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Il coraggio di scrivere: Riflessioni su La ragazza con la Leica

riflette UMBERTO ROSSI

Lo scorso anno lessi e recensii per PULP Libri il vincitore dello Strega e uno dei finalisti. Lo feci per motivi estrinseci: Le otto montagne di Cognetti, perché trattava di montagne per l’appunto, argomento che mi interessa sempre; La più amata della Ciabatti, perché avevo letto un precedente romanzo della scrittrice maremmana, e m’era piaciuto abbastanza. Quest’anno ho letto La ragazza con la Leica (Guanda, pp. 333, euro 15,30 stampa, euro 10,99 ebook) per un motivo nient’affatto estrinseco: non appena avuta la notizia della vittoria allo Strega di Helena Janeczek ho acquistato il suo romanzo e mi sono messo a leggerlo con la precisa intenzione di discuterlo qui proprio perché vincitore dello Strega. Ed è mio fermo intendimento continuare nei prossimi anni con i premiati a venire (almeno finché ce la faccio).

Vorrei aggiungere che per motivi altrettanto estrinseci ho cominciato a leggere anche il vincitore dello strega del 2016, e cioè La scuola cattolica di Edoardo Albinati; avevo sentito parlare l’autore alla radio (a Fahrenheit, ovviamente), e avendo frequentato anch’io un liceo religioso ero stato subito toccato dal suo tema. Ne ho macinato un centinaio di pagine, poi confesso di averlo mollato, nauseato da una verbosità proliferante e irritante. La storia ce l’aveva, Albinati, ma avrebbe dovuto raccontarla con 200 pagine in meno (un amico che lavora nell’editoria avrebbe tagliato 500 pagine: mi ritengo dunque moderato). Inoltre avevo provato a leggere La ferocia, di Nicola Lagioia, che trionfò nel 2015: però il continuo sforzo dell’autore di stupire il lettore con immagini originali e spiazzanti, che a me paiono più che altro sforzate se non al limite del ridicolo, mi ha fatto smettere dopo neanche le rituali trenta pagine. Orbene, avendo finito Ciabatti e Cognetti senza sforzo, si può dire che dal 2016 al 2017 il premio abbia fatto registrare un sensibile salto di qualità.

Scusate la fascetta…

Ma niente mi aveva preparato alla sorpresa della Janeczek. Perché, e voglio dirlo subito, la scrittrice “tedesca naturalizzata italiana” (come recita la Wikipedia), per di più nata da genitori polacchi di discendenza ebraica, ha fatto fare al premio Strega un ulteriore salto di qualità. Potrei anche dire che facendo vincere La ragazza con la Leica, il premio suddetto più che fare un favore alla scrittrice ha fatto un favore a sé medesimo (e ce n’era bisogno). Detto semplicemente, questo è un gran bel romanzo, e potenzialmente qualcosa che potrebbe restare nella storia letteraria. Pur con alcuni difetti. Ma la letteratura è una cosa strana: spesso le imperfezioni diventano pregi, e lo scrittore meno levigato lascia un segno più grande e duraturo. La regola, nelle umane lettere, è una sola: non ci sono regole.

Cominciamo dal contenuto: il libro è incentrato sulla storia di due fotoreporter, uno famoso già in vita, Endre Ernő Friedmann, e una riscoperta solo di recente, Gerta Pohorylle. Probabilmente il primo lo conoscete con lo pseudonimo di Robert Capa; la seconda, potreste averla sentita nominare come Gerda Taro. Entrambi ebrei, entrambi fuggiti dalla Germania per evitare di fare una brutta fine dopo l’ascesa al potere di Hitler, entrambi politicamente a sinistra, entrambi hanno legato la loro storia di fotografi alla guerra civile spagnola; la Taro in Spagna ci è anche morta nel 1937 a ventisei anni, per un incidente. Capa, che era il suo compagno (anche se il loro era un rapporto assai poco convenzionale, come ci fa capire a più riprese Janeczek), le sopravvisse per perdere la vita nel 1954, saltato in aria su una mina in Vietnam, durante la feroce guerra tra i vietnamiti e i colonialisti francesi. Due vite brevi, due vite che paiono segnate dal destino; due vite che in qualche modo “chiamano” la scrittura, la narrazione, il racconto.

Robert Capa fotografato da Taro

Ebbene, Janeczek sceglie di adottare un approccio tutt’altro che lineare alla vicenda di Capa e Taro. Parte commentando una foto che li ritrae insieme in Spagna: ridono, nonostante lui regga in mano un fucile. Inizia studiando quella foto, e altre scattate dai due fotografi, interrogandosi su ciò che mostrano, su quell’apparenza senza colori che al tempo stesso è così prossima e così lontana, così chiara e comprensibile e così ambigua. Questo il prologo del romanzo, che da subito mi ha dato una misura del coraggio dell’autrice: niente di ruffiano, niente di facilmente accattivante, sicuramente non un attacco facile. Eppure ha un’intensità che colpisce.

Poi seguono tre parti, intitolate rispettivamente “Willy Chardack”, “Ruth Cerf”, “Georg Kuritzkes”. Sono i nomi di tre personaggi le cui vite si sono incrociate con quelle di Capa e Taro. Anche loro comunisti o comunque di una sinistra con la quale la nostra sinistra “ufficiale” del 2018 ha ben poco a che fare. Anche loro profughi. Tutti e tre più fortunati dei due fotoreporter, però: sopravvissuti alle persecuzioni naziste, alla guerra civile spagnola, alla seconda guerra mondiale con annessa Shoah. Morti di vecchiaia, dopo aver trovato un approdo sicuro chi negli Stati Uniti, chi in Italia, chi altrove. È attraverso questi tre personaggi che noi sappiamo di Gerda e Robert (alias André); e la loro storia non ci viene raccontata linearmente, bensì attraverso una rimemorazione tortuosa e discontinua, che non sarà un flusso di coscienza joyciano (grazie a Dio) ma non è neanche un legnoso flashback stile serie televisiva RAI/Mediaset. Tanto per dirne una, Georg Kuritzkes, che era un medico, torna al suo rapporto (non solo amicale) con Taro e in subordine con Capa quando ormai vive a Roma e lavora per la FAO. È nel 1960 delle Olimpiadi (ma anche del governo Tambroni) che Georg ritorna agli anni prima della seconda guerra mondiale, e alla sua amante scomparsa, e lo fa spostandosi ogni tanto avanti e indietro nel tempo, e anche inevitabilmente nello spazio, date le vite nomadi di pressoché tutti i personaggi del romanzo.

Gerda Taro all’opera

Insomma, Janeczek ha fatto scelte stilistiche e tecniche coraggiose. Ha usato quel narratore non-onnisciente e periferico che venne introdotto da Emily Brontë in Cime tempestose e poi usato con maestria da Fitzgerald nel Grande Gatsby. Una tecnica difficile, ulteriormente complicata dalla III persona (Brontë e Fitzgerald avvicinavano il lettore con narratori in prima), che però può dare risultati esaltanti se saputa usare. A mio modesto avviso, Janeczek vince la scommessa: nonostante all’inizio si possa restare smarriti e confusi, man mano che si procede si entra sempre più nella vita di questi profughi e sovversivi, e le personalità di Taro e Capa emergono sempre più distinte, senza agiografie e santificazioni zuccherate. E al confronto, spiace dirlo ma è così, Ciabatti e Cognetti ne escono come scolaretti promettenti, ma ancora bisognosi di completare il corso di studi.

E veniamo ai difetti. Fondamentalmente è questione di lingua; lingua sulla quale si sono accaniti per esempio diversi commentatori su Amazon (io vado sempre a guardare quel che si dice lì; scusate quest’approccio plebeo, però trovo interessante confrontare il mio punto di vista con quelli che appioppano al romanzo una sola stella in segno di spregio e disapprovazione). Janeczek, a detta di questi detrattori da tastiera (o smartphone) è straniera, QUINDI (mi si scusino le maiuscole, ma talvolta sono indispensabili) non padroneggia l’italiano. Secondo un commentatore, eccede nei complementi oggetto (curiosa notazione: non sa costui che la maggior parte dei verbi sono transitivi e quindi bisognosi di un oggetto?); secondo altri si avverte una sintassi straniera. Siamo al sovranismo grammaticale?

Personalmente, il 90%, ma pure il 95% delle frasi del romanzo mi stanno benissimo, e se talvolta hanno torsioni insolite ben vengano. L’italiano è la lingua di chi lo sa scrivere, non di chi è nato (e cresciuto) qui da genitori italiani. Per me Janeczek scrive bene e se sotto talvolta avverti il tedesco, ma perché no? Non s’avverte qualche volta il siciliano sotto Sciascia – senza arrivare alle contaminazioni di Camilleri sulla scia di Pasolini e Gadda? Non sono altre lingue quelli che una politica culturale nazionalista e stupida ha bollato dall’Unità d’Italia come dialetti? Non c’è il sardo dentro Deledda e Satta? E non sono gran stilisti questi?

Però qualche volta c’è la frase che non funziona. Ne ho annotate alcune. Si parla “delle battaglie contro la censura che avevano strappato l’uscita del film in alcune sale”; forse è una deliberata invenzione, ma non mi convince molto, l’uscita strappata. Poi ci sono le amiche che “presero a incuriosirsi di quella storia”, e a me quel di non suona proprio. A un certo punto un personaggio “aveva concluso con un sorriso disarmato”, quando di solito i sorrisi sono disarmanti; magari questa era una scelta originale, tenderei a concedere il beneficio del dubbio. Ma viene da chiedere proprio cosa siano “le alte festività ebraiche” di cui si parla a un certo punto, e quell’uso di “alto” per “importante” mi ricorda il lessico inglese e quindi un sostrato di senso germanico, quindi tedesco. Insomma, ogni tanto ci sarebbe voluto un lavoro di editing più attento da parte di Guanda.

Ma sia ben chiaro: io sono un rompiscatole armato di lente d’ingrandimento. Sono il professorino con la matita rossa e blu. Non mi dàte retta. Nel complesso il romanzo è ben scritto e a tratti la sua prosa ha un’intensità invidiabile. Come in questa sorta di conclusione:

Avevamo un’amica in comune che è morta in Spagna. Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro, si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.

Da un certo punto di vista, queste parole dette nel 1960 suonano premonitrici a noi lettori del 2018. Gerda Taro era una donna di oggi vissuta negli anni Trenta dei totalitarismi; non stupisce che dopo quegli anni infausti venisse dimenticata, essendo stata troppo libera per quell’epoca. Ma risuonano ancora più forti pensando che poche pagine dopo, nella conclusione del romanzo, dove Janeczek ancora commenta le foto di Taro e Capa (non scattate da loro, ma che li raffigurano), viene citato Walter Benjamin e il suo saggio sulla riproducibilità dell’opera d’arte (un testo che ancora non abbiamo capito a fondo, aggiungerei); e leggendo mi si è chiuso un corto circuito con un altro, terribile e tragico testo di Benjamin, quella sorta di testamento profetico che sono le “Tesi di filosofia della storia”, dove il grande berlinese ci spiega che se vinceranno i nazifascisti neanche i morti saranno più al sicuro (mi viene sempre da chiedermi se Orwell potesse averlo letto; assai probabilmente no, ma tra vere intelligenze si è spesso in sintonia a propria insaputa). Ecco, nonostante la sconfitta delle potenze dell’Asse, Gerda Taro ha rischiato di sparire del tutto dalla storia, come se non fosse mai vissuta; e questo ci fa interrogare su certe visioni consolatorie della Seconda guerra mondiale (soprattutto proposte da certe pellicole recenti), in base alle quali avrebbero vinto i buoni, punto. Veramente?

In conclusione, mi sembra che stavolta lo Strega abbia avuto un momento di lucidità. Speriamo che duri. Intanto, leggete La ragazza con la Leica. Non date retta ai denigratori su Amazon, che con le loro sparate hanno dimostrato solo di non saper leggere le righe e tra le righe (e fortunatamente ammontano solo al 33% di quelli che hanno commentato in quella sede…).

 

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Ho sposato Philip Roth

scrive PAOLO SIMONETTI

Addio, Philip Roth

Non ho mai incontrato Philip Roth, non ho foto insieme a lui da esibire, non ho nemmeno un suo libro autografato (e visti i prezzi schizzati immediatamente alle stelle dopo la sua morte probabilmente non ce l’avrò mai). La mia storia con Roth è cominciata tardi, come scappatella istintiva di una notte, un tradimento trascurabile al mio grande amore, Thomas Pynchon, il suo vero, unico rivale nella scena letteraria americana. Certo, avevo letto Lamento di Portnoy a venticinque anni, ma mi aveva lasciato del tutto indifferente – forse perché ero reduce da L’arcobaleno della gravità e da giovane dottorando rampante preferivo lo scrittore invisibile a quello ipervisibile, l’oscurità ermeneutica alla ridondanza parodica, i piaceri difficili e inarrivabili a quelli forse proibiti ma sin troppo accessibili. Per fortuna, però, si cresce – io sono cresciuto, Philip Roth è cresciuto, e con lui la narrativa americana.

Dicevo che la nostra è stata una scappatella, ma dettata da un istinto di sopravvivenza più che da lussuria letteraria. Dovevo fare un ciclo di lezioni per sostituire un professore, e tra i testi che aveva inserito c’era Lo scrittore fantasma. Fortuna che è breve, pensai, e lo lessi tutto d’un fiato un paio di giorni prima della lezione. Fu un lampo, un’illuminazione, Saul sulla via di Damasco. Proseguii con la trilogia di Zuckerman, lessi L’orgia di Praga e quando arrivai a La controvita ero innamorato perso. Cotto. Goodbye, Columbus, goodbye, postmodernism, goodbye…

Oggi che sono felicemente sposato a Philip Roth – la cerimonia è stata celebrata sul primo volume dei Meridiani Mondadori dedicati alla sua opera, di cui ho avuto l’onore di curare quattro notizie ai testi, ed è stata poi suggellata dalla curatela dei restanti due volumi, a cui sto lavorando – non posso non sentirmi vedovo, o, meglio ancora, orfano. Perché il patrimonio che Roth lascia alla letteratura – americana, italiana, mondiale – è immenso e vivrà dopo di lui nelle pagine dei suoi libri, come in quelle di chi, come me, prenderà in mano la penna cercando di imitarlo, criticarlo, commentarlo, analizzarlo, ricordarlo, con la consapevolezza di non poterlo in alcun modo raggiungere, sperando però di arrivare a cogliere, forse, una lontana eco della sua poderosa, irriverente, comica, tragica, insuperabile voce.

E ora, in ordine sparso…

la macchia umana
l’orgia di praga
il complotto contro l’america
la controvita
pastorale americana
addio columbus
lamento di portnoy
l’animale morente
il teatro di sabbath
operazione shylock
everyman
indignazione
l’umiliazione
ho sposato un comunista
zuckerman scatenato
lo scrittore fantasma
lasciar andare
il grande romanzo americano
nemesi
la lezione di anatomia
la nostra gang
il fantasma esce di scena
quando lei era buona
inganno
il professore di desiderio

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Supplemento domenicale: Il nostro Hemingway

21 geannaio 2018

Abbiamo deciso di pubblicare, quando se ne presenta l’occasione, reportage su eventi letterari a mo’ di supplemento della domenica (anche PULP Libri ne merita uno!). Ecco quindi la cronaca di una giornata di studi dedicata a Ernest Hemingway e al suo romanzo Addio alle armi, in occasione del centenario della rotta di Caporetto. Sempre attuale.

riferisce ALICE BALESTRINO

Nel libro terzo di Addio alle Armi, Ernest Hemingway ricostruisce lo scenario del fronte italiano dopo la storica disfatta di Caporetto presentando, attraverso il punto di vista del protagonista Frederick Henry, lo sbando, la sfiducia e la disorganizzazione dell’esercito italiano fiaccato da due anni di conflitto. L’autore si dimostra antiretorico nel volersi soffermare sugli aspetti più banali e però decisivi, sui piccoli ma fatali inciampi della fuga italiana: più che alle descrizioni della caduta della linea o alle riflessioni sul fallimento strategico, Hemingway dedica la maggior parte dello spazio narrativo alla lenta e goffa ritirata dei soldati, prima verso il Tagliamento e poi verso il Piave, facendone un racconto altrettanto rallentato, che ne richiama il ritmo continuamente interrotto. Cent’anni dopo, nel cuore del centenario della Prima Guerra Mondiale, l’immagine dell’esercito italiano bloccato in un ingorgo spaventoso nelle strade di campagna friulane rivive a Roma in data 10 novembre 2017. Cambiano i tempi e gli spazi, cambiano gli interpreti – stavolta la congestione è causata dai lavoratori dell’ATAC nel consueto sciopero del venerdì – eppure, rimane attuale l’immagine hemingwayana di un’Italia impantanata e abbandonata a se stessa (in questo caso dal trasporto pubblico). Con i dovuti distinguo e una buona dose d’immaginazione, lo sfortunato pedone che si fosse trovato a passeggiare lungo viale Castro Pretorio quella mattina avrebbe visto una Caporetto urbana in cui la quantità di automobili e le proporzioni dell’assembramento di traffico rendevano irrilevanti le consuete norme di condotta stradale. Senza dubbio si tratta di una forma spontanea e non convenzionale di commemorazione del centenario di Caporetto; ma quel 10 novembre 2017 lo sfortunato pedone avrebbe potuto trovare, sempre in viale Castro Pretorio, un modo meno frustrante di ripensare a Hemingway, ad Addio alle armi e alla Prima Guerra Mondiale.

Alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma si teneva infatti una giornata di studi dedicata al mito di Hemingway in Italia; un sodalizio (quello tra Hemingway e il Bel Paese) nato durante il suo coinvolgimento nella Grande Guerra e consolidato negli anni successivi, costellati di grandi successi editoriali. Fosse ancora vivo, l’autore di Oak Park difficilmente si sarebbe potuto sottrarre alle commemorazioni e alle rievocazioni storiche, essendo considerato non solo lo scrittore più rappresentativo della letteratura americana sulla prima guerra mondiale (si pensi a In Our Times e a A Farewell to Arms), ma anche – e per l’appunto – un vero e proprio mito sia letterario sia culturale; una celebrità che, si potrebbe dire, ha assunto i caratteri del vate in tema di letteratura di guerra. In questo senso, la voce e il pensiero di Hemingway si rivelano ancora oggi strumenti fondamentali per leggere e cercare di comprendere la complessità e le conseguenze storiche della Prima Guerra Mondiale.

