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Intervista a Miriam Toews: Una donna che parla (e scrive)

intervista OMBRETTA ROMEI

Foto: Carol Loewen

Bella di una bellezza disarmante. Con i jeans attillati e il maglione oversize neri, e un parka verde militare, Miriam Toews, classe 1964, sembra uscita da un film di Kathryn Bigelow. Facile immaginarla sul set di Blue Steel o di Strange Days. Una combattente. Una ragazza del secolo scorso che, con i personaggi femminili della regista hollywodiana, condivide non solo un’aura estetica e morale, ma soprattutto lo spirito ribelle, la paziente caparbietà delle guerriere e delle sognatrici. Una sopravvissuta. «La nostra è un’epoca essenzialmente tragica (…) Dobbiamo sopravvivere, per quanti cieli ci siano crollati addosso» scriveva D.H. Lawrence nell’introduzione a L’amante di Lady Chatterley e Miriam Toews ne sottoscrive il senso nelle pagine finali di uno dei suoi romanzi più dolorosamente autobiografici, I miei piccoli dispiaceri (2014), quasi fosse un mantra, un viatico per resistere e lottare. Perché, per quanti cieli le siano crollati addosso, Miriam Toews, dall’età di diciott’anni, ha fatto della scrittura un campo di battaglia, scegliendo, come le Women Talking del suo ultimo libro, di andarsene e rinascere.

Giuro che ucciderei per avere un elenco telefonico di New York.

(Un complicato atto d’amore)

Già. New York. Lontana anni luce da Steinbach, la cittadina canadese dove una comunità mennonita mette radici agli inizi del Novecento, sfuggendo alle persecuzioni bolsceviche, ai massacri, all’estinzione. E dove Miriam Toews è nata e ha vissuto la sua adolescenza. Libri interdetti, balli proibiti, parole impronunciabili: un oscurantismo di stampo maschilista e patriarcale che non ammette deviazioni. Il verbo di Menno Simons (1496-1561), storico fondatore della setta anabattista, è più che legge. È una visione (distopica) del mondo. Campi di granoturco a perdita d’occhio delimitano i confini della piccola città, isolandola da tutto, così come pensieri impuri, atteggiamenti trasgressivi, tentazioni mondane isolano i sognatori in odor di eresia e di scomunica. Le chiavi del paradiso e le vite degli abitanti di Steinbach sono nelle mani di pochi fanatici capi religiosi, teorici e praticanti di un fondamentalismo anacronistico.

1980. East Village «è come un set del cinema, non può succedere niente di vero. È un paese fantasma, l’isola che non c’è» afferma la sedicenne Nomi, protagonista di Un complicato atto d’amore (2004), alla cui voce monologante Miriam Toews affida il racconto di sé e della propria «complicata» adolescenza. Il nome fittizio della sua città natale è un omaggio a New York, a un quartiere – dove Nomi vagheggia di passeggiare nientemeno che in compagnia di Lou Reed! – a una cultura, a uno stile di vita. Agognati, paradossalmente, quanto un elenco telefonico: niente di meglio se può servire a scrollarsi di dosso anni di letture (e immaginario) fantasy, villaggi hobbit e colline dei conigli. Con una Main Street ai cui estremi svettano una statua di Gesù che assomiglia a George Harrison e un tabellone gigante con scritto SATANA È TRA NOI. Scegli: o lui o me, East Village evoca una small town bradburyana: luogo di passaggio di uomini illustrati e freaks circensi, presenze perturbanti contro le quali nulla possono gli incantesimi di elfi e streghe bianche.

La fuga è, allora, un sogno. Un’intenzione. Una necessità. Dopo la scomunica di Tash e Trudie – la sorella maggiore e la madre di Nomi – il loro forzato abbandono della comunità mennonita lascia un vuoto incolmabile nella casa dove una figlia convive con i malinconici silenzi di un padre inconsolato. Solo un atto d’amore, salvifico e imprevisto, condannerà finalmente Nomi allo status scandaloso di outsider.

Calarsi nelle cose difficili velocemente, mettercela tutta e poi ritrarsi. Lo stesso vale per i pensieri, la scrittura e la vita.

I miei piccoli dispiaceri

1996. Montréal. Dopo studi in cinematografia e giornalismo, con il primo romanzo, Summer of My Amazing Luck, Miriam Toews suggella il suo amore per la scrittura. L’inclinazione naturale per uno stile che abbraccia comicità e disincanto, sense of humor e cognizione del dolore. A riprova di ciò i successivi Un tipo a posto (1998, il secondo romanzo pubblicato) e Swing Low: A Life (2000, in corso di traduzione), un memoir scritto a distanza di due anni dal suicidio del padre, primo atto di una tragedia intima. Il suicidio della sorella maggiore, avvenuto nel 2010, porterà nuovamente una scrittrice ormai affermata «a calarsi nelle cose difficili», a raccontare con disperato pudore la fuga dalla vita.

Solo nel 2013 Un tipo a posto arriva in Italia, grazie a Marcos y Marcos. La storia di Hosea Funk, sindaco della più piccola città del Canada, e dei suoi bizzarri tentativi di mantenere inalterato il numero degli abitanti – almeno fino al giorno della visita ufficiale del Primo Ministro… – è una comédie humaine dal meccanismo impeccabile. Un dilettevole gioco delle parti in cui genitori e figli, amici e amanti si scambiano rimpianti e afflizioni, speranze e ricordi. Personaggi irresistibili, descritti in punta di penna. Come Nomi Nickel, io narrante di Un complicato atto d’amore, opera che consacra definitivamente la scrittrice canadese, incensata da premi prestigiosi, baciata da un successo planetario.

