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Utopie e nefaste utopie

Uwe Timm, Un mondo migliore, tr. Matteo Galli, Sellerio, pp. 520, euro 15,00 stampa

di FRANCO RICCIARDIELLO

Con questo romanzo di Uwe Timm continua la breve selezione di opere pubblicate da Sellerio sulla fine del nazismo, scritte da autori tedeschi, che parlano anche dell’opposizione interna al regime, o si interrogano su una mancanza di opposizione. A parte la riedizione di E adesso, pover’uomo? Di Hans Fallada, già tradotto nel 1950 per Mondadori, la “quadrilogia” alla quale mi riferisco inizia nel 2010 con Ognuno  muore solo (Jeder stirbt für sich allein, 1947), sempre di Fallada, che Primo Levi giudicò, dopo averlo letto nella prima traduzione Einaudi del 1950, “Il libro più importante che sia mai stato scritto sulla resistenza tedesca al nazismo”. Il secondo libro cui mi riferisco, pubblicato nel 2017, è Berlino ultimo atto di Heinz Rein (Finale Berlin, 1946), anche questo apparso originariamente subito dopo la guerra, quando l’editoria tedesca pubblicava i primi testi critici verso il nazismo. Benché pressoché contemporanee, le due opere hanno una genesi molto diversa: il libro di Fallada, scritto di getto in nosocomio, durante le ultime settimane di vita dell’autore, racconta un tentativo di resistenza “privata” da parte di una coppia di mezz’età il cui figlio è morto in battaglia, nei primi giorni di guerra contro la Francia. Persa ogni fiducia in Hitler, i due scrivono e abbandonano di nascosto cartoline critiche contro il nazismo in luoghi pubblici dove possono essere facilmente ritrovare e “fatte circolare”.

Il lungo testo di Rein, scritto quando le rovine di Berlino sono ancora fumanti, riflette le teorizzazioni della Lega degli scrittori proletari rivoluzionari, il cui manifesto nel 1928 aveva propugnato una “letteratura dal basso”, quindi a portata delle masse: il monumentale romanzo è un testo scorrevole, popolare, che intreccia le vite di personaggi non particolarmente caratterizzati dal punto di vista psicologico, durante le ultime due settimane di vita del regime nazionalsocialista, quando l’Armata Rossa circonda e espugna Berlino. È un notevole documento che si lascia andare a considerazioni sulla natura del nazismo e sulla fascinazione esercitata da un regime criminale su un intero popolo.

Il terzo romanzo che ho individuato è Tutto per nulla (Alles umsonst, 2006) pubblicato nel 2018, ambientato nell’ultimo inverno di guerra in Prussia Orientale; l’autore, Walter Kempowski (1929-2007), nel dopoguerra ha scontato otto anni di prigione in Germania Est per spionaggio a favore delle truppe d’occupazione statunitensi.

Infine Un mondo migliore di Uwe Timm, nato nel 1940, che, a differenza dei primi tre romanzi, non è l’opera di un testimone diretto della caduta del Terzo Reich per la sua giovane età. Pubblicato in Germania nel 2017, la trama sembra una via di mezzo tra Autunno tedesco di Stig Dagerman (Iperborea) e L’arcobaleno della gravità (Rizzoli) di Thomas Pynchon — con i dovuti distinguo, ovviamente. Nel maggio del 1945, Michael Hansen, un tedesco naturalizzato americano (giunto negli Stati Uniti all’età di 12 anni con la famiglia), arriva in Germania a seguito dell’esercito alleato. I suo superiori lo incaricano di scoprire più cose possibile sul professor Alfred Ploetz, campione dell’eugenetica nazista, che prima della guerra è arrivato vicino a vincere il Nobel: “Che cosa spinge davvero la gente, da dove viene questa ossessione scientifica per il miglioramento e al tempo stesso quest’idea di regolamentare, eliminare chi esula dalla norma, chi non funziona, tutte cose che certamente si trovano anche da noi in America, ma come hanno fatto qui in questo paese ad arrivare a un tal livello di perfezione omicida? Questa mescolanza di follia medievale e razionalismo tecnologico.”

Siccome non può più mettere alle strette lo scienziato, morto cinque anni prima, Hansen interroga a più riprese il suo migliore amico, il socialdemocratico Karl Wagner, ottantenne che ha vissuto in clandestinità a Monaco di Baviera per dieci anni nel timore di essere arrestato e tradotto in campo di concentramento.

Malgrado gli opposti ruoli nella scala sociale, Wagner e Ploetz non hanno mai smesso di frequentarsi, anche grazie a una donna, che tutti chiamano la Greca, un’artista che dopo essere stata corteggiata dal primo ha sposato il secondo. L’aspetto che più stupisce Hansen e i suoi superiori è l’evoluzione di Ploetz da comunista radicale, seguace delle teorie del socialista utopista francese Étienne Cabet, ad alfiere del razzismo genetico.

Il romanzo è costruito a capitoli alterni: quelli più lunghi sono la trascrizione delle lunghe sedute di interrogatorio di Wagner, che si protraggono per 14 giorni; i più brevi raccontano l’esperienza di Hansen a Monaco e dintorni, dal termine della guerra e fino ad agosto, i suoi rapporti con i tedeschi vinti, le riflessioni sul paese in ginocchio e sul nazismo, le relazioni con le donne che cercano nei militari dell’esercito occupante qualche comfort dopo anni di razionamento e privazioni.

Le sedute d’interrogatorio con Wagner si trasformano in un riassunto di mezzo secolo di storia dei movimenti utopisti in Germania, con molte divagazioni su come si sia scivolati da “una nazione industrializzata con una classe lavoratrice politicamente cosciente e organizzata” alla barbarie medioevale del nazionalsocialismo. Il racconto inizia a fine Ottocento, quando Ploetz e Wagner si recano in America del Nord per visitare le colonie icariane, fondate dai seguaci di Cabet.

Poiché la storia dei movimenti comunisti pre-marxisti è oggi archeologia politica, Uwe Timm fa in modo che le interviste di Hansen riportino alla memoria anche quel frammento di storia del socialismo.

Nel 1840, l’ex deputato francese Étienen Cabet scrive un lungo pamphlet utopistico, Voyage en Icarie, che per due anni circola in forma clandestina e viene stampato nel 1842 come “romanzo filosofico”. Con il pretesto di narrare un viaggio nell’isola greca di Icaria, vicino alle coste turche, Cabet  racconta la realizzazione pratica di una società comunista, senza proprietà né classi, lontana dai programmi massimalisti che dal 1889 avevano caratterizzato il socialismo fino al regno di Luigi Filippo, attraverso Babeuf e il conte di Saint-Simon. Cabet è tra l’altro il primo al mondo a usare la parola “comunismo” in riferimento a un partito politico.

Wagner racconta dunque il viaggio in America, dove i due si scontrano con la realtà pratica delle colonie icariane, che ospitano in stati del Midwest migliaia di emigrati dall’Europa, L’ideale è costruire una società senza classi, che indichi al mondo “esterno” la via nonviolenta al socialismo — un socialismo, tra l’altro, con forti venature di Nuovo Testamento. I due però trovano una realtà divisa e austera, assorbita dai problemi della produzione agricola, con un processo decisionale scarsamente democratico, dal momento che le donne neppure hanno diritto di voto in assemblea.

