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Il Quarto Reich sarà metafisico

Martin Heidegger, Quaderni Neri 1942/48. Note I-V, tr. Alessandra Iadicicco, Bompiani, pp. 704, Euro 28,00.

di PAOLO PREZZAVENTO

La polemica politico-filosofica sui Quaderni Neri e sul pensiero di Heidegger è scoppiata quando i primi volumi di questi quaderni ricoperti di tela cerata nera, i cosiddetti Schwarze Hefte, sono stati pubblicati in Germania come volumi n. 94, 95, 96 e 97 della Martin Heidegger Gesamtausgabe, l’Opera Completa di Martin Heidegger, a cura di Peter Trawny. Quest’ultimo volume dei Quaderni Neri di Heidegger, cioè il volume 98 della Gesamtausgabe, pubblicato in Germania nel 2015, che approda in Italia con tre anni di ritardo, è un volume a dir poco “esplosivo”. Basti pensare che era stato già preannunciato da Bompiani nel settembre del 2017, poi è slittato al gennaio del 2018; successivamente l’uscita del volume è stata ulteriormente rimandata di parecchi mesi, fino allo scorso novembre. Perché tanta cautela? Perché finalmente in questi Quaderni Neri Heidegger si mette a nudo e rivela quali sono le sue opinioni più “politiche” su ciò che sta accadendo intorno a lui – sono gli anni che vanno dal 1942 al 1948, gli anni della Conferenza di Wansee, della Seconda guerra mondiale, della Campagna di Russia e della disastrosa sconfitta del Terzo Reich – e soprattutto chiarisce in alcuni passi, ormai diventati celebri prima ancora dell’uscita del volume, le principali caratteristiche del suo antisemitismo.

I lettori più attenti avranno certamente seguito le numerose polemiche sull’antisemitismo di Heidegger scoppiate in Germania nel 2014, poi riprese in Europa e in Occidente, con articoli indignati su tutte le principali riviste filosofiche e sui quotidiani di tutto il mondo. In Italia, la “bomba Heidegger” è scoppiata dapprima con la pubblicazione di un articolo della filosofa Donatella Di Cesare su La Lettura dell’8 Febbraio del 2015, e poi successivamente con il Convegno sui Quaderni Neri organizzato sempre da Di Cesare all’Università “La Sapienza” di Roma nel Novembre 2015, con polemiche roventi che hanno consigliato alla traduttrice, Alessandra Iadicicco, e ai curatori dei Quaderni Neri italiani di procedere con i piedi di piombo. Ne è testimonianza la Nota del Traduttore che introduce il volume, estremamente prudente sulla traduzione di alcuni termini, tra cui Juden, Judentum e WeltJudentum. Tutto questo perché nel Quarto Volume dei Quaderni Neri possiamo effettivamente misurare quanto grande sia stato l’errore filosofico, l’errore metafisico di Heidegger. Finalmente possiamo stabilire in che misura la sua speculazione filosofica sia stata influenzata dal suo antisemitismo.

Ricordiamo le prime polemiche sull’antisemitismo di Heidegger – tutt’altro che pretestuose, a quanto pare – sollevate dallo studioso Victor Farias alla fine degli anni Ottanta (Victor Farias, Heidegger e il Nazismo, tr. M. Marchetti e P. Amari, Bollati Boringhieri, 1988). All’epoca ci fu una risposta unanime da parte di una nutrita schiera di “heideggeriani di sinistra” –  tra cui Jacques Derrida – che, a costo di arrampicarsi sugli specchi, si sforzarono di separare quanto più possibile il lascito filosofico di Heidegger dalla pesante eredità del Nazismo e da qualsiasi sospetto di antisemitismo. Già all’epoca l’operazione sembrava disperata: il pensiero heideggeriano, con tutto il suo retaggio implicito di nazionalsocialismo “filosofico” e di antisemitismo, aveva ormai pervaso l’intero corpo della filosofia occidentale, e ci si accorgeva improvvisamente che non era affatto un pensiero di sinistra o assimilabile da parte della sinistra filosofica.

Ormai era ed è impossibile cancellare Martin Heidegger dalla Storia della Filosofia, dai manuali di Storia della Filosofia, rinnegare il lascito filosofico di Heidegger. È diventato ormai impossibile separare il contributo filosofico di Heidegger dal resto della filosofia europea e occidentale. Non possiamo certo cancellare tutto ciò che è venuto fuori dopo Heidegger e grazie ad Heidegger, cioè la riflessione sul circolo ermeneutico di Hans-Georg Gadamer (Verità e Metodo), l’esistenzialismo, la filosofia di Hans Jonas (Gnosi e spirito tardo-antico ) e di Hannah Arendt, tutta la riflessione sulla differenza originaria di Derrida e il post-strutturalismo, il pensiero debole di Vattimo e altro ancora. A meno che non accettiamo la soluzione drastica dei neopragmatisti americani, come Richard Rorty, convinti che è ormai inutile continuare ad arrovellarsi sulle vecchie questioni filosofiche – la vecchia disputa Platone-Nietzsche sulla metafisica e sul suo possibile superamento – le vecchie dispute sulle quali si sono arrovellati per secoli i filosofi, per cui conviene gettare via il bambino-Heidegger con l’acqua sporca.

Una cosa è certa: di fronte ai Quaderni neri, di fronte ad alcune considerazioni espresse da  Heidegger nei Quaderni neri, anche gli heideggeriani più accaniti dovranno ammettere che Heidegger è stato e ha continuato ad essere anche dopo il 1945 un antisemita, e che nemmeno in questi quaderni non destinati alla pubblicazione, dove poteva tranquillamente rivelare i suoi più intimi pensieri, ha speso mai una sola frase per condannare lo sterminio degli ebrei, l’orrore assoluto della Shoa.

I lettori più attenti di PULP avranno già letto il nostro articolo su “Zarathustra nella Foresta Nera”, la recensione del Nietzsche di Heidegger, uscito nel Luglio 2018 per Adelphi, e avranno certamente seguito sui principali quotidiani italiani le numerose polemiche sul pensiero di Heidegger scoppiate anche in Italia. A questo proposito si vedano i libri di Donatella Di Cesare, Heidegger e gli Ebrei. I Quaderni Neri (Bollati Boringhieri, 2015) e I “quaderni neri” di Heidegger (Mimesis, 2016), le opere di Peter Trawny, tra cui Heidegger e il mito della Cospirazione Ebraica (Bompiani, 2015), oltre all’imprescindibile volume a cura di Adriano Fabris Metafisica e Antisemitismo. I Quaderni neri di Heidegger tra Filosofia e Politica (ETS, 2014). Sull’altro versante, cioè la schiera di coloro che considerano Peter Trawny un vero e proprio traditore e che si ostinano a negare su tutta la linea che Heidegger sia mai stato antisemita, si segnala l’opera di Friedrich-Wilhelm Von Hermann e Francesco Alfieri, Martin Heidegger. La verità sui Quaderni Neri (Morcelliana, 2016).

 Peter Trawny è stato considerato fino al 2014, anche dagli heideggeriani di più stretta osservanza, compresi i parenti di Heidegger, il più geloso custode dell’ortodossia heideggeriana. Lo stesso Heidegger aveva stabilito che i Quaderni Neri dovessero essere pubblicati come ultimi volumi della sua opera completa, quindi almeno cinquant’anni dopo la sua morte. Giustamente i curatori della Gesamtausgabe, tra cui lo stesso Trawny, hanno deciso che non si poteva aspettare che si concludessero le travagliate vicende editoriali dei volumi ancora in progress, e hanno deciso di pubblicare in anticipo i Quaderni. Poi, con l’uscita soprattutto di questo quarto volume di Note, contenente appunti e osservazioni varie che Heidegger scrisse tra il 1942 e il 1948, è cambiato tutto. Improvvisamente i parenti del filosofo tedesco, tra cui alcuni illustri professori universitari, e il suo amico Von Hermann, si sono resi conto che la pubblicazione dei Quaderni neri rischiava di rinfocolare le polemiche sull’antisemitismo di Heidegger e sulla sua adesione al Nazionalsocialismo.

Alcuni passi di questo libro vanno dunque letti alla luce delle polemiche che sono scoppiate a partire dal 2014. Questi quaderni rappresentano infatti un documento eccezionale, perché in essi si coglie il pensiero di Heidegger nel suo farsi, nella sua prima elaborazione, quella più sincera e più genuina, per quanto possa essere schietto un filosofo così difficile e sfuggente. In questi quaderni, un vero e proprio taccuino o diario filosofico, Heidegger appuntava le sue riflessioni e le sue considerazioni, per poi riprenderle in un secondo momento nelle sue opere destinate a un pubblico più vasto. Prima dei Quaderni Neri molti pensavano che Heidegger avesse aderito al Nazismo soltanto per un breve periodo, nel periodo del suo Rettorato presso l’Università di Friburgo (1933-34), come testimoniato nel suo famoso discorso di insediamento L’Autoaffermazione dell’Università Tedesca del 1933. Si tratta della cosiddetta “tesi minimalista” sull’adesione al Nazismo di Heidegger, del tentativo di ridurre ciò che di inaccettabile c’è nel suo pensiero a quello che lo stesso Heidegger chiama “L’errore del 1933”, quando aveva pensato che il Nazionalsocialismo di Hitler potesse rappresentare a livello della Storia dell’Essere, nel Destino della Germania, ciò che lui stesso aveva prefigurato, reinterpretando il pensiero dell’ultimo Nietzsche (l’eterno ritorno e la volontà di potenza), come il tentativo di superamento della metafisica tramite la volontà di volontà. Il Destino storico della Germania negli anni Trenta – secondo l’Heidegger del 1933-34, e adesso possiamo aggiungere anche dopo “l’errore del 1933” – era quello di salvare l’Occidente, di salvarlo dalle due ideologie apparentemente contrapposte del bolscevismo e dell’americanismo, di salvarlo da  quel processo di omologazione e globalizzazione mondiale che stava fagocitando nel suo ideale cosmopolita l’intero pianeta. È quel fenomeno che Heidegger definisce come “Macchinazione” (Machenschaft) nel grandioso sforzo interpretativo compiuto nel suo Nietzsche (1961):

Dove poi con la macchinazione (Machenschaft) giunge al potere la mancanza di senso, qui la repressione del senso, e quindi di ogni domandare che cerca la verità dell’Essere, deve essere sostituita con l’instaurazione macchinosa di “fini” (valori). Ci si attende di conseguenza l’edificazione di nuovi valori da parte della “vita”, dopo che questa è stata prima totalmente mobilitata, come se la mobilitazione totale fosse qualcosa in sé e non l’organizzazione dell’incondizionata mancanza di senso partendo dalla e per la volontà di potenza. Siffatte posizioni che conferiscono potere alla potenza non si regolano più su “misure” e “ideali” che ancora potrebbero essere in sé fondati, ma stanno” al servizio” della mera espansione della potenza e vengono valutati unicamente a seconda di questo valore pratico così stimato. L’età della compiuta mancanza di senso è quindi il tempo dell’invenzione e dell’imposizione, in base alla potenza, di “visioni del mondo”, le quali spingono all’estremo tutta la commutabilità del rappresentare e del fabbricare, poiché esse, secondo la loro essenza, scaturiscono da una autoinstaurazione dell’uomo nell’ente, la quale poggia solo su se stessa, e dal suo incondizionato dominio su tutti i mezzi di potere dell’orbe terrestre e su questo stesso.

(Martin Heidegger, Nietzsche, p. 555)

Nel suo solito linguaggio esoterico, che si rivela nascondendosi, Heidegger ci sta dicendo che il “progresso” del nostro mondo moderno è spinto da un immane meccanismo impersonale che ci impone dei “fini” e dei “valori”, ma che in realtà rappresenta l’approdo finale del nichilismo, cioè la totale mancanza di senso dal quale scaturisce la volontà di volontà. Semplificando ancora, ciò che fa girare il mondo moderno è una colossale cospirazione, una macchinazione, un complotto della Tecnica, che prescinde dalla volontà dei singoli uomini. Qualcuno ha addirittura suggerito che questa colossale cospirazione o macchinazione immaginata da Heidegger non sia altro che l’ennesima versione, più filosofica e metafisica, della vecchia cospirazione ebraica costruita a tavolino dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, con il libello antisemita I Protocolli dei Savi di Sion.

Siamo arrivati dunque al punto cruciale, cioè l’antisemitismo di Heidegger, che sulla scia degli studi di Peter Trawny e di Donatella Di Cesare, definiremo come “Antisemitismo Metafisico”. Infatti nei Quaderni neri Heidegger cita diverse volte gli ebrei, l’ebraismo e l’ebraismo mondiale; dunque  l’antisemitismo del filosofo di Messkirch non è più classificabile come un semplice abbaglio preso nel 1933-34 e poi ripudiato nell’immediato dopoguerra, ma come una costante che accompagna tutta l’opera di Heidegger anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la scoperta dell’orrore assoluto dei campi di concentramento.

