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Straordinarie dissipazioni per libri straordinari

Thomas Wolfe, Il ritorno (a cura di Francesco Cappellini), Via del vento edizioni, pp. 44, € 4,00 stampa

di ELIO GRASSO

Thomas Wolfe, nato in una cittadina del North Carolina il 3 ottobre 1900, dopo varie vicissitudini familiari si ritrova nel 1929 a New York, da Scribner’s, con centinaia di pagine scritte di un incontaminato delirio creativo. In quegli uffici un certo Maxwell Perkins, famoso curatore editoriale, riesce a dirottare la smodatezza fluviale di quel ragazzo verso un’opera rivelatrice di grande poesia e sommo talento. O lost, come titolava il manoscritto originale, diventò Look Homeward, Angel. Non senza scontri e attraversamenti feroci dentro l’aggrovigliata foresta dell’editing. E dire che Perkins aveva già a che fare con Scott Fitzgerald e Hemingway, quindi abituato a sciagure, tempeste e derive alcoliche.

Quest’uomo pazientissimo e moralmente inattaccabile fu la fortuna di Wolfe. Rasentando il fallimento a ogni prova, editoriale e esistenziale, nulla riuscì a infrangere la potenza delle opere che da lì in poi uscirono dalle mani dei due sodali e dalla tipografia di Scribner’s. Le strade di New York, Brooklyn, hanno un prezzo da chiedere al giovane Thomas, la cui carriera si sviluppa attraverso ascese e cadute mefistofeliche. È un’epoca piena di business e di “adorabili” romanzi costruiti sull’orlo di vite allo sbando e di guerre mondiali, di inopinate partenze e astuti ritorni.

Straordinarie dissipazioni lasciano appena il tempo di scrivere libri straordinari, e altrettanti sogni che hanno foraggiato per decenni le major hollywoodiane, fra dignità contrastate, eroismi, vessazioni e scoppi di pianti cinematografici e pubblicistici. Per molti critici la prima versione del romanzo di Wolfe resta superiore a quella poi data alle stampe con le sforbiciate di Perkins. Probabilmente è vero. Ma a distanza di un secolo le cose cambiano, nella testa degli uomini e in letteratura. I miti americani, poi, quando varcano l’Oceano, esaltano ammirazioni e ritoccano vicende, rinfrescano guaiti e raffreddano spiriti bollenti. In un recente film di buon successo, Genius, troviamo tutti i lamenti e le disperazioni intercorsi fra lo scrittore e l’amabile Perkins. Le percussioni descrittive attuate da Wolfe si ribaltano nella realtà, lo sfoggio di un’epica tirannica ha il suo contraltare nei lampi lirici che affollano i romanzi e i racconti. E con il rischio di un’enfasi che genera disaccordi in critica e pubblico. Ma sono gli impulsi dell’uomo, la sua carica, a scoperchiare quel mito americano a lungo ricercato, forse mai raggiunto.

La poesia per lui è il fatale viaggio che trasporta dalla provincia più profonda alle metropoli fondate sulle due coste americane. È la fedeltà al tragico ma esaltante transito nel paesaggio, lo stesso che fecondò gran parte degli autori della Beat Generation.

L’odissea generazionale di costoro ha avuto il suo pioniere, in misura maggiore rispetto ai pur osannati poeti europei. La forsennata vocazione poetica di Wolfe si riversò in Kerouac e nei compagni dell’avventura americana. I tre racconti, tradotti mirabilmente da Francesco Cappellini e inediti in Italia, testimoniano questo rapporto stretto. Wolfe, soprattutto in Prologo all’America (1938), si lancia in una vera e propria elegia dedicata agli USA, un vertiginoso mantra alcolico per la brillantezza che lo avvicina a una Vegas notturna e per l’ingenuità copiosa avvertita soprattutto da noi europei, figli di rivoluzionari sanguinari. Il refreshing del salmodiante Dove andremo, adesso, e che faremo? dinanzi alle capitali Washington, Manhattan, Boston, Chicago, alle Montagne Rocciose e infine Hollywood, trasporta nelle costanti stilistiche dello scrittore. Vi appare il virus micidiale di cui è sempre stato preda Thomas Wolfe, fino a portarlo alla morte, poiché le strutture dell’immaginazione hanno il loro limite.

Soprattutto il limite della coscienza fu il transito a lui fatale, già dai tempi in cui balzava sui tavoli se il caro amico della Scribner’s gli tagliava una sola virgola. Sono racconti di stratificato innamoramento per la strada, e affilata ironia verso la folla di personaggi barricati negli uffici degli alti palazzi. Una summa “rapsodica” che influenzò Kerouac (& Soci), giudiziosamente vanitoso come dimostra il suo Vanity of Duluoz. Si attendono altrettanto “frivole” eccitazioni da molti lettori, quantomeno dai gaudenti seguaci di Tom Waits.

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Le ombre della ribalta

Stefano Magni, Despedida, pp. 144, Campanotto, € 15,00 stampa

di CARLO BAGHETTI

Despedida, in spagnolo, vuol dire «addio», ma può anche indicare la cerimonia di commiato, un momento gioioso che precede la separazione e la nostalgia, forse il rimpianto per un passato ancora vivo e vicino. Stefano Magni intitola Despedida il suo ultimo romanzo, nel quale gli elementi evocati sono tutti presenti: vi è la lingua spagnola, che il lettore può immaginare con l’accento del Rio de la Plata mentre si arrampica sulle note dolci di un tango; vi è l’addio a uno stile di vita; vi è la cerimonia allegra, la celebrazione della vita e dell’amicizia; e vi è una buona fetta di rimpianti, rimorsi, nostalgia per qualcosa che sembra irrimediabilmente perso.

