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I facili steccati di un genere

Loredana Lipperini, Magia nera, Bompiani, pp. 226, euro 16, 00 stampa.

di DANILO ARONA

Mi imbattei nel “fantastico quotidiano” nel 1971, quando proprio non pensavo che avrei dedicato una consistente parte della vita a scrivere di generi e di paure. Complici Steven Spielberg, il film Duel e la penna eccelsa di Leo Pestelli (1909 – 1976), scrittore, umanista e critico cinematografico torinese. A tanta definizione si rifaceva appunto Pestelli per catalogare un film, all’origine un telefilm, che proprio non ce la faceva a starsene quieto dentro i facili steccati del genere. Ma quelli erano gli anni in cui le barriere saltavano con entusiastica facilità, soprattutto al cinema, e Pestelli, sul solco di una tradizione tutta nostrana in cui si annoveravano Italo Calvino, Tommaso Landolfi e Dino Buzzati, era ben consapevole del peso dei riferimenti.

Mezzo secolo dopo il rimando è ancora d’obbligo. Nel tempo relativamente breve di una cinquantina d’anni in Italia, ma un un po’ su tutto il pianeta, il fantastico quotidiano ha rappresentato l’angolo oscuro più affascinante di una letteratura che nei suoi migliori cimenti si fa beffe di convenzioni e stereotipi di comodo. Quando mi è stato chiesto di definirlo, così scrissi: “Il fantastico quotidiano nasce quando in un mondo che di sicuro è il nostro si verifica un avvenimento non spiegabile con le leggi del mondo che ci è famigliare. Colui che percepisce l’avvenimento può optare per due soluzioni: o si tratta di un’illusione dei sensi (e allora le leggi del mondo permangono le stesse, oggettivamente) oppure l’avvenimento realmente accade e allora la realtà per una parte non quantificabile è governata da leggi a noi ignote. Il fantastico occupa il lasso di tempo di questa incertezza.”

Poco prima di sicuro avevo mangiato pesante per esprimere un concetto alla fine molto semplice con così tante parole e preferisco allora la secca essenzialità di Costanza Melani (Fantastico italiano, Rizzoli, 2009), quando, richiamando Edgar Allan Poe, attesta che, quando il soprannaturale si sente più che vedersi e l’inconsueto si situa nella mente e nell’anima del protagonista piuttosto che nel mondo attorno a lui, allora ci stiamo muovendo nella dimensione del fantastico quotidiano.

Con un ammirevole stile denso e personale anche la Loredana Lipperini di Magia Nera si muove, zigzagando, in questi territori. Loredana Lipperini, per i cultori del gotico italico, è tantissime cose: Lara Manni, Fahrenheit su RAI3, L’arrivo di Saturno. A uno scarto infinitesimale dall’ibridazione fantastica perché “solo il Falso può illuminare il Vero”. Adesso piomba sul mercato da par suo con una antologia di Bompiani (di solito il prodotto meno facile, una sfida intelligente) e i racconti sono quelli di cui sopra. Ovvero, oscillano, spesso sino all’ultima parola. Sarà vero, chissà, mah, forse è un sogno…

Sarei tentato di affermare che i racconti di Magia Nera si divorano. Ma non è così. Perché per alcuni il linguaggio è talmente denso e importante che occorre tornare indietro, rileggere, entrare con calma nei costrutti e nell’espressività. Io li ho divorati, ma poi ho dovuto rileggere. Capita anche al cinema con certi film: la seconda visione è la migliore.

Ovvio che, nei confronti delle antologie, ogni lettore possiede un taccuino personale. Personalmente, di sicuro è un mio limite, quando Loredana Lipperini si avvicina con coscienza niente affatto spericolata ma consapevole al “genere”, mi sento, per capirci, molto più a casa. Capita laddove Stephen King o H.P. Lovecraft sono ben più di un aggancio culturale, ma nella coralità dei lavori, caratterizzati tutti quanti da un punto di vista femminile e partecipato, trovano spazio arcane (e quotidiane, giustappunto…) architetture materiate con oscuri presagi di morte e “buchi” nel tempo, paure degli oggetti e trasmigrazioni di anime, società in lotta al proprio interno e “fabbriche delle mogli” a uso bordello. C’è persino spazio per la più incredibile variante, quasi criptica, del finale de La zampa di scimmia di Wlliam Wymark Jacobs, archetipo inglese del 1902. E, dato che si è parlato di King e Lovecraft, ovviamente esiste un indimenticabile paese da cui è meglio stare lontani. Così come descritto, se ne possono ancora trovare in certi angoli del vecchio Piemonte…

Che dire in conclusione? Fatevi possedere dalla nera magia ammaliante di Loredana Lipperini. Non mancate questo libro. Soprattutto se, come me, siete convinti che la realtà non sia esattamente quella che vediamo.

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La vita nella città segreta

Viola Di Grado, Fuoco al cielo, La nave di Teseo, pp. 234, euro 19,00 stampa

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Fuoco al cielo racconta la storia di Tamara, una donna costretta a fare i conti con un’esistenza terribile, segnata dall’inquinamento e dal degrado di tutto, intorno a lei. Inquinamento della natura, di fiumi non balneabili, di boschi bruciati, di frutti velenosi, di aria irrespirabile. Degrado della città per gran parte abbandonata dopo un incidente radioattivo, degrado dei rapporti umani. Percentuali altissime di bambini nati con gravi patologie e terribili malformazioni, a causa del plutonio. Un inferno.

Nello stile narrativo tutto è rappresentato con grande naturalezza e una certa disinvoltura. Può sembrare addirittura un romanzo distopico. Ma non è così. Si tratta piuttosto di un’opera di disvelamento di una realtà che fa parte del recente passato, tenuto accuratamente rimosso, e che Viola Di Grado ci mette brutalmente sotto gli occhi. Chi lo ritiene opportuno può facilmente vedere moniti e segnali del nostro presente e del nostro immediato futuro.

Tutto il romanzo si avvale di una scrittura che ha il sapore del coraggio e non del compiacimento morboso. Il ritmo è asciutto e serrato. I capitoli brevi, le scelte linguistiche precise e acuminate.

Lo spunto è dato da una storia vera accaduta negli anni Novanta quando sia i sovietici che gli statunitensi, vicino alle centrali nucleari, avevano costruito le loro “città segrete” per testare esperimenti sugli esseri umani.

