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Vita con James (e gli altri)

Sylvia Beach, Shakespeare and Company, tr. Elena Spagnol Vaccari, Neri Pozza, pp. 288, €14,50 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Sylvia Beach personaggio dell’Ulysses? Potrebbe essere divertente considerando che l’opera di Joyce ha nel memoriale della “libraia” americana, naturalizzata ad honorem parigina, l’esegesi più completa che si possa desiderare. Dopo aver immaginato una libreria parigina a New York, del tutto impossibile per questioni di quattrini, apre i battenti il 19 novembre 1919 una libreria americana a Parigi. Una specie di miracolo “incantevole” (grazie anche ai quattrini infine resi disponibili dalla madre di Princeton), dimostrato da vetrine dove si espongono Eliot, Chaucer, Joyce, e all’interno disegni di Blake e Whitman appesi alle pareti.

Non poteva esserci posto più romantico della Rive Gauche per l’amabile “strana coppia” Beach e Adrienne Monnier, quest’ultima già tenutaria di un negozietto in Rue de l’Odéon dagli scaffali pieni di volumi francesi. Lì Sylvia stringe amicizia con l’accogliente giovane donna che si fa in quattro perché il sogno dell’americana si attui. Lì iniziano le vicissitudini impagabili di una squadra di specialisti che rimettono in sesto i locali della futura libreria più famosa del mondo. Ma a Parigi è più facile prestare libri che venderli, perciò la nostra eroina inventa la modalità dell’abbonamento attraverso cui, possedendo una tessera di registrazione, gli avventori si portano a casa i volumi desiderati senza pagare un centesimo. Naturalmente molti di questi non tornavano indietro.

E un signore di nome Joyce iniziò a frequentare la Shakespeare and Company, a definirla come sua dimora, guardandosi bene dal restituire i cospicui malloppi. Volete sapere aneddoti, accadimenti e fatti privati, gossip golosamente di prima mano, di quella selva di scrittori americani inglesi e francesi che si aggiravano per la Ville Lumière, simbolo reale di accoglienza e ricchezza artistica? Leggete questo libro di memorie, ricchissimo di sequenze esilaranti, di storie dell’altro secolo che oggi sembrano (e sono) appartenute a un mondo “rinascimentale” nonostante l’Europa fosse un campo di guerra disgraziata. Ma poi la guerra finì, e d’altronde Parigi era tenace nel mantenersi ai margini delle schiaccianti situazioni continentali. Alla corte di Ezra Pound, e di un “gruppo” di donne scrittrici, ebbe luogo la culla del Modernismo.

Come fa notare Nadia Fusini, vi si respirava una libertà di pensiero e di costume, pubblica e privata, assente in altri luoghi geografici, e gli scambi epistolari e amorosi, in gran parte lesbici, alimentavano un sommo mercato intellettuale mai più replicato altrove e nei tempi successivi. Questo campo, definibile come cruciale, meriterebbe saggi e articoli moderni e approfonditi. Insomma l’epoca ribolliva, negli anni Venti e Trenta, come amabilmente scrive Livia Manera nell’introduzione: oltre le vetrine avremmo trovato soggetti mica da poco, come Ezra Pound, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, John Dos Passos, Francis Scott Fitzgerald, Djuna Barnes, Mina Loy, Sherwood Anderson, e i francesi che migravano dalla libreria di Adrienne Monnier, posta giusto alla sinistra: André Gide, Paul Valery, Valery Larbaud, Eric Satie, e tutti gli altri agevolmente immaginabili.

Scrittori siffatti in quello spazio non pensano ad altro che alle loro opere, ai loro capolavori ma anche ad allegre furberie, al modo di campare approfittando di questo e di quello. Soprattutto Joyce. Nelle braccia ideali (il sesso e i legami più o meno sentimentali stranamente non appaiono mai nei pur brillanti capitoli del libro) di una generosissima Sylvia Beach, specie di uccellino avveduto e resistentissimo, in realtà grande imprenditrice capace di lanciare nientemeno che Joyce e Hemingway.

E qui inizia l’epica dell’Ulysses. Tutto quanto si deve sapere intorno al romanzo più rivoluzionario e meno accettato dell’epoca. Scrittura, revisioni, carta su cui stamparlo, errori e refusi, famigerata e orripilante riscrittura manuale dell’autore direttamente sulle bozze, geroglifici ininterpretabili, spaccio del volume, pesante un chilo e mezzo, in America da parte di amici fenomenali capaci di sorpassare le dogane in allerta. E su tutto, diciamolo, il carattere impossibile, arrogante e oltremodo opportunista del genio irlandese. Soltanto l’intraprendenza dell’americanina garbata e partecipe riuscì a sopportare tutto questo, e a diventare l’editrice di un solo libro, un libro però che cambiò la letteratura per sempre.

