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Vanni Santoni sceglie Rimbaud

Vanni Santoni, romanziere ed editor, è stato assieme a Gregorio Magini ideatore e coordinatore dell’esperimento di narrativa Scrittura Industriale Collettiva che ha prodotto il romanzo sulla Resistenza In territorio nemico (Minimumfax, 2013). La sua prima opera è Personaggi precari, un’idea multiforme che ha trovato ben tre progressive incarnazioni editoriali. Per PULP LIBRI ha scelto una prosa poetica di Arthur Rimbaud.


Arthur Rimbaud, Harar, 1883

Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.

Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di pazzia; cerca egli stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Egli giunge infatti all’ignoto! Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, sbigottito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrebbe pur viste!

dalla Lettera del veggente di Arthur Rimbaud (Feltrinelli, tr. Ivos Margoni)

 

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB, 2007; rist. Voland, 2013) ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli, 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori, 2013-14), Muro di casse (Laterza, 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, candidato al Premio Strega), L’impero del sogno (Mondadori 2017).

Dirige la narrativa di Tunué e scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è I fratelli Michelangelo (Mondadori, 2019).

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Baldanzi sceglie Steinbeck

 

Paragrafi d’autore: questa volta è il turno di Simona Baldanzi che per la rubrica ha scelto di parlarci di John Steinbeck, uno scrittore determinante per la sua formazione e per la sua attenzione non comune verso i disagiati, le classi minori, i lavoratori.

Ho scelto questi pezzi tratti da alcuni libri di John Steinbeck perché descrivono bene i sentimenti della working class, come singoli e come massa. La paura, il terrore, lo scontento, la rabbia, l’inquietudine, l’amarezza, diventano forze propulsive, di cambiamento, ma anche di distruzione, di sfaldamento, di sconfitta. Il delicato equilibrio della lotta di classe, di sentirsi un pezzo, di portarsi addosso la solitudine e la collettività. Da questi pezzi si sente la pancia, le condizioni materiali e il pensiero, l’elaborazione del pensiero, la difficoltà di costruirlo, di definirlo, come tante questioni lavorano dentro, si modificano. Leggendo Steinbeck ho avvertito dentro anch’io la necessità di raccontare i lavoratori, gli emarginati, chi si sposta per necessità di un futuro migliore, scrivere di loro, ma col continuo dubbio di tenere in mano uno strumento, quello della scrittura, da secoli in mano al potere, a chi porta via, non a chi subisce. La difficoltà di raccontarli per quello che sono, nella forza, nell’eroismo e nella debolezza, crudeltà, disfatta.

Simona Baldanzi

 Furore (Traduzione integrale di Sergio Claudio Perroni, Bompiani)

“Ho imparato a scrivere che manco te l’immagini. Pure uccelli e roba così, mica solo a scrivere parole. Chissà come ci resta male il mio vecchio appena gli faccio un uccello con una botta di matita. Capace che diventa una bestia se mi vede che faccio una roba così. Non gli piacciono queste cose da ricchi. Non gli piace manco scrivere le parole. Gli mette paura, mi sa. Ogni volta che Pa’ ha visto roba scritta era qualcuno che gli portava via qualcosa”. (pag. 76)

Gli è venuta quell’aria calma di quando muore qualcuno. (pag. 102) 

“E mi sono messo a pensare, ma non era proprio pensare, andava più giù di quando pensi. E mi sono messo a pensare ch’eravamo tutti anti quand’eravamo una cosa sola, e l’umanità era santa quand’era una cosa sola, e l’umanità era santa quand’era una cosa sola. E non era più santa solo quando un povero disgraziato si pigliava il morso tra i denti e se ne scappava per conto suo, scalciando e tirando e lottando per conto suo. Quelli come lui guastano tutta la santità. Ma quando lavorano tutt’insieme, non un uomo per un altro uomo, ma tutti come se hanno sul collo le corde per tirarsi tutta la baracca…quello sì, quello è santo. E poi mi sono messo a pensare che manco so che voglio dire quando dico santo.” (pag. 115-116)

“Un giorno gli eserciti dell’amarezza andranno tutti nella stessa direzione. E marceranno insieme, e spargeranno un terrore di morte”. (pag. 124) 

“Gente in fuga dallo spavento che ha lasciato dietro di sé…le capitano cose strane, alcune tristemente crudeli e altre così belle da riaccendere per sempre la fede”. (pag. 171) 

Se riusciste a capire questo, voi che possedete le cose che il popolo deve avere, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, se riusciste a capire che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma questo non potete capirlo. Perché il fatto di possedere vi congela per sempre in “io”, e vi separa per sempre dal “noi”.
“Gli stati dell’Ovest sono inquieti alle prime avvisaglie del cambiamento. Il bisogno fa da stimolo all’idea, l’idea all’azione. Mezzo milione di persone che si spostano nel paese, un milione di scontenti pronti a spostarsi; dieci milioni che avvertono i primi sintomi di inquietudine.”
“E trattori che scavano solchi su solchi sulle terre abbandonate”. (pag. 213)

E poiché tutti loro erano sperduti e confusi, poiché tutti loro venivano da un luogo di amarezza, affanno e sconfitta, e poiché tutti loro erano diretti verso un luogo nuovo e misterioso, si raccoglievano insieme; parlavano insieme; mettevano in comune le loro vite, il loro cibo, e le cose che speravano di trovare nella nuova terra. Così poteva succedere che una famiglia si accampasse vicino a una sorgente, e un’altra si accampasse lì sia per la sorgente sia per la compagnia, e una terza perchè due famiglie avevano collaudato il posto e l’avevano trovato buono. E al tramonto si ritrovavano raccolte lì venti famiglia e venti macchine. Di sera avveniva una cosa strana: le venti famiglie diventavano una famiglia, i figli diventavano figli di tutti”. (pag. 270)

“Poi un giorno si cambia, e da quel giorno una morte è un pezzo di tutte le morti, e una nascita è un pezzo di tutte le nascite, e nascere e morire sono due pezzi della stessa cosa. Allora le cose non stanno più da sole. E un male non fa più tanto male, perchè non è più un male che se ne sta da solo, Rosasharn. Vorrei dirtelo più chiaro per fartelo capire, ma non lo so fare”. (pag. 292-293)

“Le preghiere il lardo non te lo danno. Per riempirti la pancia ci vuole il maiale”. (pag. 348)

