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Intervista ad Aldo Giannuli: Ricordare Piazza Fontana, 12 Dicembre 1969

Alle 16:37 del 12 dicembre 1969 una bomba esplose nell’agenzia della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana a Milano. 17 morti e numerosi feriti il bilancio; e l’inizio di quella che venne definita strategia della tensione. Un evento che è entrato non solo nella nostra memoria collettiva, ma nel nostro immaginario, raffigurato in romanzi, film, serie televisive, fumetti. Ci è sembrato giusto ricordare quel tragico avvenimento, e tutto quel che ne seguì, con un’intervista a uno dei più importanti studiosi del terrorismo degli anni Settanta, Aldo Giannuli.

intervista PAOLO PREZZAVENTO

Nato a Bari il 18 Giugno 1952, Aldo Giannuli è ricercatore di Storia Contemporanea all’Università di Milano ed è stato consulente della Commissione Stragi e di diverse Procure che si sono occupate di fatti di terrorismo nero, come la Procura di Bari, di Milano (Strage di Piazza Fontana), di Pavia e Brescia (Strage di Piazza della Loggia), di Roma e Palermo. Si deve a lui la scoperta dell’Archivio dello UAARR (Ufficio Affari Riservati) denominato «Archivio della Via Appia», una vera e propria miniera di informazioni sull’Eversione Nera. Si favoleggia ormai da decenni dello sterminato archivio sull’eversione di destra e di sinistra accumulato nel corso della sua lunga attività di consulente da Aldo Giannuli. Se cercate un rarissimo volantino scritto da un fantomatico gruppo di estrema destra in una sperduta città di provincia, gruppo che dopo aver prodotto quel volantino si è dissolto nel nulla, state pur certi che Giannuli l’ha letto, anzi, ce l’ha.

Giannuli ha avuto accesso, oltre che ai vari archivi delle procure, a molti documenti desecretati dell’Archivio di Stato che riguardano il terrorismo nero e le stragi. Grazie a questa carte finalmente si può scrivere la Storia di quest’area dell’estrema destra extra-parlamentare che, a distanza di più di quarant’anni, appare più variegata di quanto si pensasse allora, all’epoca di Piazza Fontana e della strage di Brescia. C’erano da una parte gli ex-repubblichini di Salò, dall’altra i seguaci di Evola ( i «figli del sole»), poi c’erano i neopagani, i nazisti e i neonazisti, c’erano i filoamericani, i sostenitori dell’Europa delle nazioni, etc. etc.

Tra le opere più importanti di Giannuli, ricordiamo il libro pubblicato pochi mesi fa, intitolato La Strategia della Tensione. Servizi segreti, partiti, golpe falliti, terrore fascista, politica internazionale (Ponte alle grazie, pp. 618, euro 16,57 stampa, euro 9,99 ebook): un bilancio definitivo, un libro che rappresenta il primo studio serio e organico sulla cosiddetta strategia della tensione. In questo libro Giannuli dimostra senza ombra di dubbio che l’analisi condotta dagli autori del famoso libro La Strage di Stato (Savelli, 1970), era sostanzialmente esatta: la strage di Piazza Fontana fu una strage di Stato che rientrava a pieno titolo nella Strategia della Tensione. Quella che all’epoca sembrò un’esagerazione dell’estrema sinistra, corrispondeva alla verità dei fatti successivamente accertati.

A Giannuli va anche il merito di aver riportato alla luce una misteriosa organizzazione, fondata nel 1944 dal generale Mario Roatta del SIM, denominata Noto Servizio o Anello, che aveva il suo referente politico in Giulio Andreotti, organizzazione cui aveva accennato anche Licio Gelli in una sua intervista al settimanale Oggi del Febbraio 2011: «Io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l’Anello». Dalla scoperta di questi documenti è nato il libro Il Noto Servizio. Giulio Andreotti e il caso Moro (Tropea, 2011) e poi ripubblicato con il titolo Il Noto servizio. Le spie di Giulio Andreotti (Castelvecchi, 2013). Altre sue opere sono: Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie, 2009 e 2019), Guerra all’ISIS (Ponte alle grazie, 2016) e Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi) (Ponte alle grazie, 2016). La sua ultima fatica, da pochi giorni in libreria, si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il mondo. Le strutture e le tecniche di nuovissima generazione al servizio delle guerre tradizionali, economiche, cognitive, informatiche, edito sempre da Ponte alle Grazie (pp. 284, euro 14,36 stampa, euro 9,99 ebook)

Abbiamo contattato Giannuli per porgli alcune domande sulla Strategia della Tensione e sul ruolo avuto dai Servizi Segreti nella stabilizzazione del quadro politico mediante azioni destabilizzanti come le stragi, impedendo la presa del potere da parte del partito Comunista e in generale delle Forze di Sinistra.

Iniziamo parlando di questo tuo nuovo libro sui Servizi Segreti. Di che si tratta?

Il libro si intitola Come i servizi segreti stanno cambiando il Mondo, ed è in libreria da Novembre. Da 25 anni i servizi segreti di tutto il Mondo stanno espandendo il loro intervento a campi sempre nuovi: dalla guerra monetaria a quella cognitiva, dall’immigrazione alla cyberwar, accanto ai tradizionali settori (terrorismo, guerra politica, spionaggio industriale). Questo sta cambiando l’economia, la politica, la società, la cultura. In una parola: il Mondo. E questo pone problemi nuovi anche nel rapporto fra politica ed intelligence. Ma di tutto questo c’è una percezione assai scarsa. Questo libro è il tentativo di attrarre l’attenzione su questo che è uno dei principali processi epocali in atto.

Cominciamo dalla prima vera Strage compiuta nel dopoguerra, cioè la Strage di Portella delle Ginestre, ad opera della Banda di Salvatore Giuliano. Si può far risalire a questa strage il progetto politico di contenimento del Partito Comunista, che sarà poi portato avanti con la Strategia della Tensione? Quale fu il ruolo degli americani, della Massoneria e del Principe Alliata di Montereale in questa prima strage?

All’interno dello scontro della guerra fredda si susseguirono diverse strategie come quella che indichiamo con il nome di strategia della tensione.

Ovviamente gli americani (ma “gli americani” è una indicazione assai generica che indica fazioni politiche e finanziarie diverse fra loro) ebbero un ruolo centrale in essa.

Oggi cade l’anniversario della strage di Piazza Fontana, che ha cambiato la storia d’Italia e sulla quale rimangono ancora moltissimi aspetti da chiarire. Ogni strage ha la sua firma particolare, e cioè l’esplosivo utilizzato. Quali sono i vari tipi di esplosivo che sono stati utilizzati per le stragi? Esistono delle affinità tra le varie stragi da questo punto di vista?

Quasi sempre si è trattato di esplosivo militare. Fa eccezione la Strage di Peteano (31 maggio 1972) in cui fu usata polvere da cava, ma appunto Peteano è un episodio estraneo alla più generale strategia della tensione non essendo stata commissionata da catene di comando di intelligence ed essendo, anzi, pensata come azione di contrasto del rapporto fra Carabinieri ed Ordine Nuovo.

Che cosa è stata veramente la cosiddetta Internazionale Nera? Fino a quando questa Internazionale Nera ha operato in Europa ed anche in Sudamerica come una vera e propria organizzazione? Esiste ancora? Che fine ha fatto Yves Guérin-Sérac dell’Aginter Presse?

L’Internazionale Nera non è mai esistita come organizzazione unica. Nel 1960 i servizi italiani distinguevano 5 distinti circuiti in contrasto fra loro. L’Aginter Presse fu il tentativo di portare sotto l’ombrello Nato una parte di queste reti.

Di Yves Guérin-Sérac si hanno notizie certe sino agli anni novanta, dopo non si è saputo più quasi nulla, ma è realistico pensare che non sia più in vita (è nato nel 1926, dovrebbe avere oltre 90 anni).

Gianni Nardi

È noto che il neofascista milanese Giancarlo Esposti era molto amico di Gianni Nardi (nato nel 1946), morto in un misterioso incidente automobilistico a Palma di Maiorca nel 1976, e si è anche detto che Nardi fu uno degli ultimi ad incontrare Esposti da vivo. Ci puoi raccontare che cosa è emerso dalle indagini sullo stragismo a proposito di Nardi e dei suoi contatti con il gruppo milanese di Giancarlo Esposti?

Nardi, stando alla documentazione, avrebbe avuto rapporti con personaggi importanti del Noto Servizio come Sigfrido Battaini e ragionevolmente prese parte ad operazioni insieme al Noto Servizio, ma non fu mai formalmente membro del Noto Servizio. Avrebbe dovuto essere cooptato nel 1973, ma nell’anno precedente giunse la decisione di «mettere in sonno» il Servizio e la procedura si arrestò.

Da Come i Servizi Segreti stanno cambiando il Mondo

Le misure cruente: armi & politica

Una delle grandi lezioni della guerra fredda è stata che le armi combattono anche quando non sparano. Come si è detto, il fattore nucleare rendeva impraticabile il conflitto aperto e diretto fra le due grandi potenze, ma questo non annullava le tensioni che si diressero verso altre forme di guerra come quella coperta, quella indiretta, quella non ortodossa. Questo è vero, ma non significò che le armi convenzionali cessarono di avere senso e funzione. In primo luogo perché erano pur sempre usate nei campi di confronto indiretto (Corea, Vietnam per gli americani, Etiopia e Afghanistan per i russi), poi perché potevano tornare utili per l’eventuale scontro con una potenza militare non nucleare (essenzialmente la Cina), infine perché, per quanto improbabilissima, non poteva essere esclusa del tutto una guerra convenzionale fra i due blocchi senza ricorso alle armi nucleari, magari anche solo in una prima fase. E, sin qui, siamo al consueto, anche se in una dimensione residuale. Ma il motivo principale ( che giustificava le spese astronomiche che si andavano facendo) era un altro: che la guerra non si è mai interrotta ed è proseguita sempre in forma virtuale. Molte battaglie sono state vinte o perse al tavolino o, più tardi, al computer. Il semplice annuncio di un nuovo sistema d’arma spostava già di per sé i rapporti di forza. Per la verità, il confronto militare è sempre stato, in parte, rappresentazione: le parate militari e le grandi manovre si sono sempre fatte con il tacito scopo di intimorire avversari e rinsaldare alleanze. Diversamente non si capirebbe perché alle parate sono sempre invitati i diplomatici e gli addetti militari stranieri, compresi rivali e avversari. Almeno dall’Ottocento è sempre stato così, ma la guerra fredda ha portato questo a un livello di perfezione sconosciuto. E anche le guerre limitate, che hanno preannunciato quelle generali, hanno avuto un peso comunicativo che andava al di là del loro valore militare in sé.

Foto: Vitaly V. Kuzmin

Ad esempio la crisi del Manciukuò e la guerra civile spagnola furono la grande prova della Seconda guerra mondiale in Asia e in Europa. Guernica non fu un gratuito atto di disumana crudeltà, o meglio: fu un atto di disumana crudeltà, ma non gratuito, ebbe lo scopo di saggiare le potenzialità distruttive del bombardamento aereo, di terrorizzare i nemici di oggi e avvertire i possibili avversari di domani. Ogni guerra è fonte di insegnamenti per la successiva e questo è vero ancora oggi: nella prima Guerra del Golfo, gli americani sperimentarono il nuovo carro armato Abrams e la dottrina dell’Airland Battle che convertiva gli USA al blitzkrieg: funzionò, ma servì di lezione ai russi che ne cavarono i nuovi modelli di T34. Poi nella guerra del Kosovo gli americani sperimentarono la possibilità di una guerra solo aerea: funzionò, ma servì a cinesi e russi per capire i punti deboli dell’ «aereo invisibile» e a Gheddafi per sperimentare una tattica di combattimento contro una guerra tutta aerea: alla fine Gheddafi perse, ma dopo aver resistito per sei mesi.

Dunque, la guerra è sempre anche rappresentazione e lo è ancora di più oggi, nella società dell’immagine. E la politica, anche se questo può non piacere, non è mai separabile dalla dimensione della forza, soprattutto della forza militare.

(pp. 124-126)

Di Aldo Giannuli PULP Libri ha recensito Storia di Ordine Nuovo, scritta con Elia Rosati.