Forse vedere un film è come morire, ma in maniera dolcissima.

(Mi chiamo Irma Voth)

La fuggitiva ha scelto la sua patria. Ma la letteratura è una patria che riserva sorprese. Come finire dal Canada in Messico, al seguito di una troupe cinematografica. Accade nel 2007. Il regista messicano Carlos Reygadas ha scritto Luz silenciosa, un film ambientato in una colonia mennonita nel deserto del Chihuahua. La lingua originale è il plautdietsch, il basso tedesco parlato dai mennoniti russi, il soggetto è la storia drammatica di un uomo della comunità, sposato e padre di famiglia, che si innamora di un’altra donna. Per interpretare il personaggio di Esther, la moglie di Johann, Reygadas vuole solo lei, Miriam Toews, la quale reciterà nel film insieme alla madre. Luz silenciosa si aggiudica il Premio della giuria al 60° Festival del Cinema di Cannes e da quell’esperienza l’autrice trarrà ispirazione per Mi chiamo Irma Voth (2011; Marcos y Marcos, 2012). Biografia e finzione si fondono magicamente: il set (reale) è lo stesso del film di Reygadas e Irma, al pari di Nomi, è una sognatrice, una resistente. Prima di mettere in atto il suo piano dovrà, però, fare i conti con un padre crudele e anaffettivo (in netta antitesi con l’analogo personaggio di Un complicato atto d’amore), un marito trafficante di droga e due sorelle che non hanno alcuna intenzione di restare senza di lei. E se il cinema è una fabbrica di sogni, chi meglio della giovane Irma, che non ha mai visto un film, può realizzare il sogno della libertà?

Tre sorelle in fuga, piccole donne alla ricerca di un posto in cui crescere: Città del Messico, tanto per cominciare. Caotica e variopinta, calda e generosa, la metropoli spalanca ai loro occhi la bellezza di un futuro che sarà soltanto l’inizio di un’altra storia. Un plot, quello di Mi chiamo Irma Voth, che si riallaccia al romanzo precedente, In fuga con la zia (2008; Marcos y Marcos, 2017) laddove Miriam Toews coniuga magistralmente on the road narrative e classica commedia hollywoodiana. Lungo la strada che si snoda dal Canada al Messico, Hattie, outsider per vocazione, rinsalda i legami con una famiglia allo sbando, con una sorella troppo fragile per vivere, schiudendo ai due nipoti adolescenti la possibilità di ritrovare un padre mai conosciuto. Ritmo indiavolato e dialoghi scoppiettanti: la tragedia, come in Pranzo alle otto di George Cukor, è solo rimandata, è un fuori campo lancinante. La «fuga» di Hattie sarà, alla fine, un lungo ritorno a casa.

Siamo donne senza voce (…) abbiamo solo i nostri sogni. Per forza che siamo sognatrici.

(Donne che parlano)

La forza del sogno sta nella forza delle parole. Quelle «parole per dirlo» che una lingua madre, come il basso tedesco parlato dalle donne analfabete di Molotschna, non conosce perché patrimonio degli uomini, dei padri fondatori: i colpevoli, i «visitatori indesiderati, i demoni» che hanno usato violenza, notte dopo notte, sui corpi di donne e bambine della comunità di Molotschna. Un luogo tutt’altro che immaginario dove Miriam Toews rievoca, in Donne che parlano (Marcos y Marcos, 2018), un fatto di cronaca realmente accaduto nella colonia boliviana di Manitoba dal 2005 al 2009.

Teatro di una guerra segreta, di una conversazione scandita dallo scorrere feroce del tempo, è il fienile in cui otto donne, vittime e accusatrici, hanno scelto di riunirsi per decidere cosa fare delle loro vite e di quelle dei loro figli. A trascrivere quanto detto solo August Epp, maestro di scuola di Molotschna, un tempo scomunicato e costretto a un lungo esilio londinese. La sua voce, sommessa e fiera, è un meraviglioso controcanto a quella di Ona e delle sue compagne.

A modo loro combattenti. Come altre donne nel mondo, rimarca Miriam Toews nell’intervista che segue.

Nice to meet you, Miss Toews!

Foto: Matteo Di Giulio

Il tema dominante dei suoi romanzi è quello della fuga. La fuga da un luogo o da una famiglia, ma anche dalla vita stessa. Fuga, dunque, come rinascita, liberazione, conoscenza di sé e del mondo. Resistenza. Andarsene, come scelgono le protagoniste di Donne che parlano, è tutt’altro che una resa, ma un atto di responsabilità che trascende la lotta. Le donne dei suoi libri sembra che non smetteranno mai di combattere…

Sicuramente le donne del mio ultimo romanzo sono un’estensione delle donne di tutti i miei libri. A volte mi sembra che alcuni personaggi emigrino da un libro all’altro. Sono donne che hanno sempre cercato di combattere sia a livello sociale sia familiare, ma anche per affermarsi artisticamente, ad esempio. In Donne che parlano si tratta di donne che hanno un’intensa conversazione: sostanzialmente, per loro è fondamentale prendere una decisione: non fare niente, restare e combattere o andarsene. In due parole, agire o morire, combattere o scappare. In un certo senso questa conversazione è una specie di summa di tutte le mie opere precedenti e delle varie tematiche che affrontano. Un punto di approdo.

Il fienile dove le donne di Molotschna si radunano in segreto, uno spazio chiuso, in cui si svolge il romanzo, evoca il set di La parola ai giurati di Sidney Lumet. Stessa unità di luogo e azione, l’inesorabilità del tempo creano, inoltre, una certa suspence… È un film che può averla ispirata?

