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Prima di Serotonina il male dov’era? E dov’è ora?

ELIO GRASSO

Qualche anno fa Flammarion pubblicava una raccolta di poesie di Houellebecq, scrittore che non ha lasciato indietro alcun genere letterario a quanto si sa (e si sa molto), né si è fatto mancare la regia di un film, (di cui invece si sa quasi nulla, forse non per caso), tratto da La possibilità di un’isola del 2005.

Il romanzo Sottomissione, uscito nel 2015 con una somma di polemiche non da poco, usava diligentemente la fantascienza in quello strano modo col quale alcuni autori di genere diventano sciamani e profeti come se avessero in mano i testi sacri dell’umanità andati perduti nelle antiche e sconosciute ère. Ma lì si parlava di una Parigi sotto elezioni, e della conseguente vittoria dell’Islam. La Le Pen sconfitta da un presidente musulmano. Cambiamento epocale di un sistema consolidato. Descrizioni particolareggiate, nel consueto stile di Houellebecq, di eventi politici, rivolgimenti finanziari e intellettuali, e di prestazioni sessuali semi-pornografiche. Dice niente tutto questo? Peccato che il romanzo venne pubblicato lo stesso giorno dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo. Potendo, i francesi, avrebbero impiccato l’autore pur avendo disposto il blocco della distribuzione. Dopo le mutazioni genetiche delle prime opere, lo scrittore si dedicava alle metamorfosi politiche mondiali. Non male per un europeo dal fisico indigesto e dal carattere non meno disturbante. La sottomissione, vitale e sessuale, per amore e per denaro, diventa la nuova strada filosofica e sociale concedente una sopravvivenza d’appetibile rilievo. Nel libro è descritto qualcosa di pesante, una specie di follia lucida che, a conti fatti e dopo alcuni anni, non sembra più tale. Da qui il carattere profetico e urticante dell’opera.

Tornando alle poesie, Configurazioni dell’ultima riva, cosa vi troviamo dentro di persuasivo ed efficace, oltre ai precisi rispetti metrici? Vi alloggiano decine di micro-catastrofi, collettive e personali, o rivolte a persone conosciute, secondo l’ormai classica norma adottata da Houellebecq per cui ogni “configurazione” umana è biologicamente destinata al fallimento. Nessuna ragione adeguata a trovare la conoscenza. Nessuna possibilità d’essere amato, con successiva paura della morte. Una strana dolcezza accampata in pieno gelo. Dunque chi s’inoltra nei memorabili titoli inventati dallo scrittore ha come l’impressione di trovarsi dentro a qualcosa di profondamente umano e, in contemporanea, di profondamente pericoloso. Come se l’attualità storica non fosse quella “vera”, come se tutte le influenze poetiche fossero inventate da un’entità estinta da molto tempo. È probabile che qui si riscontri un debito personale con Philip K. Dick, da parte mia e forse dell’autore, il cui vero nome (tanto per dire) è Michel Thomas, nato nell’isola d’oltremare Réunion e poi cresciuto in Algeria. Le non-verità da anni ormai trascinano la nostra psiche in un territorio che si vede e non si vede, esistente e non esistente, proprio come le “particelle elementari”. La casualità del mondo ci appare tale all’insegna della nostra incapacità congenita e biologica. Uno scrittore così non poteva non esistere: “Dove sono io? / Chi siete voi? / Che ci faccio qui? / Portatemi dove volete…” E infine: “Je suis peut-être fou”.

In questo primo mese del 2019 italiano e francese esce Serotonina, nuovo romanzo e nuova incursione nella chimica dei farmaci e del corpo umano, con tanto di chiarimenti terapeutici sulla sostanza e sull’avvenenza di certe fanciulle dall’aria, tanto per cambiare, iper-desiderabile. Costoro, sotto lo scanner micidiale di Houellebecq, hanno quasi sempre “un leggero tocco da zoccola”, e sono dotate di culo ipnotizzante. Fosse soltanto per questo, Houellebecq sarebbe odiato dalla maggioranza delle donne, ma dato che le cose non sono mai tanto semplici, credo che la detestabilità possa estendersi a un pubblico più folto. Ma tant’è. Perfino de Sade ha estimatori insospettabili, figurarsi chi può decretare in qualsivoglia circostanza, nel bene e nel male, istinti modaioli e acchiappi da parte della cultura “alta”. E, per riferirci all’arte, sappiamo bene quanto L’origine del mondo di Courbet non sia per niente un dipinto scandaloso.

La spigliatezza chimica, al centro del romanzo, fa confluire i diversi stampi della “poetica” a cui Houellebecq si dedica da un bel po’ di anni, la creazione di un odio martellante e le bozze di manifesti tutt’altro che garbati si spingono ben oltre aridità e scortesie non nuove ai frequentatori. D’altronde anche le poesie affermano che ci si sposta di continuo verso il vuoto. E mi viene in mente l’ottima traduzione di Alba Donati e Fausta Garavini, poiché non hanno temuto il distillato osceno dell’autore.

Forse a Houellebecq non si rizza più da un pezzo, visto che in un testo poetico si afferma: “Quande on ne bande plus, tout perde peu à peu de son importance”. Non sarà un verso memorabile, ma la scansione del senso di una vita è inequivocabile. Esistessero altri poeti contemporanei in grado di affondare in tal modo nei grumi dell’esistenza mondiale! E di affrontare in solitaria tutte le dissociazioni presenti, vive e risonanti, sul pianeta Terra. Ora abbiamo il concentrato di serotonina nei nostri armadietti casalinghi, l’uso che se ne fa potrà essere gratuito o auto-erotizzante, ma qualsivoglia creazione potrà avvalersene, è pur sempre una molecola “dedicata all’uomo”.

E le ultime righe del nuovo romanzo, a dir poco, sono sorprendenti.

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Michel Houellebecq. L’infelicità degli uomini

ROBERTO STURM

Fin dai suoi esordi su Houellebecq si è scritto tanto e in maniera spesso controversa. Considerato un genio da alcuni e un cialtrone da altri, è un autore che non ama le mezze misure e – banalmente – lo si odia o lo si ama. La banalità però non fa parte delle sue caratteristiche: fascista e misogino, razzista e manipolatore, ipocrita e maschilista, pedofilo e turista sessuale, pornografo e nichilista sono solo alcuni epiteti che si possono trovare su articoli che parlano di lui e delle sue opere. Alcune recensioni già uscite su Serotonina trasudano di preconcetti che sembrano, più che basarsi sul testo, giudicare le dichiarazioni e le prese di posizione mai popolari dell’autore. “Anarchico di destra”, come si è dichiarato lui stesso, è forse la definizione che più gli calza a pennello.

In molti, quando fu dato alle stampe Sottomissione, che parlava di una Francia politicamente votata all’Islam – non proprio per convinzioni religiose –, lo avevano definito un veggente, dato che il romanzo era arrivato in libreria in concomitanza dell’attentato di Charlie Hebdo. Altri hanno rafforzato questa convinzione intravedendo nella rivolta dei produttori di latte in Normandia, di cui parla in Serotonina, un’anticipazione della protesta dei gilet gialli, ma i fatti che descrive l’autore francese sono accaduti nel 2015.

