Archivi

Terrori europei

Jean Delumeau, La paura in Occidente. Storia della paura in età moderna, tr. Paolo Traniello, Il Saggiatore, pp. 615, euro 29,00 stampa, euro 13,99 ebook

recensisce MARTINA DI FEBO

Pubblicato in Francia nel 1978 e tradotto in italiano nel 1979 (per i tipi della SEI edizioni), La paura in Occidente costituisce un pilastro dell’ermeneutica storica dell’età moderna. Il titolo originale, correttamente conservato nell’edizione italiana del 1979, La paura in Occidente. La città assediata, rinvia esplicitamente alla dimensione storico-psicologica dell’assedio, del timore dell’accerchiamento ad opera di nemici artatamente costruiti e ideologicamente connotati.

Dopo gli studi pioneristici di Marc Bloch e Lucien Febvre, fondatori della rivista nel 1929 Annales d’histoire économique et sociale, la ricerca storica ha innovato i propri metodi, recuperando una storia del materiale e dell’immaginario che la trattatistica tradizionale, fortemente ancorata alla ricostruzione di eventi e di avvenimenti, aveva misconosciuto. L’opera di Delumeau si iscrive all’interno del medesimo filone e, per ammissione del suo stesso autore, si propone di colmare una prolungata lacuna, indagando il fenomeno della paura come fenomeno collettivo.

Nell’introduzione lo studioso delimita in maniera chiara e precisa quale sia il campo d’indagine: l’Occidente europeo nel periodo compreso tra il 1348 e il 1800. Entrambe costituiscono due date-cardine, coincidendo la prima con l’epidemia della Grande peste che decimò la popolazione europea, la seconda con lo stravolgimento degli assetti dell’Antico Regime causato dalla Rivoluzione francese. In mezzo quattro secoli contrassegnati dalle rivolte contadine (Jacqueries), dalla Riforma luterana, dalla Controriforma cattolica, dalla caccia alle streghe, da guerre endemiche e da carestie.

All’interno di questo quadro storico così travagliato, l’indagine di Delumeau ha il pregio di restituire voce alla mentalità e alle ossessioni di un’umanità concreta e contemporaneamente di evidenziare alcune costanti antropologiche legate alla paura e alla sua gestione. L’aspetto decisamente più innovativo dello studio di Delumeau risiede appunto nell’analisi della sfera collettiva della paura; essa diviene in altri termini la chiave di volta in grado di illuminare i meccanismi della psicologia dei gruppi.

Il sentimento umano della paura, che segnala a livello individuale l’incombere di una minaccia e che sempre in ambito soggettivo si esplicita in modalità differenti, assurge a livello collettivo a collante ideologico identitario, generando comportamenti sociali nella maggior parte dei casi segnati da aggressività irrazionale. In anticipo sulle riflessioni di René Girard sul capro espiatorio (Le bouc-émissaire, 1982), Delumeau mette a fuoco il meccanismo regolatore dei comportamenti comunitari dettati dal panico, evidenziando le direttrici su cui si innestano i discorsi sulla paura: da un lato una tensione metafisica che alimenta il terrore per i destini delle anime nell’Aldilà; dall’altro il senso di insicurezza nella quotidianità che alimenta la ricerca di responsabili da punire al fine di ristabilire l’equilibrio e le certezze di gruppi sociali in crisi. La paura per l’Inferno e per le pene eterne si intensifica in Europa a partire dai secoli XII-XIII, quando i capitelli e i bassorilievi romanici e i grandi affreschi dedicati ai Giudizi universali animano con plastica vivacità i tormenti oltremondani. Contemporaneamente si acuisce il senso di assedio e di accerchiamento scatenato dalla diffusa presenza di perniciosi agenti del Maligno: gli eretici; gli ebrei; gli infedeli; la donna. Le prediche pubbliche e l’azione repressiva condotta dalle gerarchie ecclesiastiche, e soprattutto laiche, si innestano dunque su un clima di terrore diffuso e in un certo senso lo indirizzano e lo governano.

Nei secoli esaminati da Delumeau, l’immaginario collettivo si nutre di fantasmi e di mostri comuni alle popolazioni europee e ai loro governanti: si tratta cioè di una dimensione condivisa che non permette di interpretare i comportamenti delle élite soltanto come costruzione cosciente di discorsi manipolatori. A questo proposito è altamente illuminante leggere la pagine dedicate alla caccia alla streghe, nelle quali lo studioso dimostra come la reazione psicotica dinanzi alla stregoneria fosse prerogativa delle regioni riformate tanto quanto della Spagna della Grande Inquisizione. Determinati fenomeni repressivi acquisiscono quindi una portata epocale proprio in virtù della sinergia culturale tra ceti dominanti e ceti subalterni.

I pregi del saggio di Delumeau superano nondimeno l’ambito della storia moderna, poiché attraverso la minuziosa disamina dell’insorgenza e dell’esplosione di un panico collettivo, lo studioso enuclea alcune costanti che ancora oggi regolano la psicologia della folla nei momenti di crisi.

https://www.ilsaggiatore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Enigma architettonico

Lucas Harari, L’attrazione, pp. 148, tr. Emanuelle Caillat, Coconino Press, €23,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Il giovane Lucas Harari, raffinato autore francese alla sua seconda opera, ha creato un volume che vuole essere un omaggio all’architettura e che vi catapulterà in atmosfere suggestive e ipnotiche. Il graphic novel (già rivelazione dell’anno in Francia) è finalista ai premi FNAC del fumetto 2018 e al premio della Critica dell’ACBD (associazione dei critici e giornalisti della bande dessinée), che è uno tra i più importanti riconoscimenti del settore.

