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Una storia del grande Nord

Dino Battaglia, L’uomo del New England, NPE, pp. 86, euro 16,90 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Continua la ripubblicazione dei fumetti di un maestro dell’arte sequenziale, Dino Battaglia, da parte di Nicola Pesce Editore. Opera meritoria, e condotta con grande serietà, riproducendo alla perfezione le tavole del maestro scomparso nel 1983 a soli sessant’anni (è il caso di dirlo). Tavole che questa volta sono a colori, per cui una riproduzione di qualità è ancor più importante del solito: e la stampa di NPE consente di apprezzare il raffinatissimo lavoro di coloratura realizzato dalla moglie di Battaglia, Laura, perché il grande fumettista con l’arcobaleno non si trovava a suo agio; non a caso, come ci spiega la bella introduzione di Marco De Giuli, l’autore de L’uomo del New England amava più che altro i grigi, che dosava con grande cura.

La vicenda narrata è quella di un gentiluomo inglese, Cristopher Nightly, che negli anni Cinquanta del Settecento s’imbarca rocambolescamente alla volta dell’America per sfuggire alla vendetta di un rivale in amore. Accade così che il fop, il classico damerino scapestrato dedito alle donne e alle carte, tipico dell’Inghilterra immortalata da Hogarth e Fielding, si ritrovi nel selvaggio continente nordamericano, dove infuria la guerra coloniale tra le truppe di sua maestà britannica e i francesi di Luigi XVI. Guerra combattuta anche con le alleanze con le tribù di nativi, i quali, va detto, non si facevano pregare poi troppo per mandare al creatore i guerrieri delle tribù rivali.

Nightly viene prima comprato da un cacciatore di pellicce per un anno, poi finisce con i Ranger del maggiore Rogers, impegnati in un raid pressoché suicida ben dentro il territorio controllato dai francesi del generale Montcalm e dagli indiani loro alleati; obiettivo, andare a sterminare la tribù dei Saint Francis, responsabili di una serie di attacchi contro i villaggi inglesi del New England. (Poi uno si chiede da dove venivano le spietate missioni search & destroy della guerra del Vietnam…)

Battaglia ricostruisce questo episodio storico (molti fatti e appena un po’ di fiction in questo splendida e compatta graphic story) con gran dovizia di particolari affidati ai disegni; i dialoghi sono essenziali e funzionali alla storia. Ne esce fuori, senza neanche gran panorami e vedute pittoresche, l’anima oscura di una terra dove si uccide senza fare tante domande, dove la morte è perennemente in agguato, e dove si gioca una partita molto più grande di quel che sembra; come spiega l’introduzione di Hugo Pratt, riportata in appendice al volume, il raid di Rogers è un piccolo episodio della Guerra dei Sette Anni, forse la prima vera guerra mondiale, con la quale il Regno Unito strappò a quello di Francia la supremazia planetaria (inclusi Quebec e India).

Torna così nelle librerie un autentico classico del fumetto, pubblicato per la prima volta nel 1979. E NPE lo presenta giustamente con un ricco corredo; a parte l’introduzione di De Giuli e quella storica di Pratt, troverete nel volume anche una sintetica ma estremamente interessante postfazione di Angelo Nencetti sui fumettisti italiani e il loro rapporto con la frontiera americana. Insomma, quel che si dice un piatto ricco. Non perdetevelo.

(E ci sembra opportuno aggiungere in calce almeno una delle meravigliose tavole che troverete in questo volume…)

https://edizioninpe.it/

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Famiglie rovinate

Giampaolo Simi, Come una famiglia, Sellerio Editore, pp. 432, €15,00 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Nonostante segua da tempo e abbia sempre apprezzato Giampaolo Simi, non avevo ancora avuto l’occasione di recensire un suo romanzo. Ho avuto la possibilità di incontrare lo scrittore toscano durante l’ultima presentazione del suo precedente romanzo, La ragazza sbagliata, in un paese dell’entroterra marchigiano, pochi giorni prima che uscisse questo libro. Durante la cena si è parlato del più e del meno, dalla politica allo sport, dal cinema alla letteratura e Simi non si è risparmiato: dotato di profonda cultura, possiede una capacità di chiarezza straordinaria e una disponibilità che ne fanno una persona speciale. Non è difficile annoverarlo tra i migliori scrittori italiani: la semplicità quasi disarmante con cui mette in pratica il suo talento è propria dei grandi.

Difficile relegarlo dentro un’etichetta, perché se è vero che scrive noir, è anche vero che lo fa con un orizzonte narrativo molto ampio. I metodi di indagine sulla società odierna precisi e profondi, i personaggi calibrati nelle loro singolarità, lo stile limpido e scorrevole, la ricerca incessante del vocabolo giusto, l’evidente documentazione sui temi che tratta concorrono a formare testi che col tempo si sono sempre più arricchiti di qualità.

La storia decolla subito con un incipit straordinario, e porta il lettore in una Versilia dove Simi si muove con naturalezza, una provincia che potrebbe essere in qualsiasi parte d’Italia, tra persone comuni che potremmo incontrare in ogni momento della giornata o essere noi stessi.