Florent–Claude Labrouste ha quarantasei anni e non ama il suo nome, che gli suona effeminato: i suoi genitori che l’hanno scelto decideranno di suicidarsi insieme quando al padre verrà diagnosticata una malattia terminale. Lavora per il ministero dell’Agricoltura, ha una vita più che agiata, ma vive nella disperazione. L’assunzione di un nuovo antidepressivo, Captorix, sembra rendere sopportabili i suoi giorni, ma uno degli effetti collaterali della piccola compressa bianca, ovale, divisibile, l’assoluta mancanza di libido e una totale impotenza, lo spinge a riconsiderare la sua vita passando per le donne più importanti e l’unico amico uomo che l’hanno popolata. Si ritira sempre di più verso la solitudine, passando da Parigi alle campagne della Normandia, per sparire, improvvisamente, recludendosi in una stanza di un albergo senza pretese. Non mancano scene di sesso spinto, né la demistificazione dell’amore, come se fosse il primo a gratificare di più le persone e come se l’amore non garantisse la felicità né la redenzione umana. O almeno quelle del protagonista.

Perché Florent l’amore e la felicità le aveva trovate con Camille, donna bellissima con cui condivideva ogni momento e che aveva cambiato le prospettive della sua esistenza, ma che aveva perso a causa di una relazione con una donna che di interessante aveva solo un bel culo. È l’autodistruzione a cui l’uomo aspira, un nichilismo che parte dall’individuo per poi allargarsi all’intera società. Ma non saranno i cambiamenti climatici o il terrorismo ad annientarci, né una sollevazione popolare o il capitalismo: sarà l’infelicità a farci soccombere, l’unica cosa a cui con certezza il genere umano anela.

Le prese di posizione estreme, provocatorie del protagonista non mancano: sferzate sulla psicologia che viene definita comica quando parla di rimettersi in gioco, la convinzione che la parola divide e quindi per chi si ama sarebbe meglio non capirsi, l’esaltazione maniacale delle forme femminili, l’estenuante pensiero verso il sesso – placato solo dall’assunzione del Captorix.

Michel Houellebecq, come suo solito, non fa sconti neanche a se stesso. Indaga, seziona, scopre impietosamente le meschinità umane, le ipocrisie più abiette di una società che pensa al tornaconto personale senza eccezioni e limiti etici. Non è una lezione morale che lo scrittore vuole darci, non è nel suo stile come non dovrebbe essere lo scopo della letteratura in generale, ma ci offre una lettura del presente che solo una minuziosa conoscenza dell’animo umano e della società può dare, al di là di ogni convinzione ideologica ed etica.

Personalmente non ho mai amato troppo l’Houellebecq scrittore e non condivido molte delle sue prese di posizione pubbliche, ma ciò non mi impedisce di considerarlo uno dei più importanti narratori contemporanei.

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Captorix vs  Subutex

ELISABETTA MICHIELIN

È singolare che i due romanzi francesi usciti in Italia a pochi mesi uno dall’altro e che hanno l’ambizione di raccontare la Francia odierna (o la fine della Francia?) abbiano al centro la chimica. Parliamo di Serotonina di Michel Houellebecq appena arrivato nelle librerie italiane e di Vernon Subutex di Virginie Despentes tradotto pochi mesi fa da Bompiani (in italiano finora solo la prima parte della trilogia).

Florent-Claude Labrouste il protagonista di Serotonina ogni mattina si fa di Captorix, la piccola compressa bianca, ovale e divisibile che ha fra gli effetti secondari “la nausea, la scomparsa della libido, l’impotenza”. Il personaggio principale del romanzo della Despentes, il nome del farmaco – il Subutex che cura la dipendenza da eroina e oppiacei – lo porta addirittura come soprannome.  La chimica quindi, che:

Non cura né trasforma; interpreta. Ciò che era definito, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere, o almeno a non morire – per qualche tempo.

Così Houellebecq. Ma nel romanzo della Despentes le pillole e la droga si intrecciano con moltissimi personaggi, e se Vernon è chiamato Subutex qualche ragione ci sarà. Aspettiamo la traduzione del secondo volume che, a quanto sembra, è ambientata nel mondo dei rave party e della cultura dj con conseguenti “esperienze psichedeliche”. I due protagonisti hanno molti tratti in comune: la depressione, l’età – che sfiora i 50 anni, rapporti disturbati con le donne e con gli amici (Florent in particolare ha un unico amico); entrambi procedono verso una sorta di “annientamento” di se stessi: Florent attraversando la Francia da Parigi alla campagna nel mezzo della grande crisi del settore agricolo e zootecnico legato alla mondializzazione dell’economia, e Vernon da un divano all’altro delle case degli amici per finire letteralmente in strada.

La crisi immobiliare di Parigi, con i prezzi delle case e le spese condominiali altissime, è un altro tema comune ai due romanzi, infatti, “passata la quarantina, Parigi accetta solo i figli dei proprietari di immobili, il resto della popolazione prosegue la propria strada altrove”, scrive nel suo romanzo la Despentes. A Florent va meglio, perché parte da una situazione di privilegiato e abbiente. Ambedue, poi, hanno mandato a monte le relazioni d’amore che avrebbero potuto dare un senso alla loro vita e, perché no, la felicità. Florent, che in definitiva è un uomo sentimentale (che si sa essere l’altra faccia del cinismo) e con una visione piuttosto tradizionale della coppia, ne soffre moltissimo e si accusa di aver rotto con Camille. Vernon è più “sotto traccia”, non gli passa neanche per la testa di dare giudizi e men che meno consigli. Semplicemente “gli piace pensare che ha limitato i danni” evitando una relazione stabile. Inoltre Florent sa cosa sono i soldi, (si parla molto, moltissimo di soldi in Serotonina) e riesce anche a farli, solo la depressione glieli porta via; Vernon invece è uno che la vita la prende dal lato opposto, ha sempre condiviso l’idea – che per un lungo periodo del secolo scorso era senso comune per molti – che “fosse più importante essere che avere” e le ragazze con cui stava “se ne fottevano di sapere che aveva il conto in banca bloccato”.

E poi, naturalmente, per usare delle vecchie diciture, Florent è di “destra” e Vernon è di “sinistra”; ne consegue che anche lo stile della disfatta sia diverso: il primo è pieno di risentimento, mentre Vernon, che aveva “aveva un talento particolare nell’ignorare le proprie emozioni”, è sostanzialmente indifferente e mai invidioso. 

Cosa differenzia però i due romanzi che hanno anche la caratteristica di essere entrambi leggibilissimi (e qui si potrebbe aprire una parentesi sulla qualità letteraria della leggibilità)? Credo che ciò che in Despentes è una qualità, perché la leggibilità non va a scapito della profondità materialistica della lettura della realtà francese, in Houllebecq diventi invece più un elenco dei “luoghi comuni” dello scrittore e di tutti i suoi testi, con un ammiccamento continuo al lettore, giocando anche sulla sovrapposizione tra narratore e scrittore (chi parla? Florent o Houellebecq? La voce narrante prende infatti a prestito molti dei proclami dello scrittore stesso contro le donne, i gay ecc. ecc.). Una sequela di luoghi che il lettore di Houellebecq (ormai smaliziato dai precedenti romanzi) vuole trovare nei suoi libri, comprese scene come quella della pedofilia (e come poteva mancare?) che francamente sembra un po’ appiccicata, senza una necessità interna allo svolgimento della trama con dei tratti molto stereotipati… (a meno che, anche qui, lo scrittore, ci dica: volete un effettaccio, visto che non siete meglio del mio personaggi e forse di me stesso? Eccovi serviti!).