L’antisemitismo di Heidegger non è un antisemitismo che prende le mosse dalla presunta inferiorità della razza ebraica o da un tipo di razzismo di tipo biologico: tutt’altro. Nella vita di tutti i giorni, nei suoi corsi universitari, nelle sue amicizie, perfino nei suoi rapporti intimi (Hannah Arendt), Heidgger non aveva alcun problema a frequentare degli ebrei. Heidegger non disprezzava i singoli ebrei, ma considerava l’ebraismo in generale, in astratto, una minaccia mortale per la Germania e per i tedeschi. Come in molti altri casi, compreso lo stesso Hitler, l’antisemitismo di Heidegger sembra nascere anzi da una segreta e inconfessabile ammirazione per gli ebrei stessi, per la loro capacità di sopravvivenza e per la loro abilità nelle scienze esatte, come la chimica, la fisica e la matematica, quelle stesse scienze che avevano impresso un’incredibile accelerazione al progresso.

Un’altra mossa tipica dell’antisemitismo più elaborato – più metafisico – come quello di Heidegger, è quella di attribuire agli ebrei stessi la causa dell’antisemitismo, la causa della distruzione e della politica di sterminio di cui sono stati vittime. Hitler arrivò ad affermare, nel suo testamento politico, che la guerra mondiale era stata scatenata dagli ebrei. I più rozzi dissero all’epoca – e alcuni purtroppo dicono ancora – che gli ebrei “se l’erano cercata”, perché sono sempre stati un popolo senza uno Stato, ospiti di altri Stati e di altri popoli con i quali rifiutavano di integrarsi completamente; quelli un po’ più “raffinati” dicevano che i primi razzisti sono stati proprio loro, gli ebrei, con quella storia del “popolo eletto”.

Ma l’antisemitismo di Heidegger è ancora più rarefatto e raffinato: è un antisemitismo filosofico, un antisemitismo metafisico. Heidegger sembra volerci dire nei Quaderni neri: “Per carità, non mi confondete con quei rozzi individui che rappresentano gli Ebrei come degli esseri ripugnanti con il naso adunco che tentano di violentare le fanciulle ariane o che sacrificano i bambini cristiani nelle loro “pasque di sangue”, non mi confondete con quei rozzi individui che vanno in giro a spaccare le vetrine dei negozi gestiti dagli ebrei: io sono un’altra cosa ”. In questo senso, in questo volume troviamo la già famosa “nota per gli asini” (p.212) in cui Heidegger chiarisce che le sue osservazioni sugli ebrei non vanno confuse con l’antisemitismo “volgare” dei nazisti. Il suo antisemitismo infatti prescinde completamente dalla politica di sterminio del Terzo Reich, non tiene minimamente conto della Shoah, ma è un antisemitismo che individua nella figura cosmopolita dell’ebreo errante ciò che rischia di annientare tutti i nostri valori occidentali che nascono dal rapporto imprescindibile tra il sangue e il suolo, in particolare il sangue tedesco con il suolo tedesco. Eppure questo suo antisemitismo non è, proprio perché basato su un ragionamento filosofico, meno pericoloso di quello volgare, ma è invece più pericoloso ancora delle rozze argomentazioni di Julius Streicher, il famigerato Direttore di Der Sturmer.

Prendiamo per esempio la scandalosa osservazione contenuta proprio in quest’ultimo quaderno, sulla Shoa vista come “l’Autoannientamento” (Selbstvernichtung ) degli ebrei. Nel già citato articolo uscito su La Lettura nel Febbraio 2015, Donatella Di Cesare ha rivelato, prima ancora che fosse disponibile la traduzione italiana del testo di Heidegger, questa gravissima accusa che Heidegger rivolge agli ebrei. Secondo Donatella Di Cesare, lo sterminio degli Ebrei per Heidegger non è stato un annientamento, ma è stato in realtà un autoannientamento, il compimento del Destino dell’Essere nella Storia della Metafisica. In pratica, gli ebrei avrebbero creato da loro stessi, nella loro storia millenaria, le premesse che hanno portato a questo ineluttabile scontro con i tedeschi e con l’Occidente, e dunque al loro “autoannientamento” da parte della Macchinazione della Modernità e della Tecnica, di cui essi sono stati gli agenti. Ecco, secondo i suoi più grandi accusatori, Heidegger avrebbe tentato di fornire delle solide fondamenta filosofiche al movimento politico del Nazionalsocialismo, finendo in ultima analisi per giustificare le atrocità che il Terzo Reich ha perpetrato in uno dei periodi più bui della storia europea e mondiale, un periodo che ha portato alla realizzazione dei campi di sterminio (Vernichtungslager) e alla cosiddetta “industrializzazione della morte”, le famigerate “fabbriche dei cadaveri” dove, come giustamente è stato detto, ai prigionieri non veniva solo sottratta la possibilità di una vita dignitosa, ma perfino la possibilità di una morte dignitosa.

Dunque l’Ebreo rappresenta l’oblio dell’Essere. La questione ebraica è una questione metafisica. Troppo rozzo e brutale parlare di sterminio degli ebrei: meglio parlare di “Soluzione finale” della questione ebraica, oppure di “autoannientamento” degli ebrei.

Cosa può contrastare, secondo Heidegger, questo enorme meccanismo che rischia di schiacciare i popoli d’Europa e l’intero Occidente? Qui spunta fuori un aspetto della “poetica” di Heidegger che molti di noi avevano trascurato come marginale, ma che alla luce di queste riflessioni torna centrale. È la retorica del contadino tedesco, di cui sono piene le orrende “poesie filosofiche” di Heidegger (vedere ad esempio Aus der Erfahrung des Denkens ). Il contadino (Bauer) tedesco è infatti profondamente ostile alla modernità e a tutto ciò che gli ricorda la cultura cosmopolita dei “cittadini”, tanto più se ebrei, o comunisti, o entrambi. Il contadino tedesco, ovvero il pastore dell’Essere, che con i suoi lenti gesti quotidiani asseconda il ritmo della natura, è sempre pronto a scendere dalle montagne o ad allontanarsi dalla sua amata baita nella Foresta Nera quando si tratta di picchiare con dei nodosi bastoni di quercia i “rossi” o i “giudei”. La retorica del contadino tedesco, che spacca la legna e mangia il suo nero pane di segale, e l’altrettanto nauseante retorica del Blut und Boden, del sacro sangue e del sacro suolo tedeschi, sarebbe dunque proprio il nucleo centrale della riflessione più segreta di Heidegger nei Quaderni Neri, l’idea di una “segreta Germania spirituale”, la convinzione che l’unica risposta politica al mondialismo, al planetarismo, cioè a quella che noi chiamiamo globalizzazione, sia il tenace attaccamento alla tradizione e alla cultura contadina, tanto da individuare perfino nella radio, che entrò in tutte le case dei contadini tedeschi all’inizio degli anni Trenta, un elemento corruttore che allontanava i contadini dall’Essere. In un altro passo dei Quaderni neri Heidegger dice che solo l’aratro può sconfiggere la falce e martello, solo la cultura contadina può sconfiggere il comunismo e il bolscevismo. Solo il ritorno al passato rurale può consentire ai tedeschi di sfuggire a questo infernale meccanismo, a questa cospirazione planetaria.

E arriviamo infine alla sua tesi più scandalosa: Auschwitz rappresenta il culmine di questo meccanismo, il culmine della Metafisica, l’approdo finale dell’Occidente, la purificazione dell’Essere. Ma neppure il più fanatico dei nazisti aveva mai osato dire che l’Essere va purificato facendo bruciare i forni giorno e notte. Certo, Heidegger questo non l’ha mai detto, ma la sua astratta ricerca di una purezza originaria, di un “nuovo inizio” per l’Occidente, presuppone che prima si sia fatta tabula rasa della civiltà precedente, dominata dal nichilismo e dalla Tecnica. Ecco perché, secondo questo nuovo Heidegger “politico” dei Quaderni neri, il compito storico dei tedeschi, il loro Destino, era quello di fermare gli ebrei, di reagire alla macchinazione degli ebrei. L’accusa rivolta agli ebrei era quella di essere senza radici, dei senza-mondo (Weltlos). Da senza-mondo a immondo il passo è breve…

Che fare dunque, dopo lo scandalo dei Quaderni Neri, dell’eredità di Heidegger? Ancora una volta è Donatella Di Cesare a suggerire una strategia. Nel suo libro Heidegger & sons. Eredità e futuro di un filosofo, del 2015 (Bollati-Boringhieri), suggerisce di usare Heidegger contro Heidegger, cioè di utilizzare le categorie filosofiche e le strategie per rivelare-nascondere il proprio pensiero individuate da Heidegger per approdare a posizioni politico-filosofiche che sicuramente non sarebbero piaciute al Filosofo della Foresta Nera…

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Incendi americani

Jonathan Israel, Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, tr. Dario Ferrari e Sarah Malfatti, Einaudi, pp. 870, € 38 stampa, € 12,99 eBook

recensisce NICOLA PALADIN

Negli ultimi due anni il panorama editoriale italiano ha presentato un’interessante convergenza di saggistica dedicata a un argomento storico, politico e letterario non particolarmente di primo rilievo: la Rivoluzione Americana. Nel 2017 Einaudi ha pubblicato Rivoluzioni americane. Una storia continentale, 1750 – 1804 dello storico americano Alan Taylor (traduzione a cura di Dora Di Nunno). Nello stesso anno, la casa editrice La scuola di Pitagora, all’interno della collana “Le balene”, ha proposto Fate in his eye and empire on his arm. La nascita e lo sviluppo della letteratura epica statunitense, di Enrico Botta, giovane studioso italiano di letteratura americana, la cui analisi, sebbene si concentri sull’origine di un genere letterario, non può prescindere dal confrontarsi con la Rivoluzione, poiché, in parte, influenzò Timothy Dwight nella composizione di The Conquest of Canaan, nel 1785, e Joel Barlow nella stesura di The Columbiad, del 1807. Il 2018 vede l’uscita in rapida successione di altre due opere dedicate all’argomento, La rivoluzione americana dello storico italiano Tiziano Bonazzi (edito da Il mulino), e Il grande incendio. Come la Rivoluzione americana conquistò il mondo: 1775 – 1848, volume monstre dello storico inglese Jonathan Israel, pubblicato in italiano da Einaudi.

Docente emerito presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, Johathan Israel è considerato un luminare di storia dei Paesi Bassi e storia dell’Illuminismo, autore di una monumentale trilogia, composta da Radical Enlightenment: Philosophy and the Making of Modernity, 1650-1750 (2001), Enlightenment Contested: Philosophy, Modernity, and the Emancipation of Man, 1670-1752 (2006), e Democratic Enlightenment: Philosophy, Revolution, and Human Rights, 1750-1790 (2011). La sua ultima opera, per l’appunto, The Expanding Blaze. How the American Revolution Ignited the World, 1775-1848 (traduzione a cura di Dario Ferrari e Sarah Malfatti), presenta una ricerca delle origini illuministe della Rivoluzione nelle colonie americane e del loro impatto nei moti liberali europei dalla Rivoluzione Francese al 1848. Il titolo del volume suona programmatico in modo deliberato: se il sottotitolo suggerisce l’evidente presa di posizione intellettuale di Israel, il titolo vero e proprio, “The Expanding Blaze”, il grande incendio, delinea invece una genealogia politico-letteraria alla base della lettura proposta da Israel. Si tratta infatti di un verso di Philip Freneau, il poeta della rivoluzione americana, e tratto da On the Prospect of a Revolution, pubblicato in Francia nel 1790, segnale della consapevolezza dell’influenza che la Rivoluzione Americana avrebbe esercitato nel vecchio continente.

In questo senso, è corretto parlare di presa di posizione per due motivi. In primo luogo, perché l’ipotesi che la Rivoluzione Americana abbia ispirato quasi un secolo di insurrezioni popolari in Europa costituisce la struttura portante del volume di Israel; non a caso, vari capitoli sono dedicati a contesti insorgenti successivi alla rivolta delle colonie americane, come per esempio, la Rivoluzione Irlandese (1775-1798), la Rivoluzione Haitiana (1791-1804), i moti indipendentisti dell’America latina (1810-1825), e anche la Rivoluzione Greca (1770-1830), in cui combatté un altro e forse più iconico poeta, vale a dire Lord Byron. In secondo luogo, Israel pone la propria tesi in dialogo con uno dei testi più importanti scritti sul tema, On Revolution (1963) di Hannah Arendt. Tuttavia, mentre la filosofa tedesca riconosce una netta cesura tra l’esperienza americana e movimenti come le rivoluzioni francese e russa, Israel sostiene invece che “La Rivoluzione americana e quella francese, al contrario di quanto è stato spesso sostenuto, non hanno affatto caratteri profondamente diversi, e in realtà corrono parallele, senza sostanziali differenze di principio o di tendenza generale” (20), anzi, “le imprese dei padri fondatori e i successivi eventi esteri mostrano la stretta interazione fra la Rivoluzione americana, con i suoi principî, e le altre rivoluzioni, confermando che essa ebbe una rilevanza mondiale, non tanto come forza che intervenne direttamente, quanto come ispirazione e modello primario del cambiamento universale” (22).

