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Paragrafi d’autore: Calligarich sceglie Hemingway

Questa volta è una figura di narratore poliedrico come Gianfranco Calligarich, scrittore e sceneggiatore per il piccolo e grande schermo, a scegliere come modello di prosa tre paragrafi tratti da tre diverse opere di Ernest Hemingway, e a presentarle con un breve e penetrante commento.

Hemingway era fragile e sentimentale e tutta la sua breve, intensa vita di scrittore e spaccone ne è la prova. La sua spacconeria non è infatti altro che il suo modo di reagire alla fuggevolezza dell’esistenza. Cosa lampante, più che nei romanzi, nei suoi racconti. Dove, non costretto dalla necessità di una trama, sceglie la brevità e la scarnificazione dei fatti abolendo tutto quello che potrebbe offuscare l’inconfutabile dato di fatto che la vita è solo un attimo nell’implacabile scorrere del tempo. Racconti che altro non sono che lucidi momenti del suo essere di passaggio e a fare di te che lo leggi il suo complice senza riuscire a sottrarti alle sue descrizioni di bar, strade, città, guerre e arene di corride che si porterà dietro quando anche lui se ne andrà come le foglie in autunno.

Ecco l’incipit di Addio alle Armi.

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che al di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli asciutti e bianchi sotto il sole e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe che scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi, e le foglie caddero preso quell’anno, e si vedevano truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano, poi la strada era nuda e bianca se non per le foglie.

(Addio alle armi, Mondadori, p. 17, tr. Fernanda Pivano)

E, le foglie, rieccole nell’Inserviente del Vagone Letto, capitolo di un libro che non avrebbe mai concluso.

Quando è il vento a farle volare via dagli alberi, le foglie secche sono allegre ed è piacevole camminarci sopra, e gli alberi rimangono se stessi soltanto che non hanno foglie. Ma quando è la pioggia, a farle cadere, sono morte e bagnate e piatte sul terreno e gli alberi sono cambiati, bagnati e ostili.

(“L’Inserviente del Vagone Letto”, I Meridiani Mondadori, p. 851, tr. Bruno Oddera)

E poi in Festa Mobile.

Quando tornammo a Parigi, il tempo era sereno, freddo e delizioso. La città si era organizzata per l’inverno, c’era della buona legna in vendita nel negozio di legna e carbone dall’altra parte della strada e c’erano bracieri fuori dai caffè cosi che si poteva stare al caldo sulle terrazze. Il nostro appartamento era caldo e allegro. Bruciavamo boulets, che erano pezzi di carbone a forma di uovo, sulla legna da ardere e per le strade la luce invernale era meravigliosa. Ci si abituava a guardare gli alberi spogli contro il cielo e si camminava sui sentieri di ghiaia lavati di fresco dei giardini del Lussemburgo nel vento terso e pungente. Gli alberi erano sculture senza foglie, quando ci si era riconciliati con essi, e i venti invernali soffiavano sulla superficie degli specchi d’acqua e le fontane si increspavano nella luce trasparente. E tutte le distanze erano brevi perché arrivavamo dalle montagne.

(Hemingway di Anthony Burgess, Editoriale Nuova, p. 188, tr. Patrizia Aluffi)

E così questo lui ti dice sostanzialmente nella sua lucida e sentimentale vulnerabilità. Che mondo e vita sono fantastici finché siamo in grado di stare sull’albero. Se no meglio il fucile.

Gianfranco Calligarich è nato ad Asmara nel 1947. Nel 1973 vince il Premio Inedito con il romanzo L’ultima estate in città (Garzanti, 1973; Bompiani, 2016). Per molti anni lavora come sceneggiatore per il cinema (Città violenta, La polizia ha le mani legate) e la televisione (Storia di Anna, Ritratto di donna velata). Negli anni Novanta vince il Premio Istituto del Dramma Italiano con il testo Grandi Balene. Ha scritto i romanzi Posta prioritaria (Garzanti, 2002; Bompiani, 2014); Privati abissi (Fazi, 2011; Bompiani, 2018); Principessa (Bompiani, 2013); La malinconia dei Crusich (Bompiani, 2016); Quattro uomini in fuga (Bompiani, 2018).

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Roggeri sceglie Brontë

Vanessa Roggeri propone alcuni paragrafi di Villette, pubblicato da Charlotte Brontë nel 1853. Pubblicato in Italia nel 1960, vanta diverse edizioni con titoli molto diversi: Collegio femminile, L’angelo della tempesta, Miss Lucy. Gli estratti qui presentati sono stati tradotti da Simone Caltabellotta.