E dire che tutto il mondo lo considerava romanzo da porre negli scaffali alti delle opere pornografiche. E dire che Sylvia rifiutò di pubblicare romanzi come Lady Chatterley’s Lover per non essere considerata editrice dedita alle sconfortanti regole della pruderie. Dunque un mito rappresentato, fin dalla copertina del volume dove si vedono un Joyce sicuro di sé, dall’aria vagamente strafottente e rivolto verso l’obiettivo, mentre un biondo scriccioletto di nome Sylvia Beach l’osserva attenta e guardinga. Tutto quel che le passava per la testa in quel momento, di fronte alla sua libreria, lo ritroviamo in Shakespeare and Company, nella classica e splendida traduzione di Elena Spagnol.

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La tragedia dell’attore

Georges Simenon, Le persiane verdi, tr. Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio, Adelphi, pp. 208, €19 stampa € 9,99 ebook

Georges Simenon (Liegi, 1903 – Losanna, 1989) è senza dubbio uno degli scrittori più prolifici del secolo scorso. Ha scritto circa duecentoventi romanzi, più altri testi sotto pseudonimo, con una qualità che si è mantenuta sempre a livelli altissimi. Quando si legge l’ultimo Simenon, si ha spesso l’impressione di aver letto il suo miglior romanzo, almeno così sembra a molti suoi lettori. Il suo nome è legato a quello di Maigret, personaggio che sarà portato sul piccolo e grande schermo da molti registi, ma a mio parere non è con i romanzi ispirati al Commissario che lo scrittore belga ha dato il meglio di sé.

Ancora giovanissimo si trasferisce a Parigi, dove riesce a vivere con le entrate che gli procurano i suoi scritti. La struttura delle trame, la capacità di rendere reali le ambientazioni, la credibilità dei personaggi, la profondità dello scavo psicologico e la spietata analisi della società rendono difficile pensare che Simenon riuscisse a scrivere un romanzo in meno di tre settimane; eppure è così.

Scritto nel 1950 tra il 16 e il 27 gennaio, durante il suo soggiorno in California, Le persiane verdi fu definito dal suo autore con queste parole: «Forse questo è il libro che i critici mi chiedono da tanto tempo e che ho sempre sperato di scrivere». Tocchiamo infatti l’apice del suo talento narrativo con un testo che più degli altri indaga nella psicologia dei personaggi, che ci offre un incipit di rara potenza evocativa ambientato in uno studio medico,  e narra una storia che a distanza di quasi settanta anni mantiene intatta la sua freschezza e la sua attualità; un romanzo scritto con uno stile essenziale che non deborda mai nell’autocompiacimento. I personaggi sono vividi, e non faticano a entrare nell’immaginario del lettore.

Maugin, il protagonista del romanzo, è un famoso attore al culmine del successo. Decide di farsi visitare da un luminare della medicina, il dottor Biguet, che ha in cura persone celebri e importanti di Parigi, per far valutare il proprio stato di salute. Ed è così che alla viglia del suo sessantesimo compleanno viene a sapere che ha un cuore di un settantacinquenne. Il medico cerca di rassicurarlo, ricordandogli che alcuni uomini di quell’età hanno ancora un discreto numero di anni da vivere, ma la notizia getta una nuova luce sulla sua esistenza. A Maugin piace bere, avere qualche avventura sessuale, fare una vita senza tanti limiti. La sua terza moglie, Alice, è una ragazza giovane che ha sposato nonostante fosse incinta di un altro uomo. Lei lo ricambia con gratitudine, con un amore incondizionato che passa sopra alle sue scappatelle.

L’attore ha un figlio di cui ha saputo di recente, frutto di una passata relazione con Juliette: Maugin era sparito all’improvviso e lei si era sposata con un impiegato che aveva accettato di riconoscere il bambino. Rimasta vedova, dopo che l’attore era diventato famoso, si era rifatta viva per chiedere un aiuto per il figlio che secondo lei era identico al padre. Apparentemente burbero e distaccato ma in fondo generoso, Maugin decide di aiutarlo e di conoscerlo anche se non lo vede sempre volentieri.

A un certo punto Maugin decide di abbandonare le scene, lasciare Parigi, e trasferirsi in Costa Azzurra con la moglie e il figlio Baba. Oltre a voler ritrovare l’intimità con sua moglie, sembra volersi allontanare dalla diagnosi infausta del dottor Biguet. La vicenda si ingarbuglia sempre più, Maugin è costretto a tornare qualche giorno a Parigi per discutere con la sua casa cinematografica che vorrebbe fargli girare altri film. È qui che si svolge il drammatico finale che, come sempre, Simenon costruisce con maestria portandoci dentro la tragicità della vita a poco a poco, tirandoci dentro in un crescendo di suspense. Uno spaccato dell’epoca raffinato e impietoso, personaggi comuni che mostrano tutte le loro debolezze.

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L’esperimento africano

Giorgio Manganelli, Viaggio in Africa, Adelphi, pp. 71, €7,00 stampa

recensisce LORENZO MARI

Secondo quello che è ormai un cliché, la letteratura è il luogo per eccellenza del viaggio immobile. Da lettori o da scrittori, si può viaggiare anche stando seduti alla scrivania o sul divano; la variazione negli effetti, però, può essere notevole nel caso in cui il viaggio sia stato realmente sperimentato. Aggettivo, quest’ultimo, che non vuol essere casuale: non si tratta tanto di dire se si sia fatta più o meno esperienza di qualcosa, se quel qualcosa sia stato realmente esperito, quanto di verificare, in modo sperimentale, cosa significhi scrivere di un viaggio.