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Nella nuvola: ancora notizie da Più Libri Più Liberi

riferisce UMBERTO ROSSI

Come l’anno scorso, mi limiterò a scrivere appunti sparsi. Un salone del libro, anche se riservato alla piccola editoria (che poi tanto piccola non sempre è, visto che c’era pure Sellerio, tanto per dirne una), è tante cose insieme. Una serie di incontri, presentazioni, chiacchierate, visite a stand, che si susseguono a ritmi discretamente frenetici, un occhio sullo smartphone a vedere che presentazione c’è a quell’ora, un altro sul programma a cercare la postazione della casa editrice che tieni sott’occhio da tempo, ma attenzione che tra le quattro e le quattro e mezza potrai trovare allo stand l’addetto stampa di quell’altra casa editrice, prima hanno una presentazione e certo non possono parlare con te, dopo ne hanno un’altra e idem… ecco, scrivere tanti piccoli schizzi separati rende meglio l’idea. Che poi, non sei solo tu a vederla così, ma tutti. Tutti di corsa, tranne forse i visitatori (ho detto forse, eh?).

Aggiungiamoci l’atmosfera che crea la Nuvola, dove ancora una volta si è tenuta la manifestazione; come già ho detto, sembra sempre di stare in un terminal aeroportuale, e questo contribuisce all’ansia. Un attimo pensi “dove diavolo sta lo stand M02?” e poi “a che ora parte il volo per Londra?”

Comincio proprio dallo stand M02. Future Fiction. Alla fine sono e resto un fantascientista, e non puoi non amarla, una casa piccola e intraprendente che nonostante tutto si è dedicata alla fantascienza, quel genere che, stando a sentire i so-tutto-io dell’editoria, non vende, anzi NON VENDE (te lo dicono a lettere cubitali; le senti, le maiuscole). Ci trovo vecchie conoscenze, l’inarrestabile Francesco Verso e l’imperturbabile Roberto Paura; parliamo dello stato dell’arte, e la cosa grossa, da loro, è Clelia Farris, al momento indubbiamente la più interessante scrittrice di fantascienza italiana, e quella senz’altro più dotata stilisticamente. La Farris ora pubblica con Future Fiction, dopo varie vicissitudini editoriali, e come mi spiega Verso ora appare in traduzione sulle riviste americane. Non è cosa da poco.

Nei pressi di Future Fiction ci trovo Saldapress, specializzati nel fumetto fantastico fantascientifico orrorifico. Stampano bellissimi rilegati, e stanno tirando fuori cose molto interessanti. Non è il fumetto d’autore di profilo colto, ma riserva vere sorprese, come Kill the Minotaur, che verrà presto recensito da PULP Libri. Anche loro una casa da tenere d’occhio, assolutamente.

In mezzo al bailamme dell’ora di pranzo (quando cominci a sgomitare per farti strada) trovi Luca Briasco, ora minimum fax. Ci saluta, me e Paolo Prezzavento (che in questa fase della peregrinazione nel salone ancora mi stava dietro), come vecchi amici, e ci fermiamo a scambiare notizie. Subito due nomi: Vollmann e Lieberman. Il primo che è entrato prepotentemente nel catalogo minimum fax con I fucili, già recensito su PULP Libri, e Luca ci anticipa ben altri sette titoli a venire, tra cui la ripubblicazione de La camicia di ghiaccio, un tempo edito da Alet e ora fuori stampa. Ma non solo quello. E poi c’è Città di morti, la riscoperta di un forensic triller che anticipò tutti gli anatomo-patologi a venire già negli anni Settanta, e che recentemente ha avuto la benedizione di Augias. E altre riscoperte sono all’orizzonte, come la ripubblicazione de I guerrieri dell’inferno di Robert Stone, edito nel lontano 1978 e da allora sparito dalle librerie.

Presentazioni. Che strane esperienze. Vado a quella organizzata da ADD (altra casa editrice da tenere d’occhio), dove trovo Gianni Riotta e Gary Younge: presentano il libro di quest’ultimo, Un altro giorno di morte in America. Younge, nativo delle Barbados, giornalista del Guardian e di The Nation, è singolarmente pacato e anglosassone, pur parlando di un tema decisamente inquietante come l’uso e l’abuso delle armi da fuoco negli Stati Uniti. Ha seguito la storia di sette persone morte sparate in un solo giorno del 2013, quei morti che meritano solo un trafiletto in giornali locali. Sette persone uccise in posti lontani tra loro, accomunate dalle pistole che li hanno freddati e dall’avere, ma guarda un po’, tratti somatici non europei… Riotta invece era agitatissimo. Facevano un curioso contrasto, ma alla fine ti invogliavano a leggere il reportage di Younge. ADD fa cose molto diverse (vanno forti sul fumetto asiatico), però su tutti i fronti ci mettono impegno.

Visita a Neo, una piccola casa editrice basata a Castel di Sangro (AQ), nell’Abruzzo profondo, quasi Molise. Ho notato che c’è un fermento di editoria in posti dove vent’anni fa sarebbe stata impensabile; mi viene in mente Tunuè a Latina, tanto per fare un esempio. Conseguenza anche della digitalizzazione e di internet che rendono le province meno province e le metropoli meno centrali – anche se da questo punto di vista in Italia siamo come al solito tremendamente indietro. Mi propongono un romanzo distopico, Genesi 3.0, di Angelo Calvisi. Lo faremo, lo faremo. Distopia della valle del Sangro; questo XXI secolo riserva le sue sorprese.

Panini a 5 euro, bottigliette di acqua minerale a 1,50 euro. Lo so, non c’entra niente con i libri, ma lo dovevo dire: è un furto! (E così, alla fin fine, l’ingresso alla manifestazione a 8 euro se hai la tessera dell’ATAC o un biglietto vidimato del trasporto pubblico diventa tutto sommato accettabile…)

E poi c’è Cliquot, piccolo editore che fa cose tanto belle, come la raccolta di racconti di Fritz Leiber curata da Federico Cenci (che li ha anche ben tradotti). Ora hanno questa perla d’antiquariato, Gomoria, romanzo gotico dimenticato di De’ Medici: veste editoriale bellissima. Lo recensirà l’inarrestabile Walter Catalano. Stay tuned.

Folla davanti alla Sala Polaris. E che ci sarà mai lì dentro? Niente, libro su Salvini. Ah, buone notizie. Continuiamo così.

Passo davanti allo stand di Capponi: telecamera e riflettori accesi. Troupe della RAI? Addirittura? Intervistano Stella Nosella, autrice di Sebastian’s Chronicles. Premio Strega Ragazze e Ragazzi. Fantasy. La Rowlings italiana, dice qualcuno. Vabbè, non esageriamo; comunque, segno certo che il fantasy continua a tirare.

Nicola Pesce Editore. Stanno facendo un lavoro encomiabile sui grandi fumettisti italiani del passato, Toppi e Battaglia in primis, ristampati in rilegato con colori di qualità. Senza trascurare Benito Jacovitti, l’uomo che faceva crescere le matite dal terreno e camminare i salami. E il Lovecraft di Battaglia, mettiamoci anche quello. Anche loro li stiamo seguendo con interesse.

Andiamo anche da Lindau. Abbiamo recensito diverse loro uscite (Wendell Berry, Pablo Simonetti); valide le loro scelte, e poi una grafica che resta impressa senza essere chiassosa. E senza scimmiottare quella delle majors. Non si giudicherà un libro da una copertina, però le copertine (parte quello che gli accademici chiamano il paratesto) qualcosa contano, e molto comunicano. Inoltre, nel loro stand non ti dicono “l’addetto stampa è in giro il responsabile editoriale non è qui l’editore è da qualche altra parte”. No, ci sono loro due, gli editori, in persona. E fa piacere vedere la casa editrice “in faccia”.

Stessa cosa per Keller. Parli col signor Keller in persona. Rapida consultazione del nostro sito: li abbiamo recensiti ben cinque volte dal luglio 2017 a oggi; e non tengo conto della prima vita di PULP Libri, quando eravamo di carta. Vorrà dire qualcosa, se Paolo Simonetti, Elio Grasso e Sara Tosetto (tre critici ben diversi, garantisco) si sono occupati di loro. E proprio domani esce la recensione di Il morto nel bunker, di Pollack, a opera di Elio Grasso; ancora Keller. Sì, decisamente una casa editrice che spicca.

Iperborea sarebbe una piccola casa editrice? Ho qualche dubbio. Ormai non più. Per parlare con l’addetta stampa corro alla presentazione di Cucinare un orso, Mikael Niemi, presente l’autore affiancato da Giordano Meacci. Anche qui, la strana coppia: Meacci che vola alto con ragionamenti metaletterari, presentati con gran passione; Niemi, uno svedese del nord non privo di sangue sami (quelli che noi chiamiamo lapponi), che racconta non senza un humour assai britannico aneddoti della sua vita e di quella di Laestadius. Quest’ultimo è il protagonista di Cucinare un orso, un botanico e riformatore religioso realmente vissuto nel XIX secolo, tramutato da Niemi in detective che deve indagare su alcuni delitti nella sua città di Pajala. A questa presentazione ho assistito per caso, ma me la sono veramente gustata (e poi Iperborea la teniamo d’occhio…).

Un salto da Mattioli 1885 a parlare di Dubus e degli altri eccellenti recuperi di letteratura americana. Ricordatevi sempre che Il giorno della locusta di Nathanael West con la copertina originale lo pubblicano loro. Tra una cosa e l’altra mi dimentico di chiedergli perché 1885. Verifico sul sito: o perbacco, ma perché sono in attività da allora. E continuano a portare in Italia il grande, grandissimo Dubus, maestro della narrativa breve al pari del più famoso Carver e forse con merito ancor maggiore.

Non si poteva non andare da Exòrma, che ha ospitato per ben due volte nelle sue edizioni Claudio Morandini, e che stampa tante altre cose, ma ne ha già parlato Sara Tosetto nel suo pezzo, per cui non mi dilungo. E poi ancora da Piano B, che stiamo seguendo per la saggistica, con riproposte di pregio come Bernays e Macdonald. E poi da 66thand2nd, dei quali ho recensito il tesissimo e agghiacciante romanzo di Manoukian, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene; abbiamo anche recensito i libri della Omotoso e della Igoni Barrett. Come si fa a non apprezzare una casa editrice che dà spazio agli africani; e poi, essendo romani, c’è anche la simpatia per l’underdog (come dicono gli inglesi), per cui ti viene da tifare per le case editrici del centro-sud che sfidano la storica egemonia editoriale del Nord.

Infine, momento emozionante da Edizioni Sur: vedo sul loro banco ben due graphic novel (o histories?) di Muñoz e Sampayo, Billie Holiday e Carlos Gardel. Già questo mi manda in estasi, io che da ragazzino leggevo le storie di Alack Sinner su Alterlinus, brutali e metropolitane, il noir a fumetti prima di Sin City e Frank Miller. Poi mi dicono che nel pomeriggio ci sarà José Muñoz in persona a firmare e disegnare sui libri. Mioddio. Ci torno trepidante, e lui c’è. Posso stringere la mano a uno dei grandi fumettisti viventi. Mi fa la dedica. Quando arriva a scrivere il nome, divento Ugo invece che Umberto. Chi se ne frega, va bene lo stesso; con un H sarebbe Hugo come Pratt, il maestro di Muñoz. Va bene così. Chiamatemi Ugo.

(Promemoria per l’anno prossimo: visitare Più Libri Più Liberi in un giorno lavorativo. Non puoi passare il tempo a sgomitare, a rischio di travolgere qualche famigliola innocente. Già la natalità è bassa…)

Questo articolo completa il reportage di Sara Tosetto, sempre su Più Libri Più Liberi.

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Ultime notizie da Più libri più liberi

riferisce SARA TOSETTO

Oggi a PLPL era giornata di scolaresche: la marea umana che mi ha accolto fuori dall’Eur mi ha fatto sinceramente pentire di aver scelto il giovedì mattina per la mia visita, e credo che se non fossi stata a 30 minuti di metropolitana da casa avrei fatto dietro front. Per fortuna, però, c’era un ingresso dedicato ai comuni visitatori (chi aveva fatto il biglietto online poteva entrare direttamente) con 6 biglietterie, e l’attesa per fare il biglietto è stata veramente minima.