Harari si ispira nella grafica alla tradizionale linea chiara di Hergé, Ted Benoit e Yves Chaland, come peraltro si legge sul sito dell’editore, e il suo tratto deciso e dai colori freddi porta alla luce una storia magnetica ricca di ombre e doppie letture, che vi farà sentire all’interno di una fantasia con scenari e ambientazioni da favola.

Pierre è uno studente di architettura che ha come tema della sua tesi le terme di Vals, per le quali ha sviluppato un’ossessione. Queste terme, fatte di fredde geometrie incastonate nella pietra che non combaciano sulla carta, nascondono però un segreto. Una leggenda che circola nel villaggio vicino può forse spiegare quest’aura di mistero che circonda l’edificio, e questo spinge lo studente a organizzarsi una permanenza in loco per studiare la struttura delle terme dall’interno.

All’arrivo, un allevatore del posto gli offre un passaggio e gli parla di der Mund des Berges, letteralmente le fauci della montagna: leggenda vuole che nel punto da cui nasce l’acqua di Vals ci sia un passaggio che porta nel cuore del monte, e che ogni cento anni la montagna scelga uno straniero attirandolo a sè per divorarlo.

Nell’albergo incontra il famoso architetto Valeret, anche lui lì per carpire i segreti delle terme di Vals. Una sera, a stabilimento chiuso, Pierre trova una porta che non aveva notato in precedenza e che lo conduce fuori dalla montagna, nei pressi della casa dell’allevatore. C’è dunque del vero nella leggenda? Secondo i racconti del vecchio Testis sì. Lui ha visto con i suoi occhi un soldato francese nel 1914 scappare in un crepaccio e far sollevare tutte le rocce attorno a lui per poi svanire nel nulla. Pierre è intenzionato a vederci chiaro e soprattutto a recuperare il suo taccuino scomparso. Sarà tornando nelle terme vuote e aggirandosi nei corridoi infiniti che si scontrerà con Valeret, che, armato, cercherà di estocerergli le sue scoperte. Ovviamente siamo alla resa dei conti, il cui esito non si può rivelare…

Le ultime tavole dell’albo ci raccontano di un taccuino giunto al padre di Harari che il più fedelmente possibile ha voluto ricostruire i fatti che hanno portato alla sparizione di Pierre a Vals, lasciando nella mente e nel cuore del lettore il dubbio di aver solo sognato di un’avventura fantastica.

https://www.fandangoeditore.it/category/coconino-press/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Vite solo apparentemente comuni

Gina Berriault, Piaceri rubati, tr. Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Mattioli 1885, pag. 208, €14,00 stampa

recensisce ROBERTO STURM

La casa editrice romagnola continua a stupirci: la foto in copertina di Piaceri rubati è davvero notevole, una vera opera d’arte in linea con la straordinaria qualità grafica cui siamo abituati. Non è neanche da sottovalutare la qualità dei testi proposti: oltre ad aver portato in Italia Andre Dubus, uno dei più grandi scrittori di short stories, ci ha fatto conoscere autori del calibro di Don Robertson e Charles Baxter, che ci hanno regalato vere e proprie perle letterarie. Un plauso dunque a Mattioli 1885 per il lavoro di ricerca di testi che, senza di loro, non sarebbero forse mai approdati nel nostro paese.

La curiosità verso questa prima pubblicazione italiana di Gina Berriault (1926 – 1999) è nata dal comunicato dell’ufficio stampa della Mattioli: gli undici racconti di Piaceri rubati sono stati definiti da Andre Dubus, Richard Ford e Richard Yates come scritti da una delle migliori autrici americane. Non sono nomi qualsiasi – tra l’altro sono tra i miei scrittori preferiti –, per cui non ho potuto fare a meno di leggerli.

Nel 1996, un’antologia in cui erano inseriti anche questi racconti, ha vinto tre importanti premi letterari in America: considerata dalla critica, amata dagli scrittori, Gina Berriault non ha mai avuto un grande successo di pubblico. Una delle ragioni plausibili, ipotesi che formulo dopo aver letto il libro, è che questi racconti sono stranianti: lasciano al lettore un senso di angoscia, scoprono senza pietà vite apparentemente comuni che nascondono baratri di indifferenza, macerie di mondi interiori. L’incomunicabilità di sentimenti che traspare è assoluta, le sensibilità sono nascoste da una freddezza utilizzata per difendersi dall’esterno.

L’asprezza della scrittura riporta allo stile micidiale di Fleur Jaeggy, le situazioni vissute dai personaggi ai racconti impietosi di Carver. Ma Gina Berrault ha uno stile peculiare, tutto suo, che la porta a descrivere minuziosamente gli stati d’animo dei protagonisti, i loro gesti, a delineare in maniera precisa l’ambiente che ospita la scena, a scrivere dialoghi duri con parole che pesano come macigni. È un mondo senza compassione quello che ci descrive, in un’America che sta perdendo il proprio sogno e quello della maggior parte delle persone che ci vivono. Emarginati o ai margini di una società che li esclude, che preferisce non comprendere e non indagare piuttosto che trovarsi di fronte a un problema da risolvere, a un’esistenza da risollevare.

