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Di un’intima pedagogia

John Berger, Ritratti, tr. Maria Nadotti, Il Saggiatore, 2018, pp. 645, €45,00 stampa

recensisce LORENZO MARI

A due anni esatti dalla sua scomparsa, John Berger si conferma punto di riferimento imprescindibile per chi voglia confrontarsi con la letteratura, la saggistica e la critica d’arte prodotta nel secondo Novecento. Al consolidamento di questo statuto hanno contribuito scrittori, apparentemente molto diversi tra loro, che con Berger hanno intessuto rapporti di stretta corrispondenza e amicizia come ad esempio Geoff Dyer e Arundathi Roy, ma anche curatori e traduttori del calibro di Tom Overton e Maria Nadotti, anch’essi molto vicini all’autore.

A questi ultimi si deve la pubblicazione di Portraits e Landscapes, già usciti per “Verso”,
rispettivamente nel 2015 e nel 2016, con la curatela di Overton: di queste due opere strettamente imparentate tra loro, il Saggiatore propone ora la traduzione italiana, curata e ampliata da Maria Nadotti, del primo volume. Ritratti si presenta come un viaggio plurimillenario nell’arte mondiale, che parte con le pitture rupestri della grotta di Chauvet (risalenti a circa 30.000 anni prima dell’età cristiana) e arriva fino all’opera di Randa Mdah, classe 1983. Dovendo accogliere una simile complessità, il volume è di una mole singolare, eccedente le 600 pagine, ma questo non deve spaventare, perché appunto di un viaggio si tratta e non di critica d’arte nelle sue forme più sofisticate e pedanti.

Come nota la stessa Maria Nadotti nella postfazione, lo stile di Berger accoglie il lettore, più che imporgli una determinata conoscenza, offrendosi di accompagnarlo attraverso le singole opere e condividendo così gli interrogativi che costellano i vari saggi e che si fanno sempre più pressanti e aperti nella produzione più recente. Sono domande che hanno imposto allo stesso Berger di tornare a guardare le stesse opere da angolature diverse, secondo un percorso che è ben restituito dalla peculiare ordinazione cronologica e insieme monografica del volume.

“Non ho mai sopportato di essere definito un critico d’arte”, scrive Berger, insolitamente lapidario, nella prefazione del volume. Occorre credergli: l’incipit non rappresenta soltanto la leggerezza giovanile, ma non giovanilistica, con la quale Berger ha affrontato l’ultima parte della sua esistenza (a titolo d’esempio, si veda Smoke, saggio di libertà di un tabagista per nulla contrito, scritto da Berger, illustrato da Selçuk Demirel e uscito qualche anno fa sempre per il Saggiatore), ma è anche la definizione migliore per un autore che si è sempre identificato con l’agilità e la prossimità dello storyteller, più che con i paludamenti del critico accademico.

Nel racconto di queste storie, emergono poi risultati preziosi e sorprendenti anche per il fruitore d’arte più esperto, che vanno dalla qualità minerale della pittura del Mantegna al radicamento nel “Continente del Fisico” di Martin Noël, passando per i cani di Tiziano o l’epopea della meccanizzazione in Fernand Léger. Storie d’arte nelle quali il lettore è preso per mano e portato ad esperire vari “modi di vedere”: storie, dunque, che sono intimamente pedagogiche, come e più di una trattazione critica con tutti i crismi, e i vincoli, del caso.

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Corpo da esibizione

Giorgia Tribuiani, Guasti, Voland, pp. 113, euro 11,90 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Non manca di originalità questo libro di esordio, uscito di recente per le edizioni Voland. E non manca neanche di una certa dose di coraggio perché l’autrice si immerge nella profondità della nostra vita materiale, terrena, e si spinge oltre la morte fisica. Senza nessuna mistica, l’autrice attribuisce ai sensi nuova legittimità e gli affida il compito di veicolo di conoscenza e di riflessione.

La storia ci racconta di Giada che ha da poco perso il suo compagno, un celebre fotografo che le aveva fatto da mentore e l’aveva portata in giro per il mondo. Alla sua morte il fotografo subisce, già consenziente, un procedimento di plastinazione grazie al quale i reperti organici sono resi rigidi e inodori. E accetta anche che il suo corpo, così modificato, venga esposto in una mostra che celebra le tecniche del dottor Tulp – questo il nome del dottore nel racconto, mentre invece nella realtà queste tecniche sono state elaborate e affinate da un anatomopatologo tedesco di nome Gunther von Hagens (tutti conoscono le mostre Body World).

Qual è allora il senso della relazione tra Giada, vivente, e il suo uomo, il corpo del suo uomo, il “monumento” del suo uomo? Lo capiamo seguendo le sue considerazioni, graduali, in un primo momento anche un po’ superficiali e poi sempre più approfondite. Tra dolcezza e ironia sempre più taglienti sappiamo di un uomo che, oggi come ieri, riesce a “cadere sempre in piedi”. Un uomo che da morto si trova nella condizione di aver rinunciato al presente e al futuro proprio come, da vivo, attraverso la fotografia, aveva proposto la stessa cosa ai suoi modelli. Un uomo che si fa complice del dottor Tulp nel cercare di vincere il timore della morte attraverso il suo trasferimento, imbalsamato e sterilizzato, in una sala espositiva.

Ma non si tratta tanto o solo della morte. No: quello che l’uomo vuole imbalsamare sono le emozioni, tutte le emozioni, anche le più piccole.

È così che il lettore viene a trovarsi di fronte a qualcosa di molto simile al maschio italiano contemporaneo, di un’età che oscilla tra i trenta e i quarant’anni. La figura antropologica di un narcisista, che ha difficoltà nel rapporto con gli altri e che interpreta le relazioni con le donne solo in chiave di possesso.

Giada in questo percorso fa appello a tutti i suoi sensi. E ce li racconta. Giada mangia. Giada ascolta la musica. Giada , non vista, tocca il corpo imbalsamato del suo ex. Giada sente l’odore del mondo intorno a sé. Anche l’odore dell’umidità. Ma nel suo racconto, Giorgia, scrittrice esperta di comunicazione, guida la sua Giada (e il lettore) con la consapevolezza che attualmente uno solo è il senso che domina sugli altri: la vista. Giada fotografa, ancorché non eccellente, il suo uomo grande fotografo, il corpo del suo uomo imbalsamato ed esposto alla vista del mondo.