Veramente, no. Questa similarità tra il mio romanzo e il film di Lumet è stata notata anche da altri, ma io non ho mai visto il film prima di scrivere Donne che parlano. Quello che trovavo interessante era ambientare la storia in un luogo chiuso in cui varie persone si riuniscono per prendere una decisione urgente in un lasso di tempo strettamente limitato.

Sin dalle prime pagine del libro, strade, campi, confini rimandano a una sorta di «geografia» metafisica, a uno spazio drammaturgico. Le donne di Molotschna sembrano eroine di una tragedia greca. Quest’aura di tragica atemporalità amplifica, a mio parere, la dirompente forza politica di Donne che parlano. Come è possibile?

Le donne di Molotschna hanno uno stile di vita quasi medioevale, ad esempio non possiedono l’elettricità o la tecnologia moderna, quindi è come se appartenessero a un’altra epoca. Tuttavia vivono, al contempo, gli stessi problemi legati al patriarcato, alle chiusure culturali, alla religione più ortodossa e all’isolamento che spesso molte donne oggi devono affrontare in varie parti del mondo. Proprio perché la loro conoscenza del mondo esterno è limitata, August ha, per le donne del romanzo, il ruolo fondamentale di ponte tra il dentro e il fuori: lui porta la propria esperienza del mondo esterno all’interno dello spazio chiuso in cui avviene la conversazione.

Come è riuscita a immedesimarsi nelle donne di Molotschna, creare la loro intensa polifonia di voci e quella, a tratti monologante, di August Epp?

Tenere insieme tutte le loro voci e, allo stesso tempo, rendere l’unicità di ciascuna è stata una sfida. Creandole cercavo di pensare a ognuna di loro separatamente ma anche come gruppo, senza dimenticare lo scarto generazionale, le loro età e personalità così differenti nonché il fatto che appartengono alla stessa famiglia. I personaggi di Donne che parlano si ispirano a persone reali: amiche, donne della mia stessa famiglia quali mia madre e mia sorella, mio marito, molte altre donne che ricordo. Nelle conversazioni ho cercato di riprodurre le loro voci il più fedelmente possibile, soprattutto il loro modo di parlare e interagire l’una con l’altra, ispirandomi anche a gente che ho conosciuto. Per quanto riguarda August, invece, mi sono ispirata a mio padre.

L’avevo intuito. Ricorda molto il padre di Nomi in Un complicato atto d’amore.

Esattamente! August è un insegnante, mio padre era un insegnante e un uomo che ha sofferto profondamente. Per lui era una necessità insegnare ai ragazzi. Quando è stato scomunicato, mio padre è diventato un outsider. Come August.

Foto: Matteo Di Giulio

Posso fare due domande su Un complicato atto d’amore? East Village, il luogo in cui è cresciuta Nomi, lungi dall’essere simile all’omonimo quartiere newyorkese ricorda una neverland in mezzo al nulla, una sorta di twilight zone da immaginario horror. Suggestioni bradburyane e kinghiane, oserei aggiungere. Quanto di veramente reale appartiene alla sua città natale?

La mia città natale, Steinbach, è molto molto simile a East Village. In un certo senso, Un complicato atto d’amore è un racconto autobiografico, benché manchino mia madre e mia sorella. Quando avevo sedici anni, come Nomi, avevo gli stessi riferimenti culturali, ricordo che ascoltavo la stessa musica pop: Lou Reed, Keith Jarrett, i Rolling Stones. Oggi Steinbach è un po’ più grande, conta forse diecimila abitanti, mentre all’epoca in cui ero una teen-ager ci vivevano solo alcune migliaia di persone. Tuttavia la struttura tradizionale, patriarcale di questa città fondamentalista e religiosa, governata dai maschi e dai leader della chiesa, è ancora pressoché invariata. Rispetto a questo contesto, Molotschna, invece, è un po’ diversa.

Tolkien, Ursula Le Guin, C.S. Lewis, Richard Adams… Fantasy e fantascienza. Autori e generi tutt’altro che proibiti a East Village, quasi fossero una Bibbia per i suoi abitanti. Nel periodo dell’adolescenza quali, oltre agli scrittori suddetti, sono stati «complici» della sua vocazione letteraria?

La fantascienza, in particolare, perché dipinge proprio il mondo dal quale ci tenevano distanti. Quando ero adolescente a scuola avevo un insegnante davvero inusuale, era giovane e iconoclasta. Ci parlava di Dostoevskij, John Steinbeck, Somerset Maugham, ci faceva studiare Salinger. Quando ho lasciato la comunità ho cominciato a leggere anche altri scrittori come Milan Kundera, Henry Miller, Italo Calvino e sono stata inondata da tutta questa letteratura.

La sua scrittura tradisce un sorprendente delicato equilibrio tra una disperata vitalità e un sense of humor alla Dorothy Parker. Attraverso quali percorsi biografici e più prettamente narrativi è arrivata a cesellare questa personalissima cifra stilistica?

Sicuramente un ruolo fondamentale lo hanno avuto i miei genitori, in particolare mio padre e mia sorella, che soffrivano di una malattia mentale e si sono suicidati. Nella mia famiglia era, quindi, necessario andare verso la luce, l’allegria, il lato divertente della vita. Fare in modo che tutto fosse ok. Il mio ruolo era un po’ quello di un clown, un pagliaccio che cercava di farli ridere e, indubbiamente, c’è una combinazione tra questa impronta familiare e la mia personalità, una sorta di equilibrio tra commedia e tragedia. Dal punto di vista letterario, poi, mi hanno influenzato Saul Bellow, Kurt Vonnegut e moltissimi altri autori.

