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Dissonanze a Caracas fra luce e grigiore

Karina Sainz Borgo, Notte a Caracas, tr. Federica Niola, Einaudi, pp. 208, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook

di EMILIANO MARRA

Il romanzo di esordio di Karina Sainz Borgo, giornalista venezuelana residente da molti anni in Spagna, è stato uno dei casi editoriali dello scorso anno: nel giro di poco tempo è stato tradotto in ventidue lingue e adesso anche in italiano. Come spesso accade, il successo del libro è dovuto soprattutto alla congiuntura fra l’ambientazione del romanzo e tematiche calde di stretta contemporaneità; nel caso specifico la deriva autocratica del Venezuela bolivarista e il collasso economico del paese. Anche il titolo italiano si muove in questo solco, risultando più ammiccante della versione originale (La hija de la española).
Considerando la potenzialità narrativa di ambientare un romanzo in un paese intrappolato in una spirale discendente di povertà, corruzione e violenza, il libro nasceva sotto i migliori auspici. Invece, purtroppo, la sensazione che rimane al termine della lettura è quella di trovarsi davanti a un’occasione mancata. Eppure l’opera ha diversi lati positivi e forse il problema sta nell’aver preferito la forma romanzo, quando un reportage narrativo sarebbe risultato forse più interessante e piacevole da leggere, anche alla luce dello stile letterario di Sainz Borgo: una prosa caratterizzata da frasi brevi e paratattiche, quasi secche.

Adelaida Falcón (la protagonista, proiezione dell’autrice) è una giovane donna di Caracas che sbarca il lunario lavorando a distanza per un editore spagnolo (in grado perciò di pagarla in euro). Qualche tempo dopo la morte della madre, si ritrova la casa occupata da un gruppo di borsaneriste legate al PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) e la situazione degenera: dopo essersi rifugiata nell’appartamento della vicina (deceduta in totale solitudine), pianifica un rocambolesco piano di fuga dal Venezuela, incrociando il suo destino con quello di Santiago, fratello della sua migliore amica ed elemento di spicco nelle proteste universitarie contro il governo.

Il principale punto di forza del romanzo è soprattutto la rappresentazione di una Caracas sull’orlo della guerra civile, una capitale mondiale dell’omicidio in cui non ci si può fidare di nessuno, tanto meno delle forze dell’ordine corrotte e in combutta con i membri del partito, gli accaparratori e i gruppi paramilitari. Sainz Borgo non nomina mai il PSUV, e nemmeno Maduro o Chavez, conferendo così al racconto le tinte fosche e sospese di una distopia, pur essendo brutalmente realista nella descrizione d’ambiente. Anche la trama (pur con i suoi colpi di scena, tutto sommato prevedibili) presenta ritmo e una discreta coesione. Certo, questo sarebbe pienamente realizzato se la girandola di eventi iniziasse prima della metà del romanzo e il ritmo non fosse costantemente spezzato da continue analessi.

I flashback servono, da un lato, ad approfondire il rapporto fra Adelaida e la sua omonima madre, dall’altro a enfatizzare la differenza fra il Venezuela odierno, una nazione alla deriva in costante emorragia umana, e quello della prima infanzia della protagonista, un paese dall’economia solida e in grado di accogliere i rifugiati in fuga dalle dittature dell’Operazione Condor.

Ciò rende debole il romanzo perché le digressioni sono farraginose e concentrate soprattutto sulla relazione con la madre – e la rete di simboli che ne deriva – lasciando così sullo sfondo aspetti forse più interessanti da approfondire, come l’uccisione del futuro marito di Adelaida e il rapporto con Ana, la sua migliore amica. Inoltre, il confronto con il passato tende alla pedanteria e alla didascalia, quando sarebbe stato preferibile concentrarsi sulla rappresentazione allucinata del presente.

Nella dissonanza fra la luce accecante dei Caraibi e il grigiore di un paese che trasuda morte e carestia, invece, il romanzo funziona. L’atroce reggaeton come colonna sonora delle peggiori bassezze umane è una delle idee più riuscite del libro, come anche la suspense tesa del finale. Ridotta ai minimi termini, la storia scorre e potrebbe essere un buon soggetto cinematografico, ma la resa purtroppo non convince fino in fondo. Ad ogni modo, la brevità del testo, la buona qualità della scrittura e l’attualità dell’argomento sono già valide ragioni per la lettura, magari come spunto per approfondire la questione nei siti delle ONG di Caracas.

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L’autunno da dietro il doppio vetro

Halldóra Thoroddsen, Doppio vetro, tr. Silvia Cosimini, Iperborea, pp. 106, euro 15,00 stampa

di FRANCO RICCIARDIELLO

Doppio vetro racconta, in poco più di cento pagine, un paio di anni nella vita di una donna ultrasettantenne, rimasta vedova e che vive in un appartamento del centro di Reykjavík. I figli, adulti e sposati, vivono altrove, e i nipoti si trovano in quell’età in cui ritengono di non aver nulla da imparare dai nonni; la solitudine è perciò all’apparenza il tema principale, ma solo all’apparenza, perché la protagonista non indulge mai sulla propria condizione. Al contrario, il fatto di vivere relazioni personali rarefatte le permette di rallentare il tempo dell’esistenza e riflettere su aspetti che altrimenti sfuggirebbero alla sua attenzione.

I doppi vetri del titolo sono quelli installati alle finestre di qualsiasi abitazione del nord Europa, per proteggere gli interni domestici dalla rigidità del clima, e sono metafora di una certa distanza interiore rispetto al mondo. Al contrario di altre opere della letteratura nordica, questo romanzo non è scandito dall’inclemenza della natura o dal ritmo inesorabile delle stagioni; piuttosto la protagonista vive in una specie di perpetuo autunno, metafora della sua età e della sua solitudine. All’inizio della narrazione, la donna osserva dalla finestra i movimenti degli abitanti del quartiere medio-borghese di Vasturbær. Non sembra nutrire rimpianti per un’età più verde; si lascia andare ogni tanto a un dialogo silenzioso con l’amato marito Guðjón, morto da non molto tempo, dato che è perfettamente in grado di immaginare le risposte alle questioni che gli pone. Per esempio, come dovrebbe reagire alle imbarazzanti avances di Sverrir, il chirurgo in pensione che approfitta di ogni occasione per cercare un contatto con lei? È possibile immaginare alla sua età, certo non l’amore, ma una qualche sorta di piacere nella compagnia reciproca con una persona che ha abitudini completamente diverse dalle sue? La donna neppure tenta un confronto tra i due uomini. Giunta a questa età si permette però di interrogarsi sul significato del concetto di “uomo ideale”, e la conclusione a cui giunge è sconfortante: “Non che si sia fatta illusioni sull’uomo modello. Sempre che esista. Un tipo del genere, forse a causa di chissà quale errore evolutivo, è fondamentalmente un fascista. Lo percepisce chiaramente nei blog che di tanto in tanto legge. Da lì al culto dell’eroe il passo è breve.”

