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“Il bastone”, di Roberto Saporito

Questo racconto venne pubblicato nella raccolta Generazione di perplessi del 2011, per i tipi delle Edizioni della Sera di Roma, ormai fuori catalogo. L’autore – del quale abbiamo recentemente recensito l’ultimo romanzo – ci ha gentilmente concesso di ripubblicarlo.

Ci sono persone che non meritano di stare a questo mondo,
ed è un bene quando qualcuno li spedisce nell’altro.

Luigi Bernardi

Un fazzoletto sporco di sangue, il tuo, che appallottoli e getti a terra, sul marciapiede grigio tutto crepato, a far compagnia a cicche di sigarette, infilate in gran quantità tra le pieghe del marciapiede e negli interstizi di terra umida del porfido della strada.

Ti tocchi delicatamente la punta del naso, la narice destra, quella sinistra, inspiri prima piano, poi profondamente, il naso non è più ostruito, e il sangue ha smesso di colare. Appoggi il bastone a terra e ricominci a camminare.

Ogni tanto ti ritocchi la punta del naso, come se servisse a qualcosa, come se fosse veramente un metodo per sapere se sta per ricominciare a sanguinare o meno, ma non è così, non serve a niente.

Respiri cauto. Respiri da entrambe le narici. Cauto.

Erano anni che non ti sanguinava il naso. Da ragazzino ti capitava spesso, poi crescendo sempre meno, poi più niente, fino ad oggi.

Il bastone è antico, dell’Ottocento, è stato di tuo padre, e prima di lui di tuo nonno, il proprietario originario, il primo acquirente: da qualche parte hai ancora la ricevuta d’acquisto che tuo nonno ha tenuto per anni in un cassetto di una piccola ribaltina intarsiata di un bel legno di palissandro, per la verità la ricevuta è ancora in quel cassetto, una ricevuta datata 1938, e la ribaltina ora è tua, come il bastone.

Il bastone è di un legno rossastro, lucido, potrebbe essere mogano, non ne sei sicuro, e ha un’impugnatura d’argento, molto pesante, che sembra l’artiglio di un uccello rapace che stringe un oggetto ovoidale, o qualcosa del genere.

Tuo nonno lo ha usato per anni, zoppicava dalla gamba destra, poi per anni lo ha usato tuo padre dopo un’operazione al ginocchio, destro, non riuscita proprio alla perfezione. Adesso lo usi tu, e non è un vezzo. Dopo l’incidente non puoi farne a meno. Anche se ti piace molto il tuo bastone, ti sarebbe sempre piaciuto andare in giro con questo bastone, da quando eri bambino: cosa che di nascosto facevi spesso, in giro per casa, quando eri solo, quando nessuno ti poteva vedere. Adesso invece ti guardano tutti, o almeno a te sembra che tutti ti guardino. All’inizio non ti sentivi per niente a tuo agio ad andare in giro col bastone, infatti all’inizio usavi la stampella ortopedica. Poi è morto tuo padre e piano piano sei passato al bastone di famiglia. Quasi una maledizione di famiglia. Tre generazioni di maschi della stessa famiglia che a un certo punto della propria vita ha cominciato a camminare con un bastone, anzi con il bastone: sempre lo stesso.

Dall’incidente siete usciti vivi in due, tu con la gamba destra devastata, ma vivo, e Giulio con una braccio rotto, ma vivo.

Anche la macchina è andata totalmente distrutta. Da quel giorno hai smesso di guidare, anche se non eri tu al volante, ma Giulio. Quando sei uscito dall’ospedale hai preso la tua patente e l’hai ridotta a brandelli, tanti minuscoli pezzi che poi hai bruciato dentro un grosso portacenere, anche se non è stata colpa tua.

Tua moglie e tua sorella invece sono morte.

Tu e Giulio siete stati sbalzati fuori dall’auto, tua sorella e tua moglie sono rimaste incastrate nella macchina che ha preso fuoco.

Arse vive ti hanno detto poi. Tu hai perso i sensi e ti sei risvegliato in ospedale immobilizzato al letto.

Tu non l’hai vista la macchina bruciare. L’hai vista dopo, bruciata.

Ti ricordi solo di Giulio che andava troppo forte per quella strada stretta e piena di curve. Ti ricordi solo di Giulio che si era fatto due righe di coca e correva come uno stronzo. Perché quello è sempre stato Giulio: uno stronzo. L’hai sempre saputo ma è stato ugualmente il tuo migliore amico per trent’anni.