Nel 2007 lei ha recitato nel film di Carlos Reygadas Luz silenciosa. Dopo quell’esperienza non ha mai pensato di passare dietro la macchina da presa? Penso a illustri precedenti come Pier Paolo Pasolini, Marguerite Duras…

Mi è piaciuto molto partecipare al film ma non vorrei più recitare! Mi piacerebbe molto, invece, diventare regista. Ho anche un diploma in studi cinematografici. Quando ero giovane ero circondata da persone da cui traevo ispirazione e mi sarebbe piaciuto molto dirigere un film. Adoro il cinema neorealista e il cinema italiano in generale.

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Il romanzo Donne che parlano, di Miriam Toews, è stato recensito su PULP Libri; come anche Un complicato atto d’amore, la cui recensione verrà ripubblicata oggi sul nostro sito nella rubrica PULP Vintage.

 

 

 

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I fucili di William Vollmann

approfondisce UMBERTO ROSSI

Mi si consenta di partire dalla traduttrice, Cristiana Mennella. Lessi per la prima volta The Rifles quando ancora la traduzione italiana era di là da venire (anzi, neanche si sapeva bene se ci sarebbe mai stata); fu una lettura che mi trascinò nel vortice di neve e ghiaccio di una tempesta artica, con una potenza e una violenza da lasciarmi attonito. Ebbene, a leggere la traduzione della Mennella (I fucili, minimum fax, pp. 498, euro 19 stampa) ho riprovato, dopo più di dieci anni (fors’anche più di quindici) le stesse sensazioni. Se il Moby Dick melvilliano era (e resta) una balena di romanzo, questo è un iceberg di quelli enormi, come se ne incontrano in quei territori tra Groenlandia e Canada dove Vollmann ha ambientato le sue storie: eppure la Mennella è riuscita a dominarlo. Complimenti.

Veniamo ora al contesto, che è importante per capire questo libro. I fucili esce nel 1994; lunghe sono state le sue peregrinazioni editoriali, che finalmente l’hanno fatto approdare a minimum fax. Si tratta del terzo (in ordine di pubblicazione) dei Sette Sogni: una folle e colossale impresa che (a mio modesto avviso) darà a Vollmann una fama duratura, una serie di sette romanzi storici che partono con La camicia di ghiaccio (Alet, 2007), dove si racconta l’incontro o meglio lo scontro tra i vichinghi e gli indiani americani intorno all’anno Mille; continua con Venga il tuo regno (Alet, 2011), incentrato sulla tragica storia degli uroni e del loro rapporto con i gesuiti francesi del Quebec; segue I fucili, del quale parleremo in questo articolo; quindi abbiamo Argall: The True Story of Pocahontas and Captain John Smith (2001) ancora non tradotto in italiano; e infine The Dying Grass, uscito nel 2015 negli Stati Uniti e anch’esso inedito da noi. A questi cinque ponderosi volumi (Argall ammonta a più di 700 pagine, The Dying Grass supera le 1.300) ne andrebbero aggiunti due che Vollmann ancora non ha scritto, e cioè The Poison Shirt, che dovrebbe raccontare la guerra tra i coloni puritani del New England e gli indiani Wampanoag, e The Cloud-Shirt, descritto dall’autore in questi termini: «Navajo contro Hopi (o forse Navajo contro compagnia petrolifera) in Arizona».

Se pensiamo che Argall tratta dell’incontro tra i colonizzatori inglesi delle Virginia e il popolo nativo dei Powhatan, e che The Dying Grass racconta lo sterminio delle tribù indiane delle grandi pianure, appare chiaro che questo colossale ciclo di romanzi è tutto incentrato sulla storia degli Stati Uniti, ripercorsa attraverso una serie di collisioni (forse questo è il termine giusto) tra le popolazioni originarie del Nordamerica (quelli che noi continuiamo a chiamare indiani) e gli europei, a partire dall’anno mille per arrivare al ventesimo secolo (periodo in cui dovrebbe essere ambientato l’ultimo romanzo). Un tema tremendamente impegnativo, per affrontare il quale Vollmann ha avuto bisogno di una tela enorme: sommando i volumi già pubblicati, siamo ben oltre le 3.000 pagine.

Come gli altri romanzi della serie, I fucili è basato su un considerevole e scrupoloso lavoro di ricerca, e in questo Vollmann è un classico romanziere americano. Da quelle parti esiste l’espressione to research a novel, che si può rendere vagamente come «fare ricerche per poi scrivere un romanzo». Come vedete, la loro è più sintetica; e se uno ci pensa un attimo vengono in mente i due padri del romanzo americano, Nathaniel Hawthorne con la sua Lettera scarlatta, che ricostruisce la vita dei puritani del New England alla metà del Seicento, e Herman Melville che associa alla storia di Moby Dick e del capitano Achab una vera enciclopedia della baleneria. E non dimentichiamo che Melville quando parlava di balene e baleniere non solo aveva fatto i compiti, ma era stato sul campo, marinaio imbarcato su un veliero impegnato nella caccia al più grande animale del mondo. E poi c’è Hemingway, che consigliava agli scrittori di parlare di ciò che conoscono, che era stato a Parigi e a Pamplona prima di scrivere Fiesta e ripetutamente in Italia prima di cominciare Addio alle armi. Da questa tradizione di romanzo nato dall’esperienza diretta, e di costruzione del testo fondata sulla ricerca documentale, proviene Vollmann, nella scia di questi illustri predecessori, ma anche del grande vecchio della narrativa americana, Thomas Pynchon, altro instancabile topo di biblioteca.