Come scritto, l’assunzione di Captorix ha come effetto collaterale l’impotenza. Una cosa devastante – temperata solo dall’inibizione anche del desiderio – per un uomo come Florent la cui vita gira intorno al sesso e l’io si costruisce a partire dalla potenza del pene. Per Vernon, la sessualità non è così centrale ed ossessiva, e infatti fa o non fa l’amore anche per molto tempo, ma “funziona”; è quindi  un personaggio in un certo modo più all’altezza dei tempi, il suo modo di fallire è più credibile. Florent in confronto sembra davvero un uomo dell’Ottocento. Il puro francese bianco ricco e ripiegato sul proprio membro, tanto che ci si chiede se l’addolorarsi per la sua scomparsa sia cosa seria o faceta… Inoltre, dato che le persone e anche i personaggi letterari vivono e si definiscono nelle loro relazioni, e il personaggio di Florent vive e rimugina in perfetta solitudine, ci si chiede, ancora, se non sia un’allucinazione la sua dolente e presunta “bianchezza” o “franciezza”.

In definitiva dove Florent è una caricatura d’uomo fin dall’origine, che si è rotto, Vernon è una figura più fluida e indefinita; così i personaggi che compongono il puzzle nel romanzo di Despentes hanno spessore e concretezza non di per sé ma nelle relazioni, di potere, di genere, di classe, di razza,  in cui interagiscono. In Serotonina sono molto più irrigiditi nei propri ruoli. L’unico amico di Florent rappresenta la Francia dell’antica nobiltà di campagna; le donne non escono dagli stereotipi della visione del protagonista, belle e scopabili fino quasi ai 30 anni, poi patetiche e, in definitiva, tutte stronze e che agiscono solo di “ribattuta” al maschio alfa. Ai genitori del protagonista il compito di rappresentare l’amore perfetto ed esclusivo da cui il figlio è stato espulso, causa primigenia dell’impossibilità di Florent ad accedere alla gioia del “vero amore”. L’immagine del pedofilo precedentemente citata poi è talmente “tirata via” da rasentare la macchietta.

Accostando i due romanzi colpisce l’estrema laconicità di Vernon, che non sembra riflettere mai su stesso, e certamente neanche sulle proprie azioni; non va al di là del primo grado in un certo modo, mentre Lorent pensa ininterrottamente, si autodenigra con un gusto quasi laido, spara in continuazione giudizi e pregiudizi su tutto, oltre a darci, con distaccata ironia – gli si deve dar atto – consigli su ogni cosa, non mancando di elencare i propri gusti letterari con la sonora bocciatura di Mann e Proust, lo sberleffo a Blanchot e una ripetuta (c’era anche nel precedente Sottomissione) attenzione allo spiritismo, rifugio dei “cuori sinceri e buoni” che per forza di cose (studi scientifici, ecc.) non hanno più accesso alla fede cristiana. Ha, poi, la curiosa attitudine a cibarsi di piatti prelibati di cui costantemente ci dà i menu con una dovizia di particolari da rasentare le guide turistiche! Si sa che i depressi bevono e anche molto, ma che si rimpinzino di ostriche, aragoste e squisiti formaggi regionali ci giunge nuova.

Infine, come direbbe Celentano, Vernon è rock (il romanzo è innanzitutto una splendida colonna sonora), Serotonina è lento (e, come ha fatto notare qualcuno, il nostro sapientone ma distratto Florent, confonde Ummagumma con Atom Heart Mother dei Pink Floyd!).

Un approfondimento su Vernon Subutex 1 qui

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Michel Houellebecq. Voyage au bout de la lutte?

WALTER CATALANO

Michel Houellebecq, pseudonimo di Michel Thomas (Réunion, 1956) – cresciuto in Algeria come Albert Camus, adottato dalla nonna da cui prende il nome come Louis-Ferdinand Céline – esordisce nel 1991 con il saggio H.P. Lovecraft: Contro il mondo, contro la vita, e con le poesie della raccolta La ricerca della felicità (1992). La fase più dirompente della sua opera s’identifica con i primi due romanzi, i suoi più famosi e sicuramente più significativi, in cui è già interamente contenuta, senza grande possibilità di ulteriori sviluppi, l’intera poetica dell’autore: Estensione del dominio della lotta (1994) e Le particelle elementari (1998). Entrati nel novero dei best seller internazionali questi primi testi lo stabilizzeranno entro i ranghi degli autori di culto: seguiranno poi, con alterne fortune critiche, gli altri romanzi – Lanzarote (2000), Piattaforma al centro del mondo (2001), La possibilità di un’isola (2005), La carta e il territorio (2010), Sottomissione (2015), l’appena uscito Serotonina – e raccolte poetiche – Il senso della lotta (1996), Rinascita (1999), Configurazioni dell’ultima riva (2013). Considerando nell’insieme la sua carriera letteraria, è significativo notare come il riferimento a H. P. Lovecraft, primo autore a suscitare un interesse creativo in Houellebecq, ricorra sotterraneo ma costante come un tacito leitmotiv; un nesso non certo rappresentato dalla metafora soprannaturale e teratologica dell’horror o dal détournement escapista della narrativa fantastica, ma piuttosto dalla visionarietà speculativa degli scenari immaginati e dal radicalismo antiumanistico della critica alla società contemporanea (o più probabilmente alla società in generale, in nome di una tormentata e totale misantropia eletta a presupposto esistenziale e ontologico). Contro il mondo, contro la vita, è nozione da intendersi non solo come chiave di lettura della figura e dell’opera di Lovecraft, ma anche e soprattutto della figura e dell’opera di Houellebecq stesso.

La sua visione del mondo è “sofferenza dispiegata” – termine schopenaueriano (Schopenauer resta con Lovecraft un nucleo ispirativo predominante) coniato già nella lancinante opera prima del 1991, il poema in prosa Restare vivi: un metodo – un nodo di sofferenza” all’origine è l’unica possibile voce poetica (“Se non riuscite ad articolare la vostra sofferenza in una struttura ben definita, siete fottuti”); è il grido di dolore trasfigurato in massima asserzione di disprezzo contro il liberalismo politico (e sessuale) che, modellando il corso delle moderne democrazie capitalistiche occidentali, ha cancellato ogni residua reciprocità umana al di fuori dei termini del mercato e del contratto. Un passo pluricitato da Estensione del dominio della lotta, il suo primo romanzo, resta forse la sintesi più penetrante del suo pensiero: “In una situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In una situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Taluni vincono su entrambi i fronti; altri perdono su entrambi i fronti. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine; lo scompiglio e la confusione sono considerevoli”. Da queste premesse segue l’impassibile contemplazione dello sfacelo dei rapporti umani, delle relazioni sociali, familiari e sessuali che domina le sue opere in prosa e in poesia (prediligendo in quest’ultime le “metriche antiche”, la versificazione classica dell’ottosillabo e dell’alessandrino). Più che un’implicita condanna emerge il rassegnato convincimento, l’amara consapevolezza che non esiste consolazione: “Non trascurate nulla di ciò che vi può procurare un briciolo di equilibrio. A ogni modo, la felicità non è per voi: ciò è deciso, e da un pezzo. Ma se potete afferrare un suo simulacro, fatelo. Senza esitare. A ogni modo, non durerà.”; “Se non frequentate donne (per timidezza, bruttezza o qualche altra ragione), leggete delle riviste femminili. Proverete sofferenze quasi equivalenti“; “Non abbiate paura della felicità; non esiste”; “Un grosso cane masticava il corpo di un piccione bianco. Più lontano, nel vicolo, una vecchia barbona tutta raggomitolata riceveva senza fiatare lo sputo dei bambini.”; “Mi rivolgo a tutti coloro che non sono mai stati amati, che non hanno mai saputo piacere; mi rivolgo agli assenti del sesso liberato, del piacere ordinario. Non temete nulla, amici, la vostra perdita è minima: l’amore non esiste da nessuna parte. E’ solo un gioco crudele di cui siete vittime; un gioco da specialisti”; “Fino al giorno della nostra morte, sarà così ?”; “La possibilità di vivere comincia nello sguardo dell’altro“.