La narrazione è divisa in quattro capitoli, e organizzata in diverse unità narrative collegate da frasi estratte dalle riflessioni della protagonista; ed è da queste che ci rendiamo progressivamente conto che la storia non è genericamente ambientata in un Reykjavík contemporanea, anzi ha una collocazione temporale ben definita, durante la grave crisi finanziaria che ha portato l’Islanda sull’orlo del default, nel 2008. E così Doppio vetro non è una storia d’amore né un libro sulla terza età e la sua solitudine, ma la sintesi disincantata di un’intera esistenza, il tentativo di mantenere in vita nel ricordo un mondo in cui si è vissuti, con il fine di esorcizzare la morte che si avvicina, e che prende uno dopo l’altro tutti coloro che circondano la protagonista. È una vita su cui la scrittrice tenta una ri/costruzione di un mondo che la rapida modernizzazione liberistica e capitalista sta cancellando, o ha già cancellato, ma che rimane nella memoria comune, nella “visione condivisa” dice la protagonista, di tutti gli islandesi della sua età.

“Al di là delle condizioni personali più disparate, hanno tutti pasteggiato a pesce bollito con il sottofondo del radiogiornale, delle previsioni del tempo e del patriottismo. Indossavano reggicalze e camicie di nylon gelide pensando che così dovesse essere. Le loro stazioni cerebrali sono state sintonizzate sulla guerra fredda. Ricorda le lotte operaie nel vortice dell’inflazione, ricorda quando tutti si costruivano una casa, ricorda la felicità degli elettrodomestici, grosse carcasse rivestite in formica. Il loro tempo è trascorso, ma continua creare storie come ha sempre fatto.”

Doppio vetro è il primo romanzo della scrittrice islandese Halldóra Thoroddsen tradotto in italiano, anche se la sua produzione letteraria si compone di diversi romanzi, racconti, poesie e sceneggiature. Come molti autori appartenenti a letterature minori, soprattutto non anglofone, l’opera è stata tradotta grazie al programma Europa creativa dell’Unione europea. Doppio vetro ha vinto il Fjöruverðlaunin 2016, il premio per la letteratura femminile islandese, e l’anno successivo il premio letterario dell’Unione Europea, che consiste anche in un supporto per la promozione e la traduzione all’estero dell’opera. La scelta del titolo è senz’altro azzeccata, perché aiuta a diradare la foschia su quella che è forse la letteratura meno conosciuta d’Europa e sulla sua cultura.

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Semplicemente perché non riusciamo a respirare. Lo sciopero di Nardò a disegni

Francesco Piobbichi, Sulla dannata terra. Lo sciopero di Nardò, Claudiana Editrice, pp. 88, euro 14,50 stampa

di ELISABETTA MICHIELIN

When we revolt it’s not for a particular culture.
We revolt simply because, for many reasons, we can no longer breathe.
Franz Fanon, I Dannati della terra

C’è qualcosa di profondamente commovente nel tratto dei disegni a pastello di Francesco Piobbichi che illustrano e raccontano la storia dello sciopero di Nardò; una delle prime esperienze in Italia di autorganizzazione dei migranti scesi in sciopero nel 2011 in Puglia, la terra che nel dopoguerra fu di Di Vittorio e delle grandi lotte bracciantili.

Sono disegni e figure nitide che nascono da un fondo tutto arruffato a cerchietti che  troppo spesso si trasforma in rotoli di filo spinato, quando non in catene vere e proprie. D’altra parte le catene da schiavo non sono solo una metafora: in primo grado questi lavoratori hanno vinto la causa per schiavitù contro i caporali e i padroni. Una sentenza storica che segue a una lotta fin allora mai vista in Italia; sentenza che è stata, ahimè, ribaltata in modo clamoroso qualche mese fa con l’incredibile motivazione che all’epoca dei fatti non sussisteva ancora il reato di riduzione in schiavitù! Reato, paradossalmente, introdotto nella legislazione italiana, proprio con la legge contro il caporalato, approvata nel 2016 in tutta fretta dall’ultimo governo Berlusconi dopo questa epica lotta.

L’autore non ha voluto fare solo un libro celebrativo del coraggio e della determinazione – anche a rischio della vita – di chi fu protagonista di quello sciopero, ma un vero e proprio vademecum o manuale perché quella lotta giusta possa riprodursi. Piobbichi, infatti ha scelto di scrivere in italiano, francese e inglese perché i destinatari del libro, che sono in primo luogo gli stranieri, possano comprenderla e riattivarla. E i disegni vividi e immediatamente comprensibili – un po’ come i vecchi affreschi delle chiese che illustravano i testi sacri – parlano in una lingua universale.

Il libro di Piobbichi è importante perché mette in luce ciò che anche chi non ha un atteggiamento ostile o razzista verso i migranti stenta a riconoscere: questa non è stata una lotta etnica ma una lotta a pieno titolo ascrivibile alle lotte degli operai “italiani”. Perché la composizione del lavoro in Italia oggi è di fatto multietnica (nelle campagne, nelle fabbriche, nella logistica) e la ricchezza si fonda e costruisce proprio sulla segmentazione e la differenziazione della manodopera lungo le linee del colore, delle nazionalità, delle condizioni legali (secondo la legge Bossi-Fini se lo straniero non ha un contratto di lavoro cade nell’irregolarità).

Lo spiegano molto bene nell’introduzione Gianluca Nigro e Devi Sacchetto che, oltre a ricostruire con precisione l’organizzazione per linee interne ai lavoratori e le caratteristiche specifiche di questa lotta, fanno chiarezza anche su altri luoghi comuni scrivendo che i protagonisti dello sciopero erano: “un insieme di persone provenienti da diversi Paesi africani con ricche e articolate esperienze politiche: rifugiati delle Primavere arabe; migranti da lungo tempo in Italia che avevano perso il lavoro a causa della crisi economica iniziata nel 2008; e infine braccianti che da anni si spostavano in diverse aree prevalentemente del Mezzogiorno sulla base dei periodi di raccolta.” Dei ghetti inoltre mettono in luce le ricche relazioni sociali fra pari seppur sotto il tallone dei caporali. (Sarà un caso che i ghetti periodicamente vengano rasi al suolo, e le persone che li abitano disperse, i legami rotti, peraltro, senza soluzioni dignitose alternative?).

