Archivi

Macelleria siriana online

Pascal Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene, tr. Francesca Bononi, 66thand2nd, pp. 229, euro 16,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

«Il suo cavallo di Troia è l’incultura: adolescenti con i cervelli pieni di niente, istupiditi da tv spazzatura, Grandi Fratelli e reality show vari».

Attenzione: non si parla della Lega o dei cosiddetti populisti. Chi sfrutta l’incultura a proprio vantaggio è l’ISIS. È una delle lezioni che apprendiamo leggendo questo romanzo duro e compatto, scritto da un reporter internazionale (che ben conosce le aree di guerra del Medio Oriente). La storia inizia nella Parigi di Charlie Hebdo e del Bataclan, quando Aurelién, francese purosangue, si converte all’Islam ed entra in quell’organizzazione anche nota come ISIL, Daesh, Daish e Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Proprio quelli: vestiti di nero, coi video horror girati senza trucchi, pronti a farsi saltare in aria e tagliare teste. Anche se Aurelién non è di discendenza mediorientale, nordafricana o nigeriana, istruito dal suo contatto dell’ISIS va in un localetto di tendenza con un compagno di terrorismo, spara sugli avventori e per finire in bellezza (dal suo punto di vista) si fa saltare in aria.

Così facendo fa a pezzi, tra gli altri, Charlotte, promessa sposa del montatore televisivo Karim, lui sì di famiglia proveniente dal mondo islamico, e in effetti musulmano anche se nient’affatto radicale. Muore anche, nell’esplosione, la figlia che la sventurata Charlotte portava in grembo. Questo l’inizio del romanzo, tutt’altro che inverosimile, purtroppo. Quel che segue, invece, è decisamente fantasioso, ma per un valido motivo: Karim, per vendicare la moglie la figlia e le altre vittime dell’attentato, si arruola nell’ISIS via web, approfittando anche delle sue origini che lo fanno somigliare al tipico convertito. A tutti gli effetti, Karim è un infiltrato fai-da-te in Daesh, un agente sotto copertura che però non ha alle spalle né polizie né servizi segreti.

Che la cosa sia credibile o meno, poco conta: evidentemente a Manoukian premeva avere a disposizione un punto di vista, quello di Karim, del tutto scettico e per niente simpatetico nei confronti dell’ISIS, che viaggiasse verso il cuore di tenebra del cosiddetto Califfato restando ben consapevole della sua mostruosità. A Manoukian interessa farci vivere coi mezzi della narrativa quello che evidentemente ha visto e sentito nella sua attività giornalistica, e quello che col tempo s’è scoperto dei mezzi e dei fini dell’organizzazione, inclusa la sua capacità di finanziarsi vendendo petrolio sottobanco che poi va sempre a bruciare in occidente per produrre energia in varie forme, complice quella Turchia (dove si svolge una lunga sequenza della storia) che all’inizio era tanto amica dei tagliagole di Daesh.

Molto altro ci sarebbe da dire su questa narrazione, brutale e tagliente come quei coltelli che usano i kamikaze in occidente e gli sgozzatori in Medio Oriente. Ma un punto mi preme di sottolineare, come fa d’altronde anche lo scrittore, che qui devo citare: «Al Quaeda viveva nell’era delle caverne all’interno delle grotte di Tora Bora; l’ISIS vive in quella del virale e dei social network». Manoukian, che dei media ne sa parecchio, legge il nuovo terrorismo dei martiri col furgone e la mannaia come fenomeno pienamente inserito nella Società dello Spettacolo; stabilisce un parallelo forse blasfemo ma assai azzeccato tra il Califfato e i reality show, Grande Fratello in testa – invece di ripetere medioevo, come fanno i commentatori con troppa disinvoltura, mostra che questo è un orrore del XXI secolo. Non a caso il protagonista del suo romanzo è un professionista della TV e del web, come scoprirete leggendo…

https://www.66thand2nd.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Roghi di libri (versione grafica)

Tim Hamilton e Ray Bradbury, Fahrenheit 451, tr. Adalidia Lussonzer, Mondadori, pp. 146, €20 stampa €3,70 ebook

Recensisce DAVIDE CARNEVALE

La riscrittura a fumetti di un classico della letteratura come Fahrenheit 451 è sempre un’operazione delicata, che comporta per lo meno due rischi: il primo è quello di realizzare una riduzione lacunosa e insoddisfacente, troppo distante dall’opera originale per riuscire a restituirne lo spirito in un altro linguaggio; il secondo, di segno opposto, è rappresentato dalla tentazione di trasporre il testo di partenza in maniera eccessivamente “verbosa”, di seguirne cioè troppo fedelmente i binari senza tenere conto delle specificità del medium di arrivo, una non sempre perfetta commistione di parole e immagini. Da una parte si scontentano i cultori del libro, dall’altra, e a ragione, gli appassionati di fumetti.

Per loro e nostra fortuna Tim Hamilton (già autore, tra le altre cose, di un ottimo adattamento de L’isola del tesoro di Stevenson) ha dato ampiamente prova di saper evitare entrambi i pericoli con la pubblicazione nel 2010 di questa sua versione della celebre distopia di Ray Bradbury, con cui Mondadori è andata ad arricchire nelle ultime settimane il già corposo catalogo della collana Oscar Ink. Ora, con quasi un decennio di ritardo (ma meglio tardi che mai), anche i lettori italiani potranno di godere dello splendido lavoro dell’illustratore americano.

Legittimato dallo stesso Bradbury, che ne firma anche l’interessante introduzione, il graphic novel si presenta infatti sin dalle prime pagine come un’efficace traduzione del romanzo, riproposto dal disegno, vignetta dopo vignetta, anche nei suoi passaggi più “letterari”. Hamilton riesce in quest’operazione senza venire mai a compromessi con quello che dovrebbe essere il primo proposito di ogni fumetto, ossia raccontare per immagini. In questo si dimostra un indiscutibile maestro, grazie anche al suo stile minimale ed evocativo, capace di delineare con pochissimi tratti tanto gli ambienti suburbani della provincia americana, le sue strade debolmente illuminate dai lampioni al neon e dai lontani falò di libri che i pompieri come Montag, il protagonista, appiccano ogni notte in nome del mantenimento di un rassicurante stato di ignoranza, quanto gli squallidi interni delle abitazioni dove tristi figure impasticcate passano le loro esistenze all’interno delle martellanti telenovelas trasmesse senza sosta da ogni parete. Con pochi segni la matita dell’artista restituisce le vivide emozioni che passano sul volto di personaggi per cui è facile provare una forte empatia, riuscendo così a mostrarne i più intimi pensieri senza ricorrere all’aiuto di didascalie e dialoghi ridondanti.