In Come una famiglia tornano personaggi del romanzo precedente e se ne aggiungono di nuovi. Dario Corbo è un ex giornalista, separato dalla moglie Giulia e con un figlio, Luca, diciottenne, che sta per fare il grande salto nel calcio professionistico. Dario adesso lavora per la fondazione di Nora Beckford, figlia di uno scultore inglese scomparso. Ha scontato quindici anni di reclusione per l’uccisione di una ragazza anche a causa dei servizi giornalistici di Dario, che oggi non è più convinto della sua colpevolezza. Le dinamiche delle coppie in questione non sono chiare, e il coinvolgimento del figlio Luca in un grave episodio di violenza contro una ragazza, durante i festeggiamenti per i risultati della squadra in cui milita, rende esplosivi alcuni sentimenti latenti da tempo. La madre della vittima accusa Luca della violenza, e l’inchiesta assume contorni inquietanti e oscuri, tanto che anche Dario, a un certo punto, dubita dell’innocenza del figlio.

Da qui in poi assistiamo al disfacimento di famiglie di diversa estrazione sociale; alla solidarietà di gruppo, in questo caso omertosa, dei giocatori della squadra di calcio; alla necessità di filmare e condividere le proprie gesta per mero esibizionismo; all’obiettivo del successo come lasciapassare per una vita facile senza troppi sacrifici. Non mancano personaggi ambigui, che sfruttano i ragazzi più talentuosi per i loro tornaconti personali, che non esitano a passare sopra le vite degli altri per concludere i loro loschi affari, che instillano nei giovani giocatori l’idea che il successo personale, che una vetrina da cui farsi ammirare sia la cosa più importante da raggiungere. Non importa con quali mezzi.

Anche e soprattutto Dario Corbo indaga, tornando per necessità al suo lavoro di giornalista di inchiesta: si scontrerà con interessi economici, sotterfugi giuridici, corruzioni e depistaggi che lo porteranno a scoperchiare un mondo, quello del calcio giovanile, che anziché fucina di talenti si rivelerà una replica della società di oggi. Una società che Giampaolo Simi non tiene ai margini, ma che è la vera protagonista del romanzo, con tutti i limiti che la ricerca del successo facile – sia economico che sociale ­– può imporle, con tutte le deformazioni che allontanano soprattutto i giovani da un percorso formativo virtuoso. Una realtà che, a ben vedere, non ha proprio niente di invidiabile.

https://sellerio.it/it/

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Il loro regno per un cavallo

C.E. Morgan, Lo sport dei re, tr. Giovanna Scocchera, Einaudi, pp. 584, €24,00 stampa €10,99 ebook

recensisce MARCO PETRELLI

Henry Forge è solo un bambino quando la sua vita cambia per sempre. Dopo aver assistito all’addestramento di un cavallo da corsa, questo rampollo di un’antica e arrogante famiglia dell’aristocrazia terriera del Kentucky non ha più dubbi: la fattoria dei suoi avi lascerà il posto a una scuderia di purosangue. L’ossessione di Henry, creare il cavallo perfetto: una bestia che corra come nessun’altra prima.

C’è una coppia di termini omofoni alla radice di questo ponderoso, magnifico romanzo di C. E. Morgan: race, inteso come “corsa, gara”, e race, nell’accezione di “razza”, con tutta l’implicita gerarchia biologica che la parola sottintende. Da un lato, le corse di cavalli del Kentucky Derby (e non solo), lo “sport dei re” che raccoglie tra gli astanti il meglio della decadenza pseudo-nobiliare del Sud ­– quella che Hunter S. Thompson definì «atavistica cultura condannata». Dall’altro, la selezione artificiale e maniacale dell’allevatore; ma anche la terribile eredità che schiavitù e razzismo hanno lasciato a uno stato che, fungendo da cuscinetto tra unionisti e confederati durante la guerra civile, era di fatto l’ultimo avamposto del Sud.

Oltre il fiume Ohio, Cincinnati, città che in Lo sport dei re viene dipinta coi contorni mitici di un luogo leggendario, lo stesso che Scipio, antenato dell’inquieto stalliere dei Forge, Allmon, raggiunge nella sua disperata e spietata fuga da fruste e catene. La sopravvivenza bestiale degli ultimi contrapposta alle esistenze barocche dei primi; l’intreccio spesso perverso di selezione naturale (continuamente evocata dalle epigrafi tratte da L’origine della specie), allevamento ed eugenetica, ciascuno con il suo inevitabile carico di morte e crudeltà.

“I morti diventano storie per continuare a vivere”, scrive Morgan, suggerendo con il suo romanzo come queste stesse storie abbiano il potere di decidere della dannazione o della salvezza di ciascuno. Narrando avvenimenti che vanno dalla fine del Diciottesimo secolo ai primi anni Zero, la scrittrice si confronta con il classico romanzo genealogico della tradizione del Dixieland, utilizzando il cinico Henry Forge come perno, ma aprendo a un ampio ventaglio di personaggi memorabili, primo fra tutti il fantino-fool Reuben Bedford Walker III, mattatore indiscusso dell’ultima sezione del romanzo.