“Non riusciranno a spazzarci via. Noi siamo tosti, noi andiamo avanti”.
“E ci pigliamo un sacco di bastonate”.
“Lo so” Ma’ ridacchiò. “Magari è quello a farci forti. I ricchi germogliano e muoiono, e hanno figli che non valgono niente, sono piante che appassiscono. Ma noi no, Tom: noi non possiamo finire. Sta tranquillo, Tom. Ora le cose cambiano.”
“Come fai a saperlo?”
“Come non lo so, ma lo so.” (pag. 391)

E tutti ascoltavano, e i loro volti erano sereni nell’ascolto. I raccontatori, rastrellando attenzione per le loro storie, usavano toni eroici, usavano parole eroiche, perché quelli erano racconti eroici, e chi li ascoltava si sentiva eroico grazie a loro. (pag. 453)

È roba che ti pesa addosso. Cercare qualcosa quando sai che non la trovi. (pag. 487)

“Le rogne nascono tutte dal bisogno. Io non ce l’ho ancora tutto chiaro. Ma la questione è che un giorno ci hanno dato dei fagioli malandati. Uno s’è lamentato, e non è successo niente. Allora s’è messo a urlare. Il secondino viene, da’ un’occhiata e se ne va. Allora s’è messo a urlare un altro e alla fine, amico mio, ci siamo messi a urlare tutti quanti. E urlavamo tutti con la stessa voce, così forte ch’era come se la cella stava scoppiando. Perdio! Allora sì ch’è successo qualcosa! Quelli sono arrivati di corsa e ci hanno dato dell’altra roba da mangiare…e non era malandata, capisci?” (pag. 531)

 E quando gli uomini erano in gruppo, la paura spariva dai loro volti e la rabbia prendeva il suo posto. E le donne sospiravano di sollievo, perché capivano che andava tutto bene: il crollo non c’era stato; e non ci sarebbe mai stato nessun crollo finché la paura fosse riuscita a trasformarsi in furore. (pag. 605)

 Peggio stiamo e più tocca che ci diamo da fare. (pag. 619)

 La battaglia (Traduzione di Eugenio Montale, Bompiani)

“Che genere di sentimenti?”
“ È difficile a dirsi, giovanotto. Sapete prima che l’acqua si metta a bollire quel palpito che ha? È un sentimento di questa specie. Sono stato tutta la vita bracciante giornaliero. Non c’è un ordine in ciò che dico. È come l’acqua prima che si metta a bollire”. I suoi occhi erano scuri e fissi nel vuoto. Alzò la testa, in modo che due strisce di pelle si formarono tra il mento e la gola. “Forse sarà per la troppa fame che s’è fatto. O per i calci di troppi padroni. Non lo so ma lo sento nella pelle.” (pag. 78)

“Tutti gli smarrimenti e gli errori della storia sono dovuti a uomini pratici che guidano uomini con stomachi”. (pag. 155)

“Ora che la furia era passata gli scioperanti si sentivano come avvelenati dalla loro stessa collera, indeboliti. Uno di loro si mise la testa fra le mani come se gli dolesse forte”. (pag. 186)

“Non cervello, Jim, non ci vuole cervello. È una cosa che lavorerà dentro, a loro insaputa. Lo sapranno senza pensarci mai”. (pag. 321)

L’inverno del nostro scontento (Traduzione di Luciano Bianciardi, Bompiani)

“Non è che un uomo finisca fuori combattimento, ossia, dico, un uomo si batte contro le cose grosse. Ma quel che l’uccide è l’erosione; a furia di colpetti finisce al tappeto. A poco a poco si impaurisce. E io ho paura. La società elettrica di Long Island può tagliarmi i fili. Mia moglie ha bisogno di vestiti. E i figlioli…scarpe, divertimenti. E se non potessi dar loro un’istruzione? E i conti ogni mese e i denti, e l’operazione alle tonsille, e oltre tutto, mettiamo che io mi ammali, e che non possa più spazzare questo marciapiede! Certo che lei non capisce. È una cosa lenta. Rode dentro. Io non riesco a pensare oltre la rata del frigorifero, il mese prossimo. Odio il mio lavoro e ho paura di perderlo. Lei queste cose come potrebbe capirle?” (pag. 22)

“Le comunità, come le persone, hanno periodi di salute e periodi di malessere, e anche di giovinezza e di vecchiaia, di speranza e di sconforto”. (p. 191)

“Ho bisogno di qualcosa da odiare. Che mi faccia scontento e comprensivo, ecco. Cerco un odio vero, che mi calmi”. (pag. 290)

 

Simona Baldanzi, nata a Firenze nel 1977. Tra i suoi romanzi Figlia di una vestaglia blu (2006, Fazi; Editore Alegre 2019), Bancone verde menta (2009, Elliot), l’inchiesta Mugello sottosopra (2011, Ediesse), Maldifiume, acqua, passi e gente d’Arno (Ediciclo, 2016). Alcuni suoi racconti sono apparsi su quotidiani e antologie, fra cui “Padre” (Elliot, 2009), “Decameron 2013” (Felici, 2013), “Toscani Maledetti” (Piano B, 2013) e “Pensiero Madre” (NEO, 2016).

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Paragrafi d’autore: Adan Zzywwurath sceglie Herman Melville

Mancava, alla nostra galleria di paragrafi esemplari di grandi autori del passato scelti da scrittori di oggi, l’immenso Herman Melville; a proporci il finale del suo Moby Dick, Adan Zzywwurath, pseudonimo di un poliedrico personaggio che scoprirete in fondo a questa pagina – e Adan ci ha anche fatto avere un suo commentario al passo di Melville, che vi proponiamo volentieri.

Epilogo

E io  tutto solo sono scampato per rapportartelo
Giobbe

Il dramma s’è concluso, perché allora qualcuno si fa avanti?… Perché uno è sopravvissuto al naufragio.

Si dà il caso che dopo la sparizione del Parsi fossi io quello designato dalle Parche a prendere il posto del prodiere di Ahab, quando quel prodiere assunse il posto vacante; sempre io quello che, quando l’ultimo giorno i tre uomini vennero sbalzati fuori dalla lancia squassata, ripiombò a poppa. Così, galleggiando ai margini della scena che seguì, proprio sotto i miei occhi, quando il risucchio affievolito della nave mi raggiunse, venni allora, ma a rilento, trascinato verso il gorgo che si richiudeva. Quando lo raggiunsi era ridotto a una pozza spumosa. In tondo in tondo, allora, sempre più restringendomi verso la nera bolla simile a un bottone, asse di quel cerchio in lenta rotatoria girai, novello Issione. Toccato ch’ebbi quel centro vitale, la bolla nera esplose verso l’alto ed ecco che, sprigionata dall’ingegnosa molla, la bara salvagente, risalendo con grande impeto dovuto alla grande spinta di galleggiamento, schizzò fuori dal mare a perpendicolo, ricadde e mi fluttuò accanto. Tenuto a galla da quella bara per quasi un giorno e una notte interi, fluitai cullato dal sommesso canto funebre del pelago. Accanto mi guizzavano innocui gli squali, quasi avessero il lucchetto alla bocca; rostro inguainato, planavano i selvaggi falchi marini. Il secondo giorno un veliero si portò vicino, sempre più vicino e alla fine mi raccolse. Era la “Rachele” che, incrociando erratica a ritroso alla ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.