Dalla dimensione privata e personale, le riflessioni di Giorgia-Giada assumono un valore generale fino a spingersi a ragionare sul valore dell’arte in cui si afferma il tentativo solitario di prendere il proprio dolore e la propria disperazione per cercare di convertirlo in bellezza a beneficio di tutti.

Nell’ultima parte del libro non mancheranno le sorprese. Ma prima di allora il racconto fissa alcune pietre miliari che non hanno il valore della sentenza ma che aiutano molto a riprendere contatto con la propria vita poiché “il miglior modo per placare il tormento dell’anima è arrendersi al piacere dei sensi”.

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Un eccentrico annuncio d’amore

Peter Cameron, Gli inconvenienti della vita, tr. Giuseppina Oneto, Adelphi, pp. 122, € 16,00, eBook € 7,99

recensisce ELIO GRASSO

Peter Cameron è uno scrittore che mai mi stancherò di omaggiare, anche avesse pubblicato soltanto il fondamentale Andorra. Libro misterioso, capace di farla in barba perfino all’universo narrativo di le Carré. Non sono il suo biografo ma so che produce, dal 2014, deliziosi libretti in dieci copie sotto la sigla Shrinking Violet Press, libretti fatti a mano, il cui vertice di preziosità è raggiunto dalle memorie del regista James Ivory: Solid Ivory è al settimo volume, e credo che non sia facilmente raggiungibile dal comune lettore. Ma basti conoscerne l’esistenza attraverso il sito web dedicato.

L’eleganza dell’autore in scrittura si esprime altresì attraverso la figura, la simpatia espressa che non sfugge a chi s’imbatte nel suo carnet di foto. I passaggi in Italia, da New York o dal Vermont, organizzati dal suo editore italiano Adelphi, hanno svariato successo, e diffuse attrattive. Libri e immagine non assomigliano a nulla di quanto viene genericamente posato sui banconi delle librerie nostrane. Si potrebbe dire, emulando il pensiero di Proust relativo ai paesi fantasticati da qualcuno (posto da Cameron in epigrafe a Andorra), che gli scrittori vagheggiati occupano un posto assai più grande, nella vita vera, degli scrittori d’esagerata presenza. Ma qui si tratta di un caso speciale, l’apparizione delle opere del Nostro è regolare, segue ritmi naturali e da un po’ di tempo ci sono offerti nell’empatica traduzione di Giuseppina Oneto.

Dopo quest’eccentrico annuncio d’amore, resa giustizia a personali e antichi conforti, abbiamo tra le mani un’ultima opera, un dittico dove sono racchiuse due coppie di protagonisti persi e consumati a Tribeca e in un’oscura provincia statunitense, forse vicino al confine messicano. Nei due racconti (La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione) il vuoto esistenziale si rivela negli spazi condivisi di persone dalle qualità disperse, dagli entusiasmi ormai spenti, ammesso che siano mai esistiti davvero in un passato più o meno lontano. La consapevolezza di aver perduto la creatività in uno si affianca al tipico esempio di scolorimento psichico di un altro: nel primo racconto la coppia di uomini sfiora quasi senza accorgersene il suicidio mentale (e forse corporale), con un dialogo intessuto da Cameron come fossimo davanti a un radiodramma o a un palcoscenico di Off-Broadway.

Nel secondo racconto assistiamo a scene filmiche di prima qualità, inondazioni fluviali e chiese metodiste, entrambe portatrici di fallimenti vitali. Come se un certo Carver si fosse accorto dell’esistenza di James Cain, ed entrambi avessero concluso le carriere prestandosi alla grazia cinematografica di Martin Ritt. Ma qui è Cameron a parlarci, a scrivere. E lo scrittore rafforza stilisticamente i suoi congegni fino ad avvolgere le nostre reali esistenze (ma quanto reali?) nel pathos umido e vischioso di creature letterarie sempre sul bordo di qualcosa di minaccioso. Sono racconti non sbrigativi, i suoi, pieni di sottigliezze che inducono primaria curiosità, per lasciarci infine frastornati. Le convenienze della vita distrutte in quel di narrato: siccità d’ingegno in uno scrittore appartenente, col suo compagno, alla fauna vip del quartiere alla moda in Lower Manhattan, e invasione familiare da parte di un reverendo femmina che in Italia non tarderemmo un secondo a mandare a quel paese.

Dopo lo sconvolgimento sotterraneo di Andorra, alla ricerca di una biografia novella, e il successivo dissolversi in trame inedite (in verità il romanzo è antesignano, è del 1997), Gli inconvenienti della vita tracciano il perfetto esempio, lontano ma terribilmente vicino, dell’umanità in uno stato d’incongruo stallo e di schemi fino a ieri simbolo di protezione ma che oggi rivelano tutto il loro scomodo dissesto. Siamo onesti, si tratta di individui alla mercé del crollo planetario. La scoperta dell’America, ovvero ultime notizie dai lembi estremi dell’impero.

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Il padre di Capitan America (e non solo)

Jack Kirby Mostri, uomini, dei, a c. di Hamelin, Catalogo della mostra, 24 Novembre 2018 – 5 Gennaio 2019, Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, pp. 128, €18 stampa

di STEFANO RIZZO

Per iniziare bene, dovrei dire subito che il lavoro svolto negli ultimi anni da Hamelin a Bologna è straordinario. Oltre alla rivista omonima dedicata all’illustrazione e al fumetto (tra le cose più belle prodotte in Italia sull’argomento) che già sarebbe sufficiente per ricevere le mie lodi, l’associazione cura, oltre ad altre cose, il festival Bilbolbul che si tiene a fine novembre. Tra i più ricchi e interessanti festival italiani, è il culmine di una serie di attività svolte durante l’anno con l’obbiettivo di formare nuovi lettori e per questo motivo si rivolge soprattutto ad un pubblico diverso dagli appassionati, da quelli già convertiti insomma. E questa è una cosa davvero senza prezzo, dato che la formazione di nuovi lettori è la principale fonte di buona salute per il fumetto (e non solo) come mezzo e come industria culturale.