Un libro florido come i paesaggi del Kentucky che lo ospitano, nel quale la natura e gli uomini vengono trattati tanto con il linguaggio asettico della tassonomia quanto con un raffinato lirismo pastorale. Umanista e post-umanista allo stesso tempo, ché se la voce autoriale (complessa e spesso elusiva) sembra a volte tirarci verso lo sguardo gelidamente geologico di Henrietta, figlia di Henry, l’oggetto del narrare resta fermamente nei confini dei corpi, dei fluidi, della carnalità.

Morgan è una scrittrice ambiziosa, e non ne fa mistero. «La vita è breve», ha dichiarato, «voglio confrontarmi con l’arte di alto livello. Voglio anima. La grande letteratura scuote la mente e fa cantare il corpo. È una sensazione elettrica, inconfondibile». E Lo sport dei re non delude in questo senso. È violento e poetico, scioccante e delicato. La bellezza brutale delle corse di cavalli diventa il metro di misura di tutte le cose, un microcosmo nel quale va a rispecchiarsi la storia dei Forge e l’intera storia del Sud, insieme a tutto il sangue che queste hanno versato. Un romanzo destinato a lasciare un segno nella grande tradizione della narrativa del Sud statunitense.

http://www.einaudi.it/

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La mente se stessa pensante

Daniel C. Dennett, Dai batteri a Bach. Come evolve la mente, tr. Simonetta Frediani, Raffaello Cortina Editore, pp. 560, € 32,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

La mente è il mistero di se stessa. O non è affatto un mistero, e la sua integrale historia segue quella dei quattro miliardi di anni (circa) da quando la vita si evolve su questo pianeta? Per Daniel C. Dennett l’informazione (così come la scienza l’intende) e Darwin hanno la meglio su un eventuale blocco dell’evoluzione, altrimenti non saremmo qui a pensare su noi stessi – in altre parole non esisterebbe una mente che pensa se stessa.

Dai batteri a Bach è legittimamente arduo da seguire, il pensiero evoluzionistico qui tracciato (e in polemica liquidatoria con certe derive creazioniste in voga da diversi anni in alcune aree delle istituzioni) pretende salti e digressioni di prima qualità, e una ricerca bibliografica soccorritrice su alcuni temi specialistici: dalla biologia alla matematica, dall’informatica alla filosofia. Dennett è sì docente di filosofia e scienze cognitive, ma appartiene a quel genere di scienziati (per esempio Hawking o Rovelli, per citare due menti – la prima, purtroppo, scomparsa – ispirate e iper-popolari) che depositano in sé grandi quantità di linee scientifiche e “umanistiche” per poi convogliarle in una personale teoria onnicomprensiva capace di illuminare e affascinare studiosi e semplici lettori.

Dennett afferma che la nostra mente (o “coscienza”) si è originata secondo processi non intenzionali della selezione naturale. Alleato il fattore tempo, che in linea di massima non ha avuto ostacoli, per dirla grossolanamente, dal Big Bang a oggi. La dimensione dell’universo non ha mai smesso di aumentare, e ancora non sappiamo se la smetterà, ritornando al punto “vuoto” iniziale o se tutto (è la parola giusta, datemi retta) andrà a finire in un inimmaginabile gelo eterno. Dentro questa “follia” esistiamo noi, figli dell’evoluzione sul pianeta, “coscienti” di percepire e comprendere, a differenza di tutti gli altri abitanti animali e vegetali.

Insomma, se all’interno della nostra scatola cranica avessimo un guazzabuglio indistinto di impulsi elettrici in che razza di modo Kant avrebbe potuto scrivere la sua Critica della ragion pura? La postfazione di Maurizio Ferraris, illumina non poco (da par suo, pur caratterizzandosi in alcuni scostamenti di pensiero) il labirintico saggio di Dennett. In ultima analisi, i batteri non sanno di essere batteri, mentre noi sappiamo di essere uomini. E stiamo cercando di produrre la cosiddetta “intelligenza artificiale”.

Il tema è talmente attuale che alcuni aficionados troveranno in Dai batteri a Bach pane e tecnologia per i loro denti. Ancora: le termiti costruiscono i loro “edifici” spinti dal caso e dall’utilità. Gaudí, ideando la Sagrada Familia, ha prodotto qualcosa di straordinariamente simile ai termitai. Questi ultimi sono stati costruiti seguendo una “competenza senza comprensione”. Dennett spiega come proprio la massa di competenze generate durante l’evoluzione ci abbia portato qui: esseri in grado di “comprendere” la propria natura, di ripararsi e di ideare e generare qualcosa di simile all’intelligenza. Se mai riusciremo davvero, spaventosamente, a creare un organismo, più o meno meccanico e più o meno biologico, capace di pensare se stesso immerso in un ambiente comune.

In fondo la nostra natura è già una miscela di biologico e meccanico, risultato dei famigerati quattro miliardi di anni. E poi Turing (il geniale matematico che pose le basi dell’informatica), anch’egli necessario ai ragionamenti di Dennett: i computer non comprendono, e non devono comprendere le loro tecniche, e proprio per questo sono tanto veloci ed efficienti. Può darsi che la trasmissione culturale, una volta innescata, abbia prodotto neuroni “inselvatichiti”, suggerisce il filosofo, agenti di un’evoluzione più efficace, e inventrice di strumenti che ci illudono di possedere “coscienza” al solo scopo di prolungare darwiniamente la specie.