In particolare, Israel rintraccia elementi similari tra la Rivoluzione Americana e le altre insurrezioni a proposito del ruolo del popolo all’interno di un movimento rivoluzionario, che Arendt ritiene centrale nelle rivoluzioni francese e russa. Se, citando Jean Hector St. John de Crèvecoeur – autore del famoso Letters from an American Farmers (1782) – Arendt concorda con il francese che si professava “decisamente avverso alla rivoluzione americana, ch’egli vedeva come una sorta di cospirazione di ‘grandi personaggi’ contro ‘il ceto comune degli uomini’” (19), d’altro canto, Israel afferma che in tutti i principali casi, inclusi quelli francese e russo, “le rivoluzioni non sono modellate dalla socievolezza o dagli atteggiamenti generali delle popolazioni, ma da avanguardie rivoluzionarie organizzate che si servono del proprio linguaggio politico distintivo, della propria retorica e dei propri slogan, come mezzi per catturare, prendere il controllo e interpretare il malcontento generato dalle pressioni sociali ed economiche esistenti” (18).

Anche Tiziano Bonazzi riconosce la centralità della comunicazione politica e della propaganda dell’epoca, osservando come i patrioti fossero riusciti con successo a impadronirsi della maggior parte delle stamperie e dei media a loro disposizione per veicolare con successo l’ideologia indipendentista in tutti gli strati della popolazione. In particolare, Bonazzi ricorda l’episodio del porto virginiano di Norfolk: “i patrioti avevano cacciato i lealisti dalla città e la flotta inglese cercò di riconquistarla senza riuscirvi. […] mentre gli inglesi si ritiravano, un incendio distrusse interamente la città e i patrioti riuscirono a imputarlo al bombardamento navale inglese” (68). Questo esempio costituisce la punta dell’iceberg di una moltitudine di episodi della Rivoluzione Americana in cui la reazione popolare fu mobilitata attraverso i media al fine di legittimare le operazioni stabilite dalle élite rivoluzionarie. In questo senso, Bonazzi si allinea alla tesi di Israel, riconoscendo nell’indipendenza americana un atto “intellettuale e dichiarativo”, come ha sostenuto Gordon S. Wood in un classico degli studi sulla Rivoluzione Americana.

Ciò che emerge dalle letture di questi esperti è che, usando le parole di Israel, “il ruolo del popolo […] è stato ampiamente sminuito” (17), in altri termini, significante ma mai significato, mezzo ma mai fine di un certo disegno ideologico. Tale condizione ha portato altri prominenti studiosi (per esempio Sophia Rosenfeld, Ronald P. Formisano e lo stesso Alan Taylor) a rintracciare nella Rivoluzione Americana alcuni tratti costitutivi del populismo contemporaneo. Israel non sembra essere di questo avviso. Analizza e discute parte di queste caratteristiche (si concentra in modo particolare sulla lingua delle élite rivoluzionarie), ma mantiene la propria analisi rigorosamente aderente alle categorie consolidate di Illuminismo moderato e radicale, asserendo che tali anime abbiano contribuito in modo complementare alla realizzazione della Rivoluzione come culla del repubblicanesimo americano. Colpisce, tuttavia, che Israel identifichi nei populismi di metà Ottocento (uno su tutti, il Know Nothing movement) la manifestazione della crisi delle radici illuministe dello stato americano: “A partire dagli anni Novanta del Settecento il sentimento dell’opinione pubblica americana si era trasformato, e quella che era stata una forza che promuoveva i diritti umani, la democrazia e la libertà di espressione, adesso era diventata una barriera contro quegli stessi principî, un fenomeno culminato nel movimento Know Nothing e nell’estremismo xenofobo degli anni Cinquanta dell’Ottocento” (722).

Da questi presupposti risulta impossibile non rileggere la Rivoluzione Americana alla luce delle dinamiche attraverso cui il suo portato politico-culturale sta venendo riutilizzato nell’epoca contemporanea, ma sarebbe anzitutto scorretto esaminare il lavoro di storico di Israel peccando di presentismo, soprattutto alla luce della rigorosa cornice su cui si struttura Il grande incendio. Cionondimeno, classificare gli eventi americani come la prima grande rivoluzione liberale a cavallo tra l’era moderna e quella contemporanea, trascurando in essa l’origine dell’eccezionalismo americano che secondo Bonazzi “ha guidato il pensiero della destra americana dal neoconservatorismo di Ronald Reagan all’America first di Donald Trump” (10), rischia di far perdere di vista la sua influenza a lungo termine sul “secolo americano” e non solo.

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Intervista con Donato Carrisi

di VALENTINA MARCOLI

Intervistare Donato Carrisi è stato un po’ come chiacchierare con Stephen King parlando però la stessa lingua. Un onore e un piacere dunque: una voce tranquilla e pacata, una figura di spicco della narrativa contemporanea. Parecchio talento concentrato in un’unica persona, uno scrittore che ha macinato fin da subito una quantità di riconoscimenti e tagliato tanti traguardi. Poliedrico, non solo scrittore ma anche sceneggiatore per la TV (ricordiamo Moana, Squadra antimafia – Palermo oggi e Nassiryia – Per non dimenticare), nonché vincitore del David di Donatello 2017 per la miglior regia esordiente con La ragazza nella nebbia.

Persona elegante, distinta e molto riservata, Donato Carrisi ha il dono di catturare l’attenzione di chiunque in una manciata di righe. Attualmente in tour per la presentazione del suo ultimo lavoro Il gioco del suggeritore (Longanesi, pp 398, € 22 stampa, € 12,99 ebook), seguito de Il suggeritore (Longanesi, 2010) entrambi thriller mozzafiato carichi di tensione.

La prima domanda sorge spontanea: come mai riprendere in mano Il suggeritore dopo quasi dieci anni?

Perché c’è un nuovo territorio di caccia. Attraverso la rete siamo tutti più esposti. Il suggeritore ha avuto molto successo perché parlava di qualcosa che ci fa paura in quanto troppo vicino a noi. Il gioco del suggeritore è stato una scommessa.

Parliamo di Mila, un personaggio che ne Il gioco del suggeritore hai voluto approfondire. Il lato oscuro che l’affascina a tal punto è lo stesso lato che affascina anche te, di conseguenza c’è un po’ di Donato Carrisi in Mila?

È una cosa con cui non ho mai fatto i conti anche se so che prima o poi mi toccherà affrontare. Cerco di tenere una certa distanza dai miei personaggi perché se ci dovessi litigare poi sarebbero guai! Ho comunque il sospetto che ci sia qualcosa di me in Mila e dovesse arrivare il giorno in cui scavando dovessi accorgermene, non riuscirò più a scrivere di lei.

A cosa si deve il tuo stile narrativo molto americano, hai qualche autore di riferimento a cui ti ispiri in particolare?

In realtà sembra americano perché in questa parte dell’Europa (a parte l’Inghilterra) non siamo abituati a leggere thriller, si leggono infatti più noir o, come in Italia, più gialli. Ovviamente ho degli autori di riferimento tra cui lo stesso King che tu hai citato prima, è uno scrittore da seguire sempre con molta attenzione. Non sbaglia un colpo!

Quanta regia c’è nei tuoi libri e quanta narrativa nel tuo cinema?

Tantissima! Scrivo per immagini e le parole sono importanti per i miei film tanto quanto le immagini per i miei libri. Tendo a raccontare dei personaggi molto oltre ciò che è scritto nel romanzo, per questo è fondamentale per me che gli attori conoscano il personaggio così a fondo. Si gira scrivendo e si scrive girando.

La donna dai fiori di carta è un romanzo che si discosta un po’ dal tuo stile narrativo, come mai?

La donna dai fiori di carta nasce da una scommessa che ho fatto anni fa con un giornalista francese che mi ha sfidato dicendomi: “Saresti in grado di scrivere una storia d’amore?” e io “Ma certamente!” ed ecco come è nato quel romanzo.

La tua carriera è strepitosa, ricca di premi e riconoscimenti ma ce n’è uno in particolare che vorresti ricevere?

Non te lo dirò mai!

I commenti sul tuo lavoro sono in generale molto positivi ma hai mai ricevuto delle critiche? Che rapporto hai con i tuoi lettori?

Ottimo! Le critiche sono sempre utili, finchè si parla di un libro vuol dire che quel libro funziona. La critica del lettore serve, penso invece che il peggior insulto per uno scrittore sia quello che il lettore non sia riuscito a portare a termine la lettura.

Hai studiato Giurisprudenza e sei specializzato in Criminologia e Scienza del comportamento ma qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato alla scrittura?

In realtà non lo so, ho sempre scritto. Da piccolo scrivevo moltissimo, anche per il teatro, ma i miei genitori volevano un avvocato a tutti i costi perché non erano tranquilli riguardo alla professione di scrittore che invece è sempre stata una mia grande passione. Quand’ero piccolino dicevo un sacco di bugie e inventavo delle storie talmente assurde che forse è stato quello l’inizio di tutto.

C’è qualcosa che non sanno di te i tuoi lettori?

Dove vivo. Sono una persona molto riservata e tendo a separare la mia vita privata da quella pubblica.

Dopo La ragazza nella nebbia è in arrivo un nuovo film, giusto?

Be’, un nuovo film su L’uomo del labirinto è in lavorazione e vedrà nuovamente la partecipazione di Tony Servillo oltre ad un altro importante attore di cui non posso svelarti il nome. E’ una nuova avventura per me.

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Eternamente mobilitati nella distopia della prestazione

A chi non cerca più un lavoro
e per fortuna non ce l’ha

Cosmo, Dedica (2013)

Il valutatore
Deve comunicare
Al valutato
La valutazione
Oppure
Farsene una ragione
E suicidarsi

Lo Stato Sociale, Cromosomi (2012)

 

Roberto Ciccarelli, Capitale disumano. La vita in alternanza scuola lavoro. Forza lavoro II, manifestolibri, pp. 232, €16,00 stampa

di ROBERTO DEROBERTIS

Se per Antonio Gramsci l’imperativo ad istruirsi era destinato all’emancipazione collettiva delle classi subalterne, nel capitalismo neoliberista, l’istruzione è una via – molto impervia – per il successo individuale attraverso l’auto-imprenditorialità. Un successo che, del resto, non arriva mai, ma costituisce la motivazione dell’agire stesso. Così, forse, si potrebbe riassumere questo denso e potente saggio di Roberto Ciccarelli, filosofo e giornalista del quotidiano il manifesto per il quale scrive di conoscenza e lavoro precario, secondo volume dopo Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale (DeriveApprodi, 2018), di quella che è destinata ad essere una trilogia.

Ma che cos’è l’alternanza scuola lavoro, o ASL, questa specie di moloch o miraggio – a seconda dei punti di vista – al quale guardano con interesse, terrore o speranza milioni di studenti delle secondarie di secondo grado e le loro famiglie? Non si tratta soltanto delle duecento ore (nei Licei) o quattrocento (nei Tecnici e nei Professionali) di lavoro gratuito obbligatorio da svolgere in azienda nel triennio delle scuole superiori. Roberto Ciccarelli ha scritto un libro per inquadrare l’alternanza nella nostra epoca e, in definitiva, per spiegare come tutti noi, nella fase attuale del capitalismo neoliberista, siamo in alternanza. “Alternanza” è, del resto, una parola che illustra efficacemente un mondo governato dalla dinamica oscillatoria tra premio e punizione, inserita in un orizzonte dove il riconoscimento sociale consiste nel mostrarsi abili e vincenti nel mettere a valore le proprie competenze: saper svolgere microcompiti specifici per (non) sopravvivere.

L’alternanza scuola lavoro ci permette di guardare con attenzione ad un mondo fatto di abitatori di soglie: studenti non ancora lavoratori ma lavoratori in formazione senza reddito ma con le stesse caratteristiche del lavoratore subordinato precario e povero di reddito – già magistralmente raccontato, benché riottoso, in Forza lavoro – non ancora fuori dalla scuola ma gettato nel mondo incerto e del tutto inefficiente del lavoro. Del resto, insiste Ciccarelli, la creazione dell’alternanza scuola lavoro non è che la stabilizzazione normativa di un quadro sociale nel quale la condizione transitoria dell’essere “studente” diventa eterna: un incessante passare tra stadi di occupazione, inoccupazione e disoccupazione attraverso lavoretti (gig work), stage e tirocini, master e specializzazioni, prestazioni gratuite. Impossibile restare realmente fermi: tutto e tutti si muovono, motivati dalla cosiddetta “economia della promessa”. E la promessa è il carburante che permette all’esercito dei precari di accettare il lavoro gratuito, nella dilatazione dell’attesa di una paga. Attesa considerata positivamente perché foriera di acquisizione di “buone pratiche” attraverso percorsi di “eccellenza” (altra parola abusata dei nostri tempi).

