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Intervista a Gianfranco Calligarich

di WALTER CATALANO

Gianfranco Calligarich è una di quelle figure letterarie che bisogna tenersi care, una di quelle già classiche, per naturale predisposizione, come non se ne fanno più in un mondo che ha troppa fretta: il lettore si scelga una bella poltrona comoda, si conceda un attimo di raccoglimento e si immerga nel suo stile adamantino ed elegante per lasciarsi portare via dal racconto come da un  flusso di marea. Chi non cederebbe al fascino di alcuni fra gli incipit più perfetti della nostra letteratura recente? “Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine. Quanto a me avrei fatto volentieri a meno di mettermi in gara. Avevo conosciuto gente di ogni genere, gente arrivata e gente che non era neanche riuscita a partire ma tutta prima o poi con la stessa faccia insoddisfatta per cui ero giunto alla conclusione che la vita fosse meglio limitarsi a osservarla, non avevo però fatto i conti con una sfigatissima mancanza di soldi in un giorno di pioggia all’inizio della primavera dell’anno scorso. Tutto il resto venne come vengono queste cose, da sé. Sia chiaro subito che non ce l’ho con nessuno, ho avuto le mie carte e le ho giocate. Ecco tutto.”, questo è tratto da L’ultima estate in città, il suo romanzo d’esordio. Oppure: “Un giorno di vento quando il mondo era ancora un posto immenso, stupendo e semplice da vivere, in un pomeriggio di febbraio dell’anno millenovecentouno, ventottesimo della sua lunga vita, settantunesimo di quella ancora più lunga del suo Imperatore, quattordicesimo prima di quel Primo Grande Massacro Mondiale che lo avrebbe dichiarato disertore e ultimo nella sua città dove non avrebbe mai più fatto ritorno, un uomo con gli occhi grigi chiuso dentro un nero cappotto da marinaio e brevi sorrisi che erano solo un balenare di denti perennemente stretti si era imbarcato su una nave da carico di ferro scura come il destino per raggiungere il porto di Massaua dove non sarebbe mai arrivato.”, questo invece da La malinconia dei Crusich. Due passi a caso fra i preferiti di chi scrive queste righe; a chi legge invece il piacere di proseguire, di non staccarsi dalla pagina fino alla parola fine: a questo servono gli incipit.

Calligarich è per di più una persona affabile e amabilissima che coltiva l’arte e il piacere del racconto anche nella conversazione. E cose da raccontare ne ha parecchie. Ha vissuto la Roma della Dolce Vita negli anni del mito e della sua decadenza; affiancato personaggi come Natalia Ginzburg, Giancarlo Fusco, Giuseppe Berto o Ennio De Concini; attraversato il giornalismo, il cinema, la televisione, il teatro, senza mai abbandonare il suo amore più grande: la letteratura. I suoi romanzi stanno vivendo in questi ultimi anni una particolare fortuna internazionale e si susseguono le traduzioni in varie lingue.

Come ti presenteresti, Gianfranco, a un aspirante lettore che ancora non ti conosce? Pensi sia utile chiarire a questo potenziale lettore, cos’è per te la letteratura e cosa significa per Gianfranco Calligarich essere uno scrittore? E dal momento che se il lettore cerca lo scrittore, il processo avviene sempre nei due sensi: qual è il lettore che vorresti, cosa chiedi a lui in cambio di quello che tu gli offri ?

Non ricordo, nella mia infanzia, che qualcuno mi abbia mai raccontato una favola. Ultimo di tre fratelli più grandi di me di dieci e tredici anni la mia infanzia è stata una sorta di prigione comandata da mio padre, uscito da sei anni di prigionia nel deserto egiziano, e accudita da mia madre, alle prese con quattro maschi in casa in una vita resa per tutti difficile da un mondo da ricostruire dopo la distruzione provocata dalla Seconda guerra mondiale. Per cui non c’era tempo per le favole e la mia solitudine di ultimo arrivato era totale e piena di paure. Poi i miei fratelli più grandi avevano cominciato a portare a casa degli oggetti misteriosi e in cui si immergevano assenti da tutto quello che li circondava prima di riporli in uno scaffale. Si chiamavano libri ed era stato intorno i dieci anni e steso a letto per una influenza che ne avevo preso uno e mi ero messo a leggerlo. Era Come era verde a mia vallata di Richard Lewellyn e, totalmente preso da quello che leggevo, quando lo avevo finito mi ero ritrovato così smarrito nel mio mondo abituale che immediatamente lo avevo ricominciato da capo. Era stata la mia prima favola e si chiamava letteratura. Da quel momento avrei deciso di raccontarmi favole, vale a dire mi ero messo a scriverne anch’io dando un corso tumultuoso alla mia vita marinando la scuola per chiudermi alla Biblioteca Nazionale di Milano a leggere e scrivere come un pazzo.

Il tuo primo romanzo, L’ultima estate in città, uscì nel 1973 per Garzanti ottenendo un plauso generale e l’ammirazione in particolare di Natalia Ginzburg. Oggi, a distanza di tanti anni, il libro sta ottenendo ancora un grande interesse internazionale in Europa e fuori d’Europa. Puoi parlarci di questo romanzo, della sua continuità nel tempo e della forza particolare che lo caratterizza. Come nacque e cosa rappresenta per te ancora adesso?

Da poco superati i vent’anni e in rotta con la famiglia, a causa della mia scioperataggine che mi aveva fatto smettere di andare a scuola, dove, del resto, ero stato regolarmente bocciato, mi ero trasferito a Roma per fare il giornalista, venendo letteralmente travolto dalla sua bellezza e dalla libertà della città al punto di rifiutarmi di tornare a Milano, dove il giornale mi aveva richiamato e venendo licenziato, regalandomi due anni di fame e di pressoché totale povertà. Ma avevo deciso di scrivere un romanzo sulla città e così era nato L’ultima estate in città. Rifiutato da tutti gli editori, una sera lo avevo lasciato nella portineria di Natalia Ginzburg che mi aveva telefonato la mattina dopo dicendomi che lo aveva letto durante la notte e che le era piaciuto molto. Era stata lei, facendomi vincere il Premio Inedito, a farlo pubblicare da Garzanti. Il libro, uscito in piena estate, in due mesi aveva venduto 17.000 copie ma non era stato ristampato e io, deluso e necessitante di soldi, avevo cominciato a fare lo sceneggiatore, prima come negro del grande sceneggiatore Ennio De Concini, premiato con un Oscar , e poi per la Rai, dove, per circa quindici anni, avrei scritto uno sceneggiato dopo l’altro. Intanto L’ultima estate in città viveva una sua sopravvivenza grazie a una consorteria di lettori che, dopo averlo comprato sulle bancarelle, se lo prestavano a vicenda come degli ostinati carbonari, finché, nel 2010, lo aveva ripubblicato Aragno, raffinatissimo e riservatissimo editore, facendolo, a oltre quarant’anni dalla sua uscita, esplodere sui giornali come un incredibile caso editoriale. Ripubblicato per la terza volta da Bompiani, adesso, grazie a Gallimard che lo ha acquistato per pubblicarlo in Francia, lo vogliono tutti, ed è stato comprato da Spagna, Olanda, Germania, Austria Israele, oltre che Inghilterra e Stati Uniti. Insomma un’altra favola nella mia vita.

