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La CIA ci spia (e non solo lei)

Stefano Di Marino, Guida al cinema di spionaggio, Odoya, 2018, pp. 512, € 25,00 stampa

recensisce MARIASILVIA IOVINE

La magia del cinema è il rinnovamento, è la continua riscoperta delle sue origini. Il cinema di spionaggio oggi si fonde con quello puramente d’azione; non tralascia di guardare alla cronaca […], il noir trova sfogo anche nell’azione, il glamour nasconde sempre una faccia più oscura. L’esotismo stesso, elemento cardine di tante immaginifiche avventure, ha un po’ smorzato i colori. Senza rinunciare a nulla, ci ricorda che il mondo, là fuori, può essere bello ma anche pericoloso.

Tra le guide presentate da Odoya non poteva mancare un volume dedicato al cinema di spionaggio: l’autore, Stefano Di Marino, è noto per la sua carriera quasi trentennale nella spy story come scrittore, traduttore e saggista e per la stessa casa editrice ha già pubblicato, con Michele Tetro, Guida al cinema western (2016) e Guida al cinema bellico (2017).

In questo volume si affronta il cinema di spionaggio da un punto di vista cronologico, dalle pellicole del primo Novecento ai film dedicati alla guerra fredda tra USA e URSS del secondo dopoguerra, per poi continuare con le produzioni più moderne, il cinema asiatico e le «spie del nuovo millennio». Tuttavia, un approccio esclusivamente temporale sarebbe stato troppo limitativo: Di Marino propone quindi approfondimenti tematici, dando particolare rilievo, per esempio, ai film che hanno segnato un punto di svolta per il cinema di spionaggio (come la saga di James Bond e il cinema «post undici settembre») e all’opera di John Le Carré, il «narratore della Guerra Fredda».

Nel testo, accompagnato da una ricca iconografia, sono suggerite varie pubblicazioni alle quali fare riferimento: purtroppo non tutte sono riportate nella sezione apposita e la bibliografia risulta essere molto ridotta, punto debole comune ad altri volumi della collana. Eppure, il lungo elenco dei film citati che conclude Guida al cinema di spionaggio è prova di come una narrazione accattivante – dalla quale traspare tutta la passione dell’autore – possa essere tanto piacevole quanto esaustiva. Di particolare interesse è il primo capitolo, «I ferri del mestiere», nel quale Di Marino analizza i canoni della spy story: l’eroe elegante e spietato o, al contrario, l’«uomo comune» coinvolto suo malgrado, le donne forti, disinibite e determinate, l’antagonista, dal memorabile mad doctor al capo di una spietata multinazionale.

In una carrellata di immagini e storie, l’autore tratteggia il continuo rinnovarsi di un genere che più volte è stato considerato obsoleto e che invece ha saputo evolversi: attraverso il confronto con la cronaca e la riscoperta delle proprie radici nella letteratura, in particolare nel giallo e nel noir, il cinema di spionaggio dimostra quanto la cultura sia interattiva e dinamica. Tutto questo, spiega Di Marino, è avvenuto senza dimenticare il pubblico, che – giustamente – vuole essere (anche) divertito: se ad alcuni possono far storcere il naso le coreografie al limite dell’assurdo, le animazioni in CGI, le esplosioni e l’uso dello slow motion che caratterizzano (e per certi versi affliggono) i film moderni, è necessario sottolineare come l’interesse di una parte di pubblico più attratta dagli effetti speciali che da trame elaborate abbia permesso di arricchire di scene d’azione anche la spy story classica. Questo, conclude l’autore, «è un segno dei tempi, né positivo né negativo»: come sempre, la produzione cinematografica porta a film belli, brutti, mediocri, interessanti o noiosi, ed è compito dello spettatore affinare il proprio spirito critico, approfondire e imparare, anche grazie a libri come questo.

http://www.odoya.it/

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I rischi del thriller

Christina Dalcher, Vox, editrice Nord, tr. Barbara Ronca, pp. 416, euro 16,15 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

Viene presentato come «lo straordinario romanzo di cui tutti parlano», e già questa frase mi ha fatto venire brutti presentimenti. Comunque mi sono cimentato nella lettura di questo romanzo, anche perché lo pubblica la Nord, casa editrice che per uno della mia età è associata a bei ricordi (come la storica edizione della Svastica sul sole di Dick con la prefazione di Carlo Pagetti, tanto per dirne una). Cosa ho trovato?

All’inizio, diciamo per le prime cento-centocinquanta pagine di questo corposo romanzo, avremmo una distopia: un’America governata da un presidente un po’ più a destra di Trump, ispirato da un predicatore fondamentalista biblico convinto che bisogni rimettere in riga le donne, riportarle nel focolare dopo averle scacciate dai posti di lavoro e dalle istituzioni statali e federali. E fin qui niente di nuovo: altro non è che Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood traslato nel XXI secolo. La novità dovrebbe essere il lato linguistico, nella misura in cui la protagonista, Jean, è una neurolinguista forzata a diventare casalinga, scacciata dall’università dove lavorava e dai laboratori dove ricercava una cura per l’afasia. Una neurolinguista che adesso non solo non può più esercitare la sua professione, ma neanche articolare più di 100 parole al giorno, se non vuole ricevere una sgradevolissima scossa elettrica dal braccialetto contaparole che è stata costretta a mettere al polso e che non può togliere per nessun motivo (tanto per avere un metro di paragone, pare che ogni giorno una persona pronunci mediamente 16.000 parole…). Questo perché il reverendo Carl Corbin, l’ispiratore del presidente, è convinto che le donne faranno meglio a stare al loro posto zitte e mute, a meditare sui loro errori, tipo volere la parità con gli uomini, errori che stavano mandando in malora gli Stati Uniti e pure il resto del mondo.