Tra le molte iniziative di quest’anno, spicca per noi marvelliani, per noi amanti delle cose giganti e delle macchine dalle architetture impossibili, della psichedelia e delle esplosioni cosmiche, ma anche per voi che non sapete cosa vi perdete, una delle mostre più belle mai proposte in Italia sul fumetto americano, dedicata a Jack Kirby: Mostri, uomini, dei! Aperta a Bologna presso la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna il 24 novembre 2018 e chiusa il 5 gennaio 2019 è – come raramente accade per il fumetto – una mostra ricca e soddisfacente da tutti i punti di vista.

Qui però, vorrei del catalogo della mostra. Curato dalla stessa Hamelin è un esempio di come andrebbe oggi fatto un catalogo senza che diventi due cose molto brutte: un’antologia di elogi banali e superficiali o una serie di sterili studi specialistici (che possono servire solo se portano ad una maggiore conoscenza dell’autore).

Un catalogo dovrebbe essere una cosa bella da leggere e da guardare, oltre che un utile strumento per lo studio dell’autore. E questo catalogo è davvero una lettura piacevole a partire dal primo dei testi presentati, “Il ritorno del Re” di Jonathan Lethem. Lethem, come sempre scrittore coinvolgente e intimo, ci appassiona nella sua ricostruzione degli anni in cui, da ragazzino, scoprì Kirby. Erano già gli anni settanta e Kirby stava ritornando alla Marvel dopo un periodo alla DC. Erano già finiti gli anni d’oro del primo periodo della Marvel, quando insieme a Stan Lee creò la maggior parte degli eroi della casa editrice. Lethem dice moltissime cose seducenti: Jack Kirby come Chuck Berry; Jack Kirby e Stan Lee come John Lennon e Paul McCartney; Jack Kirby come John Wayne! Lascio risuonare in voi questi paragoni per farvi venire la voglia di leggere questo saggio che, non banalmente, cerca di dire alcune cose spiacevoli sullo stile di Kirby (anche da sceneggiaore), anzichè lanciarsi in lodi scontate.

Ogni saggio aggiunge qualcosa al ritratto di questo autore così mitizzato ma forse ancora da studiare a fondo. “Jack Kirby: narratore, artista, visionario”, di Rand Hoppe è un profilo biografico del curatore del sito . “Il sublime tecnologico”, di Charles Hatfield è un denso saggio sugli elementi grafici e stilistici dell’arte kirbyana proveniente da un’opera più ampia intitolata Hand of fire: the comics art of Jack Kirby. “Il negozio dell’incisore di lapidi”, di Christopher Brayshaw tratta della mitica opera breve autobiografica Street code, realizzata a matita.

Vorrei citare anche tutti gli altri testi perchè, nei vari approcci e nelle sensibilità diverse da autore ad autore sono tutti contributi interessanti e preziosi: “One Man Army”, di Daniel Duford; “Un potere sottile” di Paul Gravett; “Quest’uomo, questo Maestro… scatenato!” di Paul Karasik.

Una citazione d’obbligo per il testo di Paul Gravett, grande critico inglese, che si dedica a una parte dell’opera di Kirby spesso citata, ma mai analizzata a dovere: le storie d’amore. Alcune di queste storie, quelle del periodo Marvel, sono state riproposte, insieme a quelle di altri autori, all’interno del volume Le grandi storie d’amore (Panini Comics, 2018). Questi fumetti romantici, che Kirby in sostanza creò per primo insieme a Joe Simon negli anni ‘40, lungi dall’essere semplici curiosità, sono un’eccezionale occasione per aver esperienza dello stile dell’auore, enormemente modulabile ma allo stesso tempo riconoscibile anche se, al posto di un essere cosmico dalle proporzioni di un pianeta, c’è una donna di spalle che piange e si commisera perché ama un uomo che non le è fedele…

Inoltre, al termine del catalogo, quattro autori di fumetti dagli stili diversi ma altrettanto interessanti e in un certo senso kirbyani, cercano di spiegare il loro amore per il Re e l’influenza che ha avuto nei loro lavori: sono “Trascendere il mainstream”, di Gary Panter; “Sulla corona del Re” di Sergio Ponchione; “Jack l’alieno” di Roberto Recchioni; “Il sogno del Teschio Rosso” di Stefano Ricci.

Il lato visuale del catalogo è ottimo anch’esso, con la riproduzione in grande formato di alcune delle 70 tavole esposte a Bologna, sia nella versione orginale in bianco e nero, sia nella versione colorata per la pubblicazione. Si aggiunga il prezzo di euro 18, assolutamente abbordabile, e la buona fattura del volume e il risultato sarà un acquisto obbligato per gli appassionati e un’occasione per gli altri di approfondire un grande autore del Novecento.

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Non prendetevela con noi. Lotte e organizzazioni dei migranti

Emmanuel Mbolela, Rifugiato. Un’odissea africana, Agenzia X, pp. 190, € 15.00 stampa

recensisce ELISABETTA MICHIELIN

Nel seguito del viaggio, mi resi conto che le donne, nel cammino, erano sistematicamente divise per ogni gruppo – evidentemente, servivano da moneta di scambio con i poliziotti, i militari, i doganieri…

Colpisce nel memoir di Emmanuel Mbolela (ma il libro, uscito in Germania qualche anno fa e ora tradotto in italiano da Agenzia X, è molto di più di un semplice resoconto di viaggio) il grande posto riservato alle donne. Esse sono certo le prime vittime dei viaggi dei migranti, abusate in ogni passaggio di frontiera così come nei ghettoes che si formano nei pressi dei confini, oggetto di lotte fra bande e a volte violentate dagli stessi connazionali, ma sono anche le più determinate e radicali: pronte alla solidarietà auto-organizzata e alle lotte per i diritti dei migranti.

Il racconto di Emmanuel Mbolela, (fuggito nel 2002 dalla Repubblica Democratica del Congo ex-Zaire per sottrarsi alle persecuzioni politiche, e arrivato nel 2008 in Olanda dove è stato riconosciuto come rifugiato politico) si differenzia da altri racconti della migrazione – altrettanto tragici – per la lucidità politica con cui individua le cause prime della migrazione e la necessità dei migranti di organizzarsi collettivamente in prima persona.