Una soggettività ricca e articolata, dunque, molto lontana dagli stereotipi – anche i più benevoli e solidali – che vedono sempre i migranti come una massa indistinta, senza storie comuni, risorse, desideri; oggetto e proiezione delle nostre paure o dei nostri afflati, semplice “nuda vita” per usare un’espressione molto spesso usata a sproposito.

Gli scioperanti di Nardò con la loro lotta hanno invaso lo spazio pubblico e politico da cui ordinariamente sono esclusi, proprio perché essenzialmente senza diritti seppur formali, invisibili e senza parola. Non solo persone alla ricerca della sopravvivenza e profughi in fuga da paesi in guerra o invivibili, ma lavoratori che vogliono essere protagonisti del proprio destino e non essere ridotti a semplice forza lavoro che viene usata secondo il fabbisogno, in condizioni semischiavistiche e poi, buttata via, se ne deve andare per lasciare il posto ad altri schiavi. La loro lotta dice inequivocabilmente che “il lavoro in pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato a fuoco quand’è in pelle nera.”

Sulla dannata terra è l’ultima parte di una trilogia che comprende Sul mare spinato e i I disegni della frontiera un lavoro che evidenzia secondo le parole di Piobbichi, operatore sociale sulla Open Arms, e nei corridoi umanitari organizzati dalla Federazione delle chiese evangeliche, la “maledizione che i migranti si portano al collo per tutta la vita e li rende frontiera mobile ovunque vanno.”

I proventi del libro saranno devoluti a SOS Rosarno che in Calabria fa agricoltura sostenibile rispettando i diritti dei braccianti italiani o stranieri che siano.

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Filosofia dell’orrore e orrore della filosofia

Eugene Thacker, Tra le ceneri di questo pianeta, tr. Claudio Kulesko, Nero Editions, pp. 182, euro 15,00 stampa

di WALTER CATALANO

Esiste una linea di pensiero molto feconda che in ambito filosofico è stata definita realismo speculativo e i cui esponenti più rappresentativi sono Ray Brassier  (con il suo testo principale Nihil Unbounde e il suo nihilismo trascendentale), Quentin Meillassoux (e il suo materialismo speculativo), lo stesso Eugene Thacker (e il suo materialismo trascendentale), ai quali potremmo aggiungere gli ex-esponenti del Cybernetic Culture Research Unit (CCRU) dell’Università di Warwick, gli accelerazionisti di sinistra – come Sadie Plant o il Mark Fisher del Realismo capitalista – e di destra come Nick Land e il suo Dark Enlightenment neoreazionario, inscritto nelle logiche della cosiddetta alt-right e – più lontani dalle rotte accademiche – il critico musicale post-punk Simon Reynolds, con le sue teorie socio-filosofiche rock della Retromania o David Benatar con il suo antinatalismo che, riprendendo il pessimismo cosmico dei realisti speculativi, si protende fino al Thomas Ligotti de La cospirazione contro la razza umana, testo che ci riporta alla narrativa horror e weird. Proprio dall’horror e dal weird parte Thaker (in non certo insolita concomitanza con l’ultimo libro scritto da Mark Fisher prima del suo tragico suicidio, The Weird and the Eerie, pubblicato in Italia per minimum fax e di cui ci occuperemo presto) per questo suo singolare e affascinante studio, primo volume di una trilogia che speriamo la benemerita Nero Editions presto tradurrà nella sua completezza.

Pubblicati tra il 2011 e il 2015 dalla londinese Zero Books, casa editrice interamente dedicata al pensiero critico d’avanguardia, i tre volumi comprendono oltre a quello appena tradotto – In the Dust of this Planet  – anche Starry Speculative Corpse e Tentacles Longer Than Night: silloge che va letta collettivamente e che esplora la relazione tra filosofia (specialmente nelle sue connessioni estreme e tangenziali con la demonologia, l’occultismo e la mistica apofatica) e l’orrore (inteso come esperienza del soprannaturale). Ogni libro della trilogia tratta una problematica specifica utilizzando una particolare formalizzazione attinta dalla storia della filosofia occidentale, nel nostro caso la forma della quaestio, lectio, e disputatio della scolastica medievale; negli altri due volumi successivi, la prosa aforistica e il détournement delle opere narrative horror lette come testi filosofici e vice versa. Presi nel loro insieme i tre volumi modellano le possibilità di un comparativismo filosofico che mette in relazione opere mai ordinariamente giustapposte: per esempio Nishitani, Kant, Schopenhauer, Yohji Yamamoto, Robert Fludd, Dario Argento, Georges Bataille, Dante, Lovecraft e Lautramont. Esplorando temi come le tenebre, il pessimismo, il vampirismo, il “vuoto tentacolare”, ecc. e mettendo in corrispondenza filosofia, teologia, letteratura moderna, cinema, musica black metal e quant’altro, in uno stimolante e frankensteiniano guazzabuglio.

Il primo volume della serie parte dal rapporto speculare tra filosofia dell’orrore e orrore della filosofia: l’orizzonte della narrazione orrifica del mondo e “il pensiero dell’impensabile, che la filosofia non può enunciare se non attraverso un linguaggio non-filosofico”. In un mondo sempre più impensabile, Thacker distingue tra il mondo-per-noi, mondo che interpretiamo, a cui ci relazioniamo e di cui facciamo parte; il mondo-in-sé, il mondo dato, che cessa di essere tale e diventa mondo-per-noi nel momento stesso in cui tentiamo di comprenderlo in termini umani; e lo ‘spettrale e speculativo’ mondo-senza-di-noi, la sottrazione dell’umano dal mondo, la cui unica possibile enunciazione è data nell’horror soprannaturale e nella fantascienza. Il mondo-per-noi è fenomenologicamente il Mondo; il mondo-in-sé è la Terra, in senso geo-atmosferico; il mondo-senza-di-noi è il Pianeta, in senso cosmico e cosmologico. L’horror è “un tentativo non-filosofico di pensare filosoficamente il mondo-senza-di-noi”. Da queste affascinanti premesse Thacker passa a esaminare il concetto di demone e la valenza filosofica della demonologia; l’occulto inteso come filosofia occulta, partendo dal classico rinascimentale De Occulta Philosophia di Enrico Cornelio Agrippa; e il nekros come segno che approssima il “numinoso” gotico al noumeno kantiano. In termini complessi ma godibili, il filosofo ci conduce sulle soglie di un “misticismo inumano” che si situa oltre ogni orizzonte teologico e teleologico.