Parte del fascino del testo è dato dall’aderenza perfetta tra protagonista e ambiente circostante, tra personaggi e, se così vogliamo dire, Zeitgeist, spirito dell’epoca. Non si può fare a meno di provare nostalgia per la Roma descritta, la Roma della Dolce vita, non proprio quella iniziale di Federico Fellini, ma quella immediatamente successiva, il crepuscolo del boom che si sfiatava,“non con un urlo, ma con un sospiro”, nella crisi incombente del decennio successivo. Come ti poni nei confronti della tua città di adozione, Roma, la Roma favoleggiata e mitica di allora, ma anche – ahimè – la Roma presente?

Roma non perde fascino neanche oggi. È una grande città abbandonata a se stessa e piena di sventrati cassonetti traboccanti di immondizia e gli alberi, i magnifici pini romani, cadono e si spezzano per colpa dell’incuria. Ma il suo fascino resiste se non è addirittura aumentato proprio grazie alla sporcizia. Dopo duemila anni siamo davanti al definitivo sfascio dell’Impero Romano. Mica è poco.

C’è una scena nella prima parte de L’ultima estate in città che, tra le tante, mi ha profondamente colpito. È il twist – direbbe uno sceneggiatore americano – dinamico e geniale con cui disinneschi il possibile luogo comune della scena madre amorosa: in pieno centro di Roma, nei pressi di Piazza di Spagna, il protagonista dice ti amo alla sua bella, ma proprio in quell’istante un fiume di arance, sfuggite da una busta rotta, si sparge per strada e i due ragazzi s’interrompono per correre a raccogliere i frutti tra i piedi della folla. Direi che non c’è niente di più cinematografico. Era inevitabile che il cinema si accorgesse di te. Quando è avvenuto il tuo primo coinvolgimento con la narrazione per immagini? Ed è stato un flirt o un amore?

È stato un flirt. Una cosa è il cinema, un’altra la TV e un’altra ancora la letteratura. L’amore vero e l’ultimo e che continua a sedurmi ancora adesso.

In ogni caso hai prodotto anche in questo campo cose che sono rimaste. Ritratto di donna velata è stato uno di quegli sceneggiati RAI che hanno fatto la storia: quel gotico nazionalpopolare che – dopo il successo de Il segno del comando – avrebbe imperversato per vari anni sugli schermi. Parapsicologia, thriller, misteri etruschi, ma nel tuo caso conditi, in più, anche con una bella dose di ironia e con personaggi più vissuti e meno “legnosi” di quelli a cui ci avevano abituati gli sceneggiati tradizionali. Vuoi parlarcene un po’?

Fare Ritratto di Donna velata è stato semplice. È bastato costruire un protagonista che non credeva nei fantasmi, la storia dello sceneggiato, ed era alle prese con la mancanza di soldi per fare benzina alla sua macchina. Credo sia stato proprio quello a rendere un po’ più verosimile la storia. Un po’ ridevi e un po’ ti spaventavi. Come nella vita.

Anche nel cinema propriamente detto hai realizzato, nei primi anni Settanta, sceneggiature per film interessanti, legati in qualche modo a quel fortunato (e oggi giustamente rivalutato) sottogenere che all’epoca si definiva “poliziottesco”. Ricordo La polizia ha le mani legate di Luciano Ercoli, ma soprattutto Città violenta di Sergio Sollima, regista tra i miei preferiti, che realizzò una trilogia di Spaghetti Western con Tomàs Milian di grande valore (anche politico) e che in seguito portò sugli schermi Sandokan con Kabir Bedi. Cosa ricordi di questo periodo e di queste figure artistiche e umane ?

Ricordo Sollima come un bravo regista, ma quello che ricordo con più affetto e anche nostalgia di quel cinema è l’attore protagonista de La polizia ha le mani legate, Claudio Cassinelli. Eravamo molto amici e lui era un vitalista, bellissimo e simpaticissimo che poi è morto per il suo vitalismo. In Sudamerica per girare un film, aveva paura di salire su un elicottero che doveva passare sotto un ponte, poi c’era salito ed era sceso eccitato e molto divertito al punto di risalire sull’elicottero per alcune scene che non necessitavano della sua presenza a bordo. Quella seconda volta l’elicottero aveva urtato il ponte ed era precipitato uccidendo sia lui che il pilota.

Il “poliziottesco” ci riporta al noir, genere che so ami particolarmente come lettore, ma che hai anche attraversato – sempre alla tua maniera naturalmente – come autore: sto parlando di un altro tuo romanzo più recente che mi ha coinvolto con particolare intensità, si tratta di Principessa pubblicato da Bompiani nel 2013. Un testo in cui giochi con i tòpoi del genere – a cominciare dalla femme fatale, dalla coppia maledetta, dalla narrazione in “soggettiva”, ecc. – per sconvolgerli, parafrasarli ed eluderli. Esiste un Calligarich Noir, dunque?

Mi piacciono i noir e ho molto amato Raymond Chandler sopratutto per il suo Il Lungo Addio. C’è dentro, oltre che il senso dell’amicizia, quello della fine che è qualcosa che mi porto dentro e che mi esce in tutto quello che scrivo. Mi è piaciuto molto scrivere Principessa. Scrivevo di Milano, che amando Roma ho sempre trattato poco, e ho amato i personaggi, sia il duro corriere della droga sia il tenerissimo e commovente travestito che la sera va a battere il marciapiede con un cappotto di pelle nera. E nel libro il senso della fine è coniugato con il rimorso. Sì, mi è piaciuto molto scriverlo.