In una recente intervista Mbolela afferma che i migranti non hanno aperto “vie nuove”, ma semplicemente ripercorrono al contrario quelle aperte a suo tempo dall’Europa per penetrare in Africa: sono le vie degli antichi imperi coloniali, le politiche del Fondo Monetario Internazionale e la geopolitica delle multinazionali che ancora determinano il destino di quei Paesi e con la destabilizzazione dei Paesi africani fanno i loro guadagni. Le fabbriche di armi che guadagnano sui conflitti “tra africani” non sono certo in Africa. Queste sono le cause prime della migrazione che l’Europa non vuole vedere.

Quando Mbolela – dopo un viaggio massacrante – arriva in Marocco dove rimarrà per 4 anni, ben presto si accorge che il Paese Nord Africano funziona come frontiera esterna dell’Europa e che l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ) più che difendere i diritti dei migranti (come da mandato ONU) esercita la gestione dell’esternalizzazione delle frontiere e il controllo dei flussi di persone per conto dell’Europa, dalla quale riceve cospicui finanziamenti. Così come in Turchia, in Libia… ma anche in Bosnia dove in questi mesi sono bloccati i migranti della “nuova rotta Balcanica”, picchiati e rimandati indietro dalla polizia croata, per conto della democratica Europa, ogni volta che tentano di attraversare la frontiera. Mbolela lo dice chiaro:

Quando più tardi cominciai a lottare in Marocco contro questi atti, scoprii che il trattamento disumano di cui noi subsahariani eravamo vittime nei paesi del Magreb, era stato fortemente incoraggiato dall’esternalizzazione della gestione dei flussi migratori, come dicevano gli euro-burocrati.

Lo status di richiedente asilo rilasciato dall’UNHCR non vale nulla in Marocco, puoi essere in continuazione rastrellato dalla polizia, rimandato indietro e abbandonato senza tanti complimenti nella trappola del deserto, non hai la possibilità di lavorare o di accedere ai servizi minimi sanitari, i bambini non possono andare a scuola, gli uomini si devono arrangiare col lavoro nero, le donne sono consegnate alla prostituzione, non puoi affittare una casa…

(Per inciso il Decreto Immigrazione – Sicurezza appena diventato legge in Italia con la norma che impedisce alle amministrazioni comunali l’iscrizione dei richiedenti asilo all’anagrafe va ad incidere proprio su questo fondamentale diritto – il diritto all’iscrizione anagrafica – gettando i migranti nella totale insicurezza e impossibilità di costruirsi una vita normale: senza carta di identità non puoi iscriverti a un corso di formazione, andare in una agenzia per cercare lavoro, e giù a cascata…).

Effetto “collaterale” della mancanza dei diritti fondamentali è il razzismo che si sviluppa contro chi mancando di documenti è di fatto inesistente e viene visto come un “pericoloso fuorilegge”. Ben lo sperimenta Mbolela sulla sua pelle in Marocco, dove finanche i bambini si sentivano liberi di insultare i migranti.

In questa situazione Mbolela insieme ad altri rifugiati e facendo leva su un istituto informale molto interessante di autorganizzazione dei migranti – vale a dire le “chiese dal basso” che si costituiscono intorno a figure che durante il viaggio si sono distinte per solidarietà e coraggio e che ne diventano i pastori (Man of God) – organizza l’ARCOM (Associazione dei Rifugiati Congolesi) che, oltre a far pressione sulle ONG e l’UNHCR per avere i documenti e quindi l’accesso a diritti come il lavoro o la scuola elementare per i bambini, si è battuta contro la deportazione dal Marocco degli africani subsahariani  tutelati – solo a parole – dallo status di richiedenti asilo.

Non siamo criminali, come ci vuole rappresentare nella vulgata razzista, ma non siamo neanche delle semplici vittime, siamo dei soggetti che in prima persona prendono in mano il proprio destino – insegna Mbolela – che da ultimo dice una cosa semplice, ma che nessuno oggi riconosce ai migranti: si scappa dalle guerre, si scappa dalla miseria economica, si scappa dagli effetti indotti dai cambiamenti climatici, ma si esercita anche il desiderio fondamentale – che appartiene da sempre a ogni essere vivente – di voler vedere e stare in luoghi nuovi e che non si conoscono. Un desiderio questo che solo i turisti e il ceto cosmopolita sembra abbiano il diritto di esercitare.

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Narrazioni per dis/orientarsi nel mondo

Laura Pugno, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, Nottetempo, pp. 128, €10 stampa, €5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cos’è esattamente una narrazione romanzesca? Quali territori attraversa e quali contribuisce ad immaginare? A quale comunità di lettori e lettrici e a quale comunità tout court si rivolge, oggi, e come si relaziona con i suoi “corpi”? Quale comunità contribuisce a formare,  ammesso che ne formi una? Conviene muoversi da questa sorta di parafrasi in forma di domande del sottotitolo del breve e densissimo saggio In territorio selvaggio di Laura Pugno, narratrice e poeta, nonché direttrice dell’Istituto italiano di cultura di Madrid, per addentrarsi in pagine vergate da una scrittura aforistica e a tratti enigmatica.

Il ragionamento dispiegato nel testo orbita intorno alla coppia antinomica giardino/bosco, che metaforizza sia i luoghi di ambientazione delle narrazioni sia i territori abitati da lettori e lettrici, dove per “giardino” è da intendersi un setting “pettinato”, confortevole e rassicurante e per “bosco” quella regione impervia e fitta dove “perdersi, fare esperienza”: “consolazione” e “scoperta”, insomma. Ma non c’è, avverte Pugno, una semplice opposizione quanto piuttosto una complementarietà tra i due luoghi, messi in relazione da narrazioni che non si accontentano di raffigurare o essere ambientate in uno solo di essi.

A destabilizzare e mobilitare queste narrazioni vi è ciò che Pugno chiama il “selvaggio”, categoria che emerge con forza da una riflessione sulla propria attività di narratrice, autrice fra l’altro del romanzo La ragazza selvaggia (Marsilio, 2016), per l’appunto. Il selvaggio è ciò che sta “là fuori, davanti a noi” ma che, scrive l’autrice, “non comprendiamo”. È ciò che è sconfinato e nasce dentro di noi, dal nostro corpo, nel momento in cui tracciamo confini tra un dentro e un fuori: una solitudine estrema, un’apertura sul buio, una metamorfosi catastrofica e irreversibile.