E così via, di pugnalata in pugnalata: i frammenti precedenti sono ritagli scelti qua e là fra le sue poesie d’esordio. Nei romanzi questa consapevolezza è addirittura potenziata in scenari devastati che rimandano alla fantascienza per il ricorso ad aspetti scientifici, tecnologici e visionari (la clonazione per esempio in Piattaforma o la mutazione genetica del genere umano nel prossimo futuro in La possibilità di un’isola) e sono rappresentati in un registro di realismo depressivo – così lo ha definito il critico britannico Ben Jeffrey nel suo saggio Anti-Matter: Michel Houellebecq and Depressive Realism – dove le scene di sesso esplicito (in certe parti al limite della pornografia) hanno un ampio spazio.

La freddezza, la desolazione, la critica senza remissione verso il mondo contemporaneo occidentale – quello della democrazia rappresentativa, del post-sessantotto, del politicamente corretto – segnano le sue pagine, con un urticante sarcasmo, un humour noir che talvolta riecheggia (secondo alcuni anche ideologicamente) tipici aspetti di un altro autore d’elezione, Louis-Ferdinand Céline: nihilismo, consapevolezza dell’insussistenza dei destini umani, irrisione della società cosiddetta civile. Le cose accadono da sole, gli uomini appaiono e scompaiono, inutili, nella loro insaziabile mancanza di relazioni affettive, nel loro vuoto, nel loro gelo esistenziale: più oltre, al termine della notte, si profila lucidamente la prospettiva del post-umano. La frase con cui si conclude La carta e il territorio, per esempio, è degna, nel suo totale antiumanesimo, più che di Céline, di un Lovecraft introiettato, sottratto alla dimensione pulp e riattualizzato in altro contesto: “Il trionfo della vegetazione è totale”. L’ellittica componente fantascientifica e speculativa delle opere di Houellebecq, intese come narrativa d’anticipazione sociale, ha indotto i media a svendere proditoriamente l’autore come illuminato profeta (di sventura), sagace anticipatore in ogni suo libro di fatti a venire, come gli eccidi dell’ISIS per Sottomissione o la rivolta dei Gilet Jaunes per Serotonina, ammannendo fandonie su fandonie e misurando il valore dei testi sulla base delle predizioni azzeccate o meno (esattamente come quando i gazzettieri conteggiano per uno scrittore di science fiction quante invenzioni dei suoi romanzi si sono poi realizzate davvero). In realtà l’unica inderogabile teoresi dell’autore è quella che meglio esprima il disgusto verso il liberalismo e il liberismo occidentale capitalistico, il consumismo materialista ed edonista – insomma restiamo immancabilmente dalle parti dell’ “estensione del dominio della lotta“. Qualunque intervento volto a distruggere questo sistema è ben accetto e addirittura provvidenziale: è questo il caso dell’Islam in Sottomissione, per esempio. Un Islam moderato, tutt’altro che integralista che vince le elezioni in Francia e comincia a cambiare dall’interno un sistema condannato a morte dalla sua proterva inerzia: l’Islam è una forza nuova che propone dei valori, discutibili forse, ma comunque superiori al nihilismo senza prospettive in cui marcisce l’Occidente (il richiamo esplicito al nome di René Guénon, nel libro, è abbastanza significativo). Le donne finalmente vengono rimesse al loro posto, private del lavoro e riportate tra le mura domestiche, finalmente coperte e sottratte al libertinaggio generalizzato (la “sottomissione” che traduce, più o meno, la parola araba Islam, viene accostata a quella erotica della donna all’uomo nel romanzo Histoire d’O) e la sessualità maschile recupera definitivamente la sua predominanza concedendo anche ai brutti, agli sgradevoli, agli insignificanti (purché sufficientemente ricchi) il piacere di quattro mogli giovanissime. Sarà proprio l’esca economica (i miliardi investiti dagli emiri sauditi per islamizzare la Sorbona) e quella sessuale a indurre l’opportunistico protagonista – mediocre professore universitario specialista, non a caso, di Joris-Karl Huysmans, altro convertito, al cattolicesimo stavolta – a una decisamente interessata Shahādah finale. Per la prima volta già nel penultimo romanzo, Houellebecq ha sfiorato addirittura i registri dell’ironia swiftiana abbandonando gli abituali toni apocalittici e disperati; per la prima volta il suo ghigno sarcastico si è stemperato in qualcosa che ricorda quasi una risata. Condannato forse all’eterna ripetizione dei propri cliché ma tutt’altro che stanco, lo scrittore nel suo successivo e al momento ultimo lavoro, l’appena uscito Serotonina, prosegue il discorso sugli stessi toni ma da un’altra prospettiva. Non sarà più la religione, oppio dei popoli, questa volta, a rendere sopportabile, almeno temporaneamente, una vita invivibile, ma un oppio assai più letterale: un neurotrasmettitore – ossia una sostanza in grado di trasmettere informazioni fra le cellule del cervello – sintetizzato, prescritto da un medico e assunto in pillole: l’“ormone della felicità”, antidepressivo perfetto che, non a caso, inibisce del tutto ogni attività sessuale. Se la logica socialdarwinista dell’economia neoliberale ha distrutto la possibilità stessa dell’amore e della felicità, il protagonista, Florent-Claude Labrouste, quarantaseienne ingegnere agrario ex funzionario statale presso il Ministero dell’Agricoltura, cerca ancora di combattere la sua battaglia. Apparentemente cinico e misogino, in realtà sentimentale e romantico, chiude i ponti con la sua vita curricolare – casa, lavoro, relazioni – ricercando l’unico amico che abbia mai avuto e spiando a distanza l’unico amore che abbia davvero contato per lui, arriverà a progettare un omicidio (di un bambino, figlio dell’ unica donna amata, e futuro rivale in un’ipotetica e improbabile ricongiunzione dei due amanti) non essendo in realtà capace di sparare nemmeno su un uccello marino (“Il confronto durò qualche minuto, almeno tre, più probabilmente cinque o dieci, poi le mie mani cominciarono a tremare e capii che ero incapace di premere il grilletto, chiaramente non ero altro che un finocchio, un triste e insignificante finocchio, per giunta in là con gli anni”). Eppure questo perdente sarà ancora pronto a morire per amore come uno sgangherato Cristo suburbano, così come per amore morirà Aymeric, l’aristocratico amico normanno, a capo, come i suoi antenati guerrieri, della rivolta degli allevatori locali contro la soppressione delle quote latte per la liberalizzazione del mercato agroalimentare in osservanza ai diktat della Comunità Europea. Vita pubblica e vita privata dei personaggi, idealtipi sociali contemporanei, subiscono lo stesso strangolamento, patiscono la stessa insormontabile sconfitta: rivolta e serotonina non sono che palliativi idonei solo a procrastinare l’inevitabile accettazione incondizionata o il rifiuto radicale e definitivo: la morte. “È una piccola compressa bianca, ovale, divisibile. Non crea né trasforma; interpreta. Ciò che era definitivo, lo rende passeggero; ciò che era ineluttabile, lo rende contingente. Fornisce una nuova interpretazione della vita – meno ricca, più artificiale, e improntata a una certa rigidità. Non dà alcuna forma di felicità, e neppure di vero sollievo, la sua azione è di tipo diverso: trasformando la vita in una serie di formalità, permette di raggirare. Pertanto aiuta gli uomini a vivere,o almeno a non morire – per qualche tempo”. Il romanzo è stato come sempre stroncato da molti, esaltato da alcuni, ma – e il fatto sarà pure sintomo di qualcosa – Houellebecq, ancora una volta, è riuscito a porre un evento periferico e circostanziale come quello letterario di nuovo al centro dell’attenzione pubblica. L’impresa non è da tutti. Per chi lo ama e per chi lo odia Houellebecq resta sempre e comunque catartico, in senso estetico per gli uni, farmacologico per gli altri: l’anedonia dei suoi personaggi (e a giudicare dalle foto più recenti che lo ritraggono sdentato, livido, scarmigliato, tabagista compulsivo, sempre più simile all’Artaud post-elettroshock, dell’autore stesso) è il male inestinguibile e inconfessabile che ci consuma e che noi stessi consumiamo nei paraggi del vuoto. Questa piena, totale aderenza alla vita presente trasfigura comunque, nei suoi risultati più alti come in quelli meno compiuti, l’istrionico poseur, così tragicamente convincente, in un autore importante, forse un autore necessario.