Fin qui ero disposto a continuare nella misura in cui l’intento trasparente della Dalcher mi pareva quello di attaccare l’amministrazione Trump e le sue derive conservatrici e retrive attraverso la narrazione distopica, pur se indebitata con la Atwood. Nella scrittura distopica a ben vedere c’è spesso la ripresa dei precedenti, perché le storie più classiche vengono riattualizzate per focalizzarsi sui mali del momento. Lo ha fatto Roth ne Il complotto contro l’America, mobilitando Sinclair Lewis e Philip K. Dick contro Bush figlio, tanto per fare un esempio illustre; e perché non avrebbe dovuto farlo la Dalcher?

Inoltre va detto che in alcune scene l’autrice di Vox riesce a far entrare il lettore abbastanza bene nel mostruoso meccanismo repressivo all’opera in quest’America anche troppo vicina, e a far sentire in imbarazzo un lettore di sesso maschile (come chi scrive) nel constatare che il regime autoritario e discriminatorio del romanzo gioca su meccanismi radicati nella psiche di noi uomini (e qui la figura del figlio maggiore della protagonista, Steven, e la sua accettazione della repressione, risulta credibile in modo quasi inquietante). E poi, per quanto la scrittrice non entri molto nei meccanismi dell’afasia di Wernicke, oggetto delle ricerche di Jean prima della repressione, i suoi trascorsi di linguista le consentono di trattare l’argomento con una certa sicurezza.

Però Dalcher non è né Atwood né Roth, e lo si vede anche troppo bene quando il romanzo scivola dalla distopia nel thriller, nella misura in cui la protagonista viene costretta dal governo a riprendere la sua attività di ricercatrice e liberata (temporaneamente) dal braccialetto silenziatore perché è forse l’unica in grado di trovare una cura per il fratello del presidente degli Stati Uniti, che ha perso l’uso della parola a causa di un incidente di sci. Questo la porta a ritrovare il suo amante italiano (di nome Lorenzo Rossi) e la sua fidata collaboratrice Lin. Inoltre la mette in contatto a sorpresa con un movimento clandestino di resistenza…

E qui casca il romanzo, perché la Dalcher, che già si muoveva senza grandissima sicurezza nel racconto distopico, riuscendo comunque a risultare credibile, rivela tutti i suoi limiti svoltando verso il thriller. Evidentemente questo genere, affatto diverso dalla distopia, non è proprio nelle sue corde: la storia a questo punto barcolla, ci sono incongruenze, avvenimenti che non stanno insieme, scelte per lo meno bizzarre (come quella di non mostrare ai lettori la scena risolutiva), cadute di tensione clamorose. Inoltre alla lunga emerge la debolezza dei personaggi, specie quelli negativi, piuttosto stereotipati; e se in un film dove il bene si scontra col male è l’attore più bravo che deve fare il cattivo (lo sapeva già Shakespeare), in un romanzo come questo la costruzione dei malvagi sessisti al potere avrebbe dovuto essere più convincente.

Infine il lieto fine appare decisamente troppo consolatorio se confrontato alla situazione presentata inizialmente, e viene in mente che sotto sotto l’America distopica dell’inizio, che tutto sommato stava in piedi e aveva una sua cupa dignità, fosse solo uno sfondo minaccioso per la storia d’azione decisamente fiacca che segue. Peccato, perché si sentiva il bisogno di un libro che suonasse l’allarme sulla controffensiva tradizionalista contro la parità dei sessi, tesa a imporre un modello di famiglia (e società) unico e piuttosto vetusto (e non solo negli Stati Uniti, vedi certe proposte nostrane…); ma Vox non risulta all’altezza del compito.

http://www.editricenord.it/

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Di qua da Princeton

Alessandro Giammei, Una serie ininterrotta di gesti riusciti, Marsilio, pp. 164, €12,00 stampa, €7,99 ebook.

recensisce LORENZO MARI

«Questo è, se lo è, il suo primo romanzo»: è così che Alessandro Giammei ci presenta, all’interno della sua nota biografica, Una serie ininterrotta di gesti riusciti. Un romanzo? Il sottotitolo del libro recita, piuttosto, Esercizi su «Il grande Gatsby» di F. Scott Fitzgerald, manifestando così l’adesione alla linea editoriale della collana Passaparola di Marsilio, dedicata alla riscrittura, fictional o non-fictional, di testi canonici nella storia della letteratura mondiale. Esercizi d’analisi, dunque? Esercizi di stile? Nell’appendice, che è anche una vera e propria proposta di canone («da vero secchione», annota puntualmente ), si può trovare un’altra definizione assai adeguata per il testo: «questo ibrido tra personal essay e autofinzione, questo fiacco puntare al romanzo-saggio».

