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Florilegio dei defunti

Giulio Mozzi, Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, Nino Aragno Editore, pp. 174, € 15,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Torna dopo 18 anni dalla prima edizione il libro che Giulio Mozzi aveva lanciato sopra i cieli d’Italia, e a livello dei suoli concretamente smottati, come una meteora di cui era difficile comprendere le intenzioni. Romanzo nero? Poema decadente? Risucchio di un’ironia anglofila, o la semplice osservazione di una tragedia consumata pro die?

Ora molte circostanze intorno all’opera sono mutate in modo radicale, in ogni dove del mondo sulla soglia del disastro: per questo sembra più facile leggere le pagine come fossero una sorta di operetta morale forse in grado di smuovere qualche tipo di coscienza. La nuova edizione riporta come introduzione un saggio di Giovanna Frene, pubblicato nella rivista «L’ozio letterario e d’arte» (2001), dove correttamente si osserva quanto Il culto… debba considerarsi mutante rispetto a poesia e prosa: oratoria, retorica, etica si raggruppano per Frene dentro un’opera capace di produrre la negazione della morte. La vita, dunque, rimette le carte in tavola, permette all’uomo di gestire un culto o «qualsiasi scappatoia che gli dia una qualche eternità». La sopravvivenza non manca di allestire le proprie strategie a ogni livello naturale, dallo strategico virus al sovradimensionato sapiens.

Intanto Mozzi chiama a raccolta l’essenza delle sue percezioni narrative, il meglio delle storie a cui ha abituato il lettore lungo il suo percorso narrativo, da Questo è il giardino in avanti. Sempre di anime si tratta, di vicende riunite esattamente come le si possono scrutare in paesi, città e campagne, determinate dalla nascita alla morte a seguire le leggi del creato e degli uomini. Di quest’ultimi vediamo le intolleranze, gli ammazzamenti, le refezioni, le tecniche balorde per restare in vita, le vediamo descritte a voce alta per tutto il libro, con qualche personaggio ormai scomparso e dimenticato, con alcuni invece che tornano dal regno delle ombre con le loro parole sommessamente dette.

Uno per tutti il poeta Antonio Porta, ancora dentro la sua lotta poetica, ben presente e grato, grati noi di ritrovarlo. Mozzi lo sa bene, attiva le discordanze, si attiene agli eventi più vari e li lancia addosso alla nostra umanità esacerbata. Manganelli in vita ne tesserebbe le lodi, d’altronde pure lui sta ora dalla parte di coloro che incorporei sanno propiziarsi il culto, anche di se stessi. Ma pare stia qui l’essenza del Culto dei morti, il fatto che siano questi a descrivere l’epica mai spenta di una specie creatrice da sempre di infrazioni nel mondo.

Il suo barocco incontra colui che legge, certo non gli rende propizia la «felicità terrena», però un pizzico di divertimento sembra in parecchi punti dischiudersi, come per indubbie pagine di Manganelli o di Cioran i cui chiaroscuri talvolta rasentano il comico. La frequentazione dei morti è storica, vi si percepiscono consunzioni dell’idea di un eventuale Dio e dei suoi eventuali sudditi da sempre sull’orlo del precipizio mentre, morendo, inondano i posteri di malefatte.

Il malessere viene trattato da Mozzi come cosa oscena, non prende le distanze, non ripiega sulle lacrime ma non smette di farci sentire il profumo residuo (non propriamente delicato) di resti per niente «amabili». Infine non sono molto lontane le reliquie disperse nei territori di Sarajevo da quelle di Moana Pozzi, entrambe messe nel florilegio del Culto.

http://www.ninoaragnoeditore.it/

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Mediocritas tutt’altro che aurea

Dwight Macdonald, Masscult Midcult, tr. Mauro Maraschi, Piano B Edizioni, pp. 160, euro 14,00 stampa

recensisce SILVIA ARZOLA

Scomparso dagli scaffali per un una manciata di anni, il celebre saggio di Macdonald è tornato a riveder le stelle, grazie a Piano B, in un’edizione ottimamente curata e tradotta da Mauro Maraschi.

Due parole sull’autore: trozkista, anarchico, pacifista, impolitico, aristocratico, radicale e poi ancora pacifista, Dwight Macdonald attraversa buona parte del novecento come un «segno errante»: riverberando tutte le contraddizioni di cui solo un libertario americano poteva caricarsi ai tempi suoi. Giornalista, critico, recensore, nel 1943 abbandona la Partisan Review per fondare, l’anno seguente, la leggendaria rivista politics cui collaborano, tra gli altri, Mary Mc Carty e Paul Goodman, Nicola Chiaromonte e Albert Camus. Finita l’esperienza di politics inizia a scrivere recensioni per il New Yorker.

Nel 1960, la Partisan Review accetta di pubblicargli lo scritto che lo consegna alla storia come uno dei più bizzarri e geniali pensatori della sua generazione.