Il centenario della Grande Guerra offre occasione continua per ritornare alla storia e alle storie di quegli avvenimenti, per ridiscutere, rianalizzare, rileggere e ridefinire il suo impatto in Italia come in tutti i paesi che furono coinvolti nella guerra che avrebbe dovuto porre fine a tutte le guerre. Attraverso mostre, iniziative artistiche, retrospettive fotografiche e pubblicazioni di vario genere (un corpus consultabile sul sito Centenatio Prima guerra mondiale, creato per l’occasione dal governo), la ricorrenza sta offrendo nuovi spunti di riflessione per cercare di comprendere un segmento di storia le cui ferite, secondo alcuni, devono ancora rimarginarsi e i cui traumi sono ancora lontani dal trovare una qualche ragionevole forma di elaborazione. L’opera di Hemingway s’inserisce tra le fila di una generazione di scrittori e poeti di diverse nazioni (Ernst Jünger, Erich Maria Remarque, Curzio Malaparte, Emilio Lussu, Wilfried Owen, Siegfried Sassoon, Henri Barbusse, solo per citarne alcuni) che hanno cercato di narrare l’inenarrabile, tentando di interpretare un evento storico che avrebbe sconvolto i paradigmi ermeneutici, sociali e culturali di tutto il “secolo breve”. I contributi di questi autori costituiscono una prospettiva polifonica, un archivio imprescindibile per addentrarsi nei profondi solchi tracciati dalla Grande Guerra.

È a partire da questi presupposti che il Dipartimento di Studi greco-latini, italiani, scenico-musicali dell’università “Sapienza” di Roma ha raccolto un gruppo di esperti di varie discipline, per riflettere sulla visione hemingwayana della Grande Guerra in Italia e, a più ampio respiro, sulla figura di Hemingway inserita nello scenario italiano. Nel corso della giornata il mito di Hemingway e la consacrazione delle sue opere in Italia sono affrontati nella prospettiva della storia editoriale e traduttiva, dell’esperienza militare, della comparazione con altri autori/combattenti, della relazione con altri media e rappresentazioni. Il seminario si è articolato in quattro sessioni, una prima parte introduttiva, seguita da “Pubblicare Hemingway”, “Addio alle Armi e il contesto italiano” e infine “Riletture e adattamenti, Addio alle armi al cinema”.

Franca Sinopoli, docente di letterature comparate presso la “Sapienza” e principale organizzatrice della conferenza, ha dedicato l’apertura dei lavori intitolata “Mitocritica e mitologia nel caso Hemingway” a mostrare i punti salienti, da una prospettiva teorica e metodologica, del processo di mitizzazione in cui è incorso Hemingway e come uomo e come scrittore. Seguendo quanto suggerito da Roland Barthes nel suo Miti d’oggi (Einaudi, 1994), Sinopoli ha ricalcato le osservazioni proposte dal filosofo francese per definire il mito, suggerendo possibili spunti per cercare di declinare la figura di Hemingway alla luce della sua fortuna italiana. Riprende dunque l’idea di un mito da intendersi come “sistema di comunicazione”, non tanto messaggio quanto “modo di significare”; in altre parole, “il mito non si definisce dall’oggetto del suo messaggio ma dal modo con cui lo si proferisce”.

Una volta definiti l’intento e la portata delle riflessioni che sarebbero seguite, il primo relatore ad affrontare il mito di Hemingway in Italia è stato Ugo Rubeo, docente di letteratura americana presso la “Sapienza”. Nella sua relazione intitolata “Hemingway e l’Italia: una lezione di antiretorica”, dedicata al contributo fondamentale degli intellettuali italiani nel processo di mitizzazione di Hemingway, Rubeo analizza quella che egli stesso ha definito “la riscoperta dell’America” da parte degli intellettuali di sinistra in attività durante il ventennio fascista. Furono loro, infatti, i responsabili della costruzione di un vero e proprio mito dell’America; un’America coraggiosa, indomita perché non artificiale, non corrotta, un’America di cui Hemingway era rappresentante e portavoce. Senza tuttavia risparmiare critiche agli Stati Uniti, gli scritti di autori come Antonio Gramsci, Elio Vittorini, Cesare Pavese e Italo Calvino hanno schiuso al pubblico italiano il mondo letterario statunitense e, insieme alle prime traduzioni in italiano di opere americane (alcune anche di Hemingway) ad opera dello stesso Pavese, ma anche di Eugenio Montale, Alberto Moravia e Guido Piovene, hanno mosso i primi passi verso la realizzazione di una critica italiana della letteratura nordamericana.

Paolo Simonetti apre il panel “Pubblicare Hemingway” con un intervento che ripercorre la storia editoriale delle opere di Hemingway in Italia, un percorso che ha conosciuto due momenti distinti: il ventennio fascista (iniziato nel 1933 con la pubblicazione del racconto “The Killers”, tradotto come “I sicari”) e il secondo dopoguerra. Simonetti – già curatore delle più recenti edizioni Mondadori di Verdi colline d’Africa e Addio alle armi, quest’ultimo con la pubblicazione dei quarantasette finali inediti che Hemingway aveva scritto per il romanzo – dedica particolare attenzione alla cosiddetta “partita Hemingway”, la competizione tra Arnoldo Mondadori e Giulio Einaudi per garantirsi l’esclusiva sui diritti d’autore delle opere di Hemingway in Italia. Lo scontro tra i due editori che sarebbero diventati i colossi dell’editoria italiana rallenta la pubblicazione dei romanzi, originando un vuoto in cui s’inserisce abilmente un terzo, misconosciuto concorrente: Jandi Sapi, una piccola casa editrice romana, che riesce a pubblicare per prima le opere di Hemingway in Italia battendo sul tempo Einaudi e Mondadori, immettendo sul mercato edizioni pirata che vengono però ben presto ritirate dopo che le due litiganti più potenti avevano proceduto per vie legali. La controversia Mondadori-Einaudi sarebbe continuata nel dopoguerra, con esito favorevole a Mondadori e dettagli poco verificabili, che sconfinano nel mito: sembra che nel 1956 Hemingway abbia chiesto le royalties a Giulio Einaudi per le pubblicazioni precedenti e questi, in difficoltà economica, abbia dovuto devolvere alcune azioni della casa editrice allo scrittore come pagamento.

Luca Briasco, responsabile della narrativa straniera per minimum fax e autore di Americana. Libri, autori e storie dell’America Contemporanea (2016), si sofferma su una delle figure più controverse della storia italiana di Hemingway: Fernanda Pivano, la sua traduttrice ufficiale. In modo particolare, Briasco analizza due sfaccettature di questa questione: in primo luogo, la delicata e quasi paradossale posizione di Pivano, da un lato rispettata e consacrata dall’universo editoriale italiano, dall’altro criticata e spesso attaccata dal mondo dell’accademia sia in quanto saggista, sia come traduttrice. E’ proprio sulla sua attività traduttiva che s’incuneano le tensioni tra editoria e accademia; le traduzioni di Pivano sono strenuamente riproposte da Mondadori – più per le disavventure politiche in epoca fascista associate al nome della traduttrice, e per la stima e l’affetto incondizionati di cui godeva da parte Hemingway, che per l’effettivo valore delle traduzioni – mentre la critica non può che evidenziarne i limiti.

In secondo luogo, Briasco riconduce all’opera di Pivano l’origine dell’approccio generazionale alla letteratura americana, basato su diadi di autori particolarmente conosciuti e quindi mitizzati, assurti a eroi/ribelli della loro epoca: dal binomio Hemingway e Francis Scott Fitzgerald nella Lost Generation, a quello di Jack Kerouac e Allen Ginsberg nella Beat Generation, fino a una riproposizione fallita dello stesso modello con i più recenti Bret Easton Ellis e Jay McInerney.

Giorgio Mariani, docente di letteratura americana presso la “Sapienza”, apre invece la sezione dedicata a “Addio alle armi e il contesto italiano”, con un intervento incentrato sulla ricezione di Hemingway in Italia dagli anni venti agli anni sessanta – un successo letto in chiave politico-culturale oltre che letteraria. In particolare, Mariani affronta la polemica scaturita dalle riserve espresse da Moravia nei confronti di Hemingway, nel necrologio che pubblicò nel 1961 sull’Espresso, a pochi giorni dalla scomparsa del romanziere americano. Moravia ritrae il personaggio pubblico di Papa (come veniva affettuosamente chiamato Hemingway) con pennellate decise e critiche, che lo accostano alla figura di Gabriele d’Annunzio: “Egli ha in comune con il poeta di Pescara [D’Annunzio] l’ambizione di creare il mito di se stesso, ossia di edificare non soltanto con la letteratura ma anche e soprattutto con una scelta tendenziosa di modi d’azione, un piedistallo al proprio monumento mitologico”. Seppur sottilmente, Moravia contesta la consacrazione di Hemingway come figura legata all’antifascismo, rileggendone politicamente il ruolo come simbolo non dichiarato del fascismo.

Alla presentazione di Mariani segue quella di Umberto Rossi – insegnante di lingua e letteratura inglese e poligrafo – intitolata “Narrazioni parallele: Hemingway, Comisso e Caporetto”. Rossi presenta un interessante parallelo tra la narrazione della disfatta di Caporetto proposta da Hemingway in Addio alle armi e quella riportata dal trevigiano Giovanni Comisso nel suo Giorni di guerra, pubblicato nel 1930; due prospettive molto diverse e che per questo s’intersecano in modo interessante. Uno dei principali punti di discontinuità tra i due racconti è il diverso ruolo che gli autori hanno rivestito nel conflitto: mentre Comisso rimase in servizio per la guerra e combatté effettivamente al fronte, Hemingway invece partecipò alla vita di trincea per soli quattordici giorni prima di essere ferito a Fossalta di Piave ed essere trasferito in un ospedale militare. Incredibilmente però, Addio alle armi descrive la ritirata in modo tanto meticoloso da risultare più che verosimile, lasciando intravvedere l’accurato lavoro di documentazione svolto da Hemingway per poter ricostruire l’episodio e l’atmosfera di Caporetto all’interno della sua opera. Rossi mette in evidenza la qualità e la puntualità di tale lavoro di ricerca confrontando episodi tratti da Addio alle armi e da Giorni di gloria e riflettendo su come molti dettagli narrativi coincidano, anche se il testo di Comisso (di carattere autobiografico) uscì un anno dopo quello di Hemingway.

Sara Tosetto – editor, traduttrice e consulente editoriale – si concentra invece su una questione annosa, lungamente dibattuta, ma ciononostante non ancora supportata da un corpus adeguato di letteratura critica: le traduzioni italiane di Addio alle armi. Si tratta di una storia complessa, che vede l’intervento di più agenti e che si riallaccia ad alcune delle tappe e delle controversie editoriali spiegate da Simonetti. Si contano tre traduzioni fondamentali di Addio alle armi: la prima, di Bruno Fonzi, risale al 1945 ed esce per l’editore pirata Jandi Sapi (con il titolo Un addio alle armi); segue la versione del 1946 di Giansiro Ferrata, Dante Isella e Puccio Russo, e solo nel 1949 la traduzione ufficiale di Fernanda Pivano per Mondadori. Dopo un necessario inquadramento storico dell’avvicendamento di queste traduzioni fino a quella di Pivano (rimasta intatta e anzi confermata dalla Mondadori nell’edizione 2016 per la collana “Oscar Moderni”), Tosetto si avventura in un’analisi testuale attenta e puntuale che mette a confronto le tre traduzioni in relazione a passaggi particolarmente ostici, evidenziandone le talvolta eccessive carenze professionali dei traduttori e facendo al contempo un plauso alla tanto vituperata traduzione di Pivano, che risulta essere quella relativamente meno problematica – nonostante numerosi errori grossolani e talvolta madornali. D’altro canto, la traduzione di Bruno Fonzi sarebbe per certi aspetti da rivalutare, specie per la resa di alcuni dei passaggi più ostici.

Mentre il caporettiano ingorgo romano continuava a imperversare, i lavori sono stati interrotti e poi ripresi nel pomeriggio, con l’ultima sezione della giornata di studi intitolata “Riletture, adattamenti, Addio alle armi al cinema”. Il primo relatore, Tommaso Pomilio, docente di letteratura italiana contemporanea presso la “Sapienza”, ha inanellato un’interessante serie di rimandi letterari tra Hemingway e autori italiani. Il suo intervento – “Hemingway, e ‘noi’. Pavese… Vittorini… Fenoglio… Calvino… (e altro)” – esamina le diverse e numerose modalità di contaminazione artistica e letteraria attraverso cui la scrittura di Hemingway (e più in generale il mito dell’America che egli rappresenta) ha in qualche modo influenzato, a volte esplicitamente, altre in maniera più velata, l’opera di giovani autori italiani suoi contemporanei. Tra questi spiccano le già citate figure di Pavese, Vittorini e Calvino, ma anche quella di Beppe Fenoglio, il cui “fenglese”, l’italiano anglicizzato in cui è scritto Il partigiano Johnny (Einaudi, 1968), costituisce uno degli esempi più acuti e singolari di questa influenza culturale.

Segue l’intervento di Andrea Minuz, docente di storia del cinema presso il Dipartimento di storia dell’arte e spettacolo della “Sapienza”, che propone un intervento intitolato “Gli adattamenti cinematografici di Farewell to arms e For Whom the Bell Tolls e la loro distribuzione italiana”. Premettendo che lo scopo del suo contributo non fosse proporre una lettura delle trasposizioni cinematografiche delle opere di Hemingway, quanto di ripercorrere a livello generale la storia di queste pellicole in Italia, discutendone la ricezione e l’assimilazione culturale da parte del pubblico italiano, il punto di vista cinematografico di Minuz svela una serie di retroscena che spiegano numerose modifiche e discontinuità nella realizzazione dei film. Si tratta di scelte tecniche fatte non in nome di un principio di fedeltà al testo originale, ma a causa di esigenze legate alle convenzioni rappresentative italiane e alle varie forme di censura a volte sul lessico, a volte su veri e propri passaggi narrativi.

A chiudere i lavori è l’intervento di Nicola Paladin, americanista e studioso di letteratura di guerra. Nel panorama emerso nel corso della giornata di studi sul mito multiforme di Hemingway, l’analisi di Paladin si concentra sull’aspetto visivo, ovvero sull’immagine di Hemingway come tassello fondamentale nella costruzione della sua fama. Hemingway è infatti non solo uno degli scrittori americani più fotografati della sua epoca (peraltro a opera di nomi rinomati come Yusuf Karsh, Earl Thiesen, e Alfred Eisenstaedt) ma anche il più attento alla sua figura ritratta, pubblicata e fatta circolare. La storia dell’iconografia di Hemingway suggerisce un’importante divisione tra la persona e il personaggio; spesso l’uomo Hemingway viene ritratto in pose e attività costruite artificialmente in modo da sembrare spontanee; situazioni spesso ricorrenti e capaci quindi di cristallizzarne la percezione pubblica e consolidarne fortemente la fama extra-letteraria. La storia dell’immagine di Hemingway deve molto al rapporto dell’autore con l’Italia: alcune delle sue prime foto pubbliche risalgono al periodo passato sul fronte italiano durante la Prima Guerra Mondiale, mentre molte e celebri immagini dall’autore ormai famoso, e per certi versi già mito, risalgono invece al secondo dopoguerra, in particolare al periodo trascorso da Hemingway a Venezia (da cui scaturì Di là dal fiume e tra gli alberi).

Conclusi i lavori e usciti dalla Biblioteca Nazionale Centrale, ci si aspettava di ritornare al disordine e al chiasso dell’ingorgo romano, ma siamo restati sorpresi dalla quiete e dall’oscurità del tardo pomeriggio novembrino, come a ricordarci che dopo il clamore viene il momento della riflessione. Durante la giornata si è conosciuto Hemingway in molte forme, se ne sono discussi aspetti molto o poco conosciuti, si sono scoperte questioni inedite. Le complessità e le contraddizioni innervano la vivacità del suo mito, tentando di trasformarlo, come ricordava Simonetti, “nel simbolo di tendenze, posizioni politiche e dichiarazioni di poetica anche opposte”, dinamiche che ne rendono inesausto il dibattito critico e quasi sconfinato l’ascendente letterario e culturale.

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È successo di nuovo…

12 Settembre 2017

Nonostante Twin Peaks sia una serie televisiva, riteniamo che si tratti anche di un fenomeno artistico e più ampiamente culturale che sfonda qualsiasi confine mediatico – per non parlare dell’infinità di riferimenti letterari sparsi nella serie, nonché dei risvolti più prettamente librari di un oggetto dal profilo decisamente transmediale. Non a caso l’autore di questo articolo è uno degli americanisti più attenti al contemporaneo e alle sue derive; perché le scritture di oggi attingono da cinema TV web tanto quanto dalla tradizione letteraria.

E comunque, David Lynch è un’altra cosa…

approfondisce PAOLO SIMONETTI

Dopo più di un quarto di secolo David Lynch è tornato a raccontare, insieme a Mark Frost, i segreti dell’ormai famosa cittadina di Twin Peaks, 51.201 abitanti. Le voci sono diventate ufficiali il 6 ottobre 2014, quando il regista ha annunciato su Twitter: “Sta succedendo di nuovo”, infiammando gli appassionati in tutto il mondo. Mesi dopo il passo indietro: Lynch si sarebbe ritirato dal progetto per sopravvenute divergenze economiche con i vertici del network Showtime. I fan si sono subito mobilitati, avviando sui social la campagna #SaveTwinPeaks, e persino gli attori del vecchio cast hanno diffuso video di supporto per il regista, sul tema: “Twin Peaks senza David Lynch è come…”. Alla fine il maestro ha ottenuto carta bianca: diciotto episodi (invece dei nove inizialmente programmati) di un’ora ciascuno, tutti diretti da lui e scritti con Frost, senza limitazioni di budget o interferenze di alcun tipo. Se vogliamo davvero tornare a Twin Peaks, l’unico in grado di guidarci è Lynch.