Un altro tuo inusitato excursus nella pratica dei generi letterari poi, è un libro particolarissimo che recupera la grande tradizione – settecentesca e preromantica soprattutto – del romanzo epistolare. Posta prioritaria, uscito nel 2002 con Garzanti e ristampato nel 2014 da Bompiani, però, pur guardando a una solida e consolidata tradizione, non lo fa in termini nostalgici o retrò, ma resta un testo assolutamente moderno e ancorato a personaggi e situazioni del tutto contemporanei. Com’è nata questa scelta così inattuale e come hai risolto l’apparente sfasamento fra la complessità della materia trattata e la rinuncia ad un ritmo narrativo diretto ?

Posta prioritaria è senza dubbio il mio libro più felice. L’ho scritto quando, occupandomi di teatro, ero del tutto convinto che non avrei ma più scritto narrativa. Poi, la donna di cui ero innamorato e con cui avevo litigato, aveva risposto a una mia lettera ma scrivendomi a sua volta una lettera e a farmi rendere conto che le due lettere, una dietro l’altra, costituivano un racconto d’amore rapido e coinvolgente. Era fantastico. Non c’era bisogno né di dialoghi né di descrizioni e tutto era rapido ed emozionante. Così, dopo anni e anni che non lo facevo, ed ero del tutto scomparso dall’editoria, avevo ricominciato a scrivere lettere su lettere prendendo spunti dalla vita e perfino dai giornali o da qualche ricordo. Poi le telefonavo e glieli leggevo e anche lei era impazzita e mi spingeva a scrivere e scrivere finché era nato un libro che, dopo i soliti rifiuti degli editori, era capitato nelle mani di Giovanni Piccioli, direttore di Garzanti, che mi aveva telefonato dicendomi che, solo in casa e in un giorno di pioggia, stava leggendo i miei racconti divertendosi moltissimo e perfino commovendosi per cui lo avrebbe pubblicato. Non posso fare a meno di riportare la recensione di Antonio D’Errico sul Sette de Il Corriera della Sera il cui stupefacente titolo era “Inaudito: Uno scrittore. Italiano e addirittura troppo bravo”. E così avrei ripreso a scrivere il libro che da anni cercavo di scrivere e che di tanto in tanto tiravo inutilmente fuori dal cassetto. Privati Abissi.

Il romanzo epistolare, non so perché, dato che l’associazione non è scontata, risuona per me di echi teatrali, e questo rimanda a un altro importante momento della tua attività artistica: la carriera parallela di drammaturgo, regista teatrale e conduttore negli anni Novanta di un prestigioso teatro in uno dei luoghi più magici di Roma. È quello che, più o meno, racconti anche nel tuo romanzo più recente Quattro uomini in fuga del 2018, uscito per Bompiani. Cosa puoi aggiungere ?

Aggiungo che è andata proprio così. Dopo avere fondato e gestito un teatro off all’interno del Fontanone del Gianicolo, ho vissuto i dieci anni più adrenalinici e divertenti della mia vita con le avventure più disparate, e tutto quello che avviene nel romanzo è realmente accaduto nel teatro. Solo il prologo con l’avventura del rapimento del toro Short Horn è inventato e l’ho scritto per raccontare la barlordaggine dei protagonisti della storia.

Un altro fra i tuoi romanzi più significativi, vincitore del Premio Viareggio nel 2017, è La malinconia dei Crusich (pubblicato da Bompiani nel 2016), in cui ti confronti con la grande eredità del romanzo mitteleuropeo e, riscoprendo e ripercorrendo le tue radici familiari, ci conduci in un grande affresco storico che parte dal primo Novecento e, attraversando l’esperienza coloniale e le due guerre mondiali, approda alla contemporaneità: un romanzo tutto italiano ma su cui per me aleggia il respiro di Mann, Roth o Musil, forse per la malinconia che lo caratterizza – è presente anche nel titolo – o, meglio ancora, la sehensucht, parola che in italiano non esiste. Forse un tuo commento in proposito è necessario.

La malinconia dei Crusich è il romanzo più importante che abbia scritto. Importante per me, intendo, visto che è l’esatta storia mia e della mia vasta e avventurosa famiglia durante tutto il Novecento. E il fatto sia stato accostato a Cent’anni di Solitudine e ai Buddenbrook mi ha fatto a lungo andare in giro, contro la mia abitudine, con la schiena ritta e la testa alta. Se poi, camminando a testa alta, schiacciavo quello che è meglio non schiacciare camminando, non me ne fregava niente, visto che i cani sono la miglior compagnia che si possa desiderare nella vita e li amo moltissimo.

Abbiamo per ora trascurato Privati abissi, il tuo romanzo che vinse il Premio Bagutta nel 2011. È azzardato, secondo te, definirlo un melodramma esistenzialista ? A te la parola.

Si, esistenzialista, se vogliamo. Ed è un romanzo che amo in modo particolare. Me lo sono portato dentro per anni e riuscire alla fine a scriverlo e pubblicarlo è stato come rinascere un’altra volta.

E per concludere la domanda classica: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando a un romanzo, non una biografia, su un esploratore dell’Africa di fine ottocento, Vittorio Bottego. La sua è stata una vita all’estremo ed è morto a soli trentasette anni, fatto uccidere dall’Imperatore di Etiopia Menelik irritato dalle sue esplorazioni. Mi ha affascinato la sua breve e sfrenata brama di vivere, che è la cosa che da sempre mi interessa raccontare. I miei romanzi vogliono infatti essere relazioni sull’essere vivi e al mondo, tutto qui. E, come credo di averti scritto, considero la vita un viaggio su un treno affollato in corsa verso un’unica stazione coi passeggeri che si scannano per occupare i posti migliori, ma anche chiacchierando amichevolmente e passandosi magari qualche sandwich o qualcosa da bere. Io me ne sto appartato vicino a un finestrino e ogni tanto passo qualcosa da leggere. Tutto qui.

Grazie Gianfranco per la disponibilità e la franchezza. Ti salutiamo e ti auguriamo buon lavoro.