Al rientro dall’esperienza americana, le strade dei due amici cominciano a divergere: Wagner rimarrà sempre fedele al radicalismo politico, alla democrazia integrale, appoggerà la Repubblica dei Consigli nata dalla rivoluzione a Monaco di Baviera, che sarà schiacciata dal governo socialdemocratico con l’utilizzo dei freikorps armati dagli industriali, sarà incarcerato sotto il nazismo, costretto alla clandestinità per salvarsi la vita. Ploetz invece studia Medicina; partendo dalle teorie evoluzioniste sul miglioramento della razza approderà all’eugenetica, perseguita negli anni Ventri e Trenta del Novecento anche dai governi socialdemocratici scandinavi, e finirà come campione delle teorie razziste del Reich — peraltro, senza mai levare la sua protezione a Wagner.

Con la fine dell’estate 1945, ha termine anche l’incarico di Hansen, che da qualche tempo già sentiva l’inutilità del proprio lavoro: eliminato il pericolo nazista, ottenuta la resa del Giappone con il lancio di due bombe atomiche, i suoi superiori perdono interesse per l’eugenetica di Ploetz, e sembrano più interessati all’eventuale appartenenza di Wagner a un’organizzazione comunista.

La guerra mondiale è finita; dietro l’angolo c’è già la guerra fredda.

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Il popolo di Crottarda

Claudio Morandini, Gli oscillanti, Bompiani, pp. 256, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Immaginiamo che Gli oscillanti sia un libro di memorie trascritto da un taccuino di viaggio, ritrovato dalla protagonista del romanzo molti anni dopo gli avvenimenti accaduti a Crottarda, fosco paese incastonato fra le montagne. Il tempo è passato, il mistero riguardante le voci e i canti pastorali uditi in quei luoghi, e soprattutto i misteri degli abitanti saldamente incarcerati nelle loro menti e nelle loro cantine, sono rimasti tali. La giovane etnomusicologa non è più tanto giovane, ancora si chiede in che modo sia scampata alle oscure, passabilmente macabre, nottate trascorse in quel paese lontano, dove il sole appare molto di rado e gli abitanti si aggirano come spettri rinchiusi in esistenze livide e impersonali. Una vita segnata dall’odio e dalla faida con i nemici di Autelor (“Quelli Là”), villaggio dirimpettaio, posto in alto, e in piena luce solare. La ricercatrice prova scientificamente, e in seguito romanticamente, a cercare l’origine dei canti notturni dei pastori, per catturarli con un magnetofono mentre sembrano risalire dalle vetuste doline che traforano l’intera montagna e il sottosuolo di Crottarda. Paese immaginario ma non tanto, disperso con tutti i suoi abitanti fra montagne difficili da raggiungere e sede di fenomeni alquanto strani e misteriosi. Ben presto si accorge, che, dopo la prima accoglienza forse necessaria ma offerta da manigoldi patentati, questa gente – specie di zombie falsamente innocui o quasi – proverà a contrastare il suo desiderio di verità con ogni mezzo: l’enigmatica tenutaria della casa che l’ospita, la negoziante quanto meno reticente, il sindaco impregnato di cerimoniosa ipocrisia. Senza dimenticare quella specie di creatura selvatica e incontrollabile che è Bernardetta, compagna di stanza strampalata e alla fine bisognosa di rapidi affetti anche corporali, così come i cuccioli in luoghi inospitali e non domestici pretendono dagli adulti. Ai paesaggi montani, impervi e ben poco affettuosi, ci hanno abituato i romanzi di Morandini, là dove le antiche civiltà sono rudi e difficili, francamente incomprensibili all’epoca del disastro social, ma in questo caso abbiamo, in più, una specie di sottile vena che riporta a certi racconti fiabescamente dark di Stephen King. La protagonista si ritrova incollata a un tempo distorto, a reazioni umane a cui non è abituata, diventando così inadeguata a reagire come converrebbe. Le orde impazzite del precedente romanzo (Le maschere di Pocacosa) qui si sono trasformate in un serraglio di inetti capaci soltanto, a suo vedere, di azioni incomprensibili. L’eroe dodicenne ha lasciato il posto a una simpatica ragazza, scienziata, che vorrebbe tirar fuori da quel terreno sgarbato le bellezze ataviche di civiltà (forse non del tutto) perdute. Ma si ritrova precisamente dove le leggi fisiche sembrano piegate da dimensioni estranee, e come potrà uscire dall’impaccio e cavarsela lo scoprirà chi ama leggere e chi avrà volontà d’impossessarsi del romanzo. Le narrazioni di Morandini hanno le loro radici in territori aspri e ripidi, dove la natura comanda ispida, incastonati fra Italia, Francia e Svizzera, niente a che vedere geograficamente con le cittadine del Maine, più o meno fittizie, descritte da King nelle sue storie. Ma le sospensioni temporali, le mortificazioni prive di senso, e la scoperta di mondi sottosopra (con un “sotto” che assurge a contraltare fosco e potente della montagna) si proiettano decise nel nostro immaginario. Gli oscillanti non è soltanto il popolo rimasto sbarrato fra le mura del paese di Crottarda, gli Oscillanti siamo noi, incapaci di rincorrere gli attraversamenti solari perché la luce possa regolare il tono della vita e dei desideri. Morandini non descrive assoluzioni e possibili riscatti, a differenza di coloro che soggiornano nella riserva protetta (alquanto in voga) degli scrittori “di montagna”: la sua ricerca si dirige dove le oscurità umane hanno la meglio sul territorio, resistendo in vallate eterne e nascondendo le bellezze che pur esistono là dove arrampicarsi è difficile ma ancora più difficile è evitare di farsi inghiottire dalla porosità umana, prima ancora che dalla porosità del terreno.

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Scrittori Stran

Maurizio Cometto, Magniverne, Edizioni Il Foglio, pp. 313, euro 16,00 stampa

di DANILO ARONA

Se leggete la parola Stran da qualche parte, metti su qualche sito che si occupa di narrativa un po’ fuori dai canoni, quelli siamo noi, i neogotici piemontesi. Non male come inizio, vero? Soprattutto se è palese un tentativo di interesse privato. Ma, insomma, gli Stran sono appunto tali, strani.

Bene, adesso smetto di scherzare ma i fatti sono proprio questi. Ovvero, i piemontesi che producono letteratura fantastica fanno gruppo e a loro modo propongono una consorteria di qualità e soprattutto “vendibile”. Volendo conoscerli alla veloce, dobbiamo partire dal “padrino” ufficiale, quell’instancabile ed erudito saggista che è Franco Pezzini (che ha firmato negli ultimi anni saggi fondamentali sul fantastico) e, a seguire in ordine casuale: Fabrizio Borgio, Christian Sartirana, Alessandro Defilippi, Maurizio Cometto, Davide Mana, Angelo Marenzana (quando non scrive di delitti in epoca passata), Cristiana Astori, Gigi Musolino, Stefano Priarone e me medesimo. Insomma, cognomi importanti e rimando a breve  l’approfondimento del gioco di gruppo che, va da sé, propone due sole e semplici regole, la pertinenza del genere e l’ambientazione piemontese. Oggi mi occupo di Maurizio Cometto e della sua antologia Magniverne, che non è una raccolta a casaccio di racconti variegati, ma un percorso a tappe le une con le altre collegate dall’identico teatro narrativo, l’immaginario paese di Magniverne, inesistente ma posizionato in Piemonte.