Come facevano i servitori di locanda e le cameriere di bordo a capire alla prima occhiata che io, per esempio, ero una persona di rilievo sociale insignificante e poco fornita di denaro? Evidentemente lo sapevano; mi rendevo perfettamente conto che tutti, dopo il calcolo d’un attimo, mi attribuivano il medesimo esiguo valore; non mi nascondevo ciò che doveva indicare, eppure, anche sotto questo peso, seppi mantenere abbastanza alto il morale. (p. 90)

Finita la colazione, era necessario muoversi di nuovo, ma in quale direzione? “Va’ a Villette!”, mi disse una voce interna, suggerita senza dubbio dal ricordo di una frase sbadata pronunciata in tono leggero e a caso da Miss Fanshawe, mentre mi salutava […]
La distanza era di quaranta miglia. Sapevo che stavo afferrandomi a dei fuscelli, ma nell’oceano immenso e periglioso in cui mi trovavo mi sarei afferrata anche a una ragnatela. (p. 91)

Una continua crociata contro l’amour-propredi qualsiasi essere umano, escluso il suo, costituiva la mania di questo capace, ma irascibile e avido ometto. Provava un gran gusto a esibire in pubblico la propria persona, ma un enorme fastidio quando chiunque altro a sua volta si esibiva. Domava, metteva a tacere quando poteva e quando non poteva ribolliva come una tempesta imbottigliata.
La sera precedente il giorno degli esami passeggiavo nel giardino come tutti gli insegnanti e le allieve. M. Emanuel si unì a me nell’alléedéfendue; aveva il suo sigaro tra le labbra; il suo paletot pendeva scuro e minaccioso; la nappa del suo bonnetgrec gli oscurava austeramente la tempia destra; i suoi baffi neri si attorcigliavano, simili a quelli di un gatto arrabbiato; una nube oscurava il luccichio azzurro dei suoi occhi. (p. 209)

Dirò di più. Sono profondamente convinta che esistono alcuni esseri nati, cresciuti e guidati in modo tale, dalla morbida culla fino alla tomba placida e tardiva, che nessuna sofferenza troppo grande s’introduce mai nella loro sorte, e nessun buio tempestoso incombe sul loro viaggio. E spesso non si tratta di essere viziati ed egoisti, ma degli eletti della natura, armoniosi e benigni; uomini e donne, miti e caritatevoli, buoni agenti dei generosi attributi di Dio. (p. 560)

Il mio spirito irrequieto si era dunque placato ormai? Non ne avevo avute abbastanza di avventure? Non cominciavo a mancare di coraggio, a desiderare la sicurezza di un tetto? No. Odiavo ancora il mio letto nel dormitorio della scuola più di quanto possa esprimerlo in parole: mi afferravo a tutto a tutto ciò che potesse distrarre i miei pensieri. Non so come, avevo anche la sensazione che il dramma di quella notte fosse appena iniziato, che si fosse recitato soltanto il prologo. (p. 586)

Quel lampo d’ira si dileguò molto presto. Monsieur sorrise, dicendomi di asciugarmi gli occhi. Attese in silenzio finché non fui calma, concedendosi solo, di quando in quando, una parola tranquillizzante di conforto. Poco dopo sedevo al suo fianco, tornata in me, rassicurata, non più disperata né afflitta; non più priva di amici e di speranza, non più nauseata dalla vita e desiderosa di morire.
“Dunque l’ha tanto rattristata la perdita del suo amico?”, domandò M. Emanuel.
“Sentirmi dimenticata, Monsieur, mi uccide.” (p. 617)

L’uomo non può fare profezie. L’amore non è un oracolo. La paura a volte fa immaginare cose vane. Quegli anni di assenza! Quanto avevo sofferto prevedendoli! Il dolore che dovevano darmi mi sembrava sicuro come la morte. Conoscevo la natura del loro corso. Il Juggernaut sul suo carro torreggiava lassù col suo peso orrendo. Vedendolo avvicinarsi e affondare le grandi ruote nel suolo, io, la vittima prostrata, sentivo in anticipo quel cigolio mortale. (p. 630)

(da Villette, Fazi, Roma, 1996)

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. La sua passione per la scrittura è nata grazie alla nonna che le raccontava favole e leggende sarde. Ha pubblicato per Garzanti Il cuore selvatico del ginepro (2013) e Fiore di fulmine (2015); nel 2018 ha pubblicato per Rizzoli La cercatrice di corallo. A gennaio 2019 ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura e Giornalismo Alghero Donna. Attualmente è editorialista per il quotidiano La Nuova Sardegna.

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Terranova sceglie Bufalino

Questa puntata della nostra Rubrica la potremmo chiamare tranquillamente “genealogie siciliane”; abbiamo la messinese Nadia Terranova che rende omaggio al comisano Gesualdo Bufalino. Ma è anche il nostro modo di rendere omaggio alla più letteraria delle isole italiane.

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi mai ballato bene sin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione, accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.

Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.

Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza.

(Da Argo il cieco o i sogni della memoria, Sellerio, 1984, pp. 13-14)

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015; vincitore, tra gli altri, il Premio Bagutta Opera Prima, il Premio Brancati, il Premio Bergamo e The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018), entrambi per Einaudi Stile Libero. È anche autrice di diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare, sulla storia di Bruno Schulz (Orecchio acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016). Collabora con la Repubblica e il Foglio. È tradotta in diverse lingue europee e in corso di traduzione negli Stati Uniti.  