Non stupisce che Thacker, autore anche di altri testi dai titoli significativi come Cosmic Pessimism (2015) e Infinite Resignation (2018), sia diventato un’icona doom mondializzata dal video di Jay-Z e Beyoncé Run, in cui il rapper americano indossa una giacca di pelle con il titolo del libro, e dal successo della serie tv True Detective, in cui il personaggio nihilista di Rust Cohle, a detta dello showrunner Nic Pizzolatto, riecheggia nei suoi profondi e desolati monologhi le fonti filosofiche di Thomas Ligotti e di Eugene Thacker. Un libro cult per vari motivi dunque, che ora anche il pubblico italiano può apprezzare e conoscere.

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Le mutevoli forme del ghiaccio

Nancy Campbell, Le mutevoli forme del ghiaccio, tr. Andrea Asioli, Bompiani, pp. 324, euro19,00 stampa, euro 9,99 ebook

di ELIO GRASSO

Nancy Campbell, scrittrice, poetessa e artista visuale, in questo libro rende pubblica la sua vita legata alla terra, ai ghiacci, alle regioni più remote dove l’esistenza stessa della natura espone la sua crisi. Nel museo esistente più a nord del mondo, a Upernavik in Groenlandia, Campbell cerca e trova il modo di esistere (e resistere) di fronte alle mutevoli forme del ghiaccio e alle sue discontinue ottiche, imparando quanto le popolazioni di quei territori (in primo luogo gli Inuit) conoscono da millenni e che ora vedono spezzarsi così come accade a tutto ciò che oggi concerne l’Artide.

In quel museo, ai confini ultimi di un luogo tagliato fuori dai traffici, e dove soltanto il ghiaccio fa da ponte per i collegamenti, lei impara a consultare le mappe, a osservare le fisionomie di oggetti d’uso comune e rari, e le testimonianze depositate dai cacciatori. Si accorge che nelle viscere della massa solida di ghiaccio, simile al basalto, l’acqua scorre e si snoda come sulla terraferma. Le tracce e i reperti depositati in quei locali si intrecciano alle convinzioni, forse sbagliate, che l’avevano portata lì. I residenti di passaggio nel museo sono tenuti a lasciare le loro opere, e se scrittori, invitati a non scrivere. Soltanto le immagini interessano al museo. Il lavoro in quel luogo si trasforma nel mezzo di sopravvivenza, smaltimento dei rifiuti compreso. A ogni porta manca la serratura, nella piccola isola la gente è libera di entrare e uscire dalle case, nessuno può essere considerato ladro.

Il primo impatto per Campbell è questo, insieme ai lampi delle torce elettriche di chi si avventura sul banco di ghiaccio per sondarne la consistenza in vista delle trivellazioni. Si tratta di sopravvivere, gli uomini devono capire dove poter pescare gli halibut. Troppa o poca neve impedisce le partenze. Gli stili di vita mutano più di quanto abbiano fatto nel secolo precedente. Il ghiaccio nasconde l’oceano, e a parte questo pensiero sicuramente minaccioso, Campbell capisce ben presto come le forme assunte dall’acqua a quelle temperature siano innumerevoli: non resta che sperimentarlo a ogni ora del giorno e della notte, quando le luci hanno ritmi completamente inediti.

La biblioteca del ghiaccio è un’opera costruita seguendo le diverse opzioni intellettuali della razza umana: scienziati, esploratori, cacciatori, pattinatori, filosofi, scommettitori. Per ogni categoria le storie e le azioni, le testimonianze vitali, la vita e la morte di studiosi e gente comune, vengono viste da ogni angolo possibile, e sembrano entrare nell’esistenza dell’autrice come un archivio infinito che non vede l’ora di presentarsi al mondo intero. Le tracce sono inusuali, presto ci accorgiamo che a nord del circolo polare artico il significato di ogni cosa, oggetto, parola, pensiero, contiene specifiche ragioni, e che la percezione diventa solida come quella relativa alla temperatura corporea. Quel che più sorprende di questo libro è la somma delle informazioni che ci porta: attingervi significa far compiere alla nostra mente un aggiornamento a cui nessuno di noi è più abituato. Scienza e filosofia s’intrecciano in qualcosa dal forte potenziale creativo, e si capisce come non vi sia niente di commerciale in questo presente captato, descritto, vissuto da Campbell per la bellezza di sette anni, dal 2010 in poi. La sua testimonianza, ricchissima almeno quanto la generosità delle popolazioni groenlandesi (nonostante le sempre più scarse risorse), diventa in data odierna fondativa, umanamente e scientificamente diretta al genere umano.

Un glossario ufficiale, spiega l’autrice, descrive duecentoventi categorie di ghiaccio, ma è stato pensato per la navigazione di superficie e sottomarina, non per coloro che ci viaggiano sopra. Elaborare elementi visivi per gli abitanti è fondamentale, in un’epoca di rapidi cambiamenti climatici ne determina il valore del rischio. Dal Nord del mondo riceviamo solenni deposizioni testimoniali. Si tratta di mappe che un lettore presente non può prendere come bizzarrie letterarie: ogni luogo ormai non deve più pensarsi come periferico. Il ghiaccio contiene la sua biblioteca mondiale, leggiamolo.

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Una storia dei mari interni

John Smolens, Margine di fuoco, tr. Seba Pezzani, Mattioli 1885, pp. 255, euro 16,00 stampa

di ROBERTO STURM

Ci sono libri che lasciano tracce, a volte anche indelebili, nel nostro intimo più profondo. Non c’è un motivo preciso, e del resto ogni lettore possiede un background che lo rende unico: può essere per l’ambientazione o lo stile, o per qualche passaggio che allarga i nostri orizzonti interiori, o magari per la storia. A volte ci sentiamo così vicini ai personaggi che gli viviamo accanto, e le loro reazioni sono talmente simili alle nostre che a volte riescono a commuoverci.

