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L’Inghilterra sotto il Reich

Len Deighton, SS-GB. I nazisti occupano Londra, tr. Simona Fefè, Sellerio, pp. 504, euro 15,00 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce EMILIANO MARRA

Alla fine degli anni Settanta, Len Deighton è ormai un affermato autore di romanzi spionistici e sta per esordire come storico militare con un saggio sulla battaglia d’Inghilterra. Durante una serata di bevute con un amico e il suo redattore per scegliere la copertina del libro, la conversazione prende una piega speculativa: mentre i primi due sostengono che sia impossibile immaginare un esito differente di quell’episodio della seconda guerra mondiale, Deighton è convinto del contrario. Forte di un ampio lavoro di ricerca sui documenti originali del Terzo Reich, carica la famiglia sulla sua Volvo, si chiude in una casa di Barga, in Toscana, e compone su una Olivetti 22 un piccolo classico del romanzo ucronico britannico: SS-GB.

Uno dei punti di forza della solida traduzione di Simona Fefè per Sellerio è proprio la piccola prefazione del 2009 in cui lo stesso Deighton spiega la genesi dell’opera, soffermandosi sullo studio dell’ambientazione e la scelta della struttura narrativa. La storia narrata in SS-GB, infatti, si svolge alla fine del 1941 in una Gran Bretagna invasa dai nazisti dopo la sconfitta del Regno Unito: la guerra è finita con la capitolazione di Francia e Inghilterra e la Germania hitleriana si appresta a trasformare il patto Molotov-Ribbentrop in un’alleanza rossobruna fra i due totalitarismi. Giorgio VI è rinchiuso nella Torre di Londra e gli Stati Uniti di Roosevelt stanno a guardare, in piena impasse, confermando il filonazista Joe Kennedy all’ambasciata britannica.

Nella cornice della Londra occupata, in una Scotland Yard controllata dalle SS, il soprintendente Douglas Archer si muove in una zona grigia fra collaborazionismo con il nemico e lealtà alla corona: ovviamente dovrà risolvere un omicidio le cui implicazioni scoperchieranno la rete intricata di rapporti incrociati fra SS, Wehrmacht, Resistenza e servizi segreti inglesi, tedeschi, americani. Uno dei pregi del libro è proprio questo: all’interno di un’ambientazione storicamente accurata, i personaggi non sono mossi da grandi ideali, quanto piuttosto da interessi pratici e particolari anche quando la posta in gioco è altissima, come la corsa alla bomba atomica. Nel romanzo, i membri delle SS sono figure ciniche e calcolatrici, preoccupati del loro interesse personale e lontani dal cieco furore ideologico con cui spesso sono rappresentati. I fronti contrapposti, perciò, non sono netti e persino i protagonisti hanno una morale flessibile e sfumata.

Detto questo, i quarant’anni dell’opera (la prima edizione è del 1978) si sentono tutti. Certo, la lettura è resa piacevole da un buon ritmo, un piglio quasi da hard-boiled e un’impronta di realismo lontano dal fantaspionaggio dell’epoca (malgrado lo scenario allostorico), eppure la trama risulta un po’ farraginosa e nella conclusione i fili vengono tirati in maniera decisamente troppo sbrigativa, impedendo un pieno coinvolgimento emotivo del lettore nei colpi di scena finali. Se siamo lontani dalle massime narrazioni controfattuali in lingua inglese (oltre al capolavoro di Philip Dick, L’uomo nell’alto castello, si pensi soprattutto al Complotto contro l’America di Philip Roth), anche un buon prodotto medio come Fatherland risulta più gradevole da leggere, nonostante i chiari debiti del romanzo di Robert Harris nei confronti del testo di Deighton.

Ad ogni modo, incoraggiata forse dalla miniserie BBC ispirata al libro, a Sellerio va riconosciuto il merito di averci dotato finalmente di una buona edizione di un testo fondamentale dell’ucronia inglese, le cui versioni precedenti (Rizzoli 1981 e 1990) sono disponibili ormai solo nel mercato dell’usato.

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Racconti cinici per lettori nostalgici

Valerio Valentini, Parlare non è un rimedio, D Editore, pp. 282, €14,90 stampa, €3,11 ebook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Quello che stupisce di questo libro è innanzitutto il formato, deliziosamente pocket, e dall’impaginato insolito. Poi, a lettura terminata, si impara a conoscere l’autore che butta una manciata di disincanto mischiata a cinismo qua e là (inconsapevolmente o consapevolmente: io opto per quest’ultima).

Originario di Roma, l’autore Valerio Valentini ha fondato nel 2016 il magazine Reader for Blind, rivista indipendente e autofinanziata di letteratura breve, aperta a tutti coloro che hanno qualcosa da dire e lo dicono bene. In questo suo terzo libro ha concepito una raccolta mista, composta da racconti dalla struttura complessa che si alternano a racconti dalla trama più libera, legati in ogni caso da un fil rouge di rassegnazione, da un’aspettativa in crescendo che viene distrutta con intelligenza sul finire, destabilizzando il lettore.

Valentini ha una scrittura scorrevole e diretta che fa dei suoi racconti una piacevolissima compagnia, una lettura che lascia l’amaro in bocca, una malinconia di base e una diffidenza nei confronti dell’amore che è riconoscibile in tutti i suoi personaggi. Lo si ritrova nel ragazzo di «L’amore ci farà a pezzi», che, durante il matrimonio della sua ex fidanzata Luciana, ha un incontro fugace nei bagni con Alina, l’ex fidanzata dello sposo, in una situazione paradossale e tragicomica insieme. Ma anche in «Parlare non è un rimedio» (racconto che dà il titolo all’intera raccolta), in cui una coppia si confronta al tavolo e dopo una notte d’amore lei abbandona il marito per un altro.