Ma quella ricreata da Hamilton è soprattutto una distopia cromatica, un viaggio da incubo scandito dal colore, dalle tonalità uniformi e alienanti che invadono ogni spazio della tavola, cancellando dettagli e contorni di una realtà allucinante e allo stesso tempo vagamente familiare (e per questo ancor più spaventosa), nella quale il primo bisogno è quello di perdere consapevolezza della propria condizione. Il merito più grande del graphic novel è, allora, proprio quello di riportarci (o portarci per la prima volta) nel malinconico e brutale futuro immaginato da Bradbury, di farci nuovamente riflettere (o riflettere per la prima volta) sulle straordinarie e terribili intuizioni di una visione mai tanto attuale, che continua a ricordarci da sessant’anni a questa parte che il salto nel precipizio potrebbe non venire imposto con la forza, ma essere liberamente cercato.

Un’ultima osservazione: nei tratti appena accennati dei personaggi, nei loro profili incerti, mi è parso di intravedere più di una volta i lineamenti bonari, da romantico bibliotecario, dello stesso Bradbury, di cui sentiamo da sei anni, ormai, un’immensa mancanza. Fino a che punto, però, si possa parlare di un preciso omaggio del disegnatore al grande scrittore americano o di semplice suggestione non saprei dirlo…

https://www.librimondadori.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Un’avventura da ricordare meglio; e riprendere

Beppe Sebaste, Come un cinghiale in una macchia d’inchiostro, Nino Aragno Editore, pp. 170, €15,00 stampa

recensisce ELIO GRASSO

1983. Nasce Ælia Lælia, edizioni create da Beppe Sebaste e Giorgio Messori. Il primo libro è L’ultimo buco nell’acqua, racconti breve firmati da entrambi gli scrittori. Copertina bianca, titolo sottolineato da una banda colorata, in questo caso rossa. Seguirono altri volumetti (oggi introvabili) firmati da Patrizia Vicinelli, Peter Bichsel, Livia Candiani, Marco Papa, Carlo Bordini e, importantissimo, gli Appunti sparsi e persi di Amelia Rosselli, allora ancora in vita (sua la nota di prefazione, 24 aprile 1983). Insomma vidi subito dove volevano andare a parare costoro, e cosa intendevano far accadere nei loro viaggi fra l’Italia e la Svizzera che abitavano (ma non sempre e non tutti) con l’idea di azzerare le frontiere.

La casa editrice, infatti, era targata Reggio Emilia. L’underground aveva questo di bello, per chi veniva dagli anni ’70. Molti sapevano dove mettere le mani, chi contattare per telefono o per lettera (francobollo, ça va sans dire), e una domanda allora in voga era “conosci Emilio Villa?”. Beppe all’epoca aveva in testa quel Bichsel pressoché ignoto in Italia, quei suoi racconti “per bambini”. E molte altre cose. Iniziammo a scriverci qualche letterina.

Come d’uso al tempo, gli scambi erano diretti e seri, ogni pagina edita o inedita aveva la sua precisa segnaletica, presentava problemi e il gioco stava nell’inventare soluzioni che creavano altre domande. In certi rispostigli credo di avere missive di Beppe, e una cartellina di fogli sparsi, appunti o brani di racconti. Messori se n’è andato nel 2006, così come il suo amico fotografo Luigi Ghirri (come non pensarlo socio dello stesso sguardo itinerante di questi signori?), senza dubbio ha lasciato racconti e altre cose da rileggere, col beneplacito di coloro che si definiscono editori.

Nel 1986 pubblicai un librino di poesie “zen”, uno di quei giochetti (però giochi sono e non sono) messi alla macchia ancor prima d’uscire dalla tipografia. Lì si parlava di gatti “logici” e di gatti parlava l’introduzione di Beppe, cara alla scrittura agli amici e al sottoscritto che stentava a placare entusiasmi di prima mano e dal futuro incerto. Negli anni seguenti Sebaste ha pubblicato racconti, romanzi e saggi, libri in cui la vita se la fa allegramente con la scrittura, fuori da trame ma pienamente dentro il “mondo”. Non esiste pagina da lui scritta dove la vita non prenda a braccetto gli aspetti e le volontà più profonde della scrittura, intesa come inchiostro da annusare e carta da stropicciare.

“Lo stato sospeso della visione nello scorrere della vita” – come scriveva Gianni Celati a proposito di Café Suisse e altri luoghi di sosta (racconti), del 1992 – è trovato e presente pure in questa raccolta di poesie, finalmente pubblicate da Aragno. Collezione dove i testi non hanno data di composizione perché l’autore li ha ordinati e disordinati a intervalli di anni. “Poeta beat” si definiva negli anni della giovinezza, e quanto sia vero lo dimostra Come un cinghiale…, vero catalogo di visioni, letture, viaggi, diari, forse sbronze, che nel corso degli anni ho sempre sentito il bisogno di leggere, contrastando (anche per lettera) la ritrosia di Beppe a diffondere e pubblicare.

In questo libro si corteggia l’invisibile vicino e il visibile lontano, e si avverte la manualità del comporre (“scrivere poesie vuol dire scrivere con le mani”), il fruscio dei quaderni aperti e richiusi, la penna e la ritmica della macchina da scrivere. Leggere Sebaste è come ritrovarsi vicini di casa di Giulia Niccolai, poetessa amante della composizione tipografica, dei “frisbees” da lanciare che non sono poesie ma calligrafici lampi di genio quotidiano. Anche lo sbaglio, l’errore, durante il viaggio, fa parte di questa poetica, fa pensare ancora una volta all’essere beat, alle pitture di Miller, ai terreni radiosi di Hemingway, quello di Campo indiano. Insomma, un’avventura da ricordare meglio e riprendere per tutti coloro che scopriranno gli spazi nascosti dentro questo libro. Per quanto mi riguarda, è un mondo che torna indietro affettuosamente aiutandomi a contrastare i tempi grami che ci circondano.

E, ricordiamolo, anche la geografia ne risente: oggi sarebbe difficile prevedere un’Emilia Romagna capace di far nascere la nuova Ælia lælia.

http://www.ninoaragnoeditore.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Eva contro Eva

Yewande Omotoso, La signora della porta accanto, tr. Natalia Stabilini, 66thand2nd, pp. 249, €16,00 stampa, €7,99 eBook

recensisce VALENTINA MARCOLI

Non potrebbero essere più lontane tra loro le due donne protagoniste del romanzo di Yewande Omotoso, classe 1980, nata nell’isola di Barbados, cresciuta in Nigeria e trasferitasi successivamente in Sudafrica. Dopo essersi aggiudicata il South African Literary Award per la migliore opera d’esordio nel 2011 con Bom Boy, con questo secondo romanzo è entrata nella longlist del Baileys Women’s Prize for Fiction 2017 ed è tra i finalisti dell’International Dublin Literary Award 2018. Insomma la signora ha intenzione di dare del filo da torcere ai colleghi.

Hortensia, donna di colore e “guru del design”, che si è trasferita col marito bianco dall’Inghilterra a Città del Capo, è la prima voce che ascoltiamo aprendo il libro. Il suo matrimonio con Peter è naufragato anni fa, la malattia di lui lo costringe ad una degenza silenziosa nel letto di casa, accudito solo da infermiere sconosciute, e sulle spalle di lei pesa il fallimento di non avergli dato figli.