Mattioli 1885 continua la sua opera di scoperta di scrittori statunitensi di qualità, e questa è la volta di John Smolens con Margine di fuoco, un romanzo che rimarrà impresso nella mente di chi lo leggerà. Amico di Andre Dubus, forse la scoperta più importante della casa editrice di Fidenza di questi anni, ne riprende alcuni aspetti narrativi, soprattutto la padronanza stilistica straordinaria e la descrizione degli stati d’animo dei personaggi, allargando l’orizzonte anche all’ambientazione circostante che Dubus lascia volutamente in secondo piano avendo scritto solo racconti, a parte un’eccezione che rimarrà tale per tutta la sua carriera.

Ci troviamo in Michigan, nella zona incontaminata e selvaggia del Lago Superiore, uno dei mari interni degli Stati Uniti. In una piccola cittadina dell’Upper superiore, Whitefish Harbor, vive una comunità in cui si conoscono tutti. Siamo nella provincia degli Stati Uniti più profonda, dove il senso di appartenenza e i valori religiosi sono i tratti distintivi della tradizione conservatrice. Martin torna per rimettere a posto la casa di famiglia e si innamora di Hannah, una ragazza di diciannove anni, più giovane di lui di dieci, e le cose sembrano andar bene fino all’arrivo di Sean Colby, rientrato anticipatamente dal centro di addestramento reclute in cui l’aveva spedito il padre. Sean è l’ex fidanzato di Hannah, e quando lei era rimasta, incinta il padre di lui, Frank, non aveva trovato di meglio che risolvere la cosa pagando alla ragazza l’intervento per interromper la gravidanza. Pearly è un altro personaggio importante – ma forse in questo romanzo lo sono tutti –, un carpentiere che vive ai margini della società e aiuta Martin a ristrutturare la casa. Considerato strano da Frank Colby, che di mestiere fa il poliziotto, spesso e volentieri vive guai giudiziari a causa soprattutto del suo rifiuto di integrarsi. Quando Sean ritorna, il padre lo fa assumere nel corpo di polizia, ma lui si mette in testa di volersi riprendere Hannah, non digerendo il fatto che ora lei stia con un altro. I rapporti tra i protagonisti fanno mano a mano più tesi e più di una volta si sfiora la tragedia: i due Colbysembrano avere un’ossessione per la ragazza e Frank ritiene che le disgrazie del figlio dipendano solamente da lei. In un susseguirsi di scontri che assumono toni tragici e disperati, l’amore tra Martin e Hannah viene messo a dura prova, e dentro la ragazza si fa largo il dubbio che forse avrebbe fatto bene a tenere il figlio. Il rapporto tra i due Colby si deteriora progressivamente e più volte si sfiora la tragedia, fino a che si arriverà a un epilogo in cui la tensione verrà scaricata drammaticamente.

Etichettato thriller per ragioni editoriali, Margine di fuoco fa parte di quel genere di romanzi che non può e non deve essere ghettizzato in un genere: il respiro dei temi che affronta, la cura per i particolari, l’attualità della trama e lo stile scorrevole e omogeneo lo rendono un grande romanzo contemporaneo. L’attenzione con cui Smolens tratteggia la psicologia dei personaggi è magistrale, e le parti ambientate in Italia sono rese realistiche dal fatto che lo scrittore vi ha vissuto sei mesi per tenere un corso a studenti americani all’Università di Macerata. Quando Sean Colby è di stanza ad Ancona, lo scrittore si rifà ad avvenimenti di cronaca realmente accaduti. È un romanzo a cui non manca niente, in cui un lettore potrà trovare tutto quello che fa di un romanzo ottima letteratura. Perché, come diceva Čechov , che l’autore cita in un’intervista, lo scopo dell’arte non è dare risposte ma porre delle domande.

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Kraken e le sue metafore

China Miéville, La fine di tutte le cose, tr. Annarita Guarnieri, Fanucci, pp. 512, euro 20,00 stampa

di MARIANA MARENGHI

“A volte non ci si può lasciar impantanare dal come” dichiarò Baron. “Capita che succedano cose che non dovrebbero essere possibili e non puoi lasciare che questo ti blocchi. Ma il perché? Su questo possiamo fare progressi.”

Parlare di un romanzo di China Miéville non è mai facile. Il suoi mondi sono interi universi stratificati di figure, immagini, archetipi, sensazioni di realtà, visioni di futuro e metafore. E proprio dal concetto di metafora, nasce Kraken, ovvero La fine di tutte le cose, romanzo pubblicato dall’editore Fanucci nel 2019, ma scritto da Miéville nel 2010, vincitore del Locus Award 2016 come miglior romanzo di fantascienza dell’anno.

Come sempre, l’incipit della storia è semplice e ha il sapore di un bel giallo con un pizzico di thrilling. Una mattina di ottobre, poco dopo le undici, Billy, giovane scienziato con forti connotati nerd, guida il suo gruppo di visitatori del Natural History Museum di Londra, verso quella che, di solito, è l’attrazione clou di tutto il tour: la vasca in cui è conservato un rarissimo esemplare di Calamaro gigante, lungo più di otto metri. I problemi iniziano quando, entrando nella sala, Billy e il suo gruppo di visitatori scoprono che il suddetto calamaro è scomparso, insieme a tutta la sua vasca.

Iniziano subito le indagini di quello che sembra un vero e proprio giallo in stile “camera chiusa”. Peccato che, con Miéville, nessuna camera sia veramente chiusa, e non per ingegnosa costruzione di intreccio. Piuttosto perché l’autore ha il coraggio di aprire le pareti della percezione reale per far entrare, nella narrazione, dimensioni e mondi paralleli che un semplice “vedere” difficilmente saprebbe scandagliare.

E così, noi lettori, insieme al perspicace e curioso Billy, ci ritroviamo catapultati in una Londra a metà tra visioni punk e underground, abitata da esseri ultraterreni e magici; visioni che hanno più il sapore di allucinazioni che di sogni pacificatori.
Il nostro protagonista si ritrova, infatti, sbalzato nel teatro di lotta di una fede millenaria che vede divinità maggiori e culti minori contendersi il potere, nonché sette di adepti e idolatri dell’ultima ora in preda alla follia religiosa.

Questa folla di divinità e figure archetipiche è quella che popola la Londra di La Fine di tutte le cose. Una Londra in cui la stessa umanità è in pericolo, minacciata da oscure profezie che sembrano rendere ciechi sia le divinità, sia i loro accoliti.
Accanto a Billy, in questa indagine un po’ mistery, un po’ fantasy e molto weird, troviamo anche lo psicologo Patrick Vardy che ha la funzione di traghettare il protagonista dal mondo della scienza esatta a quello di una molteplicità immaginaria in cui il rapimento di un calamaro gigante, così vicino al mitologico kraken, può diventare presagio di Apocalisse imminente.