Allo stand A50, subito a sinistra dell’ingresso alla zona espositori, mi ha accolto una vecchia conoscenza, Valentina Mai di Kite; la casa editrice padovana pubblica splendidi libri illustrati per bambini di altissima qualità, e io mi sono fatta consigliare per un pensierino. Valentina mi ha proposto un libro delizioso, La carota gigante di Satoe Tone. Arrivata a casa non ho smesso un attimo di sfogliarlo e risfogliarlo, è davvero una gioia per gli occhi.

Subito dopo è stata la volta di Black Coffee, dove ho fatto una bella chiacchierata e mi sono aggiudicata la nuova raccolta di racconti di Alexandra Kleeman, promettente e singolare scrittrice americana; il libro è accattivante fin dalla copertina, che dal vivo è ancora più bella! La casa editrice ha una piccola scorta di libri leggermente fallati che vende a soli 10 euro, così mi sono aggiudicata a un prezzo di favore un’altra raccolta di racconti, quella della scrittrice di culto Joy Williams, che può vantare gli strilli entusiastici nientemeno che di Don DeLillo, Brett Easton Ellis, Raymond Carver. Simpatica l’idea di offrire in omaggio una minispugnetta con il logo della casa editrice per pulire il cellulare, oppure la bellissima shopper nera. Da segnalare anche la pubblicazione del geniale romanzo L’alfabeto di fuoco di Ben Marcus, il godibilissimo Rockaway Beach di Jill Eisenstadt (a quanto pare consigliato ai fan di Brett Easton Ellis).

Keller era presente con uno stand più grande degli anni scorsi, che finalmente rende giustizia all’ormai ricco catalogo dell’editore di Rovereto, fatto di libri belli dentro e fuori. Mi hanno affascinato particolarmente i due libri dedicati ognuno a un anno della storia (il più recente è 1918. L’anno della cometa di Daniel Schönpflug), e la riproposta di Il morto nel bunker di Martin Pollack; nel memoir/reportage l’autore ripercorre la storia della sua famiglia partendo dalla terra d’origine (la Val d’Isarco) dove, nel 1947, viene ritrovato il cadavere di suo padre, ufficiale delle SS in fuga perché criminale di guerra; verrà recensito su PULP Libri e io non potevo proprio fare a meno di acquistarlo!

Simile nel nome ma non nella produzione, Kellerman propone non solo i suoi classici quaderni di ricette, ma anche quaderni per scrivere (come quello delle Liste e dei Desideri) e una minicollana davvero deliziosa, Kilometri di storie, che presenta biografie e storie tenute insieme da un itinerario preciso che ne caratterizza l’identità. Io ho scelto Pasolini e l’acqua di Elisabetta Michielin, collaboratrice di PULP Libri, che racconta la vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini nel suo stretto rapporto con l’acqua dei fiumi e del mare (con illustrazioni dell’autrice). Prenderò sicuramente altri titoli di questa collana, come il più recente Sulle rotte delle Malvasie, dedicato al percorso di questi vini nati nel Peloponneso e commerciati dalla Serenissima.

Da segnalare anche i mitici editori di Neo, dove ho fatto un’altra bella chiacchierata; imperdibili i libri di Paolo Zardi, da i racconti di Antropometria al romanzo distopico XXI secolo, e anche il doloroso La madre di Eva di Silvia Ferrari; da segnalare poi il pluripremiato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta – perché non l’ho comprato? Perché? Sarà per la prossima fiera, temo.

Non potevo non fare tappa da NN Editore, che sta andando fortissimo con il nuovo Kent Haruf, Vincoli (che per la verità fu il suo libro d’esordio: infatti stilisticamente è molto diverso da quanto è già stato pubblicato, meno minimalista della famosa trilogia di Holt e forse più tradizionale, ma altrettanto – e forse ancor più – potente). L’editore ha moltiplicato le uscite, sempre di qualità, con saggi autobiografici di Yuyun Li, l’inclassificabile Censimento di Jesse Ball, Il diner nel deserto di James Anderson, esordienti italiani di buon livello come Alessio Forgione con Napoli Mon Amour e molti altri.

Segnalo i bravissimi editori di Exòrma, che si sono fatti conoscere grazie ai libri di Claudio Morandini e che stanno arricchendo il catalogo con autori italiani di qualità; allo stand ho trovato grande gentilezza e competenza, e personalmente avevo adocchiato I sogni di un digiunatore di Paolo Albani, già autore di libri bizzarri (molti sono usciti con Quodlibet) e di dizionari sui generis (come quello delle lingue immaginarie, uscito per Zanichelli). Non l’ho acquistato ma vorrei trovare il modo di entrarne in possesso e recensirlo per PULP Libri.

 

 

Un altro titolo che mi sono pentita di non aver acquistato in fiera è Zebulon di Rudolph Wurlitzer, edito da Playground; questo irregolare della controcultura americana ha scritto una sorta di western atipico che sembra a dir poco intrigante: ecco un’altra possibile recensione in arrivo per la nostra Rivista…

Anche Nutrimenti ha avuto il mio obolo; da tempo avevo adocchiato Paradise Falls di Don Robertson. Facendo violenza su me stessa non ho acquistato altro – anche se ultimamente questo editore ha davvero delle ottime proposte.

Un plauso particolare ai ragazzi di Piano B edizioni, che oltre a proporre autori fuori catalogo con opere talvolta inconsuete e sempre curatissime dal punto di vista grafico, hanno messo tutti i loro libri a 10 euro l’uno. Tra quelli acquistati segnalo Un tripudio di elettricità. Visioni e lettere di un genio di Nikola Tesla. Loro si sono aggiudicati gli ultimi 20 euro nel mio portafoglio ormai in lacrime.

Mi sono trattenuta anche allo stand di Mattioli 1885, dove non ho preso l’ultima raccolta di racconti di Dubus solo perché sospetto di averne già in inglese una parte. Ero troppo curiosa di leggere Piaceri rubati di Gina Berriault, di cui ho sentito meraviglie; mi aspetto che questi racconti siano duri e spietati al punto giusto. Anche questa promettente chicca è finita nella mia capiente borsa da fiera.

Rapido giro anche dai vecchi amici di Beccogiallo; tra le novità, mi hanno colpito il graphic novel dedicato alla vita delle sorelle Brontë, e Sacerdotesse, imperatrici e regine della musica, che presenta 20 donne che hanno fatto appunto la storia della musica.

Tanti, troppi sono gli stand dove avevo in programma di andare ma che per sopravvenuti limiti di tempo, budget e memoria ho dovuto lasciar perdere: edizioni di Atlantide, con i loro libri numerati (si trovano solo in librerie selezionate, a maggior ragione mi dispiace non essere passata); CasaSirio; L’Orma; Iperborea (è uscito il nuovo di Stefansson, mannaggia – solo per citarne uno); Sur, minimumfax, Elliot e Fazi (ma questi sono già più facili da trovare in libreria, e ho già parecchie delle loro novità), 66thand2nd… e sicuramente ne sto dimenticando tantissimi.

Non perdetevi questa fiera del libro, come vedete le belle novità e scoperte si sprecano, e lo scenario della Nuvola (specie di giorno) ha il suo fascino.

La nostra copertura di Più Libri Più Liberi non finisce qui. C’è anche il reportage di Umberto Rossi. 

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I cavalieri della metamorfosi: intervista con Antonio Moresco

intervista ANNA RUCHAT

Foto: Fabio Zucchella

Con Antonio Moresco parliamo de Il grido, il libro uscito poco più di un mese fa da SEM, un pamphlet che sembra convocare, per un confronto serrato, a tratti furioso, tutti i cavalieri che Moresco ci ha abituato a veder attraversare, singolarmente o a piccoli gruppi, la sua opera. Cavalieri intesi come pensatori del presente e del passato, ma anche come personificazioni delle grandi passioni, invenzioni, fantasmi e ideali che in un modo o nell’altro hanno accompagnato l’uomo fin sulla barriera piatta e bloccata dell’estinzione di specie. Sarà quindi anche, l’intervista, una sorta di rivisitazione dell’opera di Moresco, soprattutto quella più recente.

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Da anni tu poni l’accento nei tuoi libri, che siano romanzi o saggi o fiabe, sulla deriva di standardizzazione e sulla necessità di un cambio di paradigma, ma il passo più significativo l’hai fatto con lo sfondamento della barriera tra i vivi e morti che nella Lucina viene alla luce per la prima volta con tutta la forza dell’incantamento e della sorpresa.

Sì, e prima ancora della Lucina ci sono stati Gli incendiati. In quel romanzo raccontavo una storia d’amore estrema dove, a un certo punto, i due protagonisti muoiono in combattimento. E lì ho sentito dentro di me un rifiuto. Non volevo far finire la storia con la loro morte, e così ho tirato dritto, sono andato avanti con quei due che erano morti ma che continuavano ad amarsi e a combattere, abbattendo in modo esplicito la barriera, anche narrativa, posta tra la vita e la morte. Poi c’è stata La lucina, Fiaba d’Amore, Fiaba Bianca e altri libri in cui questo diaframma viene sfondato e dove entro completamente in questa possibilità, infilo questo passaggio, un gesto che era comunque già presente – in modo per così dire poetico – in altri libri. Andando avanti, ho capito sempre più perché avevo bisogno di questa rottura, e nel Grido questa consapevolezza viene esplicitata. Per di più, mentre stiamo andando verso questo limite e collasso di specie, il problema della vita e della morte acquista un carattere completamente diverso rispetto a quello che eravamo abituati a concepire prima. Addirittura per dirla in modo molto elementare: sembra che ci siano in giro delle persone mezze vive e mezze morte.

C’è una vecchia canzone di Wolf Bierman, Der Hugenottenfriedhof è una passeggiata al cimitero degli Ugonotti, nella Germania Est, dove sono sepolti Bertold Brecht, Ruth Weigel, Hegel… e nel ritornello si dice: «Come ci sono vicini certi morti, ma come sono morte per noi certe persone vive».

Questa è una cosa che mi prende molto. Nella Lucina dico che con gli alberi si può vedere se uno è vivo o morto, con le persone invece no, perché le persone si muovono, sembrano comunque vive. Eppure ci sono delle persone mezze vive e mezze morte e ci sono dei veri e propri morti viventi che girano e anche comandano e dominano o credono di dominare il mondo, nascondendo la loro natura di morti e la vera natura di quello che sta succedendo davvero in noi stessi e nel mondo. Nel Grido ci sono questi continui incontri, prima lungo le strade e poi nel pisciatoio pubblico sotterraneo, con molte figure morte: Darwin, Freud, Marx, Nietzsche, Balzac… anche se ci sono in mezzo anche dei vivi, come Houellebecq, il filosofo Severino e altri.

La questione della verità scientifica è indubbiamente importante nel tuo nuovo libro ma il grido vero sembra essere quel: «Attenzione! Siamo morti». Senza l’altro grido però questo forse non avrebbe lo stesso impatto?

Credo di sì. Questa verità, la lettura anche scientifica di questa fase della nostra vita è ciò che mi permette di evidenziare ancora di più quello che dicevi… Il fatto che questa condizione sia così occultata è un segno di resa, è un segno di morte dell’umanità.

Io in questo Grido racconto, tra le tante altre cose, che i poteri politici non hanno interesse a far vedere ciò che sta veramente accadendo, perché altrimenti crollerebbero tutte le piccole verità parziali e tutte le piccole identità da far confliggere le une contro le altre per mantenere e accrescere il potere, crollerebbero tutte le dicotomie con cui abbindolano le persone e i popoli. Così le moltitudini umane vivono all’ombra di questa terribile verità, che pure trapela nei giornali, però non si diffonde…

O si diffonde in appelli catastrofisti che fanno leva sull’emotività e penso che questo non aiuti a pensare…

Sono d’accordo. Infatti Il Grido è un grido di rivolta, nasce dalla non accettazione di questo modo di rapportarsi a un simile stato di cose, che da un lato è quello di ignorarlo e dall’altro è il catastrofismo, che in ultima analisi ci dice che siamo spacciati. E’ un combattimento in cui sono impegnato da tempo, anche nel campo artistico, della cultura, delle teorie letterarie novecentesche, ecc. Anche il combattimento con l’astrofisico Hawking nasce da questo e da ciò che avevo letto in una sua intervista, dove lui diceva «siamo spacciati», «portiamo il nostro DNA su un altro pianeta». Ma su quale pianeta? E per fare cosa? Le stesse cose che abbiamo fatto qui? Io non accetto questa resa, che è un altro aspetto della morte.