Marion, donna bianca e architetto di successo, vive al numero 12 di Katterijn Avenue, in compagnia del suo bassotto Alvar e della domestica di colore Agnes. Non ha resistito al fascino dell’italiano Max Agostino che dopo averla sposata e fatta vivere nell’illusione della bella vita, alla sua morte la lascia con quattro figli con cui ormai non parla più, e un sacco di debiti.

Ecco, ora immaginatevi la scena: al numero 10 di Katterijn Avenue abita Hortensia, infinitamente scontrosa, che odia la gente, disprezza i giovani e soprattutto non tollera il razzismo e la saccenza di Marion, con cui ha continui battibecchi. Alla morte del marito Peter viene a scoprire di una relazione adulterina da cui è nata Esme, ormai quarantenne, con cui dovrà far conoscenza per impossessarsi di parte dell’eredità. L’ultima ripicca di un marito arrabbiato. Al contempo durante alcuni lavori di ristrutturazione al numero 10, il primo progetto realizzato interamente da Marion, una gru demolisce accidentalmente parte del numero 12, ferendo anche Hortensia.

Le due vicine nemiche si vedranno costrette ad una convivenza che le ridurrà ad esporre le loro fragilità obbligandole a raccontarsi delle verità scomode. Ma sarà proprio da questa esperienza che le due anziane signore riusciranno a creare una complicità intelligente fino a deporre l’ascia di guerra. Da queste pagine fuoriesce comunque una forza che solo certe donne hanno, un livello di determinazione tale che ha permesso loro di raggiungere obiettivi impensabili per l’epoca. Uno straordinario romanzo causticamente umoristico, schietto, genuino sulle donne, per le donne.

https://www.66thand2nd.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Il falò delle rarità (librarie)

Vladimir Sorokin, Manaraga. La montagna dei libri, tr. Denise Silvestri, Bompiani, pp. 224, euro 17 stampa, euro 9,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

Era dai tempi di Fahrenheit 451 che non si bruciavano così tanti libri in un romanzo.

Nel 1953 Ray Bradbury aveva immaginato un futuro in cui i pompieri fanno irruzione nelle case dei sovversivi per dare alle fiamme ogni libro, giudicato illegale; l’autore intendeva metterci in guardia sui pericoli della direzione che avevamo imboccato – sempre più incapaci di pensare in modo indipendente, lobotomizzati dallo schermo televisivo, irrispettosi nei confronti della carta stampata e disabituati alla lettura. Il nostro presente non è poi così diverso, anche se invece di bruciare i libri tendiamo a disfarcene (escluso chi scrive) per sostituirli con dati scaricati su un supporto digitale. Ma il prossimo futuro, descritto da Vladimir Sorokin sessantacinque anni dopo Bradbury in Manaraga. La montagna dei libri è, se possibile, ancora più inquietante. E grottesco. I libri vengono bruciati, ma di nascosto, e per cucinarci sopra delle leccornie che solo i più ricchi possono permettersi. In una società in cui l’unica cosa che si continua a stampare sono le banconote (ma “a differenza dei libri, i soldi bruciano male”, quindi non sono adatti per cucinare), i volumi sono diventati pezzi da museo – le prime edizioni dei grandi autori del passato sono ricercatissime come “ciocchi” indispensabili per il “book ‘n grill”, un rituale che solo gli “Chef” più abili sanno celebrare.

Quella degli “Chef” è una sorta di casta segreta a cui appartiene il narratore e protagonista del romanzo, il trentatreenne Géza, nato a Budapest “da una famiglia di ebrei bielorussi e tatari polacchi”, che ha fatto carriera come rinomato “Chef” specializzato in classici di letteratura russa. Brandendo la sua “Excalibur”, una “striscia metallica speciale a forma di spada” che ogni “Chef” si fa forgiare su misura e che serve a garantire una buona “lettura” – ovvero a impedire che il libro arda in una sola fiammata, che alcuni fogli si liberino dagli altri svolazzando via bruciacchiati, o anche a evitare che durante la cottura si sprigioni troppo fumo o che brandelli di cenere finiscano sui commensali che hanno pagato profumatamente per godersi lo spettacolo prima di assaporare il cibo cotto sui classici – Géza trascorre la vita spostandosi in tutto il mondo per offrire ai suoi clienti una bistecca di manzo con L’adolescente di Dostoevskij o un carré di agnello con Oblomov di Ivan Goncarov.

Grazie a una rete sotterranea di contatti formata da antiquari senza scrupoli e spietati delinquenti pronti a tutto, Géza riesce sempre a procurarsi qualsiasi “ciocco” gli venga richiesto dal cliente. Non si ferma troppo a riflettere sul senso della propria vita, che scorre via frenetica tra aeroporti e “grigliate”, ordinazioni su prenotazione, grosse somme di denaro che passano di mano e, ogni tanto, una riunione nella sede centrale, la “Cucina”, a cui ogni “Chef” deve necessariamente partecipare.

Proprio durante una di queste riunioni viene annunciato che qualcuno sta introducendo sul mercato una grossa tiratura di prime edizioni contraffatte di un classico della letteratura, mettendo a repentaglio l’attività degli “Chef”. Il piano sembra studiato alla perfezione, perché si tratta di un libro dal titolo significativo, Ada, o ardore, scritto da un autore “trasversale”, che per ovvie ragioni viene “letto” da “Chef” di specializzazioni diverse: Vladimir Nabokov, scrittore russo trapiantato negli Stati Uniti, che ha scritto Ada in inglese mentre si trovava in Svizzera. Un libro, tra l’altro, ambientato in un mondo parallelo, un’“Antiterra” non troppo dissimile da quella di Manaraga, e che nel titolo originale gioca sulla quasi totale omofonia tra il nome della protagonista e la parola “ardor” (in russo, inoltre, “Ad” significa “inferno”, che rimanda all’italiano “Ade”). Urge fermare al più presto questa stamperia clandestina, che si nasconde sulla vetta del monte Manaraga, negli Urali Settentrionali. Toccherà proprio a Géza indagare sulla faccenda e neutralizzare il falsario.

Questa la premessa del romanzo, che si snoda attraverso le pagine di diario scritte dal protagonista. Grazie alla sua voce ondivaga, colloquiale, e a una serie di digressioni e “storie nella storia”, riusciamo a cogliere sprazzi del mondo in cui vive Géza: un “nuovo Medioevo” devastato da una guerra religiosa che ha visto sconfitti i mujaheddin ma che ha sconvolto l’ordine politico e sociale così come lo conosciamo. En passant si viene a sapere che Proxima-B è il pianeta “al quale sono legate le ultime speranze dell’umanità”, ma a questo tema non viene più fatto cenno.