Stampato a cavallo tra Dialettica dell’Illuminismo (Adorno & Horkheimer, 1957) e L’uomo a una dimensione (Marcuse, 1967), Masscult Midcult si guadagna da subito una posizione chiave nell’inesauribile dibattito sulla cosiddetta Cultura di Massa; e ciò, malgrado l’impianto asistematico e il taglio spiccio del pamphlet; anzi, probabilmente, proprio in forza di questo suo taglio: perché, come capita talvolta ai filosofi non professionisti, Macdonald, libero dal basto del rigore e di una lingua specialistica, preferendo lo schizzo all’affresco, riesce a cogliere il dinamismo del suo oggetto. Oggetto in perenne ridefinizione di cui fissa nodi teorici che mostrano tuttora una vitalità sorprendente. Mutatis mutandis, infatti, se la netta contrapposizione tra cultura alta e la cultura di massa (Masscult) così come la configura Macdonald appare oggi obsoleta, l’individuazione del Midcult quale destino (e merce) della cultura «in generale» non può smettere di interrogarci.

Certo, il Midcult a cui si riferisce l’autore si è evoluto (e diversificato) nelle caratteristiche formali, ma la sua essenza resta invariata: Midcult era e rimane il prodotto che aspira alla cultura alta senza assumersene i rischi; il prodotto magniloquente e/o didascalico, dotato di un messaggio predigerito e pronto all’uso: perfetto per essere riassunto in una morale di poche righe (o in un tweet). Il prodotto che ammaestra e intrattiene, chiedendo al fruitore una partecipazione debole se non passiva, rassicurandolo col brand della «Cultura». Per farla breve: la merce più venduta e ricercata dall’industria culturale occidentale odierna che, fatte le debite eccezioni, sta cedendo il tradizionale pubblico del Masscult all’idra insaziabile della sub-cultura, per concentrarsi su un pubblico moderatamente alfabetizzato a cui spacciare intrattenimento moderatamente «intelligente»; con diverse sfumature: politicamente corrette, cool (per non scontentare gli snob), a vario titolo edificanti, mai veracemente ambigue, didattiche. Fumosamente filosofiche per fare atmosfera.

Così, dalle giganto-mostre a tante serie tv, dal romanzo del giorno (ce n’è sempre uno in classifica) al film «acclamato dalla critica», la fabbrica del midcult ci salva dall’abisso della subcultura senza chiederci sforzi intellettuali, ma appuntando tante medagliette sul risvolto della nostra autostima.

Se, come sintetizza Maraschi nell’introduzione, il Midcult si regge sulla «combinazione ipocrita di democraticità (la cultura per tutti) ed elitismo (la cultura che ti rende migliore degli altri)» c’è da chiedersi se oggi, (oggi che dai meandri di ieri rispunta la canna della pistola di Goebbles pronta a sparare su tutto quello che puzza di ‘sapere») non si debba tornare a fare i conti con i rischi insiti in questo stile diffuso che, oltre a indebolire la ricerca, contribuisce a fare del «mondo culturale» una sorta di giardinetto autoreferenziato, pigramente pago della propria presunta superiorità.

Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Nella consapevolezza, però, che un’intelligenza che crede di nutrirsi quando invece spizzica, non avrà mai la tonicità necessaria ad affrontare l’orda scomposta dei piccoli Goebbels che, pare evidente, non vedono l’ora di bruciare il giardino.

https://www.pianobedizioni.com/

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Assenze della luce

Paola Di Mauro, Morte apparente, buio e sonno profondo: tre fiabe dei fratelli Grimm, Mimesis, pp. 160, euro 14,00 stampa

recensisce ALESSANDRO FAMBRINI

Le fiabe dei fratelli Grimm sono notissime, e tra le più note vi sono le tre che Paola Di Mauro prende in esame in questo suo lavoro situato in equidistanza tra la critica letteraria, il saggio antropologico e psicoanalitico e lo studio linguistico: Biancaneve, Cappuccetto rosso e Rosaspina. Che cosa hanno in comune? Molto, ovviamente, a partire dalla nota cromatica nel titolo che allude alla fioritura adolescenziale e alla sessualità delle giovani, sagaci protagoniste femminili.

Di Mauro, tuttavia – e in ciò consiste il principale elemento attrattivo di questo libro – individua la cifra profonda di significato di queste tre storie nella categoria poco cospicua eppure densa di conseguenze e ricadute dell’assenza: «morte apparente dopo il morso alla mela di Biancaneve, buio nella pancia del lupo di Cappuccetto Rosso e sonno centenario della bella addormentata». È sotto questo paradigma che Di Mauro procede a investigare i testi, svelandoli come esempi di rimozioni simboliche, nelle quali si annidano fantasmi profondi che apparentano queste fiabe (così come molte altre dei fratelli Grimm e più in generale del patrimonio fantastico tradizionale) a quel filone di «romanticismo nero» cui anche Gramsci le assegna nella sua pionieristica opera di traduzione e interpretazione durante il periodo di reclusione a Turi tra il 1929 e il 1931.