Il paese di Musljumovo è una delle località vicino a queste città segrete. Dista solo 70 chilometri. Tamara vi abita e, fino a poco tempo prima, vi aveva esercitato la professione di insegnante. Un giorno le capita di incontrare Vladimir, giovane attraente che viene da Mosca. Fa l’infermiere ed è arrivato in paese, contro ogni indicazione di buon senso, visti i rischi che si corrono, per aiutare le persone del posto che hanno bisogno di cure.

Vladimir e Tamara si innamorano e progettano una vita insieme, contro ogni segnale che viene loro dal mondo esterno. Dietro le loro spalle soffia il vento di un leggero ottimismo che si sintetizza nell’idea che per vivere bastino “cervello e battito cardiaco”.

I due decidono infine di avere un figlio…

A questo punto il romanzo di Viola Di Grado fa una virata, punta l’obiettivo soprattutto su Tamara le cui vicende accompagneranno il lettore fino al termine del libro. La narrazione assumerà, a tratti, il pathos del misticismo. Dio è una parola che apparirà sempre più spesso. Alcuni episodi ricorderanno la passione di Cristo per la salvezza degli uomini. A essi si intreccerà il grande tema della follia intesa anche come capacità di una vita anticonvenzionale, riservata a chi sa amare veramente, perché “L’amore è l’unico peso che alleggerisce”.

Al termine di un percorso non facile il lettore potrà ricordarsi di quelle affermazioni che ci dicono che “la letteratura deve turbare, deve essere una “minaccia” per il lettore e per l’autore stesso”. In questo caso l’obiettivo è centrato in pieno.

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L’amore per una lingua senz’amore

Adrián Bravi, L’idioma di Casilda Moreira, Edizioni Èxòrma, pp. 192, euro 15,50 stampa

di LORENZO MARI

Le lingue sono gelose, come Adrián Bravi stesso ha scritto nel titolo di un agile ma intenso libro di qualche anno fa pubblicato da EUM, La gelosia delle lingue (2017). Sfuggendo e, allo stesso tempo, ricadendo in questo rapporto geloso, L’idioma di Casilda Moreira si presenta come l’esplorazione di un’altra lingua ancora, rispetto a quelle parlate dall’autore argentino e italiano, di stanza nelle Marche: il terzo incomodo – eppure estremamente utile nel riconsiderare il proprio rapporto con italiano e spagnolo – è il günün a yajüch, talvolta chiamato anche puelche, lingua realmente esistita nella Patagonia argentina e parlata dalla popolazione günün a këna.

Contrariamente a quel poco che si può trovare su Wikipedia, in altri siti Internet, nonché, più prudentemente, nella bibliografia scientifica disponibile sull’argomento,questa è una lingua non ancora del tutto estinta, nel romanzo di Bravi, ed è per questo motivo che il giovane studente italiano Annibale Passamonti, allievo dell’etnolinguista Montefiori, parte alla volta dell’Argentina alla ricerca dei suoi ultimi due parlanti, Casilda Moreira e Bartolo Medina.

Ecco riannodarsi, dunque, i fili della doppia appartenenza dell’autore: un’intessitura che resta, però, sullo sfondo di una trama diversa, a tratti straniante. Contrariamente a quanto spesso accade nella critica della letteratura italofona (intendendo provvisoriamente con questo termine tutto quello che viene scritto in italiano da autori nati fuori dai confini), infatti, la produzione letteraria di Adrián Bravi non si è mai limitata a riproporre il doppio legame, o anche il doppio vincolo, costituito dal trattino – o hyphen… per dirla in un’altra lingua ancora – che sigilla la definizione di “italo-argentino” (oscurando, peraltro, il possibile capovolgimento “argentino-italiano”).

Già la prima pubblicazione italiana, Restituiscimi il cappotto (uscita per Fernandel nel 2004, all’interno di una leva di scrittori molto interessanti, rapidamente passati ad altre destinazioni editoriali), era una narrazione letteraria della compulsione ossessiva, più imparentata con il cappotto gogoliano che non con una versione superficiale del viaggio di spaesamento e ricollocamento tra due nazioni così lontane, eppure dalla storia così finemente intrecciata, come Italia e Argentina. Lo stesso si potrebbe dire de La pelusa (Nottetempo, 2007) o ancora de Il riporto (Nottetempo, 2011): in quest’ultimo romanzo, l’ossessione per il riporto del protagonista – un altro accademico, il professor Arduino Gherarducci – si muove esplicitamente tra il Wakefield di Nathanael Hawthorne, Italo Svevo e Luigi Pirandello.

D’altra parte, è pur vero che l’esperienza e, soprattutto, l’immaginario della migrazione rimangono un sottotesto importante in altre opere di Bravi, come Sud 1982 (Nottetempo, 2008), ambientato durante la guerra delle Malvinas/Falkland, o la raccolta di racconti Variazioni straniere (Eum, 2015). Da questa prospettiva, allora, L’idioma di Casilda Moreira costituisce una summa, almeno temporanea, dell’opera di Bravi, dove il viaggio dall’Italia all’Argentina di Annibale Passamonti è lo scenario sul quale si innesta un’ulteriore ossessione, ovvero quella condivisa dallo studente e dal professore, di salvare una lingua a rischio di estinzione. Una ricerca che non è più immediatamente legata alla compulsione, come nei testi precedenti, muovendosi piuttosto in quei territori del desiderio che sono più vicini all’impulso vocazionale: forte dell’insegnamento e della passione per la ricerca trasmessa da Montefiori, Annibale Passamonti parte alla ricerca di Casilda Moreira e Bartolo Medina allo scopo di farli parlare tra loro – nonostante sappia che i due non si rivolgono parola da anni nella loro lingua – e registrare così una conversazione in günün a yajüch che ne lasci una traccia tangibile prima dell’estinzione.

In questa sorta di furore missionario laico, mal trattenuto da una personalità non sempre dimessa, Annibale Passamonti non è più un antieroe come i precedenti protagonisti de La pelusa o de Il riporto, con i quali condivide, comunque, un tratto simbolico importante come la ripetizione dell’iniziale A e del passatismo del nome (evidenziando forse anche qui una certa ascendenza sveviana).

Al contrario, Annibale si presenta a tratti come novello colonizzatore, incurante del fatto che la mancanza di comunicazione in günün a yajüch tra Bartolo e Casilda possa avere fondate, e tenacissime, ragioni affettive. A farglielo notare, allora, e in più di un’occasione, è Alma, figlia del proprietario della locanda presso la quale Annibale trova rifugio a Kahualkan, il paese sperduto, ai confini stessi della pampa argentina, dove vivono Casilda e Bartolo.

