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Pablo Simonetti e le sue vite vulnerabili

Durante l’ultima edizione del Salone del Libro di Torino, tenutasi lo scorso maggio, tra i mille volti che hanno percorso i corridoi e incontrato i lettori nelle sale apposite c’era anche un autore cileno, Pablo Simonetti che ha presentato una splendida raccolta di racconti, Vite vulnerabili (Lindau Editore), già recensita su PULP Libri. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui, constatando con piacere di avere a che fare con uno scrittore molto umano.

intervista VALENTINA MARCOLI

 

Trovo la scelta della copertina molto adeguata ai suoi racconti. E’ una cosa su cui ha avuto voce in capitolo?

No, è stata un’idea di Ezio Quarantelli, direttore editoriale. Colori e composizione richiamano pienamente il tenore del libro. Trovo che questo ritratto di Schiele rappresenti pienamente lo spirito generale dei personaggi.

Un autore italiano di racconti ha descritto questa particolare forma narrativa come “sfere di mercurio che proprio quando pensi di tenere salde in mano poi ti sfuggono”. Concorda oppure descriverebbe il racconto in altro modo?

C’è un saggio scritto da Emanuela Cocco (pubblicata su L’irrequieto) con cui concordo, secondo il quale che i miei racconti sono epifanie sensibili, legate alla tradizione epifanica di scrittori come Joyce e Cheever, racconti che hanno una dimensione sensibile, racconti in cui i personaggi vivono una rivelazione e al tempo stesso fanno un esercizio alla sensibilità. Li descrive come un esame interiore dei personaggi che dà luce ad una concezione nuova che cambia la comprensione del loro mondo.

Possiamo descrivere i racconti anche come un corto cinematografico?

Certo, io sono molto fotografico, molto visuale. Ho imparato ad esserlo leggendo Italo Calvino, in particolare Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, un saggio in cui il principio estetico fondamentale è dato da fattori come la visibilità che io traduco come visualità, ma nel testo è inteso come visibilità, rapidità, consistenza, molteplicità, esattezza.

Ho letto i suoi racconti fino all’ultima parola con foga, ma sono rimasta con un’incognita sul loro prosieguo. Nella sua testa mentre li scrive, continuano oppure una volta messo il punto terminano?

In quanto racconti epifanici, la luce di quello che stiamo vivendo cambia, ma non necessariamente una storia termina nella forma tradizionale, però è chiaro che il lettore possa percepire un proseguo della storia. Quello che mi interessa davvero è descrivere il momento che il personaggio sta vivendo.

Ha mai pensato di scegliere uno di questi racconti e tramutarlo in un romanzo?

Questi racconti in verità sono la prima stesura di molti dei miei romanzi. Per esempio “Nozze d’oro” potrebbe essere la parte finale di un romanzo che ho scritto tempo prima, o lo stesso “Il Giardino di Boboli”. Sono racconti indagatori che ho usato come terreno di coltura per dare vita ad altre storie similari ma di qualità migliore, e i personaggi sono molto profondi e riflessivi.

Di Vite vulnerabili qual è la sua vita preferita?

“Santa Lucia”. Forse per la tensione e l’emozione con cui l’ho scritto, perché a questo racconto si può dare una lettura psicanalitica e politica, perché parla della storia del Cile e delle sue tradizioni. Al tempo stesso c’è l’elemento dell’anonimato, della notte. Insomma, è un racconto particolarmente ricco a cui si può dare una molteplice lettura.

Mi riferisco ora al racconto “Peter Faraday” in cui un traduttore ha a che fare con uno scrittore da lui molto amato ma l’epilogo non è tra i più lieti. Racconto meraviglioso, uno tra i miei preferiti, ma mi sorge spontaneo chiederle come si è rapportato al suo traduttore. Ci sono delle connotazioni autobiografiche?