Come sappiamo da tempo, il tema peculiare del borgo “maledetto” viene da lontano e caratterizza innumerevoli autori gotici e horror di ieri e di oggi. Cometto non fa eccezione e, per quel che riguarda gli Stran, si affianca alla Idrasca di Musolino, la Gramigna Nuova di Sartirana o l’Ubertoso di Borgio. Solo che Magniverne è ben più di un contenitore, ma una sorta di paese “vivente” che annovera persino un gemello vicinissimo in linea d’acqua, ed è il massimo che posso snocciolare per chi ancora non ha letto il libro. Il libro consta di set “stazioni”, tutte quante caratterizzate da approcci all’inizio realistici che sfociano in modo graduale e non forzato in un’altra dimensione interconnessa a quella quotidiana. Tale duplicità del Reale è la cifra della narrativa di Maurizio, per la quale possiamo certo scomodare, restando in “casa”, Dino Buzzati, ma personalmente, se mi si concede l’iperbole, io chiamerei come parte in causa l’oscuro e immenso David Lynch.

Certo, gli accostamenti possono essere casuali, ma già l’ombra dell’artista americano aveva a parere mio impregnato le pagine dello straordinario romanzo a racconti Cambio di stagione (Ass. Cult. Il Foglio, 2011), straordinario apologo di sopravvivenza in una Torino a dir poco “aliena”. Ora ci siamo allontanati dalla metropoli, ma il gotico rurale forse ancor meglio si presta a questo straniante gioco di sdoppiamenti, portali su altri mondi a un millimetro dal naso, case stregate, loca infesta e creature che neanche Lovecraft si sarebbe sognato. A Magniverne, che si specchia in un fiume malefico dal nome evocativo (Labironte), “si esita” spesso ma non volentieri davanti a un consanguineo, a un angolo in ombra della propria casa, su un sentiero dalla  destinazione certa sino a un istante prima. A ricordarci la grande lezione sul primo, caratterizzante connotato del genere: la percezione adulterata.

Magniverne, come ogni altro prodotto degli Stran, è infine un’ulteriore dimostrazione di come una regione naturalmente “nera”, sia, citando Alessandro Defilippi, “una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione” (da “Le radici del male” prefazione de Nero Piemonte e Valle d’Aosta, Perrone, 2009). Quel Piemonte, ambiguo e  maligno, dove tanti misteriosi paesi sono “anche” Magniverne. Tra i tanti Airasca, in zona di Pinerolo, che ha ispirato l’Idrasca di Musolino, e il cui nome significa  “luogo ricco di acque affioranti”. Inutile ricordare che l’acqua, sotterranea o in superficie, è legata alla magia e all’energia corrente e che in certi posti gli stregoni, apprendisti e di lungo corso, sono tuttora presenti. Proprio come nel Labironte di Magniverne, il serpente acqueo che racchiude il più oscuro dei segreti.

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Digital Humanities

Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto (mixed by),  Alessandro Baricco (feat.), The Game Unplugged, Einaudi, pp. 304, euro 14,00 stampa

di FABIO MALAGNINI

A dispetto dei suoi critici, Alessandro Baricco un superpotere ce l’ha di sicuro: morso in tenera età dal ragno radioattivo del mainstream, rende qualsiasi cosa racconti  subito perfettamente ovvia a tutti, fosse pure l’algoritmo segreto di Google.

Pochi mesi fa, in The Game ci ha raccontato che questa volta il Novecento (il secolo breve, non la sua omonima pièce teatrale) è proprio finito. Che la rivoluzione digitale non sia nata dai transistor ma dall’etica hacker e da tipi umani alla Stewart Brand. Basta unire i puntini da Spacewar ai social network, e – TAAC – il risultato sarà la gamification delle nostre attuali esistenze. A differenza dell’Angelo di Walter Benjamin non possiamo guardarci indietro, soltanto avanti nel nuovo Oltremondo digitale.

Se può sembrare un reportage di Wired anni Novanta, la decade d’oro dell’ideologia californiana (il libro omonimo di Andy Cameron e Richard Barbrook è del 1995), è perché a Baricco interessa l’antropologia, non Cambridge Analytica o Black Mirror.  E poi il lettore di Next e dei Barbari chiedeva una mappa per i tempi nuovi, un segnale chiaro e The Game glielo ha dato. Baricco è bravo e nelle interviste ha già aggiustato il tiro, soprattutto sa passare la palla e fare gol anche restando in panchina.

Da qui riparte The Game Unplugged:  un remix, anzi un bonus disc con dodici tracce di altrettanti autori Millennial – qui detti “cannibali digitali”, richiamando la vocazione ultraventennale della Collana Stile Libero. Un esempio di influencer marketing da manuale per portare il verbo di The Game anche tra il pubblico giovane adulto, che di regola il libro di Baricco  lo ricicla al nonno o alla zia.

Dall’antologia affiora una panoramica di Digital Humanities italiani, contenuti di confine emersi un po’ ovunque la sfera della tecnologia abbia intersecato semiotica, sociologia, ambiente, studi di genere e quant’altro.  Ogni saggio contribuisce ad arricchire  il lessico – la mappa, direbbe  Baricco –  del nostro presente digitale, aggiungendo nuovi anelli (nuovi livelli) alla base della narrazione di The Game. A ogni nuovo anello il discorso di fa più preciso, articolato, aderente alla realtà che, volenti o nolenti, ci ritroviamo ogni giorno a condividere. Non troppo sorprendentemente,  nessuno o quasi condivide l’ottimismo di The Game, tutti o quasi ne rispettano la traccia.

Dalla proliferazione delle interfacce simboliche alla retromania anni 80/90 di default quando la memoria artificiale diventa illimitata; dalle vite sorvegliate del capitalismo digitale alle serie non lineari che non ci lasciano mai. Il catalogo è questo e comprende molto altro ancora. Per qualcuno il digitale conserva intatto il suo potenziale di cambiamento e, in meglio o in peggio, la partita è ancora da giocare, per qualcun altro la prima cosa da fare è uscire da un gioco divenuto tossico e riorganizzare le forze. Un po’ apocalittici, un po’ integrati, consolidano entrambi la cartografia del digitale.