Magni scrive una storia d’amore, tra l’uomo e la danza, attraversata da inquietudini e ombre: droga, tradimenti, immaturità sentimentale, incapacità di assumere le responsabilità dell’età adulta, cattiveria gratuita, solamente attenuati dall’incanto per nascita di una nuova vita; dipinge il mondo del tango con tinte ambivalenti, che però, nel complesso, risultano abbastanza scure.

È vero, i ballerini di cui si racconta non sono danzatori della domenica, ma professionisti dello spettacolo e per parlare di questo mondo il narratore ricorre ad alcuni stereotipi visti anche in altre rappresentazioni (ho pensato spesso a Black Swan di Darren Aronofsky, uscito una decina d’anni fa): una cattiveria agonistica e una risolutezza che si giustifica – ma neanche tanto – solo con le difficoltà economiche, spesso evocate, di sopravvivere facendo arte in un paese, l’Italia, dove tutto sembra complicatissimo e in cui predomina la precarietà, lavorativa ed esistenziale.

Il romanzo non offre solamente una porta d’accesso per osservare da vicino il dietro le quinte di un mondo che vive altrimenti delle luci vive della ribalta, ma accompagna il lettore sul palcoscenico, lo sistema tra i corpi dei ballerini e gli mostra con precisione i passi e le tecniche che essi compiono.

Questo aspetto dà la sensazione che Despedida sia un romanzo per iniziati, ma è una sensazione passeggera e il lettore profano può facilmente immaginare cosa sia un abrazo, un boleo o una sacada, magari sbagliando, inventando, ma accorgendosi allo stesso tempo di quanto il tango sia parte di un immaginario condiviso.

Ci sono due altri aspetti che rendono il romanzo di Magni originale. Il primo è il riferimento a una comunità religiosa, rappresentata alla stregua di una setta, che nel testo viene chiamata Bama Vanai, ma che sembra fare riferimento alla comunità Bahá’i. Nonostante la progressiva espansione di tale credo e le dure persecuzioni che i fedeli incontrano in Iran, non è facile trovare narrazioni in cui si racconta lo svolgimento di un incontro tra i credenti, come è invece il caso di Despedida. Il concetto centrale della dottrina bahá’i, la rivelazione religiosa come progressiva e relativa, viene raccontato attraverso le azioni che un gruppo di persone, adepti esaltati, compie nei confronti della protagonista Lucia, circondandola d’un affetto tossico e ossessivo, assolutamente non gratuito.
Il secondo aspetto riguarda ancora il tango, ma in un connubio inedito: danza e disabilità.

Seppure difficilmente conciliabili questi due universi si incontrano nella parte finale del romanzo mostrando come non solo esista una realtà in cui persone che hanno perso l’uso delle gambe continuano a volteggiare armoniosamente sui parquet destinati alla milonga, ma anche come questo spettacolo possa risultare appassionante, tecnicamente degno, esteticamente attraente. Guardare per credere.

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Il lato oscuro della tata-fotografa

Francesca Diotallevi, Dai tuoi occhi solamente, Neri Pozza, pp 206, € 16,50 stampa, € 9,99 eBook

di VALENTINA MARCOLI

Vivian Maier. Madre francese, padre statunitense e figlio di emigranti autriaci, nata a New York nel febbraio 1926, è l’esempio del mix perfetto che dà vita a uno dei personaggi più misteriosi del Novecento. Tutto ha inizio nel 2007 quando John Maloof acquista a un’asta, per la somma di 380 dollari, un box pieno zeppo di oggetti tra cui una cassa contenente centinaia di rullini e negativi ancora da sviluppare. In breve quella cassa nasconde un tesoro.

Tutte le foto che Vivian Maier ha scattato negli anni e accumulate nel tempo sono rimaste lì in attesa di essere scoperte e ammirate dal mondo intero. Sì, perchè quello che realizza Vivian è l’arte della street photography ante litteram. Con la sua Rolleiflex immortala migliaia di scene, istanti perfetti paralizzati nell’atto di compiersi eternamente, istanti che i soggetti ritratti non vedono e non sanno di perdersi, ma che gli occhi di Vivian rubano.

Ciò che però si propone di fare Francesca Diotallevi è ricreare nella maniera più verosimile possibile il lato oscuro della vita di questa tata-fotografa basandosi su ciò che di lei sappiamo. Il romanzo si apre con una sorta di lettera a cuore aperto datata 2008 in cui Vivian racconta come ci sia stata una sola persona in grado di guardarla, lei che ha fatto di tutto per essere invisibile.

L’infanzia difficile, sempre con la valigia pronta per seguire la madre in giro per il mondo, le amicizie, la zia e il nonno francesi, tutto è stato ricostruito immaginando pensieri e parole che passavano per la testa di una bambina fondamentalmente sola e diffidente verso tutti. A partire dall’amica della madre, Jeanne Bertrand, sua ispiratrice e colei che per prima ha intuito le capacità e annusato il talento di una bimba dagli occhi azzurri e dall’intelligenza singolare. Fidandosi del suo istinto la incoraggia e le spiega tutti i trucchi del mestiere.

Tra continui flashback, si passa in un istante dalla giovane Vivian che cerca di costruire un rapporto col fratello maggiore che entra ed esce dalla galera e, al contempo, distrugge il legame con la madre a causa di costanti incomprensioni, alla Vivian adulta e tata di Grace e Arthur a Long Island in casa Warren.

Francesca Diotallevi ha letteralmente seguito le tracce della vita di questa donna andando a visitare le case da lei abitate, a Saint-Julien-en-Champsaur, Beauregard e New York compiendo una ricerca che in realtà è un atto d’amore per la vita e per l’arte, e dimostrando che ogni vita e ogni piccolo gesto per quanto possano sembrare insignificanti, sono preziosi.