FINIS

(Moby Dick, tr. Ottavio Fatica, Einaudi, )

“Uomo in Mare!”

(Excursus in forma di pittura)

di Adan Zzywwurath

I. È nel naufragio che si conosce il Mare.

Perciò: la quintessenza d’ogni pittura marinara è l’ex voto.

Come il finale resoconto di Ishmael, in Moby Dick, insegna, il punto di vista genuinamente “marino”, mi pare, è sempre quello: da vittime, o da scampati. All’inabissamento, alla catastrofe mitica, all’attacco infero.

Negli ultimi duemila anni la forma ex-voto non si è molto evoluta, tra i cristiani, e può riassumersi così: nella parte inferiore del dipinto c’è il mare – decisamente in burrasca. Tra le onde, un uomo – quasi sempre –, o una donna, meno spesso – che annega; o una nave che già protende la chiglia per sprofondare nei gorghi; oppure una barca, o zattera, o “bara salvagente”, popolata da uno o più sciagurati che boccheggiano. Nella parte superiore il quadro è illuminato da una coccarda luminosa al cui centro compaiono: una sola persona della Trinità (Gesù, difficilmente le altre due), oppure la Vergine (da sola o col Figlio), oppure uno o più Santi, o in alternativa un emissario qualificato appena fuoriuscito dal Paradiso (un Angelo custode, un Cherubino, un Arcangelo).

Quello squarcio tra le nubi disperate è l’effetto-laser della preghiera puntata dai derelitti contro il Cielo.

All’origine della pittura marinara, subito dopo l’ex voto (ma con la stessa ammirazione per l’intervento divino nella Storia), porrei la rappresentazione del mare come teatro delle grandi battaglie navali. Il mare solcato da armi e galee, il mare che rimbomba di tamburi che danno il ritmo ai forzati rematori, che ruggisce di catapulte gravide di proiettili, che si infiamma di fuoco bizantino, che stride di rostri che penetrano e sbuzzano gli scafi.

Tragedie e guerre si addicono al mare.

Il mare sospende ogni diritto.

Il fiume è dei mercanti, il mare è dei pirati. Si riconosce subito una cultura fluviale, e come e quanto si discosta da una marinara. Basti pensare alle pitture murarie egiziane, ai loro tiepidi vascelli – sembrano fatti di carta pergamena –, che placidamente scendono il Nilo. Incanalato nella corrente del fiume, il commerciante, il notabile locale conservano ogni potere, ogni privilegio dovuto al sopruso. In mare, invece, persino il Re e i suoi eredi possono essere assaliti, rapiti, incatenati, da predoni meglio equipaggiati e armati delle navi che debbono proteggerli.

Victor Hugo: L’Onda

II. Anche le credenziali bibliche sono pessime. Si controllino, per questo, le fonti scritturali di Herman Melville.

In Giobbe (12, 7) il Mare è un Mostro, e come tale va tenuto a guardia. I Salmi e Giovanni ce lo rappresentano come la casa del Leviatano, padre archetipo di tutte le creature più diaboliche.

Dappertutto, nella Scrittura, quando Dio è ostile all’uomo, evoca il Mare per spaventarlo, o minaccia naufragi e inondazioni per atterrirlo. Il Mare s’erge come ostacolo agli Ebrei in fuga dagli Egiziani: è il limite d’ogni speranza. Per riaccedere alla Terra Promessa, non bisogna navigarlo, ma evaporarlo, spaccarlo in due con un’invisibile ascia divina.

L’Apocalisse (XXI, 1), poi, maledice: nella Terra salvata e rinnovata dal secondo avvento di Cristo, non ci sarà posto per il Mare. Perché tanto odio da parte di Giovanni?  Risponde, forse, quell’altro verso ebbro, che, sempre nell’Apocalisse (XX, 13), vaticìna: “Il Mare restituirà i Morti”…

Il Mare è, per l’uomo mediterraneo che si affaccia con orrore sulle sue bellezze, un insaziabile, immane “Obitorio sommerso”.

Il Mare è la più grande cosa morta che si muova. Lo solcano fantasmi di velieri e spettri melvilliani di balene. Lo infestano, nelle profondità più inaccessibili, gli ossari di miriadi di navigli inabissati, i resti di milioni di affogati.

III . L’esatto contrario di quanto si vede festeggiare negli ex-voto è la tragedia incomprensibile dell’annegamento. Se il salvataggio divino non funziona, che succede?

Creature umane affondano, soffocano, vengono risucchiate nell’abbraccio di una placenta innaturale, giù, sempre più giù, nell’indifferenza del pesce, della seppia, di cui mimano il destino rovesciato. Stavolta è il Mare che prende noi nella sua rete.

Un vasto Purgatorio, senza pace, attende chi affoga.

Se non riaffiorano, gli annegati non otterranno mai una onorevole sepoltura cristiana: di conseguenza, le cronache e le tradizioni dei Paesi cattolici si sono sempre occupati di loro con trepidazione. Indegni del riposo eterno, questi morti – si racconta –, come larve, come fuochi, appaiono sulla tolda delle imbarcazioni, per mendicare una prece.

È persino peggio quando il Mare restituisce i loro corpi. Accade, raramente. Non è superstizione: certi annegati, tirati a riva cadaveri, issati sul ponte di navi o pescherecci, mostrano, sull’epidermide, l’impronta viva di una mano.

Il fatto, in sé raccapricciante, ha trovato una spiegazione leggendaria, ancora più orrorifica.

disegno di Raemaekers

Quando un uomo o una donna affogano, e gridano, annaspando tra i flutti, attirano qualcuno, un Abitatore delle Acque, che ha forma umana. Costui li attanaglia, con una presa tanto ferrea da lasciare un’orma profonda sulla loro pelle; poi, così artigliate, trascina le sue vittime nella fossa di mare più profonda.

Giunto laggiù – dice la credenza popolare –, quest’orrido tritone svuota i suoi cadaveri: estrae da loro l’Anima immortale, per riporla in certi vasi capovolti, da cui nessuno spirito potrà mai più sfuggire. I corpi inanimati, invece, li lascia andare e piano piano, quelli risalgono, leggeri, in superficie.