Se già in questi brevi accenni è possibile osservare come la trama del romanzo poggi – con una certa facilità, ma anche con una certa solidità – sulle relazioni amorose stabilitesi, nel passato, tra Bartolo e Casilda e, nel presente, tra Alma e Annibale, è tuttavia opportuno segnalare come questi passaggi siano, in ogni caso, fondamentali nella restituzione di una storia culturale e politica più ampia.

Emerge, infatti, la doppia colonizzazione subita dai günün a këna nel corso della storia, prima da parte degli invasori europei e in seguito a opera del popolo mapuche, come parte della strategia di resistenza di quest’ultimo all’invasione spagnola e ai suoi processi di acculturazione. Tale fenomeno storico si può cogliere tra le righe, dov’è filtrato senz’alcun giudizio moralistico, ed è il substrato decisivo dal quale emerge, in particolare, la lingua di Bartolo – diversa, in realtà, e al tempo stesso complementare all’idioma di Casilda Moreira che dà il titolo al libro. Sospesa tra una reinvenzione magica del mondo e una sua deformazione psicotica, la lingua di Bartolo si presenta come l’articolazione di una cultura doppiamente subalterna, costellata in modo esemplare – anche in rapporto alle recenti indagini accademiche sul tema – da reticenze, dubbi e segreti.

Un altro dato che emerge con forza è il paesaggio, analogamente a quanto ha osservato Marino Magliani in una recente nota di lettura, apparsa su Nazione Indiana. L’elemento liquido domina nei primi capitoli, in una terra che assomiglia fortemente alle Marche e che, quindi, dai monti e dalle colline – paesaggio di terra fin troppo noto, e al tempo stesso ancora profondamente ignoto, in virtù delle pressanti, ma superficiali, cronache di terremoti e altri sconvolgimenti – passa rapidamente al mare. È nel mare, infatti, che il professor Montefiori rischia la morte per aver ingoiato alcune piccole meduse durante una nuotata, passando così l’onore e l’onere della ricerca al giovane Annibale. Se l’episodio è il chiaro segno di una narrativa che procede generalmente in modo lineare, ma anche per brevi e rapidi scarti grazie a piccoli ma determinanti inserti surreali, si passa poi a quella fine del mondo, a sud del sud della pampa argentina, rappresentata da Kahualkan, dove l’elemento surreale – nel segno della miglior tradizione letteraria argentina– non cessa, anzi aumenta la propria influenza straniante sulla narrazione.

Se però Magliani sostiene che il paesaggio sia infine assorbito dal “mare del romanzo”, ossia dalla questione della lingua, è comunque possibile sostenere anche la tesi simmetricamente opposta: senza questo doppio paesaggio, e senza la sua doppia ostilità al radicamento, ovvero alle forme letterali delle radici, non si avrebbe la ricerca della lingua che, sì, domina su tutto – sui personaggi, sulla trama e persino sulla Storia più in generale – ne L’idioma di Casilda Moreira.

Ed è proprio in questo doppio paesaggio che procede la ricerca di una lingua sul punto di perdersi per mancanza d’amore: non soltanto il günün a yajüch di Casilda e Bartolo, ma anche l’italiano e, nei suoi meandri, lo spagnolo, come lingue che caratterizzano la vicenda biografica dell’autore e, in modo ancor più determinante, come si è cercato di ricordare anche qui, lo spazio linguistico della sua produzione letteraria. Del resto, anche l’italiano e lo spagnolo difettano d’amore, come Casilda e Bartolo, e, se non sono storicamente sul punto di estinguersi, attraversano cicliche fasi di crisi e difficoltà.

In questo scenario, riportato bruscamente ai giorni nostri, bisogna sapere, come ricorda Annibale a un certo punto, che “l’amore dev’esser cosa amarissima”, citando il Diario del primo amore (1817-1818) di Giacomo Leopardi. Conviene qui citarne per intero il passaggio, leggendovi tra le righe l’amore per una lingua senz’amore, e non solo “l’amor tenero e sentimentale” cui si riferisce il grande recanatese: “E veggo bene che l’amore dev’esser cosa amarissima, e che io purtroppo (dico dell’amor tenero e sentimentale) ne sarò sempre schiavo. Benché questo presente (il quale, come ieri sera quasi subito dopo il giuocare, pensai, probabilmente è nato dall’inesperienza e dalla novità del diletto) son certo che il tempo fra pochissimo lo guarirà: e questo non so bene se mi piaccia o mi dispiaccia, salvo che la saviezza mi fa dire a me stesso di sì. Volendo pur dare qualche alleggiamento al mio cuore, e non sapendo né volendo farlo altrimenti che collo scrivere, né potendo oggi scrivere altro, tentato il verso, e trovatolo restio, ho scritto queste righe, anche ad oggetto di speculare minutamente le viscere dell’amore, e di poter sempre riandare appuntino la prima vera entrata nel mio cuore di questa sovrana passione”.

Leopardi tentò il verso, nonché la prosa, e si sa bene com’è andata. Fuori da ogni paragone, ma all’interno di una medesima storia di primi (e poi secondi, terzi amori…), Bravi ha tentato il romanzo e i lettori de L’idioma di Casilda Moreira potranno sentirne tra le righe un’altra, e pur sempre sovrana, passione: gelosa ma anche libera.

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Siediti qui, ignoto viaggiatore…

Anite di Tegea, Epigrammi, (cura e traduzione di Ugo Pontiggia), La Finestra Editrice, pp. 80, euro 16,00 stampa

di ELIO GRASSO

Anite, nata a Tegea, in Arcadia, fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo. A Tegea vi era il tempio di Atena, primo fra tutti i templi del Peloponneso, costruito dallo scultore Skopas e ammirato da Pausania. In quei luoghi Anite, poetessa dai pochi dati anagrafici, compone epigrammi che si distinguono per la delicatezza orientata ai frenetici eventi del cosmo sotto i quali sottostava il mondo ellenico. La musicalità della sua poesia, l’uso inequivocabile e spesso imperativo dei vocaboli, contrastano il sangue che lei vede scorrere in terra, frutto della forza che guida, e abbandona – in un altalenante gioco olimpico – gli eroi guerrieri omerici. Soprattutto nell’Iliade. La dedica musicalmente rivolta a uomini, donne, fanciulli e animali, riprende i testi antichi integrandoli con una lingua innovativa che sempre sorprende: la vediamo giungere con fili invisibili a cui siamo grati per la tregua offerta ai nostri giorni sanguinosi. Le piccole cose di Anite contrastano la violenza vertiginosa degli dèi, una grazia accompagna i passi degli uomini sofferenti affinché continui a vedersi, nonostante tutto, l’armonia del mondo. Il compianto, che caratterizza l’innata narrativa messa dalla poetessa nei suoi epigrammi, rispecchia pietà e sguardo di salute. È vera partecipazione, non solo simpatia celebrativa per le uccisioni, gli avvelenamenti, l’attacco alla bellezza.