A rendere evidente questo slittamento è stato Giorgio Manganelli, con uno dei suoi titoli più noti: Esperimento con l’India (1992). Tuttavia, il viaggio in India del 1975 è preceduto da una prima e fondamentale trasformazione, con la traversata africana del 1970 che è al centro di Viaggio in Africa, recentemente ripubblicato da Adelphi con postfazione di Viola Papetti.

Il testo nasce come scritto su committenza per la società multinazionale Bonifica, fortemente interessata, all’epoca, al progetto di una strada litoranea, la Transafricana1, che collegasse Il Cairo a Dar es Salaam, in Tanzania. Il progetto – dalle vaghe tinte neocoloniali, come Manganelli non manca, tra le righe, di ricordare – non fu mai realizzato, e nemmeno Manganelli si lasciò irretire dalle richieste del committente, consegnando un testo che tutto era, fuorché una celebrazione dell’impresa da compiere. Nella formula, più alchemica che scientifica, dell’esperimento, sono memoir, narrazione di viaggio e scrittura filosofica a intrecciarsi e fondersi, in trentacinque cartelle (poco più di cinquanta pagine, nell’edizione Adelphi) che interrogano la diversità naturale, e insieme culturale, attraversata.

Il ritratto che ne esce è esotizzante solo per alcuni assunti di fondo – un’Africa hegelianamente senza scrittura, senza Storia e senza Stato, come si legge in più di un passaggio – ma la coscienza della propria posizione di osservatore europeo, abituato ai diversi spazi e tempi dell’Europa iper-urbanizzata, affiora sin dalle prime righe del testo. Tornerà, poi, nella conclusione, davanti al Partenone, visitato sulla strada di ritorno, e percepito come imposizione violenta di una razionalità materiale e visuale su uno spirito altrettanto demonico come quello della cultura greca classica.

Non c’è spazio nemmeno per una celebrazione esotizzante della bellezza del continente. «L’Africa sconfinata si rivela come una serie di schegge solitarie, concluse ed isolate», scrive Manganelli: non è solo la disperata solitudine dei villaggi visti dall’aereo, lontani da ogni strada e quindi già esclusi in partenza da un progetto come quello della Transafricana1, ma anche l’isolamento di una condizione politica ed economica nella quale la cosiddetta «modernità» non è stata immediatamente sinonimo di speranza e futuro, rivelandosi piuttosto come la principale arma dello sfruttamento coloniale.

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Lo xenomorfo persiste

Dave Gibbons, Mike Mignola, Peter Milligan e Paul Johnson, Aliens: Salvezza e Sacrificio, tr. Giorgio Saccani e Stefano Menchetti, Saldapress, pp. 110, €20,90 stampa

recensisce DAVIDE CARNEVALE

Tra le saghe cinematografiche che hanno dato vita a un universo narrativo transmediale, composto cioè da opere appartenenti a un vasto ed eterogeneo ventaglio di forme espressive (videogiochi, fumetti, romanzi, serie televisive, ecc.), che arricchiscono l’esperienza originale offerta dai film con approfondimenti sui personaggi e sottotrame indispensabili alla piena comprensione della vicenda, o persino con vere e proprie prosecuzioni della storia principale, quella di Alien, inaugurata nel 1979 dall’omonima pellicola del regista Ridley Scott, è certamente una delle più feconde, seconda solo – più per quantità che per qualità, a dire il vero – a quella di Star Wars, divenuta sempre più nel tempo un grande contenitore di prodotti d’evasione.

Un importante punto di riferimento per lo zoccolo duro di appassionati di fantascienza e, nello specifico, delle vicende che ruotano attorno alla figura degli xenomorfi, i letali alieni partoriti dalla mente geniale e contorta dell’artista svizzero Hans Ruedi Giger, è rappresentato dalla casa editrice Saldapress. Essa è ammirevole per l’impegno che già da qualche anno sta dimostrando nel portare in Italia l’intera produzione fumettistica ascrivibile al cosiddetto Aliens Universe, sia riproponendo vecchie storie da tempo introvabili, sia pubblicando per la prima volta opere più recenti, lavori che spesso si rivelano essere di gran lunga più ispirati e validi, dal punto di vista di trama e realizzazione, rispetto a quanto abbiamo visto proiettato negli ultimi tempi sul grande schermo (confermando per l’ennesima volta, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la piena dignità del linguaggio fumettistico come forma narrativa).