Quello che resta tra le mani del lettore è un diario segreto molto verosimile che racconta di una donna circondata da un’aura di mistero, e con moltissime frasi da sottolineare e imprimere nel cuore per la loro bellezza stilistica. E se non siete interessati all’hobby della fotografia, vi scoprirete a volerne acquistare una anche voi di Rolleiflex per iniziare a riempire rullini di istanti di vita e conservarli per l’eternità.

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Uno stato che arma i propri cittadini non lo fa in nome della libertà.

Gary Younge, Un altro giorno di morte in America. 24 ore, 10 proiettili, 10 ragazzi, tr. Silvia Manzio, Add Editore, pp. 350, € 18,00 stampa

di MARCO PETRELLI

In uno dei loro dischi migliori, The Decline, un’opera punk rock del 1999 che denuncia i mali dell’America di fine millennio, i NOFX si rivolgono alle masse di diseredati statunitensi affermando: «siamo munizioni per la lotta di classe». Non un grido di incitamento alla lotta, ma un’amara considerazione sul poco valore che hanno le vite della lowerclass, consumate senza tregua in guerre di gang, incidenti, public shootings e azioni di polizia, all’interno delle dinamiche sociali imposte dal tardo capitalismo (ovvero un prezzo di mercato di 0,14 centesimi per un proiettile da 9mm). «Sono stato povero tutta la mia vita» dice il personaggio interpretato da Chris Pine in Hell or High Water, «e lo sono stati anche miei genitori, e i loro genitori… è come una malattia che passa di generazione in generazione».

Se la povertà è indubbiamente una pandemia (un americano su tre era sotto la soglia di povertà nel 2017), le armi, come un virus che aggredisca un corpo già debilitato, sono legate a doppio filo a questo stato di cose. In Un altro giorno di morte in America, Gary Younge, giornalista del Guardian corrispondente dagli USA, compie un’indagine puntuale della congiunzione dei due fenomeni. Afferma di non voler scrivere un reportage sulla regolamentazione delle armi da fuoco, e mantiene la promessa: il libro copre un giorno civile statunitense (29 ore contando i fusi orari), il 23 novembre 2013, raccontando le vite spezzate di dieci giovanissimi (età media 14,3 anni). Ognuno di questi episodi è accuratamente storicizzato e socialmente inquadrato, così che il libro nel suo insieme è più una denuncia di un sistema malato che dell’irrazionale amore statunitense per le armi, trattato come effetto collaterale di una più ampia macchina fuori controllo.

Sette neri, due ispanici e un bianco. Ho sottolineato l’importanza della classe sociale nella comprensione di questo fenomeno, ma a onor del vero non tutti gli sfortunati protagonisti delle storie di Younge rientrano nel bacino sconfinato dei poveri d’America. Tutti, però, scontano le storture e le assurdità di una società inerentemente iniqua, e la maggior parte proviene da famiglie affette in misura diversa dalla routine massacrante imposta all’evanescente middle class statunitense, in lotta perenne per evitare di sprofondare nel limbo dell’indigenza. Quest’ultima, priva di tutele efficaci, è più che altro un’anticamera alla tragedia che uno stadio di mobilità verticale come vorrebbe il sempre logoro Moloch del sogno americano: basta perdere il lavoro o restare incinta per vedere peggiorare le proprie condizioni economiche in maniera vertiginosa; un piccolo incidente con le forze dell’ordine può condurre nel labirinto senza uscita dello spietato sistema legale americano, tristemente noto per accanirsi in maniera diseguale sui gruppi etnici della nazione.

Il discrimine sociale (così come quello etnico) resta, ma a leggere Un altro giorno di morte in America si ha l’impressione che nessuno sia al sicuro. Dal terribile South Side di Chicago (più mortale dell’Iraq a giudicare dalle statistiche) alle aree rurali del Michigan, non c’è giorno in cui volontà o incidenti non uccidano qualcuno. Un colpo partito per caso, un’arma con il colpo in canna dimenticata su una scrivania nel momento sbagliato, un regolamento di conti per futili motivi tra adolescenti cooptati dall’esercito di gang che popola le periferie di ogni città americana.

La risposta di molte delle famiglie intervistate è la stessa: «non sono riuscit* a proteggerl*», drammatica presa di coscienza dell’essere pura carne da cannone per una società spietata e predatoria. L’ethos delle armi, eredità frontieristica della cosiddetta six-gunmystique (il riferimento è al saggio seminale di John G. Cawelti), è affrontato da Younge con enfasi sull’assurda propaganda dell’NRA, un’associazione che incarna, alla luce del sole e con un’arroganza che sarebbe naif se non fosse letale, tutto ciò che di peggiore si nasconde nelle vuote promesse di libertà del capitalismo.

La sicurezza che si vorrebbe collegata al possesso di una pistola non è altro che una scellerata e capillare campagna di marketing fatta sulla pelle degli ultimi con la connivenza di un apparato statale (legalmente) corrotto. «Il mio libro è l’istantanea di una società che rende queste morti possibili, e la cui cultura politica è del tutto incapace di creare un contesto un grado di evitarle», leggiamo nell’introduzione.

Un reportage duro e militante, da far leggere a quella parte politica italiana che ha recentemente affermato di voler rivedere le leggi sulla legittima difesa con la collaborazione della lobby delle armi. Una dichiarazione scellerata che non tiene conto di quello che è forse il messaggio alla base del libro di Younge: uno stato che arma i propri cittadini non lo fa in nome della libertà, ma sta venendo meno ai suoi obblighi basilari di protezione degli stessi, piombando proprio coloro che più di tutti dovrebbe proteggere in uno stato di natura hobbesiano crivellato di proiettili. Una vera e propria guerra che, nel solo 2017, anno peggiore dell’ultimo ventennio, è costata la vita a quarantamila persone.