Al termine delle montagne russe di esperimenti mentali contenute nel saggio di Dennett, si deve convenire almeno questo: può darsi che un giorno si restituisca ai batteri il pianeta, e che la post-intelligenza da noi creata e da noi dipendente determini altresì (speriamo con prudenza) la nostra dipendenza da essa, ma di certo sarebbe buona cosa che Bach e i batteri continuassero a convivere.

http://www.raffaellocortina.it/

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Peregrinazioni di un’elefantessa

Arto Paasilinna, Emilia l’elefante, tr. Francesco Felici, Iperborea, pp. 251, euro 14,45 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce RAFFAELE IZZO

Come sempre nei libri dell’autore finlandese la trama è sintetizzabile in poche righe: l’elefante Emilia si vede interrotta la sua carriera circense da una legge che impedisce le esibizioni di animali selvaggi. Inizia così uno strano viaggio, ricco di avventure e sorprese, verso la Russia: dieci anni passati su un treno in compagnia della sua addestratrice, Lucia Lucander. Sembra un esodo felice per la coppia: balli, feste, cibo e tanta musica. Ma arriva una svolta: l’Unione Europea promulga un’altra legge che vieta gli spettacoli, per cui Lucia decide di riportare Emilia in Africa. Inizia un nuovo viaggio.

Non è certo facile trovare qualcuno disposto ad imbarcare un elefante: Lucia ed Emilia troveranno molti ostacoli sulla loro strada, ma anche molte persone generose disposte ad aiutarle. Paasilinna è un maestro nel ritrarre personaggi di ogni tipo con semplici e veloci pennellate. Ma bisogna sgombrare il campo da alcuni equivoci estetici: il lettore che qui cercasse le pagine dedicate alle introspezioni psicologiche, tipiche della contemporaneità, resterebbe deluso. La tradizione romanzesca alla quale si rifà l’autore è quella della fiaba premoderna, il viaggio picaresco seicentesco. I personaggi non assumono spessore perché così richiede questo modello, non per incapacità dello scrittore. Essi resteranno impressi però come fugaci apparizioni, schegge, sprazzi di un disegno sempre più vasto di loro, a comporre un arazzo senza un centro fisso.

Sempre divisi tra normalità e pazzia, tra determinazione e incoscienza, scorreranno davanti ai nostri occhi ubriaconi e mogli in fuga, negozianti innamorati e macellai che pensano alla ricetta migliore per realizzare una salsiccia di pachiderma. Ma anche imprenditori sconfitti dalla vita che decidono di compiere un’ultima pazzia, pompieri volenterosi, eco-complottisti, vetrerie abbandonate, pollai enormi e autobus accartocciati.

Paasilinna si ama o si odia. I suoi personaggi strampalati, ai limiti dell’anarchia, assurdi e ironici, ma in grado di commuoverci fortemente, richiedono lettori già abituati a questo tipo di opere anti-moderne. La follia leggera e ironica che ci ammalia e avvolge, con garbo e buon gusto, è lontanissima dalla violenza dei libri odierni.

La sua capacità di passare da un argomento all’altro, dal serio al faceto, ricorda per certi versi quella prosa italiana non definibile in nessun genere. Con che facilità ci fa vedere i paesaggi nordici, per poi passare improvvisamente a descrivere i manicaretti di una cucina a noi sconosciuta. L’uso linguistico è di una precisione chirurgica: ogni piatto, ogni usanza a esso associata viene messa in risalto citando, in tutta semplicità, il suo nome, le sue origini. E poi una capacità di immedesimazione nei panni di questo elefante, che ci pare umano, forse più che umano: in poche pagine capiamo quante sfumature possono passare nei rapporti tra animali e uomini. Viene alla mente un altro libro, quel Viaggio dell’elefante di Jose Saramago, che, seppur nel differente uso barocco del linguaggio, adotta una prospettiva analoga a quella del nostro Autore.

http://iperborea.com

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L’Isola per antonomasia

Lea Vergine, Capri (1905-1940, Frammenti postumi), il Saggiatore, pp. 304, €29,00 stampa €13,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Lea Vergine va citata, e dunque: L’arte non è faccenda di persone perbene. Lo attesta, con le varianti del caso, questo esaustivo e coreografico volume dedicato all’isola di Capri al tempo in cui surrealisti, russi, dandy veri e falsi, esteti e facoltosi vi si aggiravano conquistandola. Dai primi anni del ’900 al secondo dopoguerra.

E viene subito in mente la silhouette di Alberto Savinio contrapposta a quella dell’Isola (per antonomasia, si direbbe); il fratello di De Chirico scriveva nel 1926 il suo personale libro intorno a Capri, mai pubblicato se non in stralci sulla Nazione di Firenze. Il saraceno gridava “terra!”, e un’allegria un po’ frivola si faceva strada negli animi, assieme al mito di sirene che lasciarono abbondantemente agli uomini questa terra, andandosene. Non senza istillar loro il demone della pazzia, delle “parole in libertà”, dei costumi riccamente avventurosi e quanto mai privati.