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Paris sceglie Proust

Al tempo della sua vita cartacea, PULP Libri ospitava regolarmente la rubrica Il tempo ritrovato, firmata da Renzo Paris; ci sembrava quindi giusto chiedere a lui di proporci i paragrafi d’autore di gennaio, tanto per inaugurare il 2019 in grande stile. Dato il titolo della sua rubrica (che ci manca tanto) e la sua lunga attività di francesista, non sorprende più di tanto che la sua scelta sia ricaduta sull’ultimo volume della monumentale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: per l’appunto, Il tempo ritrovato. Con tre folgoranti paragrafi, veri aforismi sulla letteratura stessa.

La letteratura che si accontenta di “descrivere le cose” di darcene soltanto un miserevole estratto di linee e di superfici, è quella che, pur chiamandosi realistica, è più lontana dalla realtà, quella che più ci immiserisce e ci intristisce, giacché taglia bruscamente ogni conunicazione del nostro “io” presente col passato, di cui le cose conservavano l’essenza, e con l’avvenire, dov’esse ci stimolano a goderlo di nuovo.

L’unico libro vero, un grande scrittore non ha, nel senso comune della parola, da inventarlo, in quanto esiste già in ognuno di noi, ma da tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore,

Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono più leggere i nomi ormai cancellati.

(Il tempo ritrovato, tr. Giovanni Caproni, Einaudi)

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Cani sciolti, Ultimi dispacci della notte, La croce tatuata, La vita personale fino a Bambole e schiavi. Ha scritto le vite romanzate di Apollinaire, Silone, Moravia e Pasolini e tre libri di poesie tra cui Album di famiglia. Collabora a Venerdì di Repubblica.

 

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Pugno sceglie Eliot


Per la puntata di dicembre dei
Paragrafi d’autore abbiamo invitato una delle più originali scrittrici italiane, Laura Pugno, che si è avventurata da tempo in un territorio al confine tra fantascienza, fantasy e il cosiddetto mainstream. Ci ha spiazzato proponendo come paragrafi d’autore due brani dei Quattro quartetti di Eliot; ma riflettendoci, ci siamo detti che al loro apparire questi poemetti vennero accusati d’essere più prosastici che lirici; e per quanto nel tempo tali giudizi si siano rivelati non del tutto fondati, resta pur vero che queste e altre poesie del grande lirico anglo-americano hanno avuto un grande impatto anche sulla narrativa (basterebbe pensare a quanto eliottiano sia un romanzo come Fiesta di Hemingway). Per cui ben vengano il Vecchio Opossum (come Eliot amava definirsi), e i suoi conclusivi quartetti.

La vecchia edizione Garzanti dei Quattro quartetti di T. S. Eliot, letti per la prima volta vent’anni fa, e piú di venti, nella traduzione di Filippo Donini.

Voi dite ch’io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
Dovete fare la strada della privazione.
Per arrivare a quello che non siete
Dovete andare per la strada nella quale non siete.
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete.

You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.

(«East Coker»)

[…]

Mentre leggono, i corpi sono mente, eppure quella mente è anche il collo o le spalle che si indolenziscono, il senso di inquietudine o di eccitazione o di ansia, la proiezione in avanti, il sonno che alla fine prevale o la necessità di andare, il devi scendere. Il mondo esterno che diviene mondo interno. Le volte che hai visto il pubblico respirare quietamente insieme, in attesa, come una cosa fisica lí fuori, hai pensato alla democrazia. Questa è la domanda, la battaglia, della democrazia, che cibo dare a quei corpi/mente, che cibo si prendono.

La domanda della felicità non ha mai cessato di porsi.

La necessità di essere felici in letteratura è direttamente proporzionale all’incapacità di credersi capaci di costruire la felicità nella realtà?

Questa sarebbe una spiegazione semplice. Eppure, anche la letteratura è realtà, e non solo nel realismo. L’Odissea non meno dell’Iliade.

La felicità è conforto, quindi? Molti lo credono, anche in poesia. Ma il mondo non può essere ridotto alla tua casa.

Ancora i Quattro quartetti, sempre da «East Coker»:

La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo diventa piú strano, la trama piú complicata
Di morti e di vivi. Non il momento intenso
Isolato, senza prima né poi
Ma tutta una vita che brucia in ogni momento
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera a ciel sereno
Un tempo per la sera al paralume
(La sera che si passa coll’album delle fotografie).
L’amore si avvicina piú a se stesso
Quando il luogo e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Il luogo e l’ora non importano
Noi dobbiamo muovere senza fine
Verso un’altra intensità
Per un’unione piú completa, comunione piú profonda
Attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua
Della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio.

Home is where one starts from.
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise.
In my end is my beginning.

I versi si distaccano da chi li ha scritti, da tutto il resto – la fede di Eliot mi è estranea, irrecuperabile come ho sperimentato davanti alla morte di qualcun altro, come pure le sue oscure, a volte terribili idee politiche – e restano come frammenti, come statue in rovina, o case, qualcosa di bianco, o pietra, che affiora da un paesaggio nuovamente ricoperto di vegetazione.