Che si tratti di un senza tetto che frequenta una biblioteca, di un uomo che torna a vistare i genitori separati dopo anni di lontananza, di un anziano che esce di casa solo con un po’ di bagnoschiuma addosso per minacciare una donna, della ricerca, da parte di uno scrittore, di un fantomatico e famosissimo personaggio, di un bambino che uccide fortuitamente il fratello maggiore non ha troppa importanza. Sono (siamo) tutti disperati, chiusi in una realtà personale che ci impedisce di scorgere i particolari più intimi di chi ci troviamo di fronte: partner, genitori, figli o amici che siano. Eppure basterebbe poco, sembra volerci dire l’autrice, per tirarli fuori dall’inferno, magari ascoltare con più attenzione. Ma nel libro, come spesso nella vita, non accade mai.

https://mattioli1885.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Poesia nei minuti depredati della luce

Agota Kristof, Chiodi, tr. Vera Gheno e Fabio Pusterla, Casagrande, pp. 112, €16,00 stampa

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Arrivano in traduzione italiana i versi della poeta svizzera di origine ungherese e di lingua francese Agota Kristof (1935-2011), celebrata in tutta Europa per la sua Trilogia della città di K, nota da noi anche per il racconto autobiografico l’Analfabeta e il romanzo Ieri, dal quale Silvio Soldini trasse il film Brucio nel vento (2002).

I versi di Kristof – che nella sua bella postfazione Pusterla definisce «atroce e struggente» – non conoscono punteggiatura; in essi vi è un fluire di parole che lentamente precipitano verso una chiusura che coincide con un’impossibilità: «morti camminano / per queste vie anche io sarò pallida se solo sapessi / dove andare da chi e perché» scrive in «La finestra della notte». Tornano continuamente le strade e i treni come segni ambivalenti di transizione e interruzione, di un andare che non è mai un arrivare. L’io poetante sembra ossessionato dall’erranza ma deve fare i conti con luoghi angusti e persone invocate che appaiono irraggiungibili: «ti fermi sempre rivolto verso di me / anche nei giorni caduti / nel pozzo buio del mutismo / e nei minuti depredati della luce» scrive in «I paesaggi più belli». Questo transitare interrotto è amplificato dall’uso intensivo dell’enjambement, la sfasatura del verso che in Kristof, separando soggetto e verbo, sostantivo e aggettivo, fa letteralmente inciampare richiedendo una rilettura che, cambiando il ritmo, cambia anche la visione delle cose e le possibili combinazioni dei significati. La metrica, insomma, riproduce tutto l’universo simbolico del movimento nel quale ritroviamo un «qui», luogo che induce a riflessioni amare – «Qui le persone sono così felici / che nemmeno amano / sono realizzate e non hanno bisogno / l’una dell’altro nemmeno di dio» – e una «terra natia», un luogo rimasto indietro, incastrato in ricordi pallidi.

I versi di Chiodi trasudano silenzio – «il bosco è rimasto in silenzio ed è andato oltre // ma oltre a tutto questo / uno sguardo blu sopra le nuvole» – e rimandano a quel grigiore chiaro di un mattino ancora indeciso se lasciarsi andare alle nuvole o al cielo. In essi vi si stagliano anche fermo immagini in bianco e nero nei quali scrutare i contrasti e saggiare il buio prima e dopo la luce, muovendosi delicatamente sul confine. Si tratta di sensazioni avvalorate dalle foto di cui è corredato il volume, che ritraggono la poeta su un aereo, un tram o un treno, come la bellissima foto di copertina: pensosa e vintage, di una donna dai capelli corti, assorta, che ha conosciuto molti attraversamenti.

Si tratta di un’edizione preziosa, questa, da parte delle edizioni Casagrande di Bellinzona (Canton Ticino, Svizzera). I versi ungheresi – tranne la lirica «Ninna nanna» riscritta in francese – di Kristof ci giungono in italiano da un altro Paese a dimostrazione del fatto che l’italofonia è una questione aperta e l’italiano non è solo degli italiani – chiunque essi siano! – e non è una lingua solo peninsulare. Il dato che Kristof fosse una profuga ungherese sfuggita ai carri armati sovietici nel 1956, poi, molto dice sul degrado politico di un paese, l’Ungheria, che oggi militarizza le sue frontiere e respinge migranti e profughi, ponendosi alla guida del cosiddetto «Gruppo di Visegrad» dei paesi dell’ex blocco orientale ostili all’accoglienza. «Non c’è neanche un’apertura» scrive Kristof in «Non il vento», «da cui / potresti guardare dall’altra parte c’è / un’unica possibilità / raddrizzarsi». Giunti da quell’altra parte si fa fatica a trattenere la delusione. E in vite precarie che abitano l’irrequietezza si ode solo l’invisibile sibilo del vento.

http://www.edizionicasagrande.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Non solo per ragazzi

Claudio Morandini, Le maschere di Pocacosa, Salani Editore, pp. 144, € 13,90 stampa € 7,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Per cominciare dobbiamo metterci in viaggio, scalare e oltrepassare i monti, affrontare tornanti (rischiando di «vomitare l’anima») e vette alpine con le nostre automobili elettroniche, anche se più che altro servirebbero pneumatici armati e differenziali ultraresistenti. Ma si sa come va il mondo, e lo sa bene Claudio Morandini quando sogna di un paese posto nelle pieghe dei monti, in chissà quale spazio e soprattutto quale tempo. Un tempo strano, dove accade di sentire gli echi di una civiltà montanara capace di parlare con la natura, mentre s’intravvede nelle tasche di Remigio, il ragazzo protagonista del romanzo, un cellulare. Inutilizzato, per la verità.