I Frammenti postumi, mirabile inventario di arti & avventure creato da Lea Vergine con Sergio Lambiase e Elisabetta Fermani, riposizionano alla luce scritti e peripezie di chi visse l’isola nel pieno del suo corredo – come Edwin Cerio, dio a suo modo dispotico ma variamente mecenate del luogo – e di chi vi sbarcò diventandone festoso prigioniero. E qui i nomi sono tanti. Da Jacques d’Adelswärd-Fersen a Norman Douglas, colmi di magnetico e nomade fascino omosex, al Marinetti (marito della favolosa Benedetta, grande dame del Futurismo cui dovremmo dedicarci senza indugio) fiero e mascalzone di cui Francesco Cangiullo narra, in uno scritto del 1922 e inserito nel libro, sguardi e corporeità fusa “nel bagno in quei colorifici subacquei di salsi cobalto, celesti e verde smeraldo stemperati nel mare…”

Ma l’occupazione futurista dell’isola, successiva a quella russa (uno per tutti, in una comunità, “Massimo” Gor’kij), ha in Sergio Lambiase ambìto descrittore, per altro non mancando in Capri suoi numerosi contributi di testi e interviste. Fra ufficiali convegni e arrivi fulminei su “graziosissimi vaporetti” (sempre Cangiullo), la presenza futurista s’incrocia e imbastardisce nell’alveo insulare strettamente sorvegliato dai Faraglioni sentinella. Dove l’abbondanza di ville e rovine romane, fra le due Marine e Anacapri, detta la sua legge topografica perennemente tenuta salda dal sindaco “entomologo”, anfitrione e defensor insulae Edwin Cerio. Fersen, Giuseppe Vannicola (il “velenoso” e avvelenato, come quasi tutti, d’assenzio), Ada Negri, Depero, Clavel, sono parte di una stravaganza riverberata ovunque nell’isola che con la sua abbagliante bellezza non ha mai ostacolato teatri e teatrini d’ogni genere.

Circoli omosessuali e arti varie vi hanno alloggiato affabili e potremmo dire insuperati modelli di genialità. Foto inserite nelle pagine del volume testimoniano passaggi e facce, perfino l’Aleramo (purtroppo senza Campana) appare, non sembrerebbe tanto maliarda se confrontata alla scrittrice Clotilde Marghieri, grande amica e corrispondente di Bernard Berenson, e alla vampiresca marchesa Casati Stampa, secondo Depero “confidenziale e intelligentissima”.

Fra mito, romanità, bagliori e fantasmi rievocati da Savinio e qui presentati nella loro luce mediterranea più forte e decisa, la folla di personaggi è labirintica, emerge da un’epoca scomparsa e irripetibile: ma ricca di documenti e testimonianze, di ville erette fra antico e moderno, come villa Lysis costruita in prima persona dal pagano Fersen, e come villa Malaparte ideata dallo scrittore e terminata nel 1940 (qui Godard girò Le Mépris, Il disprezzo, tratto dal romanzo di Moravia, dove la Bardot, nuda, impera e tritura gli sguardi).

E in uno scritto, al termine di questo libro, Lea Vergine liquida amaramente il nostro presente, carico di autori best sellers, quando di fronte al panorama qualcuno ha bisogno di sedersi e bere un bicchiere d’acqua. Oggi non si regge di fronte al concetto d’infinito. Gli attualissimi costumi “orripilanti” intaccano anche i miti, forse soprattutto, e gli starnazzanti che volete ne sappiano di Clark Gable e Ava Gardner attenti al coprirsi il giusto. Tenevano per sé l’aristocratica spudoratezza, altro che slip femminili e maschili frutto d’incolpevoli stylist. O forse colpevoli di sedurre sgangherate portatrici e portatori di natiche. I grandi eccentrici non sono più qui, e altri non appaiono sul mare intorno, tutt’al più possiamo assistere al saluto di rapide ombre nella libreria degli editori La Conchiglia, tempio di raffinatezze per pochi. Però Lea Vergine, dandysticamente urticante, nell’ultima pagina esclama: pas de angoisse.

Ed è tutto.

https://www.ilsaggiatore.com

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Una trama (finalmente complessa) del Sud

Alessandro Leogrande, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, Feltrinelli, pp. 320, €19,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Alessandro Leogrande ci ha lasciato il 26 novembre 2017 a quarant’anni e, a rileggerlo oggi, le sue parole ci giungono come una eredità pesantissima e, insieme, come una freccia leggera scoccata verso l’immaginazione del futuro. Le sue sono parole che sfidano il logorio del tempo e attecchiscono in profondità, come radici di un pensiero resistente. Così almeno emerge da questa raccolta proposta da Feltrinelli – suo editore degli ultimi anni – che mette insieme trecento pagine di scritti su Taranto: luogo di origine e di sofferente elezione dell’autore, suo posizionamento privilegiato per osservare le macerie di una realtà sociale che, a ben vedere, è quella della lunga Crisi europea iniziata negli anni Novanta del Novecento.