“Ti rivedrò tra venticinque anni”: così prometteva Laura Palmer (Sheryl Lee) nell’ultimo episodio della seconda stagione all’agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachlan), inviato a Twin Peaks per indagare sull’omicidio della giovane donna. La scena si svolge nella Sala d’attesa, un luogo metafisico di passaggio verso un’ambigua dimensione ultraterrena che i nativi americani chiamano Loggia Nera (o Loggia Bianca), dove il bene e il male si compenetrano e si contrastano all’infinito; gli abitanti della Loggia sono entità non-umane (tra cui un misterioso gigante e un nano vestito di rosso – “l’uomo che viene da un altro posto”) che comunicano in un linguaggio che è un’approssimazione di quello umano. Qui ci si può imbattere nel proprio doppelgänger, incontrare i morti e interagire con i vivi attraverso i sogni. Viene da pensare che già allora Lynch conoscesse il futuro, come gli spiriti della Loggia, e avesse progettato la realizzazione di una nuova stagione venticinque anni dopo. Del resto, le tende rosse che circondano la sala aprono passaggi verso realtà spazio-temporali alternative, ma ricordano anche un immenso sipario teatrale, oltre il quale va in scena lo spettacolo della vita umana.

Twin Peaks è un fenomeno generazionale, ma soprattutto ha rappresentato un cambiamento di paradigma. I trenta episodi della serie originaria (nonostante un calo di qualità a metà della seconda stagione) hanno rivoluzionato la formula tradizionale di quelle che in Italia eravamo abituati a chiamare telenovele (o, con appena minor disprezzo, telefilm) attraverso una sapiente e innovativa mescolanza di generi: Twin Peaks si presentava come un giallo basato su storie d’amore adolescenziali e non che facevano il verso alle soap opera, con una forte componente sovrannaturale e una tensione che in certi episodi spingeva verso l’horror vero e proprio; ma era anche una storia torbida di abusi, sesso e droga che proponeva un’amara denuncia sociale; una lucida meditazione sul disagio giovanile nella provincia americana che adottava i meccanismi narrativi di un thriller psicologico dai risvolti surreali, comici e grotteschi. A ben guardare, possedeva anche una forte coscienza ecocritica, faceva riflettere sui danni apportati dalla civilizzazione alle culture dei nativi americani, incorporava riferimenti a pratiche di meditazione e al buddismo, accennava a una mitologia inquietante e oscura, lasciava intendere la possibilità di viaggi nel tempo, messaggi dallo spazio, rapimenti alieni. Stephen King aveva esplorato temi simili in It (1986), ma era la prima volta che una serie TV tentava sistematicamente qualcosa del genere.

E infatti, come spesso è destino per le opere veramente innovative, il mondo non era pronto. Nel 1991, in seguito a un calo d’ascolti, la ABC decise improvvisamente di cancellare la serie dopo due sole stagioni, lasciando migliaia di spettatori con un incolmabile senso di attesa, provocato da quello che è forse il cliffhanger più famoso (e frustrante) della storia televisiva (“Come sta Annie?”). Il film del 1992, Fuoco cammina con me, diretto da Lynch e accolto a Cannes con numerosi fischi, si poneva come prequel della serie e, lungi dal chiarire i molti punti in sospeso, apriva semmai altri e più inquietanti interrogativi. Per più di venticinque anni i fan hanno continuato a speculare sulle numerose ambiguità della trama, elaborando teorie raffinate, strampalate, fantasiose e geniali, dapprima attraverso newsletter, poi sui primi siti internet, sui forum, sui blog, e infine su Facebook e Twitter. Dall’inizio degli anni Novanta la fama e il fascino di Twin Peaks sono cresciuti in modo esponenziale di pari passo con la diffusione di internet e dei social network, mentre il valore artistico della serie veniva sancito da saggi e monografie critiche. Per questo il suo ritorno, oggi, sa di evento epocale.

Ed è per questo che molti appassionati italiani della serie originaria si sono ritrovati, da fine maggio a inizio settembre, seduti davanti la televisione alle tre di notte per guardare i nuovi episodi in contemporanea con gli Stati Uniti. In un periodo storico che incoraggia sempre più la fruizione mobile, su tablet, smartphone e laptop, Lynch ha consigliato invece di guardare Twin Peaks, il ritorno su uno schermo grande, con un buon impianto audio, al buio. Possibilmente con i sottotitoli, per non perdere alcuna sfumatura dei complessi (e non sempre chiaramente udibili) dialoghi. I suoni e la musica sono importantissimi nello sviluppo della trama: il primo episodio si apre con il gigante che ordina a Cooper (e implicitamente allo spettatore): “Ascolta i suoni”. Il sound designer è Lynch stesso, che oltre alla collaborazione del fido Angelo Badalamenti, autore della colonna sonora della serie originaria, si è avvalso di artisti di fama internazionale, dai Platters ai Nine Inch Nails, da Eddie Vedder agli ZZ-Top, e di artisti della scena indie come i Chromatics, gli Au Revoir Simone e Lissie: molti di loro si esibiscono durante i titoli di coda di ogni episodio. Il cast di attori è altrettanto importante e prevede, oltre al ritorno di diversi interpreti delle prime stagioni, anche fedelissimi “lynchiani” come Laura Dern, Naomi Watts, Balthazar Getty e Harry Dean Stanton, e guest star del calibro di Jim Belushi e Monica Bellucci, per non parlare di Tim Roth e Jennifer Jason Leigh. Persino durante i titoli di coda gli spettatori sono invitati a fare attenzione: spesso il nome o la vera identità di un personaggio vengono svelati proprio qui.

Nell’epoca dei remake, dei sequel e della serialità a oltranza – retaggio dell’esaurimento dei contenuti già teorizzato da John Barth negli anni Sessanta e di un’iper-consapevolezza strutturale che ha condotto il postmoderno a ripiegare su se stesso perdendo la sua iniziale spinta provocatoria –, tra compiacenti fanfiction che offrono allo spettatore esattamente ciò che vuole e sofisticati effetti speciali senza alcuna profondità di dialoghi o situazioni, Lynch è riuscito di nuovo a rimescolare le carte, rivoluzionando meccanismi narrativi che lui stesso aveva contribuito a rendere popolari. A livello di contenuti, infatti, in Twin Peaks, il ritorno  c’è ben poco di quanto i nostalgici delle prime stagioni si aspettavano – anzi, la sensazione è che gli autori abbiano mirato a stimolare le attese dei fan per poi deluderle in modo quasi sadico, ribaltando sistematicamente situazioni e personaggi: gran parte delle vicende si svolge lontano da Twin Peaks, tra New York, Las Vegas e l’immaginaria cittadina di Buckhorn (South Dakota); l’agente Cooper, eroe senza macchia delle prime stagioni, è scisso in due personaggi, entrambi ben diversi da quello adorato dai fan; il cliffhanger originario, legato alle condizioni di salute di Annie (Cooper si era innamorato di lei ed era entrato nella Stanza Rossa per salvarla) è deliberatamente ignorato – anzi, il personaggio di Annie è stato praticamente cancellato dal mondo finzionale dello show; il nucleo centrale della nuova stagione ruota intorno alla frase apparentemente banale pronunciata da un personaggio secondario (se il compianto David Bowie nei panni dell’agente dell’FBI Phillip Jeffreys può mai considerarsi secondario), apparso brevemente all’inizio di Fuoco cammina con me. Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che Lynch ha deciso di girare la stagione come un film lungo diciotto ore, per poi effettuare una scomposizione in fase di montaggio giocando con la cronologia e confondendo ulteriormente gli spettatori; che nelle varie dimensioni parallele dello show il tempo scorre in modalità misteriose; e che il mondo di Twin Peaks ammette la presenza di doppelgänger, tulpa (un termine del misticismo tibetano che descrive delle entità senzienti, specie di golem creati attraverso facoltà mentali o spirituali), individui abitati da spiriti ed entità che assumono sembianze umane, si comincia ad avere una vaga idea del tipo di esperienza disturbante e al tempo stesso eccitante che può costituire la visione di Twin Peaks, il ritorno.

Per tutta l’estate, dopo ogni episodio i fan hanno continuato a proporre sui gruppi Facebook teorie intorno ai moltissimi punti oscuri o ambigui della trama, analizzando dettagli delle inquadrature, riferimenti alla mitologia personale del regista e ad altri film di Lynch, particolari del montaggio, allusioni alle vecchie stagioni, idiosincrasie della recitazione, easter eggs e indizi nascosti da Lynch e Frost appena sotto la superficie (basta googlare “Twin Peaks finale theories” per imbattersi in decine di esegesi, spesso violentemente in polemica l’una con l’altra). Le recensioni online riportavano ogni settimana le teorie più interessanti e quotate, misurando il livello di hype del pubblico e lodando quasi unanimemente l’elevata qualità artistica della regia di Lynch. Gli appassionati della vecchia serie morivano dalla voglia di conoscere il destino dei personaggi abbandonati in medias res venticinque anni prima; i puristi lynchiani godevano delle atmosfere claustrofobiche, oniriche e surreali che caratterizzano i film di culto del regista, da Eraserhead a Mulholland Drive; i neofiti si appassionavano ai nuovi personaggi e cercavano di capire cosa diavolo stesse accadendo sullo schermo.

Il doppio finale di stagione, trasmesso in Italia nelle prime ore di lunedì 4 settembre, ha sconvolto tutti (me compreso), dapprima offrendo nel diciassettesimo episodio l’agognato denouement, per poi decostruire tutto nella fatidica diciottesima ora, arrivando addirittura a “cancellare” le prime due stagioni, quasi a voler togliere ai fan il loro giocattolo preferito. Tutti si aspettavano spiegazioni, continuazioni, chiarimenti; e invece anche quel poco che pareva ormai assodato è stato messo in discussione, negato, decostruito (mi fermo qui per evitare spoiler). Dove trovare le risposte, quando non ci restano più neppure le domande?

A questo punto va evidenziato un aspetto estremamente interessante della serie, specie dal punto di vista di una rivista libraria: Twin Peaks si è imposta sin dall’esordio come prodotto transmediale, travalicando i confini dello schermo televisivo e generando una corposa letteratura che è servita da suo contorno e complemento. Mentre all’inizio degli anni Novanta andavano in onda i primi episodi e tutti facevano ipotesi su “chi ha ucciso Laura Palmer”, fu dato alle stampe Il diario segreto di Laura Palmer (Sperling & Kupfer. tr. Roberta Rambelli, pp. 251, euro 9,78 stampa, euro 7,99 ebook ), un romanzo in forma diaristica scritto da Jennifer Lynch (figlia del regista), in grado di arrivare al quarto posto della classifica dei bestseller del New York Times a ottobre del 1990. A maggio del 1991 Scott Frost (figlio del co-autore della serie) pubblicò L’autobiografia dell’agente speciale Dale Cooper: la mia vita, i miei nastri (Sperling & Kupfer, fuori stampa, tr. Tullio Dobner), contenente le immaginarie trascrizioni delle cassette audio registrate dal protagonista in cui si svela il suo passato. Di risposte, però, neanche l’ombra. Non c’è da stupirsi, quindi, se la messa in onda di Twin Peaks, il ritorno sia stata anticipata da un romanzo scritto da Mark Frost e intitolato The Secret History of Twin Peaks, edito in Italia da Mondadori (inspiegabilmente col titolo Le vite segrete di Twin Peaks, tr. Stefano Massaron, pp. 359, euro 25,50 stampa). Il libro – un testo ampiamente illustrato, strutturato come un dossier dell’FBI – ricostruisce le vicende storiche del territorio su cui sorge la cittadina, da sempre condizionato dalle presenze demoniache della Loggia che erano già in contatto con gli abitanti originari, i membri della tribù dei Nez Percé. Se a tratti Le vite segrete sembra dimostrare come sarebbe Twin Peaks senza il genio visionario di Lynch – un compendio di teorie cospiratorie trite e di personaggi poco interessanti –, non può comunque mancare nella biblioteca di ogni cultore della serie. Inoltre, i fan che sono rimasti frustrati dal finale della nuova stagione possono sperare di trovare almeno parte delle risposte in un nuovo libro, sempre opera di Frost, dal titolo Twin Peaks: The Final Dossier, la cui uscita è prevista a fine ottobre. Al momento, infatti, Lynch non sembra interessato a una quarta stagione.

Twin Peaks, il ritorno è riuscito a reinventare la serie TV – allo stesso modo in cui, ad esempio, Watchmen di Alan Moore e Jimmy Corrigan di Chris Ware hanno reinventato il fumetto – sfruttando appieno le possibilità offerte dal medium e operando un rovesciamento nei meccanismi della fruizione seriale. Uno dei nodi cruciali della narrativa americana contemporanea ruota proprio intorno alla dissociazione temporale, a una nuova percezione della temporalità. Il termine chiave è “differimento”: la fine di ogni episodio, come i link che clicchiamo su internet, rimandano sempre altrove, nel tentativo di prolungare l’esperienza di intrattenimento all’infinito. L’enorme successo delle serie TV deriva proprio dal fatto che il loro nucleo narrativo è basato sul continuo differimento della trama. Non è quasi più pensabile una fruizione tradizionale di un film come esperienza finita, ma si procede settimana dopo settimana, sequel dopo sequel, di stagione in stagione; la storia può (e deve) sempre continuare, il consumo diventa durevole, come il prodotto che si acquista (o si scarica) puntata dopo puntata.

Lynch sposta questo processo a livello strutturale, progettando un infinito differimento dell’interpretazione: ogni episodio allarga lo scarto tra significante e significato, creando un gap che non può mai essere colmato del tutto, ma che apre invece una catena, un’aura di significati (le “teorie interpretative” dei fan) mai definitivi. Alcuni spettatori hanno scoperto che diverse scene di determinati episodi di Twin Peaks, il ritorno, sono praticamente sincronizzate tra loro: osservandole contemporaneamente, i gesti “rimano” tra loro, suoni e dialoghi risultano in sincrono, aprendo possibilità interpretative nuove e impensate; personaggi apparentemente distanti appaiono invece correlati tra loro; eventi ragionevolmente separati da una distanza spazio-temporale risultano contemporanei; qualcuno ha addirittura dimostrato che gli ultimi due episodi vadano guardati in simultanea, perché accadono contemporaneamente in due dimensioni parallele – eventi di un episodio influenzano quelli dell’altro!

Il penultimo episodio si intitola: “Il passato detta il futuro”, ma Twin Peaks, il ritorno dimostra che è quanto mai vero anche il contrario. Non può non venire in mente il concetto, proposto dal filosofo Jacques Derrida, di “futuro anteriore”, un futuro che, ovviamente, non è ancora avvenuto, ma che retrospettivamente influenza e definisce il passato che lo renderà possibile. In questo modo gli eventi della terza stagione influenzano e “cancellano” quelli delle prime due stagioni, lasciando gli spettatori (e il protagonista) in un limbo ontologico, una situazione paradossale che è l’equivalente di una serie TV differita all’infinito. Il simbolo dell’infinito è infatti la “risposta” fornita a Cooper nel finale di stagione, un 8 che ruota e che, nel simboleggiare un nastro di Möbius, riecheggia il loop temporale, narrativo e strutturale su cui si basa l’intero universo di Twin Peaks. Un 8 che rimanda a sua volta anche all’ottavo episodio, vero capolavoro onirico che il New York Times descrive come “qualcosa da vedere e da udire, che suscita reazioni a un livello primigenio”, affermando che “Non c’è niente nella storia della televisione che aiuta a descrivere esattamente quello che prova a fare questo episodio”. Le diciotto ore di Twin Peaks, il ritorno sono un’esperienza dei sensi e della mente. Probabilmente ci vorranno altri venticinque anni per provare ad assimilarle.

(E se qualcuno è rimasto frastornato dalle due puntate finali, che hanno messo a dura prova qualsiasi teoria della narratività finora elaborata in ambito accademico e non, raccomandiamo questo sito web dove troverete un’interessante analisi a cura di David Auerbach. Avvertenza: il testo è in inglese…)

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Diario di bordo: John Ashbery in Italia 2/2

11 Settembre 2017

Ed ecco la seconda parte del diario inedito della visita di John Ashbery in Italia, avvenuta nel 1998, il nostro piccolo omaggio al grande poeta americano scomparso di recente.

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

17 ottobre. La mattina dopo ci sentiamo meglio, due reading sono andati bene, e quel che rimane ci sembra una passeggiata. La mattina accompagniamo David e John a visitare il Museo di Vicenza e il Teatro Olimpico del Palladio, poi la stupenda piazza di Vicenza. Si pranza alla Malvasia, un ristorante nei pressi. A tavola la discussione va a finire su Aldo Busi (era inevitabile) e su come ha raccontato il suo incontro con Ashbery in Vita standard di un venditore di collants.

Il poeta nega recisamente di avere mai litigato con lui, ci racconta che Busi si presentò a casa sua proponendosi come segretario, dicendo che voleva imparare l’inglese per tradurre le sue poesie. Ashbery rispose che non aveva bisogno di un segretario, e allora Busi si propose di lavorare come sguattero, e si mise subito a pulire il pavimento. Mentre era lì inginocchiato che puliva il pavimento, scodinzolava in modo invitante, e lì nacque la loro storia, che ora è imbarazzante rievocare sia per John che per David. John nega recisamente di aver mai detto, quando congedò Busi da casa sua (anzi, smentisce di averlo cacciato), la frase che Busi gli mette in bocca nel suo libro (“Oh, queste checche italiane”); ora però, col senno di poi, dice che vorrebbe averlo detto per davvero. Ci racconta anche di quando Busi si presentò all’Accademia dei Lincei per fare una piazzata, vestito da donna o da prete, secondo le varie versioni, perché pensava che anche lui meritasse una parte del premio che stava ricevendo John (200 milioni). Lui avrebbe voluto parlare con Busi, ma neanche quella volta fu possibile una riappacificazione.