E qui sta forse l’unico vero limite che si percepisce in Unplugged: un acuto carotaggio del presente digitale, (anche se un po’ defilato rispetto a temi di punta tipo AI, criptovalute, etc.), senza per ora una visione del futuro, un’ombra o una luce proiettata in avanti. Una lacuna che il prossimo sequel potrebbe già voler colmare…

Testi di Raffaele Alberto Ventura, Francesco Guglieri, Pietro Minto, Philip Di Salvo, Andrea Zanni, Marina Pierri, Alessandro Lolli, Davide Coppo, Matteo De Giuli, Elisa Cuter, Valerio Mattioli, Francesca Coin

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Il sogno dei due draghi

Jean-Marie Gustave Le Clézio, Bitna sotto il cielo di Seul, tr. Anna Maria Lorusso, La nave di Teseo, pp. 155, euro 18,00 stampa

di RAFFAELE GUIDA

Jean-Marie Gustave Le Clézio, nasce a Nizza il 13 aprile 1940, da padre anglo-bretone e madre francese. Durante il suo discorso per la premiazione come Nobel per la letteratura nel 2008, grazie al romanzo Il continente invisibile, disse: “Se esaminassi le circostanze che mi hanno indotto a scrivere, vedo che all’inizio di tutto questo, per me, c’è la guerra”. Le Clézio con tali parole si riferiva alla volta in cui iniziò a scrivere racconti, su una barca diretta in Nigeria, terminato il secondo conflitto mondiale, per raggiungere il padre, un chirurgo nell’esercito britannico. La vita di Le Clézio è contraddistinta, per ragioni quasi intrinseche per la sua discendenza da coloni franco mauriziani, da continui spostamenti, nuovi inizi, il desiderio di appagare una visione che contenga una varietà di realtà. Toccherà, prima da militare in ambito cooperativo e poi da studioso, Thailandia, Messico, Panama, Marocco, Mauritius, Corea. Divenuto famoso nel 1963 con il romanzo Il verbale, sullo straniamento e la personalità, la sua produzione si lega a doppio filo con l’editore Gallimard, per il quale fonderà una collana dedicata a miti e letterature antiche. L’esperienza del suo complesso rapporto con il padre, la vita d’oltreoceano, il lavoro di studioso e traduttore di lingue native, confluiscono in un unicum in tutti i suoi lavori.

La letteratura, così come la cultura francese, possiede, tra i vari caratteri, una spiccata peculiarità: il sapersi relazionare con l’esotismo facendone espressione propria, e con il quale, ceduti a sua volta elementi identitari, instaura con esso un dialogo avvincente e proficuo.

Il dominio di questa lettura è però altrove e trova luogo in un aspetto della fantasia, in quella fantasia che scaturisce dalla fame di un presente in perenne caduta che indaga l’inerzia apparente d’un passato reso incorrotto dalla sua intangibilità; e se la pratica della vita è il sogno, la storia di Bitna è il sogno di innumerevoli vite, prima e dopo di lei.

Bitna è una adolescente figlia di mercanti di pesce della provincia del Jeolla, una territorio meridionale della Corea del Sud. I genitori, pur non essendo ricchi, decidono di offrirle l’opportunità di ricevere un’istruzione universitaria. Bitna così si trasferisce nella gigantesca capitale, Seul, dove sarà ospitata malvolentieri dalla zia e dalla cugina. Inizia in questo modo per la ragazzina l’avventuroso e tortuoso apprendistato alla vita adulta. La provincia si scontra con la ferina e ambigua città, e nell’imponente solitudine spirituale della metropoli Bitna prende a fantasticare sulle vite degli altri, grazie anche allo sguardo datole in eredità dal suo mondo rurale. Ciò che Bitna ama sopra ogni cosa sono i volti e le librerie, certamente un connubio stravagante, ma che sin dal principio rappresentano per lei vie di una momentanea fuga nell’attesa di comprendere la nuova realtà nella quale è immersa. Ciò che ritrova nei volti degli uomini sono le storie, quel che essi sono disposti a negare e rinnegare per timore di essere, e di non essere compresi. Bitna comprende che la gente di città non ama essere conosciuta, così si rifugia nelle librerie. Qui potrà guardare gli altri e fantasticare su di essi senza essere rifiutata. Qui un’occasione allettante si prospetta: in libreria Bitna si imbatte in un annuncio di una anziana donna inferma, Salomé, che offre una discreta paga in cambio di qualcuno che possa tenerle compagnia. Una anziana donna inferma, è questo il primo contatto umano, la prima vera amicizia di una ragazza di provincia trovatasi sola e senza soldi nella grande città, in attesa di compiere il sogno dei suoi genitori lontani. Bitna decide che le racconterà delle storie.

Il romanzo scompare e la storia di Bitna diventa il narrare di Bitna in sé, il narrare una storia dalla quale Bitna è a sua volta narrata. La letteratura così ridiventa forma di vita slegata dagli uomini, i quali credendo di narrare, dimenticano, e nel dimenticare, ricordano. Le storie di Bitna sono l’incontro tra l’abulia di un passato intellegibile e la nevrosi di un eterno presente incomunicabile. Da questo incontro nascono sei cornici narrative che racchiudono in esse il primo anno della ragazza a Seul e che accompagneranno Salomé nella sua malattia. Bitna annota tutto, nomi, luoghi, persone, ed è in questo continuo annotare che prende forma e vita il romanzo stesso. La tenera amicizia con Salomé inizia quasi da subito, amicizia che progressivamente va a macchiarsi di pari passo con gli affanni che Bitna vivrà nella metropoli, nella quale le grandi attese e le grandi speranze della ragazzina vengono di volta in volta mortificate e frustrate, salvo poi rianimarsi in una sempre nuova luce bambina e palpitante, in equilibrio tra il disordine, il nervosismo e la frenesia della città in cui è facile perdere e guadagnare tutto.

I personaggi di questi sei racconti sono accomunati dalla solitudine che nasce dall’abbandono della vita negata. Tutti i personaggi sono stati abbandonati e a loro volta abbandonano; ciò che li contraddistingue è silenzio di fondo che abita i loro rapporti con l’altro il quale rappresenta solo una sponda, un pretesto per compiere il personale cammino a ritroso. Per ognuno di essi vivere è la promessa di un ritorno.

Questo sentimento è figlio di un’esperienza comune presso i personaggi di Bitna e quelli del romanzo stesso; la Guerra di Corea del 1950-1953, nei confronti della quale tutti, direttamente o indirettamente, hanno avuto a che fare. Questa è raccontata trasversalmente sin dal bombardamento della città di Gaesong da parte dell’esercito nordcoreano con la seguente occupazione, il governo provvisorio del liberale Syngman Rhee a Pusan che mise in ginocchio l’intera popolazione costretta al digiuno, fino a passare per i fatti di Pohandong, di Masang, le fughe nelle campagne, le fughe attraverso i fiumi, sulle isole. Questa tensione si scioglierà in seguito nella storia dei Due Draghi, il Drago del Nord e il Drago del Sud, che la piccola trovatella Naomi racconta alla vecchia infermiera Hana, due Draghi che dormono nel mare e che aspettano il giorno nel quale potranno ritornare insieme, Due Draghi che nessuno ha mai visto, ma che tutti ne sentono il respiro nell’aria.