Essendo l’assenza una significativa metonimia per la morte, dietro le storie si definisce la natura dell’essere e la particolare dimensione del rapporto umano con ciò che sta oltre la «soglia»: rompendo il tabù – così Di Mauro – la fiaba categorizza l’indicibile e ne fa oggetto di un racconto che lo addomestica, riportandolo a paradigma umano. In queste tre fiabe, in particolare, le assenze sono soprattutto «assenze della luce», la cui sorgente originaria è la dimensione spontanea e incontrollabile della nictofobia infantile, che si dilata a spazio psicologico abissale e coinvolgente: quello in cui si aprono gli spazi d’irruzione per i mostri – e anche per i prodigi – dell’ignoto, dai quali acquistano contorni che si prolungano e persistono fino all’età adulta.

Ciò che rende la letteratura per l’infanzia, come scrive Calvino, giustamente richiamato dall’autrice, «un racconto di meraviglie» che ha pochi pari come potenzialità evocative di terrori e di portenti.

http://mimesisedizioni.it/

26 IX 2018

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Non c’è più la letteratura di una volta

Gianluigi Simonetti, La letteratura circostante: Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, Il Mulino, pp. 456, €29,00 stampa

recensisce STEFANO RIZZO

Come si scrive e perché si scrive la letteratura in Italia oggi? In questo saggio Gianluigi Simonetti (autore di Dopo Montale. Le «Occasioni» e la poesia italiana del Novecento, del 2002) scandaglia gli ultimi trent’anni di letteratura italiana, narrativa e poesia, analizzando i singoli testi più significativi e, nel contempo, evidenziando le indicazioni sociologiche in essi presenti rispetto a ciò che accade fuori dal campo letterario. Il titolo è un modo efficace di indicare tutta la letteratura che si pubblica e legge nel nostro Paese e che ci sta – per l’appunto – attorno. Quella grande e quella mediocre, quindi, quella colta e quella di massa, quella che vuole far conoscere e quella che vuole far evadere.

Per affrontare la contemporaneità letteraria non è più possibile riferirsi ai soli testi che ancora mantengono un rapporto significativo con la produzione più alta del passato, e del ‘900 in particolare, ma è necessario conoscere e analizzare anche quella produzione media che domina le classifiche e i banconi delle librerie. Simonetti dedica alcune pagine molto interessanti a Fabio Volo e Federico Moccia, che ho trovato utilissime per cercare di capire questo Paese e la sua cultura. Pagine equilibrate, senza inutili e superficiali attacchi alla letteratura mediocre che ci circonderebbe. Il libro di Simonetti è spesso appassionante perché sa leggere le opere letterarie anche nei loro lati meno evidenti, ma ancor più ricchi di spunti di riflessione e perché sa far emergere (spesso per la prima volta) alcune influenze fondamentali degli altri media sulla letteratura. Chi aveva individuato prima e così nettamente in Andrea Pazienza uno dei principali riferimenti per la nuova letteratura italiana degli anni Ottanta e Novanta?

La letteratura più recente sembra essere accomunata da un progressivo allontanamento dal canone novecentesco (in modi diversi per la poesia o la prosa) e più in generale dalla «letteratura di una volta»; il linguaggio estetico per eccellenza, quello letterario, strumento di conoscenza di sé, è entrato in crisi a partire dagli anni Settanta. Due opere del 1971 testimoniano la consapevolezza dell’impraticabilità della letteratura come fino ad allora era stata intesa: Satura di Montale e Trasumanar e organizzar di Pasolini.

Da questi e da altri tre testi significativi della fine anni settanta (Boccalone, Porci con le ali e Altri libertini) inizia la grande trasformazione della letteratura italiana e quindi il viaggio del libro di Simonetti fino ai giorni nostri, dai Cannibali al noir italiano, dalle testimonianze del terrorismo fino a Trevi, Siti, Piccolo, Mazzantini, Avallone, Albinati, Saviano, per citare solo alcuni dei nomi più ricorrenti in queste pagine.

Dagli anni Settanta, e ancor più negli anni Ottanta, è possibile individuare una progressiva sfiducia nella forma come elemento fondamentale del libro. Non è più per la forma che esso acquista importanza, ma per come sa rendersi sistema passante di informazioni che provengono da altre narrazioni (cinema, pubblicità e TV in primo luogo) e si riversano in altre narrazioni. È una rivoluzione epocale senza comprendere la quale è impossibile capire la letteratura di oggi. E questa è solo una delle rivoluzioni che questo libro mette in evidenza.