Il volume è una sorta di remix di testi – interi capitoli dell’ormai introvabile Un mare nascosto (L’ancora del Mediterraneo, 2000), articoli e saggi pubblicati su Lo Straniero (di cui è stato anche vicedirettore), Il Corriere del Mezzogiorno e il manifesto – usciti tra il 1998 e il 2017, divisi in quattro parti tematiche sulla Taranto di Cito, la città devastata dall’industrialismo e dallo svuotamento del centro storico, la città stratificata dal punto di vista delle classi e delle pratiche sociali, dei rituali religiosi e del calcio. Sono inoltre antologizzati discorsi pubblici e un reportage narrativo fondamentale, originariamente pubblicato nella raccolta Il corpo e il sangue d’Italia a cura di Christian Raimo (minimum fax, 2007): “L’eterno ritorno di Giancarlo Cito”.

Si tratta di un lavoro editoriale per certi aspetti discutibile che, tuttavia, fa emergere il nucleo centrale della riflessione e delle narrazioni di una vita: gli stravolgimenti prodotti dalla modernità in territori profondamente segnati da storie millenarie, nei quali le asimmetrie di classe, più di altre, hanno caratterizzato la produzione delle soggettività.

Le sue parole, si diceva, proiettate verso il futuro: è impossibile non notare come Leogrande, nei primi anni Novanta, usasse termini come “casta” (per indicare gruppi di potere radicati nelle classi abbienti della società tarantina) e “populistici” riferiti alla politica del tycoon televisivo locale Giancarlo Cito: “picchiatore fascista”, poi sindaco, poi parlamentare della destra berlusconiana, i cui frame linguistico-discorsivi improntati ad una marcata aggressività verbale servivano a presidiare le piazze reali e quelle televisive per ricercare e plasmare il consenso delle classi popolari e quello dei circoli dominanti. Attraverso la lente deformante del politico tarantino, Leogrande individua e descrive i prodromi di una grande trasformazione politica che giunge fino a noi: un coacervo di neonazionalismo xenofobo (si racconta dei suoi legami con Franco Freda di Ordine Nuovo e Mario Borghezio della Lega Nord) e omofobo, giunto oggi ad occupare poltrone ministeriali.

Questo prezioso volume risulterà illuminante sia per chi ha voglia di conoscere il lavoro di Leogrande, sia per chi, invece, scoprirà testi sconosciuti o dimenticati. Per tutti è l’occasione di vedere come il posizionarsi dell’intellettuale tarantino nella sua terra, al centro dei traffici della storia non solo moderna, è un fare perno per poter poi osservare dinamiche sociali, relazioni storico-culturali, dinamiche politiche di lungo periodo. I dettagli della vita sociale nei vicoli di Taranto vecchia, la crescita e il lento declino della fabbrica e della classe operaia (durata sostanzialmente una sola generazione), i movimenti politici negli anni Settanta: tutto minuziosamente raccontato con pennellate rapide e sintesi fulminee che restituiscono un’immagine finalmente complessa e mai consolatoria né assolutoria del Mezzogiorno come parte integrante della penisola. L’urgenza che trasuda da queste pagine è quella di raccontare: raccontare sempre, per individuare nessi in grado di spiegare processi talvolta imperscrutabili.

Infatti, nel tratteggiare i poteri che hanno plasmato Taranto dopo l’unità d’Italia, accanto alle classi dirigenti della politica locale e nazionale, al siderurgico e alla mafia, Leogrande punta impietosamente la sua lente sul ruolo della Marina militare che, con l’Arsenale, ha gestito “una sorta di città militare di massa”. I militari hanno rappresentato l’ingrediente dell’“autoritarismo” nella peculiare ricetta tarantina dello sviluppo. Sviluppo industrial-militare e sviluppo urbanistico incontrollato – indotto dalla necessità di accogliere sempre più manodopera – hanno provocato un massiccio inurbamento di contadini e la trasformazione dei pescatori in operai, innescando flussi migratori da regioni meridionali limitrofe: “una città in cui la stragrande maggioranza era composta da un magma denso ed eterogeneo, strappato dalle proprie radici, gettato in un contesto già di per sé irrazionale ed alogico, distribuito e compresso sul territorio”.

I reportage narrativi di Leogrande raccontano di contrabbandieri di sigarette che millantano carriere mancate da professionisti del ciclismo, giovani pescatori dediti ad un lavoro faticosissimo e scarsamente remunerativo ma con tanti sogni in tasca, ex militanti della Sinistra extraparlamentare che si occupano di bambini nella città vecchia, ex pescatori ultrasessantenni riconvertiti come parcheggiatori abusivi. Quanto più la materia narrata si fa problematica, tanto più la scrittura di Leogrande si fa poetica: come per assecondare l’urgenza di entrare in sintonia empatica con quella materia. Imperdibile l’incipit del capitolo “La grande fabbrica” che racconta il lento digradare della campagna coltivata a ulivi lungo la costa ionica verso le ciminiere e le montagne di ghisa della grande acciaieria, la più grande d’Europa, dove con malinconia straziante – nella trama sapientemente intessuta da Leogrande – il paesaggio violentemente antropizzato lascia ormai infimi spazi alla resistenza di forme di vita sociali e culturali ‘alternative’.