Come si fa ad essere amici con qualcuno per buona parte della propria vita sapendo che è uno stronzo? Te lo sei chiesto spesso, e dopo l’incidente di più, anche se dopo l’incidente hai smesso di frequentarlo Giulio. O lui ha smesso di frequentare te: non è chiaro, ma pian piano avete smesso di vedervi. Anche perché lui e il suo braccio rotto sono guariti velocemente ma tu hai passato più di tre anni ad entrare e uscire dagli ospedali per una serie di operazioni alla gamba, sempre più dolorose, sempre meno efficaci, sempre più tossiche per la tua esistenza.

Tu hai perso il lavoro, e sopravvivi con una minuscola pensione di invalidità e quello che ti ha lasciato tuo padre. Giulio ha fatto invece una fulminante carriera politica. Prima nell’amministrazione comunale fino a diventare sindaco della tua città e ora come deputato al parlamento a Roma, zigzagando da un partito all’altro, lasciando le varie navi-partito un minuto prima del loro affondamento.

Appoggi il bastone e cammini lentamente proseguendo la tua passeggiata pomeridiana: i medici ti dicono sempre di tenerla in allenamento la gamba, anche se è doloroso e fastidioso e noioso camminare. Camminare così, con questo bastone.

Entri in casa. Abiti in una casa molto grande, in centro. Abiti in questa casa da sempre, sei nato qui: era di tuo nonno la casa, il prima acquirente, come per il bastone, poi è passata a tuo padre e adesso a te.

La casa è arredata con i vecchi mobili di tuo nonno: trecento metri quadri di stanze e mobili e polvere e un unico essere umano: tu.

Fino a due giorni fa.

Scendi, a fatica, le scale di pietra che portano nelle cantine, grandi come la casa, che è della fine del seicento.

Qui la temperatura è molto più bassa e l’umidità una presenza olfattiva non necessariamente fastidiosa, quasi marina.

Giulio ha gli occhi spalancati, seduto dritto sopra una poltrona dall’imbottitura un po’ sfondata e dalla struttura di legno molto tarlata.

Giulio è vestito col suo abito blu di sartoria da impeccabile parlamentare, un’eleganza senza tempo.

Giulio è morto. Capita agli stronzi. E, purtroppo, spesso, non solo a loro.

Lo lasci lì, tanto in cantina non ci va mai nessuno.

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“Un massacro”, di Claudio Piersanti

“Un massacro” uscì nel 2003 per i tipi di peQuod nella raccolta Comandò il padre. Dal momento che di recente abbiamo recensito il nuovo romanzo di Piersanti, La forza di gravità e che Comandò il padre è da lungo tempo fuori stampa, abbiamo pensato di ripubblicare almeno questo breve racconto, d’accordo con l’autore.

Accadde in gennaio, tanti anni fa. Abitavo in un paesino dell’entroterra marchigiano, sulla linea di confine tra le province di Pesaro e di Ancona. C’era la stessa nebbia gelata che c’è oggi, carica di odori pesanti. Gli odori e i fetori della terra non possono salire in alto, tutto è schiacciato, anche il freddo, l’umidità che gela. Quell’inverno aveva nevicato all’inizio di dicembre, e quasi tutta la campagna era coperta di neve ammucchiata dal vento. Si andava in giro in macchina a passo d’uomo, con i fari accesi e gli occhi spalancati; i fanali nelle strade erano sempre accesi.

A passeggio fino a sera soltanto ragazzi come noi, tra i dieci e i quattordici anni, tutti con la sciarpa annodata al collo dalle madri. Ma quel pomeriggio noi tre eravamo armati con fucili veri, nascosti in un vecchio sacco di juta, e avevamo le tasche piene di cartucce. Loris aveva un sovrapposto bellissimo, che il padre usava nelle gare di tiro al piattello. Ce lo mostrò orgoglioso dopo l’ultima curva fuori dal paese. Io e Andrea eravamo riusciti a trafugare soltanto le vecchie doppiette dei nonni, ma moltissime cartucce: corazzate, mezze corazzate, da otto, da dieci. Eravamo troppo bassi per portarli a tracolla, così camminavamo con i fucili in spalla, pronti a sparare.

La nebbia, stranamente, era più fitta in alto, sul cucuzzolo del paese, ma diradava via via che si scendeva, e già si vedevano da lontano i primi voli di gazze.