Attraverso il romanzo Le Clézio ci mostra la Corea del Sud delle automobili Kia, degli istituti di lingua francese, delle chiese cattoliche, delle Coca-Cola, dei siti internet JobKorea, delle radio che trasmettono i brani di Dalida, dei locali notturni e dei complessi rock. Alcuni dei personaggi hanno soprannomi inglesi, parlano di Schubert, parlano francese, alcuni quartieri hanno nomi ispanici. È il mondo nuovo che prende il sopravvento e nel quale l’individuo si muove a fatica, si forza a comprendere qualcosa che in cuor suo sa che non esiste, è il mondo nuovo figlio di una guerra tra vincitori che confonde e ricatta con la solitudine chi non si omologa a esso, generatosi da un’occupazione militare, da un litigio tra divinità egoiste e da esse fatto irrimediabilmente a pezzi, diviso, e che si ritrova a odiare sé stesso senza nemmeno sapere il motivo. La Corea non è dunque solo una penisola che si getta nel mare, ma diventa metafora di qualcosa di più grande, forse di assoluto. Sono scenari, quelli che adopera l’autore, che possono essere validi tanto per Berlino quanto per Parigi, Londra, San Francisco, Giacarta, Sidney, Vancouver o Bucarest.

Ciò che è messo in salvo e proietta nel futuro con speranza è la consapevolezza dell’inestinguibile desiderio di ascoltare e di essere ascoltati, di raccontare ed essere raccontati. In questa consapevolezza, persino due generazioni così lontane, come quelle a cui appartengono Bitna e l’anziana Salomé, riescono a toccarsi reciprocamente nell’intimo. Bitna accompagnerà Salomé alla fine del suo cammino, e una volta trovatasi definitivamente sola e perduta, sarà pronta alla vita.

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Nella casa della memoria

Douglas Anthony Cooper, Amnesia, tr. Sara Inga, D Editore, pp. 338, euro 14,90 stampa, euro 5,99 ebook

di VALENTINA MARCOLI

Amnesia è un romanzo prezioso, riscoperto e ripubblicato in Italia da D Editore (la prima edizione italiana era stata di Fanucci nel 2003). La sua data di nascita risale al 1992, quando usciva per la prima volta negli Stati Uniti registrando pareri molto più che favorevoli di critica e pubblico. La mano genitrice appartiene a uno dei più controversi scrittori della sua generazione, canadese d’origine e romano d’adozione Douglas Anthony Cooper, avanguardista già negli anni Novanta per aver realizzato proprio per Amnesia il primissimo booktrailer della storia e classificandosi finalista per il Canada First Novel Award e per il Commonwealth Prize. Insomma,  Amnesia vanta già due record importanti per essere un romanzo d’esordio.

L’eclettico Cooper ama sperimentare e dimostra una passione mai celata per i nuovi media, tanto da colonizzare Internet pubblicando a puntate Delirium,  il suo secondo romanzo. Quando esce Amnesia, Cooper è nel pieno della collaborazione con un regista di teatro e di danza radicale a Montréal e ciò gli consente di elaborare sequenze di immagini esplosive preferendole a impianti narrativi psicologici tradizionali. “È  come – spiega – se ci fosse una relazione tra la mappa di una città e la biografia di un cittadino. Per cinque anni scrive e fotografa storie di viaggio per New York Magazine, pubblica saggi e fotografie per Rolling Stone, The New York Times e Wired. Collabora con l’architetto Peter Eisenman ed è indubbio che quest’orgia di stimoli lo investa d’ispirazione influenzando la sua scrittura in maniera sorprendente.

Salta subito all’occhio la domanda regina del romanzo, che spinge il lettore a interrogarsi sul significato e sull’importanza della memoria, sul ruolo che essa svolge nell’espiazione dei propri crimini e nella possibilità di ricordare i propri amori. Puoi amare qualcuno che non ricordi? “Puoi amare qualcuno che non conosci? Se non ricordi qualcuno, questo qualcuno ti si presenterebbe come una persona del tutto sconosciuta”, invita a riflettere Cooper. “Puoi provare un amore spontaneo per qualcuno che entra all’improvviso nella tua vita? I cani possono. Anche i santi possono farlo: i santi semplicemente, amano sempre, indistintamente e universalmente.”

Difficile da inquadrare, un libro immediatamente non accessibile se non dopo svariate riletture, un testo sperimentale che indaga le architetture della mente, un viaggio allucinato e allucinante, un’esperienza vorticosa intorno alla disgregazione dei legami famigliari. Una Toronto onirica e misteriosa, un fascino letale e magnetico che attrae come una bussola il lettore sin dall’incipit. “La mente è come una città. Se riesci a ricordartelo, puoi ricordare qualunque cosa. Freud dimenticò presto anche questo. Ha paragonato la mente alla Città eterna in un breve passaggio per poi liquidare l’analogia come assurda. Non posso dire quanto hanno sofferto i miei amici a causa di quell’uomo.”

Difficoltoso anche rinchiudere nella gabbia di un riassunto la trama di Amnesia. La vicenda ruota intorno a Izzy Darlow che irrompe con la sua storia, i suoi amori (Kate, ragazza affetta da disturbi psichiatrici) e i suoi ricordi – molto spesso dolorosi – nell’ufficio di un anonimo archivista di biblioteca prossimo al matrimonio. Sullo sfondo un’ambientazione surreale e ipnotica, protagonista anch’essa di tutti questi fatti tra buio e luce, tra allucinazioni e accadimenti. Cooper ha costruito un edificio visionario dall’impianto linguistico singolare che lascia piacevolmente smarriti e ammaliati.

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BELA ĆAO – Un albero genealogico nel segno di Freud

Dušan Veličković, Generazione Serbia, trad. Elisa Copetti, Bottega Errante Edizioni 2018, pp. 171, Euro 17 stampa

di MICHELE GUERRA

Durante il suo recentissimo tour primaverile in Italia, a Dušan Veličković è toccato l’immane compito di approdare a Pordenone per commentare la prima mondiale del documentario The Trial of Ratko Mladić di Henry Singer e Rob Miller, dedicato al processo contro il boia di Srebrenica.

Non avrebbe potuto esserci contrappasso peggiore, né chance di anamnesi migliore per uno dei più coriacei e ironici oppositori del regime di Slobodan Milošević: costretto in primis all’esilio, all’inizio degli anni ’90; poi licenziato dalla direzione del settimanale di opposizione “NIN” nei giorni caldissimi delle oceaniche proteste contro il vožd di Belgrado, nell’inverno del 1997; e infine ripetutamente minacciato di morte tanto dagli zombies nazionalisti serbi, quanto dalle bombe della NATO del 1999.

Tanto è vero che, alla fine dell’incubo, Dušan confesserà nel volume Serbia Hardcore (Zandonai editore, 2008): “Ora Milošević è morto. E io, oggi, qui, chi sono, che cosa mi succede? […] Il dittatore mi ha preso dieci anni di vita così, tanto per il gusto di farlo? […] Ma ho una mia teoria: tutti coloro che sono sopravvissuti a Milošević sono ringiovaniti di dieci anni. Abbiamo vissuto un non tempo, che non viene conteggiato”

Forse proprio in ragione di questo non tempo, nel romanzo l’immagine santificata di Ratko Mladić affiora solo nel finale – come un’epifania cancerogena – dal cruscotto di un taxista di Belgrado, che sta portando il giovane Aleksa verso l’autobus diretto in Grecia, dove il ragazzo è certo di poter ritrovare suo padre.