In La fine di tutte le cose ritroviamo tutti i topoi della narrazione di Miéville, così come la sua attitudine a frantumare in una molteplicità di sotto-narrazioni quella principale. Alle volte il lettore ha la sensazione di perdervisi e di faticare a ritrovare la via d’uscita, ma i labirinti narrativi, a “scatola cinese”, di Miéville sono precisi e ben oliati: nel corso del romanzo tutto trova un posto e un perché.
Non manca la proliferazione di figure che traggono ispirazione dall’antichità e dalla mitologia classica. Partono come archetipi di atteggiamenti e vizi molto “umani” e hanno il potere di trasformarsi in qualcosa di “universale”, come accadeva nella narrazione orale ed epica antica.

L’effetto fantastico, e più precisamente ‘weird’, è un basso continuo che influenza ogni pagina e che si fonde con l’atmosfera misterica “di campanelle ed incensi” propria delle sette che si contendono il potere soprannaturale grazie a una magia così potente da riuscire ad “abiurare il mondo”.

Come sempre Miéville non si preoccupa di nascondere o velare riferimenti politici e critica sociale. I riferimenti ad autoritarismi, suprematismi e discriminazioni razziali sono disseminati in ogni pagina. Si declinano nella ribellione degli schiavi nell’Aldilà egizio o nei sindacati in agitazione alla corte dei maghi. Trovano, infine, un manifesto di contemporaneità nell’aspra critica che l’autore conduce contro ogni tipo di religione, intesa come movimento che condiziona e priva gli individui del proprio libero arbitrio. Proprio qui sta la grande attualità del romanzo: nove anni dopo la sua stesura, ci guardiamo intorno e vediamo nei nostri vicini di casa la stessa ottusa credulità, la medesima incapacità di comprensione che Mièville attribuisce alla sua Londra. Così, leggiamo Miéville sperando che di Billy, intelligenti e sì, anche un po’ nerd, ne nascano e ne vengano su qualcuno di più.

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Romanzo disegnato di tormenti d’amore

Furio Scarpelli, Passioni, Gallucci Editore, pp. 110, euro 23, 50 stampa

di DOMENICO GALLO

Se dovessimo realmente chiederci cosa oggi sia l’Italia, uno dei percorsi sicuramente efficaci potrebbe essere di ripercorrere all’indietro la storia di alcuni intellettuali che seppero affrontare il tema della nostra società senza velature e opportunismi. A grandi scrittori che seppero costantemente essere presenti (e penso, fra tanti, a Leonardo Sciascia, Luciano Bianciardi, Carlo Cassola, Ennio Flaiano) si sono affiancati gli artisti del cinema che seppero rispondere al crollo materiale e morale del Secondo dopoguerra con grande originalità. Infatti, se cercassimo un’icona onesta e celebre dell’italiano, molti di noi penserebbero immediatamente ad Alberto Sordi, riferendosi non tanto all’uomo (che forse neppure conosciamo) ma alla miriade di personaggi che ha reso celebri con i  film che ha interpretato. A volte eroico, spesso patetico, furbo e contemporaneamente ingenuo, bigotto e passionale, pauroso, opportunista ma capace di improvvisi slanci interiori, l’italiano del Dopoguerra è un enigma perché rinato da una Guerra civile mai archiviata e solo parzialmente vinta, protagonista di lotte sociali coraggiose e sconfitte, e soprattutto perché è ritratto attraverso una serie di ossimori che, proprio il cinema di Alberto Sordi ha mostrato (e forse denunciato) a livello di massa. E quindi la scrittura cinematografica si presenta come un itinerario sorprendente di verità che è stato percorso  attraverso le tappe della tragedia, della farsa, del paradosso e di una liberatoria allegria. La coppia di eccezione è quella di Age e Scarpelli che, assieme a Suso Cecchi D’Amico, segna il  cinema italiano degli anni Cinquanta.

La quantità di film che si sono basati sulla sceneggiatura o il soggetto scritto dai romani Agenore Incrocci e Furio Scarpelli è impressionante; dai film con Totò, a I soliti ignoti, e poi La marcia su Roma, I mostri, Il maestro di Vigevano, Il buono, il brutto e il cattivo, L’armata Brancaleone, In nome del popolo italiano e Romanzo popolare. Sulle loro pagine Zampa, Monicelli, De Filippo, Emmer, Soldati, Pasolini, Loy, Comencini, Monicelli, Risi, Scola, Steno, Germi e Petri (e sono solo i più noti) hanno elaborato e diffuso quell’immagine degli italiani che è diventata rappresentazione della società e della sua storia. Ma la scrittura per il cinema si interseca alla letteratura e al giornalismo, ed è frequente che questi autori passino mirabilmente dal copione al libro, al giornale.

Furio Scarpelli è una piccola eccezione perché la sua carriera si estende anche alla pittura, alla scenografia, al disegno satirico e al fumetto. Passioni è, per definizione dello stesso Scarpelli, un “romanzo disegnato di tormenti d’amore”, ed era già apparso nel 2011, in forma diversa, con il titolo Tormenti per Rizzoli. La storia si apre con le pagine del diario di Lolli nel giorno 5 marzo 1937. La donna è in Spagna in compagnia del pugile Mario Marchetti, diretti verso Madrid per combattere con la Repubblica e difendere la capitale dall’assedio di fascisti italiani e falangisti. I due romani sono persone semplici, del popolo, ma se per Mario è l’ardore antifascista che lo spinge verso una guerra civile non sua, ma che si sente di combattere come proiezione di quella che in Italia non è ancora scoppiata, Lolli è in fuga da una sballata storia d’amore con un uomo ricco molto più vecchio di lei. Se la prima parte si sviluppa all’interno delle convenzioni del fumetto, con i dialoghi racchiusi dalle nuvolette, il lungo flashback che descrive in dettaglio la relazione tra Lolli, una lavandaia, e lo spocchioso e agiato Rinaldo si sviluppa nella forma di un irregolare romanzo illustrato in cui i lunghi periodi di descrizione sono alternati ai disegni colorati e in bianco e nero. La storia racconta dell’invaghimento di Lolli per Rinaldo, inizialmente attratta dalla sua eleganza e dai regali, ma l’uomo, che è sposato con un figlio, introduce eccessive contraddizioni nella donna che, progressivamente, si innamora del più giovane e schietto pugile.