Niente gazze” disse Loris, che era il capo, “sono uccellacci che fanno schifo e poi portano jella”.

Preferì scaldarsi sparando a un divieto d’accesso, che investito dalla corazzata sparì in una nube di polvere. Loris non si era neppure degnato di prendere bene la mira: aveva sparato impugnando il fucile con le mani, e per poco non gli sfuggì.

La corazzata dà meno rinculo delle cartucce normali” ci assicurò, così anche noi ne provammo un paio contro un altro cartello, stavolta di divieto di caccia. A me il rinculo parve considerevole anche con la corazzata, e cominciò a farmi subito male la spalla. Ma non lo dissi mai, e quel giorno sparai tutte le cartucce che avevo rubato.

Loris aveva sentito dire dal padre che nei campi di un tizio stazionava un enorme branco di tordelle da diversi giorni. Mangiavano le bacche di tre o quattro alberi in fila sul canalone. Da un anno non si poteva più cacciare, in quella zona, e le tordelle lo avevano capito, non si avventuravano mai fuori dal canalone. Così diceva il padre di Loris, e risultò tutto vero.

Andammo a nasconderci in un vecchio capanno da caccia abbandonato, pieno di polvere e ragnatele.

Si spara al tre” ci istruì Loris. “Uno, due e… anziché dire tre si spara. Capito? Se sono tanti anche due colpi a testa”.

La terra, attorno agli alberi delle tordelle, era tutta coperta di neve gelata, e per una decina di minuti non si vide neanche un uccello. Poi cominciarono a posarsi le prime tordelle, che saltavano nervose da un ramo all’altro.

Beccavano una bacca e subito cambiavano di ramo. Erano affamate. Loris ci ordinò di aspettare. Nel giro di un minuto gli alberi brulicavano di tordelle affamate. Molte beccavano le bacche senza neppure cercare di posarsi sui rami già stracarichi. Loris cominciò a contare, e al tre sparammo. Sei colpi in rapida successione, che provocarono come delle voragini di piume nella nube di uccelli. Ricaricammo e sparammo altri sei colpi, sul branco già in volo ma che non sapeva da che parte volare. Gli uccelli colpiti diventavano dei batuffoli informi e cadevano ovunque, sulla neve e sugli alberi. Intanto, quelli colpiti sugli alberi, continuavano a cadere. Qualcuno, ferito, cercava di restare aggrappato ai rami.

Nonostante le resistenze di Loris, che avrebbe preferito aspettare, io e Andrea ci precipitammo entusiasti sulle prede, inseguendo sulla neve le tordelle ferite che non riuscivano a riprendere il volo. Gridavano, perdevano sangue, trascinavano zampe spezzate e ali ciondolanti. Così ci accorgemmo della strage, e l’euforia cominciò a sfumare. Sangue, brandelli di uccelli. Loris ci raggiunse e catturò i molti uccelli feriti, con una rapidità sorprendente, come quando catturava le lucertole davanti alla chiesa. Li afferrava e li finiva spezzando i colli con un colpo secco.

È una strage” commentò anche lui, ma senza soffrirne, “saranno almeno cento!”

Ammucchiammo le prede accanto al capanno e ci appostammo di nuovo. Io speravo di non rivederle più, non avevo più voglia di sparare. L’aria sapeva di polvere da sparo e di selvaggina, e le nostre mani erano sporche di sangue rappreso. Ma le tordelle tornarono, e noi sparammo di nuovo. E loro tornarono ancora una volta.

Stava cominciando a far buio quando andammo a prendere un grande cesto per la paglia nel cortile deserto di una casa colonica. Lo riempimmo fino all’orlo di tordelle, rinunciando a cercare quelle cadute nei cespugli, e risalimmo al paese sudando e senza parlare. Anche a Loris era venuta la malinconia. L’odore del sangue e degli uccelli mi dava la nausea. Inoltre, mi ero reso conto all’improvviso che non l’avremmo scampata.

È un massacro” dissi a Loris senza guardarlo.

Non so” disse lui. “Un massacro è quando spari ai cristiani”.

Fummo tutti pestati dai nostri genitori. Loris fu anche portato al pronto soccorso perché si era rotto la testa sul termosifone mentre il padre lo inseguiva.

Nel paese, per diversi giorni, pranzarono in molti con polenta e tordelle.