Narrativa
L’ultima estate in città (Milano, Garzanti, 1973; Milano, Bompiani, 2016)
Posta prioritaria (Milano, Garzanti, 2002; Milano, Bompiani, 2014)
Privati abissi (Roma, Fazi, 2011; Milano, Bompiani, 2018)
Principessa (Milano, Bompiani, 2013)
La malinconia dei Crusich (Milano, Bompiani, 2016)
Quattro uomini in fuga (Milano, Bompiani, 2018)

Testi per il teatro
Grandi balene

Sceneggiatura per il cinema
Città violenta regia di Sergio Sollima (1970)
Lo stato d’assedio regia di Romano Scavolini (1969)
La polizia ha le mani legate regia di Luciano Ercoli (1974)
Grosso guaio a Cartagena regia di Tommaso Dazzi (1987)

Sceneggiatura per la TV
ASSICURAZIONE SULLA MORTE regia di Carlo Lizzani con Patricia Millardet
MARTIN EDEN regia di Giacomo Battiato con Christopher Connelly, Vittorio Mezzogiorno, Mimsy Farmer
STORIA DI ANNA regia di Salvatore Nocita con Laura Lattuada, Flavio Bucci, Tino Schirinzi
FREDDO DA MORIRE regia diMario Cajano con Luc Merenda e Catherine Spaak
INCONTRARSI E DIRSI ADDIO regia di Mario Foglietti con Bruno Corazzari, Lorenza Guerrieri
PICCOLO MONDO ANTICO regia di Salvatore Nocita con Laura Lattuada, Alida Valli, Tino Carraro
PICCOLO MONDO MODERNO regia di Daniele D’Anza con Aldo Reggiani, Valentina Fortunato
NATA D’AMORE regia di Duccio Tessari con Massimo Ranieri, Mattia Sbragia, Tullio Solenghi
LA PROMESSA di Frederich Durrenmatt regia di Alberto Negrin con Rossano Brazzi, Raymond Pellegrin
GELOSIA regia di Leonardo Cortese con Arnoldo Foà, Lorenza Guerrieri
UN UOMO IN TRAPPOLA regia di Vittorio De Sisti con Ugo Pagliai, Lorenza Guerrieri
LA CASA ROSSA regia di Luigi Perelli con Alida Valli, Ray Lovelock
TUTTA UNA NOTTE con Eros Pagni, Paola Pitagora
TRE ANNI regia di Salvatore Nocita con Giulio Brogi, Tino Carraro, Giancarlo Dettori, Renato De Carmine, Paola Pitagora
IL COLPO regia di Sauro Scavolini con Fabio Testi, Lorenza Guerrieri, Raymond Pellegrin
ETERNA GIOVINEZZA regia di Vittorio De Sisti con Barbara De Rossi, Adalberto Maria Merli, Franc Souvignon
LA RAGAZZA DELL’ADDIO regia di Daniele D’Anza con Ray Lovelock, Maddalena Crippa, Giancarlo Dettori
RITRATTO DI DONNA VELATA regia di Flaminio Bollini con Nino Castelnuovo, Daria Nicolodi
UNA DEVASTANTE VOGLIA DI VINCERE regia diSauro Scavolini conFrancesco Carnelutti, Ugo Cardea
L’INSEGUITORE regia di Mario Foglietti con Claudio Cassinelli, Stefania Casini
TUTTA UNA NOTTE di Harmon Coxe con Eros Pagni e Paola Pitagora
DOPO VENT’ANNI di O.Henry con Bruno Corazzari e Carlos De Carvalho
SENZA TREGUA di Raoul Whitfield con Sergio Castellitto
LA MATITA di Raymond Chandler con Renato Scarpa e Daniela Surina
MORTE AL PICCO DELL’AQUILA di Frank Gruber con Franco Savarone e Enrico Papa

 

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Intervista a Giancarlo de Cataldo

di GIOACCHINO DE CHIRICO

Tarantino, appena maggiorenne, Giancarlo De Cataldo arriva a Roma per compiere gli studi giuridici. Poco più di una dozzina di anni dopo pubblica il suo primo romanzo giallo, Nero come il cuore, per i tipi di Interno Giallo, casa editrice milanese che ebbe breve vita. Da subito alterna una grande produzione di genere a scritti di altra natura. Particolarmente fortunato fu il racconto lungo, Terroni, pubblicato dalla romana Theoria nel 1995. Ma fu agli inizi del 2002 che il suo talento toccò l’apice del successo quando l’editore Einaudi pubblicò Romanzo criminale, ottenendo grande successo da parte di tutti gli ambiti culturali e dal non facile mondo della critica letteraria.

Da quel giorno in poi il percorso letterario di De Cataldo è accompagnato da un consenso molto allargato. Oltre al suo lavoro di Giudice di Corte d’assise, collabora con diversi testate giornalistiche ed è sceneggiatore teatrale e cinematografico.

Ha al suo attivo una trentina di romanzi, 18 sceneggiature, 12 soggetti e 2 opere teatrali.

Tra letteratura, cinema e televisione la forza di attrazione che ha questo genere di narrazione (il romanzo giallo e noir) non solo non si esaurisce ma cresce continuamente. Come se lo spiega?

Da un lato, direi che si è ormai consolidata una comunità di lettori che si riconosce nel genere, e rappresenta lo  “zoccolo duro” degli appassionati. Un risultato molto positivo, tenuto conto del tempo che occorre a creare una simile comunità, alla necessità di non deludere i lettori, al feedback che si viene a instaurare fra chi scrive e chi legge. Dall’altro lato, evidentemente, c’è qualcosa di più specifico, e cioè l’interesse nei confronti del racconto intorno al male, e in particolare a quel “male criminale” che tanto spazio ha nelle nostre vite, sia di cittadini di uno scenario internazionale quanto mai complesso e contraddittorio che di italiani, dunque abitanti di uno dei Paesi più controversi e indecifrabili al mondo. Il “nero” e il “giallo”, se così vogliamo chiamarli, forniscono eccellenti chiavi di lettura della realtà contemporanea. E come tali sono percepiti. Infine, io non sottovaluterei l’effetto-relax, cioè la capacità di molte delle nostre scritture di costituire un sano momento di svago nelle vite complicate di tanta gente. Non c’è niente di male nel riconoscerlo, e serve anche a guadagnare in distacco e a temperare quel peccato di narcisismo nel quale, prima o poi, tutti siamo destinati a cadere.

D’altra parte però il genere noir è diventato una moda, soprattutto per gli scrittori esordienti. Questo è dovuto al fatto che il tessuto narrativo offre delle sicurezze in determinati schemi che rendono il lavoro più agevole, più facile?

Mah! Se proprio vogliamo cercare la moda, oggi si annida piuttosto nelle saghe sentimentali, nel soft-porno e nei ricettari. Che ci sia del manierismo è innegabile, ma è il prezzo che ogni scuola deve pagare al suo strutturarsi come segmento dell’accademia, e questo in parte è accaduto al noir italiano. Ed è anche vero che la struttura del genere obbliga al rispetto di un canone ben preciso. Ma questo è un bene, a mio avviso, perché obbliga la scrittura a farsi sempre meno autoreferenziale, solipsistica, ripiegata sull’Io sciamanico dell’autore come catalizzatore delle tensioni universali. Un po’ di sana modestia, anche qui, non guasta.