Un concentrato di emozioni da cui emergono i diversi approcci alle relazioni, gestioni diverse del sentimento che molto spesso si tramuta in routine, che come si dice sulla quarta di copertina «è una gabbia che ci riempie di risentimento. Veniamo allevati con colte letture di avventure straordinarie, ma la realtà è un’altra: siamo costretti ad accontentarci di piccoli momenti di gioia, punti luminosi che interrompono una vita annegata dalla noia».

Un racconto che descrive perfettamente questo concetto è «Costole»: una coppia ha difficoltà nel concepire un figlio e nelle azioni che si susseguono quotidiane, tutte uguali; dopo tanti tentativi andati a vuoto finalmente arriva lo spiraglio di luce a cancellare la delusione.

Tre storie in particolare mi sono rimaste nel cuore, «Iride», «Audio Bibbia» e «L’ultimo giorno di Phonola». La prima per la vicenda terribilmente commovente in cui un bimbo cieco insegna al padre a guardare le sfumature del mondo in un mercatino di domenica mattina. La seconda capace di far ridere e riflettere sull’ipocrisia delle persone, mentre l’ultima è una storia nostalgica sugli oggetti con cui siamo cresciuti e a cui ci siamo inevitabilmente legati, tanto da infischiarcene dell’evoluzione tecnologica.

Un libro molto ben scritto che invoglia anche i più diffidenti alla lettura del formato narrativo del racconto, che è fondamentale in questo momento storico in cui andiamo tutti di corsa e non abbiamo mai tempo per soffermarci, distratti da mille input esterni.

http://deditore.com/

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Per un’etica minima della sfera pubblica

Pier Aldo Rovatti, L’intellettuale riluttante, Eléuthera, pp. 176, € 15 stampa, € 5,99 eBook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

Cosa può un intellettuale nella sfera pubblica oggi? Potrebbe essere questa una domanda utile per interpretare il senso – e il bisogno profondo a cui risponde – questa raccolta di microsaggi del filosofo Pier Aldo Rovatti (1942), dal 1976 direttore dell’influente rivista filosofica aut aut (il Saggiatore), studioso, tra gli altri, di Michel Foucault, ideatore con Gianni Vattimo della fortunata formula filosofica di “pensiero debole” all’inizio degli anni Ottanta.

Il volume è un’antologia di quarantaquattro editoriali scritti tra il gennaio e il dicembre del 2017 per il quotidiano il Piccolo di Trieste. È necessario preliminarmente intendersi sul significato di parole ormai evanescenti, come «intellettuale» e «sfera pubblica» nell’epoca della iper-comunicazione che scorre in rivoli di bit dentro le nostre tecnologie incarnate (smartphone su tutte!) fino a disperdere il senso di un intervento meditato e impegnato (intellettuale) offerto ad un dibattito il più ampio possibile (pubblico). Proprio in questa rete di significati si installano i testi i Rovatti che, in fitto dialogo con l’attualità, affrontano una miriade di argomenti: dalla medicina alla scuola, da «fake news» e «post-verità» al calcio col tracimare del suo linguaggio nella politica, dai cambiamenti nelle relazioni sociali (ben rappresentati anche dal movimento #metoo) indotti dai social network alla mancata approvazione dello «Ius Soli» come strumento necessario all’aggiornamento della cittadinanza, fino alla scientificità e alla presunta neutralità dei saperi.

Un’istituzione guardata con interesse e preoccupazione dal filosofo è certamente la scuola, travolta da innovazioni tecnologiche e sociali che i soggetti che la abitano o la attraversano – studenti, docenti, genitori – faticano a mediare, risucchiati da un dilagante deficit di attenzione e da competitività e individualismo sfrenati. L’ansia per una comunità disintegrata da forme esorbitanti di atomizzazione e competizione è la lente che l’autore utilizza per leggere la restrizione degli spazi pubblici (evidente nell’aumento degli sgomberi di spazi sociali), il dilagare di forme autoritarie di populismo e l’affermazione sempre più spudorata del potere economico e politico di cerchie ristrette. Le configurazioni assunte dal potere sono un altro fuoco del ragionamento di Rovatti, che indaga le asimmetrie nelle relazioni, che si tratti di quelle tra governati e governanti, docenti e studenti, medici e pazienti, genitori e figli. È lì, fra i corpi di quei soggetti, secondo un paradigma caro a Foucault, che prendono forma gli aspetti più patologici e interessanti della vita sociale.