No, non c’è nulla di autobiografico. Io sono autore e traduttore. Vivo entrambi i ruoli. Credo che quando i personaggi sono molto infelici e insoddisfatti della loro vita e vivono un’infatuazione violenta nei confronti di qualcuno, significa che in fondo vorrebbero essere quella persona. Sono scarichi di forza vitale e di conseguenza si innamorano della forza vitale degli altri, le invidiano perché sanno da dove provengono e cosa vogliono essere. Il mio obiettivo era proprio quello di raccontare questa identificazione violenta.

Ma il suo traduttore l’ha conosciuto?

No no, però trovo che abbia fatto un ottimo lavoro, me lo dice molta gente; il traduttore ricopre un ruolo fondamentale perché deve far funzionare la macchina narrativa, ha mantenuto l’impronta che volevo dare ai racconti.

Nel video sul sito di Lindau edizioni, ha dichiarato che qualche racconto ha vinto dei premi e ricevuto critiche positive ma ha anche creato qualche polemica. Può essere più specifico?

“Peter Faraday” e “Santa Lucia” hanno vinto un premio ciascuno, però è stato quando ho pubblicato “Santa Lucia” che si è innescata la polemica perché la rivista su cui era uscito, una pubblicazione paragonabile per importanza nazionale a La Stampa o al Corriere della sera, mi ha comunicato di non poter più pubblicare questo racconto per una questione di censura. A quel punto i lettori, incuriositi, si sono divisi in pro e contro la pubblicazione ma il fatto che se ne parlasse ha invogliato tanti a leggerlo.

La sua scrittura è perfetta, pulita, netta, decisa. Sembra quasi di uno scrittore statunitense.

I cileni hanno in realtà una tradizione di scrittura molto parca, semplice, precisa ed elegante. Altri scrittori sudamericani invece hanno una struttura molto barocca, altisonante ed esagerata. Questo perché in Cile si vive molto il senso del limite del linguaggio e del contenuto, c’è quasi un’espressione selvatica. Neruda ad esempio era un portento ma la sua forza verbale stava nella tecnica.

Ci sono scrittori che sono dei maestri nel genere horror o drammatico ma nella vita sono persone spassose. Viceversa ci sono autori che combattono la loro malinconia scrivendo romanzi comici. Lei appartiene a queste categorie oppure riversa l’umore di quando scrive nel momento stesso della stesura?

In società mi mostro sempre al meglio, cordiale e sorridente, ma quest’atteggiamento di disadattamento proprio dei miei personaggi in fondo deriva dal mio cuore. Semplicemente io riesco a contenerla e a nasconderla con i miei modi gentili.

Vuole aggiungere qualcosa, lasciare un messaggio ai lettori di PULP Libri e all’Italia?

L’impero del successo e del consumo, l’impero della sicurezza economica sono imperi che hanno vita breve in cui comunque, alla fine, prevale la nostra sensibilità vulnerabile. Se fossimo capaci di mostrare le nostre debolezze, se fossimo capaci di riconoscerle allora quella potrebbe essere l’occasione per un avvicinamento tra tutte le persone.

 

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Lo Strega è una cosa buona, sì?

VALENTINA MARCOLI intervista ELVIS MALAJ

Il giovane candidato al Premio Strega e Strega Giovani, Elvis Malaj, ci ha dedicato qualche minuto del suo tempo per rispondere ad alcune domande sul suo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni). Ma attenzione: questo ragazzo non ha peli sulla lingua per cui la lettura dell’intervista che segue è fortemente sconsigliata ai deboli di stomaco e alle persone che non amano ridere.

Innanzitutto congratulazioni per la candidatura al Premio Strega e soprattutto allo Strega Giovani. E’ un premio molto importante e molti scrittori ti staranno certamente invidiando. Cosa stavi facendo quando te l’hanno comunicato?

