più di tre anni ad entrare e uscire dagli ospedali per una serie di operazioni alla gamba, sempre più dolorose, sempre meno efficaci, sempre più tossiche per la tua esistenza.

Tu hai perso il lavoro, e sopravvivi con una minuscola pensione di invalidità e quello che ti ha lasciato tuo padre. Giulio ha fatto invece una fulminante carriera politica. Prima nell’amministrazione comunale fino a diventare sindaco della tua città e ora come deputato al parlamento a Roma, zigzagando da un partito all’altro, lasciando le varie navi-partito un minuto prima del loro affondamento.

Appoggi il bastone e cammini lentamente proseguendo la tua passeggiata pomeridiana: i medici ti dicono sempre di tenerla in allenamento la gamba, anche se è doloroso e fastidioso e noioso camminare. Camminare così, con questo bastone.

Entri in casa. Abiti in una casa molto grande, in centro. Abiti in questa casa da sempre, sei nato qui: era di tuo nonno la casa, il prima acquirente, come per il bastone, poi è passata a tuo padre e adesso a te.

La casa è arredata con i vecchi mobili di tuo nonno: trecento metri quadri di stanze e mobili e polvere e un unico essere umano: tu.

Fino a due giorni fa.

Scendi, a fatica, le scale di pietra che portano nelle cantine, grandi come la casa, che è della fine del seicento.

Qui la temperatura è molto più bassa e l’umidità una presenza olfattiva non necessariamente fastidiosa, quasi marina.

Giulio ha gli occhi spalancati, seduto dritto sopra una poltrona dall’imbottitura un po’ sfondata e dalla struttura di legno molto tarlata.

Giulio è vestito col suo abito blu di sartoria da impeccabile parlamentare, un’eleganza senza tempo.

Giulio è morto. Capita agli stronzi. E, purtroppo, spesso, non solo a loro.

Lo lasci lì, tanto in cantina non ci va mai nessuno.

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“Un massacro”, di Claudio Piersanti

“Un massacro” uscì nel 2003 per i tipi di peQuod nella raccolta Comandò il padre. Dal momento che di recente abbiamo recensito il nuovo romanzo di Piersanti, La forza di gravità e che Comandò il padre è da lungo tempo fuori stampa, abbiamo pensato di ripubblicare almeno questo breve racconto, d’accordo con l’autore.

Accadde in gennaio, tanti anni fa. Abitavo in un paesino dell’entroterra marchigiano, sulla linea di confine tra le province di Pesaro e di Ancona. C’era la stessa nebbia gelata che c’è oggi, carica di odori pesanti. Gli odori e i fetori della terra non possono salire in alto, tutto è schiacciato, anche il freddo, l’umidità che gela. Quell’inverno aveva nevicato all’inizio di dicembre, e quasi tutta la campagna era coperta di neve ammucchiata dal vento. Si andava in giro in macchina a passo d’uomo, con i fari accesi e gli occhi spalancati; i fanali nelle strade erano sempre accesi.

A passeggio fino a sera soltanto ragazzi come noi, tra i dieci e i quattordici anni, tutti con la sciarpa annodata al collo dalle madri. Ma quel pomeriggio noi tre eravamo armati con fucili veri, nascosti in un vecchio sacco di juta, e avevamo le tasche piene di cartucce. Loris aveva un sovrapposto bellissimo, che il padre usava nelle gare di tiro al piattello. Ce lo mostrò orgoglioso dopo l’ultima curva fuori dal paese. Io e Andrea eravamo riusciti a trafugare soltanto le vecchie doppiette dei nonni, ma moltissime cartucce: corazzate, mezze corazzate, da otto, da dieci. Eravamo troppo bassi per portarli a tracolla, così camminavamo con i fucili in spalla, pronti a sparare.

La nebbia, stranamente, era più fitta in alto, sul cucuzzolo del paese, ma diradava via via che si scendeva, e già si vedevano da lontano i primi voli di gazze.

Niente gazze” disse Loris, che era il capo, “sono uccellacci che fanno schifo e poi portano jella”.