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Una wunderkammer barocca dentro un museo vittoriano

Adan Zzywwurath, Fantaenciclopedia. Il fantastico in letteratura, Manifestolibri, 2 voll., pp. 1261, € 58,00

di WALTER CATALANO

Commentando Il matrimonio del mare e dell’inferno – probabilmente il testo più noto di Franco Porcarelli, cioè l’impronunciabile Adan Zzywwurath – Michele Mari, nel suo saggio incluso nella raccolta I demoni e la pasta sfoglia, accostò l’autore romano a Poe e a Stevenson, a Potocki e soprattutto a Borges, e parlò di un’“idea stessa della letteratura come discorso teologico sulle ‘cose che non sono”. Puntuale espansione del concetto così ben formulato da Mari, è la monumentale opera da poco uscita per Manifestolibri, casa editrice che ha nel corso del tempo regolarmente ristampato la narrativa di Porcarelli, già in parte uscita nel decennio precedente per Theoria, nella storica e prestigiosa Biblioteca di letteratura fantastica curata da Malcolm Skey.

Questa volta non si tratta propriamente di narrativa ma di saggistica, come avrebbe potuto concepirla, per l’appunto, il Borges di Altre inquisizioni. Una geniale commistione a cavallo tra i due generi, calata in un contenitore macroscopico: wunderkammer barocca annessa a vittoriano museo di storia naturale. L’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert rappresenta il prototipo cui l’autore guarda ironicamente nell’intenzione di articolare una summa complessiva e sistematica che però stravolga la ragione illuministicamente intesa e sia dedicata non ai “principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica, e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l’essenza» (come scrive D’Alembert nel Discorso preliminare), ma a dimostrare che “L’Uomo non è un animale razionale, è un animale che usa la Fantasia come mezzo per arginare la Realtà: un Animale, quindi, che ‘combina’” (così scrive Porcarelli nell’introduzione). Non a caso l’immagine scelta per la copertina dei due corposi volumi rimanda a tutt’altro genere di dizionario enciclopedico, il Dictionnaire Infernal dell’occultista e demonologo francese Jacques Collin De Plancy, in cui vengono classificate e descritte varie entità demoniache, riferendone nome, fattezze, peculiarità e poteri. L’intenzione è quella di razionalizzare il nonsenso, di definire una tassonomia dell’allucinazione.

Così, in ordine alfabetico, voce per voce, si passa da Adamo&Eva, Aldilà, Amore, Anima, Arte&Letteratura, Astuzie, Atrocità, Automi&Macchine, Bestiario, Cielo&Inferno dei credenti, Diavolo, Dio, ecc. per chiudere, più di mille pagine dopo, con Profezie&Premonizioni, Sogni, Suicidio, Verità  e Menzogna, e infine Z (postfazione) – in cui l’autore confessa: “Forse il mio era un labirinto fatto solo di uscite. La speranza è che, invece di scappar via approfittando degli innumerevoli pertugi, chi legge ci si sia perduto dentro con piacere”. Segue una lunga appendice su “Il fantastico in letteratura: Parole chiave”. Dall’Unheimlich freudiano, alla Sorpresa di Quine; dall’Abduzione di Pierce, alle Combinatorie; dall’Ambiguità, fino a Il Mito e il “Mitico”.

A chiudere, come in ogni enciclopedia che si rispetti, un’ampia bibliografia e due indici, degli argomenti e dei nomi. Un’impresa davvero titanica arrivare in fondo sia per l’autore che per il lettore, a cui si consiglia di consultare, spigolare, centellinare l’enciclopedia, non di affannarsi a leggerla di seguito: l’impegno richiesto è ampiamente ripagato dal piacere dell’abbandono incondizionato all’originalità e alla bizzarria di questo geniale gioco più borgesiano di Borges stesso.

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Parigi moderna, Roma eterna

Blaise Cendrars, Una notte nella foresta, tr. Federica Cremaschi, Lamantica Edizioni, pp. 108, euro 14,00 stampa

di UMBERTO ROSSI

Ci sono scrittori la cui vita è semplicemente inseparabile dalla loro opera: che non solo hanno attinto ai fatti della propria vicenda per costruire le loro narrazioni, ma si sono deliberatamente esposti come personaggi della loro narrativa. Viene da pensare a Ferdinand Céline, ovviamente; e anche a Frédéric-Louis Sauser, in arte Blaise Cendrars.

Nato poeta, e protagonista delle avanguardie che prima della Grande guerra sconquassano il mondo della poesia europea, perde una mano durante il conflitto, proprio la destra con la quale scriveva, e si reinventa come scrittore della mano sinistra, passando alla narrativa. E proprio alla metà degli anni Venti Cendrars scrive questo breve testo autobiografico (uscito poi nel 1929), preludio ai successivi libri nei quali Blaise si racconta, a partire da L’Homme foudroyé (1945). Non a caso la prima edizione riportava il sottotitolo Primo frammento di un’autobiografia, come ci spiega Riccardo Benedettini nella sua documentata introduzione.