Scarpelli descrive una Roma fascista che offre lo sfondo a buona parte della storia e che riprende la vena satirica dell’inizio della sua carriera, quando collaborava al giornale anticlericale Don Basilio e poi alle pagine del Marc’Aurelio (con firme quali quelle di Zavattini, Bava, Steno e dell’amico Age). Ma l’efficacia della scrittura di Passioni, il suo essere romanzo disegnato, è proprio quella per immagini della sceneggiatura; un linguaggio che descrive le azioni, una prosa che fa vedere. Ogni parola è misurata per offrire il massimo della potenzialità, dovendo tradursi in recitazione degli attori e nel tempo rigorosamente limitato del film su celluloide. Passioni è quindi un fumetto davvero d’autore, perché Scarpelli firma con la propria cultura ed esperienza l’intera storia di amore e convenienza della giovane Lolli, un romanzo popolare, per citare il film che firmò assieme ad Age per Mario Monicelli.

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Il Naufragio del Titano

Daniele Comberiati, Colpo di Stato nella San Marino Rossa, Besa Editrice, pp. 122, euro 14,00 stampa

di PAOLO PREZZAVENTO

Nel Novecento si sono verificati tanti colpi di stato che hanno cambiato la Storia. A partire dal Secondo dopoguerra, molti di questi sono stati ispirati dalla CIA. Alcuni sono stati portati effettivamente a termine; altri sono stati semplicemente tentati, altri sono stati soltanto minacciati, eppure non per questo sono risultati meno efficaci. Basti pensare al “tintinnar di sciabole” del Piano Solo, giugno-luglio del 1964, che comportò la rinuncia da parte dei socialisti di Nenni a portare avanti il proprio programma di riforme; basti pensare al tentato golpe della Notte dell’Immacolata, capitanato dal Comandante Junio Valerio Borghese, che nella notte tra il 7 e l’8 Settembre 1970 si mise in moto lungo la Salaria e dopo alcune ore rientrò senza alcuna apparente spiegazione. Ciononostante, questi colpi di stato tentati o virtuali hanno contribuito in modo decisivo a creare un clima in cui bastava sbandierare la minaccia del pronunciamiento per ottenere dalle opposizioni un ammorbidimento della loro linea politica. Lo stesso compromesso storico di Berlinguer nasceva dalla paura di “fare la fine del Cile”.

Il Colpo di Stato di San Marino del 1957, invece, avvenuto più di sessant’anni fa (prima della Baia dei Porci, prima del Golpe dei Colonnelli in Grecia, prima della Bomba di Piazza Fontana, prima del Cile), che pure è effettivamente avvenuto, con tanto di schieramento di truppe ai confini, è stato quasi completamente dimenticato. Pochi lo ricordano o sono in grado di ricostruire il contesto nazionale o internazionale in cui è maturato, quando la più antica Repubblica d’Europa decise con libere elezioni di diventare una Repubblica Socialista, in cui erano alleati un forte Partito Socialista (PSS) e un agguerrito Partito Comunista (PCS) che sognavano la Rivoluzione.

Non era stato un buon anno, il 1957, per gli Stati Uniti e per la CIA. Eravamo in piena Guerra Fredda, e con il lancio dello Sputnik, con gli enormi progressi del programma spaziale dell’URSS, la propaganda comunista aveva buon gioco ad accreditare la tesi della superiorità sovietica. Il colpo di stato a San Marino rinfrancò un poco gli animi dei grandi strateghi di Washington e di Langley. Qualcuno tirò un sospiro di sollievo.

Questo ultimo romanzo di Daniele Comberiati, docente di Letteratura Italiana presso l’Università Paul Valéry di Montpellier, ci aiuta a ricostruire i sentimenti e le passioni che portano il protagonista, Mario Balducci, vecchio comunista in pensione che vive ormai da molti anni in un residence in Francia, a tornare a San Marino e a rievocare quei giorni del 1957 in cui lottava in prima persona per salvare l’esperimento sammarinese, per non cedere di fronte al ricatto dei carabinieri (e – pare – anche dei marines) schierati a difesa dell’autoproclamatosi nuovo governo provvisorio. Le truppe e gli autoblindo dei carabinieri di Scelba circondarono la Rovereta, un insediamento industriale dismesso dentro il quale sui era rifugiato il governo provvisorio anticomunista, uno stabilimento situato in una enclave sammarinese circondata su tre lati dal territorio italiano. Alla fine i comunisti cedettero. Da allora, e per lunghi anni, i vecchi militanti socialisti e comunisti sammarinesi continuarono a raccontare “i fatti della Rovereta”.

Leggendo queste pagine si capisce cosa passa nella testa di un sincero rivoluzionario quando gli si chiede di mettere su un piatto della bilancia da una lato la sua militanza dura e pura, dall’altro i suoi affetti più cari e perfino i suoi amori che – come ci spiega Comberiati attraverso le riflessioni del suo protagonista, costretto dai suoi ex compagni e da alcuni giovani militanti a tornare a San Marino per una resa dei conti finale – hanno dato un impulso determinante a delle scelte politiche che sembravano lo sbocco inevitabile di un ragionamento logico rigoroso.

La Rivoluzione di San Marino fu stroncata da un autentico golpe: arrivarono i Carabinieri, circondarono la Rovereta ed erano pronti a intervenire perché non si poteva permettere che qualche idealista infervorato turbasse l’ordine di Yalta. Togliatti e i comunisti italiani non fecero quasi nulla per aiutare i loro compagni sammarinesi, tranne qualche articolo su L’Unità; fors’anche perché i compagni sammarinesi li avevano sbeffeggiati invitandoli a San Marino a vedere come si fa la Rivoluzione. Neppure i dirigenti sovietici – a partire dallo stesso Chruščëv – volevano che si turbasse l’equilibrio di Yalta, e infatti non intervennero se non con generiche dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei comunisti sammarinesi, che non ebbero alcuna conseguenza pratica. L’unico che a un Congresso del Comintern disse che bisognava fare qualcosa per aiutare i compagni sammarinesi fu il compagno Ho Chi Minh, che già all’epoca girava il mondo comunista alla ricerca di armi e sostegno economico per liberare il suo paese. Venti anni dopo sarà il protagonista della più grande sconfitta degli Americani nel Sud-Est Asiatico. Ma allora la situazione era del tutto diversa, e gli studenti di tutto il mondo scesero in piazza per sostenere la causa dei comunisti vietnamiti.