Preferì scaldarsi sparando a un divieto d’accesso, che investito dalla corazzata sparì in una nube di polvere. Loris non si era neppure degnato di prendere bene la mira: aveva sparato impugnando il fucile con le mani, e per poco non gli sfuggì.

La corazzata dà meno rinculo delle cartucce normali” ci assicurò, così anche noi ne provammo un paio contro un altro cartello, stavolta di divieto di caccia. A me il rinculo parve considerevole anche con la corazzata, e cominciò a farmi subito male la spalla. Ma non lo dissi mai, e quel giorno sparai tutte le cartucce che avevo rubato.

Loris aveva sentito dire dal padre che nei campi di un tizio stazionava un enorme branco di tordelle da diversi giorni. Mangiavano le bacche di tre o quattro alberi in fila sul canalone. Da un anno non si poteva più cacciare, in quella zona, e le tordelle lo avevano capito, non si avventuravano mai fuori dal canalone. Così diceva il padre di Loris, e risultò tutto vero.

Andammo a nasconderci in un vecchio capanno da caccia abbandonato, pieno di polvere e ragnatele.

Si spara al tre” ci istruì Loris. “Uno, due e… anziché dire tre si spara. Capito? Se sono tanti anche due colpi a testa”.

La terra, attorno agli alberi delle tordelle, era tutta coperta di neve gelata, e per una decina di minuti non si vide neanche un uccello. Poi cominciarono a posarsi le prime tordelle, che saltavano nervose da un ramo all’altro.

Beccavano una bacca e subito cambiavano di ramo. Erano affamate. Loris ci ordinò di aspettare. Nel giro di un minuto gli alberi brulicavano di tordelle affamate. Molte beccavano le bacche senza neppure cercare di posarsi sui rami già stracarichi. Loris cominciò a contare, e al tre sparammo. Sei colpi in rapida successione, che provocarono come delle voragini di piume nella nube di uccelli. Ricaricammo e sparammo altri sei colpi, sul branco già in volo ma che non sapeva da che parte volare. Gli uccelli colpiti diventavano dei batuffoli informi e cadevano ovunque, sulla neve e sugli alberi. Intanto, quelli colpiti sugli alberi, continuavano a cadere. Qualcuno, ferito, cercava di restare aggrappato ai rami.

Nonostante le resistenze di Loris, che avrebbe preferito aspettare, io e Andrea ci precipitammo entusiasti sulle prede, inseguendo sulla neve le tordelle ferite che non riuscivano a riprendere il volo. Gridavano, perdevano sangue, trascinavano zampe spezzate e ali ciondolanti. Così ci accorgemmo della strage, e l’euforia cominciò a sfumare. Sangue, brandelli di uccelli. Loris ci raggiunse e catturò i molti uccelli feriti, con una rapidità sorprendente, come quando catturava le lucertole davanti alla chiesa. Li afferrava e li finiva spezzando i colli con un colpo secco.

È una strage” commentò anche lui, ma senza soffrirne, “saranno almeno cento!”

Ammucchiammo le prede accanto al capanno e ci appostammo di nuovo. Io speravo di non rivederle più, non avevo più voglia di sparare. L’aria sapeva di polvere da sparo e di selvaggina, e le nostre mani erano sporche di sangue rappreso. Ma le tordelle tornarono, e noi sparammo di nuovo. E loro tornarono ancora una volta.

Stava cominciando a far buio quando andammo a prendere un grande cesto per la paglia nel cortile deserto di una casa colonica. Lo riempimmo fino all’orlo di tordelle, rinunciando a cercare quelle cadute nei cespugli, e risalimmo al paese sudando e senza parlare. Anche a Loris era venuta la malinconia. L’odore del sangue e degli uccelli mi dava la nausea. Inoltre, mi ero reso conto all’improvviso che non l’avremmo scampata.

È un massacro” dissi a Loris senza guardarlo.

Non so” disse lui. “Un massacro è quando spari ai cristiani”.

Fummo tutti pestati dai nostri genitori. Loris fu anche portato al pronto soccorso perché si era rotto la testa sul termosifone mentre il padre lo inseguiva.

Nel paese, per diversi giorni, pranzarono in molti con polenta e tordelle.

@ Claudio Piersanti

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