Il saggio di Simonetti, oltre a sintetizzare gli autori trattati sia nella forma sia nelle retoriche narrative ricorrenti, riesce anche, data l’ampiezza di visione e la densità delle considerazioni, a confortare il lettore che si trova spaesato non solo dalla fine della «letteratura di una volta», ma anche dalla fine della cosiddetta società letteraria. Oggi non significa più nulla che un libro venga pubblicato da un editore piuttosto che da un altro, in quella collana piuttosto che in un’altra: non esistono più né garanti né garanzie. Non c’è più una critica autorevole o se esiste è frammentata, dispersa dentro o fuori della rete. Il lettore è più solo di prima, ma è anche straordinariamente più libero, a patto che non si perda e sia capace di un lavoro di ricerca e di comprensione sicuramente arduo ma necessario. Lavoro che risulta meno difficile compiere anche grazie a un libro come questo.

https://www.mulino.it/

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Fra una tempesta di sabbia e l’altra

Nicolas de Staël, Tutto deve accadere dentro di me, a c. di Lucetta Frisa, Via del Vento Edizioni, pp. 44, €4,00

recensisce ELIO GRASSO

Pittore in Marocco. 1936. Cosa ci fa un ragazzo (o poco più) di Pietroburgo a Marrakesh, occhio vigile e innamorato dei colori surmoltiplicati dai 48 gradi all’ombra? Quanto può valere il suo diario, incantato di nostalgia veggente, dentro il grande numero di scrittori e artisti che nel Novecento sono stati affascinati dagli spazi, dai muri e anfratti della kasbah, dalle spezie, dalle donne e dalla droga locale?

Leggere i frammenti, scelti e tradotti da Lucetta Frisa, non permette agevoli risposte, ma attiva celeri interessi e impressioni corsare balenanti di colori puri e saturi almeno quanto i dipinti di questo Nicolas giramondo dallo sguardo limpido e tranquillo. Le donne sono belle, fanno l’amore di notte e mercanteggiano pecore di giorno, gli uomini appaiono meno attivi e tracannano tè, la polvere satura il paesaggio e lo rende iridescente, le pitture murali sono pressoché inimitabili, mentre lui dipinge e scrive senza sosta. Le lettere ai familiari hanno toni sereni, l’artista sembra restare in disparte, non ci sono episodi di intrecci con la comunità ma molte eccitazioni sensoriali. Lo stile nordafricano, un po’ minaccioso se descritto da Paul Bowles, giunto in quei luoghi pochi anni prima, qui manca.

Ma la ricerca di de Staël evidentemente è altrove. La manualità che serve a tracciare i colori allontana l’attenzione aguzza dello scrittore, ovvero l’artista stesso diventa parte del paesaggio saturato di luce (e forse di kif) mentre mescola i suoi pigmenti. La molta luce, a suo vedere sempre troppo poca, s’incolla con avidità ai quadri, alcuni dei quali (splendidi) sono riprodotti nel volumetto. Ma sono opere degli anni successivi, dunque privi di spazi africani: le forme diventano estensioni di colore puro, prive di particolari, se non fosse che i titoli attribuiti rimandano a luoghi precisi, essenzialmente europei.

De Staël ha avuto imperiosi smarrimenti dentro l’ossessione coloristica, durante e dopo il giovanile credo estetico: Tutto deve accadere dentro di me. Scrivendo al padre questa frase pose il sigillo di una vita trasportata da Pietroburgo alle terre più luminose del Mediterraneo, fino al lampo finale dalla finestra di una casa ad Antibes. Vi si gettò nel 1955, quando la sua fama si stava espandendo. L’apparente equilibrio giovanile del diario sembra sia stato spezzato negli anni della maturità, forse il troppo guardare sfianca i confini, fa travisare le distanze, così come non c’è distanza geografica nei suoi dipinti: ma una grande diffusione del colore, chiaro segno di allargamento dello sguardo assoluto. Una logica percettiva dal destino irrevocabile, come scrive Frisa nella postfazione: «Ha fiducia in una logica totale che, nella sua assolutezza, tende all’illogico».

Ma intanto possiamo leggere questi frammenti, tratti da raccolte pubblicate postume dal figlio, come piccoli prodigi apparsi fra una tempesta di sabbia e l’altra. Alimentando ancora una volta il nostro continuo desiderio di un altrove scomparso, africano, le cui vestigia ormai ritroviamo soltanto in artisti e scrittori d’Ottocento e Novecento.

http://www.viadelvento.it/

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Terrori europei

Jean Delumeau, La paura in Occidente. Storia della paura in età moderna, tr. Paolo Traniello, Il Saggiatore, pp. 615, euro 29,00 stampa, euro 13,99 ebook

recensisce MARTINA DI FEBO

Pubblicato in Francia nel 1978 e tradotto in italiano nel 1979 (per i tipi della SEI edizioni), La paura in Occidente costituisce un pilastro dell’ermeneutica storica dell’età moderna. Il titolo originale, correttamente conservato nell’edizione italiana del 1979, La paura in Occidente. La città assediata, rinvia esplicitamente alla dimensione storico-psicologica dell’assedio, del timore dell’accerchiamento ad opera di nemici artatamente costruiti e ideologicamente connotati.