Un perfetto esempio di ciò, oltre che della bontà del lavoro svolto da Saldapress è il volume Aliens: Salvezza e Sacrificio, uscito in questi mesi, sorprendente sotto diversi punti di vista, a cominciare dagli autori che firmano le due storie brevi (uscite originariamente nel 1993) da cui è formato, in particolar modo nel caso della prima, Salvation, che vede alla sceneggiatura un mostro sacro come Dave Gibbons (tra le tante cose co-creatore e disegnatore di Watchmen) e alle matite Mike Mignola, uno dei più talentuosi e originali protagonisti del panorama fumettistico attuale, autore di quella riuscita commistione di atmosfere gotiche, esoterismo e azione supereroistica che è Hellboy. Ed ecco la prima sorpresa: Sacrifice, la seconda storia scritta da Peter Milligan (valido sceneggiatore tanto nei ranghi della DC che dell’eterna rivale Marvel) e disegnata da Paul Johnson (altro veterano di entrambi gli schieramenti, autore di alcune delle più belle pagine di The Book of Magic di Neil Gaiman), si dimostra di gran lunga più interessante di quella che apre il volume, nonostante la minor risonanza dei nomi coinvolti.

Il lavoro della coppia Gibbons/Mignola, infatti, per quanto valido sia dal punto di vista narrativo che da quello artistico, con tavole di rara potenza visiva, capaci di trasmettere sin da subito al lettore un senso di angosciosa inquietudine, appare per molti versi troppo legato al modello cinematografico, oltre che agli stilemi tradizionali del fumetto americano di quegli anni, che di lì a poco lo stesso Mignola avrebbe stravolto con la serie Hellboy. Dopo un breve incipit che sembra fare l’occhiolino al Robinson Crusoe, con il naufragio degli unici due superstiti dell’equipaggio di un cargo mercantile sulla sola isola di un pianeta per il resto ricoperto d’acqua, il racconto è infatti ricondotto a schemi più convenzionali e vicini all’immaginario classico della saga, con combattimenti all’ultimo sangue tra gli ultimi esponenti di un’umanità alla deriva e i crudeli predatori venuti dallo spazio, segreti custoditi da subdoli androidi al soldo di multinazionali senza scrupoli e carneficine senza fine, elementi familiari all’appassionato, tenuti insieme qui da una smaccata componente erotica, questa sì originale, essendo quasi del tutto assente su pellicola (benché parte dell’allusività che sottende l’opera di Giger sia ancora rintracciabile nei primi film), e da una forte tematica religiosa, vero e proprio fil rouge che lega le due storie del volume.

In entrambe i protagonisti sono infatti, seppur in maniera differente, ferventi uomini di fede, chiamati a riconsiderare il proprio rapporto col divino in una realtà in cui creature diaboliche come gli xenomorfi sono «create» – e chi conosce bene la saga sa quanto sia appropriato questo verbo – con l’unico scopo di sterminare ogni forma di vita. Queste riflessioni assumono maggiore profondità e rilevanza all’interno della trama proprio nel fumetto di Milligan e Johnson, che, come si è accennato, appare di gran lunga più innovativo e interessante, soprattutto per le illustrazioni dell’artista britannico, autentiche tavole pittoriche che – sacrificando in parte il dinamismo dell’immagine sull’altare della suggestività – immergono il lettore attraverso la ricercata architettura della pagina nell’angosciosa quotidianità di un piccolo insediamento umano perseguitato da uno dei micidiali alieni. La narrazione, più matura e libera dai cliché di cui si è parlato, mostra da una prospettiva più intimista l’implacabile scontro tra uomo e xenomorfo, ricordandoci il motivo per cui quest’ultimo, figura di una mitologia contemporanea costruita attorno a opere di intrattenimento che rimbalzano senza sosta tra cinema, fumetto e letteratura, continua ad affascinarci con il suo cospicuo carico metaforico dopo quasi quarant’anni dall’uscita del primo film di Scott.

Nel passaggio dal fotogramma alla vignetta il mostro di Giger conserva tutta la sua inquietante inintelligibilità – efficacemente rappresentata, in Sacrifice, dall’imperscrutabile «volto» senza occhi della creatura – con la quale siamo chiamati a confrontarci, armati unicamente, come i protagonisti delle due brevi storie proposte da Saldapress, di fragilità e incertezze, in una discesa agli inferi che ci pone davanti al concretarsi della forma più atavica della paura, quella dell’alterità.

https://www.saldapress.com/

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Il canto degli sposi bambini

Bianca Pitzorno, La canzone di Federico e Bianchina, Mondadori, pp. 40, €17,00 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Anno 1382. Genova si contende con le altre Repubbliche marinare il predominio sul Mediterraneo. Sono anche gli anni dei grandi viaggi come quelli in Catai (l’attuale Cina) della famiglia Polo. Il Doge Nicolò Del Guarco ha una prole talmente numerosa che neanche scartabellandone i documenti vi si trova una menzione precisa. Il maggiore gli succederà al governo, mentre tra i nipoti più piccoli c’è Bianchina, di quattro anni, e il fratellino Isnardo, di appena due.

Appartiene a un ramo minore della stessa famiglia Eleonora De Serra Bas, figlia di un principe del Regno d’Arborea, nella selvaggia Sardegna, e sposata a Brancaleone Doria. Ma a ereditare il posto a capo del giudicato, come veniva chiamato all’epoca il principato, è Ugone, per cui Eleonora decide di allontanarsi con la sua famiglia dalla terra sarda per evitare di vivere all’ombra del fratello. Chiede quindi al Doge di potersi considerare cittadina genovese e in un’assemblea in cui si riuniscono le figure più illustri di Genova, la decisione è unanime: Eleonora, Brancaleone e il figlio Federico vengono accettati come concittadini.