A Remigio interessa studiare, ottenere buoni risultati a scuola, anche se questo vuol dire attirarsi l’odio sgangherato dei compagni, e la gelosia ottusa degli insegnanti. Pocacosa è uno strano paese, fra le montagne, forse protetto da una cupola temporale che lo preserva dagli attacchi della Civiltà. Ma nei giorni del Carnevale nelle sue viuzze si scatenano orde impazzite, protette da mascheroni paurosi che minacciano, inseguono, dileggiano e fanno del male, vendicandosi pure del nostro eroe dodicenne. Tutto iniziò come una rivolta contro i notabili del paese, che si travestivano da duchi e duchesse e marciavano per le strade senza nemmeno sfilarsi gli orologi dai polsi. Un’insurrezione, fatta di bastoni di plastica, uova marce e palle di letame, da parte di mascheroni sempre più mostruosi e folli della ferocia di coloro che vi si celavano. Nessuno poteva riconoscere parenti, addirittura figli, sotto quelle schermature irriverenti e impazzite.

Di fronte a questi eventi, e alle minacce ricevute dai propri compagni, Remigio decide di costruirsi un’armatura, utilizzando e sottraendo ai genitori tutto quel che trova in casa, pentole, padelle, attrezzi vari. La fantasia gli prende la mano (pensa addirittura a specchietti retrovisori e lanciafiamme) e il marchingegno si trasforma in qualcosa d’ingestibile e infine distrutto nottetempo, nella rimessa, da nemici sconosciuti. Nel paese di Pocacosa i portatori di mascheroni hanno mille occhi.

Qui il romanzo di Morandini ha una svolta. Il protagonista si distacca dal mondo spaventoso in cui vive e che la sua mente, giovane ma dotata d’acutezza straordinaria, fatica ad accettare. Fugge, s’inerpica, parte di notte seguendo sentieri non tracciati, si trascina per boschi freddi e silenziosi dove la natura prende il sopravvento, dove probabilmente si rintana Bonifacio, un vecchio misterioso da tutti ritenuto creatura selvatica ai confini fra leggenda e verità. Forse mite, più probabilmente pericoloso. Remigio sta andando proprio alla sua ricerca. Un obiettivo che forse nemmeno esiste. Un babau inventato dai genitori per tenerlo buono in casa.

Esausto si addormenta o addirittura sviene sulle rocce ruvide, possibile preda di corvacci che non aspettano altro di poterlo spolpare. Si risveglia e Bonifacio è lì. Lo cura e gli parla. L’uomo-lupo, l’uomo-orso, l’uomo-albero. Lo nutre e gli insegna cose vertiginose. Perfino l’arte di rendersi invisibile, così come sanno fare gli animali del bosco. Quel che accade d’ora in poi vale la pena leggerlo nel pieno delle pagine del libro. Immersi nel brulichio di una natura dove è offerto tutto quanto occorre per capire il mondo e gli uomini. In compagnia di un essere in grado d’inventare e costruire qualsiasi cosa utilizzando leggerezza fantastica, come fosse libero dalla legge di gravità, e pezzi raccolti durante esplorazioni entusiasmanti. Remigio scopre sui terreni accidentati la paura vera degli animali in corsa per la vita, ben diversa da quella tramessa dai mascheroni, sente il profumo della libertà attraverso Bonifacio. Insieme sanno bene quel che devono fare.

Là in basso c’è Pocacosa, in attesa. Genitori e delinquenti compresi. E qualcosa accadrà.

(Piccola nota fuori onda: il libro appartiene a una collana pensata per i ragazzi. Adulti, rubate questo libro ai vostri figli. È un consiglio che non potete rifiutare.)

Di Claudio Morandini PULP Libri ha già recensito il romanzo Le pietre; lo scrittore ha anche partecipato alla nostra rubrica Paragrafi d’autore.

https://www.salani.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

50 sfumature di Vian

Boris Vian, E tutti i mostri saranno uccisi, tr. Giulia Colace, Marcos y Marcos, pp. 216, €17,00 stampa, €11,05 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Per chi non conosce questo estroso autore è doverosa una breve bio d’introduzione. Francese, dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria decide di dar retta al suo istinto e prende così il via la sua carriera di artista eclettico, uno tra i più anticonvenzionali del Novecento. In una fumosa Parigi degli anni Quaranta Vian è infatti musicista jazz, scrittore, autore teatrale, poeta e traduttore (di Raymond Chandler, e scusate se è poco!). Innovativo per natura, fa conoscere all’Europa letteraria il genere hard boiled firmando la traduzione dei romanzi di Vernon Sullivan – il quale altri non è che il suo pseudonimo, scelto per aggirare la censura.

Romanzo originariamente pubblicato nel 1948, descrive una Los Angeles assolata condita degli elementi tipici dei romanzi pulp, audacia ed eros compresi, dove tiene banco la tragicomica disavventura di Rocky, un ragazzo di rara bellezza che cerca di tener fede al proprio voto di rimanere vergine fino al compimento dei vent’anni. Tutte le ragazze lo desiderano e non si fanno problemi a dimostrarglielo, anche in maniera fin troppo esplicita. Nel frattempo Rocky, in compagnia dell’amico Gary, s’improvvisa detective dopo essere riuscito miracolosamente a scampare a uno strano rapimento.