Dopo gli studi pioneristici di Marc Bloch e Lucien Febvre, fondatori della rivista nel 1929 Annales d’histoire économique et sociale, la ricerca storica ha innovato i propri metodi, recuperando una storia del materiale e dell’immaginario che la trattatistica tradizionale, fortemente ancorata alla ricostruzione di eventi e di avvenimenti, aveva misconosciuto. L’opera di Delumeau si iscrive all’interno del medesimo filone e, per ammissione del suo stesso autore, si propone di colmare una prolungata lacuna, indagando il fenomeno della paura come fenomeno collettivo.

Nell’introduzione lo studioso delimita in maniera chiara e precisa quale sia il campo d’indagine: l’Occidente europeo nel periodo compreso tra il 1348 e il 1800. Entrambe costituiscono due date-cardine, coincidendo la prima con l’epidemia della Grande peste che decimò la popolazione europea, la seconda con lo stravolgimento degli assetti dell’Antico Regime causato dalla Rivoluzione francese. In mezzo quattro secoli contrassegnati dalle rivolte contadine (Jacqueries), dalla Riforma luterana, dalla Controriforma cattolica, dalla caccia alle streghe, da guerre endemiche e da carestie.

All’interno di questo quadro storico così travagliato, l’indagine di Delumeau ha il pregio di restituire voce alla mentalità e alle ossessioni di un’umanità concreta e contemporaneamente di evidenziare alcune costanti antropologiche legate alla paura e alla sua gestione. L’aspetto decisamente più innovativo dello studio di Delumeau risiede appunto nell’analisi della sfera collettiva della paura; essa diviene in altri termini la chiave di volta in grado di illuminare i meccanismi della psicologia dei gruppi.

Il sentimento umano della paura, che segnala a livello individuale l’incombere di una minaccia e che sempre in ambito soggettivo si esplicita in modalità differenti, assurge a livello collettivo a collante ideologico identitario, generando comportamenti sociali nella maggior parte dei casi segnati da aggressività irrazionale. In anticipo sulle riflessioni di René Girard sul capro espiatorio (Le bouc-émissaire, 1982), Delumeau mette a fuoco il meccanismo regolatore dei comportamenti comunitari dettati dal panico, evidenziando le direttrici su cui si innestano i discorsi sulla paura: da un lato una tensione metafisica che alimenta il terrore per i destini delle anime nell’Aldilà; dall’altro il senso di insicurezza nella quotidianità che alimenta la ricerca di responsabili da punire al fine di ristabilire l’equilibrio e le certezze di gruppi sociali in crisi. La paura per l’Inferno e per le pene eterne si intensifica in Europa a partire dai secoli XII-XIII, quando i capitelli e i bassorilievi romanici e i grandi affreschi dedicati ai Giudizi universali animano con plastica vivacità i tormenti oltremondani. Contemporaneamente si acuisce il senso di assedio e di accerchiamento scatenato dalla diffusa presenza di perniciosi agenti del Maligno: gli eretici; gli ebrei; gli infedeli; la donna. Le prediche pubbliche e l’azione repressiva condotta dalle gerarchie ecclesiastiche, e soprattutto laiche, si innestano dunque su un clima di terrore diffuso e in un certo senso lo indirizzano e lo governano.

Nei secoli esaminati da Delumeau, l’immaginario collettivo si nutre di fantasmi e di mostri comuni alle popolazioni europee e ai loro governanti: si tratta cioè di una dimensione condivisa che non permette di interpretare i comportamenti delle élite soltanto come costruzione cosciente di discorsi manipolatori. A questo proposito è altamente illuminante leggere la pagine dedicate alla caccia alla streghe, nelle quali lo studioso dimostra come la reazione psicotica dinanzi alla stregoneria fosse prerogativa delle regioni riformate tanto quanto della Spagna della Grande Inquisizione. Determinati fenomeni repressivi acquisiscono quindi una portata epocale proprio in virtù della sinergia culturale tra ceti dominanti e ceti subalterni.

I pregi del saggio di Delumeau superano nondimeno l’ambito della storia moderna, poiché attraverso la minuziosa disamina dell’insorgenza e dell’esplosione di un panico collettivo, lo studioso enuclea alcune costanti che ancora oggi regolano la psicologia della folla nei momenti di crisi.

https://www.ilsaggiatore.com/

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Enigma architettonico

Lucas Harari, L’attrazione, pp. 148, tr. Emanuelle Caillat, Coconino Press, €23,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il giovane Lucas Harari, raffinato autore francese alla sua seconda opera, ha creato un volume che vuole essere un omaggio all’architettura e che vi catapulterà in atmosfere suggestive e ipnotiche. Il graphic novel (già rivelazione dell’anno in Francia) è finalista ai premi FNAC del fumetto 2018 e al premio della Critica dell’ACBD (associazione dei critici e giornalisti della bande dessinée), che è uno tra i più importanti riconoscimenti del settore.