Con una «serie ininterrotta di gesti riusciti» (compiaciuti, sì, ma anche consapevoli e misurati), Giammei fa tutto questo insieme, mantenendo vive e in tensione reciproca le varie spinte di segno opposto. Il libro, infatti, è certamente un romanzo, ma non è tanto «di formazione» quanto «sulla formazione», trattandosi della storia di un ricercatore italiano che si trasferisce negli Stati Uniti, prima come ricercatore post-dottorale a Princeton e poi come docente in pianta stabile al Bryn Mawr College. Nessun lambiccamento retorico sui «cervelli in fuga», però: «mi voglio per sempre straniero», scrive Giammei nelle prime pagine, riequilibrando così l’antiamericanismo di maniera degli anni universitari con la fascinazione (a tratti brillante, a tratti oscura) del sogno realizzato (e dunque integrabile nell’American Dream).

Il libro è certamente anche una serie di esercizi intellettuali, e insieme auto-finzionali, sul Grande Gatsby di Fitzgerald. Se i riferimenti a quest’opera, sia nei titoli sia nel contenuto dei singoli capitoli, sono iper-evidenti, il vero sottotesto sembra essere però un’altra opera di Fitzgerald, ossia Di qua dal Paradiso. Quest’ultimo, infatti, è ambientato proprio a Princeton, e Amory Blaine è presente nella scrittura di Giammei tanto quanto Gatz e compari, e forse anche di più, indicando ancora una volta come l’autore sappia mantenere viva la tensione tra le diverse polarità dell’immaginario.

Il libro, infine, è un ibrido tra personal essay e autofinzione, con una propensione verso la forma romanzesca che non è sempre accolta e sviluppata, ma che, proprio per questo, rimane sempre viva. In fondo, come scrive Giammei, «più che un gioco Princeton è un romanzo», ed è con questo specifico dato, al di là di tutte le complicazioni stilistiche, che la sua scrittura deve confrontarsi, misurando le proprie vicinanze e le proprie distanze.

Visto il risultato, c’è da sperare che l’autore – fitzgeraldiano fino al midollo, e al tempo stesso munito di una consapevolezza autoriale già solida – torni su queste pagine, come dichiara a un certo punto: non tanto per farne un saggio accademico (come afferma, con quel mix di pedanteria e arguzia che, come ormai s’è capito, è uno stilema imprescindibile, dal punto di vista letterario, e non un’ingenuità), ma per darci altre prove di siffatta qualità.

http://www.marsilioeditori.it/

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L’altra metà del modernismo

Shari Benstock, Donne della Rive Gauche. Parigi 1900-1940tr. Manuela Faimali, Somara! Edizioni, pp. 574, € 32,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Dopo aver letto la tenera biografia di Sylvia Beach, tutta accoglienza denaro e avventure editoriali intorno all’Ulysses joyciano, addentrarsi nell’enorme lavoro d’indagine compiuto da Shari Benstock e sfociato in un volume di quasi 600 pagine non è compito da prendersi alla leggera. Monumentale è l’esito che abbiamo davanti, pubblicato in origine nel 1986 dalla University of Texas Press. L’autrice accoglie e accompagna non soltanto le avventure intellettuali di un gruppo di donne sulle rive della Senna (soprattutto la Gauche!), ma anche le loro vite intrecciate, ambiziose, vivaci, energiche, ricche di amori seguiti secondo «il loro modo» (come Nadia Fusini spiega nella preziosa introduzione), le loro ansie, la loro differenza.

Nominarle è essenziale, il lettore deve conoscere immediatamente con chi ha a che fare, e se alcune a pochi diranno qualcosa, ebbene ora è il momento giusto per procurarsi quest’opera. Siamo a Parigi, sul bordo estremo della Belle Époque. E dunque ecco i nomi: Gertrude Stein, Djuna Barnes, Natalie Barney, Sylvia Beach, Colette, Nancy Cunard, H. D. (Hilda Doolittle), Alice B. Toklas, Mina Loy, Adrienne Monnier, Jean Rhys, Caresse Crosby, Janet Flanner, Solita Solano, Kay Boyle, Bryher (Winifred Ellerman), Margaret Anderson, Edith Wharton, Jane Heap, Maria Jolas, Anaïs Nin, Renée Vivien. Un inventario che addensa generi letterari, mode, talenti rivoluzionari, pieghe esistenziali, sicuramente litigi e innamoramenti lesbici e intellettuali di prim’ordine.

Le posizioni patriarcali di uomini che si chiamano Joyce, Eliot, Pound, Scott Fitzgerald, Hemingway, Gide, Valery, Picasso, Modigliani, Ernst, e via dicendo, di fronte a una libertà immensamente cercata e voluta, che fine fanno? Le posizioni sono molteplici: dall’indifferenza al savoir-faire, dalla resa al più bieco opportunismo. Ma l’autrice insiste: la scena letteraria a Parigi non era tutta in mano agli uomini. La diffusione del Modernismo, fenomeno anche sociale politico ed editoriale, avvenne soprattutto grazie alle donne che pubblicavano, vendevano, e inventavano nuove riviste. Basta consultare le biografie e le corrispondenze per accorgersene.

Certamente la rivoluzione culturale del primo Novecento passa per una molteplicità di nomi, anche maschili, ma Benstock nel suo saggio ribalta la concezione comune. In ogni capitolo, e soprattutto in ogni paragrafo, la descrizione delle singole esistenze femminili è molto puntigliosa, ma tutto serve (e moltissimo) ad addentrarci in una società in cui i cambiamenti avvengono a ritmi elevati, e non soltanto per la guerra che sconvolge lo stato dell’Europa. Parigi a tratti sembra avvolta in una bolla, seguendo le avventure di donne così talentuose si fatica a intravvedere, e a immaginarsi, la vita della gente comune: che facevano in quegli anni gli operai le massaie i perditempo gli impiegati i poliziotti i mercanti negli arrondissement della Cité Paris? Ma non chiediamo troppo, il nucleo di questo libro è sufficientemente folto di particolari, di carezze e scontri, di “maternità” letterarie abbraccianti entrambi i sessi.