Il secondo passo che la bella Eleonora compie è quella di combinare, com’era d’uopo all’epoca, il matrimonio tra il suo Federico e la piccola Bianchina, e lo pianifica a fronte di una generosissima offerta di quattromila fiorini d’oro (per intenderci con la stessa somma una famiglia avrebbe vissuto nel lusso per cinquant’anni). Anche in questo caso il Doge è ben contento di accettare la proposta, e dopo aver investito l’intera donazione in azioni e terreni intestandoli a Bianchina, si organizza il trasferimento della famiglia De Serra Bas-Doria.

In realtà questa parte della storia è esplicata magnificamente nella doverosa prefazione, senza la quale la canzone non avrebbe significato alcuno. Le strofe sono invece incastonate egregiamente nelle pagine e circondate da preziose quanto ipnotiche illustrazioni a firma Sonia Maria Luce Possentini. Tinte delicate, colori pastello, leggeri ed eleganti. Personaggio fondamentale, oltre ai bambini, è il vento che permetteva alle navi di viaggiare e alle emozioni di librarsi in volo nel cielo sopra Genova, nonché di soffiare via dal cuore del lettore quella malinconia del finale inaspettato. In poche righe la Pitzorno è riuscita a dare valore aggiunto a un libro che sarebbe rimasto uno tra i tanti testi illustrati per ragazzi.

Nella postfazione invece racconta l’aneddoto che l’ha avvicinata e convinta a parlare della storia di Bianchina e Federico. Nel 1982, cioè esattamente seicento anni dopo, col padre si sposta con la motonave sulla tratta Porto Torres-Genova. Di origini sassaresi, la Pitzorno narra del padre che le ha fatto visitare per intero la città, passando per i posti meno frequentati, e del Forno Pizzorno, cognome a cui probabilmente la sua famiglia è legata. Mentre il fratello si trastulla contando gli infiniti Pizzorno sull’elenco telefonico della città, l’autrice scorge un bimbo in abiti semplici che corre per strada. Eccolo, dopo secoli non ha dubbi: è Federico.

https://www.librimondadori.it/

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Il poeta Živago

Boris Pasternak, La notte bianca. Le poesie di Živago, tr. Paolo Ruffilli, Biblioteca dei Leoni, pag. 96, € 12,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

Quanta emotività ha suscitato Živago dagli anni ’50 in poi? Le vicissitudini del manoscritto, nell’era della Cortina di ferro, dell’autore preda di oscure trame politiche e spionistiche, di Feltrinelli che si batte e riesce a pubblicarlo (con varie disavventure raccontate molto bene dal figlio in Senior Service), del film diretto da David Lean (specialista del genere) uscito nel 1965 e che ha strappato tonnellate di lacrime a fanciulle e combattenti della sinistra italiana (Palombella rossa di Moretti ironicamente batte su questo tasto), tutto ciò, e altro ancora, ha contribuito a dirottare il grande poeta moscovita in una specie di landa viziata e che ben poco gli rende giustizia, nonostante poeti come Cvetaeva e Achmatova lo mostrino come un grande genio della poesia russa, e critici come Poggioli e Ripellino ne sottolineino l’inusitato spazio magico e la grandezza di creazione.

Alle poesie contenute nel romanzo si rivolgono queste personalità della letteratura, e a queste poesie è dedicato il lavoro di traduzione di Paolo Ruffilli presentato nel volume. Ne La notte bianca sono comprese poesie appartenenti al romanzo di Pasternak, quelle che ripercorrono l’intera vicenda di Jurij, il protagonista del Dottor Živago. L’alter ego di Pasternak assume l’originalità come intera carica spirituale, direttamente giunta dalla storia umana. È il linguaggio a farsi carico di avvenimenti personali e imperiosamente popolari, dentro a un Novecento che si è impadronito di tutto, travolgendo Russia e Europa al prezzo di rivoluzioni sciolte nel sangue, e di guerre miranti al cuore della specie.

Leggere oggi questi versi, tratti dal contesto romanzesco, attiva aspre e sottili sensibilità e corrispondenze, incanti (e disincanti) fino a ieri interrati dentro a poetiche talvolta asettiche. La traduzione di Ruffilli conserva eroicamente un certo metro (descritto con precisione in sede introduttiva), una linearità “presa a misura” dell’esistenza russa (spesso perduta nelle versioni nostrane), che ci trasporta in fondali paesaggistici e morali di rara efficacia. E che esprime come la semplice spiritualità, derivante direttamente dai maestri Dostoevskij e Tolstoj, si unisca ai riferimenti evangelici del Cristo e della Maddalena in un riverbero che ci scopre quasi inadatti a reggerne il dramma.