La traduzione di Ugo Pontiggia conduce tutti i temi delle poesie, ne accarezza musicalità e struttura retorica lasciando molti spazi alla corrispondenza. E le delicate descrizioni restano vivide nella nostra lingua, che appare meno lontana dal testo greco di quanto comunemente si pensi. La natura epigrammatica della poesia di Anite accarezza il tema narrativo, basta l’avventura di pochi sceltissimi vocaboli a trasferire nel racconto una realtà fatta di dolori ma intrisa di impulsi fiabeschi: sono questi a decorare le strade dei luoghi ellenici e a riportarci gli odori che impregnavano i templi, a far risuonare le voci dei bimbi nelle nostre stanze fumigose. Battiti d’ali e cavalcate ritornano non tanto come commento a un’èra perduta, non soltanto, ma come espressioni di uno sguardo rivelatore di bellezza, quello a cui abbiamo irrimediabilmente rinunciato.

Riferimenti dionisiaci, immagini naturali e sensuali accadono con l’insistenza intrinseca dell’epoca di Anite, ma se ancora oggi interpretiamo questa voce narrante è merito di chi toglie la polvere sui nostri cammini, contrastando il demerito dei tempi come proprietà manifesta di oscurantisti. Questa poesia conserva in sé la scelta eroica rivolta a eternare (condivise parole di Pontiggia) sentimenti d’amore, d’eros e di pietà verso genti e paesi. Non importa quanto lontani dalla propria casa, o arenati in spiagge che conservano delicatezza contro l’imperativa violenza della morte. L’identità riportata alla luce nella raccolta è augurante e degna d’essere preservata. “Siediti qui, ignoto viaggiatore…”

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Grande Storia, piccoli umani

Patrice Nganang, La stagione delle prugne, tr. Marco Lapenna, 66thand2nd, pp. 352, euro 18,00 stampa

di MARTYNA KANDER

Secondo volume di una trilogia novecentesca del Camerun, La stagione delle prugne mostra per la prima volta dal punto di vista camerunese eventi che hanno forgiato il mondo, nel Novecento. È un progetto ambizioso e affascinante, adatto a nutrire la consapevolezza di lettori mondiali, grazie all’inestimabile lavoro dei traduttori. Fin dall’apertura del libro, Patrice Nganang vuole ribaltare gli stereotipi: M’bague, veggente del paese di Edéa, dice chiaramente che Hitler si è suicidato. È il 1940, la guerra ha appena bussato alle porte dell’amministrazione locale e nessuno è più disposto a credere a parole del genere, nemmeno nel cuore della foresta dell’Africa subsahariana.

Il grande merito dell’autore è di inserire i dettagli necessari a dissipare il qualunquismo terminologico che contraddistingue il discorso occidentale, secondo il quale ogni nero è africano e l’Africa è ancora un’unica nazione nebulosa, mitica, senza storia o cultura. In questo romanzo non solo i “fucilieri senegalesi” riacquistano le loro nazionalità, ma il lettore impara a conoscere le diverse etnie del Camerun, riunite casualmente dagli europei sotto una sola bandiera (prima tedeschi, poi inglesi e francesi). Un’unificazione che lacera ancora oggi il paese, diviso tra francofoni maggioritari e anglofoni minoritari, le cui proteste sono sistematicamente soppresse dal governo di Paul Biya, al potere dal 1983, che ha incarcerato e mandato in esilio Nganang come dissidente nel dicembre 2017.

La stagione delle prugne è ricco di parole ed espressioni in lingue diverse (francese, dialetti bassa e persino italiani) e la lingua è uno dei temi importanti che attraversa il testo. Due fra i protagonisti e personaggi storici, infatti – Louis-Marie Pouka e Ruben UmNyobè – nel 1940 lavorano come assistenti indigeni per l’amministrazione francese e vivono tra le lingue, mediando e traducendo. Pouka è colmo di un’ammirazione servile per la grandeur francese, desideroso di assimilazione. UmNyobè (futuro attivista, ucciso nel 1958), invece, fa suoi concetti politici e filosofici e si domanda come utilizzarli per il bene del suo popolo, da liberare dal giogo della potenza straniera. Vede che le culture si sono ibridate ed è impossibile tornare indietro; al contempo parlare francese non significa per forza rimanere per sempre figlio minorenne alle dipendenze della nazione europea. Una riflessione oggi ancora molto attuale, che Nganang rivolge ai propri compatrioti.

Un progetto che ha impegnato Nganang per molti anni, spesi su chilometri di testi e pesanti tomi, riuscendo a esprimere una prospettiva letteraria originale e innovativa. Tuttavia, per me la lettura è stata difficile e mi sono trovata a vivere due sentimenti opposti: un fortissimo interesse razionale per quello che leggevo, da un lato, tanto quanto una enorme insoddisfazione emotiva dall’altra. Il narratore commenta spesso, introduce nozioni saggistiche e, soprattutto, critica i personaggi, cosa che, a volte, fa venir meno il gusto di leggere. E talvolta mi è sembrato che non solo il mio interesse razionale prevalesse sulla narrazione, ma anche quello dell’autore. Uscita dalla lettura, ho una maggiore consapevolezza della Grande Storia, ma non ho percepito quanto speravo della piccola umanità.

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Très an Tani. Un noir bellico

Angelo Marenzana, Il delitto del fascista Nuvola Nera, Fanucci Editore, pp. 270, euro 14,00 stampa, euro 4,99 ebook

di DANILO ARONA

Le città attraversate dai fiumi possiedono un immaginario potente e diverso. Ad averne voglia e un budget preventivo, si potrebbe progettare un Grand Tour su e giù per l’Italia visitando città come Mantova, Firenze, Piacenza, Torino, Asti, Rovereto, Verona e Pavia (e qui mi fermo giusto per rendere l’idea) e scoprire un comune e ribollente inconscio collettivo che regala vita a un ricco folclore locale, manna per gli scrittori.