(Laura Pugno, In territorio selvaggio, Nottetempo 2018)

Laura Pugno ha pubblicato i romanzi La metà di bosco (Marsilio 2018), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Sirene (Einaudi 2007, Marsilio 2017), Quando verrai, Antartide (minimum fax 2009 e 2011), La caccia (Ponte alle Grazie 2012). Il suo primo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo), è uscito a novembre del 2018. In poesia: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle, 2018), Bianco (Nottetempo 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010, in spagnolo Nácar, Huerga y Fierro 2016), DNAct (Zona 2008), Il colore oro (Le Lettere 2007). È in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012). Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Dedalus, il Frignano per la Narrativa e il Libro del Mare. Co-cura la collana di poesia I domani per Aragno. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

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Bertante sceglie Miller

Un tempo Alessandro Bertante era una delle firme di PULP Libri, costantemente presente sulla rivista; ma dal 2008 ha iniziato una carriera di scrittore che l’ha portato a pubblicare con Marsilio, Rizzoli e Giunti. Ha accettato il nostro invito a partecipare alla rubrica Paragrafi d’autore scegliendo un brano da Primavera nera di Henry Miller.

La 14a sezione

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Ero però nato in strada e crebbi in strada. «La strada aperta, post-meccanica, dove la più bella e allucinante vegetazione di ferro eccetera»… Nato sotto il segno dell’Ariete, che dà un corpo ardente, attivo, energico e piuttosto inquieto. Con Marte nella nona casa!

Nascere in strada significa vagare per tutta la vita, essere libero. Significa incidente e caso, dramma, movimento. Soprattutto, significa sogno. Un’armonia di fatti irrilevanti che conferiscono una certezza metafisica al tuo vagabondare. Nella strada impari a conoscere le creature umane per quelle che sono; altrimenti te le inventi tu, come del resto ti succede di fare in seguito.

Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. Niente di ciò ch’è chiamato «avventura» s’avvicina minimamente al gusto della strada. Che tu voli fino al polo o te ne stia sdraiato sul fondo dell’oceano con una pipa d’oppio in mano o abbatta nove città una dopo l’altra o, come Kurtz, risalga navigando il fiume e impazzisca, non ha nessuna importanza. Non importa se la situazione sia eccitante o intollerabile, ci sono sempre vie d’uscita, ci sono sempre miglioramenti, agi, compensi, giornali, religioni. Una volta però non c’era niente di tutto questo. Una volta eri libero, scatenato, assassino.

I ragazzi che hai adorato quando la prima volta sei sceso in strada restano con te per tutta la vita. Sono gli unici veri eroi. Napoleone, Lenin, Capone: tutte fantasie. Per me Napoleone non è niente al confronto di Eddie Carney che mi fece il primo occhio nero.

Non ho mai incontrato nessuno tanto signore, ai miei occhi, e regale e nobile quanto Lester Reardon, che con la sua sola comparsa là in strada ispirava timore e ammirazione. Giulio Verne non mi ha mai guidato nei posti che Stanley Borowski aveva in serbo per quando faceva buio. Paragonato a Johnny Paul, Robinson Crusoe manca di fantasia.

Tutti quei ragazzi della 14a Sezione ancora oggi conservano un loro sapore. Non sono né inventati né sognati: sono veri, verissimi. I loro nomi tintinnano come monete d’oro: Tom Fowler, Jim Buckley, Matt Owen, Rob Ramsay, Harry Martin, Johnny Dunne, per non parlare di Eddie Carney o del grande Lester Reardon.

Be’, ancora oggi quando nomino Johnny Paul i nomi dei santi mi lasciano un cattivo sapore in bocca.

Johnny Paul era la personificazione dell’Odissea della 14a Sezione; che poi in seguito sia diventato camionista è un particolare privo d’importanza.

Prima del grande mutamento nessuno sembrava notasse che le strade erano brutte e sporche. Se le tubature della fogna erano aperte dovevi tapparti il naso. Se ti soffiavi il naso ti ritrovavi mocci neri nel fazzoletto. Ma c’era più pace interiore e soddisfazione.

C’erano il saloon, il campo delle corse, le biciclette, le battone e i trottatori. La vita era ancora un piacere – almeno nella 14a Sezione. La domenica mattina nessuno si vestiva a festa. Se la signora Gorman scendeva giù in strada in vestaglia con gli occhi lappolosi e s’inchinava al prete – «Buongiorno, padre!» «Buongiorno, signora Gorman!» – la strada veniva mondata da ogni peccato. Pat McCarren portava il fazzoletto nel risvolto della coda della redingote: era pratico e ci stava bene, come il trifoglio all’occhiello. Sulla birra c’era la spuma e la gente si fermava a scambiar quattro chiacchiere.

Nei miei sogni ritorno alla 14a Sezione come un paranoico ritorna alle sue ossessioni. Quando penso a quelle navi da guerra grigio acciaio nella darsena militare le vedo galleggiare lì in una dimensione astrologica nella quale io sono cannoniere, chimico, mercante d’esplosivi, imprenditore funebre, giudice inquirente, cornuto, sadico, avvocato e controparte, studioso, inquieto, ignorante e impudente.