A chi voglia discostarsi dalla usuale conoscenza dei romanzi per avvicinare Houellebecq su un territorio più intimo e probabilmente più autentico, consigliamo la lettura integrale delle sue poesie pubblicate in due volumi da Bompiani nel 2016 sotto il titolo di La vita è rara: Tutte le poesie, e la visione del film Restare vivi: Un metodo, documentario realizzato nel 2016 dai registi olandesi Erik Lieshout, Arno Hagers e Reiner van Brummelen, in cui l’attempata icona rock Iggy Pop legge il testo omonimo ed eponimo del 1991 per incontrare poi a Parigi lo scrittore in persona, nella cucina della vecchia casa dei defunti genitori di questo e in compagnia di un fragile e tenero gruppo di persone in cura per problemi psichiatrici. Un crepuscolare dialogo sul dolore in cui Iggy e Michel si confrontano,onesti e nudi come solo due sopravvissuti sanno essere.

J’ai connu bien des aventures
Des preservatifs usagés
J’ai meme visité la nature,
Et je l’ai trouvé mal rangée.

J’ai traversé le Pentothal,
J’ai bu des Tequila Sunrise
Ma vie est un échec total,
I know the moonlight paradise.

(Mémoires d’une bite)

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Serotonina. Molto meno di una speranza

ROBERTO DEROBERTIS

“In Occidente nessuno sarà più felice, pensava ancora,
mai più, oggi dobbiamo considerare la felicità
come un’antica chimera,
non se ne sono più presentate le condizioni storiche”
Michel Houellebecq, Serotonina

Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq è il flusso di coscienza di Florent-Claude Labrouste, agronomo francese, figlio di un tempo nel quale qualunque grande racconto di emancipazione e trasformazione progressiva appare ormai impossibile. Si tratta di un viaggio a ritroso dentro le dolorose e fallimentari relazioni con donne tanto amate; relazioni usurate dalla banalità di esistenze emotivamente ridotte all’insignificanza.

Serotonina è un movimento vertiginoso attraverso un’Europa spettrale abitata da automi, figure descritte in atteggiamenti meccanici. Sono uomini e donne in tutto simili a quelle che incontriamo quotidianamente per la strada, nelle nostre città, nelle campagne spagnole, nelle province belghe, francesi o tedesche. Nel corso del testo viene nominata gran parte dell’Europa occidentale: l’Europa post-Crisi – ma non si può essere affatto certi che si tratti di un ‘post’, leggendo questo romanzo –, di una terra desolata popolata di uomini e donne azzerate, le cui ambizioni non portano a nessuna gioia e nemmeno a forme di tregua da routine costellate da insoddisfazioni. È un’Europa rappresentata come un circo del turismo enogastronomico – la Normandia del camembert – o di quello sessuale e balneare – la Spagna delle coste o delle suggestive, aride zone interne. Attraversiamo, ondeggiando nel classico incedere basculante e inesorabile della prosa di Houellebecq, vite sterilizzate dove le emozioni abitano esclusivamente il ricordo che, solo, dà valore ad un presente anaffettivo, di cui il magico e terribile Captorix a base di serotonina, farmaco ingerito dal protagonista, ne è la metafora biochimica. Vite che oscillano insensatamente tra la zoofilia e l’impotenza: la sessualità, infatti, in maniera particolarmente accentuata in questo romanzo dell’autore francese, è il luogo di performance esagerate, oppure mestamente obbligate, abitudinarie.

Ritorna così la cifra unica e riconoscibile di questo scrittore: la capacità di raffigurare con un registro poetico il declino  apocalittico di una civiltà. Ci troviamo davanti alla malinconia di una fine terminale e inevitabile, di qualcosa di irrimediabilmente perduto che è l’umanità stessa; una cifra che brillava già così luminosamente in Le particelle elementari (Les Particules élémentaires, 1998): allora in una versione da fantascienza distopica vergata da forme di neopositivismo, oggi in versione di inquietante realismo. Tuttavia, si tratta di una lettura dalla quale si esce rinfrancati, ri-umanizzati. Il degrado davanti al quale la voce narrante pone il lettore, produce un effetto di allontanamento, di spinta alla ricerca del bene e del conforto, di compassione ed empatia. Perché, come sempre nella scrittura di Houellebecq, è proprio attraversando l’abiezione che riappare quanto di più umano ci sia nella deumanizzazione che ci circonda e della quale, in fondo, anche noi, lettori e lettrici, siamo protagonisti.

Serotonina ci consegna anche un’altra cifra delle scrittura di Houellebecq, che si manifesta in un crescendo con lo scorrere delle pagine: è lo sguardo retrospettivo verso la storia dell’umanità, uno sguardo dal futuro ben piantato nel presente. Una forma di straniante spaesamento che ci restituisce frammenti della nostra stessa civiltà in forme di distorti rispecchiamenti. Siamo vivi ma è come se stessimo vivendo la nostra estinzione:

“È strana questa volontà di fare un bilancio, di convincersi, nel momento estremo, di aver vissuto; o forse no, forse è il contrario a essere terribile e strano, è terribile e strano pensare a tutti quegli uomini, quelle donne che non hanno niente da dire, che non vedono altro destino futuro se non quello di dissolversi in un vago continuum biologico e tecnico (poiché le ceneri sono tecnica, anche quando sono destinate a servire solo da concime, vanno calcolati i tassi di potassio e azoto), insomma a tutte quelle persone la cui vita è svolta senza incidenti esterni.”

Se in Le particelle elementari o in La possibilità di un’isola (La Possibilité d’une île, 2005) questo sguardo retrospettivo era costruito attraverso il gioco letterario della fantascienza post-apocalittica o distopica, qui come in Sottomissione (Soumission, 2015) o in Piattaforma (Plateforme, 2001), domina un severo e brutale realismo. È impossibile scrollarsi di dosso la sensazione di essere totalmente immersi, parte attiva, di questa estinzione.

Il contraltare di un modo di infelicità, fallimenti e disperazioni individuali è singolarmente rappresentato, in questo romanzo, dalla comparsa del mondo degli allevatori della Francia profonda, stritolata dagli incomprensibili quanto impietosi processi di produzione del mercato capitalistico nella sua fase neoliberista. Se il mondo delle relazioni sociali ed affettive appare condannato all’aridità, quello delle relazioni economiche globali è un mondo di altrettanta e generalizzata desertificazione. La sussistenza stessa degli aspetti materiali della vita appare compromessa.