La sua attrattiva sta nei capitoli riservati a vere e proprie monografie di scrittrici e poetesse e libraie/editrici. Circostanze individuali, stili di vita, erotismi, distinzioni sociali, e poi riviste minimali dalle grandi influenze, reportage sul New Yorker, gli USA alle spalle, femminismi inediti, cacciatrici e prede (non serve nasconderlo), Dreyfus e antisemitismo, fino alla notte hitleriana. E la commovente ammirazione di Anaïs Nin per Djuna Barnes. Ma siamo in fondo agli anni Trenta. Le cose cambiano. Non si tratta, dunque, di riesumare personaggi più o meno dimenticati, ma di far riemergere da un’epoca irripetibile la vera storia e le opere che hanno cambiato la letteratura del Novecento. Con gli stili, le verità sull’amore fra donne, e tutta l’incantevole mescolanza di giocosità e seria indagine di scrittura.

Il taglio iper-femminista, dato dall’autrice a Donne della Rive Gauche, può apparire troppo determinato a compensare le mancanze della saggistica di taglio soprattutto accademico. Ma è un peccato veniale, ampiamente mitigato dall’interesse verso esistenze e opere di donne (sarà una mia passione primaria, non lo nego) che si chiamano Djuna Barnes, Colette, Mina Loy, Anaïs Nin, Solita Solano. Senza contare l’avventurosa e contorta storia dell’Ulysses nelle mani prensili, materne e pratiche di Sylvia Beach. Non soltanto una scrittrice: per questo, fra tutte, la mia preferita.

https://www.somaraedizioni.com/

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Quello che da solo non si può dire

A. Igoni Barrett, L’amore è potere, o almeno gli somiglia molto, tr. Michele Martino, 66thand2nd, pp. 256, euro 16 stampa, euro 7,99 ebook

recensisce MARTYNA KANDER

È Dimié Abrakasa, quattordici anni e la serietà di un’età in bilico, a fare breccia in me. Tenero e determinato, intelligente e invischiato in un sentimento reso più complesso, come sempre è, dalle circostanze. Sua madre, che ha gli occhi di un rettile, odia quelli del figlio. Sono giorni che cerco di immaginarli per capire cosa vi appaia quando i due si scambiano uno sguardo, cosa scatenano in lei quegli occhi.

Si tratta del terzo di nove racconti in questa raccolta dal magnetismo in crescendo, uniforme ma non monotona, poiché lo slancio si spezza nell’incursione di frammenti quasi alieni. Grazie alla scrittura dettagliata di Barrett, Poteko è una città così vera che si ha voglia di cercarla sulla mappa. L’impressione di realtà è fortissima e si fa fatica a uscire dalla narrazione, invischiati in storie note ma che vediamo di nuovo per la prima volta, si fa fatica a uscire nonostante il dispiacere della vita mostrata così com’è, con «i suoi piccoli segreti, le sue scorregge psicologiche», così nostre e private e riconoscibili che la finzione sembra un’invisibile giuntura – invisibile perché costruita con maestria.

Usciamo da Poteko nel quinto racconto, percorso circolare nel traffico intasato di Lagos, e nel nono, che ci porta in viaggio in Kenya, per una storia di tira e molla. In queste deviazioni guidate possiamo imparare molto non solo sul trasporto pubblico e, in filigrana, scorgere la storia del Paese – grazie anche alle essenziali note di Michele Martino, l’abile traduttore – ma anche vedere la Nigeria con occhi kenioti. Qualcuno potrebbe scoprire che gli africani non sono poi tutti uguali e che esistono, purtroppo e ovviamente, pregiudizi interni al continente.

Il ritorno di alcuni elementi come la pioggia improvvisa, le strade caotiche, l’intervento violento dei militari, il cibo saporito, permette al lettore di acclimatarsi; il ritorno dei personaggi, delle famiglie Anabraba e Abrakasa, fa sì che il lettore riapra il libro subito dopo averlo chiuso. La narrazione è fondata sui salti narrativi e i finali aperti, su parole non dette. Interroga, infatti, quello che da solo non si può dire e arriva accompagnato sempre da altro: dal potere, dall’abuso, dall’assenza, dall’inganno, dalla necessità, dalla passione, dalla disperazione. Come in un sistema solare ellittico, questi racconti orbitano attorno ad amore e potere, tramutando ogni possibile definizione in una gradazione di esperienze. Attorno all’amore e al potere i personaggi disegnano traiettorie, senza che né loro né noi possiamo guardare dritto nei fuochi.