Harari si ispira nella grafica alla tradizionale linea chiara di Hergé, Ted Benoit e Yves Chaland, come peraltro si legge sul sito dell’editore, e il suo tratto deciso e dai colori freddi porta alla luce una storia magnetica ricca di ombre e doppie letture, che vi farà sentire all’interno di una fantasia con scenari e ambientazioni da favola.

Pierre è uno studente di architettura che ha come tema della sua tesi le terme di Vals, per le quali ha sviluppato un’ossessione. Queste terme, fatte di fredde geometrie incastonate nella pietra che non combaciano sulla carta, nascondono però un segreto. Una leggenda che circola nel villaggio vicino può forse spiegare quest’aura di mistero che circonda l’edificio, e questo spinge lo studente a organizzarsi una permanenza in loco per studiare la struttura delle terme dall’interno.

All’arrivo, un allevatore del posto gli offre un passaggio e gli parla di der Mund des Berges, letteralmente le fauci della montagna: leggenda vuole che nel punto da cui nasce l’acqua di Vals ci sia un passaggio che porta nel cuore del monte, e che ogni cento anni la montagna scelga uno straniero attirandolo a sè per divorarlo.

Nell’albergo incontra il famoso architetto Valeret, anche lui lì per carpire i segreti delle terme di Vals. Una sera, a stabilimento chiuso, Pierre trova una porta che non aveva notato in precedenza e che lo conduce fuori dalla montagna, nei pressi della casa dell’allevatore. C’è dunque del vero nella leggenda? Secondo i racconti del vecchio Testis sì. Lui ha visto con i suoi occhi un soldato francese nel 1914 scappare in un crepaccio e far sollevare tutte le rocce attorno a lui per poi svanire nel nulla. Pierre è intenzionato a vederci chiaro e soprattutto a recuperare il suo taccuino scomparso. Sarà tornando nelle terme vuote e aggirandosi nei corridoi infiniti che si scontrerà con Valeret, che, armato, cercherà di estocerergli le sue scoperte. Ovviamente siamo alla resa dei conti, il cui esito non si può rivelare…

Le ultime tavole dell’albo ci raccontano di un taccuino giunto al padre di Harari che il più fedelmente possibile ha voluto ricostruire i fatti che hanno portato alla sparizione di Pierre a Vals, lasciando nella mente e nel cuore del lettore il dubbio di aver solo sognato di un’avventura fantastica.

https://www.fandangoeditore.it/category/coconino-press/

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Vite solo apparentemente comuni

Gina Berriault, Piaceri rubati, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885, pag. 208, €14,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

La casa editrice romagnola continua a stupirci: la foto in copertina di Piaceri rubati è davvero notevole, una vera opera d’arte in linea con la straordinaria qualità grafica cui siamo abituati. Non è neanche da sottovalutare la qualità dei testi proposti: oltre ad aver portato in Italia Andre Dubus, uno dei più grandi scrittori di short stories, ci ha fatto conoscere autori del calibro di Don Robertson e Charles Baxter, che ci hanno regalato vere e proprie perle letterarie. Un plauso dunque a Mattioli 1885 per il lavoro di ricerca di testi che, senza di loro, non sarebbero forse mai approdati nel nostro paese.

La curiosità verso questa prima pubblicazione italiana di Gina Berriault (1926 – 1999) è nata dal comunicato dell’ufficio stampa della Mattioli: gli undici racconti di Piaceri rubati sono stati definiti da Andre Dubus, Richard Ford e Richard Yates come scritti da una delle migliori autrici americane. Non sono nomi qualsiasi – tra l’altro sono tra i miei scrittori preferiti –, per cui non ho potuto fare a meno di leggerli.

Nel 1996, un’antologia in cui erano inseriti anche questi racconti, ha vinto tre importanti premi letterari in America: considerata dalla critica, amata dagli scrittori, Gina Berriault non ha mai avuto un grande successo di pubblico. Una delle ragioni plausibili, ipotesi che formulo dopo aver letto il libro, è che questi racconti sono stranianti: lasciano al lettore un senso di angoscia, scoprono senza pietà vite apparentemente comuni che nascondono baratri di indifferenza, macerie di mondi interiori. L’incomunicabilità di sentimenti che traspare è assoluta, le sensibilità sono nascoste da una freddezza utilizzata per difendersi dall’esterno.