In questi brevi testi non troverete rimedi o soluzioni che fanno appello agli aspetti più deteriori del senso comune, né viene proposto il rassicurante rifugio in un glorioso, edenico passato, come ormai d’abitudine negli articoli di fondo e nei commenti dei grandi quotidiani nazionali. Rifuggendo e criticando l’ipersemplificazione del discorso pubblico contemporaneo, Rovatti propone un metodo di ragionamento, una forma del pensiero che chiama di «etica minima» (che dà il titolo alla sua rubrica), che significa «attivare una riflessione» aperta alle insorgenze, anche minute, del presente. In questo contesto, l’«intellettuale riluttante” del titolo è colui o colei capace di intervenire per trasformare quei dispositivi di potere che stanno rendendo la società una «parola ormai cadaverica», che si rifiuta di rappresentare gli interessi di qualcuno. Che dice «no», proponendo strumenti discorsivi per una liberatoria diserzione.

https://www.eleuthera.it/

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Sulla strada della memoria

Sara Taylor, Il contrario della nostalgia, minimum fax, tr. Assunta Martinese, pp. 295, euro 18 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce UMBERTO ROSSI

On the road. Quanto volte l’avremo sentito dire o letto? Film, romanzi, fumetti, serie tv, tutto on the road: a partire dall’ormai canonico romanzo di Jack Kerouac (ormai nei libri di scuola), l’idea di una storia che si dipana lungo una strada, possibilmente a bordo di un macchinone americano (ma non necessariamente), attraversando paesaggi a stelle e strisce (ma non sempre), è stata riproposta un’infinità di volte. Anche dal cinema italiano, beninteso, e non senza merito: pensate a Il sorpasso. Ora, a sessantun’anni dalla pubblicazione di Sulla strada si sarebbe autorizzati a pensare che da questo filone non si possa tirare fuori più niente di nuovo, non fosse che arriva Sara Taylor a dimostrare che con il classico macchinone americano e tanti chilometri (o meglio miglia) di strade ci si può ancora fare qualcosa di completamente diverso.

Tanto per cominciare il romanzo vede in viaggio due donne, e non amiche come in Thelma e Louise, bensì una madre, chiamata semplicemente Ma, e sua figlia o figlio Alex. E qui già si tocca con mano la particolarità de Il contrario della nostalgia: per tutto il romanzo Alex, voce narrante della lunga peregrinazione sua e della madre da una costa all’altra (incluso un breve sconfinamento in Canada), rifiuta caparbiamente di rivelarci il suo sesso – come lo tiene cocciutamente nascosto ai suoi compagni di scuola, non senza conseguenze. Come se l’adolescente non accettasse l’idea di essere incasellato/a e identificato/a in base al suo semplice essere maschio o femmina. Del resto man mano che la strada si srotola, scopriamo che anche la sessualità di Ma è tutt’altro che semplice.

Ed ecco l’altro motivo per cui Il contrario della nostalgia si distacca nettamente da Sulla strada: il viaggio di Ma e Alex non è solo in avanti nello spazio ma anche indietro nel tempo. Ogni tappa di questo giro degli Stati Uniti (in macchina) è legata a un episodio dell’irrequieta vita della madre, una donna che non è mai riuscita a trovare terra che la reggesse, un luogo dove piantare le tende una volta per tutte. Persino il matrimonio che le ha dato Alex è una sistemazione temporanea, abbandonata proprio nella primissima pagina del romanzo, per andare a chiudere (o provare a farlo) capitoli lasciati aperti dell’esistenza di Ma; e così ci troviamo a scoprire il passato della donna insieme a suo/a figlio/a Alex, più d’una volta spiazzati quanto lui/lei.

Perché il/la figlio/a non ha letto che gli ultimi capitoli della storia di sua madre; prima di essi ce ne sono stati parecchi, alcuni dei quali a dir poco drammatici, che riemergeranno man mano che Ma ritrova vecchie conoscenze, vecchi amori, vecchie amiche (marcate l’ossessiva ricorrenza del nome «Laura», tanto che il titolo originale è, giustamente, The Lauras). E ogni volta che Alex imparerà qualcosa di nuovo eppur d’antico su sua madre, imparerà anche qualcosa di se stesso/a; a ogni tappa riemerge qualcosa del passato della madre (anche qualcosa di pericoloso), e al tempo stesso si definisce qualcosa del carattere di Alex, fino all’ultimo capitolo, nel quale farà la sua prima scelta autonoma, non più figlio/a trascinato/a dalla mamma, ma individuo che ha finalmente il suo viaggio da intraprendere.

Nel complesso, una storia di rimpianti, ripensamenti, ricordi; ma anche maturazione e crescita. Sconsigliata a chi soffre di mal d’auto, ma raccomandata a chi voglia entrare in un rapporto madre-figlio/a del tutto inconsueto, eppure stranamente credibile. E un’interessante opera seconda di una scrittrice che nel suo romanzo d’esordio, Tutto il nostro sangue (minimum fax, 2016), racchiudeva la sua narrazione nel piccolo spazio di un arcipelago davanti alle coste della Virginia (stato che costituisce il punto di partenza e di ritorno de Il contrario della nostalgia, si noti bene), ma ricostruendo sei generazioni di una stessa famiglia. Da uno spazio circoscritto alla vastità dell’America, quindi; ma sempre senza perdere di vista il passare del tempo e la persistenza del passato.

https://www.minimumfax.com/

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Dove le mappe non esistono più

Lawrence Osborne, La ballata di un piccolo giocatore, tr. Mariagrazia Gini, Adelphi, pp. 224, €18,00 stampa, €9,99 eBook

recensisce ELIO GRASSO

In questo romanzo di Osborne il doppio gioco viene azzerato da quei selvaggi incontri d’azzardo che sono il baccarat e il baccarat punto banco (“la regina carogna e puttana dei giochi di carte da casinò”), dove la presunta intelligenza di un giocatore viene sconfitta dalla più corrosiva azione della fortuna. Osborne definisce il proprio eroe “piccolo”, ma quando l’assalto a questi oscuri (le tenebre della notte, a Macao, fanno sempre il loro gioco) e labirintici casinò arriva a mettere sul tavolo milioni di dollari, sia americani che di Hong Kong, ci si chiede di cosa stiamo parlando.