Per quel che riguarda Alessandria, la nostra città (la mia e di Angelo Marenzana), non si può non citare l’antropologo Riccardo Motta che in nell’impagabile Vicolo Fiume Tànaro (I libri di Emil, Maxmi, 2011) evidenzia come il fiume sia ancora e sempre “un grande dispensatore di immaginario”, segnando con la sua presenza esistenze singole e collettività arcaicizzate. Rispettato, temuto, forse odiato dopo l’alluvione del 1994, il fiume dispensa favole e brandelli di verità, trasformando la terra che lo circonda in un non-luogo letterario: una sorta di negazione della realtà che assurge a geografia impalpabile e impenetrabile, soprattutto quando si tratta di lambirne le sfumature attraverso fantasmi (della mente) e arcani, sillogismi, similitudini e mitologemi, e che richiede il rimedio del ritorno salutare ai suoi riti e alle sue stazioni (le baracche e i posti di ritrovo a ridosso dell’acqua).

Per scoprire che siamo tutti figli, ovunque scorra un fiume, di una stessa madre in grado di essere contemporaneamente padre.

Ancora Riccardo Motta: “Un fiume amico e pacifico, ma anche potente e pericoloso, quasi un giustiziere implacabile. L’espressione très an Tani, ‘gettarsi nel Tànaro’, evoca infatti le immagini più macabre. Tanaro è anche il fiume dei suicidi. La frequenza delle morti volontarie, fortunatamente bassa, è comunque stata una realtà”. Non è difficile comprendere perché gli aspiranti suicidi abbiano scelto come teatro di quei loro atti estremi i ponti o le rive del Tànaro, invece che della Bormida, l’altro fiume alessandrino che si declina al femminile.

Fiume di vita e di morte, il Tànaro è anche il corso d’acqua principale e più prossimo alla città, che dopo la sua espansione la bagna all’interno. Invece Bormida è un fiume esterno, rimasto al di fuori dalla cerchia urbana vera e propria: in qualche modo emarginato anche in passato, anche se qualche linea fortificata di bastioni è esistita proprio nella sua direzione, verso Marengo.

Il suicidio, atto di estrema solitudine, richiede però molto frequentemente una sorta di palcoscenico e un pubblico. La disperazione dell’attore deve essere comunicata al prossimo: e due dei ponti sul Tànaro, quello della Cittadella e quello del quartiere Orti, sembrano prestarsi al tipo di rappresentazione tragica e dei disadattati. “Con Tànaro è meglio non scherzare. Lo sanno bene gli alessandrini, anche se le ultime generazioni possono averlo dimenticato. Il fiume inghiottiva nuotatori incauti, pescatori frettolosi o negligenti, non soltanto i suicidi. Ma i corpi dei suicidi non li ha mai restituiti.”

Questo per ricordare che in Alessandria godiamo di un grandioso mito leggendario a proposito del nostro fiume: quello della giovane vita femminile spezzata per l’altrui violenza che nelle acque oscure del Tanaro ha trovato, forse, ultima dimora. Può chiamarsi Marinella, proprio quella di De Andrè secondo le ricerche minuziose dello psicologo Roberto Arzenta, o essere l’innominata che si buttò giù nell’acqua il 1 maggio 1939, forse per una protesta estrema contro la visita di Mussolini. E può essere Valentina Lanzavecchia, il motore – umano – che accende l’ultimo romanzo di Marenzana. Il delitto del fascista Nuvola Nera, edito da Fanucci.

Il tenerissimo e doloroso prologo della morte di Valentina merita di essere
qui riproposto: «… Aveva deciso di concedere la propria giovinezza al corso del fiume consumando un rito arcaico di purificazione per meritarsi un angolo di paradiso. Il Tànaro le sfiorò la gola. Poi superò il mento, la bocca. Quando i capelli si aprirono a ventaglio, Valentina si lasciò cadere verso il basso. Meglio farla finita con un gesto unico, deciso. Eterno. I piedi vennero risucchiati dalla melma del fondo. Lei rimase con gli occhi aperti, mentre la testa si liberava della musica dell’orchestra e delle voci dei due sconosciuti per lasciare spazio alla luce da cui sgorga il bene.»

Siamo nel 1925. Vent’anni dopo, è proprio questo passato che oscura il presente storico dell’Alessandria dell’aprile 1945. La Città Grigia ancora più grigia, sporca e polverosa, vessata dai bombardamenti e dalle lacerazioni sociali, dove l’elegante Lorenzo Maida – il venditore di tessuti che indaga meglio di Sherlock Holmes e che abbiamo già conosciuto nel precedente Alle spalle del cielo -, a pochi giorni dalla fine dichiarata della guerra, incappa in due misteriosi delitti, di cui il primo intitola il libro.

Ovvio, Maida dovrà metterci il naso, sollecitato dal cognato poliziotto Vito Todisco, in un’indagine torbida che immobilizza l’attenzione del lettore su un’Alessandria inedita e quanto mai inquieta nel suo quasi iniziatico processo di trasformazione. Se Curcio, l’aiutante di Maida nel negozio, dichiara lapidario a pagina 39 che “senza un passato gli uomini non avrebbero nulla da dirsi”, va da sé che è un passato rimosso e luttuoso che bisogna andare a scoperchiare per scoprire dinamiche e colpevoli dei due omicidi.

E certo, il sottoscritto recensore non è qui per guastarvi sorprese e colpi di scena che sono alla (massima) altezza di un noir bellico dove si indaga lungo un tortuoso percorso da decodificare per la gioia degli amanti del genere, ma dove si fotografa soprattutto una città colta in angoli gustosi e inediti che hanno il sapore, anche drammatico, dell’estrema
provvisorietà. Da lì a poco nulla sarà più così e comincerà, alla fine delle ostilità, una spaventosa resa dei conti che ammorberà la vita civile e collettiva ancora per anni.

L’ho già scritto da qualche parte, Marenzana è uno spirito antico e, come me, ha ascoltato dalle bocche di consapevoli genitori, le cronache dei “tempi di guerra”, quando le sirene annunciavano le incursioni di Pipetto e dei bombardieri. Ma, aggiungo un sospetto, in lui alberga sul serio l’anima trasmigrata di un alessandrino di quell’epoca, tanto è vivida e autentica la descrizione della città di allora. E, come sempre, ci sarebbero – ci sono troppi ingredienti su cui far scivolare l’attenzione del lettore: in primo luogo, l’anelito all’effetto perturbante e “fantastico” che qua e là emerge nell’asciutta e realistica prosa, che ci suggerisce qualora non lo sapessimo che Angelo è anche un pregevolissimo autore gotico (da buon piemontese, se posso…).

Infine, una riconferma, la straordinaria molteplicità dei ritratti femminili, abilità nella quale lo scrittore eccelle senza cadere nel bozzettismo e regalandoci rappresentazioni di autentiche e indimenticabili personalità, sempre inespresse per l’odiosa oppressione delle controparti maschili.