Il romanzo, dunque, sembra dirci la scrittrice, non può ridursi a strumento di stabilizzazione, un mero “conforto”, scrive; esso non può che essere un sentiero disagevole e striato da frontiere, abitate e attraversate da corpi irrequieti. Si ha la sensazione che la riflessione abbia come obiettivo critico il mondo liscio e fluido della globalizzazione elettronica, nella quale alla costruzione perturbante di storie si sono sostituite testualità frammentarie in una lingua ipersemplificata. Ecco, il “romanzo bosco”, circondato da un giardino inquietante, emerge come una possibile, disorientante risposta al mondo illusorio, senza segreti e sempre orientato di Google Maps.

Questo è un “libro scritto tutto nella mente” ma “nel mondo reale”, dice l’autrice stessa, una sorta di diaristico flusso di coscienza: insieme riflessione pubblica sulla natura della letteratura oggi e coacervo di inquietudini interiori stimolate dalla realtà filtrata dalla propria immaginazione artistica. In un momento di crisi fortissima della vecchia “critica militante”, divenuta obsoleta nel momento stesso in cui gli spazi di intervento sembravano moltiplicarsi – blog, social network, piattaforme e riviste online gratuite – e dell’asfissia della critica accademica ormai quasi del tutto incapace di interventi divulgativi, questo secondo volume nella nuova e meritoria collana “gransassi | trovare le parole” di Nottetempo ci consegna un’esperienza di lettura di quelle che, come scriveva Roland Barthes nel Piacere del testo, ci portano costantemente a sollevare lo sguardo dalla pagina per soffermarci e rifiatare, storditi da un intenso stupore.

Di Laura Pugno PULP Libri ha recentemente recensito anche il romanzo La metà di bosco.

L’autrice ha anche contribuito alla rubrica Paragrafi d’autore con una scelta di versi dai Quattro quartetti di T.S. Eliot.

https://www.edizioninottetempo.it/

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Romanzo esoterico vintage

Carlo H. De’ Medici, Gomòria, Cliquot, pp. 260, euro 20,00 stampa

recensisce WALTER CATALANO

Manoscritti ritrovati in umide cantine, storie ripescate in polverose riviste, opere mai tradotte riportate alla luce. Cliquot è la casa editrice del recupero dei classici mancati, delle belle opere dimenticate.

Basterebbe questa presentazione sul frontespizio del catalogo per farci già amare la piccola e ricercata casa editrice romana il cui nome rimanda a molti e dotti riferimenti, ma che, a un lettore nonché bevitore come me, evoca soprattutto – nonostante la leggera differenza ortografica – il Veuve Clicquot Ponsardin, uno dei più rinomati champagne. Stesso stile e raffinatezza dello champagne hanno infatti la scelta editoriale sofisticata e la grafica elegante dei volumi pubblicati da Cliquot.

Molte le collane, dedicate agli scacchi, ai fumetti, alla narrativa fantastica e ai generi; molti gli autori, scoperti o riscoperti, sull’onda del valore intrinseco e non certo dell’effetto mediatico: un nome per tutti, un genio del fantastico non abbastanza ricordato e celebrato quanto meriterebbe, Fritz Leiber – venerato dagli edotti ma ormai lontano dall’attenzione del lettore comune – cui Cliquot ha caparbiamente dedicato un bel volume antologico, La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, ed un dettagliato saggio in ebook, L’universo e Fritz Leiber di Federico Cenci (traduttore dei racconti leiberiani contenuti nell’antologia). Altri gioielli in catalogo sono i capolavori dimenticati della proto-fantascienza italiana, Alla conquista della Luna di Emilio Salgari e Gli esploratori dell’infinito di Yambo.

In quest’ottica pionieristica, indifferente alle mode e ai gusti di massa, si situa la riscoperta di un testo e di un autore affascinanti quanto ignoti. Carlo Hakim De’ Medici, il vero cognome dovrebbe essere Verstl Eichtaedt, nobile polacco, nato a Parigi nel 1887 – la data di morte, non è nota – vissuto in provincia, a Gradisca d’Isonzo; giornalista, scrittore e illustratore, dedito alla narrativa gotica e allo studio teorico e pratico delle scienze occulte; figura così feuilletonistica da far sospettare una pura invenzione letteraria o la burla di un contemporaneo sotto pseudonimo, se l’autenticità del personaggio non fosse confermata dallo stile d’epoca, difficilmente imitabile, della scrittura del romanzo e dal tratto inequivocabilmente decadente delle pregevolissime illustrazioni che lo accompagnano. Ma l’esistenza di De’ Medici viene attestata soprattutto dalla consultazione da parte di chi scrive, a scanso di equivoci, del catalogo della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, che conferma fedelmente l’esistenza dell’intera bibliografia citata nell’intrigantissima postfazione di Guido Andrea Pautasso: essa nomina, oltre a Gomòria del 1921, le Leggende friulane del 1924, I topi del cimitero del 1924, Nirvana d’amore del 1925, la traduzione uscita nel 1929 del sulfureo Là-bas di Joris-Karl Huysmans, più vari altri titoli di volumi presenti in biblioteca, compresi i “testi di occultismo ed esoterismo di difficilissima reperibilità”.

Appurata l’attendibilità delle scarne informazioni sull’autore, veniamo al romanzo. Un racconto magico, secondo la definizione dello scrittore, che, innestando la figura del dandy Fin de siècle su uno scenario gotico – il castello di Malanotte sperduto in una lugubre Maremma non ancora bonificata – e a tratti pre-surrealista, riunisce nel protagonista Gaetano Trevi di Montegufo, i tre archetipi cardinali del Decadentismo: l’Esteta, l’Inetto, e il Superuomo. Dell’Esteta Trevi reca in sé lo spleen e la reclusione nevrotica del Des Esseintes huysmansiano, l’aristocratico diabolismo luciferino del Dorian Gray di Wilde e l’erotismo degenerato dell’Andrea Sperelli dannunziano; dell’Inetto la dipendenza dall’etere, la megalomania insoddisfatta e l’inclinazione al capriccio e all’ossessione (pare che una copia del romanzo di De’ Medici appartenesse a Italo Svevo, che l’aveva annotata e sottolineata: un qualche parallelo con Zeno potrebbe non essere peregrino); del Superuomo infine, l’uso spregiudicato, “al di là del bene e del male”, di tutte le tecniche occulte – “amplessi lunari”, riti satanici contronatura, iniziazioni alchemiche – che possano conferire all’esangue aristocratico il ruolo demiurgico di Magus.