Lo sa bene Lord (falso) Doyle, originario del New England, mentre entra ed esce dall’aria fetida, a tratti frizzante data la vicinanza di mari tempestosi, di Macao. Se in Cacciatori nel buio l’avventura avveniva tutta nelle putride e ammuffite strade e paludi cambogiane, nella Ballata di un piccolo giocatore il protagonista attraversa guai seri completamente asserragliato in alberghi dove i piani bassi e i sotterranei sono occupati da casinò d’ogni genere, d’alto e basso bordo, e dove la riverenza cinese nasconde torbidi disegni. Champagne e alcolici assaltano il cervello e le tasche degli avventori, Doyle punta il proprio denaro come se tenesse fra le mani un revolver puntato alla tempia. E, come sempre accade nei romanzi di Osborne, sembra che al fianco del giocatore se la spassi un fantasma, un doppio, tutto teso alla rovina del compare.

Qui non c’è più la guerra indocinese, ma il demone Kurtz continua la sua nefasta azione tra l’esoterico e il sanguinolento commercio. Non sorprenda, siamo ancora nel labirintico Oriente, basta sostituire le foreste del delta del Mekong con le ballardiane foreste di cristallo del terzo millennio. E i guai lo, i Westerners, gli occidentali, come sono definiti dai cantonesi gli europei finiti lì (letteralmente uomini-fantasma), spesso si trovano inguaiati in traffici sconosciuti o, come in questo caso, in azzardi disastrosi per l’eventuale malloppo arraffato in patria.

In una nuvola appiccicosa di cortesie, di cibi e vini elargiti all’Hotel Lisboa, l’assorto Doyle perde e vince i propri soldi con un andirivieni simile a uno sconfortante misfatto, un’eversione che disturba nel profondo e che il grandissimo Osborne ci getta in faccia come nessun scrittore riesce trattando analoghi argomenti. L’atmosfera delinquenziale (del tutto legale, sia chiaro), vanitosa e malata fin dentro alle budella di croupier, assistenti e cortesissime hostess, viene spinta pian piano in luoghi dove il sogno sembra realtà e la realtà appare come una mistificazione da tutti accettata benevolmente.

L’incontro con la misteriosa e graziosa Dao-Ming muta le cose, e il romanzo vira verso zone dove le mappe non esistono più: il territorio si fa ogni giorno più fosco, il denaro compresso nelle valigette nere (Fleming e Greene se la ridono nel paradiso del thriller) passa di mano in mano alla velocità della luce, il sesso non ha quasi più importanza, il fumo del tè Oolong rinforza i corpi sfatti, e la vegetazione che dovrebbe essere lussureggiante diventa il caldo abbraccio dove rilasciare le membra, dove “Lord” Doyle assicura la propria eternità, in piena assonanza con i luoghi vissuti. Un guai lo trasformato dalle leggi locali in un’entità diversa, qualcosa che le antiche foreste tropicali riconoscerebbero se ancora esistessero nel groviglio di cristallo dei grattacieli.

http://www.adelphi.it

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Sperimentare l’inquietudine

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate, TerraRossa Edizioni, pp. 234, € 15 stampa

recensice GIANLUCA MERCADANTE

Sperimentare non è più da questo mondo. Oggi è necessario semplificare il linguaggio, appiattire i contenuti. Se perfino i registi cinematografici prestano la dovuta attenzione nel comporre inquadrature che andranno guardate su telefonini e tablet, perché tanto nelle sale non ci va più nessuno, figuriamoci quanto si tenda ad amalgamare la narrativa quando da anni il mondo editoriale lamenta una sentita crisi di lettori. Il pubblico superstite si accontenta dunque di quel che racimola, o ripara nei grandi classici, mentre quello ipoteticamente nuovo viene nutrito con della roba che sembra tagliata e incollata da Whatsapp. O poco ci manca.

Be’, non temete: di sperimentatori ce ne sono ancora in circolazione, bisogna solo sforzarsi di setacciare le offerte appena oltre la linea di fuoco delle major editoriali per trovarne alcuni. Uno di loro si chiama Cristò. E meriterebbe una frase epica per venire consegnato a un grande pubblico che ha bisogno di conoscerne e apprezzarne le pagine, o almeno una parafrasi, che so, qualcosa tipo: «Ho visto il futuro della narrativa italiana. Quel futuro si chiama Cristò».

Dopo La Carne (Intermezzi Ed.), romanzo dall’intelaiatura e dallo stile letterario difficilmente superabili, e dopo aver in fin dei conti scritto sempre romanzi brevi, con Restiamo così quando ve ne andate l’autore si cimenta finalmente sulla misura lunga, sebbene crei a bella posta un microcosmo e chiuda lì la narrazione, come potesse controllarne meglio lo scorrere degli eventi. Che a loro volta si dipanano grazie a un ingranaggio ulteriore, e questo lo rivela molto chiaramente la struttura del romanzo, divisa in tre sezioni da dieci giorni, dieci ore e dieci mesi.

Francesco, il protagonista, ha quarant’anni e lavora in un supermercato da cui presto si licenzierà, oppresso dalla prematura morte dell’amico (nonché collega) Donatello, che sognava di fare lo scrittore. Anche Francesco coltiva l’ambizione di diventare musicista per professione, la realtà lavorativa lo soffoca e gli sottrae tempo da dedicare alla musica, alla composizione di un’opera sua.