Tra il discorso neoliberista dell’imprenditore di se stesso e il discorso lavorista (quello della bontà intrinseca di un lavoro purché sia) che tende a far identificare il lavoratore con il suo lavoro, scompare il rapporto di potere e subordinazione tra capitalista e lavoratore, che tendono invece a confondersi. Il lavoro si presenta così come contesa tra capitali umani nutriti del forte investimento personale (individuale) e dalle condizioni di partenza (familiari e ambientali). La forza lavoro, spogliata della sua autonomia, è condannata a fare di se stessa una merce, a trasformarsi in un investimento (psichico, emotivo, esperienziale) che promuove abilità e competenze. Sparisce così dall’orizzonte qualsiasi traccia di conflitto e l’umanità intera sembra sottoporsi a forme di autorità che la giudicano – o sarebbe meglio dire che la valutano – in base allo sforzo di investire tutta se stessa, avendo comunque l’impressione di aver scelto tutto questo liberamente e senza forzature né costrizioni. Si tratta di un’ingiunzione alla produttività mistificata per insorgenza della libertà individuale.

Lo schiavo contemporaneo non è unicamente vittima di una dinamica di asservimento nel quale sfruttato e sfruttatore sono due figure chiaramente distinte. Si tratta piuttosto di un soggetto in cerca di un appagamento socialmente riconosciuto incarnato da una chimera irraggiungibile e il cui raggiungimento è la ricompensa stessa. Nella realizzazione della sua ambizione, questo soggetto decide di sottoporsi alle più svariate procedure di formazione, certificazione, valutazione. E per tenere in moto la macchina per inseguire la promessa, l’autosfruttamento è la chiave. Ne emerge così un quadro di soggettività perennemente mobilitate: instabili, intermittenti, la cui unica certezza è la precarietà, in un panorama esistenziale di perenne sradicamento, disponibilità, transizione. La vita stessa, scrive l’autore, non è che “l’esercizio di adeguamento all’offerta occasionale di lavori pagati sempre peggio e limitati a cicli economici sempre più brevi”. Ciccarelli mette bene in evidenza – ed è questa una delle tracce fondamentali di questo lavoro – quanto la produzione di valore sia sempre più invisibile, impalpabile, perché non si traduce più nel salario. Inevitabile qui tornare alla figure più bizzarre eppure così comuni nel lavoro al tempo del capitalismo delle piattaforme: i cosiddetti “turchi meccanici” – il lavoratore povero che svolge, con il suo pc e spesso da casa, micromansioni per le piattaforme digitali – o gli stessi utenti delle piattaforme, non definibili secondo la tradizionale categoria di lavoratori.

In momenti particolarmente potenti del suo libro, Ciccarelli descrive condizione e contesti lavorativi contemporanei come laboratori di un progetto di profonda trasformazione antropologica. Tra questi laboratori si colloca la Scuola, a partire dalla cosiddetta riforma Berlinguer (2000), via via confermata da Moratti (2003) e Gelmini-Tremonti (2008) fino alla renziana “Buona Scuola” (2015), “riforma” non a caso coordinata con quel “Jobs Act” (2014) che ha reso strutturale un regime di precarietà permanente. Attraverso la lente dell’alternanza, la scuola appare un luogo privilegiato per osservare questa realtà sociale: non teatro di bullismo o vessazione della classe docente da parte di studenti sempre più sfrontati, bensì luogo elettivo di un “gigantesco esperimento sociale” attraverso il quale saggiare, sui corpi docili degli studenti e delle studentesse, la messa al lavoro dell’esistente in forma di capitale (dis)umano e non di forza lavoro autonoma.

Il volume ci accompagna per mano in un percorso impietoso e implacabile nella selva del linguaggio del management che è debordato nei documenti delle istituzioni scolastiche, divenendone la struttura discorsiva. Questo Capitale disumano rende esplicito ciò che tanti movimenti avevano indicato come l’esito negativo di processi di riforma dell’economia della conoscenza (Processo di Bologna e Strategia di Lisbona): la centralità della performance in sistemi governati da forme invasive di valutazioni standard. L’alternanza scuola lavoro, infatti, è la palestra dove addestrare l’uomo performativo, capace finalmente di affrontare – senza mai ricomporla! – la frammentarietà e sporadicità del lavoro nel suo Mercato, la caducità precoce dei bisogni produttivi, le mille forme di obsolescenza programmata che richiedono l’acquisizione di sempre nuove competenze per obiettivi a breve termine. Tutto questo Ciccarelli lo definisce seccamente come “una parte dell’educazione morale del soggetto” in “una vita basata sulla prestazione”.

Chi, dalla fine degli anni Novanta, si è imbattuto per ragioni personali o di studio, nelle ricerche di quanti immaginavano gli scenari futuri della precarietà – si pensi, su tutti, ad Andrea Fumagalli e Cristina Morini – troverà in questo volume la realizzazione di un mondo che allora appariva sì credibile, ma fortemente distopico. In quella distopia, ora, ci siamo immersi. Davanti a noi – anche se molte e molti che non vivono la condizione precaria fanno fatica a vederlo – si staglia questa mobilitazione permanente di una società formicaio, nella quale freneticamente e in maniera solo apparentemente illogica, una massa atomizzata di soggetti si affanna a trovare il proprio posto attraverso un “patchwork di impieghi”, trascinandosi tra tutti gli stadi della (non) occupazione: lavoro nero o grigio, a chiamata e a cottimo, volontario o gratuito, attraversati dalla formazione permanente e l’accumulazione di crediti che, come in un videogame, permettono di accedere ad altri livelli. Ma alla fine non c’è alcun premio, non c’è gloria e non c’è, a ben vedere, nessuna fine. La transizione è la condizione.

Eppure, nel finale, dopo pagine intense e dall’effetto catartico, soprattutto per chi osserva questi processi quotidianamente in atto, Roberto Ciccarelli apre squarci profondi nella direzione di possibili percorsi di liberazione. A patto di considerare lo studente, cioè quella figura proiettata verso la massima conoscenza, come un disertore sia dell’occupabilità – disponibilità a qualsiasi occupazione – sia dell’alternanza come “predicazione morale sul lavoro e sull’obbedienza”, considerando quindi il suo un ruolo etico e non sociale, in un territorio dove lavoro non è sinonimo di realizzazione.

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Vite brevi, vite americane

Josè Muñoz e Carlos Sampayo, Billie Holiday, tr. D. Bertaina, Edizioni Sur, pp. 79, euro 15,00 stampa

Alessandro Di Virgilio, Toni Cittadini e Rossano Piccioni, Ted Bundy – Il male assoluto, Edizioni Inkiostro, pp. 47, euro 19,00 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Ho voluto accoppiare questi due fumetti perché appartengono entrambi a un genere che ultimamente sta letteralmente dilagando, quello delle biografie narrate con parole e immagini sequenziali; basti pensare alle numerose proposte della casa editrice Becco Giallo per rendersi conto di quanto spesso la vita di personaggi famosi per le ragioni più disparate venga inquadrata in vignette e raccontata in didascalie. Sicuramente c’è anche una componente didattica in tutto questo, avvicinare bambini e adolescenti a figure storiche attraverso un linguaggio che parli loro più immediatamente; però il successo dei fumetti biografici è anche prova del fatto che l’arte sequenziale non vive in un vuoto, e risponde agli stessi stimoli ai quali è sensibile la letteratura puramente verbale (per molti ancora l’unica Letteratura con tanto di maiuscola). Sarà un caso se le vite disegnate fioriscono nello stesso periodo in cui incontrano il favore del pubblico scrittori come Joyce Carol Oates ed Emmanuel Carrère, o le autofiction di Walter Siti?

Dopo aver detto biografia, però, non abbiamo ancora detto niente. La narrazione di una vita in parole e immagini si può articolare in tanti modi, e questi due volumetti (per numero di pagine, non per formato) lo dimostrano. A partire dalla scelta dei personaggi dei quali si vogliono illustrare le vicende – entrambe tragiche, ma in modo del tutto diverso. Abbiamo infatti una vittima e un carnefice; una donna e un uomo; una grande artista e un famigerato serial killer. E siccome entrambi sono stati cittadini degli Stati Uniti, va sottolineato che lei Eleanora Fagan, in arte Billie Holiday (1915-1959) era nera, e lui, Theodore Robert Bundy, alias Ted Bundy (1946-1989) era bianco. Ovviamente la vittima è lei, anche detta Lady Day, l’angelo di Harlem, con alle spalle un’infanzia devastata, un’adolescenza miserabile (fu anche costretta a prostituirsi), e poi tossicodipendenza e alcolismo, nonché i soprusi e le umiliazioni del pregiudizio razziale; mentre Bundy, con almeno trenta omicidi al suo attivo in soli quattro anni, è altrettanto ovviamente il carnefice.

L’approccio delle due biografie grafiche, si diceva, è assai diverso. Intrecciano tempi diversi con una serie di flashback che sfumano l’uno nell’altro i due grandi argentini, partendo dall’inchiesta di un giornalista che deve scrivere un servizio sulla Holiday in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, con una serie di raffinatissime tavole tracciate da Muñoz col suo tratto tra il primitivista e l’espressionistico, con una netta prevalenza dei neri che evoca il carattere notturno del jazz, ma anche il colore della cantante, nonché il noir di una storia che è quasi criminale. Più secca e cronologicamente ordinata la serie delle efferate gesta di Bundy, schegge di un’orgia di violenza e perversione (prima uccideva le sue vittime, poi le violentava), con un disegno più grafico ma pur sempre in bianco e nero, come a raggelare la brutalità degli omicidi; e intrecciando la storia con la musica del periodo, evocata tramite le parole delle canzoni di David Bowie, dei Deep Purple, degli Eagles. A fare da intermezzi tra un assassinio e l’altro, le interviste ai testimoni, inquadrate in uno schermo televisivo, una soluzione che riecheggia The Dark Knight Returns di Frank Miller.

Del resto Ted Bundy – Il male assoluto fa parte di una serie intitolata «The Real Cannibal – La vera storia dei più grandi cannibali e mostri a fumetti», quindi spinge sul sensazionale, sbatte il mostro in copertina, per così dire. Eppure la violenza estrema e orrorifica di questa biografia grafica e quella più ordinaria, e spesso più psicologica che fisica, rappresentata in Billie Holiday (particolarmente straziante la scena in cui la cantante viene lasciata nuda per strada da Rufus, il suo ex-protettore, col quale è legata da un rapporto morboso, ed è oggetto di scherno da parte dei poliziotti bianchi), sembrano in fin dei conti avere le stesse radici. Ci sono strane, quasi arcane assonanze tra la vita della cantante nera e del mostro bianco: vittima di una serie di uomini la Holiday, e carnefice di una serie di vittime Bundy; entrambi poi caratterizzati da un’infanzia disastrosa, nati da famiglie (come si dice oggi) monoparentali, abbandonata dal padre Holiday in tenerissima età, figlio di ragazza madre Bundy, tanto che l’identità del genitore è oggetto ancora oggi di ipotesi – e si sospetta addirittura una nascita incestuosa, con la madre Eleanor (notate il nome!) Louise Cowell messa incinta dal nonno di lui e padre di lei Samuel. Siamo a Chinatown, direbbe Polanski per bocca di Jake Gittes. Miseria, violenza, psicopatia borderline sembrano aver assediato Billie e Ted fin da piccoli; in un caso ne è uscita l’arte, nell’altro la morte. In entrambi i casi, vite brevi e disperate, anche se pure durante la lunga attesa nel braccio della morte Bundy fu atrocemente impassibile.

Sono storie americane, storie di suprema bellezza e terrore assoluto. Sono anche storie, volendo, segnate dalla differenza: di genere forse ancor più che di colore (i maschi che si sono approfittati di Billie Holiday non erano affatto tutti bianchi; e l’unico vero amico era il sassofonista Lester Young, notoriamente omosessuale). In tempi di dibattito sulla violenza che le donne subiscono, entrambe queste biografie mi sembrano rilevanti.