In questi giorni è uscito in libreria l’ultima sua fatica, Alba nera (Rizzoli, pp 312, euro 19,00). Un libro perfetto da portare con sé in vacanza, senza che, per questo, sia una banale occasione di intrattenimento. Come nasce l’idea?

Ho già detto che non considero per niente banale l’intrattenimento! A me, per esempio, piace tantissimo leggere libri “leggeri”, alternandoli magari con saggi poderosi o con gli indiscutibili classici (quando se ne parla, non si sbaglia mai: basta confessarsene entusiasti, a condizione che l’autore sia defunto da un congruo numero di anni). Scherzi a parte: l’idea del noir al femminile nasce da un lavorio con Carlotto e Lucarelli (ai quali il libro è dedicato) e, ancora prima, con Maurizio De Giovanni, corresponsabile, con Massimo Carlotto, dell’avventura di Sbirre. C’è poco da fare: il mondo, anche quello criminale, è delle donne. E noi ci siamo sforzati di raccontarlo, così come, ai tempi dell’antologia Crimini, ci sforzammo di raccontare l’Italia criminale del 2000. Quanto ad Alba Nera, oltre all’esplorazione del carattere del tutto peculiare della protagonista, tutto ruota intorno a una domanda di fondo: che cosa accade quando ti rendi conto che quella scelta che una volta ti ha cambiato la vita era la scelta sbagliata? Una situazione decisamente spinosa nella quale (io credo) molti si sono ritrovati.

Vi si ritrovano alcuni temi a lei molto cari. Tra questi c’è senz’altro Roma. Lei è nato a Taranto e vive nella Capitale da metà degli anni Settanta. Ha sempre dimostrato un amore per la città, ma anche espresso una critica spietata per i suoi difetti. Roma le offre anche un set utile per le sue ambientazioni? Il potere, la bellezza, l’umanità, la violenza, il degrado, la confusione …

Come tutti gli immigrati che, nel corso dei secoli, hanno arricchito Roma, o l’hanno depredata, o si sono arricchiti, o ne sono stati depauperati, ambientarsi in questa benedetta e folle città significa diventarne parte, come le sue pietre, i suoi monumenti, la sua storia millenaria. Roma è un organismo vivente, popolato di milioni di cellule che a volte impazziscono e si scontrano furiosamente le une contro le altre, ma poi riescono sempre, quasi per miracolo, a ritrovare un equilibrio. Tutto ciò che può accadere a un essere umano può trovare in Roma il suo scenario ideale. Tutto. E per questo mi è letteralmente impossibile non scriverne. Anche quando sembra che stia scrivendo d’altro.

Questa volta la protagonista principale è Alba Doria, finalmente un commissario donna. Molto ambigua perché afflitta da un disturbo grave della personalità che unisce sociopatia, narcisismo e abilità manipolatoria. Una figura perfetta per attraversare la trama del noir.

In Alba leggo alcuni tratti ricorrenti del nostro tempo attuale. Soprattutto quella granitica determinazione che punta al trionfo a ogni costo, o, se volete, costi quel che costi. A me una come Alba fa paura. E nello stesso tempo, non posso non provare attrazione per lei: perché, se non altro, nel mare della psicosocietà nel quale tutti ci dibattiamo, ha preso consapevolezza di sé. Ed è persino capace di esprimere una certa critica verso i propri modi di essere. Qui la domanda è: questa follia che mi porto dentro, la Triade Oscura… si potrà farne un buon uso, o è una condanna che fatalmente condurrà all’abisso? In Alba Nera non c’è risposta. Forse, chissà, arriverà in futuro.

Anche la presenza della musica costituisce un elemento di novità. Piacevole, nella lettura, suggestivo per l’immaginazione. Perfetto per Roma che è una delle città con più locali Jazz in Italia.

Adoro la musica, e non perdo l’occasione per infilarla nei miei romanzi. Qui ce n’è di più perché un personaggio è sbirro ma anche musicista, il che crea un singolare contrasto. Il jazz è incompatibile col potere perché è musica della libertà e dell’improvvisazione. E non a caso, nell’era dell’algoritmo, è diventato cultura di nicchia.

Ultima cosa: il potere. Da parte sua c’è sempre stata una grande attenzione verso la critica dei comportamenti e delle malefatte dei potenti. Anche in quest’ultimo libro è così. Vi si trovano anche brevi frasi prese dalla nostra attualità. Come vede l’Italia oggi dal suo punto di osservazione?

Il proposito era di abbandonare il realismo di Suburra, della mala di Ostia, dei clan, e di scrivere un noir ai confini del metafisico. Quanto più lontano dalla realtà. Evidentemente ci sono riuscito solo in parte, perché la sua domanda è ricorrente, da quando sto girando per le presentazioni di Alba nera. Va bene, allora, ammetto: non riesco a isolarmi dal contemporaneo, il vuoto pneumatico dopo un po’ mi terrorizza e ho bisogno di ancorarmi al presente. E, sì, il potere è un’ossessione, ma non lo è solo per me, lo è per tutti noi, anche per quelli che non se lo confessano. Come vedo l’Italia di oggi? Per una risposta non banale servirebbe molto più spazio, e poi si dovrebbe dare per scontato che la mia visione abbia un qualche interesse. Mi limiterò a osservare che vedo svariate Italie, la livorosa, la solidale, la vendicativa, la mite, la furibonda, l’accogliente. E mi domando, con una certa preoccupazione, quale di esse, alla fine, prevarrà.

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Intervista a Corrado Stajano


(Archivio storico B. Petrone, fondo Lino T.)

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Il libro di  Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, è appena stato riedito da Il Saggiatore. Giuseppe Costigliola ne scrive per PULP qui.

Cosa è rimasto in lei, nel profondo, dopo tanti anni, di quella inchiesta che portò avanti con rigore fattuale e, credo, con grande coinvolgimento emotivo?

Vede, questo è il mio libro più amato, mi è davvero rimasto dentro. Per scrivere l’introduzione alla nuova edizione ho dovuto riguardare le lettere, le numerosissime recensioni di allora, il libro uscì nel 1975. È stato un processo faticoso, e anche doloroso, rileggere una storia impossibile, assurda. Sì, sono passati quarantasette anni, ma provo ancora molto dolore. Sono memorie dolorose anche perché sembra che sia un passato che non passa. Dopo Serantini, pensi un po’, in questi decenni quello che è accaduto a Genova, a Bolzaneto, alla caserma Diaz, a Francesco Aldrovandi, a Stefano Cucchi: pare che non si riesca a rendere normale questo Paese, rispettoso della giustizia, della Costituzione della Repubblica.