La musica è pure il collante fra lui e Monica, musicista a sua volta, con cui Francesco ha intrapreso una relazione piena di strappi, che non si decide a consolidare. Ed è forse in mezzo a uno di questi strappi che Francesco intravede la figura della giovane ragazza indiana Fatima, che insieme alla famiglia abita dirimpetto. Il muro della sua cameretta confina con la camera-studio di Francesco e quando lui e Monica suonano, o discutono, o fanno l’amore, Fatima batte qualche colpetto contro la parete, che di volta in volta assume sensi e pesi diversi.

Tutto questo viene osservato (e mosso) da qualcosa o qualcuno che si trova al contempo dentro e fuori dalla linea narrativa. Intanto che la narrazione procede attraverso la voce di Francesco, un’altra voce, più corale, s’insinua fra le righe, commenta, cogita, dialoga con sé stessa, e poi scompare. Per noi possono essere fantasmi, emanazioni energetiche rimaste in circolo. O l’amico Donatello, perché no?

Perché no, ecco perché. Perché questo romanzo l’ha scritto Cristò e sarebbe stato troppo banale per lui riempire un appartamento di spettri e scadere nell’ovvio. Ma credeteci: dopo essere arrivati alla fine di questo viaggio struggente, a tratti lisergico, e a suo modo dolcissimo, non riuscirete mai più a guardare le stanze di casa vostra con gli stessi occhi. Né a considerare casa vostra stessa come, appunto, vostra.

E la sottile ma persistente inquietudine che ne deriverà, la riterrete il miglior ricordo che la lettura di questo romanzo poteva lasciarvi addosso. Anzi: attorno.

https://www.terrarossaedizioni.it/

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Una vita per la Costituzione

Carlo Smuraglia, Con la Costituzione nel cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica, EGA – Edizioni Gruppo Abele, pp. 160, euro 9,35 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Appaiono ogni tanto dei libri che fuor di retorica è lecito definire imperdibili. «Con la Costituzione del cuore. Conversazioni su storia, memoria e politica», edito da Edizioni Gruppo Abele, è certo tra questi. Si tratta di una ponderata e articolata intervista che il professor Carlo Smuraglia, combattente della Resistenza, valente giurista e avvocato, già senatore della Repubblica, componente del Consiglio Superiore della Magistratura e presidente dell’Anpi, ha rilasciato ad un giovane studioso, Francesco Campobello. È un testo che tutti dovremmo leggere, la cui profondità di contenuti stimola una penetrante riflessione sugli eventi e gli snodi più significativi della nostra storia che hanno determinato il tempo presente. Per volontà dichiarata non si tratta di una biografia, ma di un contributo alla storia e alla memoria di un Paese che ha perso il senso del ricordare e il valore della riflessione; il suo intento è lasciare un’eredità morale ai giovani di un’Italia «smarrita». Un libro quindi preziosissimo, che appare come una cometa nel momento di tremenda confusione e di perdita dell’identità che stiamo vivendo.

Nel meditato andirivieni nel tempo storico in cui trova posto anche il futuro, in perfetta armonia tra elemento autobiografico e dato pubblico, si rivisitano con lucidità personaggi ed eventi fondanti, dei quali Smuraglia è stato spesso protagonista: gli anni della Resistenza, il processo di maturazione politica e la scelta della lotta armata per la libertà, il 25 aprile del 1945, le complicate fasi della Costituente, la legge truffa del 1953, i processi ai partigiani negli anni Cinquanta di cui insieme ad altri egli assunse la difesa, i fatti di Reggio Emilia del luglio 1960 (fu difensore della parte civile nel processo intentato contro funzionari e agenti di polizia accusati della morte di cinque operai), il Sessantotto e le sue contestazioni, il processo Pinelli (che lo vide avvocato della vedova Pinelli), il caso Lockheed, cioè il più clamoroso scandalo di corruzione della Prima Repubblica (Smuraglia svolse un incarico unico nella storia giudiziaria del Paese, quello di pubblico ministero nel processo celebrato tra il 1977 e il 1979 davanti alla Corte costituzionale contro gli ex ministri Luigi Gui e Mario Tanassi e altri imputati non parlamentari per i reati di corruzione), il ruolo attivo avuto nei referendum costituzionali del 2006 e del 2016 in difesa delle libertà costituzionali. Sono poi ricordati numerosi processi di carattere sociale: quelli in tema di sicurezza del lavoro (branca del diritto civile di cui Smuraglia può considerarsi tra i più illuminati fautori e per la cui definizione e attuazione si è impegnato in durissime battaglie processuali, giuridiche e politiche), il processo per il sequestro e la morte di Cristina Mazzotti (fu l’avvocato della parte civile), caso che negli anni Settanta fece scalpore e uno dei primi in cui emerse una saldatura fra la ’ndrangheta calabrese e la criminalità organizzata del Nord, il processo sulla fuga di diossina verificatasi nel 1976 a Seveso, che lo vide impegnato quale difensore di una delle parti civili, ed altri ancora.