E concludo: non voglio fare confronti di qualità tra il lavoro di due mostri sacri come Muñoz e Sampayo e il duo Di Virgilio e Cittadini (Massimo Picozzi e Rossano Piccioni firmano solo la breve introduzione – anch’essa, coerentemente, a fumetti). Sarebbe profondamente ingiusto; i due maestri possono permettersi trovate geniali come il cameo nel loro fumetto di Alack Sinner, il detective disincantato che li ha fatti conoscere, eroe amaro di un hard-boiled fortemente politicizzato; hanno una storia alle spalle, e possono giocarci. La mia ammirazione va indiscriminatamente a tutti gli autori: ai Grandi Vecchi per la loro maestria, ai giovani leoni per il coraggio e l’intraprendenza che dimostrano. Promettono bene, gli autori di Ted Bundy; e magari, chissà, tra quarant’anni faranno parte anche loro della hall of fame dell’arte sequenziale. Li terremo d’occhio.

(Doveroso aggiungere che la graphic biography di Muñoz e Sampayo era stata già ristampata nel 2014 da Edizioni BD, perché la prima edizione in volume risale al 1993, per i tipi di Rizzoli; la primissima pubblicazione fu su Corto Maltese nel 1990, in due puntate.)

Di Muñoz e Sampayo la nostra Rivista recensirà anche Carlos Gardel, sempre edito da Sur.

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Intervista con Valerio Evangelisti

di WALTER CATALANO

Il fantasma di Eymerich sembra volersi riconnettere con più decisione di altri romanzi recenti del ciclo, alle origini del personaggio: la teoria cosmologica dell’Alfa e dell’Omega alla base della trama si attiene anche alla saga stessa dell’Inquisitore. Il primo romanzo e l’ultimo si ricongiungono: ricompare l’astronave Malpertuis che – così hai detto in varie interviste – aggiungesti come elemento fantascientifico perché Nicholas Eymerich, Inquisitore – la prima avventura della serie – potesse partecipare al Premio Urania nel lontano 1993, dando origine al successo che tutti conosciamo. Da cosa è nata quest’idea quasi metanarrativa: si è trattato di un filo rosso emerso casualmente durante la scrittura e che poi hai deciso di seguire, o era tutto preordinato fin dall’inizio ?

Non era interamente preordinato, ma è emerso gradualmente. Direi che l’origine è stata il racconto Venom, compreso in Metallo urlante. Lì, per la prima volta, Eymerich appare come una sorta di demiurgo, capace di dominare le epoche. Da quel momento ho cercato di collegare, per fili sottili, un romanzo all’altro, in vista di un fine che ancora non mi era chiaro. Alcuni legami li ho poi tralasciati, altri li ho sviluppati. Il disegno ultimo è emerso di conseguenza: una specie di cosmogonia terrificante, fondata su una concezione autoritaria e fanatica. Quasi la stessa dell’Antico Testamento, se vogliamo, con in più un riavvolgersi del tempo. Al centro, come nello gnosticismo, una mente crudele.

Il bel saggio Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti, appena pubblicato da Odoya, che Alberto Sebastiani ti ha dedicato, sembra riconsiderare tutta la tua opera letteraria in un unità compatta – “One Big Novel”, come scrive lui parafrasando uno dei tuoi titoli – che collegherebbe in un solo rivolo creativo i sette cicli, apparentemente separati, in cui finora si è articolata: il ciclo di Eymerich; il ciclo del Metallo; il ciclo di Nostradamus; il ciclo Americano; il ciclo Messicano; il ciclo dei Pirati; più la Trilogia Sociale. Ti riconosci in questa visione d’insieme o è solo un’affascinante interpretazione critica che scavalca le stesse intenzioni dell’autore ? Se una volontà unitaria era consapevole fin dall’inizio la potenza demiurgica di Eymerich a maggior ragione sarebbe un riflesso di quella del suo creatore: come ti vedi nel ruolo del Demiurgo?

Sebastiani ha saputo cogliere nessi che a volte erano sfuggiti anche a me, nel senso che alcune scelte erano consapevoli, altre meno. Terrei fuori da questo i tre volumi de Il sole dell’avvenire, che nascevano con altri intenti. In quel caso, l’universo non è certamente quello di Eymerich. Invece Magus è sicuramente un abbozzo del disegno che intendevo sviluppare, anche se poi è risultato un po’ diverso. Quanto al ruolo del demiurgo, credo che sia proprio di ogni autore in rapporto alla sua opera.

Veniamo all’Inquisitore. In questo romanzo, come nel precedente Eymerich risorge, lo vediamo ormai alle soglie della vecchiaia, talvolta malfermo sulle gambe, più vulnerabile nel corpo e soprattutto nella mente: certi prodigi inspiegabili come l’apparizione fantomatica del proprio doppio fanno vacillare il suo coraggio e i begli occhi di Caterina di Svezia mettono in grave crisi la sua imperturbabilità. Anche nei rapporti con il prossimo appare più riflessivo e meno intransigente, ha ormai un fido gruppo di sodali per i quali, se non affetto, mostra almeno aperta simpatia – Padre Jacinto, Gombau, Berjavel – e le sue azioni e decisioni, per quanto resti sempre aspro e se occorre spietato, non si confanno più alla nuda crudeltà di San Malvagio. Diceva il poeta W.B. Yeats: “Men improve with the years”. Questo vale anche per Padre Nicolas?

C’è stata indubbiamente un’evoluzione del personaggio. Come avrei potuto condurlo per dodici avventure, a volte distanti anni, senza che in lui cambiasse nulla? D’altra parte, ciò ha coinciso con una mia trasformazione personale. Se, quando iniziai a scrivere il ciclo, Eymerich poteva in qualche misura somigliarmi (in peggio, molto in peggio), in seguito io sono diventato meno asociale, e lui di conseguenza. Inoltre, l’avanzare degli anni mi ha fatto conoscere i problemi dell’età avanzata. Anche questo ho proiettato sul mio personaggio (stavolta in meglio, ahimè). A ben vedere, una parte del ciclo di Eymerich è una mia autobiografia distorta.

Il romanzo precedente era, se così possiamo dire, on the road – costruito sul movimento, sugli spostamenti continui da un luogo all’altro – questo invece ha uno scenario statico, ed estremamente efficace: la Roma medievale in totale decadenza. Le metafore che rimandano all’attualità appaiono evidenti: una città ingovernabile e irredimibile, condannata alla corruzione e al malaffare ab origine, in cui le bande criminali e i potentati collusi si contendono lo sfruttamento avido delle risorse e il popolo assiste impotente al proprio sfruttamento schierandosi ciecamente con il mestatore più convincente nel fare appello ai suoi istinti peggiori per meglio manipolarlo. La soluzione drastica che Eymerich auspicherebbe fallisce e perfino lui rinuncia ed è costretto a ritirarsi con sollievo (“Sono stanco dell’Italia” – dice in un punto). Questo scacco finale del Magister riflette in qualche modo il tuo pessimismo verso la situazione politica attuale ?

Certamente è difficile essere ottimisti, di questi tempi. Va tuttavia tenuto presente che, quando la capacità di sopportazione varca un certo limite, subentra una reazione. Mi ha confortato l’esplosione improvvisa della Francia col movimento dei gilets jaunes (con tutte le ambiguità del caso). Forse, se avessi concluso oggi il mio romanzo, qualche lembo di speranza lo avrei lasciato. O forse no, perché un sano pessimismo serve da ammonimento.

Particolarmente intrigante è la ricostruzione dettagliata delle fasi finali dello Scisma d’Occidente, della lotta fra Avignone e Roma e fra Papa e Antipapa. I nomi dei personaggi e le descrizioni degli avvenimenti sono molto precisi e circostanziati; come sempre nei tuoi libri, una corposa bibliografia compare in appendice. Puoi precisarci meglio quanto dello scenario e dei personaggi principali è fattuale e quanto immaginario? Mitra a parte, c’erano davvero culti neopagani e oscure macchinazioni eretiche a mescolarsi con le manovre politiche delle varie fazioni ?

Mitra l’ho inserito io, dopo la visione di un documentario in cui si vedeva una sua raffigurazione conservata nei sotterranei vaticani. La sussistenza di culti pagani nel cuore della Chiesa è denunciata da vari secoli. Ma quella è, per quanto mi riguarda, invenzione letteraria, Invece, la dinamica dello scisma è documentata con un certo rigore, sulla base di testi spesso dimenticati. Sono molto pignolo in queste cose. Voglio che i lettori abbiano fiducia nelle mie ricostruzioni. Ne gode anche il racconto fittizio costruitovi sopra.

Un elemento che era sempre stato presente nei tuoi romanzi ma più in sordina, mentre in questo emerge in modo saliente, è una fortissima ironia che diventa in certi casi sarcasmo, in altri aperta comicità: la figura di Caterina da Siena, per esempio, è decisamente comica – quasi una macchietta come il Fra’ Zenone de L’Armata Brancaleone – i dialoghi toscaneggiano mentre lei chiama “babbino” il Magister e vuole fargli baciare il prepuzio invisibile di Gesù Cristo al suo dito, così come da commedia sono i tentativi spesso inefficaci dell’Inquisitore di sfuggire alle sgradevoli attenzioni della santa. Io trovo questi intervalli comici estremamente riusciti, ben dosati e del tutto funzionali alla struttura compatta dell’insieme, ma qualche estimatore dell’Eymerich prima maniera, più rigido e severo, potrebbe forse trovare da ridire. Era una intenzione consapevole (e forse un rischio calcolato) o ti sei lasciato prendere dal puro piacere di dipingere un personaggio come ti appariva alla mente?

Era un’intenzione consapevole. Prendiamo un film che si svolga tutto nell’oscurità: alla fine stanca. Così possono stancare i toni da tragedia troppo insistiti. Ho preferito variare ogni tanto i registri, senza esagerare. Memore del fatto che, in pagine drammatiche come quelle sulla peste ne I promessi sposi, i dialoghi tra Renzo e i monatti rasentano a volte la comicità, senza che questo indebolisca per nulla lo scenario tragico. Al contrario, lo rafforza.

Ad un passo dal comico è anche, come sempre, Frullifer, lo scienziato geniale ma eternamente perdente. Povero Frullifer, anche questa volta nonostante il successo delle sue invenzioni, sarà infelice: usato dai suoi finanziatori e umiliato nel suo impossibile amore. Perché infierisci sempre contro questo personaggio? Cosa rappresenta esattamente per te?

Un americano “umano” (forse fin troppo), ben lontano dai modelli superomistici con cui gli statunitensi spesso dipingono se stessi, scienziati inclusi.

Nel finale vediamo Padre Nicolas e Jacinto Corona fuggire da Napoli sotto assedio per salpare con la stessa nave dell’inizio verso il luogo dove la vicenda è cominciata (di nuovo Alfa e Omega), a Minorca: un cliffhanger che prelude ad un probabile proseguimento dell’avventura. Qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di Mitra e del culto del Toro, e che un vecchio nemico del Magister dovrebbe avere ottime ragioni di preoccuparsi. Mi sbaglio?

Temo di sì. Non a caso il dodicesimo romanzo si chiude dove cominciava il primo, come il serpente ouroboros. Considero il ciclo completato, e non ne vedo possibili sviluppi ulteriori. Inoltre vorrei dedicarmi ad altro. Non sono stanco di Eymerich, ma vorrei godermi la soddisfazione di chi ha portato a termine un’opera notevole, e si gode la gioia del lavoro ben fatto.

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha anche recensito Eymerich Risorge e Il fantasma di Eymerich.

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L’Inquisitore e il suo doppio

di GIAN FILIPPO PIZZO

Crediamo che Valerio Evangelisti non se la prenderebbe se lo paragonassimo, ad esempio, a Emilio Salgari, visto che ha sempre espresso la sua preferenza per la letteratura popolare. Infatti l’accostamento va letto solo in termini di popolarità, perché a ben guardare le differenze sono tante: Salgari scrive velocemente (a volte anche sciattamente) e si concentra solo sull’avventura, anche se le sue idee progressiste comunque traspaiono, mentre Evangelisti è molto più ponderato e all’azione accompagna uno stile pregevole, un’ottima caratterizzazione dei personaggi, una minuziosa documentazione storica, una notevole abilità nello strutturare le storie e riflessioni non banali. Ma forse a Evangelisti si può meglio attagliare quello che scrive Stefano Salis (sul Sole24ore del 9 dicembre 2018) a proposito di Andrea Camilleri, che cioè il successo dei suoi romanzi popolari finisce per nuocere al resto della sua produzione negandogli il favore della critica paludata. Se Camilleri oltre al suo popolare commissario Montalbano ha scritto romanzi storici dal significato politico, anche Evangelisti vanta un percorso simile: all’inquisitore Eymerich (e al pistolero Pantera) ha affiancato opere tra l’altro sulla rivoluzione messicana, sulle proteste operaie americane e sulle politiche sindacali italiane tra il 1875 e il 1945, queste nella trilogia Il sole dell’avvenire (2013-16).