Le sue indagini seguono la pista del dottor Markus Schutz che ha deciso di dare vita ad un mondo di belli, producendo in serie donne e uomini perfetti, istigandoli alla procreazione tra loro per ripopolare le strade di visioni sempre gradevoli. Tra inseguimenti in auto, signorine bellissime e molto disponibili, sparatorie e cadaveri, Rock e Gary con l’aiuto di Andy, Mike e il suo cane NooNoo, seguiranno il Dottor Schutz fino alla sua isola privata dove si intrufoleranno con l’intento di coglierlo con le mani nel sacco.

Scopriremo anche che, non a caso, il vicepresidente degli Stati Uniti è un prodotto uscito dai laboratori Schutz, e così altre figure politicamente rilevanti. Giunti alla resa dei conti, che avviene in maniera rocambolesca, i protagonisti di questa vicenda tireranno le somme rispondendo al quesito che corre tra le pagine di tutto il romanzo: ma in un mondo di belli, non sarebbe la ricerca dell’imperfezione ad avere il sopravvento sulla noia?

Con ironia, intelligenza ed erotismo, si trascorre un pomeriggio in lieta compagnia di personaggi surreali e situazioni assurde, dimentichi del fatto che questa storia, rispolverata, ha la bellezza di settant’anni – portati egregiamente.

http://www.marcosymarcos.com

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Meat is murder

AA.VV., Essere vegetariani nell’antica Grecia, a c. di e tr. F. Chiossone, Il Nuovo Melangolo, pp. 70, €7,00 stampa

recensisce MARIASILVIA IOVINE

Tu mi domandi per quale ragione Pitagora si astenesse dal mangiare carne. Io piuttosto mi chiedo meravigliato in quale occasione e con quale stato d’animo un uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue versato, e unì le sue labbra alla carne di un animale morto, e imbandendo tavole con corpi morti e rancidi ebbe anche l’ardire di chiamare prelibatezze e alimenti quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano.

Nella voracità del mondo moderno, la (ri)scoperta di filosofie e religioni più o meno antiche – che alcuni classificano a torto come «mode» – è un tentativo di ottenere quella serenità di cui l’età contemporanea è così disperatamente priva.

Dato il ruolo centrale dell’alimentazione nella vita umana, il vegetarianismo (con le sue varianti) è forse lo stile di vita più noto: le ricadute positive sulla salute del singolo, al netto della disinformazione in merito, si accompagnano spesso a riflessioni di natura ecologica ed etica. La scelta di non nutrirsi di carne è stata presa in considerazione in molte culture, fin dai tempi dell’antica Grecia: a questo proposito, Il Nuovo Melangolo propone, per la collana Nugae, i due discorsi in cui si divide il De esu carnium, a opera di Plutarco (Cheronea, 47 d. C. – Delfi, 126 d. C. circa), e un brano di Porfirio (Tiro, 234 d. C. – Roma, 305 circa) tratto dal De abstinentia. In entrambi gli autori, la scienza si intreccia con la metafisica e la cosmologia, tipica di una cultura che, come direbbe Martin Heidegger, nasce nella costante interrogazione sul senso dell’Essere.

La binarietà dell’uomo, scisso tra la sua origine divina, spirituale, e la vita materiale, trova un suo parallelo nella contrapposizione fra mythos (μύθος) e logos (λόγος), fra un’indagine il più possibile scientifica e il progressivo scivolare nel mito, come avrebbe fatto quasi due millenni dopo Carl Gustav Jung. Entrambi gli autori ritengono che il consumo di carne sia innaturale per l’uomo, sia dal punto di vista fisico che morale e, di conseguenza, spirituale. In particolare, Porfirio dedica molto spazio alla descrizione dei costumi degli Spartani, citando un’altra opera di Plutarco (la biografia di Licurgo nelle Vite parallele, Βίοι Παράλληλοι): il divieto del consumo di carne, scrive Porfirio, permise di bandire il lusso e l’ingiustizia da Sparta, sostenendo invece la morigeratezza dei costumi, la condivisione, e insomma portando alla nascita di «cittadini più coraggiosi, più temperanti e più inclini alla rettitudine».

Anche Plutarco fa derivare la corruzione morale dal consumo di carne («E dopo aver fortificato a poco a poco la loro brama insaziabile, gli uomini si rivolsero all’assassinio del loro simili, alle guerre e alle stragi»), in quella visione del mondo che fin da Talete vedeva «tutto pieno di Dèi», intendendo, nel miglior stile del politeismo greco, la sacralità di tutti gli enti, più che l’idea panteistica. D’altronde, nell’antica Grecia il vegetarianismo è stato uno dei pilastri dell’Orfismo prima e poi del pensiero di filosofi come Pitagora ed Empedocle, seguaci della dottrina della metempsicosi (o meglio, metemsomatosi) sulla reincarnazione delle anime, necessaria alla purificazione e descritta, tra gli altri, anche da Platone, nel libro X della Repubblica (Πολιτεία) nel noto «Mito di Er».