Barrett è un autore diretto, che non la manda a dire e che non scrive per l’Occidente. Questo mi sembra un pregio: è riposante, edificante addirittura, non essere sempre al centro del mondo. Questa raccolta è stata il suo esordio letterario, ma arriva in Italia dopo il primo romanzo, Culo nero, sempre per la 66thand2nd. Se, come me, di solito evitate tutto ciò che nel titolo contiene la parola amore, stavolta fate un’eccezione: ne vale davvero la pena.

https://www.66thand2nd.com/casa_editrice.asp

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Le parole e le cose

Elif Batuman, L’idiota, tr. Martina Testa, Einaudi, pp. 415, euro 21,00 stampa, euro 10,99 ebook

recensisce GRAZIA NEGRO

Una matrioska variopinta questo originale romanzo di Elif Batuman, scrittrice statunitense di origini turche: una narrazione che si muove su più livelli per arrivare a interrogare il rapporto profondo tra linguaggio/realtà intrattenuto dalle seconde generazioni.

La protagonista Selin, un alter ego dell’autrice, è un’impacciata matricola all’università di Harvard negli anni ’90. Non ha mai fatto sesso, non ha mai bevuto un bicchiere di vino, si aggira nel campus alla ricerca di lezioni interessanti finendo inevitabilmente per frequentarne di assurde (come quella di Mondi Costruiti tenuta dall’artista Gary). Con un umorismo esilarante mai disgiunto dalla grazia, l’autrice ci guida nelle scoperte esistenziali della sua giovane protagonista: l’amicizia; la passione per la lingua e per la letteratura russa; l’amore, ovviamente infelicissimo; le relazioni familiari; i viaggi.

Il suo sguardo idiosincratico sulla vita è filtrato dal mondo delle parole, l’unico nel quale si sente a suo agio, ma del quale nel contempo sente l’inadeguatezza. Anche la dimensione totalizzante dell’amore viene scoperta da Selin attraverso le parole, quelle delle e-mail scambiate con Ivan, un matematico di origini ungheresi e compagno di corso di russo. Mentre Ivan, già fidanzato con un’altra ragazza, riesce a tenere salda la distinzione tra dimensione linguistica dell’amore e realtà, Selin smarrisce se stessa nelle parole scambiate con lui e finirà per fare un viaggio estivo demenziale in Ungheria in qualità di insegnante d’inglese semplicemente per assecondare questa sua passione infelice.

Importanti sono poi le parole dei romanzi, che diventano un rifugio nei momenti di maggiore scollamento di Selin dalla realtà, ma anche una lente di lettura e d’interpretazione del reale stesso (non a caso il titolo del libro, che riassume la sensazione della protagonista di sentirsi sempre fuori posto, è un omaggio a L’idiota di Dostoevskij).

Ma le parole centrali del romanzo sono quelle della lingua turca, che Selin comincia a contemplare dall’esterno e a confrontare con l’altra lingua che possiede profondamente, l’inglese, e con gli altri idiomi con i quali entra in contatto attraverso le vicende vissute (il serbo, l’ungherese, il russo, il francese). Il suffisso verbale turco –miş, sul quale Selin scrive una tesina per un corso di linguistica, le fa capire che ogni lingua è una diversa rappresentazione del mondo. Questo suffisso, infatti, non ha l’equivalente nelle altre lingue e viene utilizzato per fatti ai quali non si è assistito personalmente, diventando così per la protagonista il simbolo della rappresentazione soggettiva del mondo. Con umorismo finissimo, il –miş è incarnato nei ricordi Selin dalla cugina Dilek, che andava a riferire agli adulti momenti di paura, di debolezza, di cattiveria della protagonista.

Il suffisso -miş diventa così la chiave interpretativa del romanzo e la concretizzazione della mancata corrispondenza tra rappresentazione linguistica del mondo e realtà esterna. Il -miş nel romanzo non è solo l’essenza dell’amore e dell’amicizia, della vita universitaria e dei viaggi, ma anche della storia e delle sue verità taciute: attraverso i racconti di Ivan e di Svetlana, un’amica di origini serbe, Selin scopre la violenza coloniale dell’impero ottomano.

Ma se la scoperta della brutalità della storia colpisce talmente la protagonista da farle girare la testa, a noi lettori la scoperta del Turco, l’automa giocatore di scacchi che ha sconfitto al gioco addirittura Benjamin Franklin, non può che farci sorridere e apprezzare ulteriormente questo prezioso romanzo.

http://www.einaudi.it

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Il pugile poetante

Arthur Cravan, Grande trampoliere smarrito, tr. di Maurizia Balmelli e Nicola Muschitiello, a cura di Edgardo Franzosini, Adelphi, pp. 195, euro 13 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce MARCO RENZI

L’arte, la letteratura e la Storia brulicano di personaggi di ardua collocazione. C’è chi è vissuto poco ma tanto intensamente da aver consegnato ai posteri una quantità tale di opere, aneddoti, persino leggende, da mettere in difficoltà chi vorrebbe avvicinarvisi. Una di queste figure è senz’altro Arthur Cravan, di cui Adelphi ci restituisce un’ottima selezione di scritti. «Arthur Cravan» è in realtà uno dei tanti pseudonimi di Fabian Avenarius Lloyd, che fu pugile, conferenziere, giornalista, scrittore, poeta e viaggiatore, nonché unico redattore, editore e distributore della rivista Maintenant. Una montagna d’uomo che sfiorava i due metri: una stazza proporzionata al suo talento.