La tecnologia ha raggiunto livelli superiori al nostro: gli smartphone sono stati rimpiazzati da “pulci intelligenti” che si impiantano nel cervello e “guidano” la persona come un navigatore o una ricerca su Google. Il protagonista ne ha tre, costosissime: quella rossa lo “inserisce nel tempo” e lo “rende più intelligente”; quella blu è “di navigazione”, mentre quella verde è “comunicativo-informativa” – tutte e tre lo avvertono dei pericoli imminenti, gli forniscono qualsiasi tipo di informazione di cui abbia bisogno, e senza di loro – come noi senza il cellulare – Géza si sente perso, inetto, impotente. Anche la scienza molecolare ha fatto passi da gigante e così ognuno, pagando la cifra giusta, può rifarsi completamente i connotati, persino diventare identico a Tolstoj e vivere in una villa classica indossando abiti del diciannovesimo secolo, come fa il cliente che chiede a Géza di cucinare tre polpette di carote con il manoscritto che ha appena finito di scrivere, un racconto di Lev Tolstoj intitolato, appunto, Tolstoj.

Manaraga è un libro geniale, surreale, irriverente e spiazzante; crudele come (per chi scrive) la vista della prima edizione di Moby-Dick che brucia sotto gli occhi di qualche ricco e volgare affarista con l’acquolina in bocca nell’attesa di gustarsi la bistecca di tonno; folgorante come le fiamme che divampano dalle opere su cui si fonda la nostra civiltà; traditore come, nel romanzo, la copia della prima edizione del Maestro e Margherita di Bulgakov, le cui pagine centrali, inumidite, rifiutano di bruciare (ci avrà messo lo zampino il gatto Behemot), costando a Géza una dolorosa punizione; persino, a tratti, umoristico come le pulci intelligenti, che alle minacce bonarie del loro “signore e padrone” di gettarle nel water rispondono: “Faccio un tuffo, mi riprendo e torno!”

Alla fine il dubbio rimane: è peggio temere che i libri, e ciò che rappresentano, vengano bruciati in nome di piaceri effimeri – ma sempre più spettacolarizzati dai media – come i piatti preparati da chef stellati, o che (come sta succedendo oggi) finiscano anch’essi nel water, dove l’acqua può certo salvare dal fuoco, ma finisce per spegnere ogni ardore letterario, fa sbiadire l’inchiostro sulla pagina, fa dimenticare ciò che invece sarebbe bene ricordare? A differenza delle pulci, i libri non torneranno.

http://www.bompiani.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Da una gabbia all’altra

Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi, pp. 260, € 17,50 stampa, € 9,99 ebook

recensisce ROBERTO STURM

Gli autori esordiscono spesso con case editrici minori: generalmente sono le sole che investano su nomi sconosciuti. D’altra parte gli aspiranti scrittori si rivolgono ai piccoli editori perché hanno più possibilità di essere valutati. Sanno, le piccole case editrici, che gli autori che raggiungeranno un certo numero di vendite, che saranno protagonisti di piccoli boom editoriali, verranno fagocitati dalle major; ma la gratificazione di scoprire nuovi talenti va, in questo caso, al di là di quella economica. (Non so se sia completamente vero, ma molti addetti ai lavori affermano che le grandi case editrici non leggano il materiale che ricevono.)

Emanuela Canepa, cinquantenne che vive a Padova guadagnandosi il pane come bibliotecaria, esordisce invece con Einaudi, invertendo il ragionamento precedente, forse perché con L’animale femmina ha vinto il Premio Italo Calvino 2017 – ma anche perché il suo romanzo vale.

Rosita, una ragazza di un piccolo paese del sud, si trasferisce a Padova per frequentare Medicina. Lo fa per scappare dalla gabbia in cui si sente rinchiusa dalla madre, tipica vedova della zona che riversa sulla figlia tutte le attenzioni, che pretende riconoscenza per gli sforzi fatti per aiutarla, che la vorrebbe vedere sposata con un ragazzo del posto, che non capisce perché voglia studiare. Rosita fugge da una gabbia per trovarsi in un’altra: dopo sette anni vive in un appartamento diviso con altre ragazze, lavora in un supermercato il cui stipendio le dà il minimo indispensabile (e a volte neanche quello) per la sopravvivenza e una turnazione che le impedisce di seguire i corsi universitari. Il suo percorso accademico è fermo da alcuni anni.

Rosita resiste ai reiterati tentativi telefonici della madre di farla tornare in paese, che più che una sconfitta vedrebbe come un abbandono definitivo della vita e quando riconsegna un portafoglio che contiene tessere di supermercato e bollette pagate, la sua esistenza sembra essere a una svolta. La carta di identità dice Larisa Jarmolenko, che si rivelerà essere la domestica dell’avvocato Ludovico Lepore, uno dei più famosi e ricchi di Padova. L’avvocato, un uomo anziano che ha lasciato parecchi clienti per seguirne pochi, misogino e austero, spesso enigmatico e sempre scontroso, le offre un posto part time come segretaria nel suo studio. Non è per riconoscenza, le chiarisce subito, non le darà facilitazioni particolari: lo fa semplicemente per aiutarla nello studio. Rosita prende tempo, sospetta che dietro l’offerta ci sia qualcosa di poco chiaro ma alla fine accetta: l’occasione è troppo ghiotta.

Non sa che da una gabbia ne entrerà in un’altra ancora: Lepore le starà con il fiato sul collo, non le risparmierà momenti imbarazzanti e situazioni professionali difficili, mai di natura sessuale. Vivranno in uno stato di perenne scontro, e se all’inizio Rosita non esprime le sue idee per paura di perdere quel lavoro che le consente di andare avanti con gli studi, lentamente acquisirà la consapevolezza che le permetterà di ribattere alle provocazioni dell’avvocato con personalità.

Quello che rende originale e interessante una storia che potrebbe sembrare già sentita, è il modo in cui la protagonista si emancipa, il ritratto psicologico che ne fa l’autrice usando gli altri personaggi – Dina, la collega del supermercato e migliore amica di Rosita; la Callegati, avvocato che lavora nello stesso studio di Lepore, donna bellissima, indipendente, disinibita ed egocentrica; Maurizio, un uomo sposato con cui Rosita ha una relazione – per presentarci uno spaccato della nostra Italia e il percorso di una ragazza che diventa donna facendo tesoro delle esperienze che vive.

E nel finale, secondo me un po’ troppo veloce rispetto al respiro ampio del romanzo, forse l’unica imperfezione del romanzo, tutte le tessere del mosaico troveranno il loro posto. Uno stile dinamico, una narrazione con un ritmo cadenzato alla perfezione, senza cali di tensione, una storia di una donna di oggi che, nonostante tutti i diritti presumibilmente raggiunti, deve farsi strada a colpi di gomito per completarsi.

http://www.einaudi.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Danza, danza, la cinghiamattanza…

riflette PAOLO PREZZAVENTO

Dallas, Texas, Gennaio 1978, Longhorn Ballroom. I Sex Pistols tengono uno dei loro ultimi concerti, che resterà celebre per le immagini di Sid Vicious che suonava il basso come un forsennato con il viso coperto del suo stesso sangue; il sangue dell’agnello sacrificale del punk, il sangue di Bambi, come lo ribattezzò con feroce ironia l’eminenza grigia del gruppo, il manager Malcom McLaren. Sid Vicious di lì a un anno rimarrà ucciso da un’overdose di eroina fornitagli dalla madre.