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Due storie di Severini

Gilberto Severini, Consumazioni al tavolo/Sentiamoci qualche volta, Playground, pp. 157, € 15,00 stampa

di ROBERTO STURM

La carriera letteraria di Gilberto Severini copre un arco di quasi quarant’anni. Il suo esordio risale al 1981, con la raccolta di versi Nelle aranciate amare, edito da Il lavoro editoriale, a cui seguirono Consumazioni al tavolo, nel 1982, e Sentiamoci qualche volta, nel 1984, con lo stesso editore. Introvabili da anni, Playground ha avuto la brillante idea di riproporli in un unico volume a cui seguiranno altre opere dello scrittore marchigiano. Nato a Osimo nel 1941, Severini ha disseminato negli anni a cavallo del millennio – la sua ultima fatica, Dilettanti, è stata pubblicata da Playground nel 2018 –, opere che hanno lasciato il segno nella letteratura italiana. Questi suoi primi romanzi ripubblicati a distanza di tanti anni non hanno risentito del trascorrere del tempo e non hanno ceduto di un millimetro al passare delle mode e all’avanzare delle tecnologie: nonostante le mutate condizioni sociali rimangono un’accurata indagine sui primi anni ottanta. Le sue trame e il suo stile non sono mai urlati, il susseguirsi delle parole, una sorta di concerto con note che non stonano mai l’una vicina all’altra, forma una sinfonia magistrale che solo un grande maestro può orchestrare.

Se Pier Vittorio Tondelli, con cui Severini ha avuto un forte rapporto di amicizia, asseriva che era lo scrittore più sottovalutato d’Italia, immagine abusata e non amata dall’autore, e dichiarava che fosse uno dei migliori talenti della sua generazione, personalmente credo che Severini sia uno dei maggiori scrittori italiani del dopoguerra. Marco Lodoli di lui dice: “Se è vero che il tempo è galantuomo, che gli anni ridimensionano i successi effimeri e danno luce a chi ingiustamente è stato trascurato, allora bisogna aspettarsi una nuova vita letteraria per Gilberto Severini.”

Marguerite Youcernar sosteneva che la sera, rileggendo quello che aveva scritto durante la giornata, più parole riusciva a eliminare più era soddisfatta: questo è il metodo che segue Severini, in cui il superfluo non esiste e dove l’essenziale scopre un non detto che è altrettanto importante – a volte anche di più –, del narrato. La prosa di Severini non indugia mai troppo su un particolare, non insiste sui concetti ma li determina con precisione in una singola frase o poco più. La sintesi e la pulizia formale, insieme a uno stile nitido e senza orpelli, guidano il lettore in trame apparentemente lineari e semplici che hanno diverse chiavi di lettura.

L’autore marchigiano ci parla di identità sessuali confuse e ambigue, di assenze e attese che sono parte stessa dell’amore, di ricerca di consensi da parte degli esclusi, delle pieghe di rapporti fragili e contorti, di voglie di rivalsa da una vita che sembra averci sconfitto. Il tutto con il sottofondo di quella provincia che è sempre stata la ribalta preferita da Severini, dove i protagonisti si trovano in un ambiente in cui i gesti e le parole sono amplificati.

Personaggio schivo e poco amante della mondanità, in tutte le sue opere non ha mai fatto niente per compiacere i lettori. Il pubblico – ha affermato – può essere pericoloso nel momento in cui si comincia a dipendere da esso: si rischia di dire e fare cose stupide per accontentarlo.

In Consumazioni al tavolo quattro amici quarantenni si ritrovano, come ogni anno, per assistere a una manifestazione teatrale che si svolge a Offagna, un paese sulle colline marchigiane e fare qualche ora di mare sulla riviera del Conero. Gianni, Paolo e Paola si sistemano nell’appartamento di Alberto come al solito: Gianni vive da solo senza mai avere avuto una relazione importante, Paolo e Paola si sono sposati e Alberto si è isolato dopo la morte della madre. Paola ha manie di protagonismo e ha sottomesso Paolo alle sue abitudini e ai suoi ritmi, e non perde mai occasione per sfoggiare la sua cultura e la sua bellezza. L’equilibrio del gruppo già precario viene definitivamente compromesso da Roberto, un diciottenne che conoscono fortuitamente. Gianni non riesce a nascondere il suo interesse per l’adolescente scontrandosi con il protagonismo di Paola che non vuole lasciare la ribalta all’amico. Così vengono a galla tutti i nodi irrisolti tra Paola e Gianni e sarà Alberto, con due lettere scritte a un’amica comune, a svelare i retroscena di invidie e gelosie che covavano sotto la cenere.

Sentiamoci qualche volta è un romanzo epistolare, e non sarà l’ultimo dell’autore osimano a una sola voce. In questo romanzo  le lettere sono quelle che il protagonista invia ad Andrea. Dopo anni di assenza, Andrea si rifà vivo con una telefonata con cui lamenta una crisi coniugale ed esprime nostalgia dei bei tempi vissuti in gioventù in paese. Ma la situazione non è quella che sembra e il protagonista alla fine scopre, con l’aiuto di Laura, la moglie di Andrea, che l’amico è ormai un alcolizzato. Andrea si lamenta di essersi sposato senza essere innamorato, di non essere stato il personaggio principale della propria vita, di non aver vissuto una sessualità piena. E ricorda un momento in cui i due amici erano stati vicini dandogli un’importanza che A., così di firma l’amico, non gli ha mai dato e ha sempre visto come un gioco tra adolescenti.

Un’altra peculiarità di Severini è quella di cogliere, attraverso i suoi scritti, le modificazioni sociali e tecnologiche in atto che condizioneranno il nostro modo di vivere. Autore colto, verso cui molti scrittori hanno dichiarato un debito di riconoscenza letteraria, le sue opere sono piene di citazioni che il lettore attento non mancherà di notare.