Nella storia ci sono state diverse strettoie di questo tipo. Tu ti confronti con scrittori degli ultimi duecento anni. Quello con cui sembri sentirti più in sintonia su questo andamento verso la fine è Freud, più ancora di Dostoewskij.

Be’ di Dostoevskij mi interessa il rischio supremo, il vortice, il gorgo lirico e di conoscenza, la letteratura e il pensiero portati al loro culmine ultimativo e prefigurativo. Di Freud, oggi, mi interessa quella parte del suo pensiero in cui parla di istinto di morte e dello scaricamento verso l’esterno delle pulsioni distruttive che vivono al nostro interno. Ci aiuta molto a capire cosa sta succedendo oggi, in ogni campo, compreso quello politico e geopolitico terminale che abbiamo di fronte.

Freud scrive queste cose dopo la prima guerra mondiale, un momento in cui l’umanità si vede a un capolinea…

Quel libro, Il disagio della civiltà, che avevo letto tanti anni fa, mi colpisce ancora per la sua profondità e preveggenza. La parte sulla psicologia delle masse sembra scritta adesso. In generale è un libro molto veritiero, coraggioso e potente. Ma poi… è vero quello che dici tu, che ci sono stati altri momenti di tappo, di strettoia, di imbuto, però le altre volte erano legati a paure di fine di civiltà: il Medio Evo, la fine dell’Impero Romano, quel lungo periodo in cui l’Italia era attraversata dalle invasioni barbariche e in cui c’erano dei monaci che stavano lì e tenevano accesa questa fiammella senza sapere se tutto sarebbe andato a finire da qualche parte. Però queste erano percepite come fine di epoche, di civiltà e di mondi cui tu ti senti di appartenere, non in senso di specie, di un’irripetibile specie che sta bruciando così la sua carta cosmica.

Ma perché quello per loro era il mondo mentre oggi il mondo di ognuno è tutto ovunque.

Certo, perché quello per loro era il mondo. Adesso l’orizzonte è di specie, riguarda il collasso tra noi e il contenitore cosmico chiuso, atmosferico. Questo non era mai successo, era addirittura impensabile prima. Anche Leopardi nel «Dialogo tra la natura e un islandese» ipotizza questa possibilità, ma per larghe campate di ere… Che poi non è neanche la fine del mondo perché se noi ci togliamo dalle palle e smettiamo di tormentare questo pianeta con la nostra presenza non è che finisce tutto, perché la natura – per dirla così, dato che anche noi siamo natura – sanerà la ferita della nostra terribile presenza, nasceranno nuove specie ecc.

Ma non è detto che finisca del tutto nemmeno l’umano, può essere che assuma altre forme…

Io sono colpito da una cosa: altre specie viventi, gli insetti, per esempio, hanno dato vita a centinaia di migliaia di specie diverse, mentre noi siamo morfologicamente sempre e solo questa cosa qui, questi omini con le braccine, le gambine, il sederino… Come mai? Dentro ogni essere esiste questa potenza metamorfica, quella di cui parlo nel Grido: l’unica cosa che ci può salvare è la metamorfosi, non l’ennesima rivoluzione orizzontale. Ci sono animali che nell’arco della loro vita attraversano un numero di metamorfosi che noi non riusciamo nemmeno a immaginare… Ma allora, se esiste in mille altre specie, forse esiste anche nella nostra questa drammatica forza metamorfica, che fa compiere degli strappi impensati, dei salti di stato!

Tutto però va nel senso contrario alla metamorfosi, come scrivi nel Grido, tutto è incanalato in qualcosa di completamente piatto …

Io ad esempio do un’enorme importanza alla questione delle due configurazioni dell’umano, il femminile e il maschile, che è il modo in cui si è divisa, spaccata l’umanità attraverso il meccanismo di riproduzione sessuata, perché altre forme viventi si riproducono per scissione, per gemmazione ecc, e quindi c’è nell’umano questa spaccatura, questa ferita, questo dramma, ma anche questa chance della spaccatura in due dell’umano, perché di qui potrebbe passare un’invenzione di specie: ricominciamo da qui, da questa unità spaccata, da un riconoscimento radicale di ciò che è stato diviso, separato per primo. E allora mi dispero per il fatto che invece c’è un pensiero unico che attraversa ogni cosa e agisce sul maschile e sul femminile, anche sul femminile, che sembra riprodurre spesso gli stessi schemi criticati e giustamente combattuti prima nel maschile ma che paiono solo rovesciati di segno e resi funzionali in quella che gli antichi chiamavano «l’eterna guerra tra i sessi». Mentre ci sarebbe bisogno che anche le donne riconoscessero la propria forza facendo il loro pezzo di strada e attraversassero anche il loro pezzo di buio. Questo sarebbe il colpo di scena di specie, mentre tutto va verso la schiavizzazione e l’autoschiavizzazione dei corpi, sia maschili che femminili: vedo in giro l’islamica tutta intabarrata anche in pieno agosto e mi dico «poveretta» ma poi vedo lì accanto la donna travestita da squillo bambina e tutta tesa alla seduzione e al conflitto anche interfemminile per suscitare prima delle altre l’arrapamento pavloviano del maschio. E non è anche quella un’altra forma di schiavizzazione e autoschiavizzazione?

Dove la vedi la chance di ricomposizione o rimessa in gioco della spaccatura tra femminile e maschile?

Penso che la prima cosa sia una radicale presa di coscienza di come stanno le cose in questo passaggio d’epoca e addirittura di specie, dell’imbuto in cui sono finiti tutti, uomini e donne, di come sono giocati, dal potere e anche dalla natura. E poi il problema è quello di un riconoscimento di questa spaccatura e di questa diversità in cui le persone sono state giocate, fatte confliggere, anche attraverso quella cosa che è stata chiamata amore e che può essere invece anche un’invenzione verticale. Nel Grido cito quel brano che si trova alla fine di Lettere a nessuno, quello dove parlo della donna cavalleresca. Cosa succederebbe se invece di una meccanica tarata su uno stesso modello comunque rovesciato, di due figure che si guardano da una parte e dall’altra dello stesso specchio, ci fosse una moltiplicazione di forze, di invenzione, nel tessuto tellurico della vita, nell’immaginario? Io non lo so di preciso, però lo intravedo.

Quindi come vedi le conquiste per la donna dovute al cosiddetto progresso scientifico?

La tecnologia è stata liberatoria per le donne… la pillola anticoncezionale, le possibilità di muoversi nello spazio, le automobili maneggevoli… Però alla fine non sarà proprio questa potenza orizzontale della tecnologia a espropriare la donna della sua potenza verticale, creativa e generativa, dell’invenzione dei corpi e del dolore proiettivo dei corpi? Perché le forze che si propongono di liberarti dal dolore, in realtà ti schiavizzano. A quel punto il femminile, liberato di quella dolorosa invenzione, sarà più potente o meno potente?

Sì, il potere della donna è legato a un maggior contatto con le forze cosmiche e telluriche. La stregoneria, la mistica, sono ambiti in cui il femminile si è espanso. Ma il generare è al centro di questa cosa, se tu togli quello depotenzi tutto.

Sì perché, in un certo senso, l’uomo primitivo che all’inizio non sapeva neanche che fosse il proprio seme a fecondare la donna e poi a poco a poco l’ha capito… Lui poteva fare qualunque cosa, uccideva qui, uccideva là … ma quella cosa pazzesca, il fatto di far uscire dalla propria pancia un nuovo essere umano configurato, ecco, quel miracolo non lo poteva proprio fare.

Sono fondamentali le pagine del libro in cui tu fai vedere che in fondo la donna si auto-limita.

Certo, la specializzazione di un segmento che, se lo metti solo su un piano di concorrenza, porta al bordello cosmico. Tu prima accennavi alle mistiche, e sai quanto io sia innamorato delle mistiche. Loro, se trovavano il tappo da una parte, riuscivano a passare dall’altra. E proprio loro, quelle mistiche e quelle monache che non generavano, sono state però altamente generative su un altro piano e lo sono state in modo radicalmente femminile. Hanno espresso una grande potenza generativa nel campo dell’immaginario. In questo libro, e anche ne L’adorazione e la lotta, c’è una forte presenza del rapporto con un femminile diverso e potente, come piace a me, con il quale posso sentirmi veramente fratello. A volte questa potenza si riesce a toccare con la sessualità, altre volte con altro. Se leggi le meravigliose lettere di Eloisa ad Abelardo non ci sono solo quelle dinamiche orizzontali su cui molto spesso ha operato il maschile. Si apre una verticalità, una sorta di fase costituente tra esseri diversamente sessuati. Questo è il mio territorio, io a tutto questo ci vado infinitamente vicino. Poi non è che lo riesca a immaginare di preciso, perché si devono liberare queste e altre forze, e soltanto dopo inizia l’avventura, però inizia veramente, verticalmente, un’avventura personale e di specie.

Certo, si sente molto questa spinta in avanti nel libro. La spaccatura che c’è e che l’ideologia ha ricoperto con un bisogno di parità è stata in parte una gran fregatura…

Una fregatura pazzesca. Ma io non la voglio l’uguaglianza! E poi, oltre tutto, uguaglianza con il maschile che ha dato simili prove di sé nel corso del tempo… La parità è stata una fregatura pazzesca, un appiattimento sui ruoli maschili precedentemente esecrati. E sai… lì è difficile addentrarsi… ma anche la dimensione della pornografia, che è una dimensione in cui io sono entrato molto nei Canti del caos… La pornografia, sì, contiene anche degli elementi di libertà, di estremismo cui sono molto sensibile, che possono essere anche cruciali, però allo stesso tempo è l’irruzione della tecnologia nella sfera della genitalità umana. È il trionfo della tecnologia nella dimensione della genitalità e dell’amore, che viene completamente devastata da quest’unica dimensione. Ma quella roba lì non era la specifica schifezza maschile? La separazione e la lacerazione della sessualità dall’amore non era mica il modo in cui i maschi vivevano la propria sessualità? E se invece la vive allo stesso modo la donna allora va bene? Non erano gli uomini a essere criticati perché separavano la sessualità dall’amore, mentre le donne si diceva o si fantasticava che non riuscissero a farlo? E invece adesso per le donne la grande conquista è riuscire a farlo? È essere superficiali, fenomenologiche e ciniche come gli uomini?

La dimensione della vita e della letteratura nel Grido sono più che mai intrecciate, qual’è il rapporto con L’adorazione e la lotta? Come cambia la presenza degli scrittori, del pensiero?

Nel Grido c’è una forma più drammaturgica. Questo libro è preparato da L’adorazione e la lotta, ma anche dal libro su Balzac, Il fronteggiatore. E infatti anche Balzac fa una capatina bruciante in questo libro, ricordando a Carlo Marx: guarda che non solo il denaro muove gli uomini ma anche il piacere… In questo libro c’è l’individuazione di qualcosa che rimette in discussione tutto quanto, che permette una canalizzazione drammatica di ciò che è successo finora, c’è il corpo a corpo con la scienza, con la filosofia, che si conclude con la domanda: se sono questo, cosa ce ne facciamo noi della scienza, della filosofia? Ecc… Non perché io disprezzi il pensiero, ma perché quello che noi ancora percepiamo come pensiero deve diventare tramite di qualche cosa d’altro, perché finora è finito tutto in questo imbuto di specie…

Qual’è è il libro tuo più vicino al Grido per quanto riguarda l’invenzione di uno sbocco?

Fiaba Bianca. È il libro che ho scritto prima del Grido. Apparentemente è una fiaba, anche lì c’è il confronto con la fiaba che ci insegna la possibilità della metamorfosi e la possibilità dell’irruzione del possibile nell’impossibile. In quella fiaba bianca ci sono tre cavalieri, che sono la malinconia, la passione e il sogno: la malinconia che ti fa vedere le cose come stanno, senza inganni e senza finzioni, la passione che non ti fa arrendere di fronte a una situazione bloccata, il sogno che ti fa prefigurare e inventare una diversa dimensione e ti indica una inconcepibile strada per arrivarci.