Roma, Settembre 1986, Teatro Tenda Seven Up. Al Concerto dei PIL (Public Image Limited), l’ex cantante dei Sex Pistols John Lydon, alias Johnny Rotten, si esibisce nelle sue nuove canzoni e non manca di riproporre anche alcuni dei successi dei vecchi Pistols. Un gruppo di punk pescaresi – ormai oltre una certa età – si prendono a spintoni e danno inizio al pogo, mentre altri continuano a bersagliare il palco per tutto il concerto con un costante zampillio di sputi, fino a quando il vecchio Johnny, ormai un po’ imbolsito, se ne esce spazientito: you not spit!

Roma, Maggio 2016, Parco di Colle Oppio. Al concerto degli Zeta Zero Alfa, una band dell’estrema destra il cui leader e vocalist – Gianluca Iannone – è anche il leader di  CasaPound (anche se ormai ha passato il testimone a Simone Di Stefano) la band inizia a suonare “Cinghiamattanza”; qualcuno con la testa rasata, camicia nera e Ray Ban a specchio d’ordinanza, si sfila la cintura dei pantaloni e comincia a colpire selvaggiamente chiunque gli capiti a tiro. E’ la famosa cinghiamattanza degli Zeta Zero Alfa, una sorta di rituale iniziatico, un rito di passaggio obbligato per tutti coloro che ambiscono ad entrare nella “comunità di destino” (come la chiamano loro) che si è assunta il compito di riportare in auge i presunti “valori eterni” del Fascismo. Le teste (rasate) e i volti già colpiti dalle cinghiate cominciano a sanguinare copiosamente e quel sangue dovrebbe servire a cementare la comunità, ad unirla in un comune destino. A guardare i suoi ragazzi massacrarsi a vicenda c’è anche un vecchio neofascista ormai ultracinquantenne, che nell’86 era presente al concerto dei PIL a Roma. Il cuore gli si riempie d’orgoglio…

Insomma, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni?

Prova a rispondere a questa domanda lo storico dell’età contemporanea Elia Rosati, ricercatore all’Università di Milano, che sta conducendo da tempo uno studio approfondito sulle organizzazioni parlamentari di estrema destra e sui movimenti che si rifanno esplicitamente al Fascismo, ed ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni, come la recente Storia di Ordine Nuovo (2017), scritta insieme ad Aldo Giannuli, docente all’Università di Milano e già membro della Commissione Stragi. Rosati ha pubblicato da poco CasaPound Italia. Fascisti del Terzo Millennio, (Mimesis, pp. 236, Euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook), dove affronta una materia che è attualissima e certamente più incandescente ed esplosiva rispetto ad Ordine Nuovo. A parlare della storica organizzazione neofascista si può provocare al massimo la reazione furibonda di qualche ex militante; ma descrivere la nascita di CasaPound e i suoi riferimenti culturali significa toccare un punto nevralgico di estrema attualità.

La storia di CasaPound ha inizio – scrive Rosati – dall’alleanza tra una forte gruppo neofascista con sede a Roma, un ex dirigente dell’organizzazione di estrema destra Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, e diversi elementi del Veneto Fronte Skinhead, che decisero di unire le forze per dare vita ad una nuova formazione politica che raccogliesse l’eredità del fascismo, ma liberandola dai vecchi schemi e dai vecchi simboli legati alle rievocazioni storiche di pochi nostalgici, con i loro labari e i loro gagliardetti della Decima Mas, per approdare ad un immaginario profondamente rinnovato. Non a caso si sceglieva come padre nobile il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia come un animale alla fine della Seconda Guerra Mondiale per i suoi proclami radiofonici a favore del Duce e della RSI e poi ricoverato in manicomio negli USA per dodici lunghi anni.

Perché Pound? Perché rappresenta un punto di riferimento culturale certamente di destra – ovviamente di una destra del tutto particolare – ma è allo stesso tempo unanimemente riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. I membri di questa alleanza avevano l’ambizione di creare un nuovo movimento politico che riprendesse quegli elementi del Fascismo, come l’ispirazione futurista e l’esperienza dannunziana di Fiume, che potevano fare presa sulle giovani generazioni. L’operazione, dopo un lungo percorso carsico, riemerge: a partire dagli anni ‘90 si diffonde in Italia la nuova formazione politica che adotta come simbolo la tartaruga stilizzata con 4 frecce rivolte verso l’interno, che forse stanno a significare le varie componenti del gruppo che convergono verso un unico obiettivo.

Soffermiamoci per un attimo su questo strano simbolo. Perché la tartaruga – anzi, ad essere precisi, la testuggine? Rosati lo spiega con un riferimento ai pirati della Tortuga: dunque i dirigenti di CasaPound si vogliono auto-rappresentare come dei moderni corsari all’arrembaggio del nuovo sistema politico. Ma c’è anche un’altra spiegazione: la tartaruga è un animale che avanza lentamente ma inesorabilmente, e soprattutto avanza portandosi dietro la sua armatura di difesa, il carapace, che è anche la sua casa, ed è proprio sulla propaganda legata alla questione dell’assegnazione degli alloggi e al cosiddetto “mutuo sociale” che CasaPound riuscirà ad affermarsi in alcune periferie di Roma e ad Ostia, arrivando perfino a presentare un proprio candidato sindaco alle ultime comunali di Ostia.

Insomma, il lungo fiume carsico torna in superficie il 27 dicembre del 2003 quando, nel quartiere dell’Esquilino a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, CasaPound occupa per la prima volta l’edificio che attualmente ne ospita la sede nazionale. Un’altra rottura con la tradizione della destra: se negli anni ’90 aveste pronunciato la parola “occupazione” o “centro sociale occupato” in presenza di un simpatizzante di destra avreste provocato sicuramente una reazione allergica.

Nel 2009 un altro colpo di scena: arriva la denuncia della figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, contro CasaPound, che a suo dire avrebbe completamente travisato le idee politiche del padre. A conclusione del processo, il giudice riconosce all’organizzazione il diritto di mantenere il nome di Pound come suo riferimento culturale.

Inoltre, in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali del Lazio, CasaPound è arrivata a un passo dal concludere un’alleanza con tutto il centrodestra a sostegno della candidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Come fa giustamente notare Rosati, se CasaPound in quella occasione fosse riuscita a concludere l’accordo sulla candidatura di Pirozzi, oggi saremmo qui a raccontare una storia ben diversa: CasaPound avrebbe avuto per la prima volta nella sua storia un punto di riferimento politico importante, un  candidato Governatore della Regione Lazio, per così dire, “di area” – o forse il governatore eletto.