Questa premessa per invogliare a leggere anche altre opere di Evangelisti, oltre a quelle dedicate a Nicolas Eymerich, giunte al dodicesimo volume con questo Il fantasma di Eymerich (Mondadori, pp. 265, euro 17,00 stampa, euro 9,99 ebook). Eymerich è un personaggio storico realmente esistito (1320-1399), domenicano e strenuo difensore della fede e dell’ortodossia, inquisitore generale del Regno di Aragona; scrisse un manuale dell’inquisizione, pubblicato però solo nel Cinquecento. Evangelisti ovviamente lo stravolge per i suoi fini narrativi, o meglio ne esaspera i tratti caratteriali rendendolo un idealista fanatico, spesso feroce ma mai meschino. Non simpatico, non buono (ma nemmeno malvagio senza scopo, come i cattivi dello schermo o del fumetto), acquista una personalità vivida proprio per essere oltre le contraddizioni che il suo stato gli impone, nel senso che di contraddizioni dovrebbe averne, ma non ne ha, tutto compreso nel suo ruolo di difensore della fede ed avversario del male. Un vilain che, come spesso accade nella narrativa popolare, finisce per diventare un personaggio di culto: non a caso, risuscita come Sherlock Holmes, prima ucciso dal suo creatore e poi fatto rivivere.

I romanzi sono scritti con la tecnica della “narrazione parallela”, che ci racconta le avventure dei vari personaggi separatamente, ma qui arricchita da un elemento particolare, quello della dislocazione temporale. Sono infatti in genere tre i momenti che Evangelisti inserisce nella trama dei suoi romanzi: uno, medioevale, in cui Eymerich è alle prese con una eresia o una manifestazione del male che è suo compito indagare e distruggere; gli altri, ambientati in epoca contemporanea o storicamente a noi più vicine, oppure nel futuro, nei quali si ha una nuova manifestazione, comunque derivante da quella medievale (il lettore lo capisce presto, ma i protagonisti non possono saperlo). Alla fine, si ha uno scioglimento della vicenda in cui tutto viene giustificato, incredibilmente ma con grande maestria narrativa.

In questo Il fantasma di Eymerich l’inquisitore si trova a essere imprigionato dal Re di Aragona ma riesce a fuggire e si reca a Roma; vi giunge proprio nei giorni in cui muore Gregorio XI, appena tornato da Avignone (dove il Papato si era trasferito settant’anni prima), e viene eletto Urbano VI. Il nuovo pontefice si inimica i cardinali corrotti che si ribellano ed eleggono un antipapa, Clemente VII, dando vita allo Scisma d’Occidente o Grande Scisma. Seppure romanzata, la vicenda rispecchia perfettamente gli avvenimenti storici e i personaggi che vi parteciparono, ma ancora più interessante è la descrizione della vita di un’Urbe lontanissima dai fasti passati e degradata, con la nobiltà e il clero che tentano di vivere in continuità al loro rango e alla loro ricchezza e una plebaglia in mano a pochi caporioni che riesce a condizionare il Conclave. A questi avvenimenti Eymerich partecipa poco, non si lascia coinvolgere perché la sua preoccupazione è un’altra: debellare l’ennesima manifestazione demoniaca, che in questo caso consiste nel tentativo di ripristinare l’antica religione mitraica.

E qui, finalmente, dopo vari accenni negli altri romanzi, c’è una spiegazione più approfondita del perché l’inquisitore consideri Raimundo Lullo un eretico e di come il lullismo possa condurre a deviare dalla vera fede a causa degli influssi sul suo pensiero della cultura araba e di quella ebraica (almeno secondo Evangelisti, che riesce a inserire nel discorso anche il culto di Mithra e un’improbabile commistione tra il simbolo francescano del Tau e la radice di taurus, “toro” in latino, animale sacrificale del mitraismo). La parte ambientata nel futuro – che negli ultimi romanzi Evangelisti ha notevolmente ridotto rispetto ai primi libri – riguarda un personaggio già apparso in precedenti opere, lo scienziato Marcus Frullifer, qui impegnato nella costruzione dell’astronave “psitronica” Malpertuis che avevamo trovato già in viaggio nel primo romanzo della serie, Nicolas Eymerich, Inquisitore (1994). Poi c’è il “fantasma” del titolo, un’entità forse incorporea identica all’inquisitore, un suo doppelgaenger che ne precede e ne condiziona le mosse: non diciamo di più lasciando al lettore il gusto di sbrogliare la matassa.

Valerio Evangelisti aveva fatto morire il suo personaggio con il decimo romanzo, Rex tremendae maiestatis (Mondadori, 2010), ambientato nel 1399, poi a furor di popolo (e per le insistenze dell’editore) lo aveva ripresentato nel 2017 con Eymerich risorge, titolo ingannevole perché non si tratta di una resurrezione ma di una storia ambientata in precedenza, nel 1374. Questo Il fantasma di Eymerich è ambientato nel 1378 e dunque resterebbe spazio per altre avventure, ma molti indizi (tra cui le dichiarazioni di Evangelisti nell’intervista che stiamo per pubblicare) lascerebbero comprendere che si tratta in realtà del capitolo definitivo, per quanto il finale sembrerebbe più aperto. In attesa di scoprire come evolverà la faccenda godiamoci questo.

Sempre in argomento vogliamo però segnalare un altro volume, il bel saggio di Alberto Sebastiani Nicolas Eymerich: il lettore e l’immaginario in Valerio Evangelisti da poco pubblicato da Odoya (pp. 249, € 18 stampa). Non è certo il primo ad essere dedicato all’autore , ormai oggetto di diverse opere di critica e tesi di laurea (va ricordato Valerio Evangelisti, di Luca Somigli, pubblicato da Cadmo nel 2007), ma è il primo incentrato più specificamente sul suo personaggio più famoso. Sebastiani, pubblicista e docente presso l’università di Bologna, dopo aver analizzato brevemente le altre opere di Evangelisti si concentra sull’inquisitore esaminando tutti i romanzi e i racconti e quelle che definisce “estensioni”, che potremmo anche chiamare con un termine ormai entrato nell’uso, spin-off: racconti fuori dal canone principale, fumetti, scritti di altri autori che hanno preso in prestito il personaggio, eccetera. L’analisi comprende anche il romanzo qui recensito, che deve evidentemente aver letto in anteprima. Successivamente affronta il problema delle fonti cui Evangelisti attinge, dagli stilemi della narrativa popolare all’impegno politico, ed esamina Eymerich sotto il profilo psicologico, interrogandosi infine sui motivi per cui piace ai lettori. Una disamina puntuale e precisa, assolutamente condivisibile, di un personaggio e di un autore diventati meritatamente di culto.

 

Di Valerio Evangelisti PULP Libri ha recensito anche Eymerich risorge, e pubblicherà oggi un’intervista.

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Intervista con Frances Hardinge

di GIOVANNI DE FEO

Il mondo letterario ha cominciato a notare Frances Hardinge nel 2015, quando l’autrice britannica ha vinto il prestigioso Costa Medal Award per il suo romanzo L’albero delle bugie. È stata la prima volta che una scrittrice per ragazzi è entrata in lizza dai tempi di Philip Pullman.

Ho cominciato a leggere L’albero delle bugie con aspettative un po’ sottotono. Mi immaginavo infatti una parabola dipinta con i colori naif di solito riservati ai lettori più piccoli. Quello che invece ho trovato è una storia grintosa ambientata in un mondo pieno di disinganno, dove la curiosità di una giovane adolescente potrebbe costarle la vita e forse anche l’anima.

Quello che mi ha colpito non era tanto l’idea Faustiana dell’albero – questo freak della natura che fornisce lampi di verità a un costo altissimo: per ogni verità ottenuta bisogna «diffamare» una verità personale – ma l’accuratezza dello sfondo storico. Unico romanzo di filosofia della scienza per ragazzi che io conosca, L’albero delle bugie ha infatti senso solo in un mondo post darwiniano, dove il concetto di «verità» è continuamente messo in discussione. Niente di didascalico, sia chiaro, anzi, il romanzo è una gioia da leggere. C’è azione il giusto, continui giochi di investigazione e un linguaggio che non si sta mai fermo ma si avvolge invece alla pagina in spire criselefantine.

Siete avvertiti: Frances Hardinge scrive per bambini e Young Adult. O almeno così ci dice lei stessa. Il che è un gran sollievo, perché in tal modo il superbo uso che fa del fantastico può esserle perdonato dal mondo letterario.

A essere onesti introdurre Frances ai lettori italiani è una faccenda un po’ imbarazzante. Soprattutto se la si vuole giustificare in quanto autrice fantasy. Si tratta di uno sforzo maldestro simile a quello di far conoscere i disegni di Picasso a dei caricaturisti. In apparenza quello che fanno è la stessa cosa, un testardo abuso dell’anatomia umana, ma con fini molto diversi. Ché il fantastico nei libri della Hardinge non viene usato per impressionare il lettore con una meraviglia effimera. Al contrario, il fantastico di Frances Hardinge ci ferisce con un tagliente senso del meraviglioso che ci trasporta nelle regioni più profonde del nostro sé: perché tutti i protagonisti delle sue storie alla fine imparano a capire come il loro ambiente li condiziona fino alle ossa, e come fare ad esistere al di là di quel condizionamento. È in questo senso che tutti suoi romanzi sono storici, perché sottendono la consapevolezza della storia come modellatrice di vita. E al contempo però sono tutti fantastici perché il privilegio proprio dell’immaginazione è quello di poter plasmare l’anima che immagina.

Negli ultimi tempi Mondadori ha pubblicato tre dei romanzi più recenti della Hardinge. Oltre al soprammenzionato The Lie Tree, ci sono La voce delle Ombre (A Skinful of Shadows) e Una ragazza senza ricordi (Cuckoo’s Song). Il primo dei due, ambientato nei cupi anni della guerra civile Inglese, nel XVII secolo, racconta di una famiglia nobile i cui rampolli non ereditano solo terre e denaro ma letteralmente le anime dei loro antenati.

Per quanto riguarda Una ragazza senza ricordi, è semplicemente uno degli incubi più belli che io abbia mai letto. Se come me pensate che Tim Burton in tempi recenti si sia inflaccidito, se vi piacerebbe che Miyazaki scrivesse un romanzo la cui bellezza ispiri soggezione come La Città Incantata, e che lo ambienti nei primi anni del XX secolo con il vecchio spirito Burtoniano, allora vi aspetta una bella sorpresa. Dovendo riassumerne la trama direi che si tratta della storia di una bambina-bambola che deve imparare a diventare viva. Nonostante i suoi pseudo-genitori, nonostante l’odio della sorella minore, nonostante i rigidi precetti post-Vittoriani con cui è stata cresciuta, Triss-Trista deve imparare a diventare umana, anche più umana della bambina di cui è la maldestra copia. E se questo non bastasse a convincervi a comprarlo ci aggiungo: una città attaccata al contrario sotto un ponte; bambole urlanti; una tempesta di neve personale; film muti assassini; e molto di più.

Per l’inizio dell’anno nuovo io e quelli di PULP Libri abbiamo deciso di regalarvi una primizia: domande nuove di zecca a cui Frances ha risposto con il suo eloquio britannico. Quelle che seguono sono le sue risposte. Vi esortiamo a fare silenzio perché Frances parla a bassa voce ed ogni sua parola deve essere ascoltata con attenzione. Pronti? Eccole…

Chi vuole potrà leggere il testo originale in inglese dell’intervista.

Frances Hardinge

Hai detto in un’intervista che la maggior parte dei tuoi libri storici sono ambientati negli «strascichi» dei grandi rivolgimenti storici. Puoi spiegare questa tua particolare scelta?

Sono affascinata da cambiamenti drastici, e da come le persone riescano a reagire ad essi. Una ragazza senza ricordi, L’albero delle bugie e La voce delle ombre sono tutti ambientati in periodi storici in cui chi ci viveva sentiva che il mondo a loro familiare era finito ed erano stati «scagliati in un nuovo universo» dove le vecchie regole non funzionavano più. In tempi come quelli, alcuni erano in grado di accettare il cambiamento e adattarsi, cercando nuove opportunità. Altri però non riuscivano a gestirlo, e si aggrappavano invece alle vecchie regole e credenze.

Sono sempre interessata in tutto ciò che metta alla prova i personaggi e riveli il loro carattere, e questa è una delle ragioni per cui le mie ambientazioni coinvolgono tempi storici in cui le persone devono affrontare grandi cambiamenti – rivoluzioni, transizioni e «strascichi».

Una rivoluzione non deve essere per forza di natura politica. Ne L’albero delle bugie l’onda di cicatrizzazione del cambiamento è di tipo culturale e spirituale. Il libro è ambientato a meno di dieci anni dalla prima pubblicazione de L’origine della specie di Charles Darwin, e sulla scia della scoperta dei geologi che il mondo era molto più antico di quanto creduto precedentemente; in effetti vecchio abbastanza perché la teoria dell’evoluzione fosse credibile.