Però Vollmann è più hemingwayano che pynchoniano. Lui non è invisibile come zio Tom; nel suo romanzo ci deve stare. Lui, William T. Vollmann, con i suoi occhiali e la sua camicia a quadrettoni. Cosa diceva a Fabio Zucchella nella bella intervista che uscì sul numero 29 di PULP Libri? leggete, leggete.

Con la serie dei Seven Dreams ho cercato di andare nei luoghi in cui si sono svolti gli eventi di cui poi avrei voluto parlare, per ricreare i meccanismo della coscienza individuale del protagonista: così ho pensato che il modo migliore di farlo era quello di vedere ciò che lui aveva visto. Se Eric il Rosso aveva vissuto in una certa casa in Islanda, la cosa migliore che potessi fare era andare alle rovine della casa di Eric il Rosso in Islanda, e guardarmi attorno per vedere i fiordi, le navi, la vegetazione eccetera, per scoprire in che modo l’ambiente poteva influenzare il personaggio, per cercare di ricostruirne il comportamento. Ecco perché i Seven Dreams li chiamo Libri dei Paesaggi Americani. (…) E proprio per la stessa ragione, se devo scrivere di una prostituta che fuma crack, io devo fare del sesso con le prostitute e trascorrere giorni e settimane con loro, e fumare crack assieme a loro… (…) Altrimenti che scrittore sei, se ti inventi le cose?

Va detto che I fucili ricostruisce la storia della tragica spedizione delle due navi inglesi, l’Erebus e il Terror (nomen, omen…) che, al comando di Sir John Franklin tentarono disperatamente di trovare il leggendario passaggio a Nord-Ovest tra il 1846 e il 1848, restando poi imprigionate tra i ghiacci. Nessuno dei membri dei due equipaggi tornò a raccontare la storia, che è stata ricostruita a pezzi e bocconi negli anni successivi da diverse spedizioni inviate alla ricerca di Franklin e dei suoi uomini. Quasi certamente morirono tutti di malattie e di fame, in un ambiente che definirlo inospitale è fargli un complimento. Altro fattore chiave del disastro fu la fornitura di carne in scatola (all’epoca una novità) che causò un avvelenamento da piombo, e i pessimi rapporti con gli inuit – quelli che chiamiamo erroneamente eschimesi – gli unici capaci di sopravvivere in quelle terre estreme. Se vogliamo, è la storia di una folle ambizione, di una sorta di ricerca dell’Eldorado, ma non nelle torride giungle sudamericane, quanto nelle rarefatte distese di ghiaccio dell’Artide. Una follia che porterà alla disperazione e alla morte. Non sarà un caso se questa vicenda è stata anche raccontata da uno scrittore horror come Dan Simmons, nel suo romanzo La scomparsa dell’Erebus, dal quale è stata anche tratta una serie televisiva, The Terror (il romanzo di Simmons è anche stato ristampato in Italia col titolo originale per sfruttare l’effetto traino della serie TV).

Ebbene, Vollmann non si è limitato a raccontare quel «folle volo», a tratti di dantesca grandiosità, ma è andato a passare diversi giorni nella base artica americana abbandonata di Isachsen, sull’isola di Ellef Ringnes, per vedere cosa si prova quando fuori si sta trenta o quaranta gradi sotto zero; e non contento di questo, è andato a vivere tra gli inuit ormai inurbati, e intreccia alla storia del viaggio di Franklin quella della sua relazione con una giovane inuit di nome Reepah, con la quale entra in contatto si potrebbe dire carnale col popolo dell’estremo nord. Entrambe queste storie parallele si intrecciano incessantemente con la vicenda di Franklin e della sua disastrosa spedizione, con la massima indifferenza per l’ordine cronologico degli avvenimenti, tanto che la narrazione inizia proprio con Vollmann in cammino sull’isola di Cornwallis, «con il mare sempre appena oltre un piccolo dosso ghiaioso, e il sole come un bianco disco abbagliante nella parete di nubi», senza mai raggiungere la riva e le onde del mare artico.

Vollmann è minuzioso nella sua ricostruzione sia delle proprie esperienze personali che dei fatti storici: inserisce nel romanzo cartine disegnate da lui (con uno stile assai personale e decisamente affascinante), schizzi dei luoghi visitati, persino un dettagliato elenco dell’equipaggiamento che ha portato con sé a Resolute per sopravvivere in un ambiente decisamente letale. E onestamente ammette di aver sbagliato sacco a pelo, narrando delle sofferenze che questo errore tecnico gli ha causato. Come pure elogia il fucile a pompa che si è portato appresso per difendersi dagli orsi polari, bellissimi da vedere in TV ma in realtà micidiali predatori che non esitano minimamente ad attaccare l’uomo.

E proprio sui fucili bisogna chiudere il discorso su questo romanzo-memoriale dove il confine tra vita vissuta e storia ricostruita è quantomai labile. Perché sono queste armi a dare il nome al libro? Ma perché Vollmann ci tiene a spiegare che a sottomettere gli inuit, e a fargli fare la fine degli altri popoli nordamericani, quasi spazzati via dalla civiltà degli europei venuti nel loro continente, non fu tanto il fatto di essere sprovvisti di armi da fuoco. Al contrario: fu fatale la scelta dei bianchi di vendere i fucili agli inuit, per poi fornire loro le pallottole a prezzi folli. Fu proprio il fatto di essere muniti della letale tecnologia europea a rovinare gli inuit, costretti a cacciare animali da pelliccia in quantità industriale per acquistare le munizioni con cui abbattere gli animali dei quali alimentarsi (essendo la loro, a causa delle caratteristiche dell’ambiente polare, una dieta pressoché esclusivamente carnivora). E anche questa triste storia di sfruttamento e devastazione ambientale ci viene raccontata da Vollmann, o meglio, come lui stesso ama definirsi, William il cieco.