Secondo le tradizioni più squisitamente marinare, l’Uomo delle Acque, il ghermitore e custode d’annegati, è un Vecchio senza Testa. Così che si ha un bel scrutare il Mare, con apprensione o angoscia, nell’ansia di vederlo apparire durante le sue imprese predatorie. Pur essendo perennemente in agguato, presente e prossimo al punto che potremmo udirne il respiro affannoso, il Vecchio non si mostra mai ai testimoni; perché nulla di lui emerge dalla superficie delle acque. L’Uomo è senza testa.

A volte, favoriti dalla luce tagliente, ci pare di veder affiorare dai marosi la sua mano avida, unghiuta, insanguinata. Ma è un’illusione.

Come è avvenuto che, essendo privo di lineamenti, il Pescatore d’Affogati sia stato riconosciuto anche come “Vecchio”, è un cospicuo mistero.

IV. È probabile – lo apprendiamo da Alberto Savinio (Nuova Enciclopedia) – che “Mare”, nel significato originario, voglia dire “cosa morta, dalla radice Mar, morire”, in sanscrito Maru, che di solito va tradotto con “deserto”.

L’etimo congiunge quindi i due estremi: la massa diluviante d’acqua degli oceani, e le sterminate, desolate regioni del pianeta prive d’acqua; il mare senza sabbia e la sabbia senza mare.

Entrambi “deserti” di uomini e di vita “in superficie”, e quindi: analoghi, simili al mondo infero della morte, che tutto inghiotte e occulta nei suoi abissi.

Il Mare come le dune di polvere – ustionate dal sole, scheggiate dal vento incessante –, è fonte di miraggi, di illusioni; come la sabbia mobile è subdolo e invitante. Quando si apre? Per accogliere nelle sue viscere gli affogati, per digerire zattere e relitti, per vomitare mostri sulla costa. Il mare tutto spazza, ingurgita, spolpa e ripulisce, proprio come la morte: e se fosse per lui, proprio come la morte, non restituirebbe nessuno.

Klinger  (si salva solo un guanto)

 

V. Tra tutti gli epitaffi che ingombrano l’epigrafia antica, mi è particolarmente caro uno, in forma di preghiera, con cui, mentre la sua nave colava a picco, un marinaio punico nobilitò i suoi ultimi istanti. Lo trovo citato in Borges (Sette Notti).

Dice: “O Madre di Cartagine, restituisco il remo”.

È anch’esso un ex voto, ma stavolta l’uomo, che tra poco lascerà la vita, non si rivolge ad altra Divinità che non sia il Mare. Per placarlo e chiedere quiete, non salvezza.

Socchiudiamo il Libro del Tao, per leggere: “Quando le creature hanno avuto il lor rigoglio, / ciascuna fa ritorno alla sua radice. / Tornare alla radice è quiete, / il che vuol dire restituire il mandato, / restituire il mandato è eternità […]”

Fin’allora saldo nelle correnti, impavido nelle tempeste, vigoroso nelle bonacce, l’umile marinaio di Cartagine ha governato il suo destino mulinando e timonando il remo dove la propria volontà o quella del padrone lo portava. Ma adesso, morendo, rende le insegne e accetta la deriva.

“Abbandonati al mare senza la nave, il mare ti dirà che cosa sei” – ha verseggiato ‘Attar, nel suo Poema Celeste.

È lo stesso compito sovrano, credo, che ha la Morte, per tutti noi.

Più misericordioso della Cristianità, ha fede, l’Islam, che il moto del Mare equivalga a una preghiera, incessante, che esalta il Signore Iddio.

Per questo, immagino, è così difficile rappresentare il Mare in una pittura che non sia, anche, un ex voto.

O in un racconto che non sia, anche, soprannaturale. E, in casi obbligati, un racconto dell’Orrore.

 

Con lo pseudonimo di Adan Zzywwurath, Franco Porcarelli (1952) ha pubblicato due romanzi: il primo, Il matrimonio del Mare e dell’Inferno è uscito a puntate nel 1980 sul quotidiano Il Manifesto, e poi in volume (Manifestolibri, 2003). Il secondo romanzo, Khalulabìd o il Sogno dei Dieci Re è stato pubblicato nel 1984 su Il Manifesto e poi in volume nel 2004 (Manifestolibri). A questi si aggiungano le raccolte di racconti L’ultimo caso del piccolo Lama Nanguj (Theoria, 1986) e Diario della Letteratura perduta (manifestolibri, 2003). Alla fine del 2018 è uscito il suo ultimo libro: la Fantaenciclopedia, “Dizionario di Idee Perdute, Racconti Insoliti e Curiosi e Fatti della Storia Negletti e Perturbanti”  (Manifestolibri).

Franco Porcarelli è stato anche, per circa quarant’anni, un giornalista della RAI. Ha prodotto e curato circa 300 film, fiction e documentari. Ha scritto, e scrive, copioni teatrali, sceneggiature per film, per la TV, per i fumetti (ha creato, con Mauro Cicaré, il personaggio Fuori di Testa per la rivista il Grifo), e ha pubblicato un saggio su un genio dei cartoni animati: Tex Avery (Il Grifo, 1994).

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Paragrafi d’autore: Coscia sceglie Čechov

Abbiamo seguito l’attività di saggista di Fabrizio Coscia, anche memori dei suoi interessanti esordi come romanziere; e ci è sembrato giusto affidare a lui la scelta dei paragrafi d’autore di questo mese. E la scelta è stata russa, andando a cadere su un maestro assoluto della narrativa breve che era anche un eccezionale drammaturgo: Anton Čechov.

Lui e Anna Sergeevna si amavano come persone molto intime, vicine, come marito e moglie, come teneri amici; sembrava loro che il destino stesso li avesse predestinati l’uno all’altra, e riusciva incomprensibile perché lui fosse ammogliato e lei maritata; erano come due uccelli di passo, maschio e femmina, che fossero stati catturati e costretti a vivere in gabbie separate. Si erano perdonati a vicenda ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si perdonavano tutto nel presente e si sentivano entrambi cambiati da questo loro amore. Prima, nei momenti tristi, egli si calmava con ogni sorta di ragionamenti che gli venissero in mente, ora invece era poco incline ai ragionamenti, provava una profonda compassione, voleva essere sincero, tenero…
– Smettila, mia cara, – diceva. – Basta piangere… Adesso parliamo un po’, qualcosa troveremo.
Quindi si consultavano a lungo, parlavano di come liberarsi della necessità di nascondersi, di ingannare, di vivere in città diverse, di non vedersi per lunghi periodi. Come liberarsi di queste insopportabili pastoie?
– Come? Come? – chiedeva lui, prendendosi la testa tra le mani. – Come?
E sembrava che sarebbe bastato ancora poco e la soluzione si sarebbe trovata, e avrebbe avuto allora inizio una vita nuova e meravigliosa; e ad entrambi era chiaro che la fine era ancora molto, molto lontana, e che la parte più complicata e difficile era appena iniziata.