L’asprezza della scrittura riporta allo stile micidiale di Fleur Jaeggy, le situazioni vissute dai personaggi ai racconti impietosi di Carver. Ma Gina Berrault ha uno stile peculiare, tutto suo, che la porta a descrivere minuziosamente gli stati d’animo dei protagonisti, i loro gesti, a delineare in maniera precisa l’ambiente che ospita la scena, a scrivere dialoghi duri con parole che pesano come macigni. È un mondo senza compassione quello che ci descrive, in un’America che sta perdendo il proprio sogno e quello della maggior parte delle persone che ci vivono. Emarginati o ai margini di una società che li esclude, che preferisce non comprendere e non indagare piuttosto che trovarsi di fronte a un problema da risolvere, a un’esistenza da risollevare.

Che si tratti di un senza tetto che frequenta una biblioteca, di un uomo che torna a vistare i genitori separati dopo anni di lontananza, di un anziano che esce di casa solo con un po’ di bagnoschiuma addosso per minacciare una donna, della ricerca, da parte di uno scrittore, di un fantomatico e famosissimo personaggio, di un bambino che uccide fortuitamente il fratello maggiore non ha troppa importanza. Sono (siamo) tutti disperati, chiusi in una realtà personale che ci impedisce di scorgere i particolari più intimi di chi ci troviamo di fronte: partner, genitori, figli o amici che siano. Eppure basterebbe poco, sembra volerci dire l’autrice, per tirarli fuori dall’inferno, magari ascoltare con più attenzione. Ma nel libro, come spesso nella vita, non accade mai.

https://mattioli1885.com/

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Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi, tr. Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, pp. 112, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Arrivano in traduzione italiana i versi della poeta svizzera di origine ungherese e di lingua francese Agota Kristof (1935-2011), celebrata in tutta Europa per la sua Trilogia della città di K, nota da noi anche per il racconto autobiografico l’Analfabeta e il romanzo Ieri, dal quale Silvio Soldini trasse il film Brucio nel vento (2002).

I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un’impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte». Tornano continuamente le strade e i treni come segni ambivalenti di transizione e interruzione, di un andare che non è mai un arrivare. L’io poetante sembra ossessionato dall’erranza ma deve fare i conti con luoghi angusti e persone invocate che appaiono irraggiungibili: «ti fermi sempre rivolto verso di me / anche nei giorni caduti / nel pozzo buio del mutismo / e nei minuti depredati della luce» scrive in «I paesaggi più belli». Questo transitare interrotto è amplificato dall’uso intensivo dell’enjambement, la sfasatura del verso che in Kristof, separando soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo, fa letteralmente inciampare richiedendo una rilettura che, cambiando il ritmo, cambia anche la visione delle cose e le possibili combinazioni dei significati. La metrica, insomma, riproduce tutto l’universo simbolico del movimento nel quale ritroviamo un «qui», luogo che induce a riflessioni amare – «Qui le persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate e non hanno bisogno / l’una dell’altro nemmeno di dio» – e una «terra natia», un luogo rimasto indietro, incastrato in ricordi pallidi.

I versi di Chiodi trasudano silenzio – «il bosco è rimasto in silenzio ed è andato oltre // ma oltre a tutto questo / uno sguardo blu sopra le nuvole» – e rimandano a quel grigiore chiaro di un mattino ancora indeciso se lasciarsi andare alle nuvole o al cielo. In essi vi si stagliano anche fermo immagini in bianco e nero nei quali scrutare i contrasti e saggiare il buio prima e dopo la luce, muovendosi delicatamente sul confine. Si tratta di sensazioni avvalorate dalle foto di cui è corredato il volume, che ritraggono la poeta su un aereo, un tram o un treno, come la bellissima foto di copertina: pensosa e vintage, di una donna dai capelli corti, assorta, che ha conosciuto molti attraversamenti.

Si tratta di un’edizione preziosa, questa, da parte delle edizioni Casagrande di Bellinzona (Canton Ticino, Svizzera). I versi ungheresi – tranne la lirica «Ninna nanna» riscritta in francese – di Kristof ci giungono in italiano da un altro Paese a dimostrazione del fatto che l’italofonia è una questione aperta e l’italiano non è solo degli italiani – chiunque essi siano! – e non è una lingua solo peninsulare. Il dato che Kristof fosse una profuga ungherese sfuggita ai carri armati sovietici nel 1956, poi, molto dice sul degrado politico di un paese, l’Ungheria, che oggi militarizza le sue frontiere e respinge migranti e profughi, ponendosi alla guida del cosiddetto «Gruppo di Visegrad» dei paesi dell’ex blocco orientale ostili all’accoglienza. «Non c’è neanche un’apertura» scrive Kristof in «Non il vento», «da cui / potresti guardare dall’altra parte c’è / un’unica possibilità / raddrizzarsi». Giunti da quell’altra parte si fa fatica a trattenere la delusione. E in vite precarie che abitano l’irrequietezza si ode solo l’invisibile sibilo del vento.