I fucili è un romanzo (se così lo possiamo definire), follemente ambizioso, quasi quanto il piano di Franklin di raggiungere il Pacifico passando a nord del continente americano (cosa che oggi, col riscaldamento globale, si può fare abbastanza agevolmente). Ma l’ambizione dell’idea narrativa di Vollmann è sostenuta da un considerevole talento letterario (personalmente lo ritengo il più dotato e originale nella generazione dei cinquantenni, quella che segue i mostri sacri Roth, Pynchon, McCarthy e Morrison), e anche da una disarmante modestia, visto che presenta la sua scombinata impresa polare più come un’idea bislacca e a momenti mortale che come un’impresa eroica. E in qualche modo la sua follia diventa metafora di quella del navigatore inglese e dei suoi uomini, in un complesso gioco di specchi che è forse il pregio più rilevante di questo libro-iceberg, la cui pubblicazione è a mio modesto avviso il vero evento letterario dell’anno.

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Diffidare del gene egoista

Siri Hustvedt, Le illusioni della certezza, tr. Gioia Guerzoni, Einaudi, pp. 284, euro 21 stampa, euro 10,99 ebook

recensisce SARA TOSETTO

«Il dubbio è una virtù per l’intelligenza»

Simone Weil

È vero che il patrimonio genetico determina il nostro destino? Come si passa dai neurone al pensiero? Qual è il rapporto tra la mente e il corpo? Come ci ricorda Siri Hustvedt in questo libro affascinante, solo una cosa è certa: che ci piaccia o no, a quanto pare la scienza non ha ancora trovato una risposta soddisfacente a questi interrogativi così basilari. L’autrice passa in rassegna alcune delle teorie scientifiche e filosofiche più autorevoli, e traccia una differenza significativa tra le ipotesi più popolari nel mondo scientifico e nella nostra società. Testi divulgativi che propugnano la natura computazionale della mente e quella del cosiddetto «gene egoista» (Hustvedt cita in particolare Come funziona la mente di Steven Pinker) hanno un forte seguito nei media; eppure si tratta di teorie che incontrano resistenze e confutazioni crescenti in vari ambiti nella comunità scientifica. Perché questa concezione meccanicista – eredità cartesiana e baconiana – che vede il pensiero come calcolo, e la mente come un computer razionale ha così tanto successo, se una parte consistente della comunità scientifica è contraria?

Anche se, fedele al titolo, Le illusioni della certezza sembra fornire più domande che risposte, in questo caso la spiegazione è abbastanza chiara: il pubblico tende ad accogliere le idee che preferisce sentirsi raccontare – quelle che confermano determinate credenze già presenti e diffuse a livello di senso comune, soprattutto se sono esposte in modo chiaro e facilmente comprensibile. Hustvedt ci mostra come i concetti introdotti da alcuni grandi pensatori che mettevano in dubbio la visione meccanicistica (Giambattista Vico e la brillante Margareth Cavendish, contemporanea di Cartesio e Bacone, su tutti) siano stati a lungo ignorati, o piegati alle credenze dell’epoca e parzialmente stravolti: citando Goethe, «se una falsa ipotesi […] diventa generalmente accettata e si trasforma in una convinzione che non è più messa in dubbio […], diventa il male a causa di cui si soffrirà per secoli». Qualcosa di simile è avvenuto in parte con le idee di Darwin, che era influenzato dal contesto romantico, fieramente anti-meccanicista; le sue «gemmule» portatrici delle caratteristiche ereditarie in origine erano unità «morbide», passibili di mutamento in seguito all’interazione con l’ambiente; nel pensiero dei suoi epigoni sono diventate unità più rigide, portando alla icastica (e quindi popolare) concezione del «gene egoista» sviluppata da Richard Dawkins e sposata da Pinker e altri scienziati che promuovono una corrispondenza rigida e necessaria tra patrimonio genetico e identità.

Hustvedt si avvale delle sue doti di professionista della scrittura per indagare ambiguità e preconcetti che emergono dai testi scientifici specialistici e divulgativi, presenta esperimenti neurologici e teorie filosofiche note e meno note con grande agilità e competenza, evidenziando come la preferenza per una visione rigida e immutabile del patrimonio genetico nasconda una concezione deterministica e soprattutto conservatrice; sotto le pretese di oggettività, queste teorie non appaiono solo culturalmente determinate, ma sono frutto di una visione del mondo ben precisa: «oserei dire che la nozione di fisso o cablato dev’essere molto più piacevole per chi è soddisfatto del proprio destino nel mondo» (ovvero il maschio bianco, suggerisce Hustvedt). Forse l’autrice esagera un po’ quando vede l’uomo presentato da Dawkins come «un inarrestabile robot maschio egoista, arrapato ed eterosessuale che non si fermerà davanti a nulla pur di diffondere il suo seme», ma se gli scienziati sono prevalentemente maschi e se la loro mentalità è frutto di una costruzione socio-culturale, è inevitabile che il loro pensiero ne risenta e la loro ricerca ne sia in qualche modo plasmata.