Come una ferita che non si rimargina mai.

Sì, ma bisogna che questa ferita sia rimarginata. Per questo io ho provato dolore rivivendo la vita e la morte di questo povero ragazzo sardo, che sembra davvero una storia ottocentesca, un figlio di nessuno nella vita e poi anche nella morte. Abbandonato dalla madre, affidato a una coppia di coniugi siciliani, poi mandato al riformatorio di Pisa. Ma lì accade una cosa bella, il ragazzo ha una sorta di riscatto. A Pisa, negli anni 1968, c’era un grande fervore, i giovani arrivavano da tutta Italia, Pisa con Torino e Trento erano le capitali della contestazione studentesca, e Serantini si sente libero, finalmente, non più il ragazzo del riformatorio, ma uno come gli altri. Questo purtroppo dura poco, presto verrà ucciso selvaggiamente durante una manifestazione alla quale non partecipava neanche. Fu letteralmente assassinato, era immobile sul Lungarno Gambacorti di Pisa, il Lungarno vicino al ponte di Mezzo, al palazzo del Comune, gli saltano addosso dieci suoi coetanei e lo massacrano. Non c’è un pezzettino del corpo di Franco Serantini intoccato.

Cosa ricorda di quel periodo che trascorse a Pisa, dell’indagine che vi condusse?

Io quando scrivo amo molto vedere i luoghi, tutti i miei libri sono fatti così, nelle mie inchieste ho girato tutta l’Italia, Milano, Torino, Palermo, Africo, nei miei libri i luoghi sono importanti, i luoghi e i particolari dei fatti. I particolari ti aiutano ad arrivare al cielo, e non viceversa. Quindi sono stato a Pisa lungamente, avevo visto tutto quel che potevo, e ascoltato tutti quanti avevano visto e conosciuto questo povero ragazzo, i magistrati, i funzionari di polizia, ho raccolto una considerevole mole documentale.

Pisa fu molto importante per Serantini, lì aveva cambiato la vita, negli ultimi tempi della sua esistenza era stato un ragazzo come gli altri, aveva lavorato, aveva preso la licenza di scuola media, mentre negli istituti dove era stato in Sardegna non riusciva a studiare, sempre in contraddizione, in conflitto con le suore, era un ragazzo che aveva bisogno di affetto, non di autoritarismi, e a Pisa ha avuto una sorta di riscatto, lavorava, era riuscito a comperare coi pochi soldi che guadagnava un motorino usato, un Ciao, è stato un momento di letizia, di felicità, ma è durato poco. Lì, a Lungarno Gambacorti dove fu aggredito,Serantiniera immobile, avrebbe potuto scappare nel quartiere che aveva alle spalle, l’Annunziatina, un quartiere popolare, lì tra i vicoli si sarebbe salvato, ma sembra che – questa però è nell’immaginazione di chi scrive – sembra che abbia voluto quella morte. Poi si sono accaniti tutti, neanche il magistrato ha capito che il ragazzo stava morendo, lo interrogava e Franco Serantini non riusciva nemmeno a tenere la testa levata, gli unici che capirono che stava morendo furono i secondini del carcere. Pensi un po’. Fu colpito il venerdì, e morì due giorni dopo, la domenica, durante le elezioni politiche di quell’anno.

Ma la violenza delle istituzioni è davvero inevitabile?

Credo purtroppo di sì, nella politica malata di oggi. L’idea di nazione in questo nostro Paese non si è ancora realizzata. «La Costituzione non è andata al di là delle garitte delle caserme», scrivo nell’introduzione alla nuova edizione del Sovversivo. Pensavo ai fatti di Genova, a Bolzaneto, a Cucchi. Ci sono voluti nove anni per arrivare alla verità, subito evidente, dell’assassinio di quel povero ragazzo.

Nel suo libro ci sono delle pagine molto toccanti sul funerale di Franco Serantini.

Sa, l’unico dono che ha avuto Serantini dalla società, da questo Paese, è stato il funerale. Vi partecipò tutta la città, migliaia di ragazzi con le bandiere rosse, rosse e nere degli anarchici, la città intera, le madri di Pisa che si sono sentite tutte madri di quel ragazzo figlio di nessuno. Non dimenticherò mai le immagini girate a quel funerale, sono impressionanti, sullo sfondo il campo di Pisa, la Cattedrale, il Battistero, i giovani che portano a spalla la bara del loro coetaneo, del loro compagno, e una ragazza, bella, che precede tutti con un mazzo di gladioli – è un’immagine che non esce dal cuore.

I disegni del grande artista Costantino Nivola arricchiscono il suo libro, e come lei scrive nella prefazione sono un po’ un dono per la memoria di Franco Serantini. Lei ha conosciuto personalmente Nivola?

Sì, l’ho conosciuto in casa dello scrittore Antonio Cederna a Roma. Come scrivo nell’introduzione, lo scultore, molto simpatico, vide Il sovversivo nella casa di Cederna, si fece prestare il libro e disegnò la storia di Serantini negli spazi bianchi dell’edizione Einaudi, la prima.

Lei ha sempre coniugato l’attività giornalistica e culturale con un preciso e sentito impegno civile, con quella che un tempo non si esitava a chiamare “la ricerca della verità”. Quali sono stati gli esempi e i maestri che le hanno indicato questa via?

Credo che i miei maestri siano stati i libri letti – la mia generazione non faceva altro che leggere. «Guerra e pace», a 14 anni, fu il gran libro, la scoperta. Lo rilessi poi nei decenni quattro o cinque volte. Più tardi, tra gli altri, i libri della memoria, Rilke, Joyce, Proust, Alain Fournier. Le persone? Cesare Segre, Raffaele Mattioli, Primo Levi, Elio Vittorini, Ermanno Olmi, con cui ho firmato sei o sette documentari politico-culturali. Mi insegnò l’essenzialità. Ma i veri maestri furono i fatti della vita visti con la curiosità di chi, fin da ragazzo, sognò di scrivere. E poi i luoghi, i dettagli.

Agli instant book, molto popolari negli anni Settanta, lei ha sempre preferito l’approfondimento meditato, la ricostruzione particolareggiata degli eventi, caratterizzata da intenso coinvolgimento umano. Come nascono i suoi libri?