In Grande trampoliere smarrito troviamo alcune sue prose e scritti di vario genere, un assaggio delle sue poesie e delle sue lettere, in dosi sufficienti per farci un’idea della follia del personaggio, che era anche, tra le mille cose, nipote di Oscar Wilde – il padre ne era stato il cognato. Impossibile per il poeta-pugile non giocare con una simile parentela. Allo zio sono infatti dedicati «Documenti inediti su Oscar Wilde» e «Oscar Wilde è vivo!»: il primo, un ritratto fisico e umano dello scrittore irlandese; il secondo, un racconto che alimenta la leggenda sulla misteriosa morte di Wilde, che qui ricompare al nipote una notte del 1913 con tanto di barba incanutita, dicendogli di tacere sul loro incontro per almeno sei mesi. In poche pagine, il lettore è messo dinanzi a una narrazione scoppiettante e a una scrittura tuttora fresca. Gli stessi crismi sono riscontrabili pure in «André Gide», nel quale Cravan descrive l’incontro col signore delle lettere francesi: un ometto, secondo l’autore, tutt’al più «prudente», quasi intimorito dall’ego e dalla mole di Arthur.

Egli seppe dire la sua anche coi versi. Ad esempio, «Poeta e pugile» e «Annotazioni» sono prosimetri: l’uno su un viaggio in nave verso l’America; l’altro, un ibrido dadaista che sovrappone immagini surreali e talvolta blasfeme («dio abbaia, bisogna aprirgli»). «Parole», più filastrocca che poesia, sta in equilibrio tra slanci vitali e pulsioni mortifere; «Arthur», da cui è tratta la citazione che dà il titolo al libro, è l’esaltazione del corpo e della propensione alla sconfitta del pugile, mentre «Languore di elefante» e «Hi» ne sono l’ideale prosecuzione, in una poetica dai tratti futuristi.

Insomma, non è un caso che per lui abbiano speso parole d’elogio due tipi come André Breton e Blaise Cendrars – quest’ultimo lo riteneva addirittura influenza fondamentale per Marcel Duchamp. Inoltre, la personalità inquieta di Cravan è qui testimoniata anche da alcuni brani del suo epistolario, rivelatori d’un carattere estroverso e immodesto eppure nel contempo assai insicuro.

Impreziosisce il tutto la curatela di uno scrittore che di fronte a un eccentrico non si tira mai indietro: Edgardo Franzosini, autore di Questa vita tuttavia mi pesa molto (Adelphi, 2015) – romanzo biografico sullo scultore Rembrandt Bugatti. Franzosini firma «L’importanza di non chiamarsi Fabian Avenarius Lloyd»: un gioiello di racconto dove Franzosini, da narratore garbato e capace d’entrare in punta dei piedi nelle vite altrui, ripercorre i momenti chiave dell’esistenza di Cravan. Dall’educazione svizzera alle fughe; dalle prime botte date e prese sul ring alla vittoria dei medio-massimi francesi, fino alla sconfitta per K.O. niente meno che contro Jack Johnson. Poi la rivista, le lodi e le stroncature dei pittori del suo tempo; la bizzarra querelle con Apollinaire, i viaggi, gli amori e la morte in stile Majorana nel 1918, su una nave partita da Città del Messico e scesa al largo del Pacifico. Ecco, non proprio la solita cronologia della vita e delle opere che molti lettori salterebbero a piè pari.

Non si sa poi che fine abbia fatto, quel matto di Arthur Cravan. Sappiamo però che ha lasciato un bel po’ di roba da farci leggere: e Grande trampoliere smarrito è senza dubbio un buon biglietto d’ingresso per la sua opera.

http://www.adelphi.it

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I cani di Bolaño

Roberto Bolaño, I cani romantici, tr. Ilide Carmignani, Sur, pp. 160, € 16.50 stampa

recensisce GAETANO DE VIRGILIO

Roberto Bolaño sa benissimo che ogni opera che si rispetti è incompleta: dalla coda tagliata di ogni romanzo nascono almeno altre due storie. Amuleto (Adelphi, 2010), per esempio, era un germoglio di poche righe già presente ne I detective selvaggi (Adelphi, 2014). Allo stesso modo, troviamo Arturo Belano, miglior amico di Ulises Lima ne I detective, che sfreccia al tramonto, in macchina, in un racconto di Chiamate telefoniche (Adelphi, 2017). Una matrioska letteraria e labirintica. Lì dove un personaggio scompare, l’altro riappare. Se si gettasse una corda dall’estremo di un romanzo qualsiasi di Bolaño, è sicuro che qualcun altro dall’estremo opposto, questa corda, la riprenderebbe al volo. I personaggi si rincorrono, sono satelliti che orbitano attorno ad un unico corpo celeste – o meglio, corpus celestiale.

Serve dunque una mappa, una cartografia, una guida, un poliziotto che non si stanchi nella ricerca. C’è bisogno di qualcosa che restringa ai minimi termini il campo d’azione, e così i romanzi passano il testimone ai racconti e i racconti alle poesie. I cani romantici è la seconda puntata poetica di uno scrittore diventato negli ultimi anni un fenomeno letterario mondiale. Quarantatré componimenti scritti tra il 1980 e il 1998, nella traduzione di Ilide Carmignani, che aveva già incontrato i versi dello stesso autore, portando in Italia Tre (Sur, 2017).