Filo conduttore di questa cavalcata nella storia dell’Italia repubblicana è la Costituzione, i cui articoli sono come una lente puntata sugli eventi, sui loro risvolti, i loro significati. Con una chiara scelta di posizione, di fermezza e di solidarietà, nel momento in cui riemergono la violenza, la retorica e la cultura dei fascismi questo libro proclama a gran voce i valori dell’antifascismo e della Costituzione, rievocando le tante battaglie portate avanti per la sua attuazione e difesa in un’Italia mai del tutto defascistizzata, dai primi vagiti di un diritto del lavoro che a lungo ha stentato ad affermarsi, alla tentata “controriforma» costituzionale del 2016, contro la quale a novant’anni suonati si è battuto come un leone, rinverdendo i fasti della lotta resistenziale. E ciò si lega ad un’acuta riflessione sull’oggi, sul proliferare di un nuovo modo di intendere il fascismo, che per Smuraglia non ha le stesse sembianze di allora, ma ne ha gli stessi sintomi: la crisi economica, la mancanza di lavoro, le disuguaglianze sociali, la paura verso un presente incomprensibile. Soltanto risolvendo quei problemi, ammonisce Smuraglia, e ricorrendo alla memoria, alla conoscenza, al senso critico, si può combattere questo nuovo, strisciante fascismo globale che avvelena alle fonti la democrazia. Non mancano poi sagge meditazioni sul fenomeno dei migranti, che indicano il percorso politico e culturale da seguire per questo dilagante problema che tutti spaventa, utilizzato strumentalmente da certa malsana politica.

In definitiva, da questo libro si sprigionano degli insegnamenti che un Paese che ha smarrito il senso della memoria e il valore della riflessione non può ignorare, se non vuole definitivamente spegnersi: la memoria come forma di conoscenza, di analisi e valutazione dei fatti, base della vita comune di un consesso che vuole dirsi civile. Il rischio dell’oblio, della cancellazione di ciò che è avvenuto, ciò che si è acquisito, forse il peggiore dei mali. E ancora, la cultura come valore imprescindibile, vero sostrato della norma giuridica, che a sua volta deve poggiare su un sostrato di valori. E a chiosa di tutto ciò, il dovere morale e civile che tutti abbiamo di preservare la Costituzione, regola della nostra civiltà, di batterci per la sua piena attuazione, poiché è questo il vero nodo democratico ancora da sciogliere. Insomma, questo è un testo che andrebbe adottato nelle scuole per formare cittadini e persone in grado di preservare e migliorare un Paese civile.

Colpisce l’ottimismo di Carlo Smuraglia, la grande capacità di parlare del futuro. Dalle pagine di questo volumetto traspare tutta la forza, l’energia, la stoffa del combattente di quest’uomo, ancora intatte a novantaquattro anni suonati. Soprattutto, traspare il rigore morale, l’integrità, le stesse dei resistenti morti sul campo. Rigore morale e integrità sul lungo periodo, che si definiscono come una regola di vita dalle risonanze kantiane, luminoso esempio che ci si pone davanti come un faro, una bussola nel mare in eterna tempesta di quest’epoca buia e corrotta, e monito stentoreo a chi voglia preservare una civiltà conquistata con il sangue ed il sacrificio di uomini come lui.

Non a caso il libro si chiude con una citazione di Carlo Azeglio Ciampi, rivolta ai giovani: «Sta a voi di volgere in positivo le difficoltà di questi tempi». Proprio come fecero quei meravigliosi combattenti, giovani d’un tempo lontano, che in fondo sconfissero l’esercito più feroce del mondo, un esercito al servizio di un’idea aberrante ancor più feroce. E con un messaggio finale, lo stesso con cui Carlo Smuraglia ha concluso la sua esperienza di presidente dell’Anpi, ispirato ad una frase di Ovidio: «schiena dritta, sguardo verso le stelle, con dignità e speranza».

http://www.edizionigruppoabele.it/

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La condizione del disadattato

Tommaso Pincio, Il dono di saper vivere, Einaudi, pp. 195, euro 14,87 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce GIOACCHINO DE CHIRICO

Un giovane uomo, solo nella cella di un carcere, pensa. È l’unica cosa che gli è possibile, riflettere sulla vita e sul modo di viverla. Pensa agli esseri umani. A quali aspettative ciascuno si aggrappi per conquistare una vita soddisfacente. Si tratta di talenti da esprimere per «realizzarsi»? E’ una questione di «destino»? No, niente di tutto questo: per farcela, bisogna aver ricevuto in dono la capacità di «saper vivere».

La frase non è scelta a caso, è una citazione da Bernard Berenson, influente storico dell’arte del diciannovesimo secolo, che la usa «contro» Caravaggio per accusarlo di una grave mancanza: tra tanti doni che egli possedeva, non aveva avuto quello del saper vivere.

Allora il vagabondaggio del pensiero del detenuto prende una direzione precisa e un altro racconto ha inizio. È possibile che anch’egli fosse sprovvisto di quel dono? È possibile che un uomo senza talento e senza particolari qualità, come si percepiva lui stesso, avesse in comune con Caravaggio proprio questa grave e importante mancanza? Non resta che verificare. Scopriamo così che la persona detenuta è competente in storia dell’arte – ha studiato in Accademia – conosce le biografie di molte figure importanti del contesto artistico e culturale, conosce bene la città di Roma nel periodo rinascimentale. Ha lavorato in un galleria che si affaccia in piazza della Pallacorda, dove Caravaggio sferrò una coltellata sulla coscia di un rivale che poi morì dissanguato.

Ci sono tutti gli elementi per potersi fidare del narratore e iniziare a seguire molti degli accadimenti che caratterizzarono la vita di quello che chiama il «gran balordo». Una definizione che è anche un omaggio alla letteratura e ai non romani che hanno conosciuto Roma meglio dei romani stessi, come Gadda, il «gran lombardo».