A fine pranzo ci raggiunge Flavio Albanese, che si propone come cicerone per il pomeriggio. Ci accompagna alle 4.00 del pomeriggio a Villa Valmarana, una delle più belle del Palladio, decorata dagli stupendi affreschi del Tiepolo. Ci presenta anche il proprietario, il classico esemplare di nobile decaduto, che guarda la televisione in una stanza stupendamente affrescata da Tiepolo ma ormai in rovina. Anche una stanza completamente ricoperta di piatti di ceramica dà un’impressione di disfacimento. A Flavio invece tutto questo tripudio di decadenza vagamente camp non dispiace. Facciamo anche una foto all’ingresso, e quel dispettoso di Flavio fa di tutto perché nella foto ci siano solo “i maschietti”, escludendo Barbara.

Improvvisamente John deve andare al bagno, ma purtroppo non ci sono servizi. Come se nulla fosse si mette a pisciare sopra un’aiola di Villa Valmarana. A quel punto, sono costretto a fare da palo e a chiudere il portone in faccia a una comitiva di turisti che vuole entrare proprio in quel momento: “Mi dispiace, siamo chiusi”. Be’, è passata anche questa. Piscio di poeta. Chissà quelle povere petunie…

Finita la visita, lasciamo volentieri David e John alle cure di Flavio, che li porterà a visitare Villa la Corona e i capolavori del Bellini. Alle 7 di sera, andiamo a prendere i nostri all’Hotel. Torniamo al Ristorante Malvasia, dove David e John decidono di offrire la cena, e noi di buon grado accettiamo (avendo speso in tre giorni più di un milione e mezzo…). Per finire, quando andiamo a pagare, io e John ci prendiamo pure una grappa, che ingolliamo tutta di un sorso. Se ci vede David, ci uccide… fortunatamente, in questi momenti topici si distrae sempre. Ashbery firma lo scontrino fiscale, e aggiunge: “for the Flow Chart folks!” Che significa? Che glielo dobbiamo rimborsare? Mi piacerebbe avere quello scontrino come ricordo, ma poi mi dimentico di chiederglielo. Finalmente usciamo, nella fresca aria vicentina. Passeggiamo per un po’: questa è la prima serata in cui non siamo pressati da orari inderogabili e appuntamenti immancabili. Comunque, John non può camminare troppo, per cui lo accompagniamo all’Albergo: domani ci aspetta una lunga giornata.

Domenica 18 Ottobre. Alle 12 siamo all’Albergo, per aiutare i nostri e partire. Arriva Flavio, che vuole assolutamente invitare David e John a conoscere il suo compagno. Lo lasciamo fare, e intanto ci facciamo un giro per Vicenza. All’una andiamo a prendere David e John a casa di Flavio. S’è portato tutta la famiglia, moglie e figli. Chissà che compromesso ha stipulato con la consorte. Facciamo alcune foto ricordo, poi salutiamo e ce ne andiamo. Barbara ci ha dirottato verso un ristorante sui colli, per via di alcuni suoi parenti che sono venuti dall’Argentina, ma alla fine questo cambio di programma si rivela molto piacevole. Partiamo un po’ tardi, sono già le tre e mezza. Abbiamo deciso, su consiglio di Flavio, di visitare le Ville sul Brenta e di imboccare la strada Romea che ci porterà direttamente a Rimini. Durante il tragitto, ci godiamo il paesaggio, e le stupende Ville del Palladio. I nostri due ospiti sono entusiasti. Arrivati a Venezia, ci dirigiamo finalmente e decisamente a Sud, verso le Marche e Ascoli Piceno.

Viaggio piacevole e senza fretta. Infatti alle sei siamo ancora nei pressi di Ravenna, all’Abbazia di Pomposa, che visitiamo. Ripartiamo. Il tempo si guasta progressivamente mentre ci avviciniamo alle Marche, ma non possiamo farci nulla. Questo non era in programma. Facciamo vedere ad Ashbery il Castello di Gradara, dove Paolo e Francesca divennero amanti. Passando per Recanati gli raccontiamo la storia di Leopardi e del suo natio borgo selvaggio. Incominciamo anche ad introdurre quella splendida cittadina di provincia che va sotto il nome di Ascoli Piceno. Fondata molto prima di Roma, distrutta sei volte, la Salaria, la Pinacoteca, Cecco d’Ascoli, ecc. ecc.

Arriviamo ad Ascoli alle 10,30, con molto ritardo rispetto alla tabella di marcia. Portiamo i bagagli all’Hotel Joly, e poi subito al Ristorante Tornasacco, che dà proprio sulla stupenda Piazza del Popolo illuminata di notte. John e David sono affascinati, ma anche affamati. Purtroppo, data l’ora tarda, ci dobbiamo accontentare di un po’ di affettato. Finalmente, verso mezzanotte, andiamo a dormire.

Lunedì 19 Ottobre. La mattinata trascorre tranquilla. Vado a prendere gli ospiti sul tardi, e David comincia a decantarmi le virtù dell’Albergo, la cura estrema nei particolari: si profonde in complimenti e apprezzamenti.

Andiamo subito dal sindaco, che riesce a trovare cinque minuti. Meno male, ha capito che si tratta di un ospite importante. Regala a John il libro su Ascoli di Franco Maria Ricci, e a David il libro di Luca Luna tradotto in inglese, facendo contenti i due visitatori. Il sindaco non capisce un tubo di quello che dicono, e mi tocca fare da interprete. Andiamo poi a visitare la Pinacoteca, dove ci fa da guida Gabriella, la moglie di Gino Scatasta. Ashbery rimane molto impressionato dal ritratto della miniaturista, dalle opere del Crivelli e dell’Alamanno. Dimostra una curiosità e una voglia di conoscenza che contrastano, purtroppo, con le sue scarse capacità di deambulazione.

Si va a pranzo, e ogni tanto John mi dà di gomito per avere un’altro po’ di vino, quando David guarda dall’altra parte. Fazzini ci raggiunge un po’ più tardi, e discutiamo della possibilità di fare una nuova edizione di Flow Chart, e un’altra edizione di lusso di alcune sue poesie brevi. Sia io che Cesaretti siamo convinti che varrebbe la pena di tradurre Turandot, anche se è del 1953, mentre Ashbery preferirebbe qualcosa di più recente, come ad esempio la sua nuova raccolta Wakefulness, oppure il nuovo poema Girls on the Run. Sinceramente, adesso come adesso, non me la sento di tradurre un altro long poem. La prospettiva mi terrorizza.

Dopo il lauto pasto, riaccompagniamo gli ospiti in albergo. Nel pomeriggio, lo andiamo a prendere verso le cinque, ma lui è già uscito con David. Alla reception ci avvertono che è andato alla Boutique Orsini a comprare un impermeabile. Lo raggiungiamo lì, e siccome Diana conosce il negoziante, inizia una lunga e defatigante contrattazione per ottenere uno sconto in favore del poeta. Alla fine il titolare cede e fa uno sconto di 50.000 lire. John e David sono raggianti. Cominciano a ringraziare Diana, e non smetteranno di farlo fino al momento del congedo.

Andiamo poi a visitare il Polittico del Crivelli, che incanta tutti noi, come sempre. Diana va anche a parlare con il Don Baldassarre, e ottiene una migliore illuminazione. Gli ospiti sono contenti. Andiamo anche a visitare la cripta, con il suo bellissimo impianto di tempio pagano e le antichissime colonne, che affascinano anche David. John nota subito che la Madonna nera non è quella originale, ma un rifacimento. Troppo nuova e splendente per essere vera. Si sta facendo tardi, dobbiamo andare al reading alla Provincia. Questa volta arriviamo in perfetto orario. Il Presidente della Provincia, Pietro Colonnella, è purtroppo impegnato in Giunta con il Bilancio, per cui non potrà venire. Comunque ci riceverà dopo la conferenza. Tra il pubblico c’è anche il costruttore Santarelli. Non pensavo che fosse un appassionato di poesia. Il pubblico è in attesa.

Non sono stanco come a Vicenza, e la mia esposizione è sicura e rilassata e rende sicuramente meglio. Dopo la mia introduzione e quella di Fazzini, decidiamo di affidarci ancora una volta alla magia sonora delle doppie sestine. Il risultato è sorprendentemente efficace. Dal pubblico vengono alcune domande molto stimolanti e altre più banali. Quando Ashbery cerca di citare qualche nome di scrittore italiano che lo ha influenzato, l’italianista Nazzareno Cicchi suggerisce il nome di de Chirico. Giusto. E’ il più grande, secondo Ashbery, anche se le opere che lo hanno influenzato sono scritte in francese.

Alla fine veniamo presi d’assalto da quelli che vogliono una copia del libro oppure vogliono far firmare la propria copia. Distribuiamo una decina di copie agli interessati. Moltissimi chiedono anche la mia firma: incredibile! La firma del traduttore! Finito il rituale degli autografi, ci rechiamo nell’Ufficio di Presidenza (“La Reggia di Colonnella”, come ha scritto un giornale locale). Il presidente è lì che ci aspetta. L’incontro è molto cordiale. Ashbery non immaginava che il Presidente fosse così giovane, e Colonnella si avventura in alcune frasi in inglese che rispolverano le sue reminiscenze scolastiche. Il Vice-Presidente Andreani non parla, pur essendo un insegnante di inglese. Io faccio da interprete. Ashbery scrive una lunghissima dedica al Presidente, e lui fa altrettanto sul libro che la Provincia ha deciso di regalare. Ci diamo appuntamento al ristorante, per salutarci. Il Presidente sembra veramente interessato a conoscere meglio questo grande poeta, forse per lui è anche un modo per distrarsi dalle fatiche del Bilancio, che non riescono a far quadrare. La cena si svolge nel migliore dei modi. Siamo più di dieci, e la discussione è molto vivace e interessante. Colonnella ringrazia il poeta e lo invita a tornare ad Ascoli, e a diventare una specie di testimonial della nostra Provincia. Ashbery è sinceramente ammirato da tanta ospitalità, e Kermani è talmente ossequioso che comincia quasi a darmi fastidio.

Martedì 20 Ottobre. Arrivo alle 9.00 all’Hotel Joly. Ci sta già aspettando la macchina messa a disposizione dal Rettore dell’Università di Macerata. Arriva anche Fazzini. Partiamo. Il viaggio si svolge privo di eventi. Unica sosta alla stazione di servizio prima dell’uscita di Civitanova. Qui Kermani all’uscita dal bagno, nota una macchinetta per il sex test, e decide di cimentarsi. Il risultato, neanche a dirlo, è “arrapato”. Racconto la scenetta a John, che intanto è uscito dalla toilette. Decide di provare anche lui. Il risultato è deludente: “Impotente, frigido”. L’addetto alle toilette vede il risultato e ride: “Finito”, fa, con un gesto eloquente. Ashbery risponde in Italiano: “E’ vero. Prendo Viagra”. Scoppiamo a ridere.

Il reading a Macerata scorre liscio senza problemi, e la Camboni ci presenta con il solito accento americano. Un’anglista locale fa una domanda cattivella, ma viene subito zittita dalla mia risposta secca e bruciante. Dopo il reading ci tratteniamo per il pranzo con la Camboni e il Rettore dell’Università, Alberto Febbrajo. Grandi elogi alla traduzione e al lavoro bestiale che ho fatto. Mi tocca pure scrivere la dedica al Rettore, e dopo un po’ non vedo l’ora di andarmene, perché dopo questo ennesimo reading vedo solo il letto di casa mia.

Nel pomeriggio torniamo ad Ascoli, e passiamo un piacevole pomeriggio visitando le chiese e le piazze più belle. Sono le ultime ore che trascorriamo insieme, perché quella sera stessa John e David devono essere a Roma per poter partire il giorno dopo sul presto.

Partiamo verso le sei con l’Ulysse di Cesaretti, diretti a Roma. Abbiamo prenotato un albergo vicino al Parlamento, di cui non ricordo il nome, ma prima di lasciarci andiamo a mangiare in un ristorante lì vicino. Qui arriva un altro colpo di scena: incredibile ma vero, il proprietario del ristorante riconosce John perché lo ha sentito recitare le sue poesie in Germania nel lontano 1975! Ma come ha fatto a riconoscerlo dopo più di vent’anni? Comunque la cosa fa molto piacere a John.

Dopo cena, è giunto il momento di lasciarci, e i nostri ospiti non finiscono mai di ringraziarci per tutto quello che abbiamo fatto per loro. David esagera addirittura in questi suoi ringraziamenti sussiegosi e un po’ levantini. Thank you thank you. Ho capito, David… Sono contento che tutto sia andato per il verso giusto. E anche a te John, auguro tanta buona salute e ancora una lunga vita. Torna a trovarci presto.

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Diario di Bordo: John Ashbery in Italia 1/2

9 settembre 2017

John Ashbery, considerato da alcuni (tra cui Harold Bloom) il massimo poeta americano del secondo Novecento, ci ha lasciati il 3 settembre di quest’anno, alla venerabile età di novant’anni. Per rendergli omaggio abbiamo pensato di pubblicare (in due parti) il diario della sua visita in Italia, che avvenne nel 1998, redatto da qualcuno che lo conosceva bene. Paolo Prezzavento, l’autore di queste pagine, ha infatti tradotto Flow Chart, una delle opere più importanti di Ashbery, e ha così raggiunto quel grado d’intimità con l’autore che è riservato solo a chi fa trasmigrare i suoi scritti in un’altra lingua. Sarà peraltro interessante, per i nostri lettori, vedere cosa c’è dietro le presentazioni di autori stranieri in visita in Italia…

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

15 Ottobre 1998. Arrivo a Bologna. Siamo tutti tesi, Io, Cesaretti e Fazzini, all’Aeroporto di Bologna. L’attesa è spasmodica. Questo incontro è stato rimandato così tante volte, che temiamo qualche altro intoppo dell’ultima ora. Io sono sicuramente il più nervoso, perché rischiano di saltare mesi e mesi di lavoro, contatti, fax, telefonate…

I passeggeri del volo da Parigi sfilano uno dopo l’altro, ma Ashbery non si vede. Non credo che riuscirei a riconoscere Kermani, il suo compagno, l’ho visto solo di sfuggita una volta a Genova nel 1993… Anche Fazzini comincia a essere nervoso. I minuti passano. La tensione è alle stelle. Eccolo. E’ lui. Ahi quantum mutatum ab illo. E’ in carrozzella, allora aveva ragione Kermani… Mi riconosce dallo sguardo. Gli stringo la mano. Ladies and gentlemen, reduce da una tournée che lo ha portato da New York a Parigi e Bologna, ecco a voi John Ashbery, il grande poeta americano. Abbiamo rischiato tutto, siamo andati controcorrente, abbiamo litigato con tutti, ma ce l’abbiamo fatta. Ora è nelle nostre mani (sembra il racconto del sequestro Moro).

In viaggio verso il centro di Bologna, comincia un proficuo scambio di informazioni che proseguirà per ben sette giorni. Parliamo di tutto: del reading, delle sue ultime raccolte, dell’Italia, di Prodi e D’Alema… I due poveretti sono cascati nel bel mezzo degli scioperi e della rivolta studentesca di Parigi e hanno rischiato di perdere l’aereo. Kermani descrive la sua lotta furibonda per conquistare un taxi. E’ simpatico, molto diverso dal Kermani che mi sono dovuto sorbire al telefono la domenica precedente, che voleva mandare a monte tutto: “We have no obligation to him”, diceva a John… L’him in questione, naturalmente, ero io. Lentamente sto cominciando a rilassarmi. Ma la tensione salirà di nuovo fra poco quando dovremo presentare il libro e leggerne degli estratti.

Arriviamo alle 15,30 all’Albergo, lo Star Hotel Alexander, davanti alla Stazione di Bologna. Facciamo appena in tempo a far scendere i passeggeri e a portare le valigie, che già troviamo una multa sul parabrezza dell’Ulysse. Partono le prime bestemmie. Cesaretti è sbalordito. Il vigile deve essersi materializzato e poi dissolto nell’arco di pochi secondi, giusto il tempo di scrivere la multa e lasciarla lì. Dopo un po’ l’incazzatura ci passa. Ci vuol ben altro per fermarci, per bloccare questo manipolo di pazzi furiosi che hanno elaborato nel corso di mesi e mesi il loro folle piano. Lasciamo i nostri ospiti all’Albergo. Hanno mezz’ora di tempo per prepararsi, e per decidere quale parte del poema leggere.

Ore 16.00: Ci dirigiamo verso il Dipartimento di Inglese. Non c’è nessuno, come al solito. Solo un bigliettino: Per Paolo. Siamo in Consiglio di Facoltà. Iniziate pure. Altre bestemmie. Dovremo presentarci da soli. Incontriamo Bacigalupo. Anche lui appare contrariato, ma tant’è, occupiamo manu militari l’Aula V e decidiamo di iniziare comunque, anche se mancano la Franci e la Fortunati. C’è solo Davide Rondoni del Centro di Poesia Contemporanea, che ci introduce al pubblico. Segue a ruota Marco Fazzini, e spiega come si è giunti alla pubblicazione di questo libro. Io intanto mi metto d’accordo con il poeta sui versi da leggere. Scegliamo il famigerato brano della doppia sestina, che tanto mi ha fatto penare durante il lavoro di traduzione, dal Canto V di Flow Chart. E’ uno dei miei pezzi preferiti, e viene proprio bene, sia in inglese che in italiano. Il pubblico è molto attento e reagisce con approvazione alla nostra lettura e alla mia introduzione critica, che serve a orientarsi un po’. Applausi alla fine delle due performance.

Arriva la Franci, educata e discreta come sempre. Ci tiene a ricordare che sono un suo ex studente. Non risparmia elogi al sottoscritto, come pure Bacigalupo, che si avventura in ardite disquisizioni sulla spaziatura e sulle suddivisioni del poema. Conclude la Franci ringraziando il pubblico, che rivolge alcune domande interessanti ad Ashbery sui suoi progetti futuri e sulla poetica del long poem.