Testi di Antonio Moresco citati

Canti del caos, Mondadori, Milano, 2009 – edizione completa

Gli incendiati, Mondadori, Milano, 2010

La lucina, Mondadori, Milano 2016

Il fronteggiatore, Bompiani, Milano, 2017, con Susi Pietri

L’adorazione e la lotta, Mondadori, Milano, 2018

Fiaba bianca, Rizzoli Lizard, Milano, 2018

Il grido, SEM, Milano, 2018

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In morte di Stan Lee

ricorda GIUSEPPE GENNA
Allora a nove anni io rubo una sigaretta dei Monopolio di Stato dal borsello in finta pelle di mio papà nell’anticamera tenebrosa, in fondo, verso la porta, nell’attaccapanni modellato in legno come un manichino di Savinio De Chirico e corro nella stanza di mia sorella e mia, oltre il poster del pittore di persone grasse rotonde esagerate Botero, un torero nell’arena circolare piccolina essendo lui enormemente tondo a toni morbidi, e verso il poster del funerale di Palmiro Toglietti del pittore del PCI Renato Guttuso, è mattina molto presto nella città cromata Milano, in questo evento di sabbia e sangue incrostato che è l’appartamento, la mia famiglia, io – e mastico la sigaretta. Succhio il tabacco, lo sminuzzo, muovo male la mascella, la lingua si irrita gonfiandosi, le sostanze tossiche sono assorbite, la saliva abbonda, la ptialina lavora la tossina, è tutto un metabolismo! Ecco la febbre. Se mastichi tabacco, viene oltre 37°, è un trucco che si tramanda, l’alito emana febbre e sentore di tabacco che si sputa in certe tabacchiere con la calce dentro, annullandone il puzzo, è un acido amaro, un whiskey sbagliato, degli adulti nelle case ricche patrizie moderne americane del nord, vetrate al posto delle pareti, blended e sigaro con le piscine notturne fuori in quelle ville di uno strano Le Corbusier: tutto il tabacco è questo. La febbre cresce. Scotto. Viene a provarla la madre, la tumultuosa madre, bianca, renitente, mio padre cupamente è uscito con il borsello verso il lavoro impiegatizio comunale nella giunta rossa di Carlo Tognoli. Sembra, io, che deliri. Il tabacco ha alzato le temperature interne, accelerando gli organi. E’ un tempo umanamente che esiste, lungo, di una lentezza fatta dalla meccanografia dei tempi, dei lavori di quel tempo. L’automobile è pesante, sono pesanti. Sono pesanti le prediche delle Pie Donne all’inizio dell’ora scolastica, dove non vado perché ho la febbre, sopra 38°, la madre è stata ingannata, mia sorella mi invidia l’influenza e va verso le Pie Donne iniziali della preghiera all’inizio delle lezioni alle elementari, accompagnata da mia mamma. Tumultuosamente sto, solo nella casa cupa, dentro il letto ravvolto, da lenzuoli diacci e intrisi, di sudore, di tabacco. Ogni febbre era “cavallina”. Sei nel centro di un cosmo diaccio, intriso di rocce e fatuità, umane non prevalentemente, o immagini di febbre che infuocate dalla carta velina alzano i loro propositi nell’aria, carta velina incendiata. Torna la mamma, ha accompagnato nella scuola fatta dal Duce mia sorella piccina, con le gambe magre e le braccia piccoli legnetti, molto magra e sul labbro inferiore la bolla di saliva che splende, aurea. Mia sorella. Mia sorella è una bambina di grande ingegno a cui la sera fa sempre male la gamba per motivi di stanchezza e anemia mediterranea, una malattia sconosciuta che parte dalla Sardegna e invade tutto il Mediterraneo. Non ha mai problemi ai denti, carie. Si veste molto compitamente e ha una forte componente di socializzazione e altri giudizi scolastici così. La mamma rientrando si è fermata all’edicola, fatta di metallo pesante verde, ha acquistato i giornaletti, i Vendicatori l’Uomo Ragno i Fantastici QuattroLa VisioneSilver SurferHawk Iron Man e altri, perché io ho la febbre, per farmi passare il tempo. Allora una nuova febbre mi sale dentro, encefalica, nelle immagini in quella carta non patinata, cotta, dei giornaletti di un tempo, fatto precipuamente da questo Stan Lee che li inventa tutti, li disegna e li inventa e scrive i fumetti, un uomo tipo Burt Reynolds ma con i capelli rossicci, quindi ha i baffi, e gli occhiali, enormi. Genialmente inventa per tutti tutto, noi e gli altri, ovunque nella vita sul pianeta Terra. Negli spazi siderei accadono le cose, divinità né maschili o altro, ciclopicamente grandi da occupare settori del cosmo diaccio e intriso di robotica e demiurghi, di salinità delle terre e esopianeti che posso immaginare grazie a Stan Lee. La zia di Peter Parker è una nonna, non è una zia, ha lo scialle viola, il vestito verde e rammenda come una catanzarese e è a New York. Goblin nel numero trentasette appare con uno skateboard mostruoso meccanico nel cielo di New York. Ovunque escono colori nuovi, nell’ispirazione immaginata di Stan Lee. Ci sono i ciechi tipo Devil contro Bruce con un cognome straniero che diventa Hulk, diventerà Lou Ferrigno, trascorrendo gli anni, con dei capelli anni Ottanta spumosamente inadatti ai supereroi della Marvel, che ha inventato Stan Lee! Ha inventato anche la Marvel! Stan Lee inventa tutto, sui tovaglioli, riportando in redazione un supereroismo umano dal volto umano, problemi di tutti i giorni, lontano dalla semiotica e dagli adulti, solo per noi. Mentre Goldrake grida dentro il televisore, non lo ha inventato Stan Lee, ma i giapponesi che si oppongono a Stan Lee. La febbre cala. Voglio scrivere un libro sulla Visione, ma non me lo permettono nel 1996. Ieri è morto.
Stan Lee, 28 dicembre 1922 – 12 novembre 2018
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Il tempio dei manga

Un viaggio nell’International Manga Museum di Kyoto

riferisce RICCARDO CAPOFERRO

Cuore della cultura tradizionale giapponese e complementare all’ultramoderna Tokyo, Kyoto sorge in una valle cinta da templi, le cui linee pulite circondano il centro abitato e sembrano, con discrezione, presidiarne i confini.

Ma ci sono templi, buddhisti e shintoisti, anche all’interno della città, nei quali specialmente in estate pulsa un’antica e sommessa vita rituale: preghiere, prugne lasciate a essiccare, il tintinnio dei sonagli a vento, sotto il forte brusio – che dopo un po’ fa tutt’uno col silenzio – delle grandi cicale giapponesi. Ci sono templi ovunque a Kyoto, anche nei centri commerciali e nei parchi pubblici.

Uno di essi è dedicato un culto giovane ma già numeroso. È il Museo internazionale del manga, un’istituzione tipicamente giapponese che a una prima occhiata non ha nulla di celebrativo. All’ingresso troviamo un negozio di gadget, poi un workshop di giovani mangaka che deliziano i visitatori con ritratti dalle fattezze stilizzate e gli occhi ingranditi; più oltre, percorrendo i corridoi dell’edificio – che in passato è stato una scuola – si arriva a una sala-biblioteca con al centro pannelli che illustrano aspetti giuridici, statistici o produttivi della storia del manga, a uno spazio dedicato alle mostre, e a un’ampia sala lettura con divani circolari e un grande tappeto, anch’esso circolare, sul quale accomodarsi a leggere.

È inutile cercare di descrivere un posto come il Museo internazionale del manga in modo oggettivo, specialmente se si è italiani e si è stati bambini nei primi anni ottanta, quando i cartoni animati giapponesi dilagavano nei palinsesti delle TV private e ogni pomeriggio si occhieggiava negli interni sobri ma accoglienti delle case giapponesi e ci si interrogava sul sapore degli onigiri, le polpette di riso. Esplorare il Museo significa naufragare tra le suggestioni, perché nuove scoperte sollevano ricordi vecchissimi, e per un po’ si va alla deriva tra i sogni di un tempo più spensierato. Ma nel giro di poco si iniziano a distinguere i lineamenti di in una storia. Una storia che è fitta di atmosfere, invenzioni grafiche e visioni della cultura occidentale, che fin dall’inizio hanno segnato la storia del manga.

Le suggestioni aleggiano tra le scaffalature gremite di tankōbon – gli albi rilegati – in cui spiccano serie da cui tra gli anni settanta e ottanta sono stati tratti i cartoni arrivati in Italia, ma subito si scorgono rassomiglianze tra quelle serie e altre: oltre a Versailles no Bara – cioè Lady Oscar – ne vediamo altre ad ambientazione storica in cui la cura del dettaglio si unisce al gusto del feuilleton e non di rado ai vagheggiamenti sentimentali tipici del sottogenere dello shōjo manga: fumetti dedicati a Cesare Borgia, a giovani alpigiane, a T. E. Lawrence, a fanciulle vittoriane o dell’alta società inglese d’inizio Novecento – Lady Victorian e Lady!!! – e, ancora, rievocazioni del Giappone feudale o del periodo Shōwa. E poi ci sono i fumetti ad ambientazione sportiva – come Capitan Tsubasa, il leggendario Holly e Benjy – e space opera come quelle legate all’universo vastissimo di Mobile Suit Gundam. E finalmente capiamo chi sia il personaggio con l’aria da duro i cui albi sono in vendita in tutti i Lawson, gli ubiqui minimarket giapponesi: si tratta del protagonista di una serie noir, Golgo 13 di Takao Saito, iniziata nel 1968 e ancora in corso. Il tratto di Saito somiglia a quello del quasi coetaneo Sampei Shirato, autore della serie Sasuke (sulle avventure di un giovane ninja), in cui ci si è imbattuti per caso un pomeriggio estivo di decenni prima.

L’enorme quantità degli albi, che ricoprono le pareti fino al soffitto, rende palpabile una storia accelerata, un immaginario che si è espanso con la rapidità e la potenza di una supernova e ha pervaso ogni angolo e ogni momento libero della serrata vita quotidiana giapponese, disseminando tracce ovunque: nei vagoni della metropolitana, sulle panchine, sui tatami. Si dispiega davanti ai nostri occhi una fitta sequela di esperimenti, variazioni e ripetizioni, in cui le soluzioni imposte da una produzione febbrile si sono unite a un’insaziabile sperimentazione. Per esempio, nell’opera dei grandi maestri notiamo a volte il recupero degli stessi visi (così fa, per esempio, Leiji Matsumoto: Capitan Harlock, il pirata dello spazio, è nato come Franklin J. Harlock, navigatore e pistolero al centro della serie western Gun Frontier). E lo stesso fumetto di “avanguardia”, il gekiga, è nato poco dopo gli albori del manga, quando artisti come Yoshihiro Tatsumi, che racconta della sue esperienza creativa nell’autobiografia a fumetti Una vita tra i margini, inseguiva l’idea di un fumetto più adulto, nei temi e nello stile grafico (diversi esempi di gekiga sono stati da poco pubblicati in italiano da Coconino press).

Nel museo tutto diventa tangibile. Si intuiscono le tonnellate di carta, i ritmi forsennati, il consumo vorace; si condivide l’interesse dei giapponesi per la cultura occidentale, che rende il nostro sguardo sul lussureggiante universo del manga quasi onirico, sospeso tra riconoscimento e straniamento. E si percepiscono gli ideali, le ossessioni e i turbamenti collettivi del pubblico giapponese – è fiorentissima anche la pornografia, con un’infinità di sottogeneri e perversioni – e ci assale la smania di leggere e la frustrazione di non poterlo fare, perché gli ideogrammi, con la loro agile eleganza, non riescono a staccarsi dalle immagini.