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Frattali di sentieri e ricordi

Vanni Santoni, I fratelli Michelangelo, Mondadori, pp. 612, euro 20,00 stampa, euro 9,99 ebook.

di MARIASILVIA IOVINE

“C’era Livia Livi, piccola. […] Livia ricostruita, poi, in seguito, reinventata; quella che divenne la Viviana incorrotta di Serpi di Terrabassa – Livia sposa promessa. […] C’è Rosa, […] Rosa con la faccia severa e il profilo da allegoria, Rosa con un capillare rotto nell’occhio e in braccio Aurelia appena nata. […] Quando conobbi Beatrice, […] pensai che fosse lei l’aleph. Era amore per l’intelligenza, quello? O era il fatto che fosse fiorentina, benestante, colta, fattiva… L’amore è il compimento di un progetto? Sarebbe ben poca cosa, allora, anche laddove incarnasse la speranza di iniziare un percorso nuovo, più giusto. E nonostante tutto, infatti, ci fu […] Margherita, l’ultima che avrei detto mai. […] L’amore è buonsenso? Allora il massimo del buonsenso è non smuoversi più, arrivare magari ad attendere la morte assieme: [con Dianna] ho vissuto metà del tempo che ho trascorso con Beatrice, madre dei miei “figli amatissimi”. […] E tu, Colette? Ancor più marginale, se vogliamo, eppure guarda come ti metto adesso al centro. […] Io di amici non ne ho neanche fuori: per ogni adulatore che compare, per ogni adepto che oggi si accoda, ecco un amico che si inabissa…”

I fratelli Michelangelo è l’ultima, monumentale opera di Vanni Santoni: più di seicento pagine dedicate alla(e) famiglia(e) di Antonio, dirigente, regista, scrittore, incisore, per molti addirittura un “maestro” di vita che, a più di settant’anni, scrive ai figli e li convoca a sé senza rivelare il motivo di questa improvvisa chiamata. Dei cinque, solo Aurelia, la maggiore, si rifiuta di rispondere all’appello: gli altri scelgono di raggiungerlo, ma la loro decisione di partire verso il remoto paese di Vallombrosa è l’inizio di un viaggio prima di tutto metaforico.

I fratelli hanno avuto vite e destini diversi: c’è Louis, che, perseguitato dal peso di figlio illegittimo, quasi depersonalizzato dalla passività del padre, è intrappolato in una zona grigia tra imprenditoria e illegalità; Cristiana, che, ancora vittima dei problemi irrisolti dell’ipocrisia della “famiglia felice” e ossessionata dalla ricerca del successo artistico, tenta invano di darsi una propria voce nel percorrere la stessa carriera di Antonio. Rudra, che è cresciuto con lei, ha invece traslato la ricerca di Sé nella partecipazione al Tutto, ed è riuscito, almeno in parte, a compiere il miracolo del mantener vivo l’incanto infantile di un mondo fantastico che sfiora la realtà e la compenetra. Infine troviamo Enrico, “il fu Enrico Romanelli” sconcertato dalla scoperta di essere figlio illegittimo, che si interroga con tenerezza e timore sui propri fratelli e scopre quanto la presenza di Antonio Michelangelo l’abbia accompagnato per tutti gli anni della sua formazione, nella declinazione di una paternità sotterranea eppure partecipe attraverso i libri introdotti clandestinamente sugli scaffali della casa in cui ha vissuto.

Antonio è raccontato attraverso altri occhi, altre vite: l’identità e la ricerca di Sé – mediata dall’arte o dalla religione, sfibrata, sofferta eppure irrinunciabile – è uno dei temi cardine del romanzo, nel quale a poco a poco perde importanza il cosa, sostituito dal come in una cronologia parallela, poi circolare, ripercorsa dai figli e in seguito ripresa dal padre anziano, non più maestro, ma uomo, forse addirittura mistificatore, erede di una famiglia umile che ha creato da sola le sue radici a partire da quel nome altisonante, Michelangelo, talismano di fortuna artistica e miseria nei rapporti umani.

In un periodo in cui la critica letteraria si è quasi definitivamente arresa ai commentatori del web che combattono lancia in resta a colpi di spoiler e infodumping, Vanni Santoni si (e soprattutto ci) concede il tempo di respirare: tra le pagine de I fratelli Michelangelo ci sono amore e dolore, passione e rabbia, tenerezza e tutte le sfumature dell’essere. Nessuno dei cinque fratelli è perfetto, né deve o vuole esserlo: nelle sue parole, che siano ricercate o volgari, poetiche o sarcastiche, addirittura feroci (ne è un esempio la splendida riflessione di Enrico come aspirante scrittore…), Santoni racconta una storia profondamente umana, tesa alla ricerca di qualcosa di primordiale, intangibile eppure vivo, altro da noi, ma così vicino da poter essere visto, o meglio intuito, nelle variazioni di uno specchio d’acqua.

Tutto questo è raccontato con uno stile colto, eclettico, ricco di citazioni (alcune letterali, molte altre “rimaneggiate fino a diventare altro”). Nel trasmettere l’affamata voglia di vivere dei suoi personaggi, Santoni, come Cristiana Michelangelo, gioca con le parole, provoca il lettore in un’apnea di pensieri, aspirazioni, verità non dette e altre gridate. I fratelli Michelangelo è, più che un romanzo corale, un labirinto di specchi nel quale il riflesso di ogni fratello si sdoppia negli altri, per poi ricomporsi nel precipitare dei pensieri di Enrico, nello smarrimento di Cristiana, nella sofferenza di Louis, nell’intricata complessità di Rudra, fino a echeggiare nel loro padre, grandioso nella propria debolezza, invitto nella sua fragilità. Santoni ci fa intuire molto di sé, della propria Weltanschauung: I fratelli Michelangelo è un romanzo che si merita più di una lettura, nel seguire ogni volta una traccia diversa, un rivolo che scorre fino a diventare torrente e poi fiume.

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Segreti nella nebbia

Corrado Peli, I bambini delle Case lunghe, Fanucci, pp. 279, € 13,00 stampa, € 0,99 eBook

di  VALENTINA MARCOLI

Un gruppo di ragazzini nell’estate del 1985. Biciclette, scorribande, violenze in famiglia e segreti. Se non fosse che questo romanzo è ambientato a Case Lunghe, località della piccola frazione di San Felice nella Bassa bolognese, a chiunque verrebbe in mente la trama di It di Stephen King. E invece no. La mano che sulla carta decide delle vite di questi ragazzi è italianissima. Classe 1974, Corrado Peli ha realizzato un noir dalle ambientazioni cupe ma affascinanti, un po’ nostalgiche per chi gli anni Ottanta li ha toccati con mano.