Terminato il reading, andiamo a prendere un drink con l’autore e con alcuni partecipanti, tra cui Pasquale Verdicchio, del Centro Studi Università di California. Bacigalupo e la Franci sono brillanti nella conversazione, come sempre. Chiediamo ad Ashbery del suo amico Pierre Martory, della sua morte improvvisa. A quanto pare è inciampato in casa su un tappeto di cui John gli aveva consigliato di liberarsi. (Guarda caso Kermani vende tappeti orientali, ma questa è troppo cattiva!). È inciampato e ha battuto violentemente la testa. La morte risale al 7-8 Ottobre, ma la polizia francese ha dovuto indagare e ha costretto i familiari a rimandare il funerale fino al mercoledì successivo. Ricordo quel giovedì. Ashbery mi avrà chiamato almeno 4 volte. Anche allora abbiamo rischiato che andasse tutto a monte. Per fortuna alla fine ha capito che anche questo tour in Italia era importante. Ma l’incontro di Ascoli è saltato. Le ceneri di Martory sono state disperse su un prato del Père-Lachaise, una cerimonia che ha molto toccato John. Continua a definire Pierre il suo padre spirituale. Sappiamo che era molto di più, per lui: un amico, un compagno.

Dopo l’aperitivo, la Franci e Bacigalupo prendono congedo, e ci dirigiamo verso il ristorante Angiolino, che non è molto distante. Ci accoglie una simpatica signora bionda con un bel sorriso, che capisce quasi subito che si tratta di ospiti di riguardo. Cena memorabile. Ashbery mostra di gradire molto lo stracotto e il Vin santo con i cantuccini, anche se Kermani lo controlla costantemente. Entrambi hanno avuto problemi con l’alcool, finché a metà degli anni ’90 hanno smesso quasi del tutto di bere. Ma Ashbery ogni tanto mi fa l’occhiolino, e mi invita a riempire il bicchiere quando David è impegnato in conversazione con Fazzini. Nel frattempo è arrivato Rondoni, poi il mio amico Bruno, la mia ancora di salvezza. Fino a due minuti prima, non avevo la benché minima idea di dove sarei andato a dormire, adesso le probabilità di passare una notte decente aumentano. Il mio amico non mi abbandonerà. Speriamo che abbia un qualche posto letto, dato che a Bologna stasera non troverebbe una camera in albergo neanche Bono degli U2.

16 Ottobre. Dopo una notte trascorsa a Imola in casa di amici (con viaggio in treno andata e ritorno), sono di nuovo a Bologna. A una bancarella di libri, tanto per cambiare, incontro Cesaretti. Anche lui è abbastanza stravolto. Sembriamo due clochard della cultura.

Dopo la colazione, subito al Dipartimento, sperando di trovare qualcuno per sistemare la questioni burocratiche. Purtroppo non c’è nessuno, né la Fortunati, che anche ieri non si è vista, né la Franci. Aspetto inutilmente. Sconsolato, mi reco all’Albergo Alexander e pago la notte e gli extra. David e John tornano verso le 12,30 e ci mettiamo subito in viaggio per Padova. E’ già tardi. Decidiamo di mangiare a Padova, da qualche parte. John vuole assolutamente vedere la Cappella degli Scrovegni. Troviamo un traffico bestiale sulla Tangenziale. Ci vuole quasi un’ora solo per uscire da Bologna. Arriviamo a Padova che sono già le due, e andiamo a mangiare a Prato della Valle, Trattoria al Prato.

Durante il pranzo parliamo un po’ di tutto, del famoso Festival di Spoleto del 1975, di Ginsberg, che ha donato prima di morire tutti i suoi manoscritti alla Harvard University, e perfino di Carlo Ripa di Meana, che Ashbery conosce, e che ha edito una edizione italiana della Impressions d’Afrique di Roussel. Gli raccontiamo che per qualche tempo è stato il leader dei Verdi, e Ashbery ricorda la sua bellissima moglie, Marina. Gli spiego che questa è l’unica connessione che mi viene in mente tra la mia attività letteraria e la mia attività politica, altrimenti perfettamente dissociate. Per amor di patria, tralascio alcuni particolari sgradevoli sul ménage tra Carlo e Marina e sulla loro amicizia con Craxi…

Alle 15.00 ci dirigiamo finalmente verso la cappella degli Scrovegni. Si capisce subito che per John si tratta della realizzazione di un sogno, un sogno durato 35 anni. John e David rimangono estasiati di fronte ai capolavori di Giotto, soprattutto l’Inferno. Finalmente hanno capito che valeva la pena di venire in Italia, e che noi non siamo un gruppo di persone avide di denaro e di pubblicità. I rimandi letterari a Ruskin e a Proust appaiono quasi scontati. Ma si sta facendo tardi: sono le cinque e siamo ancora a Padova. Ci rimettiamo in marcia per Vicenza, dove siamo attesi per il reading delle sei di pomeriggio. Troviamo un traffico bestiale all’uscita dal casello di Vicenza. Più di mezz’ora per raggiungere la stazione, dove ci aspetta il Fazzini Furioso. Andiamo subito all’Albergo Cristina, niente di eccezionale, perché Fazzini non si è preoccupato di prenotare in tempo. Abbiamo pochi minuti per raggiungere il Palazzo del Municipio, la Sala degli Stucchi. Sono le sei. Io e Barbara ci mettiamo quasi a correre per arrivare in tempo.

La sala è strapiena di persone, che dopo più di mezz’ora di attesa stanno cominciando a stufarsi. Spargiamo la voce: sono arrivati. Vado un attimo in bagno per riprendermi. Sono esausto, prima ancora di cominciare. Ci presenta il Commissario straordinario del Comune di Vicenza, Sig. Rubino, che secondo Ashbery assomiglia a uno dei protagonisti di Big Night, il film di Stanley Tucci. Quindi prende la parola il famoso Lanaro, organizzatore della serata e amico di Fazzini, che parte dall’Autoritratto in uno specchio convesso, poi attacco io presentando nel modo migliore questo grande poema americano e il suo autore. Speriamo che qualcuno abbia registrato. Dopo l’introduzione, leggiamo dal poema. Mentre leggo sento il cervello che mi gira a vuoto. Spero di non svenire in pubblico, non sarebbe fine. La serata è un vero e proprio successo, il pubblico è entusiasta, e alla fine molti acquistano il libro e chiedono la firma (anche del traduttore!).

Concludiamo degnamente la serata recandoci in uno dei migliori ristoranti di Vicenza, Monterosso, ospiti di un famoso architetto, Flavio Albanese, uomo raffinatissimo e amante della poesia, che ci teneva ad aggiungere Ashbery alla sua collezione di celebrità. Ha incontrato anche Borges ed Enzensberger e, naturalmente, abita in una stupenda villa progettata dal Palladio. Ci confessa che la lettura di Flow Chart l’ha folgorato: sentendomi recitare la traduzione italiana, nel punto in cui si parla di un complesso residenziale denominato “Il Girasole”, ha deciso di cambiare completamente il progetto di un complesso residenziale che stava progettando in quei giorni. Rimaniamo sbalorditi: allora la poesia ha ancora il potere di cambiare il nostro paesaggio architettonico, come nel Rinascimento? Ashbery commenta compiaciuto che lui semplicemente non si rende conto del suo potere, è un dio timido, come ha scritto nel suo poema.

Durante la cena un’avvocatessa rampante mi attacca un bottone che non finisce più. Cosa cerca? E’ un po’ snob, ma molto colta. Dice di aver letto la Recherche, Pessoa, La Montagna Incantata, L’uomo senza qualità. Promette di leggere Flow Chart. La cena è una vera e propria apoteosi: ignoriamo quanto abbia pagato l’architetto, ma sicuramente più di un milione. Marco si sente in dovere di regalargli una copia di Flow Chart con l’incisione di Tullio Pericoli. Ci diamo appuntamento per l’indomani con l’architetto e poi a nanna, finalmente!

[continua]

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Cronache mantovane: Festivaletteratura 2017

28 Settembre 2017

Il Festivaletteratura di Mantova è un evento anche troppo noto per abbisognare di una descrizione. Quest’anno PULP Libri ha chiesto a un visitatore dell’evento, e cioè Nazzareno Mataldi, traduttore e agricoltore (nonché accanito lettore), di raccontarci com’è andato il suo ritorno nella città di Virgilio e dei Gonzaga. Per chi non c’è stato, un’occasione per farsi un’idea dell’atmosfera che regna nella città lombarda durante la ben nota kermesse libraria. Per chi non è mai andato a un festival letterario, l’opportunità di farsi un’idea di cosa non si fa per amore della parola stampata (ma anche digitalizzata).

riferisce NAZZARENO MATALDI

Sono dieci anni che manco da Mantova, dieci anni che non torno a Festivaletteratura. Più ci penso più mi sembra un’enormità. Quasi non capisco come abbia potuto privarmi per tanto tempo di un appuntamento che nella prima metà degli anni Zero mi sembrava irrinunciabile: in sostanza, il clou della mia estate, che per il resto mi vedeva pressoché inchiodato a casa, alle prese ora con qualche traduzione improrogabile, ora con lavori di campagna non meno impellenti. Fatto sta che nel giro di pochi anni ho inanellato quattro presenze, in un crescendo di interesse: 2000, 2002, 2004, 2007. E anche quando non potevo andare, il pensiero era fisso lì, agli appuntamenti letterari in programma a Mantova a inizio settembre.

Poi – dopo un’ultima partecipazione suppergiù in grande stile, con un pieno di incontri e altre delizie – non so cosa sia successo di preciso da non sentire più il bisogno spasmodico di prendere e partire, anche all’ultimo momento, senza particolari preparativi, per riannodare un legame sotto ogni aspetto più che soddisfacente. È vero, sono intervenuti cospicui cambiamenti nella mia vita, su più livelli, dall’affettivo al lavorativo al familiare, ma da soli questi non spiegherebbero un’assenza così prolungata. Diciamo che, dopo l’abbuffata del 2007, forse avevo raggiunto un certo livello di sazietà.

Due premi Nobel, Orhan Pamuk e Wole Soyinka; il compianto Christopher Hitchens (tradotto più volte per «Internazionale», ci tenevo a salutarlo e farmi autografare un libro); e Milena Agus, Antije Krog, Neil Gaiman, Jonathan Coe, Frank McCourt, John Banville, Mohsin Hamid (per un autografo, mi ero portato apposta il romanzo d’esordio Nero Pakistan, di cui avevo tradotto una bella recensione per «la Rivista dei Libri»), Nathan Englander, Vikram Chandra e la musicista Diamanda Galás. A insaporire il tutto, assecondando la passione della neo compagna per le prelibatezze gastronomiche, accanto a quelle letterarie, pasti appetitosi in alcuni dei migliori ristoranti mantovani; tanto da incrociare alla Buca della Gabbia lo stesso Soyinka (e pur fra mille titubanze, chiedergli un autografo, sulle pagine di ttl a lui dedicate). In conclusione, una gran bella trasferta, malgrado la stanchezza al solito accumulata tra il lungo viaggio (in macchina da Ascoli, e ritorno di notte fino a Pescara, io che non amo troppo guidare) e i tanti appuntamenti in appena due giornate e mezza.

E dopo una cosa così ben riuscita, che puoi volere di più? Ecco dunque che da allora, per anni, non mi sono più curato di coltivare questa passione, affettiva più ancora che intellettuale, contentandomi (ma che errore contentarsi!) degli altri svaghi di cui nel frattempo si venivano arricchendo le mie estati, meno assillate da impegni traduttivi e anche più lievi nei lavori in campagna.

Dieci anni di lontananza sono però tanti e, vuoi o non vuoi, alla fine qualcosa ti si comincia a rismuovere dentro. E basta poco perché, in un momento magari di insoddisfazione per questioni private, di colpo si riaccenda con forza il desiderio di far parte, anche solo per un giorno o due, dei frequentatori di quell’isola felice che è Festivaletteratura. Per farla breve, questo fine agosto, di ritorno da due giorni appaganti in un’altra manifestazione letteraria estiva, il John Fante Festival di Torricella Peligna, inebriato da una ritrovata gioia del movimento e della fatica anche fisica (merito di una solitaria ascesa in bici dai 900 metri di Torricella ai quasi 1300 di Palena Stazione, prima di una più socievole e agevole passeggiata fantiana), in poco tempo, senza particolari tentennamenti, decido che è ora di tornare finalmente a Mantova.

***

Bisogna partire dal presupposto che non è affatto facile trovare una sistemazione in città nei giorni del festival: i posti migliori, o più economici, nella zona centrale, sono in genere prenotati con largo anticipo, spesso di anno in anno. Attivarsi ad appena una settimana dall’inizio, dunque, è come tentare la fortuna. E in questa occasione la fortuna fondamentalmente mi assiste: il festival inizia mercoledì 6 settembre, ma è solo la sera di venerdì 1 che comincio a cercare una camera per due notti. So già che il venerdì e il sabato troverò quasi tutto occupato; per il mercoledì e il giovedì, invece, dovrei avere ancora qualche speranza. L’idea è di arrivare e ripartire in treno, quindi è essenziale trovare un posto che sia al massimo a qualche chilometro dal centro, viceversa spostarsi sarà molto complicato; se poi avessi a disposizione una bici, per muovermi in lungo e largo per la città, sarebbe di grande aiuto. Fortuna vuole che un posto del genere sia ancora disponibile, per le notti di mercoledì e giovedì, in un bed and breakfast poco distante dal Ponte dei Mulini, tra il Lago Superiore e il Lago di Mezzo; e anche la bici non mancherà. Malgrado il prezzo non dei più bassi, non mi lascio sfuggire l’occasione.

Assicurata una buona sistemazione per la notte, cerco insistentemente di convincere la compagna a unirsi di nuovo a me, come nel 2007, nell’imminente trasferta mantovana. Ma nulla da fare: con tutto che è un’avida lettrice e scrive per mestiere nonché passione, i festival la stancano, la provano; troppi sbattimenti, troppe corse, troppe attese, anche troppa cultura tutta assieme; molto meglio farsi due giorni alle terme, dice. E va bene, vorrà dire che farò come agli inizi: andrò a Mantova da solo, macinando tutti i chilometri e seguendo tutti gli incontri che vorrò.

Al dunque, si tratta solo di rimettersi in moto. Deciso per il treno, l’unico problema è che a San Benedetto del Tronto di notte non ferma più niente; e io è di notte che devo tornare, ché il sabato mattina mi aspetta poi la vendemmia, a casa, se il tempo consente. Allora, meglio lasciare la macchina a Pescara e partire da lì.

È mercoledì mattina, e alle 7 si comincia a risalire l’Adriatico. Un unico cambio, a Modena, e poco passata l’una riecco finalmente Mantova. La signora del b&b è così gentile che viene addirittura a prendermi in stazione; e la camera che ho prenotato è in realtà un gran bell’appartamento signorile, tutto per me. Quanto alla bici, ho l’imbarazzo della scelta: prendo la meglio messa di cinque, ché sono sicuro la metterò a dura prova, su e giù fino al centro città (non meno di tre chilometri ogni volta, ma che spasso per me che amo i lunghi percorsi collinari e montani tra Marche e Abruzzo, quando qui è solo pianura) e i vari luoghi del festival.

Prima tappa, la biglietteria (nell’occasione sotto la Loggia del Grano, mentre in passato la ricordo di fronte a Piazza delle Erbe) per ritirare i biglietti prenotati: solo sette, per i due giorni e mezzo della mia permanenza. Mi sono deliberatamente contenuto: ho già dato con le abbuffate di eventi, dove non fai in tempo a lasciarne uno che già sta per iniziarne un altro, anche a un chilometro di distanza; e se proprio devo riempire dei buchi, preferisco rilassarmi con alcuni degli “Accenti” gratuiti di mezz’ora sotto la tenda di Piazza Sordello, senza bisogno di ulteriori code. Code che semmai sopporterò per due eventi i cui biglietti in fase di prenotazione erano esauriti: Michela Murgia con Chimamanda Ngozi Adichie, clou della prima (mezza) giornata; e la stessa Murgia con Donatella Di Pietrantonio, il secondo giorno.

Sono le 16.15, intanto, e tra un po’ comincia il primo evento a pagamento che ho scelto: al Palazzo del Seminario Vescovile, l’americanista Alessandro Portelli dialoga con Andrea Ronzato, per parlare della sua rilettura de La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe. Parcheggio e chiudo la bici dove trovo un posto libero («Vai tranquillo», ha detto la padrona del b&b, «non la ruba nessuno. E se proprio dovesse succedere, amen!») e mi trovo un posto a sedere nelle prime file. Ho con me una macchinetta fotografica semiprofessionale e vorrei provare a scattare qualche foto ben fatta.

Anche questo delle foto a festival e uscite varie è un vizio da lasciar perdere, mi dico spesso; in fondo, che me ne viene? Perdo solo tempo a farle e, più ancora, una volta seduto al computer, selezionarle e convertirle, ridimensionate, da raw in jpeg, per poi postarle in qualche album di Facebook che magari nessuno si caga. Se ne pubblichi una soltanto o poche alla volta, e quasi a caldo, forse richiami l’attenzione; se invece ne metti tante, tutte assieme, come in genere faccio io, per sbrigatività, e non nell’immediato, l’accoglienza è assai più tiepida. Vabbe’, ce l’ho questa ormai vecchia Nikon D90 e per quello che posso la sfrutto; se non altro, non mi lascio andare a postare le foto appena scattate con uno smartphone, come succede ai più tecnologici e hip, anche qui a Mantova, puntualmente iPhone o iPad muniti, specialmente quanti devono alimentare e curare i profili Twitter e Facebook del festival e delle varie case editrici che hanno qui loro autori.