(“La signora col cagnolino” di Anton Čechov, edizioni e/o, tr. Raffaella Belletti)

Fabrizio Coscia (1967) è nato a Napoli, dove vive e insegna. È critico letterario e teatrale, collabora al quotidiano Il Mattino e alla rivista Nuovi Argomenti. Ha pubblicato il romanzo Notte abissina (Avagliano, 2006), la raccolta di saggi narrativi Soli eravamo e altre storie (ad est dell’equatore, 2015) La bellezza che resta (Melville Edizioni, 2017), Dipingere l’invisibile. Sulle tracce di Francis Bacon (Sillabe, 2018) e I sentieri delle Ninfe. Nei dintorni del discorso amoroso (Exòrma). Alcuni testi tratti da Soli eravamo sono stati tradotti in inglese e pubblicati su riviste letterarie internazionali.

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Calligarich sceglie Hemingway

Questa volta è una figura di narratore poliedrico come Gianfranco Calligarich, scrittore e sceneggiatore per il piccolo e grande schermo, a scegliere come modello di prosa tre paragrafi tratti da tre diverse opere di Ernest Hemingway, e a presentarle con un breve e penetrante commento.

Hemingway era fragile e sentimentale e tutta la sua breve, intensa vita di scrittore e spaccone ne è la prova. La sua spacconeria non è infatti altro che il suo modo di reagire alla fuggevolezza dell’esistenza. Cosa lampante, più che nei romanzi, nei suoi racconti. Dove, non costretto dalla necessità di una trama, sceglie la brevità e la scarnificazione dei fatti abolendo tutto quello che potrebbe offuscare l’inconfutabile dato di fatto che la vita è solo un attimo nell’implacabile scorrere del tempo. Racconti che altro non sono che lucidi momenti del suo essere di passaggio e a fare di te che lo leggi il suo complice senza riuscire a sottrarti alle sue descrizioni di bar, strade, città, guerre e arene di corride che si porterà dietro quando anche lui se ne andrà come le foglie in autunno.

Ecco l’incipit di Addio alle Armi.

Sul finire dell’estate di quell’anno eravamo in una casa in un villaggio che al di là del fiume e della pianura guardava le montagne. Nel letto del fiume c’erano sassi e ciottoli asciutti e bianchi sotto il sole e l’acqua era limpida e guizzante e azzurra nei canali. Davanti alla casa passavano truppe che scendevano lungo la strada e la polvere che sollevavano copriva le foglie degli alberi. Anche i tronchi degli alberi erano polverosi, e le foglie caddero preso quell’anno, e si vedevano truppe marciare lungo la strada e la polvere che si sollevava e le foglie che, mosse dal vento, cadevano e i soldati che marciavano, poi la strada era nuda e bianca se non per le foglie.

(Addio alle armi, Mondadori, p. 17, tr. Fernanda Pivano)

E, le foglie, rieccole nell’Inserviente del Vagone Letto, capitolo di un libro che non avrebbe mai concluso.

Quando è il vento a farle volare via dagli alberi, le foglie secche sono allegre ed è piacevole camminarci sopra, e gli alberi rimangono se stessi soltanto che non hanno foglie. Ma quando è la pioggia, a farle cadere, sono morte e bagnate e piatte sul terreno e gli alberi sono cambiati, bagnati e ostili.

(“L’Inserviente del Vagone Letto”, I Meridiani Mondadori, p. 851, tr. Bruno Oddera)

E poi in Festa Mobile.

Quando tornammo a Parigi, il tempo era sereno, freddo e delizioso. La città si era organizzata per l’inverno, c’era della buona legna in vendita nel negozio di legna e carbone dall’altra parte della strada e c’erano bracieri fuori dai caffè cosi che si poteva stare al caldo sulle terrazze. Il nostro appartamento era caldo e allegro. Bruciavamo boulets, che erano pezzi di carbone a forma di uovo, sulla legna da ardere e per le strade la luce invernale era meravigliosa. Ci si abituava a guardare gli alberi spogli contro il cielo e si camminava sui sentieri di ghiaia lavati di fresco dei giardini del Lussemburgo nel vento terso e pungente. Gli alberi erano sculture senza foglie, quando ci si era riconciliati con essi, e i venti invernali soffiavano sulla superficie degli specchi d’acqua e le fontane si increspavano nella luce trasparente. E tutte le distanze erano brevi perché arrivavamo dalle montagne.

(Hemingway di Anthony Burgess, Editoriale Nuova, p. 188, tr. Patrizia Aluffi)

E così questo lui ti dice sostanzialmente nella sua lucida e sentimentale vulnerabilità. Che mondo e vita sono fantastici finché siamo in grado di stare sull’albero. Se no meglio il fucile.

Gianfranco Calligarich è nato ad Asmara nel 1947. Nel 1973 vince il Premio Inedito con il romanzo L’ultima estate in città (Garzanti, 1973; Bompiani, 2016). Per molti anni lavora come sceneggiatore per il cinema (Città violenta, La polizia ha le mani legate) e la televisione (Storia di Anna, Ritratto di donna velata). Negli anni Novanta vince il Premio Istituto del Dramma Italiano con il testo Grandi Balene. Ha scritto i romanzi Posta prioritaria (Garzanti, 2002; Bompiani, 2014); Privati abissi (Fazi, 2011; Bompiani, 2018); Principessa (Bompiani, 2013); La malinconia dei Crusich (Bompiani, 2016); Quattro uomini in fuga (Bompiani, 2018).

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Roggeri sceglie Brontë

Vanessa Roggeri propone alcuni paragrafi di Villette, pubblicato da Charlotte Brontë nel 1853. Pubblicato in Italia nel 1960, vanta diverse edizioni con titoli molto diversi: Collegio femminile, L’angelo della tempesta, Miss Lucy. Gli estratti qui presentati sono stati tradotti da Simone Caltabellotta.