Il movimento nasce come tentativo di egemonizzare tutto il mondo giovanile di destra, tentativo che in questi anni non ha mancato di suscitare una sempre maggiore attenzione da parte dei media, che hanno iniziato a svolgere inchieste su questo gruppo per individuarne le idee portanti e le matrici ideologiche, oltre alla ben precisa strategia comunicativa che ne ha reso possibile l’emersione come entità egemone all’interno dell’estrema destra. CasaPound ha ormai da anni conquistato la testa dei cortei nazionalisti e “sovranisti” e l’egemonia culturale all’interno del variegato mondo della destra; è sempre in prima fila in alcuni degli appuntamenti più importanti della galassia neofascista, come la commemorazione della strage di Acca Larentia, che si svolge ogni anno a Roma e che vede aumentare ogni anno il numero dei partecipanti appartenenti a CasaPound.

Questo tentativo di accreditamento, di andare oltre il tradizionale ghetto dell’estrema destra, ha subito in questi anni – ci ricorda Rosati – anche alcune improvvise battute d’arresto, come accadde in seguito ai violenti scontri di Piazza Navona del 28 Ottobre 2008 e la successiva irruzione negli studi RAI di Via Teulada il giorno successivo. In quella occasione i militanti di CasaPound si mostrarono, nel loro rozzo tentativo di “prendersi la piazza”, come i soliti picchiatori fascisti e non come dei moderni fascio-futuristi. Un’altra clamorosa battuta di arresto si è avuta in occasione dell’inchiesta sul tentato rapimento e sull’uccisione nel Luglio 2014 di Silvio Fanella, presunto cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore napoletano da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra, coinvolto nella vicenda della “truffa carosello” Telecom Sparkle. Fanella venne ucciso probabilmente perché era a conoscenza del nascondiglio delle immense ricchezze accumulate da Mokbel. Per l’omicidio Fanella fu arrestato Giovan Battista Ceniti, responsabile della sezione di CasaPound di Verbania.

La strategia di accreditamento di CasaPound si è incentrata in questi anni soprattutto su un ben preciso percorso culturale che ha saputo far tesoro, “da destra”, della lezione di Antonio Gramsci, cioè la necessità di conquistare una egemonia culturale, senza la quale per un qualsiasi gruppo politico è impensabile la presa del potere. A questa strategia “culturale” fanno riferimento gli incontri e i dibattiti di grande richiamo mediatico organizzati da CasaPound negli anni duemila, come il dibattito sulle carceri con l’ex brigatista Valerio Morucci (ormai diventato consulente dei servizi segreti) che aveva come moderatore l’intellettuale “di sinistra” rinnegato Giampiero Mughini; il dibattito su Bettino Craxi alla presenza della figlia Stefania; il dibattito con Marcello Dell’Utri sui presunti Diari di Mussolini in suo possesso; il dibattito con Paola Concia sull’omofobia. Da segnalare inoltre i dibattiti che hanno visto la partecipazione dei giornalisti Enrico Mentana, Corrado Formigli, Nicola Porro, e l’incontro sugli anni di piombo e sui “cuori neri” alla presenza di Luca Telese.

Fedele alla sua strategia di egemonia culturale, CasaPound si è creata un suo proprio pantheon di 88 numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, 88: esso allude ovviamente, in base ad una simbologia molto diffusa nel mondo dell’estrema destra, all’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, ripetuta due volte: “Heil Hitler!” Tra queste figure di riferimento troviamo personaggi che ci si può aspettare, come Oswald Spengler, Robert Brasillach, Yukio Mishima, Leon Degrelle, Louis-Ferdinand Celine, René Guenon, Julius Evola, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Gabriele D’Annunzio; ma anche personaggi che lasciano abbastanza interdetti, quali Trilussa, Giorgio De Chirico, George Orwell, James G. Ballard, Antoine de Saint-Exupéry, John Fante, Jack Kerouac, Geronimo, Vladimir Majakovskij, Ray Bradbury, Alce Nero, William Butler Yeats, Dante, Friedrich Holderlin; e presenze decisamente curiose come Corto Maltese e Capitan Harlock.

Già questo semplice elenco di riferimenti culturali ci fa capire la differenza tra CasaPound e altre organizzazioni di destra che l’hanno preceduta. Alcuni di questi nomi potrebbero tranquillamente figurare tra i riferimenti di un qualsiasi gruppo di estrema sinistra, come il poeta russo Majakovsij, i capi indiani Geronimo e Alce Nero, Jack Kerouac; manca solo Che Guevara. Significative anche le assenze: stranamente mancano i nomi di alcuni veri e propri eroi della Seconda Guerra Mondiale, come Luigi Durand de la Penne e Fiorenzo Capriotti della Decima MAS, e mancano i nomi di alcuni fascisti e nazisti illustri come Italo Balbo, Otto Skorzeny e Pierre Drieu LaRochelle, per non parlare del filosofo Martin Heidegger.

In questi anni CasaPound ha fatto propria la battaglia di Ezra Pound contro l’usura, trasformandola nella battaglia contro lo strapotere della grande finanza (l’odiato Soros) e delle grandi banche che è ormai entrata a far parte del nostro chiacchiericcio politico quotidiano, tanto da diventare una sorta di luogo comune, da utilizzare nelle conversazioni in treno o al bar. CasaPound ha ripreso anche la battaglia di Pino Romualdi e di Pino Rauti contro il cosiddetto “mondialismo”, cioè la battaglia contro l’omologazione planetaria imposta dalle grandi centrali della finanza internazionale, sulla scia della denuncia di Pasolini dell’omologazione caratteristica della società contemporanea. Un altro cavallo di battaglia di CasaPound è la lotta contro il presunto “buonismo” della sinistra nei confronti dei migranti, contro il melting pot culturale e contro il cosiddetto “business dei migranti”.

Secondo questa interpretazione i migranti non sarebbero altro che le truppe di un enorme progetto di sradicamento e di distruzione dell’identità europea. Questo progetto di sostituzione delle popolazioni europee con le popolazioni africane e asiatiche, denunciato negli scritti dell’intellettuale francese Renaud Camus (Renaud, non Albert), sarebbe alla base del fantomatico “Piano Kalergi” (altro cavallo di battaglia del complottismo), che sarebbe stato elaborato da alcune menti eccelse alla base della nascita dell’Europa, come il celebre Richard Coudenhove-Kalergi, massone di alto grado che nel 1922 fondò a Vienna il movimento “Paneuropa” per l’instaurazione di un governo mondiale basato su una confederazione di nazioni guidata dagli Stati Uniti. Questi massoni e padri fondatori dell’Europa avrebbero elaborato dunque, già all’inizio degli anni Venti, la Teoria della Grande Sostituzione denunciata da Camus nei suoi scritti (Le grand remplacement ), cioè il Piano Kalergi. Ecco trovata una spiegazione semplice ed efficace – una spiegazione che ormai si è diffusa a macchia d’olio – del perché ci troviamo alle prese con un’ondata di immigrazione di portata epocale. Un’ondata migratoria che la sinistra europea, magari con il beneplacito del Gruppo Bilderberg – che ci sta sempre bene – starebbe strumentalizzando, utilizzando i migranti come “nuovo proletariato rivoluzionario” e, più prosaicamente, come un nuovo bacino elettorale. Da questo punto di vista, la guerra senza quartiere che il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scatenato contro le ONG che gestiscono il salvataggio dei migranti riprende pari pari gli slogan di CasaPound contro il business dell’immigrazione.