Per lo scrittore tarantino, in fondo, si era sempre trattato di immaginare alternative non senza prima aver lavorato ossessivamente sulla comprensione di cause e processi materiali che hanno determinato lo stato di cose presenti: quel lavoro faticoso dell’intellettuale di cui Leogrande era ormai un rarissimo, mite e risoluto rappresentante.

http://www.feltrinellieditore.it

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Favola nera

Massimiliano Governi, Il superstite, Edizioni E/O, pp. 132, € 14,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Superstite dal latino superstes, ossia stare sopra. Ecco chi è il protagonista di questo breve ma intenso romanzo dalla struttura scheletrica ed essenziale. Il suo nome non viene mai pronunciato, ed è lui che racconta in prima persona il suo bagaglio di emozioni di fronte ai fatti accaduti. Con la figlioletta di due anni in spalla arriva alla casa accanto dove abitano i suoi genitori, suo fratello e sua sorella, ma ciò che trova ad accoglierlo non è lo scenario che si sarebbe aspettato. Un massacro, uno scempio che riporta subito alla memoria i fatti descritti in A sangue freddo di Truman Capote, libro più volte citato. Questa cittadina del nord Italia volutamente non ben precisata però, potrebbe essere qualunque posto in cui regnano la violenza e la ferocia, e il giornalista che affianca l’uomo da quel momento in poi, lo sa bene.

I colpevoli, due nomadi slavi, verranno poi scovati e acciuffati, ma tra zio e nipote, il più vecchio verrà processato e condannato mentre il più giovane si suiciderà. Al processo che si svolge in Serbia, l’uomo verrà accompagnato dal giornalista che sta scrivendo un libro sulla sua vita e che lo accompagnerà successivamente anche sulla tomba dell’assassino, visita avvenuta anni dopo. È il desiderio di vendetta che dal momento del ritrovamento dei corpi permea le pagine, pervade tutti i pensieri dell’uomo e riempie le sue giornate diventando quasi un’ossessione. È la benzina che lo estrania dal dolore, dalla malattia e dalla lontananza della moglie e di sua figlia che si trasferiranno poi in America.

Il pensiero costante che si cela tra le righe del romanzo attanaglia il superstite fin da subito, ed è una riflessione che lui stesso scorge tra gli appunti del giornalista: “Quell’uomo aggredito e invaso dalla cancellazione della sua famiglia. Ero io eppure non lo ero. Tutto sembrava vero e falso allo stesso tempo. Ma forse è così che si scrivono i libri. Forse è così che accade la realtà.” Una persona che assiste impotente allo sterminio dei propri cari dunque, come può provare di essere mai nato?

Pagine che bruciano di una verità sconcertante, una scrittura tesa, forte, e una visione lucida della follia di un estraneo che ha deciso per te. Con un finale vagamente dolce che riporta un po’ di pace e speranza nel cuore, se non altro del lettore.

https://www.garzanti.it

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Parigi vintage

Henry Miller, Giorni tranquilli a Clichy (fotografie di Brassaï), tr. Katia Bagnoli, Adelphi, pp. 188, 23 ill. €18,00 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Torna in una nuova edizione, corredata dalle foto di Brassaï, la testimonianza materiale di una Parigi in bianco e nero, e con ampia sfumatura di grigi, dove uomini e donne si baciano con alle spalle barboni addormentati. È la Parigi indolente e alcolica degli anni ’30, dove amabili puttane tiravano fuori quel che sappiamo ai ballerini durante le danze, quando pigrizia e amore mercenario se la facevano con vini algerini da quattro soldi e Montmartre puzzava lodevolmente di marcio. E di dolcezze agresti.

La Tour Eiffel poteva sembrare lontana a questo Henry Miller che scrive sconcezze per sbarcare il lunario, o capolavori come Tropico del Cancro anticipatore dei fasti degli addomi. Roba che in Italia non poteva che essere tradotta da Bianciardi e letta (ma in originale, per carità!) dall’Arbasino. Tutte storie narrate e ricantate in legioni di salse, tanto per far risorgere a ogni decade la pruderie italica, e i contraltari porno, mancando sollecitudini contemporanee valorose.

Da noi si ricordano soltanto l’amabile antesignana Milena Milani e i più recenti libri di Giulia Fantoni, e l’ormai mitologico Parodia di Ruggero Guarini. Regioni nemiche, lo sappiamo bene, del buon senso comune, ma non dei sensi casalinghi nostrani, al netto di una scrittura di gran valore e premurosa, e che molti oggi possono al più sognare. È la vita, bellezza. È la differenza fra scandalo e scandalizzarsi. Lo scandalo è narratore di prima qualità, appalta lucrose immaginazioni, e capolavori preventivi, e passaggi per ogni dove, dalle Ande a Matera, da Bangkok a Rimini, da Trastevere e Bovisa a via Prè. Con tutte le tangenziali limitrofe percorse da Kafka, Proust e Ivory. Roba da Castello e Los Angeles (Big Sur e Coney Island of the Mind, per dire).