La storia procede per tòpoi – ma con gusto e vivacità. Trevi raccoglie dalla strada la zingarella Zimzerla per trasformarla in una femme fatale e, dopo averla sedotta, restituirla sadicamente alla strada da cui viene, ma la fanciulla – quasi come l’Alraune ideata dieci anni prima dal tedesco H.H. Ewers nell’omonimo romanzo che ricorda in parte questo, anche per il poderoso ricorso, data l’epoca assai disinibito, all’erotismo – non è quello che sembra. In lei si annida Gomòria, demone manifestato sotto apparenza femminile, secondo lo Pseudomonarchia Daemonum di Giovanni Wierus, grimorio del 1563. E si squaderna così un altro tòpos: la biblioteca del castello di Malanotte, ricca di testi ricercati e proibiti, grimoires e trattati di arti occulte, citati con dovizia di particolari, da quelli reali, come lo Pseudomonarchia, il De magia et maleficiis, il De diabolico delirii rimedio, ecc. fino agli pseudobiblia: con tre anni di anticipo sul Necronomicon lovecraftiano, De’ Medici ci propone Sathan di Cosimo Ruggieri, astrologo di Caterina De’ Medici, volume rilegato in “pelle di bimbo morto senza battesimo”.

La storia, secondo i canoni del soprannaturale stregonesco, procede verso un finale faustiano (nel senso di Goethe, più che di Marlowe): come spiega Pautasso, “un’opera iniziatica, con l’autore che, distillando conoscenze segrete e pratiche magiche, presenta il suo Mistero nella speranza di esercitare sui lettori una speciale rivelazione”. Il testo si situerebbe dunque, secondo il curatore, nella scia di quei romanzi fantastici dalle intenzioni esoteriche, come quelli dell’austriaco Gustav Meyrink – Il Golem, L’angelo della finestra d’Occidente, Il volto verde, ecc. – quelli dei francesi affiliati all’Ordine Cabalistico della Rosa-Croce, come Joséphin Péladan, o quelli degli autori inglesi legati all’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, come Arthur Machen, Algernon Blackwood o (mancava solo lui…) Aleister Crowley in persona.

Noi però ci accontentiamo della godibilità tardo-decadente e orrorifica del romanzo e, senza cercare arcani segreti, preferiamo perderci a contemplare la torbida bellezza delle immagini liberty, opera dello stesso De’ Medici, che corredano il volume (segnalibro compreso): visioni degne dei grandi dell’illustrazione fantastica europea come Alberto Martini o Alfred Kubin.

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Scopate boreali

Bergsveinn Birgisson, Risposta a una lettera di Helga, tr. Silvia Cosimini, Bompiani, pp. 142, € 13,00 stampa, € 8,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Scrittore islandese, residente in Norvegia, impressione di solido mestiere in un racconto che tiene conto delle profonde tradizioni contadine e pastorali di un territorio in cui la forma fisica è necessaria per lavorare, vivere, curare le bestie e il corpo delle donne amate. Nelle fenditure dei ghiacci, tra improvvisi squarci di vapore surriscaldato, non ci si libera del passato: lì vive, a stretto contatto con gli allevamenti di bestiame e lontanissimo dalla città, un uomo capace di amare fino alla vecchiaia, e di scrivere intorno a questo amore in un’ultima lettera a Helga, colei che gli aveva fatto scoppiare la brama di un corpo prosperoso.Bompiani

Bjarni, a novant’anni, sente sgorgare dal profondo la volontà di confessarsi all’amante perduta, considerando il tradimento verso la moglie come una specie di vendetta degli dèi islandesi invidiosi di un pastore adultero, impostore, e così traboccante di potenza sessuale. Nasce una lettera, narrata dal romanzo di Birgisson, in risposta all’unica missiva scritta da Helga, dove la vita consumata da Bjarni in lavori materiali su macchinari, bestiame e pesci destinati all’essiccamento, riceve i lampi improvvisi di una passione travolgente e le fantasticherie disperse in gelidi venti primaverili.

I due amanti sono vicini di casa, lui spesso osserva la donna attraverso il binocolo, mentre la moglie Unnur esplode la sua rabbia con frasi dirompenti. All’abile pastore cresce ogni giorno di più il desiderio per quelle forme perfette e sinuose quanto i fiordi dell’Est. In un luogo dove le famiglie sanno tutto di tutti, ogni cosa appare prolifica e tormentata da alienazioni nordiche, perfino lo scandalo si trasforma nel frutto di un territorio che rovescia addosso ogni genere di guai concreti alla mercé di eventi climatici atavici e “generosi”. Nella lettera Bjarni racconta i fatti e gli eventi di cui è stato protagonista, si strappa dal petto l’impasto di torrida violenza insito nella brama, come se la propria natura animale avesse avuto il sopravvento in gran parte dei lunghi anni trascorsi nella fattoria. Con una vicina di casa tanto desiderabile, e i rispettivi consorti preda di intorpidimenti congeniti, con un paesaggio grondante sangue e tramontana e ricco di sortilegi, giungere a un punto di non ritorno si trasforma in qualcosa di essenziale e inevitabile.

Le superstizioni sulla monta degli ovini, il controllo delle loro carni per verificarne lo stato più o meno pasciuto, s’accavallano all’evidenza dei seni bianchi e delle forme rigogliose dell’amata. Su tutto sembra fiammeggiare la presenza delle femmine troll nell’Edda di Snorri, caldo esempio di membra fumanti e gambe divaricate ai bordi del fiume gelido. Le fantasie dell’uomo seguono il ritmo delle stagioni islandesi, abbondanti di metamorfosi, trovando l’acme in un eterno giorno di primavera quando l’accoppiamento avviene in un profluvio di furia.

Birgisson descrive con rara efficacia il paesaggio interiore dell’uomo immerso nel panorama boreale e scintillante. Capacità letteraria di un autore poco conosciuto in Italia, e merito della traduttrice Silvia Cosimini che ci offre il ricordo di antichi film girati su isole lontane (Bergman, certo) dove il gelo e il bianco e nero stagliavano personaggi di inaudita presenza scenica. Dalla Lettera riemergono le stagioni dell’amore in un paese dove gli eventi atmosferici esaltano corpi trionfanti e votati a salvaguardare la terra, il mare, le dimore e gli animali. L’uomo ormai anziano, che guardava la donna nel suo splendore, non teme questo mettere a nudo il cuore, né ammettere i propri errori.