Tra strade, piazze, vicoli, fontane, palazzi e osterie, la Roma del XVI secolo diventa protagonista insieme ai suoi abitanti, gli straccioni e i diseredati come i nobili e i privilegiati. Sono i luoghi e i palazzi che si trovano ancor oggi. Ed è opportuno che la narrazione accorci le distanze temporali e faccia apparire tutto come presente, come contemporaneo. Molte vicende del Caravaggio artista sono date per scontate. Nella narrazione si incontrano soprattutto esseri umani in carne e ossa, personaggi che sembrano usciti dai suoi quadri, personaggi che colpirono la sua attenzione e la sua sensibilità: opportunisti e volgari, nobili, colti e magari anche un po’ meschini. Predestinati dalle «giovinezze risolute», oppure persone fragili come fuscelli, tra cui il narratore annovera se stesso.

Poi c’è il denaro. Per una galleria d’arte, un fatto importante. Ci sono le banconote da centomila lire, dette appunto le Caravaggio. E ci sono le disuguaglianze tra ricchi e poveri, fatte non solo dalla quantità di soldi ma anche dalla loro qualità: «quelli dei poveri avevano l’odore e l’aspetto di una vecchia baldracca. Quelli dei ricchi ti inebriavano con il profumo di una fanciulla in fiore».

Tra il narratore e il Caravaggio si gioca un confronto all’inseguimento degli elementi comuni che, indipendentemente dal grande talento dell’uno e della pochezza dell’altro, possano portare a individuare la radice di questa incapacità di stare al mondo. Strada facendo, tra i due, emerge poi una forte differenza. Se, come già detto, il primo è definito il «gran balordo», il narratore rivela di portare sulle spalle il poco piacevole nomignolo di «malinconia». Una condizione dell’animo e dello spirito che ha la sua conseguenza sociale nell’essere disadattati, e che sul piano metaforico lo porta a coincidere con i ruderi di Roma, città del disincanto.

Le vicende del Caravaggio allora procedono in totale autonomia dal suo autore. E il libro costringe il lettore ad un’altra virata, dal diario di vita quasi si passa al saggio. Entrano in scena fino alla ribalta i personaggi che si muovevano intorno al grande artista. Quelli che ne scrissero la biografia, tra cui Giovanni Baglione e quel famoso Berenson, vero maestro nell’arte di saper vivere: ebreo convertito al cattolicesimo, omosessuale sposato con una fanciulla di famiglia quacchera, povero che conduceva una vita da ricco aristocratico, lituano naturalizzato americano. E allora tra storia e finzione, tra volti naturali e maschere, tra i meccanismi del mercanteggio e i passaggi di denaro cogliamo il nocciolo della sofferenza e della distanza dell’uomo in prigione – e di Caravaggio – rispetto al resto del mondo. La condizione di disadattati diventa un paradigma all’interno del quale non ci si può neanche riparare, che può farci perdere la vita e non sappiamo se ci salva l’anima.

Ma Pincio non ferma le sue parole sul ciglio del nichilismo. Fa un passo a lato e postula le condizione di una (flebile) speranza.

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Sussulti dell’umano

Patrick Chamoiseau, Fratelli migranti. Contro la barbarie, tr. Maurizia Balmelli e Silvia Mercurio, add editore, pp. 123, euro 14,00 stampa, euro 6,99 ebook

recensisce ROBERTO DEROBERTIS

«Fai in modo che nessun dato del mondo ti appaia ostile» scrive Patrick Chamoiseau, scrittore martinicano di lingua francese, in questo dirompente libro pubblicato dalle edizioni add di Torino, che aggiungono un nuovo tassello ad un catalogo molto attento alle culture nere sparse per il globo. Il volume è diviso in 17 brevi capitoli con una Dichiarazione dei poeti (vera chiamata poetica alla resistenza) e il manifesto poetico-politico Per un’ospitalità mondiale che chiudono il testo con un chiaro intento etico e di lotta.

Da una terra di colonizzazioni e transculturazioni tra Africa, Americhe ed Europa, Chamoiseau (1953) scrive un monito contro l’illusione di salvarsi alzando muri e segnando confini che risvegliano mostri atroci nel cuore dell’Europa. Letto nel paradossale ordine del discorso odierno, tendente a promuovere l’idea che solidarietà ed empatia siano disvalori di un universo simbolico apostrofato come buonista, questo testo, nonostante la cifra da buoni sentimenti del titolo, mette in chiaro che non c’è altra strada per gli intellettuali che una serrata critica al capitalismo come fondamento delle disuguaglianze sociali e del razzismo. In questo contesto, la vita materiale dei migranti, i loro corpi e la loro morte sono «sussulti» dell’umano che ci obbligano a fare i conti con l’accoglienza che fa parte del bagaglio emotivo e relazionale dell’essere umano quando incontra l’arrivante imprevisto; in essa, scrive Chamoiseau, «ci si aggroviglia l’un l’altro».