Ma le “atmosfere di catastrofe generale alleviano sempre un po’ le catastrofi individuali”, prorompe ad un certo punto nel suo racconto Labrouste. Così, nonostante gli abissi di paralizzante disperazione, il viaggio del protagonista – iniziato nei meandri solitari di una mente depressa – sembra sbocciare in scenari pubblici. La tragedia del singolo assume connotati più ampi, condivisi: il fallimento individuale è squarciato dall’irrompere di un esercito di falliti – gli agricoltori della Normandia che, stanchi di subire passivamente i tremendi effetti del mercato globale, decidono di protestare, occupando le strade della provincia Francese.

“Io ero entrato in una notte senza fine”, racconta ad un certo punto Labrouste, eppure “nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza”. “Incertezza” è certamente una parola chiave di questo nuovo romanzo di Michel Houellebecq: incertezza tra rassegnazione e azione, tra rilancio e abbandono. Labrouste rientra perfettamente nella galleria di personaggi houellebecqiani rivoltanti e struggenti, tanto odiosi e deprecabili – sessisti, razzisti e cinici – quanto commoventi. L’elemento profondamente umano, il tratto di una debolezza radicata ed estrema ne fa l’oggetto di compassione e, a tratti, immedesimazione, l'(anti)eroe di una vicenda che è anche la nostra, del nostro Tempo.

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Il pianeta Melancholia

Erwin Panofsky e Fritz Saxl, La “Melencolia I” di Dürer. Una ricerca storica sulle fonti e i tipi figurativi, tr. E. De Vito, Quodlibet, pp. 307, € 24,00 stampa

recensisce SILVIA ARZOLA

2011 (?). Il pianeta Melancholia sta per abbattersi sulla Terra. Rimasta sola con la sorella e il nipote, la giovane Justine assiste all’evento con calma implacabile. Nel giro di una notte (durante la festa del suo matrimonio) ha bruciato amore, carriera e affetti: perché lei sa – ha sempre saputo in fondo – quanto siano vacue le lusinghe del ‘mondano’ e inutili gli strumenti della scienza (il sofisticato telescopio del cognato) di fronte alla necessità della catastrofe. Stiamo parlando del finale di Melancholia, celebre film di Lars Von Trier che il regista svedese ha astutamente spacciato come un film sulla depressione, ma che, a una visione più attenta, si disvela allegoria arcana, irriducibile ai suoi stessi elementi compositivi. Allegoria che rinvia alla madre di tutte le allegorie arcane, la celebre incisione di Dürer Melencolia I.

Datata 1514, Melencolia I fa parte, insieme a Il cavaliere la morte e il diavolo e a San Gerolamo nella cella, del trittico detto Meisterstiche. Secondo l’interpretazione più diffusa, le tre incisioni rappresentano le virtù intellettuali, le virtù morali e le virtù teologiche. Ma se il “Cavaliere” e il “Santo” non offrono particolari difficoltà ermeneutiche, la donna alata che fissa il cielo di Saturno, circondata da una congerie di oggetti triviali o sublimi, possiede una forza enigmatica capace di esercitare un’instancabile fascinazione. E proprio Saturno, pianeta della lentezza e della sventura non meno che della genialità, sembra patrocinare le traversie del saggio di Panofsky e Saxl (1924) – qui tradotto per la prima volta in italiano con tutta la sua ricchezza di apparati – ripreso e integrato da Raymond Klibansky nel 1964 in Saturno e la malinconia, attualmente (assurdamente) irreperibile in edizione italiana.

Quanto alla tormentata nascita del libro, rimandiamo all’ottima introduzione di Claudia Wedepohl, qui basti dire che il testo nasce da una forte volontà di Aby Warburg sulla scorta degli studi pionieristici dello storico dell’arte austriaco Karl Ghielow, e che si tratta in ultima istanza di un ‘tradimento’. Warburg, infatti, (destinato di lì a poco a essere ricoverato per disturbi maniaco depressivi) aveva attribuito all’incisione di Dürer valenze senz’altro ottimistiche: “La scoperta dell’uomo moderno che, poggiando su se stesso, cerca nella natura la legge per interrogare il futuro attraverso la scienza”; Panofsky e Saxl (a cui il maestro aveva affidato la stesura dell’opera) perverranno, invece, a una diversa lettura. Il disordine desolante che circonda la solitudine della donna alata verrà interpretato, in definitiva, per quel che suggestivamente appare: un caos in cui i numerosi simboli trovano requie in una sorta di cristallizzazione senza pace.

Quel che conta, tuttavia, non è solo il risultato, ma soprattutto il metodo. Metodo che rappresenta la prima sintesi programmatica del rinnovamento inaugurato da Warburg nell’ambito degli studi storico artistici e che mostra plasticamente come la fede del coltissimo mecenate amburghese circa la ‘sopravvivenza dell’antico’ non fosse statica ricerca archeologica, ma comprensione profonda di principi dinamici e viventi.

Partendo dalle fonti antiche e tardo antiche, passando per il Medioevo fino al Rinascimento, Panofsky e Saxl vanno dunque a caccia dei presupposti letterari e iconografici che preludono alla concezione düreriana, allestendo una ricca fenomenologia di Saturno e del temperamento che gli è associato. Umido e secco, folle e geniale, dotato di veggenza e sventurato, arido e generativo il temperamento malinconico – come il pianeta da cui è soggiogato – è sempre recettacolo di ambivalenza: un’ambivalenza che con pesi e sfumature cangianti lo accompagna attraverso i secoli in un prevalere ora della valenza nosologica (nell’astrologia araba e in buona parte del Medioevo), ora della valenza morale (là dove si confonde col peccato capitale dell’accidia), ora della valenza destinale: sintomo di creatività intellettuale che si innalza a partire dallo sconforto depressivo. Via via quello che prima era un temperamento tra gli altri si guadagna lo statuto di emblema. Malinconia.

Ed è così che la sorprende Dürer: dopo che i secoli hanno depositato ai suoi piedi (ma anche alle sue spalle e nel suo cielo) i simboli e i segni di Saturno. E così ce la consegna: incastonata in un caos immobile, colta nella tetra pensosità di chi sembra aver rinunciato non solo a conoscere le misure del mondo (il compasso abbandonato) ma anche a esorcizzare gli amari influssi saturnini (dal quadrato magico, ovvero talismano di Giove, che sovrasta la donna alata, ad altri simboli che indicano i rimedi suggeriti dal Grande Malinconico Marsilio Ficino nel De Vita Triplici).

“Tragico destino di uno spirito umano che in virtù della propria legge interiore si vede costretto entro limiti che non può sorvolare e che tuttavia vorrebbe sorvolare, rimuginando con grave tristezza, immerso nel sentimento di un’incurabile, intima insufficienza” per Panofsky e Saxl Melencolia I è soprattutto l’autoritratto spirituale di Dürer che, proprio in quegli anni,aveva rinunciato a scovare il segreto matematico della bellezza e confessava “ma cosa sia la bellezza, io non lo so”. Per poi aggiungere: “Infatti la menzogna è nella nostra conoscenza, e l’oscurità così saldamente confitta in noi che anche il nostro cercare a testoni fallisce”.