Gli impeti erotici, per la verità, sembrano esaltare tempi in cui non si temeva di considerare l’invadenza del corpo come qualcosa di contrario alla civiltà. Ne risulta un mondo arcaico di grande impatto, pieno di rischi ma dove le ricchezze femminili e maschili sono ancora saldamente intrecciate alle antiche cadenze della natura. La scrittura di Birgisson vi si adegua, ne trae vantaggio, e rimanda a noi confessioni schiette che consideravamo estinte. “Ogni singolo giorno della mia vita ho tratto piacere dagli animali” riconosce l’autore della lettera al termine del romanzo. Affinare le greggi è affinare la mente e i pensieri sulla vita vissuta. Helga ne faceva parte, una lettera l’ha raggiunta: ma solo nell’al di là, poiché Helga è morta, e il suo amante sta ancora sull’argine a riempirsi di luce, “arenato vecchio” tra due poggi in Islanda.

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El cantor de tango

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Carlos Gardel, tr. Fiorella Di Carlantonio, Edizioni Sur, pp. 127, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Sur ripropone questo meraviglioso Carlos Gardel (già uscito nel 2010 per Nuages), opera di due grandi dell’arte sequenziale, uno residente da anni e anni in Italia (Muñoz), l’altro invece nella natia Argentina (Sampayo). Che disegnatore e sceneggiatore del volume meritino l’appellativo di “grandi” lo attesta il fatto (tanto per dirne una) che la loro serie hard-boiled Alack Sinner è tra le ispirazioni riconosciute di Sin City, di Frank Miller. Questo non deve stupire più di tanto nella misura in cui Miller ha reso omaggio a Hugo Pratt ne Il ritorno del cavaliere oscuro, e Muñoz considera il creatore di Corto Maltese come suo maestro; quella del fumetto è un po’ una grande famiglia.

Veniamo ora al protagonista di questa sorta di graphic biography, Carlos Gardel. Non si tratta semplicemente un grande cantante argentino, e forse il più grande cantante di tango di tutti i tempi. Non si tratta solo di un uomo di grande talento, che era anche attore, compositore e paroliere. Charles Romuald Gardès, in arte Carlos Gardel è per gli argentini una sorta di icona nazionale – e per questo una figura affascinante per chi, come Muñoz e Sampayo, opera combinando immagini e parole. Nel loro fumetto i due artisti vogliono renderci Gardel come simbolo dell’Argentina, indissolubilmente legato a quella musica che associamo immediatamente con il paese sudamericano, e cioè il tango (anche se la genesi della musica e del ballo è rivendicata pure dagli uruguayani, e secondo Borges sarebbe la milonga ad esprimere la vera anima argentina).

Data lo status iconico del grande cantante e musicista, non stupisce che attorno alla figura di Carlitos Gardel ci sia tutta una fioritura di miti, dicerie, dubbi e anche veri e propri misteri. Se per esempio è appurato ormai che il più argentino dei cantanti argentini nacque a Tolosa nel 1890, quindi francese come la madre, resta ancora da chiarire come mai nel 1920 fece domanda per veder riconosciuta la sua nazionalità uruguayana, dichiarando di essere nato a Tacuarembó, in Uruguay, per poi richiedere la nazionalità argentina solo tre anni dopo. E altri episodi della sua vita, nonché della sua morte nel 1935 in un incidente aereo (di tutti i posti a Medellín, in Colombia, allora non ancora tristemente nota per altro motivi), restano poco chiari ancora oggi.

Non mi dilungherò sulla serie di misteri che ruotano attorno al personaggio di Gardel, anche perché Muñoz e Sampayo lo fanno assai meglio di quanto possa fare io. Non a caso la storia ha una cornice, un programma televisivo, Amichevoli sparatorie, nel quale il professor Herrera Schwartz, esperto in identità nazionale, e Barrasa, che viene presentato come massima autorità mondiale su Carlos Gardel, più che dibattere si scannano con versioni contrastanti della vita del cantante musicista e attore. Uno dei due commenta, durante un infuocato scambio di battute, «sempre sull’orlo della guerra civile, noialtri», sottintendendo argentini, ovviamente. Le diverse ricostruzioni dei due esperti rendono l’idea della contraddittorietà della vicenda di Gardel, dei suoi lati oscuri, dei suoi buchi.

Ma i due autori hanno trovato il modo di complicare la faccenda ancor di più, inserendo nella storia Romualdo Merval, un vecchio che sostiene di aver ucciso il cantante (quando si sa bene che è morto in un incidente aereo col resto del suo complesso), e che per tutta la vita ha sofferto di una sorta di psicotica identificazione col divo. Merval è un po’ per Gardel quello che Mark David Chapman è stato per John Lennon, o meglio, avrebbe potuto esserlo, perché mentre Chapman ha realmente fatto fuoco su Lennon, in tutto il fumetto Merval segue il cantante ripetendosi ossessivamente che lo deve uccidere senza però mettere veramente in atto il suo proposito. Quindi Merval come assassino mancato e probabile psicopatico e mitomane, un personaggio che dà a quella che potrebbe essere una semplice biografia quel tanto di immaginario che, vista la dimensione mitologica di Gardel, non guasta, anzi, rende ancora più evidente la natura già di per sé romanzesca del personaggio storico.

Infine, il disegno di Muñoz. Nella sua prefazione Riccardo Falcinelli fa una serie di osservazioni acute e puntuali che invito tutti a leggere; mi preme solo aggiungere che nel suo mescolare di tanto in tanto figure nettamente antropomorfe, anche se delineate con un tratto assai personale e più scolpito che cesellato, con animali umanizzati ai confini col disneyano (cosa notata da Falcinelli) Muñoz sta ben dentro quello che potremmo chiamare postmodernismo. Una mossa che nel fumetto viene più facile che nella letteratura verbale, e che nella sua stranezza s’armonizza con la vicenda tra storia leggenda e mistificazione del grande Gardel. Falcinelli la riporta a quegli anni Trenta affollati di miti e proiettati dal cinema; giusto, ma direi che c’è anche dentro la lezione di Pratt, e del suo incessante attraversare la linea di confine tra storia e immaginario.