(Tr. Attilio Veraldi, pp. 11-13. Prima edizione Feltrinelli, 1968)

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi (Marsilio, 2011), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, Estate crudele (Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo ultimo romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti), vincitore del Premio Selezione Campiello. Insegna alla NABA e allo IULM. 

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Arona sceglie Du Maurier

Danilo Arona è un vecchio amico di PULP Libri, che ogni tanto ci dà una mano a recensire qualche novità; ci fa piacere averlo come ospite della nostra rubrica, anche perché ci ha sorpreso scegliendo paragrafi tratti da un celeberrimo racconto di Daphne Du Maurier, «Gli uccelli», dal quale è nato uno dei più inquietanti e surreali film di Alfred Hitchcock.

In primavera gli uccelli volavano verso l’entroterra, risoluti, determinati: sapevano dove erano diretti e il ritmo e i rituali della vita non tolleravano ritardi, In autunno quelli che non erano ancora migrati oltreoceano ma erano rimasti per l’inverno venivano catturati dalla medesima smania di viaggiare, ma poiché la migrazione era loro negata seguivano un percorso tutto particolare. Arrivavano sulla penisola a grossi stormi, irrequieti, agitati, consumando le energie nel continuo movimento; ora volteggiavano, disegnando cerchi nel cielo, ora si posavano per mangiare sul fertile terreno arato, ma anche allora era come si cibassero senza fame, senza desiderio. L’inquietudine li sospingeva di nuovo in volo.1

L’irrequieta sollecitazione dell’autunno, esasperante e triste, aveva gettato un incantesimo su di loro e li obbligava ad aggregarsi, volteggiare, gridare: dovevano ubriacarsi di moto, prima che arrivasse l’inverno. Forse, pensava Nat masticando rumorosamente il suo pasticcio sull’orlo della scogliera, in autunno gli uccelli ricevono un messaggio, una sorta di avvertimento; l’inverno sta arrivando. Molti muoiono e si comportano come le persone che, timorose di una morte prematura, si buttano nel lavoro o impazziscono.2

«Sì» gli rispose il contadino, «ci sono in giro più uccelli, me ne sono accorto anch’io. E alcuni sono coraggiosi, non si preoccupano del trattore. Un paio di gabbiani mi si sono talmente avvicinati alla testa, questo pomeriggio, che ho pensato volessero portarmi via il cappello! E dirò di più, quasi non riuscivo a vedere quel che facevo mentre mi volavano attorno e avevo il sole negli occhi. Ho l’impressione che cambierà il tempo. Sarà un inverno duro, ecco perché gli uccelli sono irrequieti.»3

Nat accese una candela, ma quando aprì la porta della camera da letto per andare in corridoio una corrente d’aria spense la fiamma. Udì un secondo grido di terrore, questa volta di entrambi i bambini, e precipitandosi nella loro stanza sentì un battito d’ali intorno a sé nell’oscurità. La finestra era spalancata e gli uccelli entravano, sbattendo dapprima contro il soffitto e le pareti e poi deviando e buttandosi sui bambini nei loro letti.4

La luce fredda e grigia del mattino inondava la stanza. L’alba e la finestra avevano richiamato gli uccelli ancora vivi, mentre quelli morti giacevano sul pavimento. Nat fissò i cadaveri, scosso e inorridito. Erano tutti uccelli piccoli, nessuno di grosse dimensioni, e dovevano essere una cinquantina quelli finiti a terra. C’erano pettirossi, fringuelli, passeri, cinciallegre, allodole e peppole, animali che per legge di natura rimanevano in seno al loro stormo e nel loro territorio e che ora, aggregandosi nella smania di combattere, si erano uccisi contro le pareti della stanza o erano stati uccisi da lui nella lotta. Alcuni avevano perso le piume, altri avevano del sangue, il suo sangue, sul becco. Nauseato, Nat andò alla finestra e guardò i campi che si stendevano oltre il suo giardinetto. L’aria era fredda e pungente e il terreno appariva duro e gelato; non era brina che risplende nel sole del mattino, ma il gelo nero che porta il vento di levante. Il mare, più furioso per il cambiamento della marea, spumeggiante e profondo, si frangeva con violenza nella baia. Non un solo passero cinguettava al di là del cancello, non una tordella o un merlo mattiniero becchettava l’erba in cerca di vermi: non c’era alcun rumore tranne quello del vento e del mare.5

L’inverno più nero era arrivato tutto in una notte.6

Si levavano e ricadevano nel solco delle acque, sfidando il vento, come una poderosa flotta ancorata in attesa della marea. Verso est e verso ovest, erano dappertutto. Si vedevano a perdita d’occhio, schierati in formazioni compatte, una fila dopo l’altra. Se il mare fosse stato calmo avrebbero ricoperto la baia come una nuvola bianca, testa contro testa, un corpo appiccicato all’altro. Solo il vento di levante, sollevando i frangenti, li nascondeva dalla riva.7