Ma per loro fortuna molti dei visitatori capiscono il significato degli ideogrammi, e possono godere pienamente delle storie che raccontano. Il museo del manga non allontana dal pubblico gli oggetti del desiderio. Chiunque può prendere un albo, dirigersi alla sala lettura e sprofondare nei grandi divani o nel pavimento imbottito, pronto a fuggire in una mitteleuropa reinventata, nel Giappone degli shogun o in una colonia orbitante. In silenzio devoto, nonne e nipoti, genitori e figli, e adolescenti solitari si fermano a leggere manga, le cui pagine non vengono sottratte agli sguardi e isolate in una teca; sarebbe un tradimento della loro ragion d’essere, che è quella di accompagnare il tempo quotidiano, di soddisfare la fame di evasione, di colorare – nonostante siano perlopiù in bianco e nero – la memoria di una stagione. I manga possono essere elevati allo statuto di classici, ma devono essere divorati, e il museo non nega questa realtà ma la asseconda, senza temere la deperibilità della carta. (Per fortuna, però, i lettori giapponesi, anche i più giovani, sanno trattare quella carta con rispetto).

Uscendo dal museo dopo aver comprato un souvenir nel negozio annesso – una serie di cartoline dedicate a Tetsuwan Atom di Osamu Tezuka (conosciuto in Italia come Astro Boy) si ha la sensazione di aver viaggiato nei decenni; di aver avuto accesso – tra navi, astronavi e fanciulle diafane dai grandi occhi – a un’enorme e multiforme memoria collettiva, e di averne visto le fucine. E si ha l’impressione di poter meglio cogliere la distanza tra il Giappone e l’occidente; una distanza che gli autori di manga hanno percorso con lo sguardo e tuttavia non hanno mai voluto colmare, consci fin dall’inizio della forza della loro ispirazione, che si nutre di influenze esterne all’isola ma è radicata nella loro tradizione pittorica e religiosa, nella loro morale, nel loro rapporto con la natura. (Sono immancabili, nei manga – persino in quelli dedicati ai mecha, i robot giganti – le pause contemplative davanti al profilo dei rami, alle nuvole, ai fili d’erba, le stesse pause a cui le città giapponesi, con improvvisi scorci di verde in mezzo al cemento, sembrano incoraggiare).

E uscendo dal mondo cartaceo del manga e rientrando nella città si intuisce un ancora misterioso senso di unità; si intravvedono le corrispondenze, evidenti o segrete, che fanno una cultura.

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Festivaletteratura Mantova 2018: il reportage

L’anno scorso è stato Nazzareno Mataldi, traduttore e agricoltore, a relazionarci sui fatti di Mantova; quest’anno abbiamo mandato in missione uno dei nostri Giovani turchi, che ci ha consegnato questo rapporto fededegno sull’edizione 2018 di Festivaletteratura. Riguardo al quale possiamo dire solo che ipogeo è indubbiamente una parola da difendere con le unghie e con i denti. La lettura del seguente reportage vi farà capire perché.

riferisce MARCO PETRELLI

Arrivo a Mantova nelle prime ore di un appiccicoso pomeriggio di settembre, dopo varie ore di treni regionali. L’ingresso ferroviario alla città, al contrario del più evocativo Ponte San Giorgio, impedisce di godersi lo spettacolo sempre notevole dei palazzi che sembrano sorgere dalle acque come un miraggio, ed è un peccato. Mantova è un luogo sognante, e questa caratteristica viene ulteriormente intensificata nei giorni del festival in cui, difesa dai suoi tre laghi, la città diventa un utopico bastione della letteratura a fronte degli attacchi scarsamente alfabetizzati dell’Italia contemporanea. Magari sto esagerando, ma trovarsi in questa sorta di isola fatta di acciottolati, vicoli e cortili signorili che si aprono ovunque si posi lo sguardo è sempre una sensazione onirica — aiutano in questo senso le frequenti e spesse nebbie generosamente offerte dal Mincio.

Ma la giornata è limpida, la città luminosa, e io ho un accredito stampa da ritirare; per cui, abbandonati gli scarsi bagagli e in preda a un inedito fervore giornalistico, mi lancio immediatamente nell’abbraccio sudaticcio dei lettori che iniziano a sciamare per le vie del centro.

La sala stampa si affaccia direttamente su Piazza Leon Battista Alberti, giusto dietro la magnifica Basilica di Sant’Andrea, per i cui splendidi affreschi i Gonzaga, dicono le voci, non pagarono mai il povero Mantegna. Qui vengo introdotto alle gioie del giornalista accreditato: un bel badge giallo, shopper del festival, programma, taccuino, e, sopra ogni cosa: accesso illimitato alla macchinetta del caffè, privilegio del quale approfitto e abuso durante i giorni seguenti. Guardo per un po’ gli altri giornalisti affaccendarsi ai loro portatili, seduto su una delle (comodissime) poltrone (rosse) a disposizione, poi decido di buttarmi nella mischia.

Il primo evento a cui partecipo, “Mare e scrittura o scrittura di mare”, è un confronto tra alcune firme di Sirene, lo scrittore britannico Simon Winchester, e il nostrano Matteo Trevisani, autore del Libro dei fulmini. Quest’ultimo racconta la storia di una maledizione che avrebbe perseguitato i pescatori del suo albero genealogico (il mare, si sa, è un dio affamato), mentre il primo, con tutto l’aplomb che il personaggio richiede, spiega come i sogni adolescenziali di diventare capitano di Sua Maestà siano svaniti per colpa del daltonismo, come ogni oceano abbia una vera e propria personalità, e i l fatto che l’Oceano Pacifico è il posto dove si formano tutti i fenomeni meteorologici del pianeta. I suoi libri dedicati al mare, Atlantico e Pacifico, mi sembrano una lettura interessante. Mi ripropongo di acquistarli, poi me ne dimentico. Lo farò, prometto.

Dopo, durante un drink al quale vengo mezzo invitato e mezzo imbucato, Winchester prende bonariamente in giro un giornalista italiano per l’inglese delle sue mail sorseggiando un calice di rosso, mentre qualcun altro, venuto a sapere che scrivo per PULP Libri, mi consiglia di cambiare mestiere. Ci penserò su. Scambio anche qualche parola con Christopher Bollen (Orient), improvvisandomi interprete in mancanza di veri professionisti, e me la cavo discretamente, anche se il lessico marinaresco non è esattamente la mia specialità.

Il giorno successivo passo un bel po’ di tempo nel cortile di Palazzo Castiglioni (proprio lui, quello del Cortegiano), uno dei luoghi più belli del festival tutto. Qui ogni giorno c’è un appuntamento fisso: Il libro più divertente che ho letto. Con il piacere che si riserva solo alla sacrosanta rivalutazione di grandi scrittori ingiustamente caduti nell’oblio, ben due degli autori intervistati, il suddetto Bollen e Tullio Avoledo, scelgono Kurt Vonnegut, rispettivamente: La colazione dei campioni e Un pezzo da galera. Io avrei detto Galapagos, ma è bello vedere come l’ironia zannuta di Vonnegut sopravviva egregiamente ai tempi, e anzi, come la sua sardonica ferocia sia forse ancora più attuale di questi tempi in cui ridere vuol dire sempre più spesso abbandonarsi a un ghigno. L’autore sentitamente ringrazia; e io anche.

Nel pomeriggio è tempo per la prima superstar del festival: l’ex Ministro delle finanze greco e attuale leader di Diem25 Yanis Varoufakis, che presenta il suo ultimo, ponderoso volume: Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa. L’economista, si sa, è uomo carismatico, e dopo aver salutato la platea col pugno chiuso si lancia nell’esposizione elegante e un po’ smargiassa della rozzezza delle attuali politiche nazionalistiche e della cecità incurabile dei burocrati neoliberali d’Europa. Definisce «idiota» la gestione della crisi, racconta di un senzatetto greco che gli chiese di prendersi cura degli altri perché per lui era ormai troppo tardi, e ribadisce continuamente la necessità di democratizzare l’Europa piuttosto che distruggerla. C’è anche una storiella divertente su un vecchio amico italiano, passato come tanti dal PCI a uno qualunque dei successivi partiti socialdemocratici. «Eri un comunista di ferro, non lo sei più?» chiede Varoufakis. «No», risponde l’altro, «perché l’ha detto il partito». Non mancano ovviamente diverse frecciate ai nostri attuali governanti, tanto che al momento delle domande una fervente pentastellata prende il microfono per ribadire le proprie posizioni e rigettare le manco troppo velate accuse di razzismo pronunciate dall’ex ministro. La sventurata viene sommersa da una valanga di fischi («questa è la sinistra», sibila inviperita) a riprova che, di solito, chi ama la letteratura non apprezza le sciocchezze. Grazie al cielo.

Verso le cinque mi muovo con un pugno di giornalisti in una delle sale della splendida Loggia del grano, quartier generale del festival, dov’è prevista una collettiva con David Sedaris, uno degli uomini più divertenti del pianeta. Che infatti non si smentisce: entra sorridendo e azzarda qualche parola in italiano—un po’ ingrigito rispetto a come me lo ricordavo, ma sempre brillante. Le domande si susseguono, Sedaris dichiara il suo amore per le scenette slapstick della vita di tutti i giorni, e afferma che la gente sarà sempre in grado di trovare qualcosa che li faccia ridere. «La cosa importante è riuscire a essere in uno stato di perenne stupore», dice. Volevo chiedergli cosa trova divertente in Donald Trump, ma una giovane giornalista mi precede: «Un ego di quelle dimensioni è divertente di per sé», risponde, «Non puoi fare a meno di ridere quando qualcuno è così innamorato di se stesso». Sedaris ha appena pubblicato una selezione dei diari che tiene con ossessiva regolarità sin dagli anni Settanta (Ragazzi, che giornata! Diari 1977-2002). Il resto è stato consegnato all’università di Yale con la clausola che potranno essere resi pubblici solo dopo la sua morte. «Se qualcuno leggesse tutto quel che scrivo nei miei diari», dichiara, «per la vergogna mi infilerei una matita in un orecchio fino a spappolarmi il cervello».

Chiudo la giornata in bellezza con una robusta pinta di doppio malto mentre Trevisani mi fa i tarocchi e mi spiega Gurdjieff (i libri mi sono arrivati; grazie, Matte’).

Il giorno successivo, dopo l’inevitabile dose di caffeina accumulata in sala stampa, mi muovo verso il conservatorio Lucio Campiani per una vera e propria lecture accademica. Robert Darnton, decano degli storici statunitensi, tiene un’interessantissima lezione su letteratura e censura tratta dal suo I censori all’opera, nella quale mette a confronto le pratiche censorie della Francia borbonica, dell’India britannica e della DDR. L’autorità di Darnton traspira da ogni suo gesto e dall’ironia con la quale illustra l’argomento. Ascoltarlo è un piacere. In chiusura, lo storico lancia un condivisibile appello contro gli eccessi smaterializzanti e omnitestuali di un certo tipo di teoria poststrutturalista. «Il concetto postmoderno di censura volgarizza le conseguenze che questo atto ha e ha avuto sulle persone, sui corpi che l’hanno subito», dichiara, «Anche la semplice autocensura può diventare un veleno mortale, alla lunga». Applausi in sala.

Arriva finalmente uno dei momenti che aspettavo di più. Ai margini del centro storico, vicino ai freschi e sonnolenti giardini di Palazzo Te, Tom Drury presenta il suo ultimo libro, Pacifico, insieme a Luca Briasco. L’incontro non delude le aspettative. Drury afferma di ispirarsi all’epica celtica per il suo stile asciutto e assertivo, pur ammettendo una certa evoluzione formale dai tempi de La fine dei vandalismi. E l’autore stesso sembra il personaggio della mitologia cui dice di ispirarsi: serio, lascia raramente trapelare l’ironia che invece riversa nelle sue storie. Un Cúchulainn che ha deposto le armi per impugnare la penna. Parla dell’importanza dell’ambientazione nella sua opera, affermando come la lontananza dai luoghi dove è cresciuto gli permetta di ricreare un luogo reale e immaginario e utilizzarlo come palinsesto per studiare le reazioni dei personaggi ai cambiamenti che, romanzo dopo romanzo, investono la contea rurale del Midwest che lo scrittore ricrea in ogni suo piccolo, fondamentale dettaglio. «La geografia è parte dei miei ricordi più profondi. Quel che ho cercato di fare è stato presentare il paesaggio ai personaggi per vedere come questi cambiavano in relazione all’ambiente», afferma. E anche: «Lo scontro con l’autorità è sempre una buona cosa per un personaggio… ogni buon romanzo ha bisogno di un piantagrane». Buoni consigli di scrittura da parte di un bravo scrittore, che alla fine dell’incontro si premura anche di suggerire alcuni dei suoi autori preferiti, tra i quali figurano Cechov, Sherwood Anderson, Daniel Woodrell e l’amico Chris Offutt (tra i preferiti anche di chi scrive).