In questa rivoluzione della mente non ci furono colpi di fucile, ma tali rivelazioni ebbero comunque un effetto drastico sulla visione del mondo di molti. Per la prima volta delle prove scientifiche avevano messo in questione le verità della Bibbia, e questo lasciò la gente senza fiato, incerta sul loro posto nel cosmo.

Inutile dirlo, è stato molto divertente fare ricerca su questi tempi di cambiamento e molto emozionante scriverci sopra!

Alcune persone diventano dipendenti da caffè, sigarette, droghe. Altri, pare, dalle metafore. Ci vuoi raccontare come è nata la tua dipendenza e come riesci a gestirla?

Sì, ammetto di essere colpevole! Ogni autore ha i suoi difetti, il mio è quello di non saper resistere a giocare con le parole. C’è qualcosa di inebriante nella musica della parole, e nel modo in cui si accendono l’un l’altra se le sfreghi tra loro in strane combinazioni. Le metafore in particolare sono magiche. Prestano vividezza alle descrizioni fisiche e posso rendere le idee più astratte comprensibili, trasformando l’ordinario in qualcosa di sorprendente.

Ovviamente io penso per metafore, non riesco farne a meno. Anche quando parlo, similitudini e metafore si insinuano dentro il mio modo di parlare. Quando scrivo, spesso non mi rendo conto di quante ne stia usando. Grazie al cielo il mio editor e i membri del mio gruppo di scrittura sono severi con me e mi aiutano a ‘sfoltire la mandria’.

Basta che tu non le sfoltisca troppo! La bellezza della tua lingua è una delle ragioni per rileggere i tuoi libri fino allo sfinimento… Passiamo ad altro. Una delle tue parole preferite per descrivere il tuo lavoro è «bizzarro» – odd in Inglese – al punto che ha confessato di collezionare «bizzarrie» per nutrire la tua ispirazione. Ci puoi dire qualcosa su questa parola e sul modo in cui ti rappresenta?

Sono consapevole che le mie storie possono essere un po’… inusuali.

Ho questa paura radicata di raccontare storie che sono già state raccontate, o di cadere nei cliché, o di ripetermi, o di riciclare topos triti e ritriti. Il risultato di questa paura è che parte del mio cervello cerca compulsivamente di trasformare le mie idee per renderle più interessanti.

Quando stavo facendo il mio brainstorming per A Face Like Glass (romanzo ancora inedito in Italia), un romanzo che include tra le altre cose una città labirintica dalla topologia inaffidabile, piante carnivore fosforee, profumi che controllano la mente, formaggi che esplodono, e una pazzia contagiosa indotta dalle mappe, dissi a una mia cara amica che temevo la mia storia fosse troppo derivativa. Lei mi diede una lunga occhiata e rispose: «No, Frances, non è derivativa, è una roba fuori come un balcone.»

È anche vero che le stranezze accendono spesso la mia immaginazione. Coincidenze o modi di fare peculiari, strane frasi, leggende bizzarre, o persone ancora più bizzarre… sono tutte cose che mi ispirano.

Il «glamour» non mi incuriosisce. La stranezza, sì.

Ciò che forse amo di più del tuo lavoro è il «rovesciamento» nella caratterizzazione dei personaggi. A volte infatti introduci personaggi che sembrano essere totalmente positivi, eppure più tardi li scopriamo essere degli antagonisti, come Josh in Verdigris Deep (romanzo ancora non tradotto in Italia). La mia preferita è Violet di Una ragazza senza ricordi. All’inizio la donna è descritta come fredda e insensibile, per poi diventare forse il personaggio più amabile dei tuoi libri.

Le persone sono incredibilmente complesse e misteriose. Non possiamo mai davvero conoscere qualcuno fino in fondo, nemmeno noi stessi. Siamo come un frammento di musica in continua mutazione, e possiamo solo afferrare alcuni movimenti delle nostre rispettive sinfonie.

La signora con cui chiacchiero in palestra sembra essere una persona piacevole, ma sto solo afferrando un ritornello della sua melodia. In altri punti la sua sonata potrebbe essere un waltz sinistro, una marcia eroica… o entrambe le cose.

Fin da tenera età sono stata appassionata di gialli, storie dove nessuno è come sembra, tutti hanno un segreto e un intento omicida può rimanere acquattato dietro il viso più amichevole. Ho anche visto i film di Alfred Hitchcock a un’età molto giovane e impressionabile. Le sue pellicole sono zeppe di shock, tradimenti e inganni, persone e luoghi in apparenza comuni che diventano a un tratto minacciosi. Anche se trovavo queste idee terrificanti quando ero giovane, erano anche eccitanti. L’ordinario può diventare straordinario senza preavviso. E il familiare può scrostarsi per rivelare un mondo oscuro e pericoloso.

In realtà sono un’ottimista quando si parla della mia specie. Le persone sono sorprese senza fine, e molto spesso la sorpresa non è cattiva. Qualcuno che troviamo fastidioso, noioso, disprezzabile o incongruo può rivelare insospettate riserve di gentilezza, coraggio morale, saggezza o forza di volontà.

Nel caso di Violet, ero decisa a fare in modo che le impressioni del lettore cambiassero nel corso del libro. Ogni volta che mostravo un capitolo di Una ragazza senza ricordi al mio gruppo di scrittura, chiedevo ai suoi membri cosa sentivano nei confronti di Penn, Triss e Violet, per capire quanta simpatia provavano per loro, e se era cambiata dal capitolo precedente. Stavo giocando un gioco piuttosto complesso con l’empatia del lettore e volevo sapere se avevo trovato l’equilibrio giusto a ogni passaggio!

Qualcuno ha detto: «Scrivere per una audience particolare è una questione di quale lettore escludi. I buoni libri per adulti escludono i bambini. I buoni libri per bambini non escludono nessuno». Puoi dirci qualcosa di più sulla tua relazione con i tuoi lettori più maturi?

I miei lettori adulti sanno che non sono la mia priorità, e non sembra che gli importi. Sono sicuramente felice di scoprire che i miei libri che possano piacere a diverse fasce di età. Mi piace pensare che chiunque possa leggere quello che ama, e personalmente leggo parecchi libri per bambini e Young Adult. Una delle gioie di leggere un buon libro è che, quando ci torni in momenti diversi della tua vita, è un libro diverso. Il mio libro preferito quando avevo dieci anni era La collina dei conigli. È una meraviglia anche da adulti, ma ora noto e apprezzo cose diverse, come la capacità mitopoeitica dell’autore e la sua inventiva nel creare nuove parole.

A proposito di inventiva, i titoli originali dei tuoi libri sono davvero magici. Come ti vengono?

Quando ero piccola davo per scontato che il titolo di un libro fosse deciso prima che il romanzo fosse scritto. Ora so che il titolo è spesso in discussione mentre viene scritto, e che a volte il titolo lo si decide quando il libro è già finito!

Ho sempre un working title quando scrivo, ma ora mi sono abituata all’idea che potrà cambiare. Nessuno dei miei primi quattro libri alla fine ha avuto titolo che avevo pensato all’inizio! In tutti e quattro casi gli editori hanno ritenuto che il titolo proposto non fosse abbastanza d’impatto. (Col senno di poi, penso che avessero ragione). Mi chiesero quindi di tirar fuori una lista intera di titoli, suggerendone alcuni loro stessi, e dopo molte discussioni e brainstorming comuni siamo arrivati a dei titoli che soddisfacevano tutte le parti.

A Face Like GlassUna ragazza senza ricordi e L’albero delle bugie hanno finito per avere il loro titolo di partenza. La voce delle ombre si chiamava in origine Fredda eredità ma penso che il titolo finale sia molto meglio! In traduzione poi i miei titoli hanno germogliato altri nomi, alcuni in lingue che non posso nemmeno leggere…

Tanto di cappello.

Ricambiamo! Grazie, Frances, per la tua disponibilità.

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Se siete interessati al lavoro di Frances Hardinge, potete visitare anche il suo sito web.

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Intervista con Sandra Petrignani

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Avendo pubblicato un corposo articolo sulla biografia di Natalia Ginzburg, La corsara, scritta da Sandra Petrignani, ci è sembrato giusto accompagnarlo con un’intervista all’autrice.

Qual è stato l’impulso che l’ha spinta ad imbarcarsi nella complicata impresa di scrivere una nuova biografia di Natalia Ginzburg? 

Non è stato un impulso ma una considerazione: trovavo incredibile che nessuno avesse ancora scritto un libro che raccontasse vita e opera della Ginzburg nella sua interezza e nella sua importanza.

La messe di informazioni e di notizie biografiche dei tanti personaggi che compaiono in questo libro è notevole. Quanto a lungo ha lavorato a questo progetto? Ha mai temuto di non portarlo a termine? 

Ho impiegato quattro anni in tutto. Tre di ricerche, letture, incontri con i testimoni e un anno più o meno per scrivere. I momenti di scoraggiamento sono stati tanti. Ho avuto più di una tentazione a mollare, sia per la paura di non farcela a dominare la massa delle informazioni che stavo mettendo insieme, sia per alcuni segnali antipatici che mi venivano da una parte della famiglia.

Natalia Ginzburg

Purtroppo nel libro mancano le testimonianze dirette dei figli della Ginzburg, Carlo, Andrea (scomparso qualche mese fa) e Alessandra. Immagino abbia cercato di coinvolgerli: se così, perché crede non abbiano accolto la sua richiesta? 

Per qualche motivo che ora, dopo tanto studio, posso intuire, hanno serie ragioni per non appoggiare un lavoro di approfondimento sulla storia della loro famiglia e su Natalia, la madre, in particolare. Insomma, io me la sono spiegata così: se vuoi mantenere dei segreti, non puoi appoggiare operazioni di scavo, a meno di non mentire sulle informazioni che dài. Sono persone troppo serie per mentire. Preferiscono tacere, probabilmente.

Ho notato un notevole coinvolgimento emotivo in questo suo studio, che tra l’altro si avvale anche di strumenti di critica letteraria al servizio del dato biografico. Col senno di poi, crede sarebbe stato migliore per la riuscita del suo lavoro un maggiore distacco critico dal soggetto della sua ricerca? 

Credo anzi che sia stata la fortuna del libro abbandonare il progetto iniziale di una biografia scientifica. E’ diventato così un libro «caldo», un libro mio, in cui però i sentimenti personali sono stati tenuti perfettamente nei limiti. Ho seguito l’indicazione della stessa Ginzburg di spegnere i riflettori, su certi frangenti critici.

Sandro Pertini e Natalia Ginzburg

Il fatto di essere anche una scrittrice ha influito sulle modalità con cui ha condotto questo suo lavoro di ricerca biografica? 

Io sono principalmente una scrittrice, che in alcuni testi si avvale di strumenti giornalistici, critici, storici. Mi viene generalmente riconosciuto di aver in qualche modo inventato un genere, che fra l’altro è ora parecchio seguito. E questo mi diverte. Anche perché a me è venuto un po’ a noia…

Come mai ha scelto di inserire soltanto poche fotografie? 

Non mi sono state concesse le liberatorie.

Lei ha definito questa sua opera «il mio affondo in Natalia»: questa sorta di corpo a corpo ha in qualche modo influenzato il suo modo di porsi con la scrittura, la sua attività creativa, addirittura la sua vita? 

È probabile che l’abbia fatto, ma è presto per dirlo. Bisogna vederne i risultati nel tempo, sono processi lenti.

Sandra Petrignani ha anche un suo sito.

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Natalia Ginzburg, o la biografia culturale d’una nazione 

Sandra Petrignani, La corsara: Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza, pp. 459, euro 15,30 stampa, euro 9,99 e-book

di GIUSEPPE COSTIGLIOLA

Quando nelle librerie appare la biografia d’uno scrittore, dovremmo tutti gioire. Il vissuto, i sentimenti, le passioni, l’impegno sociale e culturale, i rapporti con la propria arte – tutto aiuta ad illuminarne l’opera, a ricostruirne la genesi e a inquadrarla in una prospettiva storica ed esistenziale. Se poi la biografia è quella di un personaggio quale fu Natalia Ginzburg l’interesse suscitato è massimo, poiché siamo al cospetto di una vita che le drammatiche vicende storiche hanno reso esemplare, e meritevole di essere studiata e tramandata. A ciò si aggiunga la curiosità per questo nuovo lavoro, visto che sulla Ginzburg esiste già una solida ricerca biografica, a firma della sua ottima traduttrice tedesca Maja Pflug.

Questo volume di Sandra Petrignani s’inserisce nel genere biografico messo da lei a punto, che mescola sapientemente elementi di scrittura giornalistica, critica letteraria, ricerca storica e pura narrativa. Esso consta di quattro parti, suddivise in capitoli dai titoli icastici tratti da opere, lettere, diari, brani di conversazioni, e si apre con una sorta di prologo, il primo incontro che l’autrice ebbe con la Ginzburg, quando a metà degli anni Ottanta andò a trovarla nella sua casa romana per avere un giudizio su un proprio manoscritto. Dopo qualche cenno autoreferenziale, si comincia a seguire il vissuto di Natalia Ginzburg, dalla nascita avvenuta a Palermo nel luglio del 1916, in una casa di Via Libertà (nome che sembra un segno del destino), al nucleo famigliare, sino alla generazione dei nonni. A ben vedere però l’elemento diacronico è solo il tracciato principale, da cui si dipartono vie e sentieri che s’inoltrano avanti e indietro nel tempo, solcati da personaggi epocali, lasciati e ripresi, in un moto perpetuo che vivacizza il racconto.