Questo libro di Rosati ci aiuta a comprendere non solo la storia di un gruppuscolo di estrema destra come CasaPound, ma anche come è nato e come si è sviluppato un movimento politico con una ben precisa strategia culturale, un gruppo le cui idee, purtroppo, stanno sempre di più facendo breccia nel dibattito politico mainstream, idee che influenzano quantomeno la componente leghista dell’attuale maggioranza di governo giallo-verde. Il libro di Rosati ci aiuta a comprendere almeno in parte quella vera e propria mutazione antropologica che parte dalla ribellione degli anni settanta, passa per il punk, che era anarchico e apolitico, ribellione allo stato puro, e che ha finito per produrre la miseria culturale e politica in cui ci troviamo impelagati oggi. Leggere CasaPound Italia di Rosati è importante per comprendere ciò che eravamo, ma soprattutto ciò che siamo diventati.

http://mimesisedizioni.it

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Poesia dallo spazio esterno

Jack Spicer, After Lorca, tr. Andrea Franzoni, Gwynplaine Edizioni, pp. 152, € 12,00

recensisce ELIO GRASSO

Jack Spicer, americano dispettoso, il poeta che fondò e alimentò la “San Francisco Renaissance” (con Robert Duncan e Robin Blaser), certamente meno noto in Italia rispetto ai signori che rispondono al nome di Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso, Gary Snyder. Spicer, artefice della leggendaria Six Gallery, promosse in quel bar-galleria la prima lettura in pubblico di Howl.

Dunque si entra direttamente nel calderone di menti (best minds passate di moda, si direbbe) che negli anni ’60 spinsero la letteratura d’oltreoceano in territori di percezione impegnativamente aliena. L’Europa guardò a lungo sospettosa, ma infine prese tutto quanto a prestito come niente fosse. Una parte della poesia indigena e certi racconti, tra cui quelli di Philip K. Dick, percorrevano “routes” abbastanza simili, sembravano corteggiarsi, tramite i loro autori, seguendo il filo di visioni (in opposizione a una politica maccartista e nucleare) “extra-mondo”, sintomi di dilemmi che diventarono presto luoghi precisi dell’immaginario mondiale.

Sembra assai strano pensare a Spicer e Dick, negli stessi luoghi alle spalle della baia di San Francisco, ritrovandoci oggi a scrivere di poesia avendo in testa Un oscuro scrutare. Tuttavia il poeta per Spicer era una radiotrasmittente in grado di ricevere segnali da ambienti estranei al nostro pianeta, per iniziativa dei cosiddetti “marziani”. E dunque in quei paraggi moltissimi erano convinti che il pensiero autonomo altro non fosse che una “grande bugia”.

Leggere oggi After Lorca, finalmente pubblicato in Italia, è varcare la frontiera di uno Stargate, è ritrovarsi in un universo parallelo in cui i morti scrivono prefazioni e i terrestri superstiti ascoltano le trasmissioni radio della stazione spaziale. Dick non lesse le poesie di Spicer (probabilmente) ma è certo che l’avanguardia di Berkeley (e dunque Spicer) lo incoraggiò a scrivere i suoi racconti (lo dichiara in un’intervista del 1981): serendipity ben documentata lungo le strade della creazione poetica e (audacemente semplificando) fantascientifica. Si legge dell’uno e si arriva all’altro, in rete si trovano ricordi e notizie al limite della verosimiglianza, Jack e Phil forse la prenderebbero male, sentirebbero alimentate alcune paranoie in voga ai loro tempi, e altre attribuzioni a cui la storia dell’ultimo mezzo secolo ci ha consegnato. Ma leggende e avvenimenti tecnologici si sono riuniti nell’unica piattaforma su cui siamo atterrati, nonostante avvertimenti di autori d’ogni ramo artistico e scientifico. L’ingegneria, occorre dirlo, ha avuto la meglio.

After Lorca venne pubblicato nel 1957 da White Rabbit, piccola casa editrice di San Francisco. Esordio tutt’altro che gentile, e fuor di tradizione, Spicer tira in ballo Federico García Lorca inventandosi traduzioni dalla sua opera, ma che traduzioni non sono, e lettere in cui espone la propria imperiosa visionarietà. Il libro pubblica l’introduzione del poeta andaluso, morto vent’anni prima, come fossero naturali l’incrocio fra dimensioni e la botta e risposta tra scrittori separati dal tempo. Visibilmente contrariato, Lorca chiarisce che quelle poesie non sono versioni veritiere della sua opera, e che tutto il lavoro gli appare come un gran spreco di talento. Spicer così s’inabissa nella sua iper-invenzione, e inserisce tra una poesia e l’altra sei lettere indirizzate al fantasma dell’interlocutore, dove mette in chiaro il quadro della sua poetica, questa sì intensamente autentica.

Proprio lì dovrebbe migrare il nostro sbiadito interesse di lettori postumi da un altro continente. Vi si avverte tutta la preoccupazione di Spicer verso il linguaggio e la contrapposizione alla realtà, fenomeno che origina mostri uguali in ogni paese. Per Spicer parlarsi in prosa, come d’abitudine, è pura invenzione, e dunque produce infedeltà. Ma se la poesia “rivela”, occorrerà molta pazienza, conclude, per comprendersi. Chiarito che “i morti sono molto pazienti”, ecco perché si rivolge a Lorca per affermare le sue idee, nelle lettere, e nelle supposte traduzioni combinate a testi originali.

Le variabili in questo tipo di salti e controsalti acrobatici sono innumerevoli: la versione italiana ne ha aggiunta un’ultima, di cui Spicer non è responsabile, l’ha compiuta l’ottimo traduttore Andrea Franzoni nel momento in cui ha intrapreso il lavoro su After Lorca. Spicer, in una delle lettere, sostiene di indovinare sempre il significato di alcune parole di cui non capisce il significato. Le parole e i pensieri si avvinghiano in un gioco meccanico che non può non ricordare certe pagine di Dick, tanto per rimanere nei paraggi. I congegni delle menti statunitensi, in quei decenni, probabilmente si sfogavano lungo assi non puramente euclidei, d’altronde si trattava di menti allenate (Los Alamos e Alamogordo non sono poi tanto lontani) a considerare la bomba atomica come un possibile futuro dell’umanità.