Mentre ozio in Piazza Leon Battista Alberti rimettendo a posto gli appunti della giornata mi imbatto di nuovo in Sedaris, intervistato dagli speaker di Fahrenheit, che dichiara di aver imparato ben due nuove parole in italiano: «stracotto d’asino» e «sifilide». Entrambe utilissime nella bassa mantovana.

L’ultimo giorno di festival si apre in bellezza con quella vecchia lenza di Chris Offutt; tra tutti, l’incontro che aspettavo di più, essendomi di recente perdutamente innamorato della sua scrittura cruda ed elegiaca. L’intervistatore prescelto è Giancarlo De Cataldo, che a tratti sembra faticare a imbrigliare Offutt con le sue domande. Ma l’autore si scioglie in fretta, e racconta con ironia, nella parlata lenta e morbida del Sud, della sua adolescenza negli Appalachi del Kentucky, e di come non avesse mai pensato di diventare uno scrittore. «Volevo essere un attore, o un pilota di macchine da corsa, oppure una spia. Qualcosa di entusiasmante, insomma. Scrivo da che ho memoria, ma da ragazzo l’idea di diventare uno scrittore non mi ha nemmeno sfiorato». Parte dell’intervista è dedicata anche al padre, Andrew J. Offutt, una figura quantomeno singolare. «Mio padre e mia madre hanno vissuto nelle colline del Kentucky per una cinquantina d’anni, e non buttavano mai via niente. Così, dopo la morte di mio padre, ho scoperto che aveva scritto, sotto vari pseudonimi, qualcosa come quattrocento romanzi pornografici. Era capace di scrivere un libro in tre giorni, lo faceva per soldi, un po’ come ho fatto io quando lavoravo per Hollywood. Scriveva tutto a mano, e mia madre poi lo batteva a macchina», ride. Ma i momenti più interessanti dell’incontro sono quelli in cui Offutt parla del Kentucky, delle montagne e della gente che vive lì, spesso in condizioni assolutamente precarie. «Sono gli ultimi dimenticati della società americana. Le persone del Kentucky sono considerate il peggio del peggio, vengono continuamente sfottute per questo. Non c’è niente tra le colline: nessun ristorante o negozio; l’unico luogo deputato alla socialità è la chiesa, che infatti è molto presente nel mio lavoro perché è un elemento fondamentale della vita tra le colline. Possono essere una comunità molto unita, volenterosa di aiutare il prossimo, ma c’è un rigidissimo codice da rispettare. Un codice di comportamento e un codice d’onore. La lealtà è fondamentale: devi essere leale con la tua famiglia, i tuoi fratelli e sorelle, e devi essere leale con la terra. Per quel che mi riguarda, la mia lealtà è prima di tutto con la letteratura. Quello che vorrei fare on la mia opera è abbracciare queste persone, perché gli voglio bene». Il malinconico abbandono pastorale che spesso caratterizza la scrittura di Offutt è anche una cosciente operazione antropologica, il tentativo di mantenere viva la memoria di una cultura che è lentamente ma inesorabilmente inghiottita dalla storia: «La mappa che trovate in Nelle terre di nessuno l’ho disegnata io. È l’unica mappa del luogo in cui sono cresciuto. C’erano persone, c’erano paesi; adesso non c’è più nulla. È tutto scomparso».

Faccio la fila per fargli firmare la mia copia di Kentucky Straight (ho provato a fingermi disinteressato, ma non ho resistito). Gli dico che ho recensito Country Dark per Pulp, e che mi è piaciuto molto. Dice di ricordarsi di me per via di un paio di parole che ha dovuto cercare sul dizionario («ipogeo» e «silvano», nello specifico), mi ringrazia scherzosamente per avergliele insegnate [N.d.A. questa cosa dell’ipogeo deve avermi reso lo zimbello di mezza editoria italiana, perché appena Offutt mi chiede di pronunciarlo Luca Briasco e Roberto Serrai si girano verso di me. «Ah, sei tu Marco! Appena ho sentito “ipogeo” mi sono detto “è lui”». Prometto solennemente che in futuro la smetterò di fare il ricercato. Sono un accademico, cercate di capirmi e compatirmi]. Lo ringrazio di tutto, perché se lo merita. Infilo il libro firmato di fresco nell’apposita borsa di tela fornita dall’organizzazione e mi allontano con un sorrisetto divertito.

Grazie, Mantova, è stato proprio bello. Ci vediamo l’anno prossimo. O meglio: fa’ bel, Mantova, as vedema prest’!

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Giuseppe Genna su Franz Kafka

A commento della sua scelta di tre brevissimi scritti di Franz Kafka pubblicati ieri sul nostro sito, Giuseppe Genna ci ha fatto avere anche un breve testo sullo scrittore boemo, che siamo ben lieti di presentarvi.

Che cosa possiamo dire, che cosa possiamo scrivere ancora di Kafka? Più di quanto si è pensato e scritto, più di quello che si è voluto canonizzare a forza? Si è verificato un dispendio antikafkiano di parole e atti ermeneutici, per isolare lo scrittore praghese (praghese? O tedesco o austriaco o mitteleuropeo o cosmopolita o universale?) in una figurazione definitiva e definitivamente deflagrata del successo letterario e umanistico, grazie a cui le stente righe dei racconti e dei cosiddetti romanzi (romanzi?) avrebbero imposto una norma del dire, del pensare, del fare. Il Novecento è in grande parte Kafka e su ciò non sembra nutrire dubbi anche l’ultimo degli interpreti.

Ciò che colpisce è tuttavia il fallimento di Kafka, ovvero il suo compimento: chi ha imitato Kafka? Qual è il nome della sua continuatrice o del suo continuatore? Come si disarma la macchina narrativa kafkiana, quell’inattesa comorbilità tra scrittura e patologia logica, che ha istituito appunto un canone con un unico canonizzato, quasi che si potesse esaltare la santità attraverso un solo santo? Kafka è lo scrittore degli scrittori, così come Francesco il santo dei santi? Quale chiesa è chiamato a ricostruire il dolicocefalo che spira a Kierling?

Non vedo disponibili a una simile opera strutture templari, che possano accogliere le sue spoglie o essersi erte grazie al suo scalpellare stilisticamente incongruo, nonostante Kafka abbia affrontato un po’ ovunque la templarietà stessa. Profano rispetto all’agglutinarsi della proiezione che crea l’impressione del sacro, iconoclasta che distrugge qualunque rapporto col simbolico ma soltanto eiettando senza requie infiniti simboli, tutti emittenti un’indecifrabilità cinese o anticoegizia, Kafka è anzitutto il suo impatto. Cosa avvertiamo noi, che lo leggiamo a distanza di tempo e spazio, nonostante i tentativi forzosi di spiegare o contenere quell’impressione istantanea e preverbale, con cui le sue narrazioni e i suoi finiti aforismi danno il colpo all’occipite e all’osso frontale e allo sterno e alla vista di chi entra in contatto con loro – pronome che vale per persone, precisamente, e non per entità disanimate?

Il fenomeno della vita vivente in Kafka sta tutto lì: fermarsi a sentire il sordo trauma, il rimbalzo decisivo che impone indistinguibilmente la sua prosa quanto il suo esserci, il suo esserci stato in carne e ossa, feribile, dentro una vita attentabile. Per essere colpiti, dobbiamo in qualche modo avere bloccato, anche del tutto vanamente, il colpo stesso: avevamo un occipite, avevamo uno sterno, un tessuto cardiaco, un’epidermide, sbrecciati dalla forza del proiettile.

È questa traumatologia kafkiana che da decenni non sembra più perseguita, letterariamente, letteralmente, dagli autori che modulano le lingue occidentali e stanno risultando progressivamente incapaci di vita onirica e di vibrante ipersensibilità agli spigoli della realtà che essi stessi sono e che preme loro addosso. (Da questo punto di vista, che è molto laico e intollerabilmente idiosincratico, ravvedo nel Don DeLillo successivo a Underworld il continuatore, l’erede incerto e schivo, l’equivoco ambulante che batte le suole su quella via dei canti in pieno deserto, che Kafka ha descritto attraverso pavimentazioni borghesi e nevi, doline terragne e superfici fluviali). Il mondo si solleva in Kafka a mostrarci il pugno e a colpirci in piena fronte! Come si potrà restare esanimi, davanti agli esclamativi, a cui è abolito l’utilizzo del punto esclamativo? Kafka statuisce una nuova sintassi universale? La sua parola abolisce l’oralità, anche quella intrapsichica? Come possiamo persistere, abbandonati da subito e per sempre, senza madri né padri, in questo attentato kafkiano al mondo? Era dunque un Gavrilo Princip qualunque? E’ sempre una guerra mondiale novecentesca a rimbombare nelle fumisticherie essenziali di questo ipocondriaco, che ha ben ragione di temere la propria malattia?

Subiamo il colpo. Chi siamo, mentre il colpo impatta su di noi, in noi?

Le sue parole sembrano leggibili e non lo erano: non ci sono nell’istante in cui ci colpiscono.

Continuare a vivere, dopo quell’impatto, è leggero e illusorio, per quanto squallido e comune.

Leggerlo significa dimenticare all’istante che lo si stava leggendo, che lo si è letto.

Qualunque atto di amore è postumo a quell’impatto.

La sua leggenda deve finire immediatamente: immediatamente!

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Il coraggio di scrivere: Riflessioni su La ragazza con la Leica

riflette UMBERTO ROSSI

Lo scorso anno lessi e recensii per PULP Libri il vincitore dello Strega e uno dei finalisti. Lo feci per motivi estrinseci: Le otto montagne di Cognetti, perché trattava di montagne per l’appunto, argomento che mi interessa sempre; La più amata della Ciabatti, perché avevo letto un precedente romanzo della scrittrice maremmana, e m’era piaciuto abbastanza. Quest’anno ho letto La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 333, euro 15,30 stampa, euro 10,99 ebook) per un motivo nient’affatto estrinseco: non appena avuta la notizia della vittoria allo Strega di Helena Janeczek ho acquistato il suo romanzo e mi sono messo a leggerlo con la precisa intenzione di discuterlo qui proprio perché vincitore dello Strega. Ed è mio fermo intendimento continuare nei prossimi anni con i premiati a venire (almeno finché ce la faccio).

Vorrei aggiungere che per motivi altrettanto estrinseci ho cominciato a leggere anche il vincitore dello strega del 2016, e cioè La scuola cattolica di Edoardo Albinati; avevo sentito parlare l’autore alla radio (a Fahrenheit, ovviamente), e avendo frequentato anch’io un liceo religioso ero stato subito toccato dal suo tema. Ne ho macinato un centinaio di pagine, poi confesso di averlo mollato, nauseato da una verbosità proliferante e irritante. La storia ce l’aveva, Albinati, ma avrebbe dovuto raccontarla con 200 pagine in meno (un amico che lavora nell’editoria avrebbe tagliato 500 pagine: mi ritengo dunque moderato). Inoltre avevo provato a leggere La ferocia, di Nicola Lagioia, che trionfò nel 2015: però il continuo sforzo dell’autore di stupire il lettore con immagini originali e spiazzanti, che a me paiono più che altro sforzate se non al limite del ridicolo, mi ha fatto smettere dopo neanche le rituali trenta pagine. Orbene, avendo finito Ciabatti e Cognetti senza sforzo, si può dire che dal 2016 al 2017 il premio abbia fatto registrare un sensibile salto di qualità.

Scusate la fascetta…

Ma niente mi aveva preparato alla sorpresa della Janeczek. Perché, e voglio dirlo subito, la scrittrice “tedesca naturalizzata italiana” (come recita la Wikipedia), per di più nata da genitori polacchi di discendenza ebraica, ha fatto fare al premio Strega un ulteriore salto di qualità. Potrei anche dire che facendo vincere La ragazza con la Leica, il premio suddetto più che fare un favore alla scrittrice ha fatto un favore a sé medesimo (e ce n’era bisogno). Detto semplicemente, questo è un gran bel romanzo, e potenzialmente qualcosa che potrebbe restare nella storia letteraria. Pur con alcuni difetti. Ma la letteratura è una cosa strana: spesso le imperfezioni diventano pregi, e lo scrittore meno levigato lascia un segno più grande e duraturo. La regola, nelle umane lettere, è una sola: non ci sono regole.