Essere vegetariani nell’antica Grecia permette di conoscere l’assoluta modernità del pensiero greco e, indipendentemente dalle scelte personali, può (anzi: deve) essere un’occasione di riflessione e arricchimento.

https://www.ilmelangolo.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Belsen era una figata

Greil Marcus, Lipstick Traces. Storia segreta del XX secolo, trad. it. di Mita Vitti, il Saggiatore, pp. 523, euro 32,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Lipstick Traces di Greil Marcus, uno dei più grandi critici musicali americani, professore universitario a Princeton e Berkeley e biografo ufficiale di Bob Dylan, pubblicato per la prima volta in America nel 1989, uscì in Italia nel 1991 suscitando molto scalpore e diventando subito un libro di culto. Ora viene riproposto dal Saggiatore nella traduzione di Mita Vitti, ed è un libro fondamentale per comprendere non solo il movimento Punk, ma l’intero XX secolo, un incubo dal quale non siamo ancora riusciti a risvegliarci. Scritto con lo stile immaginifico e accattivante tipico di una recensione discografica, uno stile che Marcus riesce a sostenere per più di 500 pagine, seguendo un sottile filo logico che parte dai testi delle canzoni per arrivare fino alle loro estreme conseguenze, Lipstick Traces ripercorre la storia del Punk dal 1978 al 1979 e ci fa comprendere come la sua velocissima traiettoria affondi le sue radici in alcune delle avanguardie artistiche del Novecento. Anzi, secondo l’interpretazione di Marcus, il Punk non sarebbe altro che l’ultima avanguardia del Novecento, l’ultimo assalto contro la società e l’arte, contro le majors della discografia, contro il rock’n’roll, l’unico movimento di vera opposizione totale a qualunque possibilità di essere divorato e accettato dall’industria discografica e dalla cultura di massa.

La tesi di fondo del libro – semplice e allo stesso tempo geniale – è dunque che il Punk sia stato molto più di una moda giovanile, molto più di una rivoluzione in campo musicale – si è trattato invece di un fenomeno culturale e sociale di vasta portata che ha cambiato la storia del Novecento, con radici culturali che addirittura si possono far risalire al Dada, ai Situazionisti e addirittura ad alcuni mistici medievali e rinascimentali – Marcus si diverte a giocare sull’assonanza tra il vero nome di Johnny Rotten, John Lydon, e l’eretico olandese Giovanni di Leida (Jan van Leiden), capo di una setta anabattista i cui adepti praticavano il libero amore e il comunismo dei beni, che prese il potere nella città di Munster in Germania nel 1534.

Il Punk è stato dunque l’ultimo movimento del Novecento che abbia espresso un rifiuto totale della società, del comportamento, del modo di vestire che fino a quel momento erano stati considerati pilastri indiscussi della nostra visione del quotidiano. Dopo il Punk è cambiato tutto. Tornando a casa dopo un concerto dei Sex Pistols, una scarica di adrenalina allo stato puro, dopo aver pogato durante l’esecuzione al fulmicotone di «Anarchy in the UK», era semplicemente impossibile mettere sul piatto dello stereo «Knockin’ on Heaven’s Door» di Bob Dylan oppure gli Electric Light Orchestra. Ancora più dei dadaisti, dei surrealisti e dei situazionisti, i punk hanno lottato fino all’ultimo per essere inaccettabili, si sono impegnati con tutte le loro forze per far sì che le loro canzoni, le loro immagini oltraggiose, i loro slogan e il loro look non potessero finire in un museo. Eppure, incredibile a dirsi, anche le bestemmie, gli insulti, gli sputi e il vomito dei Sex Pistols hanno fatto questa brutta fine: diventare pezzi da museo, arrivando addirittura ad essere consacrati in occasione del quarantennale della nascita del Punk (novembre 1976) da quella stessa regina Elisabetta II che avevano oltraggiato nella celebre copertina di God Save the Queen, realizzata da Jamie Reid, di cui Marcus sottolinea giustamente le ascendenze situazioniste, l’affinità con i collage del Maggio ’68 e la parentela stretta con la Mona Lisa L. H. O. O. Q. (1919) di Marcel Duchamp.

Forse l’unico gesto di ribellione ancora possibile, in una società che è riuscita a digerire perfino l’estremo oltraggio del Punk, è quello annunciato dal figlio di Malcom McLaren e Vivienne Westwood, Joe Corré, fondatore della maison di moda Agent Provocateur, che nel 2016 ha dichiarato che avrebbe dato fuoco a tutti i cimeli del periodo punk posseduti dal padre, il geniale inventore dei Sex Pistols, per un valore totale di 5 milioni di sterline, in un immenso potlatch che sicuramente sarebbe piaciuto ai situazionisti di Guy Debord.

Ancora oggi, a 25 anni dalla sua pubblicazione in Italia, Lipstick Traces non ha perso nulla della sua carica dirompente, anche se molti dei suoi protagonisti sono ormai morti (come Malcom McLaren, nel 2010) e altri – come John Lydon – hanno dismesso i panni degli anarchici rivoluzionari e sono approdati su posizioni filoisraeliane e di aperto appoggio alla Brexit e alla politica di Trump, un individuo rozzo e volgare di cui certamente Lydon apprezza la maleducazione, degna di un vecchio punk che ha fatto i soldi. Dalla cresta punk del ribelle irlandese Johnny Rotten siamo passati ai capelli biondi ispidi e sparati in aria della britannica Theresa May e al simil-parrucchino arancione del tycoon americano…

«There’s NO FUTURE / in England’s (and America’s) dreaming» : avevano ragione John, Sid, e gli altri Pistols. Ma questa è un’altra storia, tutta ancora da scrivere.