http://www.edizionicasagrande.com/

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Non solo per ragazzi

Claudio Morandini, Le maschere di Pocacosa, Salani Editore, pp. 144, € 13,90 stampa € 7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Per cominciare dobbiamo metterci in viaggio, scalare e oltrepassare i monti, affrontare tornanti (rischiando di «vomitare l’anima») e vette alpine con le nostre automobili elettroniche, anche se più che altro servirebbero pneumatici armati e differenziali ultraresistenti. Ma si sa come va il mondo, e lo sa bene Claudio Morandini quando sogna di un paese posto nelle pieghe dei monti, in chissà quale spazio e soprattutto quale tempo. Un tempo strano, dove accade di sentire gli echi di una civiltà montanara capace di parlare con la natura, mentre s’intravvede nelle tasche di Remigio, il ragazzo protagonista del romanzo, un cellulare. Inutilizzato, per la verità.

A Remigio interessa studiare, ottenere buoni risultati a scuola, anche se questo vuol dire attirarsi l’odio sgangherato dei compagni, e la gelosia ottusa degli insegnanti. Pocacosa è uno strano paese, fra le montagne, forse protetto da una cupola temporale che lo preserva dagli attacchi della Civiltà. Ma nei giorni del Carnevale nelle sue viuzze si scatenano orde impazzite, protette da mascheroni paurosi che minacciano, inseguono, dileggiano e fanno del male, vendicandosi pure del nostro eroe dodicenne. Tutto iniziò come una rivolta contro i notabili del paese, che si travestivano da duchi e duchesse e marciavano per le strade senza nemmeno sfilarsi gli orologi dai polsi. Un’insurrezione, fatta di bastoni di plastica, uova marce e palle di letame, da parte di mascheroni sempre più mostruosi e folli della ferocia di coloro che vi si celavano. Nessuno poteva riconoscere parenti, addirittura figli, sotto quelle schermature irriverenti e impazzite.

Di fronte a questi eventi, e alle minacce ricevute dai propri compagni, Remigio decide di costruirsi un’armatura, utilizzando e sottraendo ai genitori tutto quel che trova in casa, pentole, padelle, attrezzi vari. La fantasia gli prende la mano (pensa addirittura a specchietti retrovisori e lanciafiamme) e il marchingegno si trasforma in qualcosa d’ingestibile e infine distrutto nottetempo, nella rimessa, da nemici sconosciuti. Nel paese di Pocacosa i portatori di mascheroni hanno mille occhi.

Qui il romanzo di Morandini ha una svolta. Il protagonista si distacca dal mondo spaventoso in cui vive e che la sua mente, giovane ma dotata d’acutezza straordinaria, fatica ad accettare. Fugge, s’inerpica, parte di notte seguendo sentieri non tracciati, si trascina per boschi freddi e silenziosi dove la natura prende il sopravvento, dove probabilmente si rintana Bonifacio, un vecchio misterioso da tutti ritenuto creatura selvatica ai confini fra leggenda e verità. Forse mite, più probabilmente pericoloso. Remigio sta andando proprio alla sua ricerca. Un obiettivo che forse nemmeno esiste. Un babau inventato dai genitori per tenerlo buono in casa.

Esausto si addormenta o addirittura sviene sulle rocce ruvide, possibile preda di corvacci che non aspettano altro di poterlo spolpare. Si risveglia e Bonifacio è lì. Lo cura e gli parla. L’uomo-lupo, l’uomo-orso, l’uomo-albero. Lo nutre e gli insegna cose vertiginose. Perfino l’arte di rendersi invisibile, così come sanno fare gli animali del bosco. Quel che accade d’ora in poi vale la pena leggerlo nel pieno delle pagine del libro. Immersi nel brulichio di una natura dove è offerto tutto quanto occorre per capire il mondo e gli uomini. In compagnia di un essere in grado d’inventare e costruire qualsiasi cosa utilizzando leggerezza fantastica, come fosse libero dalla legge di gravità, e pezzi raccolti durante esplorazioni entusiasmanti. Remigio scopre sui terreni accidentati la paura vera degli animali in corsa per la vita, ben diversa da quella tramessa dai mascheroni, sente il profumo della libertà attraverso Bonifacio. Insieme sanno bene quel che devono fare.

Là in basso c’è Pocacosa, in attesa. Genitori e delinquenti compresi. E qualcosa accadrà.

(Piccola nota fuori onda: il libro appartiene a una collana pensata per i ragazzi. Adulti, rubate questo libro ai vostri figli. È un consiglio che non potete rifiutare.)

Di Claudio Morandini PULP Libri ha già recensito il romanzo Le pietre; lo scrittore ha anche partecipato alla nostra rubrica Paragrafi d’autore.

https://www.salani.it/

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