Come facevano i servitori di locanda e le cameriere di bordo a capire alla prima occhiata che io, per esempio, ero una persona di rilievo sociale insignificante e poco fornita di denaro? Evidentemente lo sapevano; mi rendevo perfettamente conto che tutti, dopo il calcolo d’un attimo, mi attribuivano il medesimo esiguo valore; non mi nascondevo ciò che doveva indicare, eppure, anche sotto questo peso, seppi mantenere abbastanza alto il morale. (p. 90)

Finita la colazione, era necessario muoversi di nuovo, ma in quale direzione? “Va’ a Villette!”, mi disse una voce interna, suggerita senza dubbio dal ricordo di una frase sbadata pronunciata in tono leggero e a caso da Miss Fanshawe, mentre mi salutava […]
La distanza era di quaranta miglia. Sapevo che stavo afferrandomi a dei fuscelli, ma nell’oceano immenso e periglioso in cui mi trovavo mi sarei afferrata anche a una ragnatela. (p. 91)

Una continua crociata contro l’amour-propredi qualsiasi essere umano, escluso il suo, costituiva la mania di questo capace, ma irascibile e avido ometto. Provava un gran gusto a esibire in pubblico la propria persona, ma un enorme fastidio quando chiunque altro a sua volta si esibiva. Domava, metteva a tacere quando poteva e quando non poteva ribolliva come una tempesta imbottigliata.
La sera precedente il giorno degli esami passeggiavo nel giardino come tutti gli insegnanti e le allieve. M. Emanuel si unì a me nell’alléedéfendue; aveva il suo sigaro tra le labbra; il suo paletot pendeva scuro e minaccioso; la nappa del suo bonnetgrec gli oscurava austeramente la tempia destra; i suoi baffi neri si attorcigliavano, simili a quelli di un gatto arrabbiato; una nube oscurava il luccichio azzurro dei suoi occhi. (p. 209)

Dirò di più. Sono profondamente convinta che esistono alcuni esseri nati, cresciuti e guidati in modo tale, dalla morbida culla fino alla tomba placida e tardiva, che nessuna sofferenza troppo grande s’introduce mai nella loro sorte, e nessun buio tempestoso incombe sul loro viaggio. E spesso non si tratta di essere viziati ed egoisti, ma degli eletti della natura, armoniosi e benigni; uomini e donne, miti e caritatevoli, buoni agenti dei generosi attributi di Dio. (p. 560)

Il mio spirito irrequieto si era dunque placato ormai? Non ne avevo avute abbastanza di avventure? Non cominciavo a mancare di coraggio, a desiderare la sicurezza di un tetto? No. Odiavo ancora il mio letto nel dormitorio della scuola più di quanto possa esprimerlo in parole: mi afferravo a tutto a tutto ciò che potesse distrarre i miei pensieri. Non so come, avevo anche la sensazione che il dramma di quella notte fosse appena iniziato, che si fosse recitato soltanto il prologo. (p. 586)

Quel lampo d’ira si dileguò molto presto. Monsieur sorrise, dicendomi di asciugarmi gli occhi. Attese in silenzio finché non fui calma, concedendosi solo, di quando in quando, una parola tranquillizzante di conforto. Poco dopo sedevo al suo fianco, tornata in me, rassicurata, non più disperata né afflitta; non più priva di amici e di speranza, non più nauseata dalla vita e desiderosa di morire.
“Dunque l’ha tanto rattristata la perdita del suo amico?”, domandò M. Emanuel.
“Sentirmi dimenticata, Monsieur, mi uccide.” (p. 617)

L’uomo non può fare profezie. L’amore non è un oracolo. La paura a volte fa immaginare cose vane. Quegli anni di assenza! Quanto avevo sofferto prevedendoli! Il dolore che dovevano darmi mi sembrava sicuro come la morte. Conoscevo la natura del loro corso. Il Juggernaut sul suo carro torreggiava lassù col suo peso orrendo. Vedendolo avvicinarsi e affondare le grandi ruote nel suolo, io, la vittima prostrata, sentivo in anticipo quel cigolio mortale. (p. 630)

(da Villette, Fazi, Roma, 1996)

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in Relazioni Internazionali. La sua passione per la scrittura è nata grazie alla nonna che le raccontava favole e leggende sarde. Ha pubblicato per Garzanti Il cuore selvatico del ginepro (2013) e Fiore di fulmine (2015); nel 2018 ha pubblicato per Rizzoli La cercatrice di corallo. A gennaio 2019 ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura e Giornalismo Alghero Donna. Attualmente è editorialista per il quotidiano La Nuova Sardegna.

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Terranova sceglie Bufalino

Questa puntata della nostra Rubrica la potremmo chiamare tranquillamente “genealogie siciliane”; abbiamo la messinese Nadia Terranova che rende omaggio al comisano Gesualdo Bufalino. Ma è anche il nostro modo di rendere omaggio alla più letteraria delle isole italiane.

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta; e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.

Ballavo male, nel cinquantuno. Non che avessi mai ballato bene sin dal principio. Tuttavia coi tanghi figurati e le polche qualche confidenza me la pigliavo, sbagliavo solo le giravolte. Mentre ora che entrambe le Americhe sbarcavano ogni giorno a decine i nuovi passi e nomi di danze, avevo voglia di esercitarmi davanti allo specchio della pensione, accompagnandomi sfiduciatamente col fischio, avevo voglia… Sulle piste, nelle sale, dovunque mi capitasse di aprire e chiudere a vanvera la forbice delle mie gambe, tutti i sorrisi e gli applausi d’agosto erano per un altro, Liborio Gallo, il virtuoso del bughivù.

Poco male, ero sui trent’anni, allora, uno più uno meno; e, per un motivo che so io, non avevo mai avuto vent’anni. Li ebbi allora all’impensata in regalo da quell’estate, dopotutto m’erano dovuti.

Ora, io non permetterò a nessun sapientone di Francia di venirmi a dire che non si è felici a vent’anni, per tardivi e posticci che siano. Anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello, con la voce che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza.

(Da Argo il cieco o i sogni della memoria, Sellerio, 1984, pp. 13-14)

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha pubblicato i romanzi Gli anni al contrario (2015; vincitore, tra gli altri, il Premio Bagutta Opera Prima, il Premio Brancati, il Premio Bergamo e The Bridge Book Award) e Addio fantasmi (2018), entrambi per Einaudi Stile Libero. È anche autrice di diversi libri per ragazzi, fra cui Bruno il bambino che imparò a volare, sulla storia di Bruno Schulz (Orecchio acerbo, 2012; vincitore del Premio Napoli e del Premio Laura Orvieto), Le nuvole per terra (Einaudi Ragazzi, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016). Collabora con la Repubblica e il Foglio. È tradotta in diverse lingue europee e in corso di traduzione negli Stati Uniti.  