Una notte nella foresta è un titolo volutamente fuorviante. Cendrars accenna solamente a “quella piccola picada attraverso la foresta vergine, un sentiero terribile che mi avrebbe condotto a questa bocca, una bocca di donna (…) la bocca di una donna elegante, che si mordicchia il rossetto, una bocca rossa” – ma di cosa sia successo in quella notte nella foresta brasiliana non dice altro. In realtà siamo a Parigi, lo scrittore è tornato da uno dei suoi tanti viaggi, ha consegnato al suo editore il manoscritto di Le Plan de l’Aiguille, prima parte del romanzo Les confessions de Dan Yack. Ma Cendrars è troppo irrequieto per fermarsi, scende dalla sua macchina solo per chiedere un sostanzioso anticipo all’editore, promettere altri libri, e ripartire di corsa per la Spagna sulla sua Ballot blu (per chi come me è ignorante sulle auto d’epoca, dirò che si trattava di un’automobile veloce e costosa; Édouard Ballot fu il mentore di un certo Ettore Bugatti…).

Questo snello volumetto è irrequieto, folle e travolgente come lo stesso Cendrars, che salta dal presente al passato prossimo a quello più lontano, e ogni tanto regala frasi folgoranti come questa: “Vado ai bagni. Mi attardo da un barbiere nella piazza del Théâtre-Français. Entro in svariati caffè. Evito i posti dove mi conoscono e le vie dove potrei rincontrare e urtare me stesso”. A differenza di altri scrittori che hanno fatto di se stessi personaggi, come dicono gli americani, greater than life, Cendrars (come Céline) non è un narcisista: si annoia soprattutto di se stesso. Per questo è sempre pronto a partire per gli angoli più remoti (allora) del pianeta. Per questo per lui è “mortale ogni ritorno a Parigi”.

E questo è anche il motivo per cui, onestamente, lo scrittore torna al suo fallimento romano, al disastro cinematografico che fece morire sul nascere la sua carriera di regista nel 1921: e le pagine dedicate a Roma sono ricche di perle come la seguente: “Gli sputi sul Corso, come le voci degli uomini che di notte giocavano alla morra nella cinta del Colosseo sono segno di una vitalità esausta più che di semplice incuria del Senato”. E proprio queste pagine dedicate all’Urbe Eterna sono tra le più interessanti di Una notte nella foresta, anche e soprattutto leggendo della Roma del 1921 e pensando allo stato attuale della città: “Qui tutto si sgretola, è malato, soccombe sotto una lenta spinta”. Particolarmente gustose le pagine sulle romane che assediano il regista-poeta-romanziere cercando di entrare nel mondo del cinema (prolegomeni a Bellissima…).

Però Cendrars non disprezza tutto della nostra capitale: per lui è eterna nelle “catacombe che franano”. Lo attira la Roma sotterranea, ctonia, quella “delle Sibille, la Roma demoniaca, la Roma dei negromanti”. Quella sì che è grande; e viene da pensare allora alla Roma misterica e notturna de Il segno del comando, mentre oggi va di moda quella borgatara della Banda della Magliana e dei clan malavitosi di Ostia. Il punto di vista sghembo e straniero dello svizzero-francese Cendrars, allora, lo si apprezza ancor di più.

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Un libro struggente e necessario

Maurizio Cucchi, Sindrome del distacco e tregua, Mondadori, pp. 112, € 18,00 stampa

di ELIO GRASSO

Rilancio, nutrimenti, reattività del poeta dentro le proprie visioni, sono tutte possibilità che scattano non appena lo sguardo interiore si rivolge al mondo, dopo aver esplorato e indagato per anni la storia del padre, tra pudori e abnegazioni linguistiche. I viaggi intimi si abbeveravano ai racconti familiari, oltrepassando i decenni (L’ultimo viaggio di Glenn, del 1999) e tenendo in sé, per sé – ma con continui slanci verso coloro che vogliono ascoltare ascoltandosi – il patrimonio personale lungo i fronti contigui della mente e del corpo terrestre. Le stazioni sono lombarde, ma in certi momenti appaiono quelle balcaniche, le russe, e ciò che la parola guerra è stata realmente sui campi deflagrati. L’odissea paterna non si arrende di fronte all’ostruzione temporale, il secolo è passato e il nuovo deve ancora formarsi (a fatica, a fatica…), Maurizio Cucchi resiste all’indecifrabile epoca, desidera il racconto e le immagini che possano inoltrarlo con l’intera costituzione delle parole. E in Sindrome del distacco e tregua sono integrate due immagini compagne, la prima nel torbido bianco e nero, segno di neve radioattiva, la seconda nel lento dilavarsi della realtà.

Nella prima fotografia la vecchia con bastone e fardello incede nei pressi di Pryp’jat’, la città abbandonata dopo il disastro nucleare alla centrale di Černobyl’, discosta pochi chilometri. Nell’altra fotografia è ritratto un murale nella vecchia amata Nizza, forse già scomparso sotto le raschiature del tempo e degli uomini. Ben più che omaggi al dolore e alla resistenza, e ai necessari amori del poeta verso luoghi geografici già stati sede di duri sentimenti.

Gran parte della ricerca di Cucchi in questo libro si avvia nel Penitente di Pryp’jat’, emblema ucraino del disastro, dove tutto è luminescenza e dove la natura attua i propri esperimenti dopo che gli uomini hanno fatto impazzire gli atomi in pochi secondi. La vecchia non si cura dell’aria radioattiva, ma Cucchi si cura di lei con questa suite dall’emozionante incedere narrativo e frugalmente lirico. Ora c’è una sinistra quiete, in cui sono immersi animali dai colori strani mentre alcuni resistenti vanno in cerca di una pace dentro la morte dell’antico equilibrio e la vita dei mutanti. Ma tutta la raccolta nasce intorno al desiderio della prosa, affermato in Felicità frugale e La chiave di volta,anche se per tutto il libro persiste lo scandalo del dramma espresso nella compattezza e nella composizione. Fino al termine ultimo che dice qui brucia tutto, tutto è combusto, quel che si amava in origine ora si compiange nei pressi delle ceneri.