Qui Londra. Lo stato di emergenza è stato proclamato alle quattro del pomeriggio in tutto il paese. Ovunque si stanno prendendo le necessarie misure per salvaguardare la vita e i beni della popolazione ma, in seguito alla natura imprevista ed eccezionale degli eventi che si stanno verificando, risulta difficile porle in atto immediatamente. Si raccomanda a ogni famiglia di prendere gli opportuni provvedimenti per la propria casa e nei luoghi in cui diverse persone vivono assieme, come negli appartamenti, si consiglia di rimanere uniti e di fare il possibile per impedire agli uccelli di entrare. È assolutamente indispensabile che tutti rimangano in casa, stanotte, e che nessuno esca in strada o rimanga in luoghi aperti. Gli uccelli, a gruppi molto numerosi, attaccano chiunque sia in vista e hanno già iniziato l’assalto a edifici che, con le dovute precauzioni, dovrebbero risultare impenetrabili. La popolazione è invitata a mantenere e a non lasciarsi prendere dal panico. A causa della natura straordinaria dell’emergenza, non sarà trasmesso alcun programma da nessuna stazione sino alle sette di domattina.8

(«Gli uccelli», da Gli uccelli e altri racconti, tr. Marina Vaggi, Il Saggiatore, 2008)

Danilo Arona, giornalista e scrittore, a partire dal 1978 ha pubblicato con Mondadori, Longanesi, Corbaccio, Marco Tropea Editore, Dario Flaccovio, Gargoyle Books, Meridiano Zero, Delos e INK. Tra i suoi libri: Satana ti vuole, Possessione mediatica, Vien di notte l’uomo nero – Il cinema di Stephen King, La maledizione della croce sulle labbra (con Edoardo Rosati), L’estate di Montebuio, Land’s End – Il teorema della distruzione (con Sabina Guidotti) e L’oscuro bagliore dell’uomo nero (in uscita, ancora con Rosati). Ha scritto – tra l’altro – per La Stampa, Focus, Primo Piano, Pulp, così come per riviste di cinema e letteratura di genere quali Robot, Aliens, Cinema & Cinema, HorrorMania e FilmTV.

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Genna sceglie Kafka

Abbiamo invitato Giuseppe Genna a scegliere i paragrafi d’autore del mese di settembre, e gentilmente ha accettato, proponendoci tre micro-racconti dell’immenso Franz Kafka. Non solo: ha scritto anche un pezzo a commento della sua scelta, che pubblicheremo domani. Non possiamo che ringraziarlo di tanta disponibilità e invitarvi a leggere le carte di questo botta e risposta tra lo scrittore boemo e quello italiano…

Franz Kafka e la morale della favola: un cavallo, Prometeo e il diavolo

Il nuovo avvocato

Abbiamo tra noi un nuovo avvocato, il dottor Bucefalo. Nel suo aspetto esteriore ricorda poco il tempo in cui era destriero di Alessandro il Macedone; ma chi è ben al corrente delle circostanze nota qualcosa d’inconsueto. Ho visto anzi, ultimamente, un qualunque usciere del tribunale soffermarsi ammirato sullo scalone a contemplare, con occhio da intenditore di corse, l’avvocato mentre saliva di gradino in gradino, sollevando alti i garretti, coi passi che rimbombavano sul marmo.

La classe forense, nel suo insieme, ha visto con simpatia l’ammissione di Bucefalo; i commenti che si ascoltano, improntati ad uno straordinario buon senso, riconoscono che, nell’ordinamento sociale di oggigiorno, egli deve trovarsi in difficoltà, e che per questo motivo, come pure per il posto che occupa nella storia universale, è comunque meritevole di comprensione. Oggi, nessuno può negarlo, non esiste un Alessandro Magno. C’è qualcuno che s’intende di omicidio, ed anche la destrezza nell’infilzare l’amico con la lancia al disopra di una tavolata, non si può dire che faccia difetto; per molti, infine, la Macedonia è troppo piccola, sicché imprecano a Filippo suo padre. Ma nessuno e poi nessuno saprebbe comandare una spedizione fino in India. Già allora le porte dell’India erano irraggiungibili, ma la loro direzione era segnata dalla spada regale; oggi si trovano in tutt’altro luogo, più lontano e più in alto; nessuno indica la via; molti brandiscono spade, ma non fanno che mulinarle, e lo sguardo che cerca di seguirle si confonde.

Perciò è forse miglior partito d’imitare Bucefalo e di sprofondarsi nella lettura dei codici. Libero, i fianchi non oppressi dalle reni del cavaliere, alla quieta luce di una lampada, lungi dal clamore della pugna alessandrea, egli legge e sfoglia le pagine dei nostri antichi volumi.

Prometeo

Di Prometeo si narrano quattro leggende: secondo la prima, poiché aveva tradito gli dèi per gli uomini, fu incatenato al Caucaso, e gli dèi mandavano delle aquile a divorargli il fegato, che continuamente ricresceva.