Naturalmente il genitore non è solo il canonico intellettuale ostracizzato dal regime serbo e quindi costretto a nascondersi (da fedele alter ego dell’autore ne ripercorre pedissequamente l’esilio europeo) ma è anche l’ultimo esponente di una folle e grottesca genealogia che unisce la cultura mitteleuropea del XIX secolo con quella balcanica contemporanea.

La discendenza della famiglia Kobatz-Tomić, ben schematizzata dall’albero posto in apertura dell’opera, viene narrata attraverso un escamotage stilistico tanto originale quanto drammatico.

Mentre la prima parte dell’intreccio giunge fino alla fine degli anni ’80 all’insegna dello discher witz caratteristico della dissacrazione ottocentesca, la seconda parte – psicologicamente radicata nel trauma delle guerre degli anni ’90 – assume un tono sempre più grave, melanconico nella texture delle paure inconsce, quasi omerico nella sua conclusione ellenica. Il ricongiungimento familiare sul litorale greco tra Aleksa e il padre Toma Kobac (la “tz” finale austroungarica ha infatti ceduto all’omofona “c” serba) sarà infatti solo il pretesto per rivelare al mondo l’imminenza di una nuova tragedia, quella dei profughi del sud del mondo che sbarcano sulle sponde meridionali dell’Europa, sotto gli occhi sbalorditi di turisti e reduci di altre persecuzioni.

Sospesa in un’atmosfera da film dei fratelli Coen, invece, la prima parte illustra al lettore le vicende degli avi, con una variegata composizione del registro ironico caratteristico della miglior satira novecentesca.

Si va da motti degni di un novello Lenny Bruce (“nel Sessantotto ho provato l’LSD, l’ecstasy non vale niente”) a sottili conflitti familiari giocati sulle corde yiddish (“Per primo morì il padre della madre di mio padre. Mia madre disinfettò subito la stanza. ‘Questa d’ora in poi sarà la nostra sala da pranzo, la vita va avanti’). Dalle influenze alienanti de Lo Straniero di Camus (“Mio padre si è suicidato. Scioccante, ma comprensibile. Testamento lunedì”), fino alla completa rimozione comica del sacro e dei rituali in mortem (“Le sue ultime parole furono: Je refuse de chier. Ma passarono totalmente inosservate perchè coperte dal rumore della televisione che annunciava che l’Armata Popolare Jugoslava aveva bombardato i camion sulla strada presso Bregana”).

È in particolare il tema della dissoluzione del mito marxista e freudiano il fulcro delle vicende della famiglia Kobatz-Tomić. Il patriarca Toma, ricco commerciante viennese di stoffe, prende contatto con tre esuli bolscevichi: “Lo attirava l’idea di un cambiamento radicale del mondo, in cui anche lui sarebbe stato liberato dal proprio ruolo di sfruttatore: aveva letto Proudhon”. Quindi li incontra in un locale, intrattenendosi con i primi due, mentre il terzo è seduto defilato e quasi indifferente: “Impaziente, fece cenno con la testa verso l’omuncolo con gli occhi a mandorla. Gusev e Burtsev risposero all’unisono: ‘Vladimir Ilić ha grandi piani!’”.

Sorte ben peggiore tocca al padre della psicanalisi, rappresentato dapprima come un morboso giovane collezionista di reperti antichi: “dopo alcune sedute da quel dottore circondato da vasi greci e rilievi egizi, aveva rinunciato ad ulteriori cure. ‘Mi massaggiava il collo e poneva domande insulse’”. Poi, nello svolgersi della trama, lo ritroviamo presentato come “il dottor Sigmund Freud, un noto medico di Vienna che curava il mal di testa”.

Per Veličković il doppio tramonto dell’utopia comunista e di quella psicanalitica è l’essenza stessa della fine della Jugoslavia: un regime comunista convertito al peggior sciovinismo, nel quale i leader delle minoranze serbe in terra nemica sono quasi sempre degli psichiatri, come Radovan Karadžić o Jovan Rašković. Ad un membro di questa nuova élites di medici ideologi dediti alla definizione dell’ethnos, l’autore fa dire: “Questo metodo è solo apparentemente brutale. È interessante vedere che i risultati migliori si hanno tra le persone non istruite piuttosto che tra gli intellettuali”.

Dal sisma satirico balcanico non si salvano nemmeno le pagine tragiche dell’occupazione nazista della Jugoslavia: “I tedeschi avevano obbligato il padre di mia madre a correre per ventidue chilometri, nel 1942. Aveva settantuno anni e non rimase indietro… ‘Solo un tedesco può inventarsi un cross country del genere’ aveva detto Preva. ‘Si chiamava rappresaglia’ spiegava mia madre”.

Ancor meno indulgente è la satira sulla dittatura di Tito: “Io lo stimavo molto. Pensavo che lui creasse le persone. Lo immaginavo con le mani sporche di sangue e un sorriso divino”. Una dittatura i cui oppositori, una volta radiati, vivevano grosse difficoltà matrimoniali: “Quando ti hanno cacciato dal Partito sei stato capace di parlare per sette ore e a casa non fai altro che leggere il giornale!”. Per fortuna però giunge il Sessantotto belgradese con il suo ampio spettro di rivendicazioni: “Qualcuno scrisse su uno striscione: minatori e studenti. Qualcun altro poi aggiunse in piccolo: froci”.

In conclusione vale la pena sottolineare una bizzarra scelta editoriale legata alla traduzione.

Il titolo originale del romanzo è Bela, ćao, esattamente come il titolo della più celebre canzone partigiana italiana, naturalmente traslitterata in dizione serbocroata. Una fortuita assonanza? Nient’affatto, la canzone è in realtà un refrain molto presente del racconto: viene scandita da molti dei personaggi principali in differenti contesti – da quelli ludici iniziali a quelli nostalgici e tzigani finali.

Al netto delle problematiche connesse all’uso e all’inflazione del nome del brano sulle copertine di moltissimi libri recenti, sarebbe valsa la pena optare per una soluzione che potesse almeno richiamare il legame esplicito (diciamo “tributo”?) del testo nei confronti della storia e della cultura italiana.