Perché lontano da Milano si sono giocate altre partite, combattute diverse guerre avverse al cuore delle genti, rappresentate decisioni e tecniche di sopravvivenza, e altri prodigi di scrittura. Cucchi in passato accarezzava, ora allunga mani energiche, che scolpiscono. Un preciso mandato conoscitivo, a questo punto della storia necessario all’orientamento, poiché finché si resta in vita il compendio della poesia è la raccolta di tutti i luoghi vissuti e sognati, ancora vivi o distrutti da forze funeste. Dentro Sindrome del distacco e tregua resistono e insistono orizzonti europei dove il poeta deve far atto di presenza, deve confermare quel che di più concreto ha nelle tasche e giù nelle gambe. Se fosse solo distacco non vi sarebbe tregua, e la tregua non è un bel fare quando non si è più tanto disposti a conciliare e fotografare l’èra odierna.

L’approdo a un libro “struggente, necessario” (Alberto Bertoni nel risvolto) è la vera “dimora dove ritorno”, per Cucchi il volto di diverse cose, così come per noi coetanei che ancora vorremmo esordire in un’epoca ormai aliena. Ma piace pensare che la forza di opere come questa vadano oltre i paesi fantastici, e che le antiche fabbriche del reale e del pensiero mostrino ancora i magazzini, i depositi delle merci meravigliose realizzate e poi fatte consumare dal secolo. Sia Milano, o Francia, o Ucraina, non deludiamo la ruvidezza colma di pietà che vorremmo fosse visibile in tutte le frontiere.

A cosa serve la poesia? A questo.

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Fantasia al potere

Claude Debussy, Monsieur Croche. Tutti gli scritti, tr. Anna Battaglia, Il Saggiatore, pp. 334, € 24,65 stampa

di RAFFAELE GUIDA

Monsieur Croche è una raccolta di articoli scritti da Claude Debussy tra il 1901 e il 1912 per riviste quali Le Figaro, Gil Blas, Mercure Revue e Revue blanche, per citare le più famose, impreziosite dai contributi di grandi personalità tra le quali Marcel Proust, André Gide e Guillaume Apollinaire. Una prima uscita editoriale di questa collezione vede la luce nel 1921, mentre dobbiamo la prima traduzione in italiano al compositore Luigi Cortese, nel 1945.

L’edizione del 2018 de Il Saggiatore, oltre che un omaggio per il centenario della scomparsa del musicista francese, si rivela un compendio dettagliato e illuminante grazie al contributo di Enzo Restagno e al lavoro di traduzione da parte di Anna Battaglia.

Nelle intenzioni di Debussy questi articoli avrebbero dovuto essere la mostra di un lavoro critico atto a illustrare le più disparate idee e teorie sulla musica e sui rapporti che questa intrattiene con le altre arti, dalla letteratura alla pittura, passando per la danza e il teatro, registrandone le evoluzioni, le singole varietà percettive, fino a tessere una sintesi tra poetica individuale e visione estetica, in una prospettiva metacritica.

Debussy in questi articoli esprime in modo ampio e argomentato le proprie idee sui temi relativi alla creazione, alla creatività e alla percezione di un artificio artistico, reinterpretando una figura cara al primo estetismo (significativamente formulato da Oscar Wilde nella prefazione del suo Dorian Gray) ovvero quella dell’artista come unico vero critico, di se stesso e non solo; ruolo che Debussy non pretende, ma esercita. In questa veste affronta temi quali i taciti compromessi che avvengono tra pubblico e artista e che fanno scaturire ciò che chiamiamo cultura. Non manca una cifra spiccatamente polemica, attraverso la quale il compositore si interroga sulla funzione delle istituzioni culturali e dell’educazione delle masse all’arte.

A questo atteggiamento si accosta la sincera ammirazione verso i Beethoven, i Wagner, i Saint-Saëns, gli Strauss, di cui ci illustra la poetica. Passando alle analisi dei concerti, Debussy esprime a tutto tondo la sua visione magnificente di spettacolo, soffermandosi sulle scene, gli interni dei teatri, i direttori d’orchestra, gli spettatori stessi, in un gigantesco vortice in cui tutto è messo in relazione e in cui l’equilibrio degli elementi è cruciale ai fini della rappresentazione. Tramite questi articoli possiamo conoscere molti autori coevi e poco conosciuti, da lui stimati, quali George Hüe, André Corneau, Eduard Lalo.

Il registro è intimo e cronachistico; la scrittura è impressionistica, ispirata e nervosa, pensosa, snella e scattante, sorella gemella del suo stile musicale, intercalata da aneddoti maliziosi e vigorose sferzate – Debussy paragona il Palazzo Garnier che ospita l’Opéra a un bagno turco. Ma non basta, per dire anche più di quel che vuol dire, il compositore crea dal nulla Monsieur Croche, presenza fantastica che prende posto nella sua casa e con la quale Debussy dialoga giungendo a rivelazioni sorprendenti. Un intelligente alter ego attraverso cui esercitare la più nobile delle arti, la maieutica.

Scorrendo via via gli articoli riusciamo a ricostruire come veniva promossa, fruita, percepita la musica del tempo, assistendo da vicino, anzi, da dentro, a ciò che animava la vita artistica della Parigi della Belle Epoque nella quale recalcitravano le suggestioni di fine Ottocento. Così, una semplice raccolta di articoli diventa materia letteraria e spaccato di vita quotidiana grazie al quale Debussy ci permette di stargli accanto: nei concerti cui assiste, durante gli eventi cui prende parte, nelle città che visita, e nei momenti di raccoglimento che si concede nel suo salotto.