Secondo la seconda, Prometeo per il dolore dei colpi di becco si addossò sempre più alla roccia fino a diventare una sola cosa con essa.

Secondo la terza, nei millenni il suo tradimento fu dimenticato, dimenticarono gli dèi, le aquile, lui stesso.

Secondo la quarta, ci si stancò di lui che non aveva più ragione di essere. Gli dèi si stancarono, si stancarono le aquile, la ferita, stanca, si chiuse

Restò l’inspiegabile montagna rocciosa. – La leggenda tenta di spiegare l’inspiegabile. E dal momento che proviene da un fondo di verità, deve finire nuovamente nell’inspiegabile.

La verità su Sancio Panza

Nel corso degli anni, durante le ore della sera e della notte, Sancio Panza, che però non se ne è mai vantato, procurò al suo diavolo, cui diede in seguito il nome di Don Chisciotte, una quantità di romanzi di cavalleria e di brigantaggio e riuscì ad allontanarlo da sé in maniera che questi, privo di controllo, compì le sue matte gesta, le quali però, in mancanza d’ogni oggetto prestabilito – che avrebbe dovuto essere appunto Sancio Panza – a, non fecero del male a nessuno. Da uomo libero Sancio, imperturbabile e forse animato da un certo senso di responsabilità, seguì Don Chisciotte nelle sue scorribande e ne ricavò, sino alla sua fine, un grande e utile divertimento.

(I racconti sono tratti dall’antologia Franz Kafka, Tutti i racconti, Mondadori. «Il nuovo avvocato», tr. Rodolfo Paoli. «Prometeo», tr. Ervino Pocar. «La verità su Sancho Panza», tr. Ervino Pocar)

Giuseppe Genna è nato nel 1969 a Milano, dove attualmente vive e lavora. E’ autore di romanzi, tra cui Dies Irae, Hitler, La vita umana sul pianeta Terra e il recente History, tutti editi da Mondadori. Sul fronte saggistico, è autore di un saggio su studi e pratiche della coscienza, Io sono, pubblicato da il Saggiatore.

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Pincio sceglie Gadda (via Cattaneo)

Oggi tocca a Tommaso Pincio scegliere i paragrafi d’autore, e lo fa evocando Carlo Emilio Gadda (anche detto il Gran Lombardo, e giustamente) attraverso le pagine di Giulio Cattaneo, biografo dello scrittore milanese.

Fu anche galante con una collega: «Lei ha una pelle bianchissima. Solo le pisane e le napoletane hanno una pelle simile». Più tardi un liquorino al Caffè Greco. «Gadda è un vero gentiluomo», lo complimentava la donna dalla pelle bianchissima. Qualcuno citava Dante: «La cortesia del gran lombardo». «No! No! Sono un selvaggio», si schermiva Gadda.

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Nel ’50 Roma pareva una città appena uscita dalla guerra, con pochi tram lenti e arrugginiti e percorsa da camionette cariche di gente pericolosamente in bilico. Quel minimo di benessere di tempi ancora lontani dal miracolo economico si ritrovava nelle trattorie, anche in quelle a buon mercato, dove Gadda passava le sere maledicendo i musicanti con le fisarmoniche, i violini e il giro col piattello.

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La vita di Gadda si svolgeva fra piazza Cavour e piazza Mazzini, nel quartiere «milanese» dei Prati dai monotoni viali alberati e dalle case squallide e scrostate. Nei pomeriggi e nelle sere di domenica la zona era invasa da marinai e domestiche; c’era anche una caserma di pompieri e una sala da ballo con cartelli dalle scritte vistosissime, «Ricordate di essere in divisa», «Non toccate le signorine», che ammonivano fino dalle scale sciami di militari che le salivano abbrancati alle signorine, alla barba delle scritte. Gadda si indispettiva vedendo i militari ciondolare con aria assai poco marziale intorno ai gruppetti delle serve e sentiva l’impulso di fermarli e dire: «Stai dritto!», magari qualificandosi come ufficiale per ottenere obbedienza pronta.

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Non aveva voglia di nuove conoscenze perché le considerava «nuovi traumi».

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«Però lei è sempre stato antisocialista, antirosso». Gadda rispose con voce umila e contrita che rivelò strada facendo una crescente irritazione: «Cosa vuole? Il giorno in cui mi sono laureato ci fu l’occupazione delle fabbriche. E io ero povero, sa? E avevo studiato con tanta fatica. Perché si fa presto a dire, si svolta a sinistra. Se poi va in rovina l’economia nazionale, me la saluta Lei la svolta a sinistra».