@ Claudio Piersanti

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Sul perché non andrò al cinema a vedere It

12 Ottobre 2017

Quando, sul finire degli anni Ottanta, uscì It di Stephen King, PULP Libri non esisteva. Eppure ci siamo sempre sentiti un po’ in colpa per non averlo potuto recensire (siamo fatti così…). Ora che esce il film e il romanzo è addirittura tornato in classifica, ci sentiamo in dovere di dire finalmente la nostra, tra rimemorazione e riflessione critica.

riflette PAOLO SIMONETTI

Sono passati trentun anni dall’ormai lontano settembre del 1986, quando It di Stephen King usciva per la prima volta negli Stati Uniti, balzando in testa alle classifiche dei bestseller. Oggi It è considerato il capolavoro per eccellenza di King, un’opera corale di un’ampiezza tematica e strutturale che ha convinto alcuni importanti critici a includerlo nella lista dei grandi romanzi del Novecento, se non addirittura a definirlo, come ha fatto Luca Briasco nel suo recente Americana – minimum fax, pp. 311, euro 15,30 stampa, euro 8,99 ebook, brillante disamina delle tendenze letterarie dell’America contemporanea che consiglio a ogni appassionato lettore – IL grande romanzo americano tout court. È giusto ricordare, però, che al momento della pubblicazione le recensioni non furono tutte favorevoli: ad esempio Christopher Lehmann-Haupt, critico di punta del New York Times, lo riteneva un passo indietro rispetto ai lavori precedenti di King, perché a suo dire mancava della “visione politica di The Dead Zone”, non possedeva “la logica di Firestarter e Cujo”, difettava “dell’atmosfera minacciosa e inquietante di The Shining”, né proponeva “l’oppressività funerea di Pet Sematary” (tutti titoli che, a parte The Shining – noto soprattutto attraverso l’omonimo film di Kubrick – oggi ricordano solo gli appassionati kinghiani); “Nonostante gli spettacolari effetti scenici”, concludeva il recensore del New York Times, It “ansima e sbuffa, scricchiola e sferraglia”, rivelandosi addirittura “troppo maledettamente complicato” (!).

Quando a distanza di poco più di un anno il romanzo apparve in Italia per Sperling & Kupfer, nella ormai classica traduzione di Tullio Dobner, le recensioni furono sicuramente più generose (pp. 1206, euro 18,62 stampa, euro 7,99 ebook). Tuttavia le opere di King non solo non venivano prese sul serio (in quanto ritenute per lo più romanzi per ragazzi), ma l’autore continuava ad essere relegato in una nicchia di genere – l’horror – da cui gli era praticamente impossibile liberarsi, specie dopo la pubblicazione del suo secondo romanzo, Salem’s Lot (tradotto impropriamente in italiano come Le notti di Salem). Il 3 dicembre del 1987, in una lunga e per molti aspetti intelligente recensione su La Repubblica, Oreste Del Buono paragonava It al Frankenstein di Mary Shelley, descrivendo King come “l’autore più ambizioso che ci sia in giro”, per poi ipotizzare con ironia che stesse progettando “di scrivere qualcosa che rassomigli alla Divina Commedia o al Paradiso Perduto o roba del genere”, e che “solo il suo computer conosce fino a che punto si spinge la sua megalomania”: “Non si sa se i suoi mezzi riusciranno a reggere al crescere del peso della sua ambizione”, concludeva il critico. il 27 dicembre Il Corriere della Sera pubblicava un brevissimo cenno a It a fondo pagina – sotto un articolo firmato da King stesso a proposito delle domande più ridicole rivoltegli dai fan (tra cui: “Scrive nudo?”, “Picchia moglie e figli?”, “Mai mangiato carni crude?”); l’articolo, a firma Alfredo Barberis, era intitolato sbrigativamente: “It, 1200 pagine di omicidi e sangue” e si chiudeva definendo il romanzo “un horror un po’ alla Barnum”. Già allora il clown spaventoso del prologo aveva catturato l’immaginario collettivo. Per i motivi sbagliati.