In realtà ero in attesa, sapevo già che il mio libro era stato proposto, e si conosceva anche il giorno in cui sarebbe stata annunciata la dozzina. È stato dopo pranzo che uno dei ragazzi della mia casa editrice mi ha mandato un messaggio su Whatsapp. Ciò che aveva scritto non aveva senso, però in termini tribali capii che voleva dirmi che eravamo candidati tra i dodici.

E in famiglia quali sono stati i commenti?

Cos’è lo Strega? È una cosa buona, sì? Quanti soldi ti danno?

Conosci gli altri titoli in lizza? Cosa ne pensi?

Confesso che non ho letto ancora nessuno, lo farò dopo la premiazione. Ci sono un paio di titoli che mi incuriosiscono particolarmente. Poi, nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere anche alcuni degli autori, persone squisite.

Dovessi vincere, incrociamo le dita, la prima cosa che faresti sarebbe…?

Sparirei per un po’. Ma la vedo difficile, le leggi del marketing prevedono che quello è il momento più opportuno per promuovere e pubblicizzare il tuo bene di consumo, intensificando interviste, presentazioni, etc. Però almeno una settimana me la prenderò, non ci sarò per nessuno (agente permettendo!).

A chi dedicheresti il premio?

Non posso dirlo altrimenti diventerebbe un obbligo.

In tutti gli articoli relativi alla tua persona sei considerato albanese mentre nella tua casa editrice sei considerato italiano. Tu come ti senti?

Un immigrato.

Ti capita mai di leggere i commenti dei lettori? Ce n’è uno in particolare che ti è rimasto in mente?

Scrittura ruffiana e furbetta, forzatamente giovanilistica e si approfitta del fatto di essere albanese, fa lo “scrittore albanese” quando invece dovrebbe essere scrittore e basta. Però, per par condicio, ne cito anche uno positivo, è di una libraia: “I clienti ci telefonano per ringraziarci di avergli consigliato il libro”.

L’immagine in copertina è un riferimento al tuo primo periodo in Italia?

L’immagine in copertina è stata presa dal racconto “Il televisore” basato sul televisore che insieme a mio fratello ho trovato vicino ad un cassonetto dell’immondizia. Sembrava buono e l’abbiamo portato a casa. E niente, non funzionava.

I tuoi racconti hanno una dialettica dissacrante, per la maggior parte sembrano storie che potresti raccontare ad un amico al bar, iniziando con “Oh, lo sai cosa mi è successo oggi…?” Ma quanto di autobiografico c’è di te in queste pagine?

Penso che sia totalmente irrilevante. L’autobiografismo è incentrato sul fatto che gli scrittori pensano che loro, le loro esperienze e i loro pensieri siano importanti, d’interesse per tutti. Invece, uno scrittore non deve metterci se stesso nel libro, non importa se sta descrivendo qualcosa che gli è successo personalmente. Io voglio la storia, non voglio lui. Se uno scrittore rispondesse “sì”a questa domanda, sarebbe un bugiardo oppure un pessimo scrittore.

Cos’è un “sorriso verde foglia negli occhi, è una citazione di De Andrè, forse?

Mi fa molto piacere che tu l’abbia colta. Non è propriamente una citazione ma sicuramente è un riferimento a “Via del Campo” di De André.

Nei tuoi racconti citi autori importanti, ma quali sono state le tue letture formative? C’è uno scrittore in particolare a cui ti ispiri?

La mia base formativa è un po’ tutta la letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento. Non ho uno scrittore particolare a cui mi ispiro, però sento molte affinità con Cechov.

C’è un messaggio che vorresti lanciare ad un lettore che vuole assaggiare la tua scrittura?

Messaggio no, consiglio sì: caro lettore, qualunque sia l’idea che ti sei fatto sul libro, prima di iniziare a leggerlo, mettila da parte.

A breve pubblicheremo la recensione di Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti), la raccolta con cui Malaj concorre allo Strega.

http://www.raccontiedizioni.it

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