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Paris sceglie Proust

Al tempo della sua vita cartacea, PULP Libri ospitava regolarmente la rubrica Il tempo ritrovato, firmata da Renzo Paris; ci sembrava quindi giusto chiedere a lui di proporci i paragrafi d’autore di gennaio, tanto per inaugurare il 2019 in grande stile. Dato il titolo della sua rubrica (che ci manca tanto) e la sua lunga attività di francesista, non sorprende più di tanto che la sua scelta sia ricaduta sull’ultimo volume della monumentale Ricerca del tempo perduto di Marcel Proust: per l’appunto, Il tempo ritrovato. Con tre folgoranti paragrafi, veri aforismi sulla letteratura stessa.

La letteratura che si accontenta di “descrivere le cose” di darcene soltanto un miserevole estratto di linee e di superfici, è quella che, pur chiamandosi realistica, è più lontana dalla realtà, quella che più ci immiserisce e ci intristisce, giacché taglia bruscamente ogni conunicazione del nostro “io” presente col passato, di cui le cose conservavano l’essenza, e con l’avvenire, dov’esse ci stimolano a goderlo di nuovo.

L’unico libro vero, un grande scrittore non ha, nel senso comune della parola, da inventarlo, in quanto esiste già in ognuno di noi, ma da tradurlo. Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore,

Un libro è un grande cimitero dove, sulla maggior parte delle tombe, non si possono più leggere i nomi ormai cancellati.

(Il tempo ritrovato, tr. Giovanni Caproni, Einaudi)

Renzo Paris è nato a Celano nel 1944. Vive a Roma. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Cani sciolti, Ultimi dispacci della notte, La croce tatuata, La vita personale fino a Bambole e schiavi. Ha scritto le vite romanzate di Apollinaire, Silone, Moravia e Pasolini e tre libri di poesie tra cui Album di famiglia. Collabora a Venerdì di Repubblica.

 

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Pugno sceglie Eliot


Per la puntata di dicembre dei
Paragrafi d’autore abbiamo invitato una delle più originali scrittrici italiane, Laura Pugno, che si è avventurata da tempo in un territorio al confine tra fantascienza, fantasy e il cosiddetto mainstream. Ci ha spiazzato proponendo come paragrafi d’autore due brani dei Quattro quartetti di Eliot; ma riflettendoci, ci siamo detti che al loro apparire questi poemetti vennero accusati d’essere più prosastici che lirici; e per quanto nel tempo tali giudizi si siano rivelati non del tutto fondati, resta pur vero che queste e altre poesie del grande lirico anglo-americano hanno avuto un grande impatto anche sulla narrativa (basterebbe pensare a quanto eliottiano sia un romanzo come Fiesta di Hemingway). Per cui ben vengano il Vecchio Opossum (come Eliot amava definirsi), e i suoi conclusivi quartetti.

La vecchia edizione Garzanti dei Quattro quartetti di T. S. Eliot, letti per la prima volta vent’anni fa, e piú di venti, nella traduzione di Filippo Donini.

Voi dite ch’io ripeto
qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,
Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sapete
Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possedete
Dovete fare la strada della privazione.
Per arrivare a quello che non siete
Dovete andare per la strada nella quale non siete.
E quello che non sapete è la sola cosa che sapete
E ciò che avete è ciò che non avete
E dove siete è là dove non siete.

You say I am repeating
Something I have said before. I shall say it again.
Shall I say it again? In order to arrive there,
To arrive where you are, to get from where you are not,
You must go by a way wherein there is no ecstasy.
In order to arrive at what you do not know
You must go by a way which is the way of ignorance.
In order to possess what you do not possess
You must go by the way of dispossession.
In order to arrive at what you are not
You must go through the way in which you are not.
And what you do not know is the only thing you know
And what you own is what you do not own
And where you are is where you are not.

(«East Coker»)

[…]

Mentre leggono, i corpi sono mente, eppure quella mente è anche il collo o le spalle che si indolenziscono, il senso di inquietudine o di eccitazione o di ansia, la proiezione in avanti, il sonno che alla fine prevale o la necessità di andare, il devi scendere. Il mondo esterno che diviene mondo interno. Le volte che hai visto il pubblico respirare quietamente insieme, in attesa, come una cosa fisica lí fuori, hai pensato alla democrazia. Questa è la domanda, la battaglia, della democrazia, che cibo dare a quei corpi/mente, che cibo si prendono.

La domanda della felicità non ha mai cessato di porsi.

La necessità di essere felici in letteratura è direttamente proporzionale all’incapacità di credersi capaci di costruire la felicità nella realtà?

Questa sarebbe una spiegazione semplice. Eppure, anche la letteratura è realtà, e non solo nel realismo. L’Odissea non meno dell’Iliade.

La felicità è conforto, quindi? Molti lo credono, anche in poesia. Ma il mondo non può essere ridotto alla tua casa.

Ancora i Quattro quartetti, sempre da «East Coker»:

La casa è il punto da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo diventa piú strano, la trama piú complicata
Di morti e di vivi. Non il momento intenso
Isolato, senza prima né poi
Ma tutta una vita che brucia in ogni momento
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di vecchie pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera a ciel sereno
Un tempo per la sera al paralume
(La sera che si passa coll’album delle fotografie).
L’amore si avvicina piú a se stesso
Quando il luogo e l’ora non importano piú.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Il luogo e l’ora non importano
Noi dobbiamo muovere senza fine
Verso un’altra intensità
Per un’unione piú completa, comunione piú profonda
Attraverso il buio, il freddo e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, la distesa d’acqua
Della procellaria e del delfino. Nella mia fine è il mio principio.

Home is where one starts from.
The world becomes stranger, the pattern more complicated
Of dead and living. Not the intense moment
Isolated, with no before and after,
But a lifetime burning in every moment
And not the lifetime of one man only
But of old stones that cannot be deciphered.
There is a time for the evening under starlight,
A time for the evening under lamplight
(The evening with the photograph album).
Love is most nearly itself
When here and now cease to matter.
Old men ought to be explorers
Here or there does not matter
We must be still and still moving
Into another intensity
For a further union, a deeper communion
Through the dark cold and the empty desolation,
The wave cry, the wind cry, the vast waters
Of the petrel and the porpoise.
In my end is my beginning.

I versi si distaccano da chi li ha scritti, da tutto il resto – la fede di Eliot mi è estranea, irrecuperabile come ho sperimentato davanti alla morte di qualcun altro, come pure le sue oscure, a volte terribili idee politiche – e restano come frammenti, come statue in rovina, o case, qualcosa di bianco, o pietra, che affiora da un paesaggio nuovamente ricoperto di vegetazione.