Nota

Non è facile, e chi traduce lo sa bene, tradurre una recensione musicale e rendere in italiano quello stile così particolare di Marcus, che parte dal verso di una canzone per approdare a conclusioni di analisi culturale e di profonda riflessione filosofica, sulla scia dei Minima Moralia di Adorno. Tutto ciò premesso, in alcuni punti la traduzione di Mita Vitti appare veramente indifendibile. Quando poi si giunge a p. 126 e si legge il celebre verso dei Sex Pistols «Belsen was a gas», titolo di una delle più controverse canzoni del gruppo, tradotto «Belsen era gasante», qualsivoglia sentimento di umana solidarietà nei confronti della traduttrice viene meno…

https://www.ilsaggiatore.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Rimini violenta

Gino Vignali, La chiave di tutto, Solferino, pp. 240, €16 stampa €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

Grand Hotel di Rimini, Fellini osserva divertito. Tutto quanto ricostruito nel «suo» teatro di posa (il Cinque) a Cinecittà. Verità? Finzione? Chissà. La chiacchiera sosta in un angolo, le maschere, i mostri, il divertimento e i paparazzi restano in disparte. E sotto una neve che sembra quella di Amarcord – ma qui siamo di fronte alle lunghissime spiagge romagnole – prende avvio il romanzo di Vignali. Un giallo, un noir, che dir si voglia, messo nella mani questa volta di un investigatore femmina, il vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet: bella, fondoschiena strepitoso su cui stringono le telecamere per la gioia dei social, aristocratica, talvolta antipatica, spesso invece il contrario.

Ma lei abita, causa vicissitudini spiegate sì e no, in una suite del Grand Hotel. E lì intorno, in pieno inverno, si ritrovano cadaveri, uccisioni spietate secondo le leggi auree della narrativa «pulp», o (come è di moda dire) di genere. La chiave di tutto (Inverno) è il tomo inaugurante di una quadrilogia (uno per stagione) nata dalla penna (corrisponde a verità, l’autore scrive sui Moleskine) di Gino Vignali, proprio lui, il Gino della ditta Gino & Michele (Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano). Un giallo prodotto e ambientato nella Rimini vista come una Miami adriatica, bella e desolata nel pieno dell’inverno.

Intorno alla Confalonieri Bonnet circolano personaggi immersi in una bolla ambientale il cui mito non si è mai spento, lì Fellini ha creato una specie di casello autostradale fra realtà e fantasia (sono parole di Vignali). Ironia e battute strappano il sorriso in ogni capitolo, il principale personaggio femminile viaggia sul filo dell’insofferenza, con teneri imbarazzi di marca provinciale, ma riesce ogni volta a salvare pelle e carattere, suo e del romanzo. Viscerale, cinematografico senza mezzi termini, alle prese con una storia molto poliziesca e molto carica di colpi scenici.

Certamente la carriera di Vignali e il suo mestiere (gran lettore di gialli) gli permettono di caricare il racconto di delizie più o meno vere più o meno inventate, i particolari fanno stare sulle spine, forse lo stesso autore ne ha subìto le conseguenze durante la stesura e l’editing. A un certo punto compaiono tipi spietati, killer provvisti di tatuaggi d’inquietante marca «russa», ma nella Chiave di tutto ogni situazione si avvale dello sguardo pungente del vicequestore, che pur vagando nella nebbia riminese non si lascia invadere dall’astrattezza: avrà pure un corpo da far girare la testa a colleghi e giornalisti, ma riesce a tenere in pugno il senso di quel che Vignali ha preparato per lei.

Questo è uno di quei romanzi in cui sembra che il protagonista guidi storia e intenzioni (effetto non nuovo, Camilleri docet), dunque all’autore resta gratitudine per l’intraprendenza del suo «primo attore» gettando nel libro, in pasto a chi guida l’azione con tanta sollecitudine, tutti gli appunti dei suoi taccuini. Diventerà una griffe? Probabile. Se è vero che Rimini è una delle città più violente d’Italia, nonostante la fama di stazione balneare tra la favola e il rito annuale dei gitanti come orde che divorano ogni cosa, Vignali tira il fiato sulle fantasie felliniane più sospette (Fellini: «Non so se i miei ricordi sono veri o falsi, sospetto però che siano in gran parte inventati…”), sulle cialtronerie che ci hanno accompagnato per più di mezzo secolo. Ecco l’importanza delle facce, come assistere ai mitologici provini del regista.

Tutto è immerso nel carico micidiale di un’attualità vitrea, per niente allegorica, messa di peso nella sceneggiatura di una serie in stile Netflix. Dopo aver letto questo giallo ci attacca la voglia di conoscere Costanza Confalonieri, non soltanto per via della figura stellare («mi sono ispirato alle donne disegnate da Manara»): lontana dallo stereotipo del poliziotto sfigato e puzzolente di tabacco, dotata di cultura e ironia aggiornate, dirige una corte di personaggi ispirati a gente di spettacolo in odore di simpatia e popolarità. Nonostante il cinismo professionale di Vignali, nel romanzo la commedia non è nascosta e vi si respira una cert’aria struggente e malinconica, quella che prende ai tramonti di fine stagione sui moli delle città balneari: «Il mare d’inverno…»

http://www.solferinolibri.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Notti magiche

Enrico Brizzi (soggetto e sceneggiatura) e Denis Medri (soggetto, disegni e colori), Un’estate italiana, Panini Comics, pp. 128, euro 18 stampa.