Foto a parte, provo pure a prendere qualche appunto: so che già che dopo un paio di incontri ci rinuncerò, ma finché reggo tiro fuori penna e quadernetto a righe. Portelli esordisce dicendo che gli faccia piacere tornare ogni volta a Mantova, a questo «festival della gentilezza e della cortesia […] che ti riconcilia con la vita». Come dargli torto? Quanto a La capanna dello zio Tom, spiega in particolare come sia un libro difficile da leggere oggi, tanto è cambiata la concezione di letteratura dalla metà dell’Ottocento a noi. Beecher Stowe lo scrisse con un tono volutamente patetico – oggi, insopportabilissimo – per fare appello ai sentimenti e mobilitare i lettori. Si tratta di un romanzo cristiano che prende sul serio alcune delle cose più incredibili del cristianesimo. Presenta un finale ambivalente tra due possibili uscite – la fuga o la morte – e non è data alcuna possibilità di libertà. E comunque, nonostante una poetica, una retorica e anche un’idea di letteratura diverse da quelle invalse oggi, che di conseguenza ne fanno una lettura difficile (quando invece all’uscita, nel 1852, fu un bestseller istantaneo – all’epoca, in America, andavano forti due tipi di libri: i testi sentimentali della “maledetta banda di scribacchine”, secondo la sprezzante definizione di Nathaniel Hawthorne, e le autobiografie degli schiavi liberati – fino a diventare il secondo libro più letto dopo la Bibbia), grattando grattando vi si trova molto, a partire da una critica molto cogente della società statunitense dell’epoca.

Ma sono già le 17.30 e nel vicino Palazzo Castiglioni, con ingresso libero, c’è – dall’Abruzzo con i massimi onori, lanciatissima verso la conquista del Campiello con il romanzo L’Arminuta – Donatella Di Pietrantonio che (intervistata da Federico Taddia per la serie di incontri “Il libro che ho riletto”) parla del suo rapporto con La trilogia di K. di Agota Kristof. Un’ultima foto all’aula semiaffollata del Seminario Vescovile e via, a un secondo evento. Che è all’aperto, nel bel cortile interno di un palazzo, con prato. Per sedersi ci sono dei cubi di grossi contenitori per le uova sovrapposti, ma già tutti occupati, come pure le sedie del punto relax di Alce Nero, sul fondo; molti spettatori sono tranquillamente seduti o sdraiati sull’erba, più i tanti in piedi che si accalcano vicino all’ingresso. Mi faccio largo e vado a trovarmi anch’io un posto sull’erba. Che piacevolezza! È questo il vero clima di Mantova: massima informalità, ma senza sbraco; ospiti, organizzatori e spettatori rilassati e disponibili, compiti; non tenuti al rispetto di un codice di abbigliamento; ognuno, a suo modo, è elegantemente se stesso. Mi guardo intorno e scatto foto, da mezzo alla folla, a cercare di fissare questa impressione, ma senza esagerare: sono qui per ascoltare e cogliere spunti, non me lo dimentico, non per curiosare e basta, né per scorrere compulsivamente il programma e segnare il prossimo appuntamento da non perdere.

Di Pietrantonio racconta che il suo primo approccio alla Trilogia di K., durante la gravidanza, non avvenne probabilmente nel momento più indicato. La seconda lettura, invece, le ha permesso di cogliere un’analogia tra quanto vissuto dalla Kristof nello scegliere il francese come sua lingua letteraria, anziché il natio ungherese, e il proprio attraversamento linguistico dal dialetto all’italiano; ciò l’ha anche aiutata a passare alla sua scrittura attuale, tornando all’essenziale, alla sua vera lingua interiore, senza più dover dimostrare di padroneggiare l’italiano letterario. La Kristof le ha altresì insegnato che si può parlare di tutto, liberandola di alcune paure che prima aveva nello scrivere. C’è poi stata anche una terza lettura, del solo Grande quaderno, nell’originale francese, per riprovare nella lettura la stessa difficoltà della Kristof nella scrittura, sempre con il dizionario accanto; una Kristof che provava disagio con il francese, malgrado scrivendo lo padroneggiasse alla perfezione. Stesso percorso seguito con le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, con una terza lettura di nuovo in francese.

Oddio, sono quasi le 18 e in Tenda Sordello, a due passi, sta per iniziare il primo degli “Accenti”. È di scena il multiforme e mirabolante Luca Scarlini con la sua “Piccola guida alla Buenos Aires in libri” (la capitale argentina è “la città in libri” di quest’anno, oggetto così di una serie di eventi, più lo spazio dedicato alla Tenda dei Libri, sempre in Piazza Sordello, accanto alla libreria, con tanto di bibliotecari pronti a fornire indicazioni), e sarebbe un peccato perdersi entrambi. Quanto alla Di Pietrantonio, se faccio la fila per tempo posso vederla di nuovo domani, all’incontro con la Murgia, chiedendole semmai lì una dedica su L’Arminuta, per quella scrivana/scrittrice-in-boccio sua corregionale che – saggia lei! – agli incessanti cambi di scena dei festival preferisce le più paciose ed emollienti terme. Bene, vado, io che quest’anno non volevo correre per niente e, invece, dopo appena due ore in centro sono già al terzo evento.

Gli sgabelli di Tenda Sordello sono quasi tutti occupati (lo saranno praticamente a tutti gli “Accenti”): a occhio e croce sono in gran parte persone del posto, segno evidente che la città non fa mancare il suo sostegno. Sotto i giorni del festival i mantovani affluiscono numerosi agli appuntamenti in programma, gratuiti e non, riconoscendone pienamente il valore culturale; capiscono cioè che non è solo questione di far soldi con chi arriva da fuori. La stessa padrona del b&b ha detto di avere intenzione di seguirne più d’uno.

Ok, si comincia con Scarlini (dopo la presentazione del collega traduttore – ma anche scrittore – Giovanni Zucca, che mi riprometto poi di andare a salutare, conoscendolo un po’ dalle liste). Un paio di foto, e mano a penna e taccuino. Ma comincia a essere faticoso tenere dietro a tutto, specie con il ritmo incalzante di un sempre ultrapreparato e nondimeno brioso e coinvolgente Scarlini. La letteratura come bussola per capire una città enorme come Buenos Aires, in un paese con zone molto poco densamente popolate. Non è un caso che B.A. produca molta letteratura fantastica. Mitologia di B.A., che a ondate richiama gente da tutto il mondo, determinando un rapido cambiamento di interi quartieri. Nel 1910 vige nelle strade una babele di lingue. B.A. mecca per i migranti, che contribuiscono tutti alla sua letteratura e cultura. Il tango: non si sa chi l’abbia inventato, ma il mezzo che interpreta meglio il clima del tempo. Grande poetica del desiderio nella letteratura di B.A.

Devo ammetterlo: sono appena all’inizio e sono già mezzo cotto. Ma non mollo: il tempo di una visita alla Tenda dei Libri e per le 19 sono di nuovo agli “Accenti”, per sentire Alessandro Carrera (scrittore, poeta, saggista, traduttore e massimo esperto italiano dell’opera di Bob Dylan, a suo tempo cantautore, ora docente di italiano all’Università di Houston – è appena rientrato da lì, esordisce, ancora in pieno jet-lag e stress da uragano, con la sua casa uscita illesa dalla furia di Harvey, già il terzo uragano che si becca da quando è negli USA) in una mezz’ora dedicata a “Il pensiero della periferia”. Niente tentativi di prendere appunti, stavolta. Cerco giusto di memorizzare il discorso che la nostra idea di periferia, come parte agli estremi limiti di una città, in genere svantaggiata rispetto al centro, non è lontanamente trasportabile in America, dove dagli anni Cinquanta uscendo dalle città abbiamo quei quartieri infiniti di villette tutte uguali (le cosiddette “casette a orologio”, dove tutto deve funzionare alla perfezione) nei quali all’epoca furono incentivati a riversarsi i ceti medio-alti bianchi, abbandonando per molti anni i centri cittadini alle minoranze e al degrado, nonché alla trasgressione, portando quindi a un’inversione dell’immagine che abbiamo noi del centro come zona dove si sta bene e della periferia come zona dove si sta male. Ecco allora queste immense aree extraurbane che col passare del tempo hanno anche cambiato nome: prima il termine latino “suburbia”, a indicare l’anello esterno delle città; poi “exurbia”, a denotare i quartieri fatti solo di casette allineate che nascono fuori, lontano dalle città, hanno solo i servizi essenziali e per il resto bisogna prendere l’auto. Ed è così che è fatta anche Houston ecc. ecc. (N.B. In realtà un po’ ho barato, scrivendo adesso queste cose: per essere più preciso, prima sono andato a rivedere il video su YouTube.)

Oh, è ormai sera, e devo necessariamente fare un salto al b&b per memorizzare la strada prima che sia buio, cercare in un iper delle lucine supplementari per la bici, e poi mangiare due panini, ché la giornata è stata impegnativa e non è ancora finita. Tutto di gran corsa, quindi, e per le 21 di nuovo in sella: come da programma, devo vedere se riesco a rimediare un biglietto per l’incontro con Chimamanda Ngozi Adichie.

Lascio la bici proprio di fronte a Piazza Castello, e subito noto che la fila per gli spettatori senza biglietto è oltremodo lunga, girando di parecchio l’angolo verso via S. Giorgio: speriamo bene! Si avanza lentamente, tempo allora per qualche telefonata. Poi un primo avviso: i Vigili del Fuoco hanno detto che non possono entrare più spettatori, per motivi di sicurezza. Un po’ disorientati, ma restiamo quasi tutti in coda; tra gli altri, c’è una ragazza che dice di essere venuta da Alessandria apposta per Adichie, e proprio non vorrebbe perderla. Di colpo la fila torna ad avanzare: fanno entrare nello spazio dei biglietti a gruppetti di dieci. Ho perso qualche posizione quando hanno riaperto gli ingressi, ma forse ce la posso fare lo stesso. Altro stop. Altra concessione. Ecco, ci sono quasi: solo una decina di persone ancora davanti a me. Riescono tutte a passare, io sono il primo del gruppetto successivo. Ultimo avviso: no, niente da fare, non ci sono più posti. Ancora qualche paziente minuto di attesa, sperando in un gesto magnanimo, in extremis; ma, no, tutto chiuso: le magliette blu portano via anche la cassa. Amen!

Passo un po’ in rassegna le bancarelle dei libri usati sotto il porticato del Palazzo del Capitano: ce ne solo di belli, anche prime edizioni, ma costano troppo per me. Per una volta passo con il vecchio; semmai, compro qualche altro libro nuovo da far autografare, dopo L’Arminuta. Sono quasi le 22, intanto, e in Tenda Sordello è il momento del “Tango letterario”.

È curioso: la compagna da qualche anno stravede per il tango, puntualmente a lezione due volte a settimana per la teoria e la pratica, quando riprendono i corsi, più, tutto l’anno, almeno una milonga a settimana, se di suo gradimento, e di fatto contesta la mia totale mancanza di interesse per la cosa; eppure, sebbene le abbia parlato a più riprese di questo evento tanguero mantovano, non si è lasciata lontanamente distogliere dalle sue terme. E io, invece, adesso qui a seguire, fotografare e riprendere in video i due maestri ballerini Antonio Lalli e Claudia Siletti che prima tengono una stringata lezione teorica sul tango; poi invitano in pista gli spettatori volenterosi, guidandoli in alcune prove pratiche, partendo dalla camminata fino ad arrivare al ballo vero e proprio (con applausi finali per tutti), non importa come sono vestiti, che scarpe portano o se addirittura hanno lo zainetto sulle spalle, e meno ancora se non riescono a formare delle coppie uomo-donna; infine si esibiscono loro due alla grande, fra l’ammirazione e gli apprezzamenti generali.

E va bene, anche questa è fatta: per stasera, per fortuna, nessun altro evento. Faccio un giro fino a Piazza delle Erbe, ché è troppo bello camminare per Mantova di notte con tutta la bella gente, rilassata e appagata, al cospetto di una bella luna piena. Scatto altre foto. Poi di nuovo in bici, sulla pista ciclopedonale ben illuminata, e solo un breve tratto di strada normale, una rotonda, il binario della ferrovia, e sono arrivato.

Nel signorile appartamento, però, vuoi che non sfrutti il wi-fi e il portatile che mi sono portato appresso nel nuovo zaino tuttofare, Made in Colorado? Scarico le foto del giorno, le converto e ridimensiono, ne faccio una rapida selezione e – malato di internet che non sono altro – le carico in un album su Facebook, con una sintesi estrema di come è stata la prima (mezza) giornata mantovana. Faccio una doccia, spengo il computer e provo a dormire, nella bella camera silenziosa che mi ritrovo.

Ma chi vuoi che dorma, se l’insonnia quando sono in movimento è uno dei miei segni distintivi? Fa niente, l’importante è che sono di nuovo a Mantova, dopo dieci anni, e fra poche ore si torna in pista: Guzel’ Jachina con Chicca Gagliardo, Salvatore Ceccarelli con Silvia Bencinelli, Donatella Di Pietrantonio con Michela Murgia, Arno Camenisch e Claudio Morandini con Marco Malvaldi; e ancora, l’ultimo giorno, Lars Mytting con Davide Longo, Massimiano Bucchi, George Saunders con Marco Malvaldi, David Weinberger e Ignacio Ramonet.

E scusate se è poco.

P.S. Lo so, alle 21.15 del venerdì c’era anche Artemis Cooper, di cui con la tanguera andata alle terme ho tradotto la biografia Elizabeth Jane Howard, Un’innocenza pericolosa. Ma che potevo fare? A quell’ora ero già sull’ultimo treno utile per casa. Mentre il giovedì alle 18.30, quando Cooper parlava con Federico Taddia di Middlemarch di George Eliot, per “Il libro che ho riletto”, ero bloccato dalla pioggia a Palazzo San Sebastiano. Anche a Mantova, con ogni evidenza, tutto non si può avere. Alle volte bisogna proprio contentarsi di quanto di bello e di buono capita a tiro, e non scalpitare se salta qualcosa, se per un imprevisto, per un niente magari, perdiamo un’occasione a cui tenevamo: sarà per un’altra volta, se abbiamo la fermezza di continuare a crederci e provarci.

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La vita di Chris Ware, rovinata dai fumetti

1 Novembre 2017

Già nella sua precedente vita cartacea la nostra Rivista dava spazio ai fumetti; ora, se possibile, ancor di più. Ci fa pertanto assai piacere ospitare un articolo che tratta del più originale artista sequenziale (o fumettista) americano in attività, prendendo spunto dalla pubblicazione della sua ultimissima opera negli Stati Uniti…

riferisce PAOLO SIMONETTI

Per quei pochi che ancora non lo conoscono, Chris Ware è il protagonista assoluto del fumetto americano del nuovo millennio: l’artista (lui preferisce definirsi “cartoonist”) che ha saputo reinventare la letteratura grafica elevando il fumetto a opera d’arte. Grazie a lui un medium che sin dalle origini era relegato alla sfera della comicità o peggio, della trivialità – basta pensare ai termini inglesi che lo definiscono: “funnies” e “comics” – entra definitivamente nelle gallerie d’arte e nelle aule universitarie. Oggi le opere di Ware sono oggetto di convegni interdisciplinari e le sue tavole vengono periodicamente esposte in prestigiosi musei, dal Whitney Museum of American Art di New York al Museum of Contemporary Art di Chicago.

Da qualche settimana negli Stati Uniti è uscita la sua nuova opera, Monograph, una imponente autobiografia (pesa esattamente 3.9 kg e misura 33,5 x 3,3 x 46,7 cm.) corredata da un tripudio di immagini che raffigurano tavole preparatorie dei suoi fumetti, foto che lo ritraggono al lavoro o che documentano la sua frequentazione di artisti di caratura internazionale, cataloghi di mostre, locandine e illustrazioni, oggetti meccanici da lui realizzati, appunti e disegni presi dai suoi taccuini, bozzetti, fanzine autoprodotte, installazioni in legno e in plastica, giocattoli e giochi da tavolo di sua invenzione, action figures da lui progettate e costruite – e quant’altro la mente labirintica ed eclettica di Ware è riuscita a produrre nel corso della sua lunga e ambiziosa carriera. L’autoritratto che introduce il volume costituisce già una dichiarazione di poetica, una riflessione sull’artista in quanto amalgama, ibrido, insieme di elementi eterogenei. Chris Ware dipinge se stesso come la testa di una action figure da assemblare, un insieme meccanico formato da una serie di influenze artistiche e suggestioni culturali. Tra gli artisti che lo hanno maggiormente ispirato, infatti, ritroviamo giganti del fumetto come Art Spiegelman, Robert Crumb, Charles Burns, Richard McGuire, Adrian Tomine e, prima ancora, il George Herriman di Krazy Kat e il Charles Schulz dei Peanuts. Ma anche scrittori, architetti, musicisti, pittori.

Nato nel 1967 a Omaha, in Nebraska, durante l’adolescenza Ware era solito trascorrere i freddi pomeriggi invernali del Midwest a leggere fumetti di supereroi; alla fine degli anni Ottanta si trasferì nel torrido Sud per studiare alla University of Texas di Austin, mentre continuava a disegnare fumetti che pubblicava regolarmente sul Daily Texan (qui ha origine uno dei suoi personaggi più riusciti, Quimby the Mouse). Un giorno i suoi lavori capitarono per caso nelle mani di Spiegelman, che lo invitò a pubblicare sulla rivista RAW, caposaldo del fumetto underground. Da lì la svolta che lo ha portato, dopo il trasferimento a Chicago nel 1992, ad aggiudicarsi con Jimmy Corrigan, il ragazzo più in gamba sulla terra (Coconino Press, 384 pp., 27 euro) l’American Book Award nel 2000, e l’anno successivo il prestigioso Guardian Book Award, per la prima volta assegnato a un’opera di letteratura grafica. Oggi Chris Ware vive in Illinois, nell’hemingwayana Oak Park, con la moglie Marnie e la figlia Clara, e sta lavorando al graphic novel che i suoi fan attendono ormai da sette anni: Rusty Brown, di cui ha pubblicato finora una lunga introduzione e poche altre tavole sulle pagine della sua rivista a fumetti, The Acme Novelty Library.