Ne I cani romantici riappare la sempiterna prostituta Lupe de I detective, questa volta «appoggiata al parafango di una vecchia Cadillac». Ritroviamo il deserto di Sonora e il D.F., le stesse terre di nessuno nelle quali si svolgono gli efferati stupri in 2666 (Adelphi, 2009). Allo stesso tempo, si avverte la spasmodica voglia di tirar fuori nomi di poeti e scrittori come fossero cartucce di pistole a raffica («È morto Beltràn Morales,/ o così dicono, è morto/ Juan Luis Martìnez,/ Rodrigo Lira si è suicidato./ È morto Philip K. Dick/ e ormai ci serve soltanto/ lo stretto necessario/ Vieni, entra nel mio letto»).

C’è tutto un immaginario da rivendicare in queste pagine: la violenza delle cose inespresse, le realtà eventuali, il passaggio di testimone tra sogno e futuro applicato (eccolo, lo zampino delle letture surrealiste, dei francesi, dei beatnik, dello stesso Dino Campana a cui è dedicato un componimento dal titolo eloquente, «Dino Campana rivede la sua biografia nell’ospedale psichiatrico di Castel Pulci»); e attenti, perché se pensate che siano progetti realizzabili in romanzi di mille e più pagine (anche qui, tutto da vedere), rendere la luna terreno fertile anche in poesia è un’impresa che viene facile a pochi. Non è semplice infilare tutta una vita «nelle partizioni del sogno finale/ sul sentiero confuso e magnetico/ degli asini e dei poeti»; non è facile scrivere romanzi che iniziano e si concludono nel giro di due strofe, senza starci stretti. In una delle poesie più belle de I cani romantici Bolaño scrive: «la poesia entra nel sogno/ come un palombaro in un lago// La poesia entra nel sogno/ come un palombaro morto/ nell’occhio di Dio». Bolaño è un palombaro perduto in una calanca circondata da alte rocce, a protezione. Queste rocce hanno i nomi di J. L. Borges, Julio Cortázar e Rodolfo Wilcock che in questa raccolta ululano, come echi di fantasma, come dolci nenie, come cani romantici per l’appunto.

In Chiamate telefoniche lo scrittore butta lì una sentenza, una frase che riluce come una gemma smerigliata: «un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare veramente. Un poeta, invece, può sopportare di tutto». Ecco, questo è Bolaño.

https://www.edizionisur.it/

Di Roberto Bolaño PULP Libri ha anche recensito Lo spirito della fantascienza.

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Il triangolo no

Gaja Cenciarelli, La nuda verità, Marsilio, pp. 247, €16,50 stampa, €9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Non è il primo romanzo di Gaja Cenciarelli che leggo. Romana, insegnante, scrittrice e traduttrice, nel 2011 ha pubblicato Sangue del suo sangue, romanzo che mi aveva colpito per la capacità dell’autrice di fornire un punto di vista alternativo sul terrorismo di sinistra. Lo stile semplice e lineare, la capacità di mantenere un’invidiabile omogeneità narrativa, il lavoro – evidente – sui dialoghi, la mancanza di passaggi superflui, la padronanza nell’uso degli strumenti letterari, mai una parola non necessaria: sono queste le qualità principali della Cenciarelli che ritroviamo, ancora migliorate, anche nella La nuda verità, edito a settembre da Marsilio.

Un romanzo noir, di denuncia sociale, d’introspezione psicologica o d’amore? Tutti e nessuno. Credo che La nuda verità sia un romanzo che vada al di là di qualsiasi genere, di ogni classificazione: se ne ha una è «un bel romanzo». L’architettura della storia è ben studiata, gli ambienti definiti con poche ma precise parole che fanno rimanere dentro la narrazione, i personaggi – che non vorremmo essere, ma ci accorgeremo prima o poi che in ognuno di loro c’è un po’ di noi stessi – sempre vivi e detestabili; l’amore e l’odio, i sentimenti che regolano le nostre esistenze, raccontati senza filtri, senza quel finto pudore che ne nasconde, spesso, l’enorme potenzialità e spietatezza. Siamo capaci di tutto per amore, ci umiliamo, ci prostriamo, ci disperiamo, ci mettiamo in situazioni imbarazzanti che mai avremo pensato di vivere. L’amore può essere crudele quanto e più dell’odio, la gelosia può distruggerci.

Donatella è un’oncologa molto stimata, una professionista a cui molti si rivolgono in momenti drammatici. Se nulla si può dire della sua professionalità, la sua mancanza di empatia e di umanità è totale. Detesta i colleghi e i pazienti che chiedono una parola di conforto, di speranza, non ha amici e non dorme mai nuda perché non ha la minima intimità col suo corpo. A quarantacinque anni non ha avuto ancora il coraggio di fare sesso, prova ribrezzo al solo pensiero.

A una festa di compleanno di una collega conosce Stefano, un uomo affascinante, colto e smaliziato che commercia in vini. Lui l’avvicina ma Donatella, come suo solito, fugge. Stefano non demorde, e nonostante il suo esserci e non esserci, lo scomparire per settimane, l’ammissione di scopare con altre donne, il fatto di non assicurare Donatella del suo amore, entra nella sua vita.

Francesca è la segretaria dello studio privato di Donatella, che non resta insensibile al fascino di Stefano. Ha bisogno di lavorare, è una ragazza madre che vive con la madre, e vede in Stefano, anche se sa della relazione con la sua datrice di lavoro, un uomo con cui sistemarsi e dare a se stessa e alla figlia una possibilità di una vita agiata. Stefano non fa mistero di corteggiare entrambe, e la situazione tra le due donne diventa sempre più esplosiva.