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Fisiologia poetica

Elio Pagliarani, Tutte le poesie 1946-2011 (a cura di Andrea Cortellessa), Il Saggiatore, pp. 537, euro  40,00 stampa

di ELIO GRASSO

Entrare nella storia poetica (e geografica) di Elio Pagliarani passa per un’acquisizione di responsabilità verso tutta la poesia, dagli anni Cinquanta almeno fino al termine del ’900. Un’avventura costante, anche per chi a un certo punto si trovò fra le mani i libri della collana di poesia Feltrinelli (curata da Antonio Porta) i cui formati variavano di volta in volta, assecondando la “forma” della poesia in essi contenuta. Scheiwiller d’altronde, negli stessi anni, fra un Pound e l’altro compiva operazioni analoghe. L’estensione tipografica dei versi di Pagliarani metteva a dura prova gli addetti alla composizione, facendo esplodere l’inventiva dei nostri editori, allineati su uno stile di design emergente in ogni settore. Nella primavera del 1954 Arturo Schwarz, studioso e cultore d’arte, storico dell’avanguardia, poeta, pubblica a Milano il libretto d’esordio di Elio, intitolato Cronache e altre poesie: il futuro si stava preparando. Oggi occorrerebbe osservare il catalogo delle sue edizioni (Luzi, Merini, Parronchi, Betocchi, Ungaretti…), si avrebbero numerose sorprese riguardo alla crescita della poesia in Italia dal dopoguerra in poi. Non che mancassero voci contrarie in proposito, come quelle di Pasolini e Sereni, ma l’epoca era colma di pensieri energici, forti individualità, sguardi e controsguardi d’irripetibile fermento. Lo testimonia la molteplice bibliografia.

Pagliarani arriva da Viserba Rimini, da ben altri rilievi topografici, ma il realismo caratteriale e intellettuale è una spinta che pone basi fortissime nello spirito del tempo. Egli diventa così “parte di una parte necessaria”, come si legge nel risvolto di quel primo libro. Schwarz aveva capito tutto, era dentro le generazioni. Sono gli anni in cui molte cose accadono, e le menti vengono influenzate dalla relatività einsteniana, dall’atomica, dalla guerra fredda e dal consumismo, perfino nell’Italia della “500” raffreddata ad aria (ma anche della più familiare “600” e della ricca “1100”) i cittadini milanesi (e genovesi, posso deporlo) si esaltano per le scale mobili della Rinascente e i neon colorati con la scritta “Gancia” a lettere cubitali. Gli scrittori e i poeti migrano dalle coste liguri e romagnole verso Milano, Roma (qualcuno va a Firenze), sbarcano il lunario in trattorie a buon mercato e buon cibo, litigano, ridono, vanno a donne (qualcuno timidamente a uomini), s’innamorano e scrivono capolavori. I nomi sono noti, è tutta un’umanità intima e fisiologicamente attratta da sé stessa e dall’industria (meccanica ed editoriale), la lingua certe volte esplode e alcune altre lotta con la tradizione e il nuovo che avanza. Dentro a questo vitaminico bailamme Pagliarani agisce e reagisce, interroga la contemporaneità e in qualche modo la scrive, ritrovandosi in mezzo all’avventura dei Novissimi, scrittori plurimi e tutt’altro che simili fra loro.

La curatissima introduzione di Cortellessa all’integrale corpus poetico di Pagliarani è uno strumento impagabile per assicurarsi la conoscenza di una vita interamente dedicata alla scrittura, con tutto il corollario di definizioni e contrasti all’interno (e all’esterno) della Neoavanguardia. Attraversare i suoi poemi narrativi, da La ragazza Carla a Lezione di fisica e Ballata di Rudi, significa ritrovarsi dentro a qualcosa che scalcia, che non si lascia sommergere dal conformismo mutevole dell’epoca, e che rappresenta la “resistenza” di un uomo che di certo non le mandava a dire, a sodali e nemici, a segretarie e teatranti, a donne e souvenirs di varia natura. Ma la storia interiore ed esteriore s’intreccia senza fine, la si legge nei versi e nei memoriali (a cui si aggiunge il recente libretto Margutta 70 di Cetta Petrollo, moglie di Pagliarani) scritti dallo stesso Elio: uno per tutti il libro autobiografico Pro-memoria a Lia Rosa pubblicato nel 2011, l’anno precedente la sua scomparsa.

Accade poco prima della grande narrazione, intima ed epica, della Ragazza Carla, che oggi si possa rileggere il portento di Inventario privato (pubblicato da Veronelli a Milano nel 1959), in cui un Pagliarani insolitamente lirico si afferma nel paesaggio urbano, moderno, dove l’amore trova spazio nei cortili e negli androni, nei ritagli di tempo fra una vita d’ufficio e l’altra. Al poeta sono necessari i giorni, annunciatisi prepotenti, e le azioni che gli consentano di sopravanzarli nelle prove successive. Pagliarani passò dal film autarchico, personale, al set cinematografico tipico degli anni Sessanta, dove carrelli, dolly e montaggio trovano i loro maestri in Antonioni e Godard, dove la strada non si presenta come è ma come viene ricostruita “materialmente” dal cineasta e dallo scrittore. Senza dimenticare che Pagliarani non lasciò mai l’amato mestiere di critico teatrale i cui giudizi “ad alta voce”, in sala durante le rappresentazioni, fanno parte della storia e dell’aneddotica di merito. Si ha a che fare con partiture dove le immagini sono montate e rimontate, i dialoghi e i motti di spirito si susseguono fra lavori di montaggio tipici della celluloide e cut up che nemmeno gli americani si sognavano.

Rileggendo ci accorgiamo come in Pagliarani, ancora oggi si possano cogliere lunghi momenti aperti al futuro: motivi, desideri e amori garantiti da molteplicità di idee, coerenze provate e mai scontate, elenchi vitali messi in carico alla materia verbale. Non l’attesa di qualcosa d’indistinto ma una salda lezione civile continuamente messa alla prova. Gli strumenti c’erano tutti (in lui e in molti compagni di strada, Balestrini per esempio), chissà perché la poesia, in seguito, sembra avere smarrito la ricerca di forme inattese. Ma semplificare non è mai un buon segno. Qualcuno vorrà un giorno, anche approdando a questa summa poetica, riaprire i risultati raggiunti.

Le fitte pagine del volume contengono inoltre una serie di note esplicative, molte poesie disperse, interventi, introduzioni originali (scritte dallo stesso Pagliarani) alle prime edizioni di alcune opere, e un’attenta bibliografia curata da Giuseppe Andrea Liberti. Uno sforzo editoriale da parte degli autori e del Saggiatore che oggi decide compiutamente il posto di una delle voci più profonde nel complesso insieme della poesia italiana.

La foto di Elio Pagliarani è di Dino Ignani che ringraziamo per la collaborazione

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Sympathy for the Führer

Giuseppe Culicchia, Il cuore e la tenebra, Mondadori, pp. 232, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di EMILIANO MARRA

L’ultima opera di Giuseppe Culicchia, un autore affermato e nel pieno della sua maturità artistica, ne conferma il talento. Si tratta di un romanzo breve, scritto e pubblicato in un contesto di acceso dibattito in Italia intorno al neofascismo e alla memoria divisa del paese. il libro pone il lettore davanti a una visione diversa sulla questione, relativa ma non assolutoria, senza tesi precostituite, che sembra quasi richiamare la nota massima da La règle du jeu di Renoir: se c’è una cosa di terribile al mondo, è che ognuno ha le proprie ragioni. Questo senza indugiare minimamente in una giustificazione delle ideologie fasciste e delle loro visioni paranoiche e dietrologiche del mondo, in tutte le declinazioni possibili, definite nient’altro che “storie a cui credono solo gli ingenui”.