recensisce PAOLO SIMONETTI

In una recente intervista Enrico Brizzi ha definito il calcio «uno dei tre motori della società italiana» (gli altri due sarebbero gli amori facili e l’autoritarismo). Tifosissimo del Bologna, Brizzi stesso parla con cognizione di causa, visto che può vantare dieci anni da abbonato in curva – anni turbolenti, da come li descrive, fatti di sfiancanti viaggi in treno per portare gli striscioni in trasferta in giro per l’Italia e l’Europa al seguito della sua squadra. Il calcio è anche uno dei motori della sua narrativa: ne L’inattesa piega degli eventi – il primo romanzo di quello che probabilmente resterà il suo magnum opus, la trilogia ucronica conosciuta come Epopea fantastorica italiana (2008-2012) – Brizzi reinventa la triste storia coloniale italiana attraverso le vicissitudini di un giornalista sportivo scapestrato e donnaiolo inviato a seguire la «Serie Africa», il campionato di calcio disputato tra le sedici squadre migliori delle colonie.

Oltre a essere un appassionato tifoso, Brizzi è un grande esperto di calcio: stanco di doversi confrontare «con un sacco di luoghi comuni» e di sentirsi ripetere «informazioni vaghe e risapute» sulla nascita e sui primi passi delle principali squadre italiane, tra il 2015 e il 2018 ha pubblicato una seconda trilogia, stavolta di saggi storici dal taglio narrativo, sulle origini e gli sviluppi del calcio in Italia (Il meraviglioso giuoco. Pionieri ed eroi del calcio italiano 1887-1926; Vincere o morire. Gli assi del calcio in camicia nera 1926-1938 e Nulla al mondo di più bello. L’epopea del calcio italiano fra guerra e pace 1938-1950). E ora, se tutto ciò ancora non bastasse, ha scritto la sceneggiatura di un graphic novel, Un’estate italiana, un noir incentrato sulla carriera di un carismatico (e problematico) calciatore, Yuri Salati, durante i mondiali di calcio di Italia ‘90. I disegni e i colori sono di Denis Medri, artista cesenate classe ’79 che nel 2007 ha cominciato a collaborare con la Marvel Comics (Last of the Mohicans, The Avengers: Giant Size Special, Marvel Adventures: Super Heroes, ecc.); dal 2010 collabora anche con la RCS MediaGroup, per cui ha realizzato una serie di illustrazioni dedicate al Fantacalcio della Gazzetta dello Sport e apparse sulla rivista Sport Week. «Nel 1990 avevo undici anni», ricorda Medri, «e quel Mondiale ha rappresentato per me il definitivo innamoramento per il gioco del calcio».

Sin dalle prime pagine è chiaro che il binomio Brizzi-Medri costituisce una formazione vincente. I disegni puliti, estremamente particolareggiati e dinamici, ricordano lo stile di alcuni fumettisti francesi (Pierre Alary di Moby Dick su tutti – non a caso Medri ha lavorato con l’editore francese «Soleil Productions» a un fantasy fantascientifico dal titolo Les Pèlerins des étoiles); i colori restituiscono efficacemente le diverse atmosfere della vicenda e si adattano perfettamente ai periodi storici descritti (le scene ambientate negli anni Settanta, ad esempio, sono di un suggestivo color seppia). Grazie a un sapiente uso del flashback, la trama passa da episodi legati all’infanzia del protagonista – che tira i primi calci a un pallone nella piazza di un paesino sull’appennino romagnolo – alla sua ascesa in serie A negli anni Ottanta, fino al presente della narrazione, l’8 giugno del 1990, data della partita inaugurale del mondiale italiano. Come ha ricordato Brizzi, la curva è «un ambiente democratico, è il posto dove il tornitore e l’avvocato contano uguale, perché non si è giudicati dal punto di vista del censo, ma da quello della lealtà»; ancor di più il campo, visto che sul rettangolo di gioco contano solo i piedi – e Yuri ce li ha davvero buoni, tanto che si ritroverà, nel 1983, a vincere lo scudetto con la Roma di Pruzzo, Conti e Falcao.

Purtroppo, però, a inseguire il protagonista non ci sono solo gli avversari, ma anche i problemi famigliari, le difficoltà economiche, un carattere difficile, la mafia e, soprattutto, un crimine sepolto nel passato che condivide col suo amico d’infanzia, divenuto portaborse di un importante politico. Nel calcio, come nella vita, le cose non vanno mai come ce le aspettiamo. Ce ne accorgiamo già dalla copertina, che riproduce Ciao, la famosa mascotte di Italia 90, con gli arti spezzati, smembrata e ricoperta di sangue. Se è vero che nelle intenzioni del suo ideatore, Lucio Boscardin, gli elementi cubici bianchi, verdi e rossi della mascotte avrebbero dovuto formare la parola «Italia», è chiaro che il Paese descritto da Brizzi e Medri non è così in salute come sembra invece il suo calcio. Un’estate italiana è un tuffo nostalgico in un’Italia giovane e ottimista, quando alla radio Gianna Nannini e Edoardo Bennato facevano sognare un’intera nazione cantando Notti magiche (il cui vero titolo è, come quello del libro, Un’estate italiana) e l’Italia accoglieva i campioni di tutto il mondo negli stadi fatti costruire o rimodernati apposta per l’occasione. Nelle parole di Brizzi, in quella «stagione irripetibile […] il nostro Paese era al centro del mondo, tanto prospero quanto marcio […]. Credevamo di ascoltare la musica di un glorioso futuro in arrivo, invece erano le prime note dell’Apocalisse».

http://comics.panini.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share