Cominciamo dal contenuto: il libro è incentrato sulla storia di due fotoreporter, uno famoso già in vita, Endre Ernő Friedmann, e una riscoperta solo di recente, Gerta Pohorylle. Probabilmente il primo lo conoscete con lo pseudonimo di Robert Capa; la seconda, potreste averla sentita nominare come Gerda Taro. Entrambi ebrei, entrambi fuggiti dalla Germania per evitare di fare una brutta fine dopo l’ascesa al potere di Hitler, entrambi politicamente a sinistra, entrambi hanno legato la loro storia di fotografi alla guerra civile spagnola; la Taro in Spagna ci è anche morta nel 1937 a ventisei anni, per un incidente. Capa, che era il suo compagno (anche se il loro era un rapporto assai poco convenzionale, come ci fa capire a più riprese Janeczek), le sopravvisse per perdere la vita nel 1954, saltato in aria su una mina in Vietnam, durante la feroce guerra tra i vietnamiti e i colonialisti francesi. Due vite brevi, due vite che paiono segnate dal destino; due vite che in qualche modo “chiamano” la scrittura, la narrazione, il racconto.

Robert Capa fotografato da Taro

Ebbene, Janeczek sceglie di adottare un approccio tutt’altro che lineare alla vicenda di Capa e Taro. Parte commentando una foto che li ritrae insieme in Spagna: ridono, nonostante lui regga in mano un fucile. Inizia studiando quella foto, e altre scattate dai due fotografi, interrogandosi su ciò che mostrano, su quell’apparenza senza colori che al tempo stesso è così prossima e così lontana, così chiara e comprensibile e così ambigua. Questo il prologo del romanzo, che da subito mi ha dato una misura del coraggio dell’autrice: niente di ruffiano, niente di facilmente accattivante, sicuramente non un attacco facile. Eppure ha un’intensità che colpisce.

Poi seguono tre parti, intitolate rispettivamente “Willy Chardack”, “Ruth Cerf”, “Georg Kuritzkes”. Sono i nomi di tre personaggi le cui vite si sono incrociate con quelle di Capa e Taro. Anche loro comunisti o comunque di una sinistra con la quale la nostra sinistra “ufficiale” del 2018 ha ben poco a che fare. Anche loro profughi. Tutti e tre più fortunati dei due fotoreporter, però: sopravvissuti alle persecuzioni naziste, alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale con annessa Shoah. Morti di vecchiaia, dopo aver trovato un approdo sicuro chi negli Stati Uniti, chi in Italia, chi altrove. È attraverso questi tre personaggi che noi sappiamo di Gerda e Robert (alias André); e la loro storia non ci viene raccontata linearmente, bensì attraverso una rimemorazione tortuosa e discontinua, che non sarà un flusso di coscienza joyciano (grazie a Dio) ma non è neanche un legnoso flashback stile serie televisiva RAI/Mediaset. Tanto per dirne una, Georg Kuritzkes, che era un medico, torna al suo rapporto (non solo amicale) con Taro e in subordine con Capa quando ormai vive a Roma e lavora per la FAO. È nel 1960 delle Olimpiadi (ma anche del governo Tambroni) che Georg ritorna agli anni prima della seconda guerra mondiale, e alla sua amante scomparsa, e lo fa spostandosi ogni tanto avanti e indietro nel tempo, e anche inevitabilmente nello spazio, date le vite nomadi di pressoché tutti i personaggi del romanzo.

Gerda Taro all’opera

Insomma, Janeczek ha fatto scelte stilistiche e tecniche coraggiose. Ha usato quel narratore non-onnisciente e periferico che venne introdotto da Emily Brontë in Cime tempestose e poi usato con maestria da Fitzgerald nel Grande Gatsby. Una tecnica difficile, ulteriormente complicata dalla III persona (Brontë e Fitzgerald avvicinavano il lettore con narratori in prima), che però può dare risultati esaltanti se saputa usare. A mio modesto avviso, Janeczek vince la scommessa: nonostante all’inizio si possa restare smarriti e confusi, man mano che si procede si entra sempre più nella vita di questi profughi e sovversivi, e le personalità di Taro e Capa emergono sempre più distinte, senza agiografie e santificazioni zuccherate. E al confronto, spiace dirlo ma è così, Ciabatti e Cognetti ne escono come scolaretti promettenti, ma ancora bisognosi di completare il corso di studi.

E veniamo ai difetti. Fondamentalmente è questione di lingua; lingua sulla quale si sono accaniti per esempio diversi commentatori su Amazon (io vado sempre a guardare quel che si dice lì; scusate quest’approccio plebeo, però trovo interessante confrontare il mio punto di vista con quelli che appioppano al romanzo una sola stella in segno di spregio e disapprovazione). Janeczek, a detta di questi detrattori da tastiera (o smartphone) è straniera, QUINDI (mi si scusino le maiuscole, ma talvolta sono indispensabili) non padroneggia l’italiano. Secondo un commentatore, eccede nei complementi oggetto (curiosa notazione: non sa costui che la maggior parte dei verbi sono transitivi e quindi bisognosi di un oggetto?); secondo altri si avverte una sintassi straniera. Siamo al sovranismo grammaticale?

Personalmente, il 90%, ma pure il 95% delle frasi del romanzo mi stanno benissimo, e se talvolta hanno torsioni insolite ben vengano. L’italiano è la lingua di chi lo sa scrivere, non di chi è nato (e cresciuto) qui da genitori italiani. Per me Janeczek scrive bene e se sotto talvolta avverti il tedesco, ma perché no? Non s’avverte qualche volta il siciliano sotto Sciascia – senza arrivare alle contaminazioni di Camilleri sulla scia di Pasolini e Gadda? Non sono altre lingue quelli che una politica culturale nazionalista e stupida ha bollato dall’Unità d’Italia come dialetti? Non c’è il sardo dentro Deledda e Satta? E non sono gran stilisti questi?

Però qualche volta c’è la frase che non funziona. Ne ho annotate alcune. Si parla “delle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in alcune sale”; forse è una deliberata invenzione, ma non mi convince molto, l’uscita strappata. Poi ci sono le amiche che “presero a incuriosirsi di quella storia”, e a me quel di non suona proprio. A un certo punto un personaggio “aveva concluso con un sorriso disarmato”, quando di solito i sorrisi sono disarmanti; magari questa era una scelta originale, tenderei a concedere il beneficio del dubbio. Ma viene da chiedere proprio cosa siano “le alte festività ebraiche” di cui si parla a un certo punto, e quell’uso di “alto” per “importante” mi ricorda il lessico inglese e quindi un sostrato di senso germanico, quindi tedesco. Insomma, ogni tanto ci sarebbe voluto un lavoro di editing più attento da parte di Guanda.

Ma sia ben chiaro: io sono un rompiscatole armato di lente d’ingrandimento. Sono il professorino con la matita rossa e blu. Non mi dàte retta. Nel complesso il romanzo è ben scritto e a tratti la sua prosa ha un’intensità invidiabile. Come in questa sorta di conclusione:

Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro, si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.

Da un certo punto di vista, queste parole dette nel 1960 suonano premonitrici a noi lettori del 2018. Gerda Taro era una donna di oggi vissuta negli anni Trenta dei totalitarismi; non stupisce che dopo quegli anni infausti venisse dimenticata, essendo stata troppo libera per quell’epoca. Ma risuonano ancora più forti pensando che poche pagine dopo, nella conclusione del romanzo, dove Janeczek ancora commenta le foto di Taro e Capa (non scattate da loro, ma che li raffigurano), viene citato Walter Benjamin e il suo saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte (un testo che ancora non abbiamo capito a fondo, aggiungerei); e leggendo mi si è chiuso un corto circuito con un altro, terribile e tragico testo di Benjamin, quella sorta di testamento profetico che sono le “Tesi di filosofia della storia”, dove il grande berlinese ci spiega che se vinceranno i nazifascisti neanche i morti saranno più al sicuro (mi viene sempre da chiedermi se Orwell potesse averlo letto; assai probabilmente no, ma tra vere intelligenze si è spesso in sintonia a propria insaputa). Ecco, nonostante la sconfitta delle potenze dell’Asse, Gerda Taro ha rischiato di sparire del tutto dalla storia, come se non fosse mai vissuta; e questo ci fa interrogare su certe visioni consolatorie della Seconda guerra mondiale (soprattutto proposte da certe pellicole recenti), in base alle quali avrebbero vinto i buoni, punto. Veramente?

In conclusione, mi sembra che stavolta lo Strega abbia avuto un momento di lucidità. Speriamo che duri. Intanto, leggete La ragazza con la Leica. Non date retta ai denigratori su Amazon, che con le loro sparate hanno dimostrato solo di non saper leggere le righe e tra le righe (e fortunatamente ammontano solo al 33% di quelli che hanno commentato in quella sede…).

 

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Ho sposato Philip Roth

scrive PAOLO SIMONETTI

Addio, Philip Roth

Non ho mai incontrato Philip Roth, non ho foto insieme a lui da esibire, non ho nemmeno un suo libro autografato (e visti i prezzi schizzati immediatamente alle stelle dopo la sua morte probabilmente non ce l’avrò mai). La mia storia con Roth è cominciata tardi, come scappatella istintiva di una notte, un tradimento trascurabile al mio grande amore, Thomas Pynchon, il suo vero, unico rivale nella scena letteraria americana. Certo, avevo letto Lamento di Portnoy a venticinque anni, ma mi aveva lasciato del tutto indifferente – forse perché ero reduce da L’arcobaleno della gravità e da giovane dottorando rampante preferivo lo scrittore invisibile a quello ipervisibile, l’oscurità ermeneutica alla ridondanza parodica, i piaceri difficili e inarrivabili a quelli forse proibiti ma sin troppo accessibili. Per fortuna, però, si cresce – io sono cresciuto, Philip Roth è cresciuto, e con lui la narrativa americana.

Dicevo che la nostra è stata una scappatella, ma dettata da un istinto di sopravvivenza più che da lussuria letteraria. Dovevo fare un ciclo di lezioni per sostituire un professore, e tra i testi che aveva inserito c’era Lo scrittore fantasma. Fortuna che è breve, pensai, e lo lessi tutto d’un fiato un paio di giorni prima della lezione. Fu un lampo, un’illuminazione, Saul sulla via di Damasco. Proseguii con la trilogia di Zuckerman, lessi L’orgia di Praga e quando arrivai a La controvita ero innamorato perso. Cotto. Goodbye, Columbus, goodbye, postmodernism, goodbye…

Oggi che sono felicemente sposato a Philip Roth – la cerimonia è stata celebrata sul primo volume dei Meridiani Mondadori dedicati alla sua opera, di cui ho avuto l’onore di curare quattro notizie ai testi, ed è stata poi suggellata dalla curatela dei restanti due volumi, a cui sto lavorando – non posso non sentirmi vedovo, o, meglio ancora, orfano. Perché il patrimonio che Roth lascia alla letteratura – americana, italiana, mondiale – è immenso e vivrà dopo di lui nelle pagine dei suoi libri, come in quelle di chi, come me, prenderà in mano la penna cercando di imitarlo, criticarlo, commentarlo, analizzarlo, ricordarlo, con la consapevolezza di non poterlo in alcun modo raggiungere, sperando però di arrivare a cogliere, forse, una lontana eco della sua poderosa, irriverente, comica, tragica, insuperabile voce.

E ora, in ordine sparso…

la macchia umana
l’orgia di praga
il complotto contro l’america
la controvita
pastorale americana
addio columbus
lamento di portnoy
l’animale morente
il teatro di sabbath
operazione shylock
everyman
indignazione
l’umiliazione
ho sposato un comunista
zuckerman scatenato
lo scrittore fantasma
lasciar andare
il grande romanzo americano
nemesi
la lezione di anatomia
la nostra gang
il fantasma esce di scena
quando lei era buona
inganno
il professore di desiderio

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