Al moderno meccanicismo Hustvedt oppone un approccio più costruttivista, ricordandoci come la consapevolezza dell’interazione mente-corpo e individuo-ambiente rivesta un’importanza crescente nella ricerca; in questo senso, la nostra natura di mammiferi – nati nel grembo materno prima che da esso, – e di animali sociali svolge un ruolo cruciale. È sempre più evidente che l’interazione tra madre (e/o figure parentali) e bambino nei primi anni di vita è fondamentale per lo sviluppo dell’individuo; anche qui niente di nuovo, si potrebbe dire – ma Hustvedt osserva che da importanti studi è emerso come una quantità impressionante di caratteristiche dell’individuo, non ultimo una fetta consistente della sua personalità, dipende proprio dallo stile di interazione tra madre e figlio. Non solo: certi traumi possono addirittura influenzare l’espressione del patrimonio genetico. Alcuni scienziati si sono spinti a ipotizzare che l’effetto placebo, uno dei fenomeni più misteriosi che riguarda la nostra mente, possa essere riconducibile a queste interazioni primarie: la mente innesca il meccanismo di guarigione perché associa la situazione (es. medico gentile che ci offre promettenti pillole rosa) ai ricordi inconsci di una situazione di benessere originaria derivata da un’interazione simile avvenuta con la figura materna. E che dire dei numerosi casi di cecità e di gravidanze isteriche? Anche in questi casi, pensieri, paure e desideri creano alterazioni importanti nelle funzioni corporee. La verità è che «non sappiamo come i fattori psicologici si relazionino a quelli neurobiologici. L’anello mancante è di enormi proporzioni». È evidente che la teoria computazionale della mente ne esce fortemente ridimensionata.

A questo proposito, Hustvedt propone un’interessante disamina degli esperimenti legati alla creazione di un’intelligenza artificiale, che finora si sono scontrati con una serie di fallimenti inequivocabili; nonostante l’ottimismo di molti scienziati, sempre pronti a giurare che la creazione di una macchina pensante pressoché indistinguibile dall’uomo sia dietro l’angolo. In realtà Hustvedt dimostra come questo traguardo sia di fatto lontanissimo. I robot sembrano ben lontani dal produrre forme di pensiero autonomo, e men che meno provare emozioni – che forse hanno un ruolo più importante del previsto nella produzione e articolazione del pensiero. D’altro canto, l’importanza dei tropi e in particolare delle metafore (già individuata da Vico, che le radicava nelle nostre esperienza corporee) nell’articolazione del pensiero è sempre più chiara. Hustvedt cita anche filosofi e studiosi come Maturana e Varela e Simone Weil, secondo la quale la realtà non esiste a prescindere, ma è plasmata dalle nostre percezioni. Se davvero la nostra mente funzionasse come un computer, se il nostro pensiero fosse assimilabile a mero calcolo razionale, dovrebbe essere possibile produrre macchine intelligenti. A quanto pare non è così – il che semina ulteriori dubbi sull’attendibilità del modello computazionale della mente, giudicato un’eccessiva semplificazione.

Nella ricerca di una nuova razza immortale e asciutta, senza inizio e fine, nascita e morte (recentemente esemplificata anche da Don DeLillo nel romanzo Zero K), Hustvedt legge un rifiuto, se non una paura, del corpo mortale che corrisponde al rifiuto/paura della donna nella tradizione culturale occidentale, e stabilisce un’equivalenza tra mente razionale e uomo da un lato, e corpo impuro e donna dall’altro. Viene da chiedersi però come giustifica l’autrice la tradizione trobadorica e stilnovista nella cultura occidentale: forse un tentativo dell’uomo di riscattare (o negare?) il principio femminile astraendolo dal corpo impuro e caduco e attribuendogli una valenza salvifica (vedi Dante con Beatrice?). La questione è affascinante e certamente complessa.

In alcune delle pagine più suggestive del libro, H. indaga ulteriormente il significato del binomio puro/impuro e ripropone le tesi dell’antropologa Mary Douglas in Purezza e Pericolo, che collega il concetto all’idea di confine: «l’inquinamento si manifesta quando i confini di una qualsiasi struttura, forma o corpo sono minacciati in quei luoghi minacciosi e indefiniti». Viene da pensare: quella del superamento dei confini – geografici e non solo – non è forse la grande paura del nostro tempo? È chiaro che se un essere umano potesse essere «disincarnato, tradotto e riprodotto sotto forma di informazione» queste preoccupazioni verrebbero placate. Questo distillato asciutto di umanità non coincide forse con un’idea di anima? «Un’anima per una nuova era», finalmente priva dal timore di contaminazione che ha plasmato il cristianesimo paolino ed è arrivata fino a noi passando per Cartesio. Chissà cosa ne penserebbero grandi scrittori di fantascienza come Philip K. Dick, che hanno contribuito a forgiare il nostro immaginario anche per quanto riguarda il rapporto tra corpo, mente e anima. Da questo punto di vista Hustvedt è forse un po’ evasiva, limitandosi a citare gli esempi cinematografici più famosi (L’invasione degli ultracorpi e 2001 Odissea nello spazio), ma che dire per esempio di film come Matrix e serie tv come Black Mirror e Westworld, al contempo specchio e laboratorio culturale di queste idee? Pur non prendendo in considerazione queste serie tv il saggio di Hustvedt (uscito nel 2016, lo stesso anno della messa in onda della prima stagione di Westworld) ha l’importante merito di fare il punto su alcuni snodi fondamentali della cultura del nostro tempo, adottando un approccio interdisciplinare ma allo stesso tempo rigoroso e aperto a stimoli diversi. «Le mie stesse opinioni sono soggette a una revisione continua» ammette. Ma «la disponibilità al ripensamento non significa incapacità di discriminazione […]. Significa considerare con attenzione le prove che contraddicono quello che davi per scontato. Significa rimescolare di continuo le acque. […] Senza il dubbio non potrebbe nascere nessuna idea, nessuna opera d’arte e, anche se può spiazzare, è nondimeno molto entusiasmante».

http://www.einaudi.it

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Intervista a Donatella Di Pietrantonio

recensisce e intervista VALENTINA MARCOLI

L’odontoiatra pediatrica Donatella di Pietrantonio, residente a Penne e di origine abruzzese, è salita alla ribalta con la vittoria del Premio Campiello 2017 con L’arminutaViene ora ripubblicato da Einaudi, la casa editrice che tanto la sostiene e le ha permesso di farsi conoscere ai lettori, un suo precedente romanzo, Bella mia, (pp. 182, €12,00 stampa, €7,99 eBook), uscito nel 2014 per i tipi di Elliot. Dal momento che in quel periodo la nostra Rivista era temporaneamente assente, ci pare giusto recensirlo ora; ma Valentina Marcoli non si è limitata a questo, ha anche intervistato l’autrice. Cominciamo dunque con la recensione.