Per San Marino no; non ci fu alcuna mobilitazione popolare in Italia e in Europa a sostegno della giovanissima Repubblica Socialista del Titano. I Reggenti del governo legittimo, eletto dal popolo, si resero subito conto che era inutile opporre resistenza alle truppe di Scelba con dei vecchi moschetti della Prima Guerra Mondiale, che la battaglia era già persa, e si arresero spontaneamente. Quel Colpo di Stato perpetrato nel cuore dell’Europa, contro la più occidentale delle Repubbliche con i comunisti al Governo, fu la conseguenza inevitabile di un esperimento politico che gli USA non potevano tollerare. A partire da quella data, inizierà il lento declino di San Marino, che nel corso degli anni si trasformerà nell’ennesimo paradiso fiscale, nell’ennesimo sacrario del segreto bancario e dei fondi neri, terra di conquista di varie consorterie massoniche, soprattutto bolognesi, giustamente inserita nella black list anti-riciclaggio dei paesi in cui i proventi illeciti vengono opportunamente “lavati” e rimessi in circolo da banche compiacenti. Il lento naufragio del Titano inizia da lì, da quel Colpo di Stato che passò in modo indolore, senza spargere una sola goccia di sangue, e che di lì a qualche anno verrà dimenticato.

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Surfisti cinesi?

Francesco De Luca, Karma Hostel, Ass. Culturale Il Foglio, pp. 340, euro 15,00 stampa

di UMBERTO ROSSI

Italiani, popolo di emigranti. Così un tempo, così oggi. A questa categoria, che pare destinata a perdurare nel tempo nonostante i momenti di megalomania che ogni tanto prendono i nostri governanti e la stampa del Bel Paese (dall’Impero al Boom alla Milano da Bere ai Capitani Coraggiosi…), appartengono molti nostri connazionali che continuano a cercare fortuna altrove. Spesso neanche fortuna, ma abbastanza da tirare a campare. Andate a Londra, e ve ne renderete facilmente conto.

Qualcuno però se ne va da quella Roma, come diceva Remo Remotti, ed emigra in Cina; e non per aprire la fabbrichetta con manodopera a costo quasi-zero. No, ci va, come ha fatto l’autore di questo memoriale, a imparare il cinese, a sposarsi con una donna di quelle parti (ma del matrimonio – non molto riuscito – ci dice poco), e poi, stanco della Pechino e del nord dove si pensa solo ai soldi, molla tutto e scende al sud, perché pure la Cina ha i suoi meridionali – molto meridionali, tropicali! E in un paesetto di pescatori, Houhai, sull’isola (ovviamente tropicale) di Hainan, apre assieme a un socio e amico cinese un ostello per surfisti.

Surfisti cinesi? Può sembrare strano, magari voi pensate ai soliti ragazzoni californiani biondi e abbronzati, ai Beach Boys, e vi vengono in mente i cori della loro canzone “Good Vibrations”. Be’, del surf so poco, ma una cosa mi è chiara: è una massoneria internazionale. Surfisti ce ne sono dappertutto, e dovunque ci siano belle onde, al caldo e al freddo, alle Hawaii oppure sulle rive dell’Irlanda, sono sempre pronti a montare sulla tavola e a misurarsi con la forza straripante del mare. A Houhai ci sono belle onde, bellissime, e l’acqua è calda, per cui vai col surf! E De Luca (per i cinesi “DeLuFa”) ci racconta come nacque il locale ostello per i cavalieri dei cavalloni, e come attirò frotte di fedeli della tavola (non quella coi piatti sopra).

Ma da bravo surfista De Luca è anche un po’ un mistico, un po’ un visionario, e anche, se vogliamo, un po’ sballato, ma nel senso più buono del termine. E sballata è la sua prosa, altalenante come le onde, torrenziale come le piogge tropicali, sballottante come il mare squassato da un tifone (arriva anche quello). De Luca afferra le parole e te le tira addosso. I risultati qualche volta sono strampalati, ma spesso provvisti di una loro poesia tra l’estatico e lo sconvolto (anche a causa del consumo di determinate sostanze, ma questo rientra ovviamente nell’etica del surfer). E ogni tanto ci regala dei momenti illuminati di scrittura, come questo:

“Passeremo tutti oltre. Il tempo di lettura alimenterà il nostro desiderio di fuggire da questo mondo, allevierà le nostre sofferenze anche solo per qualche istante, per qualche ora o per qualche giorno. E poi continueremo a preoccuparci di nuovo dei nostri affanni, spesso subendo gli inconvenienti della vita, il campo, il presidente degli Stati Uniti, il Ministro dei Falliti Affari d’Italia, il nuovo ordine mondiale, l’Europa che non rappresenta nessuno, l’economia, la sovrappopolazione, la fame, le menzogne del Vaticano, la fuga dei cervelli, il lavoro che non si trova mai e se si trova è sottopagato; continueremo a prendere la stessa metro che non parte e non arriva, i lavori in corso che non sono in corso e l’unica cosa che scorre sono le parole e i vaffanculo della gente che aspetta. In un continuo flusso e deflusso, riflusso e surplus di significanti senza alcun significato definitivo.”

De Luca ha questo modo di scrivere che va poco di moda di questi tempi, è un tardo erede dei beat, e prima di loro di gente come Cendrars, i narratori dell’io, del vissuto, di tracciati esistenziali personalissimi e particolari, eppure in qualche modo universali. Non meraviglia che abbia faticato a trovare una casa editrice che lo pubblicasse: sicuramente gli avranno detto che questo stile non ha mercato. Perché poi alla fine è questa la filosofia di tanti talent scout ed editor: certi di avere in mano la magica ricetta del successo, appiattire tutto ai loro dogmi di facile digeribilità.

Be’, nonostante i frequenti refusi e occasionali sbavature, mi diverte di più leggere un libro come Karma Hostel che certi prodottini misurati rispettosi di tutti i precetti in voga nell’editoria italiana (che continua a perdere lettori, tanto quei precetti sono efficaci…). Mi tengo il surfer, l’illuminato, il matto, che però – e questo è forse il maggior pregio del suo libro – mi dice della Cina e dei cinesi, per averci vissuto bevuto mangiato e surfato insieme, cose che difficilmente troverete altrove. Cose molto interessanti, e spesso inquietanti: ma almeno è la voce di qualcuno che sette anni lì se li è fatti, e non chiuso in un albergo comunicando con l’interprete. Cosa rara, di questi tempi.

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