Ho qui davanti la mia copia di It: un’edizione rilegata dell’Euroclub del 1988. Nonostante la normale usura e la sovraccoperta sgualcita, tutto sommato ha resistito bene alle ingiurie del tempo. Del resto ho sempre ritenuto i libri veri e propri oggetti sacri, da rispettare e accudire con la massima delicatezza, specie quelli che hanno segnato la mia vita. Faccio un rapido calcolo: devo averlo letto per la prima volta verso i dodici-tredici anni; ricordo che mi colpì soprattutto l’età dei protagonisti nel 1958, così simile alla mia nel 1992. Va da sé che mi identificassi un po’ con tutti i “perdenti” – soprattutto con Ben Hanscom, il bambino cicciottello che trascorre le vacanze in biblioteca e che è segretamente innamorato della bella e irascibile compagna di classe Bev; ma anche con Bill “Tartaglia” Denbrough, che avrebbe poi avuto una sfavillante carriera di scrittore – la stessa che desideravo tanto anch’io.

Lessi It tutto d’un fiato (sarà che sin da piccolo ero affascinato dai libri “maledettamente complicati”): fu un’esperienza liberatoria – la mia personale porta d’ingresso alla letteratura, la soglia che dovevo varcare per colmare finalmente il confine tra arte e vita. Tom Sawyer e Ivanhoe (così come i protagonisti del mio adorato Tolkien, altro autore apprezzato e citato continuamente da King) erano personaggi “altri”, che si muovevano in un tempo e uno spazio nettamente diversi da quello della mia contemporaneità: le loro avventure potevano essere apprezzate a un livello immaginifico, ma non certo confuse con la realtà, con la vita di tutti i giorni. La Derry di Stephen King, al contrario, non era così diversa da Pontinia, la cittadina dove sono cresciuto – poco più di un paio di strade principali, affiancate da un canale e circondate dalla campagna; un paese dove tutti sanno tutto di tutti e niente passa inosservato, un luogo banale, provinciale, eletto finalmente ad ambientazione letteraria. Gli scontri dei “perdenti” coi bulli locali ricalcavano sin troppo da vicino le disavventure vissute ogni giorno da me e dai miei compagni nei corridoi della scuola (ricordo che una volta uno dei cosiddetti “ripetenti”, un tipo alla Henry Bowers, spaccò il vetro della finestra dell’aula con un pugno, anche se per fortuna non ero io il bersaglio mancato); le esternazioni d’amicizia, le decisioni avventate, gli amori non corrisposti, le trasgressioni agli ammonimenti dei genitori, le speranze e le proiezioni nel futuro: tutto questo faceva intrinsecamente parte della mia vita quotidiana. L’eterna lotta tra il bene e il male non si combatteva più nel medioevo inglese o nella Terra di Mezzo, bensì per le strade cittadine, in campagna, nelle cantine di casa, lungo i canali.

Spinto dal clamore suscitato dal nuovo film in uscita nelle sale cinematografiche e dalla “riscoperta” contemporanea di questo romanzo operata dall’accademia, dall’editoria che conta, dai grandi critici, dagli scrittori e dai media in generale (leggo oggi la notizia di una nuova pubblicazione di Effigie editore, in uscita il 31 ottobre, intitolata: Dentro al nero. Tredici sguardi su It di Stephen King, a cura di Luca Cristiano ed Enrico Macioci, pp. 192, euro 10,20 stampa), ho cominciato anch’io a rileggere It. Stavolta in e-book, in inglese, sottraendo tempo prezioso agli impegni universitari, alle letture lavorative, al sonno di cui ogni tanto anch’io, purtroppo, ho bisogno. E ho scoperto un libro diverso, perché, ovviamente, sono io ad essere diverso. Rileggere It venticinque anni dopo significa compiere lo stesso percorso dei protagonisti; ricordare l’infanzia perduta, dimenticata, rimossa. Significa tornare nella città natale dopo tanto tempo e ritrovarla esattamente come la si era lasciata al momento di partire per l’università, in cerca di lavoro, per studiare all’estero, per seguire la famiglia, o le ambizioni, o la vita – qualsiasi forma avesse preso al momento.

C’è una cosa che vorrei chiarire a questo punto: It non è il clown che compare nelle copertine della nuova edizione italiana e nelle locandine del film. It è qualcosa di impossibile da definire e visualizzare. È il soggetto delle frasi inglesi “it rains”, (“piove”), “it darkens” (“si fa sera”). È ciò che non si può rappresentare e nemmeno, quindi, tradurre. È un pronome neutro che in inglese suona come l’italiano “esso”. È la cosa senza nome, così simile a una divinità negativa, malvagia – lo spavento che ci assale durante un temporale, la morsa dell’angoscia immotivata e inaspettata; è l’informe, l’ineffabile, la paura della morte che ci paralizza di notte. Quei terrori con cui ognuno di noi ha dovuto confrontarsi sin da quando era bambino, paure inconfessabili che non potevamo rivelare nemmeno a nostra madre o al nostro migliore amico. Ma a dodici anni le paure irrazionali assumono spesso le forme più improbabili, quelle dei mostri di cui si è letto nei romanzi – la creatura del dr. Frankenstein, il vampiro di Bram Stoker – o che si sono visti in tv – la mummia, il lebbroso, il lupo mannaro. E il clown. It è tutto questo, e anche di più.