Ogni volume della Acme Novelty Library (uscita a partire dal 1993 e bloccata per ora al numero venti, con la storia autoconclusiva di Lint, personaggio secondario del graphic novel Rusty Brown) contiene un misto di storie a fumetti, finte pubblicità per corrispondenza sullo stile dei vecchi cataloghi di Sears, Roebuck & Co., riflessioni sull’arte del fumetto, inserti da ritagliare e incollare con le istruzioni per costruire edifici, proiettori, action figures, ecc. Se ciò non bastasse, ogni volume è stampato in un formato differente: Ware sembra infatti intenzionato a frustrare i collezionisti, abituati a vedere tutti i numeri dei loro fumetti preferiti ordinati uno accanto all’altro sullo scaffale della libreria. Spesso le istruzioni per il montaggio delle figurine suggeriscono ironicamente al lettore di acquistare due copie del volume, una da cui ritagliare le pagine e una da collezionare. Tuttavia, quando durante una conferenza gli ho provocatoriamente chiesto: “Perché odia così tanto i collezionisti?”, Ware è rimasto stupito e si è affrettato a rispondere che non odia proprio nessuno. In effetti è lui il primo a collezionare ogni tipo di ephemera, e anzi ha personalmente ideato e disegnato un gigantesco espositore dotato di tasche di formato variabile per accomodare i suoi vari volumi. Peccato che, da collezionista incallito, ciò mi abbia frustrato ancora di più, perché il bellissimo espositore è ormai fuori produzione e praticamente impossibile da reperire (l’anno scorso ero quasi riuscito a corrompere un libraio di Athens, in Georgia, a vendermi il suo, ma non avrei saputo come imbarcarlo in aereo!).

A tutt’oggi il graphic novel Jimmy Corrigan resta il suo capolavoro. Merito di Ware è aver sovvertito l’interazione tra parole e immagini che è alla base del fumetto, spingendone le potenzialità ai limiti estremi. Nelle opere di Ware, infatti, i disegni non si limitano a illustrare la storia, né la vignetta è considerata alla stregua di un’inquadratura, un punto di vista “filmico” attraverso cui i lettori (o meglio, gli spettatori) “assistono” alle vicende narrate. Come ha sottolineato lui stesso in un’intervista, il suo scopo è ricreare nelle tavole “il ritmo della combinazione di parole e immagini e simboli” che costituiscono la nostra esperienza quotidiana della realtà, attraverso una tecnica che gli permette di “suddividere il tempo” sulla pagina come avviene nelle battute di una partitura musicale. Un’altra importante influenza delle opere di Ware gli viene infatti dal ragtime (Scott Joplin è una delle sue figure di riferimento). Fervente amatore e collezionista di musica e feticci del ragtime, Ware ha addirittura creato una rivista aperiodica dedicata al tema e corredata di suoi disegni, The Ragtime Ephemeralist (interrottasi dopo soli tre numeri, ma che forse avrà una ristampa e una continuazione nel prossimo futuro).

Uscito in America nel 2012 (in Italia è in pubblicazione presso BAO Publishing), il suo Building Stories è composto da 14 “pezzi” riuniti in una scatola – una raccolta di lavori grafici in stili, formati e dimensioni differenti (fumetti rilegati, strisce, pagine di quotidiano, cartonati, libretti da sfogliare stile flip books) che raccontano la vita degli inquilini di un caseggiato da diversi punti di vista spazio-temporali senza un ordine o una cronologia precisa. Uno dei protagonisti è proprio l’edificio, dotato di pensieri e ricordi al pari dei personaggi (tra cui compare anche l’ape Branford e la sua famiglia). Qui la sinergia tra il fumetto e le altre arti è essenziale alla fruizione dell’opera: il realismo che Ware propone nelle sue opere è infatti ottenuto con un tratto iconico e “architettonico” che spesso può apparire freddo, ma che grazie a una particolare alternanza di colori e forme ricorrenti, a una simmetria ibrida di tavole, schemi e diagrammi che danno vita a un’originale fusione di stile e contenuto, si rivela al contrario un eccezionale mezzo di trasmissione emotiva. Building Stories mette in crisi la famosa definizione proposta da Scott McCloud del fumetto come “arte sequenziale”, presentando una serie di oggetti senza un ordine indicato e aprendo la fruizione a una serie di percorsi casuali e soggettivi. Non è facile determinare quale sia l’ordine cronologico di lettura delle parti – forse non esiste un vero e proprio “ordine” e ogni sequenza scelta (più o meno inconsapevolmente) dal lettore rappresenta un percorso ugualmente valido. Nelle tavole di Ware c’è un’attenzione maniacale al dettaglio: i suoi fumetti obbligano il lettore a riconsiderare più e più volte le tavole, a completarle per cercare di intuirne la sequenza, per escogitare una continuità tra le varie parti; molte tavole sono silenziose, altre sono impossibili da leggere e analizzare senza una lente d’ingrandimento. Questo ritmo, questa musicalità e minuziosità del disegno, funziona come equivalente grafico di tecniche letterarie che rimandano alle sperimentazioni moderniste e postmoderniste: non è un caso se per parlare di Ware molti critici abbiano spesso scomodato James Joyce.

Costante nella sua poetica è la figura del supereroe, alla base del fumetto americano sin dagli anni Trenta; in Ware, però, Superman è una figura ambigua, spesso ripugnante, un personaggio obeso che assume di volta in volta il ruolo di un dio indifferente e bizzoso, un truffatore cosmico, un padre assente, scostante e violento, un cinico sfruttatore. Attraverso questa figura sono veicolate riflessioni su influenza, ricezione e plagio, che scavano nelle profondità dell’inconscio americano e che gettano le basi per la retorica del fallimento padroneggiata da Ware, sia nella costruzione della figura autoriale (nelle interviste e nelle prefazioni la parola che usa più spesso è apologies, come a scusarsi per l’inadeguatezza della sua arte e della sua persona), sia nelle sue opere, che costruiscono una vera e propria estetica del fallimento. Quella di Ware è un’arte dell’understatement che vanta antenati illustri nella letteratura americana e che situa l’artista in una tradizione letteraria in grado di ribaltare i valori del “Sogno Americano”, esaltando il fallimento come caratteristica dell’artista. Ware gioca di continuo col rapporto tra cultura elevata e cultura popolare, tra l’afflato dell’ispirazione e le esigenze di mercato che immancabilmente governano lo sviluppo del prodotto letterario. La storia della letteratura diventa così nelle tavole di Ware un catalogo di frustrazioni, un confronto forzato dell’artista con la propria inadeguatezza. Secondo Ware, infatti, la felicità è sopravvalutata, è una trovata pubblicitaria, un prodotto pubblicizzato dagli spot televisivi.

E il più infelice di tutti è proprio il fumettista! Ware riflette sul ruolo del “cartoonist” in diverse tavole che ne descrivono la carriera come una serie di fallimenti, rinunce, sacrifici e sopportazioni. Una di esse è intitolata: “Rovinatevi la vita: disegnate fumetti! E condannatevi a decadi di insopportabile isolamento e al completo disprezzo sociale”. Il fumettista è sempre rappresentato come una figura vessata, triste, malata, stanca, umiliata e offesa. Così come i “comics” non sono per niente “comic”, per Ware il fumettista è una persona frustrata, che invidia le altre arti poiché è consapevole che il suo lavoro non sarà mai ricompensato né dai guadagni elevati percepiti, ad esempio, dai pittori o dagli illustratori, né dal successo e dal prestigio sociale degli scrittori di letteratura non grafica.

Da parte mia non posso che rallegrarmi del fatto che Chris Ware abbia scelto di rovinarsi la vita e disegnare fumetti, un medium che negli ultimi decenni si è rivelato estremamente fertile e che ha prodotto alcuni tra gli esiti più innovativi e originali della letteratura contemporanea. Le opere di Ware arricchiscono la vita di migliaia di lettori, come dimostra l’affluenza di più di 4.000 visitatori registrata dalla prima mostra italiana dedicata alle opere di Ware, Il palazzo della memoria, che si è tenuta a Bologna dal 26 novembre 2016 al 7 gennaio 2017. Semmai Chris Ware ha rovinato la vita di chi, fuori e dentro le università, continua a pensare al fumetto come a un medium minore, infantile, semplice e triviale – e purtroppo bisogna rilevare che ancora nel 2017, in Italia e all’estero, certi pregiudizi sono duri a morire!

 

 

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Robot, donne, androidi strani al cubo

3 Novembre 2017

Non sarà famoso come il Salone di Torino o Festivaletteratura di Mantova, ma anche Stranimondi, se non altro per chi s’interessa alla fantascienza in tutte le sue forme, sta diventando un appuntamento di un certo rilievo; pertanto pubblichiamo questo corposo reportage che tocca argomenti assolutamente d’attualità.

riferisce MARIASILVIA IOVINE

Il 14 e 15 ottobre si è tenuta a Milano la terza edizione di Stranimondi, l’incontro annuale incentrato sulla letteratura fantastica che comprende i “Delos Days” e la “Weirdiana”. Quest’anno, ospiti d’onore Alda Teodorani, Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman, Bruce Sterling, Paolo Barbieri e, in collegamento, Valerio Evangelisti. Stranimondi si conferma come un evento centrale nel panorama dell’editoria italiana di genere, attestato da un significativo successo di pubblico, con più di mille ingressi in due giorni (non poco per un raduno di questo tipo); editori, artisti, scrittori, lettori si sono così ritrovati a scambiarsi opinioni e ad ascoltare conferenze.

Tra le novità editoriali, vi segnaliamo la raccolta di racconti di Anne-Sylvie Salzman, pubblicata da poco dalle Edizioni Hypnos con il titolo Lacerazioni: si tratta della prima traduzione italiana delle opere dell’autrice francese. Durante l’incontro dal titolo “Odissea nella fantascienza”, invece, sono state presentate le ultime novità targate Delos Digital, uscite nella collana Odissea Digital Fantascienza: Anna Feruglio Dal Dan (Senza un cemento di sangue), Marco Crescizz (Brandelli d’Italia), Giovanna Repetto (Il nastro di Sanchez), Nino Martino (Errore di prospettiva) ed Elena Di Fazio (Ucronia, Premio Odissea 2017) si sono raccontati in una chiacchierata sulla fantascienza e qualche riflessione sul percorso che ha portato ognuno di loro a pubblicare con Delos.

Tra il fantasy e il weird, invece, le novità targate Acheron Books: da Zappa e Spada, un’antologia di “spaghetti fantasy”, a Dark Italy, che raccoglie alcuni tra i migliori autori horror italiani come Cristiana Astori, Mauro Boselli e Claudio Vergnani. Tra sabato e domenica, le presentazioni sono state numerose: da Cesare Il conquistatore, nuovo capitolo della saga di Franco Forte, a Carnivori di Franci Conforti (Premio Kipple 2017), accompagnata dalla vincitrice del Premio Short-Kipple 2017, Giovanna Repetto (La legge della penombra). Infine, vogliamo segnalare Oltre – Storie dal futuro (Sad Dog Project), i cui ricavati permetteranno di raccogliere fondi a favore del centro di riabilitazione pediatrica Alyn di Gerusalemme. Oltre alle presentazioni, ci sono stati i momenti di approfondimento tematico, come l’intervento di Giuseppe Lippi sull’orrore del mare nel panel intitolato “La seduzione degli abissi”. Tuttavia, mi vorrei concentrare su due panel in particolare: “Robot al posto di uomini”, dedicato ai cambiamenti della nostra società a fronte delle attuali innovazioni tecnologiche, e “I mille volti del fantastico”, con interventi di Pat Cadigan, Anne-Sylvie Salzman e Alda Teodorani, dedicati alle sfaccettature della letteratura fantastica.

“Robot al posto di uomini” ha avuto come relatori Silvio Sosio, il patron di Delos Books, Piero Schiavo Campo, vincitore del Premio Urania 2012 e 2016, il giornalista scientifico Roberto Paura e Marco Antoniotti, docente di informatica all’Università degli Studi Milano Bicocca. Come ci ha ricordato Sosio introducendo il tema, nella letteratura fantastica (e poi nel cinema) sono numerosi gli esempi di “intelligenze artificiali”, usate soprattutto quali metafore filosofiche o sociali: nella realtà quotidiana, invece, è più che mai attuale il dibattito sui cambiamenti che le nuove tecnologie porteranno nel mondo del lavoro. Dall’ambito strettamente letterario si passa inevitabilmente a discutere l’impatto della “rivoluzione robotica”, e se essa sia iniziata ben prima degli anni Dieci del nuovo millennio: in una visione più realistica delle nuove tecnologie, ben diversa dai “robottini giocosi di Star Wars”, come sottolinea Sosio, le nuove tecnologie sono meno umanoidi nell’aspetto, ma potenzialmente in grado di sostituire il contatto umano.

Oltre ai bot usati quotidianamente sulle app più moderne, esistono anche i sistemi ausiliari per la guida, per ora irrealizzabili se pensiamo alle auto intelligenti del film Io, robot, ma che stanno muovendo i primi passi sotto altra forma sul mercato automobilistico. D’altronde, anche l’organizzazione logistica delle vendite online sembrava ingestibile qualche decennio fa, eppure proprio in questo momento sono moltissime le persone che lavorano, di fatto, al servizio di un’intelligenza artificiale, che le indirizza, tiene conto degli spostamenti e addirittura dei tempi di percorrenza. In particolare, fa notare Antoniotti, c’è un campo dell’economia nel quale le “intelligenze artificiali” hanno avuto uno sviluppo impressionante e dalle quali dipende, di fatto, una buona parte del nostro benessere: il mondo della finanza. È difficile anche solo rappresentare visivamente la quantità di dati che che i sistemi di HFT (High-Frequency Trading) devono maneggiare in brevissimo tempo per intervenire sui mercati con transazioni “ad alta frequenza”: in queste negoziazioni gli algoritmi operano in frazioni di secondo…

Durante la discussione sono stati fatti molti esempi su come le intelligenze artificiali stiano guadagnando terreno, fino a porsi la domanda capitale: “spostare” il lavoro dall’umano alla macchina produrrà lavoro “altrove”? E se sì, in che campo, con quali modalità? Tra gli stessi relatori, durante la discussione, c’è stato disaccordo in merito: non c’è da stupirsi, dato che si mettono in gioco problemi non solo economici, ma anche sociali ed etici. A questo proposito, interessante l’intervento di Alain Voudì, dal pubblico, secondo il quale lo “spostamento del lavoro” incontrerà notevoli resistenze a livello sociale. Il lavoro infatti, non solo è denaro, ma è anche e soprattutto cultura. Che ne sarà di noi, dunque? Robot al fianco degli uomini o al loro posto?

Come si è visto, quando ci si riunisce a parlare degli scenari proiettati dalla fantascienza nelle sue varie forme si finisce facilmente a parlare di questo mondo e delle nostre inquietudini. Proprio per questo ho voluto dare spazio al panel “Robot al posto di uomini”, esempio di come una convention possa partire dall’immaginario tecno-scientifico per affrontare argomenti di grande attualità senza scendere nella verbosità e nello snobismo. Tuttavia, il tema portante di questa edizione di Stranimondi, come in parte di quella dello scorso anno, è stato un altro: il ruolo delle donne nel mondo della fantascienza. Si tratta di una questione complessa, che si inserisce nella tanto contestata discussione sulla parità di genere nella società moderna – argomento, quest’ultimo, che, dopo le speranze passate di una rivoluzione etica, politica e culturale, si sta deteriorando in un intreccio desolante di obiezioni, polemiche e distinguo. Non è un caso che la fantascienza sia stata coinvolta: anzi, sarebbe stato strano il contrario, dato che proprio la fantascienza, dalle distopie orwelliane alla fantascienza sociale, si è sempre trovata in prima linea nel rappresentare anamorficamente la società contemporanea e le sue contraddizioni. Se ad alcuni le infinite discussioni al riguardo possono essere sembrate pretestuose, l’oggettiva latitanza di autrici nel panorama fantascientifico attuale è in grado di mettere a tacere qualunque scettico sull’argomento. Come già accennato, Stranimondi si è posto in prima linea nella discussione: nel 2016, con il panel “La fantascienza è delle donne”, e quest’anno, con una netta predominanza femminile tra gli ospiti, nonché gli interventi (di uomini e donne) sull’argomento.

Partiamo da una delle ultime presentazioni della convention: “Donne al (tele)comando”, col quale Giulia Iannuzzi ha delineato per sommi capi il ruolo delle figure femminili nel cinema e nella televisione.

Parlando in generale, spiega Iannuzzi, i dati del Centre for the Study of Women in Television & Film mostrano come i protagonisti di film e serie televisive prodotti negli Stati Uniti siano soprattutto maschi. Oltre a questa “asimmetria quantitativa”, troviamo una “sperequazione qualitativa”: i personaggi femminili sono più spesso associati a scene di nudo e/o a un abbigliamento provocante e, in ogni caso, più sono i personaggi femminili maggiori sono le possibilità di riferimenti verbali alla loro attrattività fisica e in genere la loro sessualizzazione. D’altronde, anche al di fuori della finzione cinematografica e televisiva è nota la cosiddetta gender inertia del mondo di Hollywood: “l’industria resta virtualmente a un punto morto nel suo impiego di donne dietro le quinte”, segnala il Women Media Center. Secondo uno studio realizzato dall’Università di San Diego, sui primi 250 film campioni di incassi prodotti negli Stati Uniti, solo il 16% di tutti i lavoratori del settore (registi, sceneggiatori, produttori, produttori esecutivi, ecc.) sono donne: una percentuale desolante, tra l’altro in diminuzione se si guardano i dati degli ultimi quindici anni.

Tuttavia, a piccoli passi, dal secondo dopoguerra a oggi, qualcosa sta davvero cambiando: nella produzione cinematografica/televisiva del genere drama (o comunque estraneo alle situation comedy) è evidente una crescita esponenziale dei protagonisti femminili, con due curve significative, la prima a metà degli anni Settanta, la seconda a metà degli anni Novanta. Forse, ci chiediamo, potrebbe essere proprio la finzione sul grande e sul piccolo schermo la scintilla che porterà a un cambiamento duraturo nell’industria hollywoodiana? Per quanto mi riguarda, si tratta di una domanda retorica: molti sono stati i “fuochi di paglia” nel corso dei decenni, e, secondo me, per quanto il cinema e la televisione possano influenzare la nostra visione del mondo, non sono da soli sufficienti a cambiare le cose. Sono convinta che non sia possibile continuare a essere spettatori di una rivoluzione culturale “dall’alto”: il cambiamento deve partire da noi stessi ed essere riflesso dal cinema, dalla televisione, dalla letteratura. Subire passivamente le mode dell’industria culturale, che monetizza i nostri desideri inespressi, significa indossare la maschera dei grandi ideali: una maschera di creta, che si sgretolerà al primo cambio di vento.