Dall’amata Mosca alla Gerusalemme dell’anima, attraversando steppe e deserti, la poesia di Pasternak-Jurij mette in modo dinamiche esistenziali dentro al racconto millenario riverberato fino a noi. Ma è la potenza espressiva del poeta, qui trasposta, a consegnarci la forza di una memoria generazionale un tempo nostra ma pressoché perduta. Lo scintillio della natura intorno a città e paesi, russi e mediorientali, riesce a rischiarare sguardi al limite della cecità. Per questo la lettura riporta in luce ispirazioni e lucidità poetiche trascurate in modo imbarazzante da chissà quanti frequentatori di facili seduzioni egoistiche.

Piacerebbe che Živago si tirasse dietro soprattutto questi versi sicuramente trascurati nell’epopea emozionale esplosa nella metà del secolo scorso. E dunque oggi, lontani dai travisamenti di marca hollywoodiana (nei territori di Via col vento), dagli schemi interpretativi alimentanti il «caso Pasternak», e dal bando imposto ai documenti che lo riguardavano, si può chiudere un cerchio, aperto mezzo secolo fa e forse tuttora non del tutto compreso. Un cerchio in cui la poesia di un poeta che fora la notte con i propri occhi, e varca i confini di Mosca e della Russia, porta con sé il lascito della necessità dello scrivere.

http://www.bibliotecadeileoni.com/

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Il pauroso reame contiguo

Luigi Musolino, Uironda, Kipple, pp. 248, euro 15,00 stampa

recensisce DANILO ARONA

Mi piacerebbe iniziare con quello slogan abusato anni addietro dal marketing laddove Stephen King declamava: «Ho visto il futuro dell’horror, si chiama Clive Barker». Ma, essendo io a declamare, non renderei un grande servizio all’amico Gigi Musolino. Eppure, datemi fiducia: quest’uomo, impeccabile autore piemontese e punta di diamante del movimento dei Neogotici, sciorina in questa sua nuova antologia personale dal titolo poco decifrabile un talento e una capacità di scrittura fuori dall’ordinario. Soprattutto, per quel che mi riguarda, Gigi è uno dei pochissimi autori planetari che mi regalano lunghe e piacevoli notti insonni. Piacevoli, per capirci.

E dire che Gigi si cimenta con l’oggetto editorialmente più ostico per il mercato: l’antologia personale di genere fantastico. E non è la prima volta. Dopo le eccelse Bialere – Storie da Idrasca e i due volumi di Oscure regioni, in cui abbiamo ammirato l’ottimo lavoro di sintesi tra folclore e immaginario (l’antropologia al servizio del weird e del genere), arrivano i dieci racconti di Uironda che, essendo io un grande anziano, non avrei difficoltà a collocare in quel territorio di «fantastico quotidiano», pertinenza di tanti e diversissimi mostri sacri quali Buzzati o Richard Matheson.

Il fatto è che a Musolino non servono creature o dimensioni «altre». La realtà, per quel che lui che ne (dis)percepisce, è più che sufficiente. Una realtà hic et nunc senza andare lontano. Così, nella sua narrativa, i «mostri» diventano le anomalie, le distorsioni, fantasmi della mente che si materializzano per poi scomparire o riapparire sotto mutate vesti. E uscite autostradali inesistenti sulla carta geografica, un piano condominiale che appare e scompare, un paesaggio notturno che si modifica sotto i piedi di un improvvido runner o l’arcano incantesimo di un villaggio prigioniero di sé stesso, rilanciano ancora una volta l’antica tesi se la narrativa fantastica, soprattutto quella italiana, non sia in verità lo specchio di un altro Reame del Reale, contiguo e non impossibile.

A questa sublime arte del Dubbio (maiuscolo perché esistenziale e filosofico) si aggiungano le tipicità piemontesi in grado di essere universali, quell’anima oscura di tanti piccoli e maledetti paesi con abitanti strani e che un po’ ricordano Lovecraft, una dimensione, per dirla con Alessandro Defilippi, «naturalmente nera, una terra in cui pare di avvertire accanto a noi, se solo porgiamo l’orecchio, le voci delle Masche o la presenza di uno zoppicante sconosciuto che ci guarda senza apparente ragione». Non occorre che ricordi quale Archetipo manifesta un sinistro zoppicare…

Epitome di questi nostrani confini della realtà è il racconto conclusivo, Nelle crepe, in cui Gigi introduce la più complessa e affascinante evoluzione, tra quelle personalmente lette sino a oggi, del concetto di «materia urbana vivente». Andiamo oltre Fritz Leiber, John Shirley o Philip K. Dick. Siamo «Oltre». Vale a dire, nelle crepe di un quartiere vivente in una città morente. Un sobborgo che si rifiuta di far posto al «nuovo che avanza». E tra le cui fenditure qualcosa, qualcuno occhieggia, parla (a suo modo) ed esige nutrimento. Appunto, per non invecchiare e morire. Per sopravvivere.