It è infatti anche la vergogna, la coscienza della propria inadeguatezza, la mancanza di coraggio, la bugia vigliacca, l’orrore dell’esistenza che ognuno di noi ha cominciato a percepire, a sprazzi, da bambino. Tutti siamo stati dei “perdenti”, e prima o poi tutti abbiamo dovuto affrontare le nostre debolezze, come i protagonisti del romanzo: che a renderli emarginati agli occhi dei bulli del paese siano la balbuzie di Bill o l’obesità di Ben, le violenze familiari subite e la femminilità di Bev, l’asma psicosomatica provocata a Eddie dalla madre iperprotettiva, l’esuberanza verbale di Richie che lo mette di continuo nei guai, l’ebraicità di Stan o la pelle scura di Mike, tutti hanno riversato in It le proprie debolezze, “mostri” (da monstrum, fatto o fenomeno eccezionale, in senso sia positivo sia negativo, riferito anche a persona che riveli qualità, buone o cattive, oltrepassanti i limiti della normalità) che affrontano un mostro, non certo con la speranza di sconfiggerlo (non può essere sconfitto), ma riuscendo faticosamente a tenerlo a bada, a relegarlo nei più profondi recessi della psiche, ad escluderlo dalle proprie vite. E ciò significa che sono diventati adulti. E noi con loro.

Ecco perché It è davvero un capolavoro: perché oltre a costituire una lettura appassionante e terrificante, che ci fa esperire il processo di maturazione dei protagonisti, il passaggio dall’infanzia all’età adulta (rientrando quindi nel genere del Bildungsroman, o romanzo di formazione); oltre a costringere il lettore a ripercorrere metaforicamente il difficile viaggio a ritroso dei protagonisti adulti, che da carriere brillanti e situazioni economiche vantaggiose devono rimettere in gioco le loro vite per adempiere a una promessa e affrontare i nodi irrisolti dell’età infantile; oltre a mostrare la violenza che si cela tra le pieghe della provincia americana (e non solo) – una violenza che è generata da noi stessi, e non da un’entità maligna che al massimo si limita ad amplificarla e a incanalarla affinché colpisca nel segno e vada fino in fondo, rendendola ancora più letale (ed è chiaro come David Lynch abbia preso spunto proprio da qui per il suo Twin Peaks); oltre a tutto ciò, riletto venticinque anni dopo It si pone anche, metanarrativamente, come una riflessione sul processo di lettura, una metafora del lettore che cresce e si evolve, abbandonando la “comfort zone” dei libri per ragazzi (oggi si direbbe “Young Adults”) per avventurarsi nell’immenso mare della letteratura (come è successo al romanzo stesso, che oggi è stato finalmente accolto nel Pantheon della letteratura americana “seria”). Forse non è un caso che qualche tempo dopo aver finito It io abbia deciso di leggere Moby-Dick. In questo senso ha ragione il recensore del “New York Times”: il romanzo di King è “troppo maledettamente complicato”, perché crescere è una faccenda maledettamente complicata.

Ed è per questo che non andrò a vedere il film di It in uscita nelle sale (che già apprendo avrà un sequel): perché It è il grande romanzo sulla lettura dei romanzi, è qualcosa di irrappresentabile se non nella nostra mente, come le vicende e i personaggi mentre leggiamo. Vedere i “perdenti” in carne e ossa, guardare un attore truccato da clown, per quanto bravo o ispirato, chiedere al piccolo Georgie con l’impermeabile giallo se vuole un palloncino, trasformerebbe sicuramente quello che è un capolavoro della letteratura americana in “un horror un po’ alla Barnum”.