Lontano dal centro cittadino, dove la nebbia incombe su tutto coprendo e nascondendo, il divertimento lo si deve inventare e la noia la si combatte a suon di marachelle per provare quel briciolo di adrenalina che stimoli lo spirito della fuga. Da qui si parte per un viaggio nella quotidianità dei giovani protagonisti. Carlo, Eleonora, Davide, Nunzio e Laura sono undicenni che stringono amicizia in un buco dimenticato da Dio ma non da Don Gaetano, il parroco che sapientemente tesse le vicende delle famiglie che in quel buco vivono e cuce gli strappi che la vita porta ad affrontare. Il prete custodisce gelosamente le confidenze dei compaesani, confessioni che scottano e che vanno gestite al meglio per buona pace di tutti, come le violenze domestiche che subisce Rosa. Da tempo infatti il marito Giovanni trascorre le giornate alla Locanda attaccato alla bottiglia e quando rientra sfoga la rabbia a lungo repressa sulla moglie e sul figlio Carlo. L’unico a scamparla è Michele, il nuovo arrivato. Ed è proprio attorno a Michele che si crea un garbuglio di nodi misterioso da districare quando a seguito dell’ennesima lite Rosa prende l’auto, il figlio e fugge. La corsa è però breve e vede il suo termine fatale con l’albero contro cui si schianta, complice la fitta nebbia invernale. Qualche giorno dopo il marito Giovanni subirà la stessa sorte.

2016, trentuno anni dopo. Ritroviamo Carlo, Eleonora e Nunzio ancora bloccati a Case Lunghe per cause differenti mentre gli unici ad essere riusciti ad allontanarsi sono Davide, che ha intrapreso una carriera politica, e Laura, che vive a Bologna dove lavora come infermiera. Un lascito imprevisto quanto cospicuo costringe Don Stefano a far rotta verso San Felice per sbrigare le pratiche burocratiche e convincere il figlio del donatore a non impugnare il testamento.

Quest’arrivo getta nel panico i ragazzi ormai cresciuti, sconvolgendo abitudini e riportando a galla vecchie storie ormai da tempo dimenticate nella nebbia, e a suon di colpi di scena si giunge alla resa dei conti. Una resa che senz’altro lascerà di stucco il lettore che si vedrà costretto a dover chiudere un libro ottimamente scritto, scorrevole ma che necessariamente lascerà nel cuore e nella mente i suoi personaggi. E magari, in una serata nebbiosa, capiterà d’immaginarsi Carlo e gli altri in sella alle loro biciclette schizzare a tutta velocità verso una nuova avventura.

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La realtà della poesia

Stefano Raimondi, Il cane di Giacometti, Marcos Y Marcos, pp. 112, euro 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Le sculture di Giacometti sono “geneticamente” abbandonate, più solitari che tristi i cani che avanzano su un terreno liscio ma polveroso. È la polvere degli umani a porli in difficoltà, anche se non perdono affatto la loro essenza canina. Giacometti li ha osservati a lungo, pur restando nel suo atelier riservatissimo, e con essi l’atteggiamento crudele degli ingannevoli padroni umani, spesso rotti all’interno dei loro corpi e più raramente umili. Nella nuova raccolta di Stefano Raimondi il disagio vitale non ha sistemazioni fisse, sembra a ogni pagina che la dispersione geografica sia onnipresente, e che su quelle strade (o sentieri o plaghe infinite) l’uomo (esploratore, cacciatore, tecnico, vittima, fors’anche poeta) nulla possa contro una realtà il cui punto di svolta appare sempre più come l’evento nucleare di Chernobyl. C’è una dismisura antropologica in quest’epoca, la lingua impostata da Raimondi serve alle strategie di sopravvivenza di cui nessuno dovrebbe fare a meno. Ma è difficile, la sostanza durissima che ci siamo imposti ha distrutto molti racconti, le storie che per millenni ci hanno fatto convivere con la natura e gli dèi. L’abbandono di questi ultimi ha lasciato sola l’umanità con i propri demoni tecnologici, i padroni “di niente” (così definiti dal poeta) si ritrovano con ossa, unghie e peli sotto stelle la cui musica oggi fa per lo più tremare, raramente sognare. Da anni Raimondi ricerca le parole adatte a una possibile salvezza generale, quelle che possano descrivere, o più, richiamare a sé il pane della civiltà sconvolta. Le parole capaci di descrivere gesti e desideri, corse e rincorse, condizioni civili, o semplicemente l’amore, umano e canino. Troppo il sangue avvistato, e gli elementi velenosi sopra le impronte che vorrebbero misurare l’intervallo fra i passi e il cuore. In ogni poesia c’è questo stordimento, le azioni storte dell’impero ormai del tutto contrario al desiderio di canto innato nella specie. “Ci sono parole che non si riescono / a dire tutte insieme…” anche se l’autore (e l’ascoltatore) vorrebbe destinarle nel tempo dove tutto è già successo, e lo stesso sangue delle vene è disperso e sovrastato dal buio. Il Cane di Giacometti è un libro ben distante da certe gratificazioni correnti, leggerlo destina a scontrarsi con le irte grate circondanti, quelle che abbiamo stabilito di disseminare tutto intorno. Fuori da queste ci sono soltanto posti “che servono a portarci via”, non si sa dove, forse luoghi già visti ed esplorati dai cani. Gli abbiamo impedito di metterci in guardia, relegandoli nella Zona radioattiva. Nessuno pensava che lì animali e vegetali potessero vivere come prima. Invece lo fanno, mentre all’esterno pochi riescono (e fra questi, il poeta Raimondi) ad addormentarsi sereni, dopo giornate trascorse a contrastare chi definisce soltanto le cose decretanti addii e distruzioni. È vero che le passioni originarie dell’uomo diventano ingrate quando le si fa passare e andare via, lo si comprende infine di fronte a questa raccolta, che ci mostra cosa voglia dire l’atto seguente la creazione. In un mondo non solo creato in esposizione di luce, la poesia riesce in alcuni casi a dividere il buio dai barlumi promessi che ci raggiungono dal passato e in grado di salvarci dai tombini. Su questa linea si svolge la parte centrale del libro, dove il pensiero poetico si appoggia ai selciati, ai muri, alle altezze perpendicolari della Città (Milano). Avvengono paesaggi imprevisti, resi oggettivi dalla poesia, suoni e luminosità serali, dove l’umanità si fa rara, rare le impronte e solo alcuni angeli utilizzano i filobus che passano sotto la Torre Velasca. È il respiro postumo nei quartieri che Raimondi cerca ancora, poiché la pietà ha bisogno anche oggi di soffermarsi su ossa e vertebre. La poesia ha bisogno di riempire i vuoti nelle case. La realtà ha bisogno della realtà della poesia, il continuo affermare l’abbandono (dei cani, degli uomini, di Giacometti scultore e incisore) è la lunga e sistematica linea sgrovigliata che Raimondi ci presenta tempo dopo tempo. Mentre il tempo, nel mondo, attende che le particelle radioattive si depositino per sempre. E le specie viventi, ancora, si propaghino tutte intorno.

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