“Tirare la poesia dentro il reale” non è vocazione primaria soltanto di Spicer, l’avanguardia poetica d’oltreoceano aveva numerosi adepti, ma questi divennero famosi in Europa soltanto quando tutto era pressoché finito. Ci vollero anni prima che le arti e la critica del vecchio continente affondassero le mani nel genio di quelle menti – Dick, Ginsberg, Spicer, ecc. – e comprendessero quel che stava accadendo, o che era già definitivamente accaduto. Come dice bene Franzoni nella nota finale, la poesia è una stanza e sta al poeta (e al traduttore) accendere e spegnere la luce disponendo un senso variabile. L’abitacolo del poeta è lo stesso veicolo da cui continua a trasmettere il celeberrimo dj Walt Dangerfield in Cronache del dopobomba di Phil Dick. A un’umanità quasi del tutto estinta.

https://www.gwynplaine.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Nel labirinto degli Appalachi

Chris Offutt, Country Dark, tr. Roberto Serrai, minimum fax, pp. 235, € 18 stampa, € 9,99 e-book

recensisce MARCO PETRELLI

L’esordio in Italia di Offutt, la raccolta di racconti Nelle terre di nessuno, è stato folgorante. Lo scrittore del Kentucky possiede uno stile inconfondibile, che oscilla tra liricismo elegiaco e cruda ferocia senza compromessi. Un vero figlio del Sud, insomma.

Degli Appalachi, nello specifico—una delle regioni più dimenticate e leggendarie d’America, nonché una delle più pericolose, come sapranno tutti i lettori o gli spettatori scioccati dalla coppia di classici ormai canonizzati della narrativa/cinematografia regionalistica: Dove porta il fiume/Un tranquillo weekend di paura, opere che hanno fortemente contribuito alla mitologia dell’hillbilly degenerato e sadico. Gli Appalachi sono anche una fucina di scrittori (Cormac McCarthy in primis) nei quali realismo sociale, natura e violenza partecipano nel tramandare un canone dai toni cupamente epici.

Country Dark prosegue la mitopoiesi montanara inaugurata da Nelle terre di nessuno, raccontando questa volta la storia di Tucker, reduce della Guerra di Corea che si ritrova a contrabbandare alcolici per mantenere la sfortunata famiglia che si è creato. Abbandonati i seppur scarsi elementi di gusto magico-realista dell’opera precedente, Offutt crea questa volta una storia asciutta e incisiva che certo sarebbe piaciuta a James Dickey (anche lui reduce della guerra più dimenticata della storia americana).

Gli elementi del gotico appalachiano ci sono tutti: moonshine, deformità grottesche, baracche nascoste nei boschi e coltelli affilati. Come già Brian Panowich in Bull Mountain, l’autore ci porta all’interno di questa società primitiva e ingovernabile, fatta di uomini che evitano volentieri di parlare se possono delegare una carabina Winchester, e disposti a tutto pur di difendere la propria terra. Il Kentucky edenico che il leggendario pioniere Daniel Boone definì «un secondo paradiso» viene rovesciato da Offutt in un oscuro labirinto silvano nel quale Tucker si muove con l’abilità di una bestia selvatica e con altrettanta ferina implacabilità.

Country Dark dimostra come l’Appalachia, nonostante la normalizzazione inevitabile di un’America sempre più connessa e sempre meno selvaggia, proietti ancora all’esterno l’immagine umbratile di un milieu irriducibile al canone trionfalistico di molta narrativa “di frontiera”, insistendo piuttosto sulla cronica devianza tribale di quella che Henry D. Shapiro definì terra incognita. Non si può che gioire della riscoperta di un autore come Chris Offutt—una voce autenticamente statunitense dedicata a riportare alla luce l’ipogeo oscuro e inquietante sepolto sotto lo scintillio della retorica dominante. Un ritratto lucido e spietato di quello che è forse l’ultimo “ventre” della cultura americana.

https://www.minimumfax.com/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share

Una storia del grande Nord

Dino Battaglia, L’uomo del New England, NPE, pp. 86, euro 16,90 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Continua la ripubblicazione dei fumetti di un maestro dell’arte sequenziale, Dino Battaglia, da parte di Nicola Pesce Editore. Opera meritoria, e condotta con grande serietà, riproducendo alla perfezione le tavole del maestro scomparso nel 1983 a soli sessant’anni (è il caso di dirlo). Tavole che questa volta sono a colori, per cui una riproduzione di qualità è ancor più importante del solito: e la stampa di NPE consente di apprezzare il raffinatissimo lavoro di coloratura realizzato dalla moglie di Battaglia, Laura, perché il grande fumettista con l’arcobaleno non si trovava a suo agio; non a caso, come ci spiega la bella introduzione di Marco De Giuli, l’autore de L’uomo del New England amava più che altro i grigi, che dosava con grande cura.

La vicenda narrata è quella di un gentiluomo inglese, Cristopher Nightly, che negli anni Cinquanta del Settecento s’imbarca rocambolescamente alla volta dell’America per sfuggire alla vendetta di un rivale in amore. Accade così che il fop, il classico damerino scapestrato dedito alle donne e alle carte, tipico dell’Inghilterra immortalata da Hogarth e Fielding, si ritrovi nel selvaggio continente nordamericano, dove infuria la guerra coloniale tra le truppe di sua maestà britannica e i francesi di Luigi XVI. Guerra combattuta anche con le alleanze con le tribù di nativi, i quali, va detto, non si facevano pregare poi troppo per mandare al creatore i guerrieri delle tribù rivali.

Nightly viene prima comprato da un cacciatore di pellicce per un anno, poi finisce con i Ranger del maggiore Rogers, impegnati in un raid pressoché suicida ben dentro il territorio controllato dai francesi del generale Montcalm e dagli indiani loro alleati; obiettivo, andare a sterminare la tribù dei Saint Francis, responsabili di una serie di attacchi contro i villaggi inglesi del New England. (Poi uno si chiede da dove venivano le spietate missioni search & destroy della guerra del Vietnam…)

Battaglia ricostruisce questo episodio storico (molti fatti e appena un po’ di fiction in questo splendida e compatta graphic story) con gran dovizia di particolari affidati ai disegni; i dialoghi sono essenziali e funzionali alla storia. Ne esce fuori, senza neanche gran panorami e vedute pittoresche, l’anima oscura di una terra dove si uccide senza fare tante domande, dove la morte è perennemente in agguato, e dove si gioca una partita molto più grande di quel che sembra; come spiega l’introduzione di Hugo Pratt, riportata in appendice al volume, il raid di Rogers è un piccolo episodio della Guerra dei Sette Anni, forse la prima vera guerra mondiale, con la quale il Regno Unito strappò a quello di Francia la supremazia planetaria (inclusi Quebec e India).

Torna così nelle librerie un autentico classico del fumetto, pubblicato per la prima volta nel 1979. E NPE lo presenta giustamente con un ricco corredo; a parte l’introduzione di De Giuli e quella storica di Pratt, troverete nel volume anche una sintetica ma estremamente interessante postfazione di Angelo Nencetti sui fumettisti italiani e il loro rapporto con la frontiera americana. Insomma, quel che si dice un piatto ricco. Non perdetevelo.

(E ci sembra opportuno aggiungere in calce almeno una delle meravigliose tavole che troverete in questo volume…)

https://edizioninpe.it/

Condividi su:
FacebookTwitterGoogle+Share