In un paese in cui ponti e chiese stanno crollando come se «protestassero», un intelligente scrittore di genere è consapevole che, per far avanzare il genere stesso, occorre sintetizzare la tradizione nel novum che guarda alla realtà contemporanea, senza dimenticasi che l’horror nei suoi migliori esempi è in grado anche di «denunciare». Leggere per credere.

http://www.kipple.it/

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La donna radioattiva

Alice Milani, Marie Curie, Becco Giallo, pg. 215, €22,00 stampa, euro 3,99 ebook

recensisce WALTER CATALANO

La letteratura disegnata, come diceva Hugo Pratt, marca da tempo la propria centralità nel formare ed espandere il nostro immaginario, accanto e forse oltre ai media audiovisivi: l’universo iconico prolunga e approfondisce, stravolge e reinventa l’universo verbale; ne ricompone anche forme, generi e sottogeneri. Il Poema a fumetti del pionieristico Dino Buzzati; il romanzo a fumetti, ormai lunga tradizione consolidata (Una ballata del mare salato di Pratt, è stato il primo? Probabilmente no, ma ci piace immaginarlo come originario graphic novel…); la saggistica a fumetti e l’inchiesta sul campo (mi viene in mente, che so, Gaza 1956 di Joe Sacco, o, perché no, Kobane Calling di Zerocalcare); e infine, particolarmente fortunata, la biografia a fumetti.

Nelle ultime settimane ne ho lette almeno tre di veramente straordinarie: quella di Syd Barrett, Jugband Blues, di Matteo Regattin; quella scoperta per caso l’altra settimana a Barcellona, Cortàzar di Jesús Marchamalo e Marc Torices, una splendida prospettiva sulla vita del grande scrittore argentino che difficilmente sarà mai tradotta in italiano; e infine, forse la mia preferita, Marie Curie di Alice Milani.

Al di là del grande valore artistico delle immagini e dell’uso affascinante del colore, che immerge letteralmente nell’atmosfera visiva della pittura coeva ai fatti narrati, l’autrice – donna che scrive e disegna di una donna, e che donna – nell’individuazione di circostanze, personaggi e situazioni, svolge un immenso lavoro di divulgazione scientifica e di sociologia storica. La storia della scienza e quella personale (e faticosa) s’intersecano e si compenetrano, talvolta confliggono: chi nel proprio paese, in quanto persona di sesso femminile, non sarebbe stata nemmeno ammessa agli studi superiori, giunge ad essere insignita due volte del premio Nobel, per la chimica e per la fisica. La pioniera della sperimentazione sulla radioattività si trasforma così anche in pioniera dell’emancipazione femminile, sperimentatrice di stili, modi, possibilità che sconvolgono i benpensanti dell’epoca: la ricerca scientifica diventa necessariamente anche ricerca esistenziale.

Madame Marie Curie è Maria Skłodowska, orgogliosamente polacca naturalizzata francese, orgogliosamente scienziata e orgogliosamente donna. Il marito Pierre è un rispettato compagno di studi e di vita ma non le fa ombra, come preferirebbe l’intelligencija accademica: anche dopo la tragica scomparsa di lui, Maria proseguirà liberamente il suo percorso scientifico e sentimentale, avendo relazioni che faranno anche scandalo.

Maria è, per fortuna, una donna di carne, non una pura ipostasi intellettuale o, peggio, un’icona buona solo per la postrema mummificazione mediatica (come Rita Levi Montalcini o Madre Teresa di Calcutta). E proprio nella carne sarà fatalmente colpita da quelle radiazioni che per tutta la vita aveva assorbito: unica donna sepolta al Pantheon parigino, la sua bara è stata avvolta in un sudario di piombo – particolare questo che il fumetto omette – e anche tutti i suoi appunti e gli oggetti rimasti sono conservati in apposite scatole piombate: chiunque voglia consultarli deve indossare abiti di protezione. Era destino che Maria dovesse continuare a irradiare energia, splendida e micidiale, se non maneggiata con cura.

Con in testa l’eco di una vecchia canzone dei Kraftwerk (Radio activity, is in the air for you and me. Radio activity, discovered by Madame Curie…), chiudiamo il volume, anch’esso saturo di colori luminosi e radianti, con la piena consapevolezza di quanto il personaggio descritto sia stato e continui ad essere dirompente e, non solo in metafora, “radioattivo”. Un buon motivo questo, per augurarci che libri così – in molti sensi – educativi, vengano adottati da professori intelligenti come testi obbligatori nelle scuole.

http://main.beccogiallo.net/

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Avanguardia d’annata

Kurt Schwitters, AB AB KS, a c. di e tr. Giulia Disanto, La Grande Illusion, pp. 146, €17,50 stampa

recensisce ALESSANDRO FAMBRINI

In realtà il titolo lo si dovrebbe scrivere come appare in copertina e al frontespizio:

AB

AB

KS

Per rispetto dell’autore, della curatrice e delle avanguardie di inizio Novecento, di cui Schwitters fu un rappresentante di punta, pur con tutti i limiti e i distinguo che Giulia Disanto mette in luce nella sua postfazione: scrittore, pittore e artista vicino all’espressionismo prima e al dada poi (cui oppose un proprio movimento di ribellione formale, che battezzò Merz: come ‘marzo’, inizio di primavera, ma anche antitesi a Kommerz, ‘commercio’), alla ricerca dell’approvazione dei grandi fustigatori della società borghese – George Grosz, tra tutti – eppure sostanzialmente furbo e pigro, poco propenso a esuberanze rivoluzionarie, Schwitters alternò opere sperimentali ad altre più ordinarie e placidamente iscritte nel solco della tradizione (Richard Huelsenbeck, figura ben più radicale, lo definì il “Kaspar David Friedrich della rivoluzione dadaista”), senza avvertirne in apparenza la contraddizione.