Testo amato, dibattuto, criticato, lo studio pionieristico di Panofsky e Saxl fu letto e apprezzato da Walter Benjamin che all’incisione di Dürer e al tema della Malinconia dedica densissime pagine ne Il dramma barocco tedesco, confrontandosi, non senza una certa ambiguità, con l’interpretazione dei due autori; ma per questo rimandiamo al bell’intervento conclusivo del curatore De Vito, limitandoci, in questa sede, a osservare che su quel libro (e sull’immagine che ne è scaturigine) si incrociarono, agli inizi del secolo scorso, le menti più avventurose di una generazione, quasi a scongiurare gli effetti pietrificanti di Saturno nell’atto stesso del rappresentarli, in un gesto che si configurerà compito di una vita intera per Jean Starobinski a cui dobbiamo i più mirabili saggi sui rapporti tra malinconia e scrittura.

Malinconia, oggi, continua a baluginare per frammenti in un universo che, dominato da una psichiatria sempre più antiumanistica, ha deciso di schiacciarla nell’uniforme (ma informe) categoria della depressione: spogliandola di ogni ricchezza storica, mitica e catartica. Eppure, seguendo il filo d’argento della sua ‘sopravvivenza’ mimetica, anche il senso di impotenza e di vuoto a cui sembra ormai consegnata la vita intellettuale potrebbe rigenerarsi in forme nuove, esorcizzando nella rappresentazione infinita gli influssi pietrificanti di Saturno.

 

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Il deserto del paradiso

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya, Einaudi, pp. 110, euro 14,00 stampa.

recensisce GRAZIA NEGRO

Non è solo un taccuino di viaggio con tanto di disegni e di mappe richieste dal genere, questo prezioso librettino: è innanzitutto una pausa di riflessione nella vita di Cognetti, il bisogno di una Kehre, di una svolta, alle soglie dei 40 anni e in seguito allo scombussolamento generato dal conseguimento del Premio Strega nel 2017, che l’ha allontanato da una vita di semplicità e di concentrazione sintetizzate dalla scelta di vivere in una malga in montagna sopra Brusson, in Val d’Aosta, a 2.000 metri.

È anche una riflessione sull’importanza dell’amicizia nella vita, nella fattispecie di Nicola e di Remigio che accompagnano l’autore, verso la fine del 2017, in questo viaggio nel Dolpo, un altopiano nepalese tra i 4.000 e i 5.000 metri di altitudine; un luogo isolato, un deserto di roccia e di ghiaccio privo di alberi. La fine del viaggio e il ritorno alla civiltà viene, non a caso, segnato dallo stupore provocato dalla visione di un cedro e dalle nuvole, impossibili a vedersi nel Dolpo, dove le cime himalayane bloccano il monsone.

È quindi uno spunto per ragionare sul futuro di questa civiltà montana così fragile, tempio della cultura tibetana, che vive di un’economia di sussistenza (coltivazione di orzo e di miglio, allevamenti di yak sia per i prodotti caseari sia per le carovane di merci che portano verso sud il sale e verso nord il riso e il tè), aggredita però oggi senza possibilità di scampo dalle magnifiche sorti e progressive della Cina.

È poi un viaggio in se stesso, nel recupero dell’armonia e dei ritmi lenti che solo il duro cammino giornaliero può restituire, sconfiggendo il demone del male di montagna che si manifesta già a 3.000 metri, e che però non impedisce all’autore di superare alcuni passi che superano i 5.000 metri. La scelta consapevole di rinunciare alla mistica della conquista della vetta, enunciata già dal titolo, corrisponde alla critica del desiderio di primeggiare, proprio di tanto alpinismo contemporaneo. Il cammino in montagna si delinea così per Cognetti più come un girovagare intorno alle cime, come un pellegrinaggio, kora in tibetano, che sostituisce alla violenza occidentale della conquista della vetta la gentilezza della comprensione di sé e del paesaggio circostante.

È ancora un pretesto per ragionare sui dogmi della nostra civiltà occidentale. La risonanza con gli elementi semplici dell’ambiente montano fanno, infatti, capire all’autore i bisogni essenziali, nei quali fa rientrare assolutamente i libri. I due maestri che lo accompagnano con le loro riflessioni durante la camminata sono lo sguardo sull’Oriente di Tiziano Terzani e la ricerca dell’impossibile di Peter Matthiessen (Il leopardo delle nevi), a conferma che il confronto con la cultura tibetana del Dolpo si configura innanzitutto come una meditazione interiore alla ricerca di una nuova casa.

È infine una galleria di incontri, non solo umani. Su tutti spicca il monaco del gompa (monastero) di Shey, un custode che vive da solo a 4.700 metri e che dorme sulla soglia del santuario sotto una coltre di coperte. Ogni mattina e ogni pomeriggio compie il suo giro del campo di pietre di preghiera. Il sorriso magnifico e sereno con cui accoglie Cognetti sostituisce le parole di un dialogo impossibile. E poi gli animali che, come la montagna, rappresentano la vita allo stato puro, senza bisogno di interpretazione. Ecco Kanjiroba, una cagna trovatella che si unisce alla carovana di camminatori, di guide, di portatori e di muli e che si ritaglia progressivamente uno spazio di intimità e di affetto tra i tre amici. Kanji scompare misteriosamente alla fine del trekking, non appena il gruppo rientra in contatto con la civiltà. Un rientro tanto sofferto, ma nel contempo necessario, la rinuncia a un paradiso che però si è delineato come un deserto, nella dialettica di coincidenza tra gli opposti che sta alle origini del pensiero occidentale.

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La fantascienza in un mondo di fantascienza

Lorenzo Ghetti, Dove non sei tu, Coconino Press, pp. 176, € 18,50 stampa

recensisce ALESSANDRO FAMBRINI

La nuova fantascienza è anche postfantascienza: l’immaginario che la fantascienza ha inscenato nel corso dei decenni è divenuto realtà (letteraria, ma pur sempre realtà) e in questo modo ha spinto le sue concrezioni a far parte degli ingranaggi e degli ingredienti del mainstream, modificando nella nostra percezione il senso stesso del futuro.

Graphic novel come questo, opera di un giovane autore che esordisce in volume dopo un lungo apprendistato sulla rete e nei meandri delle autoproduzioni, segnano una contaminazione tra gli stilemi della fantascienza tradizionale e le forme che quella fantascienza ha assunto nella storia, in quella italiana in particolare. Icona ricorrente tra le tavole, vero e proprio Leit-Motiv che accompagna come un sottotesto le vicende del protagonista e ne rappresenta la personalità, è una copertina dal cerchio rosso in campo bianco che occhieggia tra le immagini realizzate in digitale e improntate a un realismo minimalista e il cui titolo appartiene a un repertorio tra i più romantici della fantascienza “eroica”: Destinazione stelle di Alfred Bester.

E il romanzo di Bester, che risale agli anni Cinquanta e viene evocato anche a suon di citazioni, resta fantascienza, in questo mondo di fantascienza (un futuro prossimo in cui i ragazzi possono frequentare la scuola “in assenza” grazie a una tuta che li rappresenta e che essi etero-dirigono da casa: un congegno utilissimo per non perdere le lezioni in caso di malattie, contrattempi e impedimenti vari), a segnarne la dimensione di classico e al tempo stesso agganciando l’idea che lo informa – la capacità dell’uomo comune a infrangere i propri limiti quando è vittima di oppressione ed è mosso da sete di giustizia – al processo di crescita di un adolescente, finemente tratteggiato al centro della sua rete di relazioni familiari, scolastiche, amicali.