In questo contesto, ritornando all’intervento di Iannuzzi, la fantascienza ha una grande risorsa nel fandom: è qui che la situazione si ribalta, in una sorta di riappropriazione che prescinde dai contenuti di genere del franchise. D’altronde, nel cinema e nella televisione è stata proprio la fantascienza ad essere rivoluzionaria: pensiamo a Wonder Woman (1975), o a La donna bionica (1976), veri e propri punti di svolta per l’immaginario collettivo, nonostante la scelta di una protagonista femminile “forte” fosse stata mutuata da altri generi narrativi (come le serie TV poliziesche). Negli anni Novanta, il perno di una nuova rivoluzione sul piccolo schermo è stata Xena, la principessa guerriera. La serie omonima, prodotta da Sam Raimi, è nata come spin-off di Hercules nel 1995: entrambe non temono di mostrare donne determinate, coraggiose, guerriere, come Xena e Olimpia, dice Iannuzzi, ma – aggiungo io – anche come Callisto, Nebula, la giovane Evi / Livia…

Tra gli anni Ottanta e Novanta sono stati numerosi i canali dedicati a un pubblico femminile: d’altronde, dopo la crisi economica del decennio precedente, la classica famiglia patriarcale, con la donna madre, moglie e quindi casalinga, era stata messa in crisi e la presenza femminile nel mondo del lavoro s’era fatta più massiccia e si poneva in diretta concorrenza con i colleghi uomini. E quindi, finalmente, negli ultimi decenni del secolo scorso si sono potuti vedere sul piccolo schermo personaggi femminili psicologicamente complessi. Eppure, in questa rosea descrizione della parità di genere televisiva degli anni Novanta, Iannuzzi pone l’accento su due serie tv di quegli anni: Ally McBeal (1997) e Sex and the City (1998). In entrambe si mostrano donne emancipate, ma tormentate dalla necessità di conciliare lavoro e famiglia oppure estremizzate a tal punto da parlare sempre di sesso, in una caricatura del macho, deformante per le donne come per gli uomini. In alcuni casi si è cercato di rompere questo schema: tra tutte, Iannuzzi ricorda Dana Scully (X-Files, 1993-2002), scienziata dalla mentalità razionale contrapposta al collega Fox Mulder, più intuitivo (caratteristica questa tradizionalmente considerata femminile).

Da questo punto di vista la fantascienza si è più volte dimostrata davvero innovativa, basti vedere Star Trek, Battlestar Galactica (ma anche, mi permetto di aggiungere, Jessica Alba in Dark Angel e l’indimenticabile Miss Parker di Jarod – Il camaleonte). In tempi più recenti, è stato interessante osservare l’evoluzione del personaggio di Dolores Abernathy in Westworld, rappresentata visivamente anche dai cambiamenti di vestiti della protagonista, dal vezzoso abito dei primi episodi ai pantaloni da cowboy, ma Iannuzzi ricorda anche l’importanza delle serie horror e young adult, in primis Buffy – L’ammazzavampiri. La figura della donna ha quindi avuto una lunga e travagliata storia dal 1945 a oggi, in un percorso verso la parità di genere che ha visto cambiamenti improvvisi seguiti da mesti ritorni alla rappresentazione della donna come moglie-e-madre: la “maschera di creta” di cui sopra, in una zona grigia tra emancipazione e sessualizzazione, quasi sempre un passo indietro ai colleghi maschi.

E la letteratura?

In questo contesto, mi limiterò a parlare delle sole autrici e non dei personaggi femminili, che sarebbero un argomento troppo vasto e troppo complesso. Nel suo articolo intitolato “La fantascienza è delle donne”, finalista al Premio Italia 2017, Giulia Abbate raccontava come le relatrici del panel omonimo dell’edizione 2016 di Stranimondi vedessero il loro legame con la fantascienza: Tricia Sullivan, in particolare, spiegava che, secondo lei, “a nessuna, nonostante meriti e titoli, è mai davvero concesso di sentirsi arrivata, di sentirsi figura di riferimento. In questo ambiente alle donne non è dato emergere veramente”. Nel suo intervento, Sullivan citava come esempio proprio Pat Cadigan, tra le ospiti d’onore a Stranimondi 2017, che ha preso parte al panel “I mille volti del fantastico”, assieme ad Alda Teodorani e Anne-Sylvie Salzman, e ha parlato della letteratura fantastica, del suo modo di affrontare il lavoro e anche del suo essere autrice. Alla domanda specifica di Francesco Verso, che le ha chiesto se come scrittrice abbia subito discriminazioni per il suo essere donna, Pat Cadigan ha confermato quello che diceva di lei Tricia Sullivan: in alcuni ambienti le sono stati necessari più di trent’anni di carriera per essere considerata pari ai colleghi maschi. Tuttavia, dichiara orgogliosamente Cadigan – e siamo d’accordo con lei – quelli che rifiutano per principio qualunque storia di fantascienza scritta da una donna sono fortunatamente eccezioni che pertanto non meritano considerazione.

Al di là di tali tristi personaggi, ci sono casi in cui gli autori maschi sono evidentemente preferiti alle colleghe, anche in convention internazionali. Pat Cadigan non si considera un’estremista: non è una di quelle persone che in ogni pubblicazione si mette a contare il numero di autrici e di autori. Su questo le fa eco Alda Teodorani, fermamente convinta, e a ragione, che non esista una scrittura femminile e una maschile: al massimo, sostiene l’autrice, si può parlare di una scrittura “delle donne” in senso di militanza politica. D’altronde, continua, la scrittura non può essere fatta a tavolino: non è solo trama e scaletta, ma anche emozione profonda, per questo – aggiunge Anne-Sylvie Salzman – non dobbiamo scrivere “come donne”, ma “come esseri umani”. Più progressi saranno fatti dalle autrici, conclude Cadigan, più appariranno ridicoli gli estremisti che le disprezzano: tuttavia, il vero problema non sono questi personaggi, rari, ma la “zona grigia”, quella che, aggiungo io, obbliga le donne a lavorare il doppio per ottenere la metà del riconoscimento degli uomini. Pat Cadigan però è ottimista: i cambiamenti, anche quelli epocali, iniziano dalle persone comuni che continuano a guardarsi attorno e a lavorare per migliorare le cose.

In conclusione: abbiamo parlato del futuro, rappresentato da androidi e robot, ma anche e soprattutto del presente, perché sappiamo bene che, come diceva Schiller, “nell’oggi cammina già il domani”. La fantascienza contemporanea non può essere estranea alla questione femminile: al di là di iniziative a mio avviso ridicole, con premi separati per genere o decisi in base a “quote rosa” di dubbia efficacia – più una ghettizzazione che una vera parità – il problema della rarità delle autrici nel panorama italiano esiste. Secondo me, tuttavia, è necessario ripartire dalla base: la fantascienza è, nel nostro Paese, un genere “di nicchia”, ed è quindi comprensibile che le giovani autrici si dedichino ad altri generi che possano consentire un accesso più facile alla “grande editoria” – o meglio, all’editoria dei grandi numeri, perché la definizione di “grande editoria” sottintende una distinzione anche qualitativa tra “grande” e “piccola” editoria…

Comunque, fermo restando che la fantascienza è un genere da troppo tempo bistrattato nel nostro Paese, la domanda è: come possiamo abbattere le barriere attorno a questo tipo di letteratura? A Stranimondi, Franco Ricciardiello ha sottolineato la necessità di un rinnovamento: “Fino dai primi passi della fantascienza nel nostro paese, siamo stati troppo tolleranti con gli autori italiani. Cresciuti in un vero e proprio ghetto, ci siamo costruiti al suo interno una seconda cerchia di mura protettive per tenere fuori la Letteratura. Questo cerchio interno si chiamava fandom. Per anni, all’interno del fandom ci siamo confrontati non con gli scrittori pubblicati dalle case editrici, ma con altri fanzinari”. Nel blog di Daniele Barbieri, Giulia Abbate ha ripreso l’intervento di Ricciardiello aggiungendo che: “[…] la qualità della nostra produzione letteraria [è] messa in prima linea, mai come ora. […] Per questo, mai come ora dobbiamo entrare in un ordine di idee diverso da quello del fandom appassionato che manda avanti chiunque purché parli di navi spaziali e stimoli quel sense of wonder risalente a un’adolescenza persa nelle nebbie del tempo”.

Da parte mia, condivido la necessità di abbattere le barriere, mantenendo proprio quella passione e quel sense of wonder del risorgere e spiccare il volo oltre le mura della mediocrità che ci hanno costruito attorno – o, direbbero alcuni, che noi stessi abbiamo costruito. Tuttavia, voglio aggiungere: la letteratura non è mai stata “solo” letteratura. La fantascienza, figlia di quella letteratura del fantastico che ha le sue radici nell’essenza stessa dell’essere umano, è la parola del futuro, del diventare, creare, immaginare, riflettere: dobbiamo rifiutare con forza il pregiudizio che si tratti di una letteratura minore, perché, di nuovo, l’idea stessa che possa esistere una letteratura ”minore” di un’altra rappresenta una sconfitta. È necessario ritornare al passato, non nel senso di anacronistiche imitazioni della fantascienza anteriore alle rivoluzioni della New Wave e del Cyberpunk, ma in quello di ricercare l’essenza del “perché”, del “come fare”, della nostra umanità. A quel punto, e qui mi ricollego alle parole degli autori e delle autrici intervenuti a “Stranimondi”, le definizioni rigide, la categorizzazione e le conseguenti discussioni interminabili su cosa sia o non sia la fantascienza, cadranno – come cadranno le differenze di genere.

 

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Più PULP Libri, Più Liberi

10 Dicembre 2017

Non provo neanche a scrivere un pezzo su Più Libri Più Liberi; butto lì delle cose che mi sono venute in mente mentre m’aggiravo tra gli stand e le sale dentro la Nuvola (che sarebbe più corretto chiamare lo Scatolone, o l’Hangar).

tratteggia UMBERTO ROSSI

Mi sembrava d’essere un Dante dei poveri (molto poveri), guidato da un Virgilio assai più qualificato di me: ci si aggirava tra gli stand, e Nazzareno mi faceva l’anagrafica di ogni editore, traduttore, editor, addetto stampa. Senza di lui, mi sarei perduto in quella selva di carta.

Un corridoio bloccato: un capannello attorno a un tipo alto magro e occhialuto. Parlano tutti con accento siciliano. “Quello è Pif”, sento dire. La mia guida conferma.

Vado a sentire Beatty. Simpatia istintiva: un uomo modesto, simpatico a pelle, che dice cose sensate. Cercano di fargli fare l’oracolo sui destini degli Stati Uniti. Insistono con Trump. Lui si schermisce, dice che non è un analista politico, che di politica parla solo col suo giornalaio di origine mediorientale. Già uno che ammette di non sapere pur avendo un microfono davanti e tanti occhi puntati addosso è da rispettare.

Andiamo da Atlantide, editore senza distribuzione. Ma come fanno? Semplice, mi dicono, mandiamo i libri solo a librerie di fiducia. Come si faceva una volta. E non fanno ebook. Be’, il coraggio, in Italia, non abbonda; quando se ne vede, fa una certa impressione. Ci ritrovo una vecchia conoscenza, e per l’ennesima volta ho la sensazione che l’editoria è una sorta di grande famiglia. Io mi sa che sono lo zio che si vede una volta ogni morte di papa…

Finalmente la domenica mattina, dopo coda e lenta ascensione su scala mobile (mentre quella in discesa è già rotta e in riparazione, stile Metro Roma…), entriamo nella nuvola vera e propria. L’Auditorium, che sarebbe il gran capolavoro dell’opera, è chiuso. Comunque ci muoviamo in quello che da fuori sembra un disco volante in avaria, da dentro un calamaro gigante col mal di pancia. Si sta radunando gente per ascoltare Gigi Proietti e Valter Veltroni. No, non è una battuta.

La Nuvola. A PLPL ci associavo il Palazzo dei congressi; vederlo in questo scatolone di vetro e acciaio con un disco volante ammaccato che ci incombe sulla testa mi fa un effetto straniante. Com’è la Nuvola? Mah, un terminal aeroportuale. Ti guardi intorno cercando i tabelloni con i voli, metti le mani in tasca e ti chiedi dove hai lasciato la carta d’imbarco.

Commemorazione di Severino Cesari. Mi ricorda un po’ “L’accostamento ad Almotasim” di Borges, uno dei suoi racconti più geniali; il protagonista scopre l’esistenza di un uomo eccezionale non incontrandolo di persona ma dall’effetto che ha avuto sulle persone che l’hanno conosciuto. La sala era piena, e avevi la sensazione che tutti lo conoscessero. Alla fine la presentazione del suo libro postumo, nato dai suoi scritti su FB, era in secondo piano; in primo piano lui, in absentia.

Passi per i corridoi; vedi lo stand di BAO preso d’assalto anche se oggi non c’è Zerocalcare. Poi ti capita di soffermarti davanti a quegli stand di piccolissime case editrici mai sentite che non raccattano neanche un visitatore. Meglio non infierire e non fare nomi. Però che malinconia.

Il panino che ho preso al baretto (un bancone, più che altro, perso nella vastità dello Scatolone) pur riscaldato aveva un cuore di ghiaccio. Sicuramente era stato in frigo fino a pochi minuti prima. Questa è continuità col vecchio PLPL nella sua sede storica…

Giravo per gli stand con la precisa intenzione di presentarmi ai vari addetti stampa per fargli sapere che le notizie sulla morte di PULP Libri erano esagerate. Ho imparato una lezione: l’addetto stampa non è sedentario. E’ mobile. Ce ne fosse stato uno presso lo stand della sua casa editrice. Vabbè, s’impara sempre qualcosa.

Anche ai banconi-bar della Nuvola, come in tutta Roma, i barman e cassieri ti si filano solo quando hanno finito di parlare, discutere o litigare tra di loro. E’ proprio il salone del libro romano, in tutto e per tutto.

Fuori dalla Nuvola, una coda biblica, qualcosa per l’appunto uscito dalla Divina commedia. Improvvisa passione pei libri? Ma de che, stamo a Roma. Qui non si legge. E’ semplicemente che volevano andare a vedere la Nuvola da dentro, tutto lì.

Paghi per un caffè d’orzo in tazza piccola. Vai dal barman. No, il caffè d’orzo non c’è. La notizia non è riuscita ad arrivare fino alla cassa, tre metri più in là. Lo spazio dentro la Nuvola non è affatto euclideo.

Incontrare gente ben più giovane di me che quando gli dici “PULP Libri” non ti guardano con l’occhio smorto, ma subito dicono sì, che lo conoscono, che sanno della Rivista, ma non aveva chiuso? Sono cose che scaldano il cuore.

Una presentazione che mi ha incantato: quella di Emilio Franzina, storico ben noto dell’emigrazione italiana, che presenta le sue nuove monografie sulla Grande guerra, sul cosiddetto fronte interno, cioè cosa succedeva ai civili durante il conflitto; non solo, ha anche ricostruito il mondo della prostituzione riservata ai soldati, e organizzata dallo Stato. Sarei stato lì a sentire per tutta la mattinata, ma alla fine ci hanno cacciati; cominciava la successiva presentazione. Peccato.

Uno stand che mi ha colpito: quello di Tunuè. A parte la lodevole naturalezza con cui vendono narrazioni grafiche e solo verbali, il fatto che abbiano la loro sede a Latina mi commuove. Non tanto perché vi nacqui, ma perché tra tutti i capoluoghi di provincia italiani è quello che mi resta più difficile associare all’espressione “casa editrice”. Vi auguro ogni bene, sinceramente.

Incontro una vecchia conoscenza dei tempi che traducevo per Fanucci. Traduceva anche lui, e poi a differenza di me ha continuato. Scambiamo due chiacchiere, misuriamo il tempo passato guardandoci in faccia. PLPL è un po’ una riunione di famiglia. Spero un matrimonio o un battesimo, e non un funerale…

Andare nel caffè letterario e sentire una voce che associ automaticamente con Fahrenheit. Una voce che per me non ha mai avuto un volto (ascolto la radio, ma non voglio vedere chi parla, altrimenti che radio è?). Mi guardo con Nazzareno. No, Sinibaldi non conduce più la trasmissione. De Mieri? Calaciura? Cimatti? Alla fine guardiamo il programma: è Tommaso Giartosio. Comunque, mi sento un po’ destabilizzato. Le voci della radio dovrebbero restare invisibili, no?

Meridiano Zero, scopro, non è più di Vicentini. Da qualche tempo. Ricordo in un lampo il mio incontro con Vicentini in una vecchia edizione di PLPL. Ma da quanto tempo è che ci vado? No, lasciamo stare. Meglio non rivangare troppo.

Vado allo stand di BAO. Chiedo dell’ufficio stampa. L’addetta c’è, e coerentemente ha i capelli colorati stile fumetto. L’unica che presidia il suo stand senza arrendersi. Vorrei quasi abbracciarla.

Incontro una vecchia conoscenza, uno degli editor di punta di oggi. Mi pare Stetson sul ponte di Londra nel finale della prima parte della Terra desolata. Gli chiedo se ha dormito nella Nuvola. Mi dice che gli manca solo quello. (Ciao, Luca!)

Scatto foto qua e là. Mi aggiro. Mi ritrovo davanti allo stand dell’Indice, che sarebbe un po’ la concorrenza. Non c’è nessuno, tranne l’addetta, che legge. Apprezzo la coerenza, scatto una foto, è quella sopra il titolo. Buon lavoro anche a loro!

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