Sincero ammiratore della tradizione classica francese, definisce la sua cifra, la clarté, ovvero una sintesi espressiva fra tradizione e gioco che per lui è tutto. Il rispetto della forma difatti è cruciale ed è l’unica prospettiva dalla quale è possibile costituire un punto di fuga verso la creazione del nuovo. Il proponimento estetico che racchiude tutto il pensiero di Debussy è creare un’arte che concili elementi intellegibili con altri primigeni, antidialettici. È doveroso infatti, riservare all’interno di un’opera d’arte uno spiraglio di incomprensibilità, di indecifrabilità, di volontaria rinuncia comunicativa.

Da grande visionario arriva ad immaginare la musica delle generazioni future e ne teorizza una tale da poter essere suonata en plein air: che riesca a dialogare con gli elementi della natura circostanti, aprendo così le porte a implicazioni nuove tra spazio, suono, ambiente, strumento ed espressione, indicando la via a un’arte che nasca attraverso lo studio dei fenomeni naturali.

Sul piano teorico, infine, il compositore non si limita ad analizzare le influenze reciproche tra le arti, ma anche quelle relative alle tradizioni musicali europee e ai generi (da quello popolare, alla sinfonia, all’opera buffa) realizzando un’operazione tanto comparatistica che semiologica. In questo lavorìo trova spazio la messa in relazione tra simbolo letterario e leitmotiv musicale, soprattutto all’interno de L’ouragan di Bruneau, scritto sui versi di Zola, aprendo così a uno squarcio che destinerà l’attenzione ai rapporti della musica con poesia e prosa.

Ma filtrano anche riflessioni filosofiche ed esistenziali. Per metterle meglio in luce Debussy le affida al già nominato alter ego: Monsieur Croche.

È un grande individualista, Monsieur Croche; il suo individualismo, atipico, pone al centro del mondo l’individuo tutto in quanto irriducibile manifestazione di una singolarità. Il senso recondito che plasma il ‘vero individualista’ spinge verso un profondo panteistico legame con le cose e le persone; ma quando l’individualista prende consapevolezza che tale visione non è condivisa da gran parte dell’umanità, converte tale sentimento nel suo opposto. Questo scarto costringe l’individualista a vivere in un mondo che sembra volersi svilire, costringendolo a svilirsi suo malgrado. Ma Monsieur Croche non desidera altro che assistere al più grande spettacolo del mondo che è la vita stessa, e questi articoli non saranno che un alibi per poter donare allo spettatore un pezzo tangibile dell’entusiasmo creatore.

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Basso continuo (e risalita)

Cecilia Ghidotti, Il pieno di felicità, Minimum Fax 2019, pp. 218, €16,00 stampa

di LORENZO MARI

Dalle Sette matitine, Zecchino d’Oro 1991, ai Pulp e i National, passando per le Slits e Grimes: Il pieno di felicità di Cecilia Ghidotti è anche un “pieno di musica”, più che di libri, film o serie tv, in una sorta di basso continuo – per continuare con i riferimenti al linguaggio musicale – rispetto alle vicende raccontate. Non si tratta più, in senso tondelliano, di una colonna sonora, un concetto forse obsoleto nell’epoca di Spotify e delle playlist, bensì di un’emergenza sintomatica dei consumi culturali della protagonista, uno dei nuclei tematici più importanti del libro.

Il titolo stesso dell’esordio letterario di Cecilia Ghidotti, “il pieno di felicità”, è una citazione dalla canzone Sette matitine, ricordo d’infanzia che riemerge, a più di vent’anni di distanza, nel corso delle peregrinazioni della protagonista, tra la provincia di Brescia, Bologna, Torino, Coventry, Londra (con puntate occasionali nel resto d’Europa: anche queste, inevitabilmente, piene di concerti e festival). Queste peripezie sono costituite in larga parte dall’esperienza autobiografica dell’autrice: il doppio dottorato, prima a Bologna e poi a Londra, la scuola Holden frequentata a Torino, la vita a Coventry insieme a Simone, post-doc presso la vicina (eppure isolatissima) università di Warwick… In questo flusso, reso più rapsodico dalle frequenti e talvolta incontrollate analessi, sono presenti anche vari inserti funzionali, ma il loro peso, nell’architettura testuale, non è tale da giustificare un uso immediato della categoria autofiction – definizione peraltro inflazionata, oggi, forse anche per celare, almeno parzialmente, i suoi contorni più labili e sfuggenti.

D’altro canto, è proprio un aspetto proprio dell’autofiction, ossia il già citato interesse e coinvolgimento della protagonista nei gangli della produzione e, più in generale, dell’industria culturale a derivare, progressivamente, verso una narrazione che non è esclusivamente autobiografica, cogliendo e rielaborando al proprio interno anche alcuni importanti temi culturali e politici. Più che la Brexit, sullo sfondo di molti episodi, o l’interessante lavoro di scavo, scevro da pregiudizi di sorta, sui vari processi di gentrificazione incontrati lungo il proprio percorso, è attraverso la geografia culturale delineata e non di rado sofferta (dentro, come si può facilmente presumere, ma anche fuori dall’accademia, e più spesso sulla soglia tra questi due mondi) che si coglie il sottotesto del brano riportato anche in quarta di copertina: “A vent’anni quelli che ne avevano avuto la possibilità avevano barattato l’appartenenza a un posto con la prospettiva di fare esperienza dell’altrove. Noi eravamo cosmopoliti, europei, solidali, antirazzisti, pronti a pensare globally ma agire locally. Avevamo letto tanti libri e visto tanti film giusti. Noi […] ci saremmo aperti con fiducia al mondo che sicuramente sarebbe stato migliore della nostra provincia di origine. Poi dovevo essermi distratta e i primi iniziavano a tornare”.