Sì, è così. Detesto gli instant book, i miei libri stanno fra il saggio e la narrazione, e anche l’inchiesta, ma le mie non sono semplici inchieste, sono narrazioni, nell’accezione di Benjamin. Non saprei quando nasce l’idea, come matura, è difficile che un autore lo possa dire. Il coinvolgimento umano è doveroso, per uno che scrive. Non è che scriviamo astrattamente per riempire dei fogli.Questo su Serantini uscì tre anni dopo i fatti, nel 1975. Fu presentato a Milano, alla Palazzina Liberty, da Giulio Einaudi, Dario Fo, il senatore Terracini. Dario Fo lesse con voce grave, senza un commento, le due pagine che nel libro parlano dell’autopsia. Le lesse in un silenzio atroce, eppure ci saranno state mille persone, perché allora la passione era grande.La morte di Franco Serantini scatenò polemiche di ogni genere, roventi, ma non ebbe giustizia.

Cosa le hanno insegnato umanamente le grandi inchieste che lei ha indomitamente portato avanti in tutti questi anni? Si sente arricchito come uomo, dopo tanto scavare nelle più fosche vicende italiane, oppure si sente amareggiato, per aver fronteggiato tanta violenza e tanto squallore?

Non so. I miei libri sono di due tipi: i libri saggio-inchiesta (Il sovversivo, Africo, Un eroe borghese) e le narrazioni, i libri che si ispirano, si può dire, alla lezione di Benjamin. (La città degli untori, Patrie smarrite, Eredità). Le inchieste sono state utili a nutrire la scrittura.

Perché è così importante non dimenticare, conservare, tramandare la memoria?

Perché la memoria è fondamentale per costruire una società. Una società che cancella la propria memoria non ha diritto di esistere.

E non è quello che sta accadendo a noi oggi?

Certo! Sta accadendo ogni giorno, nessuno sa più nulla e pare che la memoria sia un fastidio.

Secondo lei ci sarà un modo di tirarsi fuori da questo abisso?

Non lo so, abbiamo fatto di tutto, eravamo in tanti, e siamo stati sconfitti. Adesso è un momento pericoloso.Avremmo bisogno di una politica limpida, pulita, e non c’è. Però l’Italia è un Paese ricco di energie positive, ma queste energie sono come delle isole, e mancano i ponti da un’isola all’altra. È un Paese che è rinato tante volte, e tante volte si è perduto.

Dunque?

Vede, il male che ci avvelena è il disprezzo degli altri, la violenza verso il debole e l’indifeso, il chiudersi in casa di molti che non ne vogliono più sapere mentre fuori la società non cammina nel modo giusto e limpido come dovrebbe. Bisognerebbe tornare a coltivare la solidarietà, ad un coinvolgimento civile e democratico quanto più ampio possibile. Un tempo avevo coniato uno slogan, “Lasciateci almeno la speranza della speranza”. Ecco, questo vorrei comunicare ai giovani.

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Interview to Frances Hardinge

by GIOVANNI DE FEO

You may also read the Italian version of this interview.

The literary world at large began to notice Frances Hardinge three years ago, when the British author won the Costa Medal Award for her then latest book The Lie Tree. She has been the first children books’ author to have been nominated since Philip Pullman.

I began The Lie Tree with good, but somehow subdued expectations. I expected a metaphorical parable in the suave tones usually meant for children. What I found instead was a gritty, coal-smeared world of deceit, mistrust, and power, where the curiosity of a teenager girl might well risk her life and maybe even her soul.

While the whole idea of the Tree was engrossing in its own Faustian terms – the arboreal freak grants glimpses of some universal truth but only if you are ready to slander something you care about – what I found truly astonishing was the setting.

There is a sense of historical accuracy here that goes well beyond the superficial: The Lie Tree, the only philosophy of science book for young people I know, can only make sense in a post-Darwin England, as it portraits the struggle of an age coming to terms with a new paradigm. And yet, this book has no didactic tone, and it is in fact a joy to read. There are action, games of detection, and a language that never stays put but coils around the page like some chryselephantine wonder.

Be warned: Frances Hardinge writes for children and young adults. Or so we are told, by herself, nonetheless. That is indeed a great relief, for in this way her superb use of the fantastic can somehow be forgiven by the literary world.

In fact, to introduce Frances Hardinge to Italian readers is an embarrassing endeavor. Especially if you want to justify her as a fantasy author. It is awkward in the way it must have been introducing Picasso to caricature artists. Apparently what they do is the same, a stubborn misuse of human anatomy, but their purpose is entirely different.

In Hardinge’s books the fantastic is not just used to impress the reader with a volatile sense of wonderment. Instead, it claws in us a sense of marvel that transcends into self-awareness,  as all the protagonists of her books’  learn how their surrounding shape them, and how to exist in spite of them.  All her novels are historical precisely because they recognize how history influences us. And yet they are also ‘fantasies’ for only imagination can give us the internal tools to shape our own soul

Italian publisher Mondadori has recently published some of her latest works after The Lie Tree, namely A Skinfull of Our Shadows, and Cuckoo Song.

The first one, set in civil war England, talks about a noble family which gives to its scions not only power and lands, but literally the souls of their ancestors. A chilling sometimes brutal tale of family burdens, and – again – a fantastic historical piece.

As for Cuckoo Song, it is simply one of the most exquisite nightmares I ever read. If, like me, you think that Tim Burton has gone flaccid in recent years, if you wish that Miyazaki had written a novel as awe inspiring as Spirited Away, set in 1900s England with the old Burtonesque spirit, well, you are in for a treat.

Should I be obliged to summarize it I would say (spoilers ahead!) that Cuckoo Song is about a doll that has to learn how to become truly alive. In spite of her Edwardian pseudo-parents, of her tight post Victorian upbringing, of her sister’s hatred, of her own immaturity, Triss-Trista has to become human: even more human than the girl she was fashioned after.

If that is still not enough for you –but seriously, what’s wrong with you?– I would throw in the deal: an upside down town; murderous silent movies; a personal snow-storm; screaming dolls; and much, much more.

Since we are beginning a New Year I and my associates at PULP Libri feel exceedingly generous and so we have asked Frances to answer some questions of our own making. Be quiet now, for she is soft spoken and must be listened to very carefully.

You said in an interview that most of your historical books are about political “aftermaths”. Can you explain this choice? 