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Pellicola replicante, romanzo transmediale

20 Ottobre 2017

Philip Kindred Dick, Ma gli androidi sognano pecore elettriche, tr. Riccardo Duranti, Fanucci, pp. 269, euro 8,42 stampa

riflette UMBERTO ROSSI

Ovviamente il romanzo non è quel che si definisce una novità, ma mi sento autorizzato a ragionarci su nella misura in cui l’uscita nelle sale di Blade Runner 2049 ha riacceso la discussione, che si articola su due versanti: prima di tutto se sia meglio peggio o cosa la pellicola “storica” di Ridley Scott o il sequel di Villeneuve; e poi che relazione ci possa essere tra questi due e il romanzo di Dick, pubblicato negli Stati Uniti nel lontano 1968 (anno fatidico quant’altri mai…). Vale allora la pena di spendere qualche parola su questa strana costellazione di artefatti culturali, uno a stampa, uno su pellicola (poi trasmigrata su nastro magnetico e infine approdata al digitale), uno del tutto digitale. Sembra quasi di vedere l’evoluzione dei media dal meccanico all’elettrico all’elettronico al digitale.

Va detto innanzitutto che mentre il primo Blade Runner era un adattamento quanto mai infedele del romanzo di Dick (basterebbe solo dire che in origine i replicanti, che in Ma gli androidi… neanche si chiamano così, sono fredde creature assassine prive di empatia, e che il cacciatore di taglie Rick Deckard è un brav’uomo non particolarmente eroico, e sicuramente umano), mentre Villeneuve sembra essersi posto come obiettivo, da cinefilo maniacale, di stabilire tutta una serie di corrispondenze tra le scene del suo film e quelle dell’illustre predecessore; le vicissitudini dell’androide K (poi Jo) e di Rick Deckard (versione Scott) corrono infatti parallele (ma non mi chiedete di entrare nei dettagli, altrimenti precipiteremmo in uno spoiler sconosciuto alla civiltà occidentale…).

Eppure Blade Runner manteneva un rapporto complesso con il romanzo di Dick, nel quale alcune scene marginali venivano come dire magnificate: basti pensare che la rivelazione finale (quella che diventa conclamata a partire dal Director’s Cut), e cioè che Deckard è un replicante, nasce da uno degli episodi più dickiani del romanzo, nel quale Deckard è arrestato da agenti di polizia che sono in realtà androidi, e portato in un commissariato fasullo popolato di Nexus-6 (ma per complicare un po’ di più la faccenda, perché Dick è Dick e non si smentisce, uno degli agenti, Phil Resch, anche se completamente privo di umanità, al test Voigt-Kampff risulta essere un uomo autentico…). Invece Blade Runner 2049, pur preso in un sofisticato gioco di specchi che rimanda incessantemente alla pellicola di Ridley Scott ben oltre le necessità della continuità narrativa (per cui si può dire che il secondo film sia veramente un replicante del primo), sembra aver tagliato quasi del tutto i ponti con il romanzo originario. Il frenetico gioco di realtà e simulazione del romanzo, che ritroviamo in una forma più controllata in Blade Runner, nel sequel viene sì evocato, ma in fin dei conti non è così centrale. Nella nuova pellicola K sa fin dall’inizio di essere un replicante, non è un segreto per nessuno, e non servono origami per fargli capire come stanno le cose (e il rovesciamento che si verifica a un certo punto non ha lo stesso impatto di quello che chiude il primo film).

In ogni caso, si può affermare che il romanzo e i due film in qualche modo orbitino, come pianeti attorno a un buco nero, intorno al tema della discriminazione, della razza, della disuguaglianza. Da questo punto di vista sarebbe il caso di fare entrare in gioco un quarto corpo, più letterario che celeste, e cioè L’androide Abramo Lincoln (tr. Gianni Montanari, Fanucci, pp. 278, euro 4,45 stampa, euro 5,99 ebook), altra opera di Dick solo apparentemente successiva a Ma gli androidi… (prima pubblicazione 1969-70 su rivista, 1972 in volume), ma in realtà scritta nel 1962 e restata nel cassetto per sette anni. In esso si narra la costruzione di un androide con le fattezze e la personalità del presidente che abolì la schiavitù negli Stati Uniti, e questo già fa capire che si andrà a toccare quella sorta di cuore di tenebra che ivi alligna fin dalle origini della prima colonia inglese in Nordamerica (la Virginia, nel 1607). Non a caso una delle scene più indimenticabili del romanzo è quella in cui l’androide Lincoln discute con Barrows, un classico cafone arricchito a stelle e strisce, cinico e arrogante, su cosa distingua l’uomo dall’androide, con la barriera che si fa man mano più sottile e porosa, fino a dissolversi, lasciando sul terreno solo i rapporti di forza tra chi ha i soldi e il potere e chi non li ha.