Con una lingua che ricerca l’effetto folgorante dell’aforisma, Chamoiseau descrive un mondo invaso dalle merci e dalle connessioni elettroniche ma chiuso alla circolazione degli esseri umani. La sua prosa poetica non disdegna di cimentarsi con la prosa di un mondo ridotto a dati. Anzi, la presa d’atto della materialità economicistica che pervade la nostra vita – fino a prenderne il sopravvento – è l’unica possibilità di fare esodo dal dominio del «Mercato». Questo esodo si prepara, secondo l’autore caraibico, mettendo in moto modalità di esistenza opposte alle «leggi del profitto», alternative al «nomadismo santificato delle rendite dei capitali». Questa alternativa è la «mondialità» che per lo scrittore è l’estensione dell’umano, l’interezza non totalizzante delle individualità, l’apertura agli incontri, all’ignoto e al meraviglioso, è lo sconvolgimento degli immaginari.

Chamoiseau si richiama esplicitamente al Pasolini delle «lucciole» – che partiva come riflessione su un nuovo tipo di fascismo… – e al suo conterraneo Édouard Glissant, dal quale mutua l’idea di mondialità; ma la sua scrittura rimanda inevitabilmente al Discorso sul colonialismo (1955) di Aimé Césaire: se quella era una ragionata e fendente invettiva contro l’Europa che a metà anni Cinquanta (in piena Decolonizzazione e dieci anni dopo la fine del nazifascismo) non aveva fatto ancora i conti con la condizione del proletariato e dei colonizzati, quello di Chamoiseau è un pamphlet poetico che letteralmente ondeggia nelle stesse acque attraversate dai migranti. E tuttavia, gli obiettivi della polemica sono gli stessi: oltre sessanta anni dopo, l’Europa è preda di una degenerazione politica e la nostra epoca sembra richiedere la potenza di una scrittura che metta mano alle piaghe del profitto, del confinamento e della disumanizzazione, interpellando la complicità di lettori e lettrici affamate di parole di resistenza all’abbrutimento dilagante.

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Bruce Lee è vivo e lotta con noi

Sean Chuang, I miei anni ’80 a Taiwan, tr. Martina Renata Prosperi, Add Editore, pp. 191, euro 18,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Una volta quell’isola, grande più o meno come il Belgio, che se ne sta davanti alla Cina ma (forse) non ne fa parte, la chiamavamo Formosa. Oggi più correttamente ha ripreso il nome che usano gli abitanti, circa 23 milioni, culturalmente cinesi ma politicamente più occidentali di quelli del continente. A Taiwan non c’è la Repubblica popolare cinese, quella del turbocapitalismo senza molti diritti civili, ma la Repubblica cinese (e basta), da sempre alleata dell’Occidente anche se con essa si fanno affari un po’ defilati, per non far arrabbiare la Cina quella grossa. Leggendo questo bel graphic memoir, o memoriale a fumetti che dir si voglia, una cosa ho capito: che di Taiwan e della sua vita ne sapevo proprio poco. Adesso una qualche idea, grazie a Chuang, me la sono fatta.

I miei anni ’80 a Taiwan ci racconta quel che il titolo promette: le cose di quel decennio che sono rimaste più impresse nella memoria dell’artista grafico e regista (nato nel 1968). Un po’ un «come eravamo», ma impreziosito da una considerevole qualità del disegno, un bellissimo bianco e nero assai originale, e dal fatto di vedere quel decennio con gli occhi di un cittadino di un paese assai speciale, una nazione che esiste ma formalmente non è riconosciuta, sempre sotto la minaccia di essere invasa dalla Cina quella grossa. Non sono i nostri anni Ottanta; hanno qualcosa in comune, ma anche aspetti assai diversi. Sono anni Ottanta decisamente alieni.

Il libro è strutturato per brevi episodi indipendenti, in ognuno dei quali Chuang rievoca episodi della sua vita famigliare (come le lezioni di piano che la madre andava a prendere in un’altra cittadina, col piccolo Sean ad accompagnarla), passioni infantili (i costosi robot giapponesi derivati da manga e anime, che i suoi genitori non si potevano permettere), fissazioni adolescenziali (come l’obbligo di tagliare i capelli cortissimi imposto spietatamente dalle autorità scolastiche), pulsioni erotiche (il tragicomico episodio dell’amica di penna), mode del periodo (la breakdance, che a Taiwan furoreggiava), miti di massa, incarnati ad esempio da Bruce Lee.

Ecco, su questo episodio mi vorrei soffermare un attimo: a leggere e guardare le pagine in cui Chuang ricostruisce l’amore dei taiwanesi per l’attore di Hong Kong, mi rendo conto di quanto noi adolescenti europei ignorassimo del significato di quei film di kung fu per i cinesi. Erano un momento, come direbbero gli americani, di empowerment, dove il cinese non era solo uno che sgobbava come una bestia, disprezzato dagli occidentali e pure dai giapponesi, eterna vittima, eterno morto di fame. No, grazie alle gesta di Bruce Lee nella pur sua breve carriera cinematografica, il cinese diventava uno che menava, che le botte le dava, non le riceveva soltanto. Picchiava pure Chuck Norris, e lo faceva dentro il Colosseo! (Quella scena finale di L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente è uno dei momenti cruciali degli anni Settanta; lo capisce solo chi li ha vissuti.)

E questa rimemorazione tra il personale e il collettivo di quel decennio (con sconfinamenti nel prima e nel dopo) Chuang la scrive e la disegna con una grazia a momenti quasi lirica. La sua non è solo narrazione sequenziale: è poesia con immagini. Allora tanto di cappello alla traduttrice, Martina Renata Prosperi, che ha saputo renderla così bene dal cinese.

Concludo augurandomi che Add continui su questa strada: ci sono altre opere grafiche dello stesso autore che adesso sarei tanto curioso di leggere…

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