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Persi nelle foreste del nord

Annie Proulx, Pelle di corteccia, tr. Silvia Pareschi, Mondadori, pp. 798 , €24 stampa, €11,99 ebook

recensisce SARA TOSETTO

È la foresta del mondo. È infinita. Si attorciglia su se stessa come un serpente che si ingoia la coda, e non ha né inizio né fine. Nessuno ha mai visto i confini più lontani.

A parlare è Monsieur Trépagny, uno dei primi, spregiudicati avventurieri francesi a comprendere le vere ricchezze offerte dalle sterminate foreste vergini della Nuova Francia (il futuro Canada francese) alla fine del ‘600. Il territorio da poco scoperto non offre solo pellicce pregiate di castoro ed ermellino ma legname a volontà – legna per costruire case, mobili, navi, utile anche come combustibile. E poi terra: da coltivare e da addomesticare, un immenso territorio che occorre “liberare” dall’oscuro giogo della natura selvaggia. Inizialmente, Monsieur Trèpagny sembra capire e temere quell’immenso animale selvaggio che è la foresta primigenia, anche perché per praticità adotta costumi e leggende degli indigeni mi’kmaq, che non cercano di piegare la natura alla loro volontà; ciò nonostante a muoverlo sono una cupidigia crescente e una crudeltà che appaiono senza fondo, proprio come le foreste – una risorsa che sembra esistere da sempre e
per sempre solo per essere sfruttata dall’uomo.

Nel giro di appena una generazione questo universo di verde oscurità lascia spazio allo squallore delle terre coltivate tra i ceppi e da un orizzonte sempre più spoglio. I nuovi protagonisti sono gli eredi ideali di Trépagny, i suoi due lavoranti René Sel e Duquet, che daranno vita a due dinastie destinate talvolta a incrociarsi tra loro e a durare fino ai nostri giorni. La famiglia di René diventa custode della componente più “ambientalista” (non a caso, René sposerà l’indigena Mari, un tempo al servizio di Trépagny), mentre Duquet e i suoi eredi vedranno nella natura solo un mezzo per arricchirsi, arrivando a incarnare il lato più avido e interessato ai profitti già presente in Trépagny.

Nella prima parte del romanzo, Proulx è abile a calare il lettore nell’ambiente primigenio che inghiotte i personaggi e a presentare il personaggio principale, incredibilmente vivido nella sua natura sempre più spregevole e meschina, oltre che nel suo delirante sogno di ricreare una piccola Francia in mezzo alla foresta, dove finalmente può essere indiscusso signore e padrone. Man mano che la foresta viene addomesticata dall’uomo e i personaggi allentano il loro legame con essa, anche la narrazione sembra perdere progressivamente il suo fascino. Duquet viene descritto con insistenza come il prototipo, per non dire lo stereotipo, del mercante furbo e alla fine spietato (farà sua la crudeltà barbara che tanto aveva criticato nel suo seigneur e verrà duramente punito), mentre l’ingenuo René lascerà la scena ai suoi numerosi figli meticci, e ai figli dei loro figli, per diverse generazioni. A parte qualche felice eccezione, il lettore si trova di fronte a una sfilza di nomi destinati a ritirarsi rapidamente dal palcoscenico della narrazione per far posto ad altri, prima che si abbia avuto modo di interessarsi alle loro vicende.

Nonostante le lodevoli intenzioni, a Pelle di corteccia manca la cruda efficacia degli scritti migliori di Proulx, come il romanzo Avviso ai naviganti (vincitore dei più prestigiosi premi letterari USA e recentemente riproposto da minimum fax) e i racconti che l’hanno resa famosa (a partire dal celebre I segreti di Brokeback Mountain). Se Proulx non dimentica di inquadrare efficacemente ciascuno dei suoi numerosissimi personaggi almeno con un dettaglio caratteristico, rischia di lasciare troppo poco all’immaginazione del lettore, concentrandosi su eventi che si dipanano in modo sempre più monotono, spesso didascalico. È come se Proulx presentasse in modo quasi scolastico le numerose, interessanti nozioni sugli indiani, anziché integrarle in modo profondo e originale nel tessuto del romanzo. Il risultato è una narrazione che si fa sempre meno coinvolgente, mentre i fatti vengono detti, più che mostrati.

Colpisce in particolare il racconto della vita dei nativi, che non risulta particolarmente evocativo – specie in confronto al maestoso racconto di William Vollmann in Venga il tuo regno (anch’esso in parte incentrato sulla colonizzazione del Canada), che rievoca la vita fuori dal tempo degli indiani mi’kmaq e l’inesorabile disintegrarsi di generazioni e popoli all’incendio perpetuo della Storia.

L’autrice sottolinea più volte che René e i suoi discendenti vengono trasportati dagli eventi come “foglie cadute in acqua e trascinate dalla corrente”, ed è chiaro che si propone lo scopo ambizioso di far sparire le misere vicende umane di fronte alla storia del bieco sfruttamento della natura nel corso dei secoli, e dei mali che ne derivano. Il suo è un messaggio dettato da un’esigenza ben più alta di un banale omaggio al politically correct, soprattutto se si considera che Proulx ha profuso molto tempo e impegno nella stesura del romanzo e nelle ricerche necessarie a scriverlo. La perdita del legame tra uomo e natura va di pari passo con la perdita del legame con la letteratura: è dalla natura che l’uomo proviene, da essa ha tratto le prime metafore, il germe del pensiero creativo. La foresta, in particolare, ha una valenza originaria nella cultura occidentale: dalla selva oscura di Dante al bosco di pilastri delle cattedrali gotiche, tradizionalmente simboleggia il rapporto tra cielo e terra, umano e divino, immanenza e trascendenza. Dopotutto, come ricorda nel romanzo un mercante cinese a Duquet, gli scrittori hanno bisogno di sfruttare la natura per ricavarne i cosiddetti “quattro tesori degli studiosi […]: il pennello, l’inchiostro, la carta e la pietra da inchiostro, gli strumenti della carta calligrafica”; ma l’uomo occidentale sembra l’unico a non percepire “lo stato di armonia fra le persone e la natura”, che l’antica cultura cinese cercava di salvaguardare e riprodurre nei loro splendidi giardini.

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