Digressioni e parentesi a parte, i Quiet Days scorrono su scenari di prima mano, vagabondaggini e avventure quotidiane con fanciulle graziose e pazze, con il divertimento tipico dei guasconi autobiografici resi leggendari da Miller. Nelle catacombe en plein air di una città ispiratrice, amante e lunatica, più di qualunque altra. Le fotografie di Brassaï, decisamente riportano al nostro sguardo il tempo di quella generazione, le luci e le ombre di vicoli e vetrine, di locali malfamati dove ragazzotti paffuti e divertiti si stringono a signorine altrettanto sorridenti. Brassaï restituisce in quegli scatti la notte calda, anche un po’ sporca, di Parigi, indifferente propiziatrice d’arte e spudoratezze.

A noi, della generazione che ha perduto tutto per sempre, resta la professione del rimpianto, per quel tempo in cui signori come Eliot e Pound si permettevano l’intelligenza di lodare opere come Tropico del cancro.

https://www.adelphi.it/

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Primavera sul Lago di Como

Andrea Vitali, Nome d’arte Doris Brilli, Garzanti, pp. 260, €18,60 stampa €5,99 ebook

recensisce GIANLUCA MERCADANTE

Pura energia. Pura vitalità si potrebbe anche dire, se ciò inevitabilmente non sembrasse un pessimo gioco di parole fra un termine del vocabolario e i dati anagrafici dell’autore di questo e altri romanzi, tutti contraddistinti dallo stesso sapore. Ciò che dalla pagina di Andrea Vitali traspare, qualunque trama racconti, è un misto fra umorismo e sagacia, fra rappresentazione di un microcosmo e capacità di toccare corde e temi dal respiro molto ampio. Il tutto servito poi con un tocco personale e inimitabile, tanto da renderne l’autore riconoscibile dalle prime righe. O da righe a caso. Tu le leggi e dici: Vitali. Il che rende ben meritata la gita nelle storie che la sua voce narra.

In Nome d’arte Doris Brilli ritroviamo una vecchia conoscenza, il maresciallo Ernesto Maccadò, già protagonista di altri romanzi di Vitali (Olive comprese e La signorina Tecla Manzi, tanto per citarne un paio a caso), qui ripreso quand’è stato trasferito, fresco di nomina, dal profondo Mezzogiorno a quel di Bellano, sul Lago di Como.

Il nefasto clima invernale lascia spazio ai primi vagiti della primavera, nell’appena cominciato Maggio del 1928. I cieli tersi e le temperature più gentili portano a spalancare le finestre e rimettono il sorriso nel posto che deve occupare sul volto della moglie Maristella. Insomma, Maccadò si trova in uno stato relativamente sereno quando i colleghi di Porta Ticinese a Milano, fermate due persone per schiamazzi notturni, un uomo e una donna, decidono di riportare a Bellano la seconda, poiché sua terra di origine. E affidano a lui il compito di ricondurre in famiglia Desolina Berilli, in arte Doris Brilli, cantante e ballerina da anni lontana da quei luoghi, e da altrettanto tempo in rotta coi genitori.

I lettori di Vitali conoscono la solfa: le sue storie si distinguono per l’uso di un linguaggio fresco e al contempo colto, che si rende portavoce di termini desueti in grado di evocare e rappresentare linguisticamente epoche trascorse. Di certo non sono trame, quelle di Viali, nelle quali omicidi e intricati misteri da cardiopalma la fanno da padrone. È per tanto lampante che un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri in contesti simili sia causa e pretesto per raccontare tutt’altro. Questo romanzo in particolare porta a riflettere su quanto a volte la leggerezza intelligente di un autore permetta di affrontare temi delicati e profondamente attuali con grande rispetto, capacità di osservazione e senza alcun pregiudizio.

Pensiamoci un momento: quante volte nei salottini televisivi, dai più trash ai più seriosi, l’amore omosessuale divide ancora le platee? Quanto pregiudizio, per l’appunto, serpeggia a tutt’oggi nel Belpaese a proposito di unioni civili fra persone dello stesso sesso? Quanta mediocrità viene a bella posta data in pasto all’opinione pubblica affinchè l’argormento venga strumentalizzato, e non analizzato, discusso, confrontato? Quanto si coltiva l’ignoranza e quanto si trascura la conoscenza? Beh, scusate se è poco: Vitali sposta tutto questo e lo colloca nell’Italia degli anni Venti, raccontando di un amore fra donne che compone un’immagine di una purezza sconvolgente.

Quella sì che ha ragione d’essere – e, giustamente, di sconvolgere: la purezza. Che illumina il pressapochismo, che inonda di luce gli sguardi bassi, che disapprova il disappunto, che si apre di fronte alla chiusura – ma non per questo cede il passo allo smarrimento, al senso di sconfitta. Al rifiutare quell’amore che, come diceva qualcuno, non si deve pronunciare.

In un periodo così confuso e caotico, dove i diritti umani vengono messi in quarantena peggio dei virus, libri del genere assomigliano alla primavera che Maccadò respira finalmente a Bellano: una ventata d’aria fresca, anche perché non si pongono su nessun piedistallo, non dettano legge, né millantano teorie. Si prendono però il non facile onere di intrattenere in modo onesto il lettore, tanto da strappargli perfino non pochi sorrisi. Ecco perché vale la gita farsi un giro dalle parti di Bellano, quando la guida al tuo fianco si chiama Andrea Vitali.

Perché come vada vada, hai sempre la netta impressione che ne sia valsa la pena.

https://www.garzanti.it

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