La questione della disuguaglianza è ciò che veramente trasmigra da Dick a Scott a Villeneuve; e forse lo fa aggirando Ma gli androidi… dove i Nexus-6 sono predatori senza empatia, e Roy Baty è tutt’altro che la figura nobile e tragica interpretata da Rutger Hauer nel primo film. È nell’Androide Abramo Lincoln che gli uomini artificiali dimostrano di essere più saggi e più umani di quelli “naturali” (e in questo romanzo c’è una serie di personaggi, prima tra tutti la geniale ma schizofrenica Pris Frauenzimmer, che mettono in crisi il discrimine tra uomo e androide); e da qui l’idea trasmigra, forse per interposto sceneggiatore (forse più David Peoples che Hampton Fancher), perché si ritiene che Ridley Scott neanche abbia finito di leggere Ma gli androidi…

Un tema che invece lega la prima trasposizione cinematografica e l’originale romanzo, è quello religioso, ma con un clamoroso slittamento nel passaggio transmediale: in Dick c’è la fantascientifica religione Mercerista, basata sull’empatia, sul soffrire del martirio del fondatore Mercer attraverso una sorta di realtà virtuale; mentre in Blade Runner il sottotesto religioso è quello di un Milton riletto attraverso il Frankenstein (autentica riscrittura romantica e rivoluzionaria del Paradiso perduto). Roy Baty che uccide Tyrrell è Adamo che si ribella a Dio, è il Figlio che uccide il Padre, è la creatura che insorge contro il creatore. Un Milton blakeano, a un passo dal vero e proprio luciferianesimo. Villeneuve e soci, dal canto loro, compiono un’ennesima reinterpretazione. In Blade Runner 2049 c’è, abbastanza insistita, una vena di messianesimo sorprendentemente cristiano: tutto ruota attorno al fatto che una donna è restata imprevedibilmente, assurdamente, miracolosamente incinta. E ha dato alla luce un figlio e una figlia – proprio come accadde a Dorothy Kindred Dick nel lontano 1927; è questo sicuramente un omaggio a Dick (e noi veri credenti ringraziamo), ma sono anche i Vangeli, no?

In conclusione, raccomando a tutti la visione del nuovo Blade Runner 2049, visivamente elegantissimo, ritmicamente caratterizzato da una lentezza che di questi tempi di regie cocainomani o anfetaminiche fa quasi piacere, e dotato di una colonna sonora notevolissima nel suo piglio ferocemente rumoristico (che mi piace quasi di più dell’elettronica ormai un po’ desueta di Vangelis nel primo film). Beninteso, la pellicola di Villeneuve non ha e non può avere l’impatto visionario che ebbe a suo tempo quella di Ridley Scott (quand’era Ridley Scott, non il fabbricatore di cose insulse come Prometheus), però è un pezzo di cinema degno di rispetto e che attesta le notevoli capacità del regista canadese. Ma raccomando a tutti di rivedersi la prima puntata, e soprattutto di leggere il dittico di Philip Kindred Dick, che ha retto incredibilmente bene al passare del tempo. Spero che sia per i più giovani spettatori un’occasione per avvicinarsi al Gran Californiano.

E prima di chiudere, una noticina a pie’ di pagina: tutti questi commentatori che si sono infervorati su Facebook e altrove a scannarsi sulla superiorità o inferiorità di Blade Runner 2049, e che occasionalmente hanno accennato al buon Phil, sembrano non essersi accorti affatto dell’elefante nella stanza. Perché se c’è un omaggio assolutamente clamoroso nella pellicola di Villeneuve, è sicuramente quello che viene tributato all’altro gigante della fantascienza new wave, James Graham Ballard, e al suo Ultime notizie dall’America (vergognosamente fuori stampa da lunga pezza). Provatevi a dimostrare che le scene nella post-apocalittica Las Vegas, con i fantasmi elettronici di Elvis Presley e Frank Sinatra nei casinò abbandonati non sono prese di peso dal romanzo del visionario di Shepperton; dubito proprio che ci riuscirete. E completamente ballardiani sono i paesaggi urbani evocati da Villeneuve, che quanto a visione degli spazi e dei luoghi dà diversi punti anche a Ridley Scott.

Insomma, come sempre, science-fiction prevails!

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