È proprio questa immersione nel mondo giovanile a rivitalizzare tanto il modello besteriano quanto l’idea tecnologica alla base della Tute ScOut, di per sé vecchissima, tanto da risalire addirittura agli albori della fantascienza (la si trova nella sostanza già in un racconto di Kurd Lasswitz, La telescuola, 1902), e contribuisce a produrre un risultato fresco e godibile, capace di guardare con sensibilità e disincanto alle insicurezze e al potenziale enorme dell’adolescenza, con le sue difficoltà di relazione, le passioni e i timori sconfinati, gli spazi di silenzio, sospesa in un tempo assoluto e tuttavia capace di attingere agli ideali di ieri e alle visioni di domani.

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Cuore di cecchino

Mathias Enard, La perfezione del tiro, tr. Yasmina Melaouah, Edizioni e/o, pp 183, € 16,00 stampa, € 11,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

La cosa più importante è il respiro. Il suo ritmo lento e regolare.

Uno dei migliori incipit letti negli ultimi tempi. Mathias Enard possiede il mestiere di trascinare il lettore in un mondo affascinante e, in qualche modo, spaventoso. Ci parla di un cecchino immerso nella realtà, alle prese con tutte le banali questioni affrontate ogni giorno: nulla a che vedere con i filmici american sniper oggi di gran moda e che nulla hanno a che fare con quanto esiste fuori dalla fantasia. Ci rendiamo immediatamente conto di essere balzati dentro uno dei tanti conflitti in corso nel Medio Oriente, dove è inevitabile che siano soprattutto gli abitanti a soffrire in modo atroce nel mezzo di bombardamenti e spari per loro (e non solo per loro) insensati.

Il protagonista racconta i gesti ripetuti identici ogni giorno della sua esistenza in quel territorio. È probabile che non abbia altri e diversi metri di paragone, ma è il migliore e lo sa. Sa d’incutere timore. È stato reclutato proprio per questo motivo, lui non sbaglia mai un colpo. Il momento preferibile per scegliere un bersaglio è all’alba, quando la luce è perfetta, e non si sprecano munizioni. Lui spara pochissimo, quando punta il fucile sa bene che il proiettile non andrà a vuoto.

La narrazione avanza come se leggessimo il diario quotidiano di chi è abituato a confessarsi sulla pagina, non è difficile chiedersi se un killer abbia dentro di sé un qualsivoglia frammento d’umanità, e soprattutto chiedersi di quali problemi o tribolazioni sia preda un assassino di professione. Ci viene rivelato che in questo caso l’uomo provvede alla madre anziana e ammalata di demenza, ma che sfortunatamente si innamora della badante, la giovanissima Myrna. S’invaghisce, la desidera, la vuole. Non conosce l’amore, il professionista delle uccisioni a distanza, forse sente certe declinazioni d’odio ma un cecchino come lui non sa nulla di limiti e del loro rispetto, non sa nulla di confini. Non gli sfugge però che alla quindicenne Myrna è mancato il padre ucciso in un bombardamento.

Dunque uno strano legame, un’inquietante affinità si stabilisce fra i due. Se di amore si trattasse nascerebbe qualcosa di oscuro e corrotto, non potrebbe esistere risanamento nel corso del tempo, a nulla varrebbe la relazione platonica inaugurata fra lui e la ragazza. L’ossessione è a due passi, un rifiuto può trasformare l’oggetto del desiderio in un bersaglio. Un killer, secondo le regole della narrativa, ottiene sempre quel che vuole. Da qui a una vera caccia all’uomo (alla donna) il passo è breve. E in questo caso soltanto uno potrà sopravvivere. O forse…

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La vita a partire da un bar buio e quasi vuoto

Paula McLain, Amore e rovina, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Neri Pozza, pp. 416, € 18,00, eBook € 9,99

recensisce ELIO GRASSO

Dicembre 1938. Una bella ragazza del Missouri, scrittrice, accompagnata dalla madre e nell’anniversario della morte del padre, si ritrova a Key West durante un soggiorno a Miami. Annoiate dagli alberghi e dalla salsa Mornay arrivano speranzose nella città più a sud degli Stati Uniti, a un tiro di schioppo da Cuba. In Europa Francisco Franco aveva già effettuato il colpo di stato, i soldati nazisti marciavano, le dittature fiorivano ovunque, Parigi era bloccata dagli scioperi: la catastrofe annunciata. Tutto questo Martha Gellhorn l’aveva visto nel suo viaggio oltreoceano compiuto due anni prima, quando l’ultimo lavoro (The Trouble I’ve Seen) stava per essere pubblicato. Ottime recensioni, ma non vendeva. L’angoscia per gli accadimenti, la giovinezza temeraria, il fortissimo desiderio di aprire una finestra sul mondo, e dunque di arrivare “sul campo”, stuzzicavano e tormentavano lo spirito appassionato della scrittrice.

Dunque ora siamo nella “disordinata, magnifica Key West”. Metà pomeriggio in un bar buio e quasi vuoto, spazzatura non recente sul pavimento, un barista enorme prepara a figlia e madre dei daiquiri incomparabili. All’altro capo del bancone un tizio trasandato legge una pila di lettere. Martha e lui si osservano senza darlo troppo a vedere, Martha sa benissimo chi sia quell’uomo dall’ampio petto, tiene la sua foto in borsetta. Ma distoglie lo sguardo, beve il suo drink aspro e forte, ascolta il soffio pesante delle pale del ventilatore sopra la testa e non ha nessuna intenzione di avvicinarsi, non saprebbe come affrontare una conversazione. Il barista, frantumando altro ghiaccio per il secondo giro di daiquiri chiede da dove venissero le due donne. “Da St. Louis”. Improvvisamente l’uomo (dotato di una “grazia animalesca”) si alza dallo sgabello e si avvicina. Hemingway. Tutta l’America sa chi sia. Madre e figlia, molto belle entrambe, salgono sulla Ford coupé nera per un tour privato di Key West in compagnia di Ernest Hemingway.

Inizia così questo libro di Paula MacLain, e quello che ci si aspetta accade. Come fosse scritto in prima persona da Martha Gellhorn (e sta qui la totale bravura dell’autrice) vi si legge l’intera vita avventurosa della scrittrice e del dilagante, incommensurabile Papa lungo gli anni che li videro viaggiare, amarsi con furia, distaccarsi, riprendersi, affittare e poi acquistare casa vicino a L’Avana (la superlativa Finca, rifatta dal pavimento al tetto con profusione di cura, energie e denaro proprio da Martha), sposarsi, litigare, e lasciarsi per sempre. Dal 1936 al 1944.

Anni furibondi di grande confusione, guerra ed eccidi in Europa, i due sono corrispondenti in Spagna, lei probabilmente unica donna reporter al fronte, fra le trincee e sotto le bombe devastanti città e campagne, in una frenesia di coraggio e passione amorosa che le faranno scrivere servizi di gran successo. Il difficile rapporto con Hemingway, le conseguenze di un inevitabile scontro intellettuale aggravato da temperamenti impetuosi, da bevute leggendarie a cui nessuno dei due si sottrae, e dalla gestione familiare a dir poco complicata dell’autore di Addio alle armi, mette a dura prova mente e corpo di questa donna intrepida e schietta, capace di dar lampi da 1500 watt.

L’autrice della biografia romanzata, basata su fatti storici, documenti e lettere, è di certo innamorata della sua eroina, ne indaga a fondo i risvolti emotivi, segue passo passo le tracce lasciate sul continente europeo devastato: l’esito pregevole (annotando qui l’ottimo lavoro delle traduttrici) è compreso in quel che si legge, nella cronaca impietosa di un decennio distruttivo e suicida. Il secondo suicidio europeo collettivo, dopo quello consumato dalla Prima guerra mondiale.

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