L’ultima protagonista, Catia Capriati, entra in scena a narrazione inoltrata, dopo che Stefano, più volte, ne annuncia la presenza. È lei il filo che unisce gli altri personaggi, che usa Stefano come uno strumento per i propri scopi il quale, a sua volta, usa le altre due donne.

Una storia losca con colpi di scena che tengono la tensione alta, personalità che mano a mano si definiscono in maniera compiuta. Un romanzo che unisce l’evasione al mistero, la buona narrativa alla denuncia sociale, la psicologia alla Simenon alla disperazione umana. Un romanzo a cui non manca niente.

http://www.marsilioeditori.it/

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Il nostro sguardo, nei secoli

Mark Cousins, Storia dello sguardo, tr. B. Alessandro D’Onofrio, Il Saggiatore, pp. 551, €35,00 srtampa, €15,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Che bella sorpresa trovare dentro un grande libro (per mole e qualità) la «storia» del mondo, stando in piedi davanti a innumerevoli immagini, proiettate da chi ha per le mani un solido mestiere. Filmmaker, scrittore, critico, Cousins abborda la storia visiva dell’umanità non trascurando pressoché nulla di quanto s’è posto sotto il nostro sguardo nel corso dei secoli – decine di migliaia d’anni, per la precisione, se pensiamo ai graffiti nella grotta di Lascaux. E dunque l’arte del vedere come si è trasformata nell’uomo, da quell’epoca all’attuale, attraversando millenni di esperienza, pittura, scienza, fotografia, cinematografia, web, realtà virtuale, e… Appunto, dopo questa «e» chissà cosa ancora ci aspetta.

Cousins riesce a catalogare quel che l’uomo ha sempre fatto, guardare, dandosi un compito sterminato, tanto è sterminata la trama delle cose del mondo e delle cose create secondo lo spirito letterario e artistico insito nella specie. Finito di girare un film, l’autore cerca di contrastare l’affievolirsi della vista. Sentendosi più a suo agio con le immagini, come una grande massa di suoi simili, decide di diventare una guida, una guida molto personale e certamente non enciclopedica (ma poco ci manca) per tutti coloro che aspirano ad attraversare il globo terrestre quasi esclusivamente con i propri occhi. E inizia così l’avventura in un tomo dove Cézanne si trova accostato all’arte egizia, e da lì al volto di Liz Taylor in Cleopatra il passo è breve.

Il visibile è diventato parte integrante dell’universo quando si lasciò indietro la dimensione quantistica dell’origine, poco dopo il Big Bang, circa 14 miliardi di anni fa. E miliardi di anni dopo apparve quella strana anomalia che siamo noi, osservatori umani. Non chiediamoci quali altri osservatori possano essere sparsi nello spazio delle galassie, non affatichiamo troppo la mente e restiamo attaccati alla nostra terra. La natura ci ha dotati di un apparato visivo alquanto sofisticato, e pur nell’ambito ristretto delle frequenze disponibili se n’è fatto un buon uso. Senza dubbio.

Fra analisi delle tecniche pittoriche e fotografiche, e approfondimento dei concetti meditativi, Cousins dispone la strada nell’abbondanza di immagini contenute nel volume, riuscendo in modo impareggiabile a (letteralmente) immergerci in un mondo fluttuante colmo di misteri finalmente espressi e rischiarati. La Gioconda affiora dal paesaggio sfumato, questo si sa, ma ne abbiamo più coscienza seguendo le amabili «istruzioni» dello scrittore-regista. Possiamo capire in che modo Galilei osservava la luna, o Leopardi lo spettacolo del Vesuvio in eruzione. Improvvisamente ci è chiaro come l’uso del colore da parte dei pittori, segnasse il loro immaginario lungo le epoche, e come ogni rappresentazione mutasse il proprio senso insieme al cambiamento di materiali e pigmenti. E poi arrivano la fotografia, il cinema, l’irruzione del futuro nella tecnica e nell’immaginario, lo sfarzo visivo che le autostrade (per esempio) solcando la terra assoggettano l’occhio di guidatori e passeggeri.

Moderno e postmoderno, a un certo punto, hanno invaso le circonvoluzioni 3-D del cervello. I nuovi intrattenimenti, e i traumi visivi, diventano politici in modo sommo. Una per tutte: l’immagine monumentale, «superbamente illuminata», di qualcosa di terrificante: i frammenti di metallo, cemento, carne del World Trade Center nell’istante in cui crolla. La televisione, il giorno 11 settembre, dava in pasto al pianeta la visione del “costituirsi di una fossa comune». Dove nemmeno Hollywood era mai riuscita ad arrivare, nonostante il gran numero di pellicole che mettono in scena la distruzione d’intere città.

Storia dello sguardo affronta ogni tipo di cosa e fenomeno, giunge alla realtà virtuale e aumentata, al fenomeno di skype e ai milioni di occhi artificiali che sorvegliano. Chi possiede sguardo è guardato, e Cousins si chiede a quale tipo di punti deboli occorre andare incontro, o scontrarsi. L’analisi delle debolezze, messe in campo oggi dalla tecnologia, comporta passi certamente troppo lunghi, e difficile è comprendere se ci attende ancora qualcosa di positivo, dopo che «per la nostra specie guardare è stato un atto parzialmente positivo. Nella sostanza ha migliorato le nostre vite». Per ora, miglioriamo qualcosa di noi entrando nella galleria d’arte, ovvero nella «storia del mondo», di questo libro.

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