L’autrice si sofferma sugli anni dell’infanzia della Ginzburg, sul milieu culturale di un luogo e di un momento storico fondamentali per le vicende del nostro Paese, la Torino degli anni Venti-Trenta del secolo passato, fervida di fermenti culturali e sede delle prime opposizioni al fascismo. Ecco dunque il padre, Giuseppe Levi, ebreo triestino, istologo di livello internazionale (tra i suoi allievi figurano Rita Levi-Montalcini, Renato Dulbecco e Salvator Luria, tre premi Nobel); la madre, la milanese Lidia Tanzi, donna colta e intelligente, sensibile alle arti e alla musica, frequentatrice dello studio di Felice Casorati, attorno al quale gravitavano Carlo Levi, Piero Gobetti e l’avanguardia artistica torinese; la sorella Paola, i tre fratelli Mario, Gino e Alberto, impegnati antifascisti.

Nella loro casa è passata più volte la Storia: vi si recavano Anna Kulishioff e Filippo Turati (che con il nome di Paolo Ferrari vi si nascose per una settimana prima della rocambolesca fuga in Francia, qui rievocata), Adriano Olivetti (che sposerà Paola), Carlo Levi (che intreccerà con la stessa Paola una lunga storia passionale), i giovani compagni dei fratelli di Natalia, i ragazzi del mitico liceo D’Azeglio di Torino, a cominciare dal futuro marito, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Natalino Sapegno, Giorgio Agosti, Massimo Mila, Giacomo Debenedetti e molti altri, una «generazione pesante», che ha «mescolato insieme – con l’altruistica dissipazione della giovinezza – politica, rischio e grandi amori».

La Storia, sempre quella con la S maiuscola, travolgerà poi Natalia e la sua famiglia in un incalzare di eventi drammatici, qui narrati con ammirevole empatia: l’esilio imposto al marito Leone, i drammatici anni della guerra, la perdita del coniuge in seguito alle torture degli aguzzini nazisti, la fuga in una Firenze devastata (dove viene accolta da Eugenio Montale, compagno di sua zia Drusilla Tanzi, sorella della madre), la forzata separazione dai tre figli in tenera età, la vita randagia di chi è costretto a nascondersi. E la solitudine estrema del primo dopoguerra, gli anni romani di psicanalisi e di tetri pensieri, che nella «nera estate» del 1945 le fanno balenare l’idea del suicidio.

Ma è un tempo quello di straordinario fervore culturale e sociale, sono gli anni della ricostruzione fisica e morale di un Paese ridotto in macerie dalla follia fascista, a cui Natalia darà il suo grande contributo. Il racconto prosegue con le tappe della vita d’una donna ancor giovane ma duramente provata: il consolidarsi della coscienza di scrittrice e la messa a punto di una voce narrativa e saggistica originale, la fugace liaison con Salvatore Quasimodo, il primo incontro con il più acuto studioso della sua opera, Cesare Garboli (col quale stabilirà un sodalizio intellettuale per entrambi fruttuosissimo), il matrimonio con Gabriele Baldini, ulteriori dolori come la perdita prematura di un figlio e la malattia invalidante di un’altra figlia, il percorso di antesignana dell’autonomia intellettuale femminile in un mondo marcatamente maschile, il definitivo affermarsi come romanziera, la feconda stagione della produzione teatrale, la presenza incisiva nel dibattito culturale italiano attraverso la scrittura giornalistica (fu battagliera opinionista dei maggiori quotidiani nazionali, suscitando con i suoi interventi dibattiti accesissimi: il termine «corsara» scelto per il titolo di questa biografa ha qui la sua ragion d’essere), l’impegno sociale intrapreso con l’attività parlamentare a cui si dedica anima e corpo nell’ultima stagione della vita, seguendo la grande lezione di Leone sempre viva in lei: vivere la politica non come ideologia ma come coscienza etica.

A epigrafe di questa, come forse di ogni biografia, si potrebbero porre le parole che la stessa Ginzburg scrisse in un saggio sull’amato Proust, del quale fu anche traduttrice: «Alla sete di possedere il segreto di un essere, la vita dà le sue risposte frivole e derisorie, contraddittorie e intrise di menzogna.» È contro queste contraddizioni, queste menzogne disseminate ovunque che l’autrice lotta, ingaggiando un disperato corpo a corpo con l’elusività del tempo e della memoria, della verità delle cose, nell’accorato intento di giungere alla sostanza più intima della Ginzburg. E nella pervicace sfida all’oblio si appiglia a tutto, si aggrappa ad ogni traccia: recupera le memorie di familiari (mancano tuttavia le testimonianze dei figli Carlo, Andrea – ancora in vita quando il libro era nel suo farsi – e Alessandra), di testimoni diretti e indiretti, spulcia libri, indaga negli archivi, riporta alla luce lettere, cartoline, articoli di giornale, in una certosina attività di ricerca che in una sorta di pellegrinaggio l’ha condotta nelle case e nei luoghi dove la Ginzburg visse, su e giù per l’Italia in cerca di impronte non ancora consunte dal tempo, in un affannoso insinuarsi nella memoria dei luoghi, delle persone e delle polverose carte persino commovente. Non paga, la Petrignani ricorre financo alle analisi grafologiche, ai temi astrali. «Mi prendo la libertà di affidarmi ad altre suggestioni», ammette, ma per fortuna non persegue troppo questa strada invero poco scientifica, avanzando invece nel solco tracciato dalla seminale, stringente biografia di Maja Pflug, e ampliandola di parecchio. Soprattutto, mette a frutto la sua esperienza critica di lettrice, si affida all’esegesi dell’opera narrativa, saggistica, giornalistica e teatrale di Natalia impiegandola come uno strumento ermeneutico per rischiarare zone buie, riempire vuoti e lacune documentali.

È un procedimento non privo di insidie, poiché la scrittura creativa, per quanto autobiografica (e quella della Ginzburg notoriamente lo è in alto grado), risponde a regole proprie, per statuto ontologico tende a trasfigurare la realtà da cui trae ispirazione, ma la Petrignani di questo pare ben avvertita e porta avanti il racconto con mano ferma, gestendo in modo ammirevole la copiosa messe di informazioni raccolte, e facendo di questa ricerca una sorta di romanzo. Perché, a tratti, i protagonisti della famiglia Ginzburg, le tante personalità che ne incrociarono i percorsi, sembrano davvero personaggi letterari, e le loro drammatiche esistenze hanno un sapido sapore d’avventura.

La tecnica espositiva è poi tipica della narrazione letteraria: ampi dialoghi, impiego di procedimenti quali l’analessi e la prolessi, in un continuo andirivieni nel tempo storico e in quello interiore che tiene sempre desta l’attenzione del lettore. E in questo giace una delle grandi differenze con la biografia della Pflug: tanto rigorosa, stringente, asciutta, lineare quella, quanto barocca, piena di punti di fuga e digressioni questa della Petrignani. Condotta con rigore fattuale e corredata di foto (alcune anche rare, fornite dai figli di Natalia) quella, tutta incentrata sulla parola e maggiormente disposta ad avventurarsi nelle motivazioni esistenziali più recondite questa, e perciò più dubitativa, ipotetica, congetturale, risuonante di «forse», di «credo», di «mi piace di pensare», «mi piace immaginare». Ecco dunque spiegata la scelta della parola «ritratto» nel titolo, figlia dell’approccio impressionistico volto a riempire i tanti vuoti del percorso biografico della Ginzburg di cui non a caso, rendendo merito alla sua complessità, si ricostruisce la personalità nel segno della contraddizione, dell’ossimoro.

Tuttavia qui non ci si limita a narrare le vicende della Ginzburg, ad analizzarne le opere. Nell’alveo del racconto principale s’innesta infatti una sorta di biografia nella biografia, quella di un’istituzione culturale che ha avuto enorme rilievo nell’esistenza di Natalia e nella storia culturale italiana, la casa editrice Einaudi, con la quale ella collaborò in pratica l’intera vita (pubblicando con essa la maggior parte delle proprie opere, traducendo, partecipando alle riunioni editoriali, leggendo manoscritti e segnalando libri di grande spessore), e di cui grazie a preziose testimonianze si seguono le vicende a partire dalla fondazione avvenuta il 15 novembre del 1933, le sue molteplici mutazioni, i grandi intellettuali che vi collaborarono. Trovano quindi ampio spazio i rapporti intrattenuti dalla Ginzburg con Giulio Einaudi (che la considerava «la coscienza critica della casa editrice», intoccabile emblema della tradizione einaudiana), con l’a lei carissimo Cesare Pavese (al quale è dedicato un intero capitolo, ma la cui figura ricorre di continuo), e l’altrettanto caro Italo Calvino.

E in generale ci si sofferma sui rapporti con i tanti e celebri colleghi, da Elsa Morante (con cui la Ginzburg intratteneva una frequentazione assidua e affettuosa pur nelle irriducibili differenze), ad Alberto Moravia, Mario Soldati, Lalla Romano, Rocco Scotellaro, Sandro Penna, Mario Tobino, Goffredo Parise, Pier Paolo Pasolini (nel cui film Il Vangelo secondo Matteo recitò la parte di Maria Maddalena), Enzo Siciliano, Giorgio Bassani, Giorgio Manganelli, e numerosi altri: la lista è lunga, a percorrerla si delinea un intrigante spaccato della letteratura italiana contemporanea. A questo proposito bisognerà dire che la Petrignani si concede con una certa voluttuosità al gossip degli ambienti letterari, riportando relazioni, flirt, rivalità, gelosie professionali e amorose, elemento che a tratti conferisce al racconto una nota quasi salace.

In definitiva, questa biografia ha il grande merito di riportare l’attenzione su un personaggio invero notevole, una donna che ha opposto una sorprendente vitalità alle tragedie della vita, che è riuscita a trasformare il proprio dolore in ricchezza interiore e in materia creativa. Una scrittrice dalla tempra morale solidissima, che ha fatto del dovere etico di «dire la verità», nel senso greco della parresia, una cifra stilistica e di vita. Un’autrice sempre protesa nella tensione assoluta verso la parola giusta, autentica, che postulava la necessità di «tornare a scegliere le parole, a scrutarle se erano vere o false, se avevano o no vere radici in noi, o se avevano solo le effimere radici delle comuni illusioni». Un’intellettuale che, a partire appunto dalla parola, ha mirabilmente colto uno dei grandi problemi non soltanto artistici ma antropologici dell’oggi: «Noi corriamo tutti i giorni il pericolo di perdere il significato vero delle parole. Tutti i giorni rischiamo di diventare degli isolati e degli indifferenti. Rischiamo di respirare le parole meccanicamente, rischiamo di dire e ascoltare parole che non evocano niente, e che non risvegliano nessun particolare sentimento in noi». Questa straordinaria lezione etica risuona come un monito non solo agli scrittori, ma a noi tutti.

Forse però il pregio maggiore di questo lavoro è il suo configurarsi come la biografia di una comunità di artisti e intellettuali di spessore altissimo innestata nella storia d’Italia, in un continuo intreccio tra dimensione privata e pubblica, tra storia personale e nazionale, che dà luogo ad un affresco dall’ampio respiro: non dunque mera vicenda esistenziale di una scrittrice, per quanto grande, ma parabola culturale di un intero Paese. E a ripercorrere le tappe della nostra cultura si è afferrati da una rabbia impotente, da una micidiale nostalgia, persino da invidia per un passato così vitale, rifulgente rispetto alla vacuità del nostro tempo. Ma a questo sentimento dovrebbe subentrarne un altro, ben più fattivo, e allora forse la consapevolezza che la barbarie che aveva strangolato il nostro Paese fu sconfitta da «persone che seppero fare dell’utopia e del proprio sacrificio qualità della vita per gli altri» potrebbe indicarci la via per un riscatto che oggi non riusciamo neanche ad immaginare. Natalia Ginzburg si è sempre attenuta all’esortazione dell’amato Leone, che concluse la sua ultima lettera dal carcere a lei indirizzata con una frase che risuona a mo’ di epigrafe della sua vita e della sua scrittura: «Sii coraggiosa». Anche noi dovremmo forse far nostre quelle parole, armarci di coraggio e impegnarci in una lotta rigorosa per costruire un mondo migliore.

Giuseppe Costigliola ha anche intervistato Sandra Petrignani.

http://www.neripozza.it/

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