(Laura Pugno, In territorio selvaggio, Nottetempo 2018)

Laura Pugno ha pubblicato i romanzi La metà di bosco (Marsilio 2018), La ragazza selvaggia (Marsilio 2016), Sirene (Einaudi 2007, Marsilio 2017), Quando verrai, Antartide (minimum fax 2009 e 2011), La caccia (Ponte alle Grazie 2012). Il suo primo saggio, In territorio selvaggio (Nottetempo), è uscito a novembre del 2018. In poesia: I legni (Pordenonelegge/Lietocolle, 2018), Bianco (Nottetempo 2016), I diecimila giorni: Poesie scelte 1991-2016 (Feltrinelli Zoom 2016), La mente paesaggio (Perrone 2010, in spagnolo Nácar, Huerga y Fierro 2016), DNAct (Zona 2008), Il colore oro (Le Lettere 2007). È in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi 2012). Ha vinto il Premio Campiello Selezione Letterati, il Dedalus, il Frignano per la Narrativa e il Libro del Mare. Co-cura la collana di poesia I domani per Aragno. Dal 2015 dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.

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Bertante sceglie Miller

Un tempo Alessandro Bertante era una delle firme di PULP Libri, costantemente presente sulla rivista; ma dal 2008 ha iniziato una carriera di scrittore che l’ha portato a pubblicare con Marsilio, Rizzoli e Giunti. Ha accettato il nostro invito a partecipare alla rubrica Paragrafi d’autore scegliendo un brano da Primavera nera di Henry Miller.

La 14a sezione

Sono un patriota: della 14a Sezione Brooklyn, dove sono cresciuto. Per me il resto degli Stati Uniti non esiste se non come idea, o storia, o letteratura. A dieci anni, fui sradicato dalla mia terra natia e trapiantato in un cimitero, un cimitero luterano, con le tombe sempre in ordine e le corone che non appassivano mai.

Ero però nato in strada e crebbi in strada. «La strada aperta, post-meccanica, dove la più bella e allucinante vegetazione di ferro eccetera»… Nato sotto il segno dell’Ariete, che dà un corpo ardente, attivo, energico e piuttosto inquieto. Con Marte nella nona casa!

Nascere in strada significa vagare per tutta la vita, essere libero. Significa incidente e caso, dramma, movimento. Soprattutto, significa sogno. Un’armonia di fatti irrilevanti che conferiscono una certezza metafisica al tuo vagabondare. Nella strada impari a conoscere le creature umane per quelle che sono; altrimenti te le inventi tu, come del resto ti succede di fare in seguito.

Ciò che non è in mezzo alla strada è falso, derivato, vale a dire: letteratura. Niente di ciò ch’è chiamato «avventura» s’avvicina minimamente al gusto della strada. Che tu voli fino al polo o te ne stia sdraiato sul fondo dell’oceano con una pipa d’oppio in mano o abbatta nove città una dopo l’altra o, come Kurtz, risalga navigando il fiume e impazzisca, non ha nessuna importanza. Non importa se la situazione sia eccitante o intollerabile, ci sono sempre vie d’uscita, ci sono sempre miglioramenti, agi, compensi, giornali, religioni. Una volta però non c’era niente di tutto questo. Una volta eri libero, scatenato, assassino.

I ragazzi che hai adorato quando la prima volta sei sceso in strada restano con te per tutta la vita. Sono gli unici veri eroi. Napoleone, Lenin, Capone: tutte fantasie. Per me Napoleone non è niente al confronto di Eddie Carney che mi fece il primo occhio nero.

Non ho mai incontrato nessuno tanto signore, ai miei occhi, e regale e nobile quanto Lester Reardon, che con la sua sola comparsa là in strada ispirava timore e ammirazione. Giulio Verne non mi ha mai guidato nei posti che Stanley Borowski aveva in serbo per quando faceva buio. Paragonato a Johnny Paul, Robinson Crusoe manca di fantasia.

Tutti quei ragazzi della 14a Sezione ancora oggi conservano un loro sapore. Non sono né inventati né sognati: sono veri, verissimi. I loro nomi tintinnano come monete d’oro: Tom Fowler, Jim Buckley, Matt Owen, Rob Ramsay, Harry Martin, Johnny Dunne, per non parlare di Eddie Carney o del grande Lester Reardon.

Be’, ancora oggi quando nomino Johnny Paul i nomi dei santi mi lasciano un cattivo sapore in bocca.

Johnny Paul era la personificazione dell’Odissea della 14a Sezione; che poi in seguito sia diventato camionista è un particolare privo d’importanza.

Prima del grande mutamento nessuno sembrava notasse che le strade erano brutte e sporche. Se le tubature della fogna erano aperte dovevi tapparti il naso. Se ti soffiavi il naso ti ritrovavi mocci neri nel fazzoletto. Ma c’era più pace interiore e soddisfazione.

C’erano il saloon, il campo delle corse, le biciclette, le battone e i trottatori. La vita era ancora un piacere – almeno nella 14a Sezione. La domenica mattina nessuno si vestiva a festa. Se la signora Gorman scendeva giù in strada in vestaglia con gli occhi lappolosi e s’inchinava al prete – «Buongiorno, padre!» «Buongiorno, signora Gorman!» – la strada veniva mondata da ogni peccato. Pat McCarren portava il fazzoletto nel risvolto della coda della redingote: era pratico e ci stava bene, come il trifoglio all’occhiello. Sulla birra c’era la spuma e la gente si fermava a scambiar quattro chiacchiere.

Nei miei sogni ritorno alla 14a Sezione come un paranoico ritorna alle sue ossessioni. Quando penso a quelle navi da guerra grigio acciaio nella darsena militare le vedo galleggiare lì in una dimensione astrologica nella quale io sono cannoniere, chimico, mercante d’esplosivi, imprenditore funebre, giudice inquirente, cornuto, sadico, avvocato e controparte, studioso, inquieto, ignorante e impudente.

(Tr. Attilio Veraldi, pp. 11-13. Prima edizione Feltrinelli, 1968)

Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969, vive a Milano. Fra i suoi romanzi ricordiamo Al Diavul (Marsilio, 2008), vincitore del Premio Chianti, Nina dei lupi (Marsilio, 2011), finalista Premio Strega e vincitore del Premio Rieti, Estate crudele (Rizzoli, 2013), vincitore del Premio Margherita Hack. Il suo ultimo romanzo è Gli ultimi ragazzi del secolo (Giunti), vincitore del Premio Selezione Campiello. Insegna alla NABA e allo IULM. 

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