Il romanzo si apre con la morte di Federico Rallo, un importante direttore d’orchestra italiano ormai decaduto e colpito da infarto nel suo appartamento berlinese. Nel viaggio che porterà il figlio Giulio, il protagonista-narratore, a recuperare le ceneri di suo padre per assolvere le sue ultime volontà, si dipana la storia, principalmente sotto forma di dialogo monologante fra il figlio e il padre defunto. In quello che potrebbe sembrare (a livello superficiale) un banale romanzo intorno ai rapporti problematici fra le generazioni, la trama famigliare su cui è costruito il libro – piuttosto esile e compatta – diventa anche un pretesto per allargare il discorso a tematiche più vaste e generali, come il successo della propaganda sovranista nella nostra epoca. L’ossessione di Federico per l’esecuzione della Nona di Beethoven diretta da Furtwängler per il compleanno di Hitler del 1942 – subito dopo la prima sconfitta tedesca sul fronte russo – sarà, infatti, il punto di partenza grazie a cui Giulio riuscirà a sciogliere i nodi irrisolti della vita del padre, compresa la sua discesa nella tenebra dell’estremismo nazista e il fallimento genitoriale verso i due figli amatissimi, soprattutto nel caso di Pietro, il fratello maggiore di Giulio.

La fascinazione per il male che provano e hanno provato uomini di talento e sensibilità, la banalità stessa del male, trasversale a tutte le bandiere dell’umanità e, al contempo, anche l’ingenuità adolescenziale che caratterizza gli idealismi, con la loro purezza di cartapesta, la loro vocazione al massacro e alla rivolta – grottesca – contro il mondo moderno, sono alcuni dei punti che Culicchia cerca di affrontare nel romanzo, per risolverli nella potenza che sprigionano i legami umani, l’unica cosa che conta davanti alla fugacità della vita e al carnaio della storia. Se buona parte del libro, attraverso una grande abilità retorica e un lavoro meticoloso di ricerca, cerca di calare il lettore nella mentalità di un uomo sedotto dal nazionalsocialismo, la chiusa è catartica: la tentazione di giudicare, di misurare gli altri in base a personali parametri morali, viene meno davanti alla concretezza espressa dalla morte e dall’amore, il cuore e la tenebra.

Il romanzo, però, vuole essere anche una riflessione su una società occidentale nuovamente esposta alla contaminazione delle idee nazifasciste, a causa della sua incapacità nel gestire le problematiche di un mondo globalizzato. Per questa ragione, alcune pagine possono sembrare didascaliche, ma risultano obbligatorie nel contesto particolare dell’opera. Come ogni saggio che si rispetti, l’impianto bibliografico e iconografico è solido e consistente, inserito sia nella narrazione stessa sia, in dettaglio, nella postfazione dell’autore. Basterebbe questo per leggere il libro.

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Un romanzo di droga e filosofia naturale

Allan C. Weisbecker, Cosmix bandidos, tr. Marco Vicentini, Marcos y Marcos, pp. 285, euro 18,00 stampa, euro 11,99 ebook

di DOMENICO GALLO

A distanza di quindici anni dalla sua prima pubblicazione in Italia (si trattativa di una di una delle uscite di esordio della coraggiosa casa editrice Meridiano Zero), Cosmix Bandidos si aggira per turbare le letture più come una particella matta e fluttuante che come un vecchio e austero fantasma. La biografia di Allan C. Weisbecker che si può consultare sul suo sito ufficiale (http://www.banditobooks.com/) chiarisce quanto la sua vita si trasformi immediatamente in letteratura, come quegli isotopi che hanno tempi di decadimento ridottissimi e cambiamo la loro identità chimica in frazioni infinitesime di secondo. Del resto è proprio l’autore che definisce pubblicamente Cosmix Bandidos come “cult-hit autobiographical novel “, contrapponendosi all’idea che il suo libro possa essere classificato come una semplice fantasmagoria, un hellzapoppin’ o, ancor peggio, una buffa narco-irrazionalità. E giustamente, direi, visto che ci troviamo di fronte a una narrativa di estremo rigore scientifico (fatto estremamente raro) che si sviluppa su due piani paralleli molto complessi.

Il romanzo, prima ancora che calarsi nella trama avventurosa e nel suo esplosivo umorismo, raccoglie la sfida della narrativa scientifica, ovvero di quel paradigma instabile che tenta di vedere la cultura scientifica e quella umanistica come elementi complementari di un’unica cultura, senza praticare contrapposizioni o teorizzare ambigue graduatorie. In Italia, in particolare, la lezione di Benedetto Croce ha influito non poco ad alimentare questa separazione e contrapposizione, nonostante molti intellettuali di rilievo, da Galileo Galilei a Giacomo Leopardi, e poi Italo Calvino, Primo Levi, Sebastiano Vassalli e Paolo Volponi, avessero praticato una ricerca culturale unitaria, cercando di comprendere e narrare gli aspetti scientifici che sono intrinseci alla nostra realtà, del mondo politico e produttivo, e del modo in cui ci siamo evoluti per percepirli. Tuttavia Cosmix Bandidos procede oltre rispetto alla rappresentazione della scienza e delle sue contraddizioni, che è tipica della fantascienza, per intraprendere un percorso molto più difficile, ovvero di applicare le leggi della fisica atomica alle persone e alle loro relazioni, in buona sostanza allo sviluppo della trama. Le leggi che costituiscono l’ossatura della fisica quantistica, sviluppatesi a partire dal 1900 con gli studi di Max Plank, sono contro-intuitive. Il primo a intuirlo è stato Albert Einstein che, nel suo importante articolo del 1911 dedicato al calore specifico dei solidi, aveva scritto: “non diversamente dalla meccanica, il nostro elettromagnetismo è inconciliabile con l’esperienza”. Questa e altre osservazioni hanno comportato che lo studio teorico dei comportamenti subatomici dovesse sfruttare un approccio logico-matematico e che il fisico dovesse astrarsi dalla propria esperienza quotidiana se intendeva intuire la realtà dell’infinitamente piccolo. In Cosmix Bandidos, storia edificante di eccessi d’uso di stupefacenti, sbornie colossali, festose ed eccessive sparatorie, gli umani si comportano come se fossero particelle elementari, seguendo leggi diverse da quelle della nostra esperienza macroscopica, sottoposti ad altri principi, non ultimo quello di Heisenberg. Forse solo il film A serious man (2009) dei fratelli Coen raggiunge i livelli di rigore scientifico quantistico, e conseguentemente di comicità, dell’ormai classico di Weisbecker e del gioco continuo su indeterminazione, dualità felina di Schroedinger e la Many Worlds Interpretation di Hugh Everett e Bryce S. DeVitt, con i suoi fuochi artificiali di universi multipli. Complici le droghe e l’alcool, i mondi scovati dalla matematica si schiudono davanti agli occhi dei narcotrafficanti protagonisti di Cosmix Bandidos, allegri fuorilegge che, per un qualche motivo, riescono a comprendere la teoria e, genialmente, la vedono manifestarsi all’interno della loro stessa vita. Con buon gioco di Einstein, sono i paradigmi del microscopico che, grazie ai bandidos, diventano macroscopicamente visibili manifestando i loro paradossi per tutto il romanzo.

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