I’m fascinated by times of dramatic change, and how well people deal with them. Cuckoo SongThe Lie Tree and A Skinfull of Shadows are all set in historical periods when people felt as though their familiar world had died, and they’d been plunged into a new universe where the old rules didn’t work any more. At times like that, some people are able to accept the change, adapt and look for new opportunities. Others don’t cope well at all, and cling to old rules, ways and beliefs. I’m always interested in anything that tests and reveals character, and that’s one reason why my settings often involve times when people are dealing with intense change – revolutions, transitions or aftermaths.

The revolution or change doesn’t have to be political. In The Lie Tree, the shockwave shaking society to its core is intellectual and spiritual. The book is set less than a decade after the publication of Charles Darwin’s On the Origin of Species, and in the wake of geologists discovering that the world was older than previous thought, and indeed old enough for evolution to be a credible theory. No shots are fired in this revolution of the mind, but these revelations turned many people’s worlds upside down. Scientific evidence had called the literal truth of the Bible into question, and this left people reeling, and uncertain of their place in the cosmos.

Needless to say, these times of change are also fun to research and interesting to write about!

Some people are addicted to coffee, cigarettes, drugs. Some others, it seems, to metaphors. Can you tell us about your addiction, how it came about and in what way you cope with it?

Yes, I do have to plead guilty to that! Every author has their flaws and weaknesses, and mine is that I get carried away playing games with words. There’s something intoxicating about the music of words, and the way they spark off each other if you hurl them into unusual combinations. Metaphors are particularly magical. They lend vividness to a physical description, can make abstract ideas more comprehensible, and transform the ordinary into something startling and new.

I naturally think in metaphors, and I don’t seem to be able to help it. Even while I’m talking, similes and metaphors creep into my speech. When I’m writing, I often don’t even realize how many I’ve used. Every edit involves purging a load of metaphors. Thankfully my editor and the members of my writers’ groups are good at being strict with me, and getting me to cull the herd!

Just don’t cull them too much! The beauty of your language is one of the reasons I would re-read your books until I wear out. Changing subject: one of your favorite words to describe your work is “odd”, to the point you confessed you collect “oddities” that will later feed your inspiration. Can you tell us about this word and what it represents for you?

I’m aware that my stories tend to be a little… non-standard. I have this entrenched fear of telling a story that has been already told, or falling into cliché, or repeating myself, or recycling lazy tropes. As a result of this fear, a part of my brain is always compulsively tweaking at my concepts and looking for ways to make them more interesting.

When brainstorming the setting for A Face Like Glass, which involves a labyrinthine underground city with unreliable topology, glowing carnivorous plants, mind-control perfumes, divination by theft, exploding cheeses and contagious map-induced insanity, I told a good friend that I was worried that the whole thing might be too derivative. She gave me a long look, and said: “No, Frances. It’s not derivative. It’s whacked out.”

It’s also certainly true that oddities help to spark my imagination. Peculiar incidents and customs, strange turns of phrase, weird legends, weirder people… all of those inspire me. Glamour doesn’t intrigue me. Oddness does.

My favorite thing in your work is possibly ‘reversal’ in characterization. You introduce characters who seem to be totally positive, and yet later on we find them to be ‘villains’, like Josh in Verdigris Deep. My favorite is Violet in Cuckoo’s song. At the start she is portrayed as a somehow cold and callous woman, and then she becomes easily one of the most likeable characters in your books. Can you elaborate on how this ‘reversal’ works from your perspective?

People are infinitely complex and mysterious. We can never truly know anybody, not even ourselves. We’re like pieces of music, ever changing and developing, and we only catch a few notes of each other’s sonatas. The lady I chat to at the gym seems pleasant and level-headed, but I’m only catching a brief refrain from her melody. Elsewhere in her sonata there may be a sinister waltz, or a heroic march… or both.

From an early age I was fascinated by detective stories, where nobody was what they seemed, everyone had secrets, and homicidal intent might be lurking behind any friendly face. I also encountered the films of Alfred Hitchcock at a young and impressionable age. His films are full of shocks, betrayals and misdirection, harmless-seeming people and places suddenly become menacing. Even though I found these ideas frightening when I was young, they were also exciting. The ordinary might become extraordinary without warning.  The familiar might peel back to show a dark and dangerous world.

At heart, though, I’m an optimist when it comes to my species. People are endlessly surprising, and quite often the surprise isn’t a bad one. Someone that we find annoying, boring, despicable or jarring may turn out to have unsuspected reserves of kindness, moral courage, wisdom or strength of will.

In the case of Violet, I was very keen to make sure that the reader’s impression of her would change during the course of the book. Whenever I showed a chapter of Cuckoo Song to my writer’s group, I asked the other members what they felt about Triss, Pen and Violet, how sympathetic they felt each of them was, and whether this had changed since the last chapter. I was playing complicated games with reader sympathy, and I wanted to know whether I was getting the balance right at every stage!

Someone said: “Writing for a particular audience is a matter of what kind of reader you leave out. Good books for adults leave children out; good books for children they leave out no one”. Can you tell us about your relationship with your more mature readers?

My adult readers know that they’re not my top priority, but they don’t seem to mind. I’m certainly happy to discover my books seem to have some cross-over appeal. I’m very much in favor of people reading whatever they enjoy, and personally I read quite a lot of children’s and YA fiction.

One of the joys of a good book is that, when you come back to it at different times in your life, it’s a different book. My favorite book when I was ten was Watership Down. It’s still a wonderful read as an adult, but now I notice and appreciate different things, like the crafting of the mythology and the invented words.

Talking about crafting words, the titles of your books are truly magical. How do they come about?

When I was young, I always assumed that the title of a book was decided first, before the book was written. Now I know that the title is often still being debated while the book is being written, and is sometimes only settled upon after the book itself is completed!

I always have a ‘working title’ when I write, but I am now used to the idea that it might well change. None of my first four books ended up with their working title! In each case, my publishers felt that my proposed title wasn’t sufficiently striking. (Looking back, I think they were right about this.) They asked me to come up with a lot more title ideas, and suggested some of their own, and after a lot of debate and brainstorming we came up with titles that everyone was happy with.

A Face Like GlassCuckoo Song and The Lie Tree did end up with their original working titles. A Skinful of Shadows was originally Cold Inheritance, but I think the final title is better! In translation my books have sprouted many other titles, some of them in languages I can’t read..

We take our hat off at you.

And we at you! Thanks for your patience and availability

If you are interested in Frances’ work, you can visit her website at http://www.franceshardinge.com/ and look for more of her books.

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