Quella che Giulia Disanto propone in questo libriccino prezioso (prezioso proprio anche come oggetto: bella carta, bei caratteri, colori, traduzione e riproduzioni accurate) è una coppia di testi accomunati dalle iniziali (le AB del titolo), Augusta (Auguste nell’originale) Bolte e Anna Blume (Anna Belfiore nella traduzione italiana), e dall’autore, Kurt Schwitters (KS), appunto. Il primo è il racconto, che procede per scrittura associativa, di un continuo inseguimento, parossistico e senza perché, che vede agire il personaggio maschile/femminile di Augusta in una serie di scene da slapstick, senza conclusione o coerenza, e in cui sembra realizzarsi una raffigurazione narrativa dell’idea astratta di movimento, così centrale in quel primo scorcio di Novecento.

Più noto e più breve il secondo, una delle liriche più rappresentative della produzione sperimentale e post-espressionista tedesca, ormai, come scrive la curatrice, assunta in pianta stabile “nel canone poetico del Novecento”: una poesia d’amore, come l’amore sbrindellata, assoluta e polisemantica, ricca di echi dell’espressionismo, del dada, ma anche della “grammatica dell’assurdo” di un Wilhelm Busch (ampiamente citato in Augusta Bolte) o di un Ringelnatz, costruita sulla rottura ironica della forma grammaticale e sintattica del cabaret d’avanguardia (ciò che Schwitters scrive è imprescindibile dal suo declamarlo, come ricorda l’autore stesso all’inizio di Augusta Bolte). Un piccolo capolavoro, reso ottimamente in italiano, incastrato in un volumetto delizioso e ben curato.

http://www.lagrandeillusion.it/it/

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Non c’è quiete dopo la tempesta

Leonardo Malaguti, Dopo il diluvio, ἑxòrma edizioni, pp. 210, € 14,90 stampa

recensisce VALENTINA MARCOLI

Nessuna quiete dopo la tempesta. Anche se proprio tempesta non è, ma un diluvio, quello che allaga un piccolo paesino non ben precisato, in un tempo senza tempo; ci mette lo zampino, scombussola i piani. Crea confusione insomma, rimescola i pensieri insiti nel recondito di ognuno di noi.

L’autore Leonardo Malaguti (Bologna, 1993) mette in scena un romanzo corale, dissacrante e grottesco. E dimostra di saperlo fare, inserendosi molto bene nel panorama della narrativa contemporanea, quasi come fosse uno scrittore ricco di esperienza e classificandosi al suo esordio come finalista al Premio Nazionale di Letteratura Neri Pozza.

La trama è presto descritta: un paesotto simile ad una scodella circondata da rilievi montuosi viene sommerso da un diluvio che fin dalle prime pagine giunge impetuoso senza troppi complimenti. Al termine del disastro meteorologico viene ritrovato nel canale di scolo il cadavere del sindaco, e da quel momento niente sarà più come prima. Sembra quasi che l’acqua, anziché pulire, abbia riportato a galla la sporcizia depositata nel cuore dei paesani: la mucca del rabbino viene squartata e crocifissa costringendolo a togliersi la vita, la prostituta preferita del pastore Thulin rimane incinta, il mite custode del bordello violenta una giovane che vi lavora, una bambina picchia a sangue un barbone, e un telegramma annuncia che il nemico è alle porte e la guerra incombe. Il panico dilaga e il generale Krauss ne approfitta, prendendo le redini del comando e organizzando squadracce mentre termina il romanzo della sua vita, ispirato dai fatti accaduti.

Il commissario Van Loot è l’unica figura, tra le molte bizzarre che abitano la struttura narrativa, a tenere i piedi per terra e a non farsi prendere dalla follia generale che pare aver colpito i più. Ma questo nemico esiste davvero? E se sì, perché dovrebbe attaccarli, e perché non ha ancora mosso un dito? Come in ogni società che si rispetti, tutte le brutte storie si risolvono con un capro espiatorio che viene trovato in Lisetska, la moglie adulterina di un allevatore locale in fuga con l’amante e con un passaporto falso. Il pastore Thulin non ha dubbio alcuno, per salvarsi deve dare al popolo ciò che il popolo chiede, mettendo così al rogo come una strega la povera Lisetska accusata di uxoricidio.

Un piccolo capolavoro scritto sorprendentemente bene, una lettura da affrontare punto e basta. Preparatevi a salire sulla giostra che è questo romanzo, meravigliatevi di ridacchiare per una vendetta compiuta o per un commento meschino, e non affezionatevi a nessuno perché tutti hanno segreto nascosto. Ma soprattutto prendete l’ombrello: è prevista pioggia.

http://www.exormaedizioni.com/

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