Esplorando il lato oscuro di quella che con notevole sicumera è stata definita “generazione Erasmus”, Cecilia Ghidotti non rinuncia mai alla lucidità dell’analisi e all’emersione di una coscienza che non è mai falsa, poiché, tra le altre cose, continua a ribadire la propria esperienza di migrazione all in all privilegiata. Si tratta, soprattutto, di una consapevolezza retrospettiva grazie alla quale, leggendo il libro, si ride e si piange tanto, senz’avvertire alcun compiacimento e lasciandosi invece avvincere da una lingua che è media ma anche ludicamente sospesa tra italiano e inglese, e che rende bene l’immaginario sotteso dalla narrazione.

Infine, nel libro come nella vita, ci si lascia molto alle spalle, come testimoniano le pagine finali, nelle quali s’intravede, dopo tanto basso continuo, una possibile risalita. E che sia a bordo dell’unicorno a molla che domina la splendida copertina?

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Muri che dividono, muri che ospitano

Michela Monferrini, Muri maestri, La nave di Teseo, pp. 142, € 18,00 stampa, € 9,99 Ebook

di GIACCHINO DE CHIRICO

Che ne pensiamo dei muri? Tutto il male possibile, risponderebbe chiunque tra i nostri contemporanei dotato di buonsenso e di sensibilità, che non sia ossessionato dalla propaganda politica dominante e non creda che ci siano eserciti di criminali accampati attorno a casa propria pronti a sgozzarlo non appena mette il naso fuori.

Eppure la risposta può anche essere diversa, ce lo dimostra una giovane scrittrice, Michela Monferrini, con il suo ultimo libro, Muri maestri. Con una scrittura leggera e raffinata, a volte perfino poetica, Monferrini ci invita ad accettare la sfida di un nuovo punto di vista su quei manufatti che oggi si stanno ricoprendo di disonore ma che in luoghi diversi e in tempi differenti svolgono o hanno svolto funzioni molto più nobili. Per questo motivo i muri di cui ci parla l’autrice sono “maestri”: maestri di storia, di cronaca, di umanità, di solidarietà. In un’altra parola, maestri di vita.

Senza mettere in fila l’elenco dei muri presi in considerazione, ci basti sapere che la curiosità della giovane autrice si spinge anche molto indietro nel tempo fino agli ultimi decenni del XIX secolo chiamando in causa Dickens e lo scultore inglese Watts. Oppure ci racconta di un cimiteriale “muro degli eroi”. O anche si sofferma sul tema dell’arte contemporanea, ci parla di istallazioni e di artisti concettuali.

Il percorso proposto si divide per grandi aree tematiche: Fratellanza, Desiderio, Amore, Sensibilità, Impegno, Giovinezza, Dolore, Fede.

La varietà di episodi, di scelte culturali e politiche, di prese di posizioni e di comportamenti considerati da Monferrini ci fornisce bene l’idea dell’impegno certosino che deve essere costato all’autrice. Il suo racconto sui muri potrebbe esso stesso diventare un muro, come quelli di cui si parla nel libro. Un muro dei desideri come i “Before I die Walls” che si trovano in Canada, in Messico ad Avignone o a Denver. Costruiti dai gruppi civici con gli obiettivi più vari: muri sui quali le persone lasciano scritte le speranze che vorrebbero realizzate: “prima di morire vorrei riuscire a dirti ti amo”. Una dichiarazione che apre la strada alla sezione dedicata all’Amore in cui è del tutto evidente la coerenza stilistica della scrittura con le tematiche trattate.

Nel libro non mancano certo i muri (drammaticamente) famosi. C’è il muro di Berlino e non manca il muro che divide gli ebrei dai palestinesi che ognuno chiama in modo diverso a seconda di come si aggiusta la propria coscienza: gli israeliani lo chiamano recinto, l’ONU barriera (barrier in inglese), i palestinesi “muro”.

Ma ci sono anche i muri che “ospitano” piante rampicanti come i muri antichi di Roma. I muri digitali e il memoriale per John Lennon. Tutti muri che raccontano storie che rischiavano di essere dimenticate ma che invece hanno un valore umano fortissimo. Come nella vicenda pazza e commovente del povero Tsang Tsou Choi a Hong Kong, un artista, writer, buon padre di famiglia, convinto (forse a ragione) di dover ereditare il reame di una piccola isola. O ancora meglio, le diverse vicende di writers anziani che in diverse parti del mondo gridano sui muri le proprie convinzioni incuranti degli interventi di polizia. Proprio i writers occupano un posto importante nella narrazione poiché si collocano dalla parte di chi scrive e molto spesso si assumono il compito di animare i muri, di dargli una funzione sociale, di farli portatori di simboli e allegorie. Sono rivoluzionari a loro modo, non perché (a volte) infrangono la legge ma perché piegano la materia frutto dell’odio e della paura facendola diventare occasione di dialogo e conciliazione.

Verso la fine del libro troviamo un muro ”tutto nostro”. Drammaticamente nostro. Il muro della stazione di Bologna che ricorda a tutti l’orribile attentato del 2 agosto 1980.

Si conclude con il tema della Fede, ma è nell’area tematica del Dolore che si trovano le considerazioni definitive che riguardano la tradizione umana di erigere muri e/o di considerarli parti significative della nostra vita civile. Vi si scrive del Muro del Pianto, il più antico e forse il più importante di tutti i muri. È il muro occidentale, l’unica parte rimasta integra dopo la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 a.c. Nelle sue fessure il muro conserva e raccoglie i sentimenti dell’animo umano. Un vero e proprio scrigno di preghiere , di dolore, di fede e di speranze. Un luogo dolente che permette ai sentimenti degli esseri umani di stagliarsi in alto, solenni, con tutti i loro limiti, la loro umanità e il desiderio per una vita migliore.

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