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Gadda era molto invecchiato, dimagrito, aveva perso qualche dente e di rado si faceva la barba. Camminava curvo, anche per apparire malato e decrepito: «Non dire però che sono moribondo, altrimenti vengono tutti al capezzale.
(Giulio Cattaneo, Il gran lombardo, 1973; Einaudi 1991)
Tommaso Pincio, scrittore, traduttore, pittore e critico d’arte, ha pubblicato tra le altre cose Un amore dell’altro mondo (2002), La ragazza che non era lei (2005), Cinacittà (2008) e Panorama (2015). Il suo nuovo libro, Il dono di saper vivere, uscirà a ottobre.
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Vallorani sceglie Carter

Questo mese la scelta dei paragrafi d’autore spetta a Nicoletta Vallorani, scrittrice e docente universitaria, della quale proponiamo un sintetico profilo dopo il feroce paragrafo di Angela Carter che ci propone alla lettura. Come al solito, speriamo che con questa proposta i nostri lettori scoprano la scrittrice inglese, ma anche la sua collega italiana.

È un paese del Nord: clima rigido, cuori freddi.

Freddo; tormenta; animali feroci nella foresta. È una vita dura. Abitano in case di legno, scure e annerite di dentro. Dietro a una candela sgocciolante ci sarà una rustica icona della vergine, un cosciotto di maiale appeso a stagionare, dei funghi legati a una cordicella a essiccare. Un letto, uno sgabello, un tavolo. Vite grame, brevi, povere.

Il Diavolo, per la gente che vive in quei boschi, lassù, non è meno vero di te o di me. Anzi, noi non ci hanno mai visti, né tanto meno sanno della nostra esistenza, il Diavolo invece lo intravedono spesso nei cimiteri, quei desolati e suggestivi villaggi di morti dove ritratti naïf dei deceduti segnano le tombe e nessuno vi può deporre qualche fiore, perché i fiori là non crescono e la gente vi lascia piccole offerte votive, minuscoli pani, qualche volta un dolce, che gli orsi, barcollando dai margini della foresta, vengono a rubare. A mezzanotte, specialmente le notti di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic nei cimiteri; e in quelle occasioni dissotterrano cadaveri ancora tiepidi e li mangiano. Chiunque te lo può confermare.

Collane di aglio appese alle porte tengono lontani i vampiri. Se, nella notte di San Giovanni, un bambino con occhi azzurri nasce girato al contrario, dicono che avrà il dono della divinazione. Quando scoprono una strega – qualche vecchia che fa stagionare il suo cacio mentre i vicini non riescono, o qualche altra con un gatto nero che, oh, sinistro presagio! la segue dovunque, denudano l’infame, vanno a caccia dei segni, quel terzo capezzolo che il demone al suo servizio succhia. In breve lo trovano. E poi la uccidono a sassate.

Inverno e clima rigido.

Vai a trovare la nonna, che è stata malata. Portale i biscotti d’avena che per lei ho cotto sulla piastra del forno e una terrina di burro.

Obbediente la bimba fa come le ordina la madre – cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non allontanarti dal sentiero, ci sono gli orsi, il cinghiale, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia di tuo padre; sai come usarlo.

Per ripararsi dal freddo la bimba indossava un cappotto di pelle di montone indurita, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, tuttavia avrebbe dovuto stare in guardia, sempre. Quando udì l’urlo agghiacciante del lupo lasciò cadere i doni, afferrò il coltello e si volse verso la bestia.

Era enorme, gli occhi rossi, le fauci grigie grondanti bava; chiunque all’infuori del figlio di un montanaro sarebbe morto di spavento alla sua vista. Le si avventò alla gola, come fanno i lupi, ma lei gli vibrò un poderoso fendente con il coltello di suo padre e gli mozzò la zampa destra anteriore.

Quando si rese conto di ciò che gli era successo, al lupo scappò un mugolio, quasi un singulto; sono meno coraggiosi di quanto sembri, i lupi. Sconsolato si allontanò tra gli alberi zoppicando, così come poteva su tre zampe, lasciandosi alle spalle una traccia di sangue. La bimba ripulì la lama del coltello sul grembiale, ravvolse la zampa del lupo nella tela che la mamma aveva usato per i biscotti d’avena e proseguì alla volta della casa della nonna. In breve cominciò a nevicare così forte che il sentiero e qualsiasi orma, traccia o pista avessero potuto segnalarlo furono coperte.

(Angela Carter, “Il lupo mannaro”, in La camera di sangue, tr. Barbara Lanati, Feltrinelli, 1979)

La foto di Angela Carter proviene dal Fay Godwin Archive presso la British Library.

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Nicoletta Vallorani è nata nelle Marche nel 1959 e vive a Milano, dove insegna Letterature Inglese e Angloamericana all’Università statale. Ha pubblicato romanzi distopici (p.es. Eva, 2002), noir (p.es. Le madri cattive, 2011) e romanzi per ragazzi (Come una balena, 2000). Il cuore finto di DR, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Premio Urania nel 1993, mentre Le madri cattive si è aggiudicato il Premio Maria Teresa Di Lascia nel 2012. È tradotta in Francia da Gallimard e in Inghilterra da Troubador Publishing. È presidente dell’associazione culturale Tessere Trame (www.tesseretrame.com) e ideatrice del Progetto Docucity. Documentare la città. Insieme a Barbara Garlaschelli e Raffaele Rutigliano, cura la collana Sdiario, con le Edizioni del Gattaccio.

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