Il 6 aprile del 2009 il terremoto ha distrutto l’Aquila. È successo alle 3:31 e una città misteriosa, in apparenza chiusa e riservata, restia all’aprire le sue braccia per accogliere turisti e studenti pendolari, è andata perduta. E poi c’è quel numero, quel novantanove come le chiese, le piazze, le fontane, i castelli che era e non è più. E non sarà più. Bella mia è un inno d’amore per una città magica in cui la Di Pietrantonio, vincitrice del Premio Campiello 2017 con L’arminuta, ha vissuto, ha studiato, ha instaurato rapporti d’amicizia. Bella mia è la canzone che cantano gli aquilani anche da sfollati, i fortunati che dal tendone di prima accoglienza sono stati successivamente trasferiti nelle C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili).

L’autrice è stata colpita solo marginalmente, come racconta nella toccante postfazione: era a Penne con il figlio di dieci anni e un marito all’estero per lavoro. Pochi i danni, ma tante le ferite rimaste nel cuore e negli occhi. La Zona Rossa del romanzo invece raccoglie le macerie della casa di Olivia e del figlio adolescente Marco, della sorella gemella Caterina e della mamma delle due donne. Dislocate a pochi metri di distanza ma considerate inagibili. Tre case, tre generazioni, tre differenti approcci al trauma.

Olivia non sopravvive, muore colpita da una trave, e lascia il figlio Marco alle cure della sorella Caterina e della madre. Il padre del ragazzo, Roberto, vive a Roma con la nuova compagna, fa il musicista e per via del suo carattere troppo tenero ha difficoltà a gestire lo tsunami emotivo di Marco. Tra gesti di forte ribellione, incoscienti incursioni nella vecchia casa rimasta in piedi per metà e bravate varie infatti, le ha tutte vinte. È importante però sottolineare due aspetti: il delicato quanto preciso tratteggio dei personaggi che affrontano un lutto che li segna tutti ma in modi differenti; e poi la rinascita, l’inventarsi per cause di forza maggiore una vita nuova, dove sullo sfondo s’intravede la speranza di ricostruire il passato all’Aquila.

Caterina ha perso la gemella, una metà che la completava, e questa mancanza la costringe a tirare fuori il suo carattere, a prendere decisioni in solitudine, e non ultimo a fare da madre al nipote, lei che di figli manco a parlarne. La madre di Olivia ha perso una figlia con ancora tanta vita davanti e questa è una cosa contro natura, un lutto che nemmeno ha nome sul dizionario. Infine c’è Marco, un ragazzo che ha perso la madre, il suo punto di riferimento, la sua bussola nel caos dell’adolescenza. Tre differenti modi di affrontare un’assenza improvvisa ma che al contempo li unisce e li rafforza.

Sullo sfondo – ma neanche troppo – l’illusione di ricostruire di una città crollata, e il coraggio degli sfollati che non perdono la speranza di tornare a vivere nelle loro vecchie case, mai, neanche quando il tempo passa e le abitazioni provvisorie che occupano iniziano a deteriorarsi e lo Stato, all’inizio subito presente, altrettanto velocemente si dimentica di loro, abbandonandoli ai loro problemi. Sono costretti dalle vicende a reinventarsi, a risorgere come la fenice dalle ceneri e ad adattarsi a nuove regole e abitudini. Si addormentano con le immagini dell’Aquila che apre le ali e spicca il volo, intatta e imbattibile.

La Di Pietrantonio riesce in qualcosa di complesso e delicato al tempo stesso, con il suo stile asciutto e duro dà vita ad un romanzo intenso ed essenziale, descrivendo alla perfezione un istante in cui tutto c’è e l’istante dopo tutto è macerie, e le emozioni che vibrano dentro chi questo l’ha vissuto sulla pelle.

E ora, l’intervista.

Il tema della maternità a lei tanto caro è sicuramente più presente negli altri suoi romanzi: in Bella mia è palpabile, direi quasi per osmosi visto che Caterina che non vuole avere figli si ritrova a dover crescere il nipote, orfano della madre morta nel terremoto.

Il tema della maternità è un po’ il mio tema che ripropongo da un libro all’altro rivestendolo di trame diverse. In Bella mia mi interessava esplorare questa dimensione di maternità in cui ci si può ritrovare al di là delle nostre intenzioni, come succede a Caterina che si vede costretta dalle circostanze a improvvisarsi madre, per di più non di un bambino piccolo ma di un adolescente scontroso. Volevo mostrare come questa donna che si è sempre sentita incapace di occuparsi di un altro, a cui sembra difficile perfino sostenersi da sé, riesca ad attingere alle sue risorse interiori e a far da madre al nipote in lutto.

Ha più volte ribadito che concilia le ore dedicate alla scrittura e al suo lavoro di Odontoiatra dividendosi tra giorno e notte/alba, ma ciò che le chiedo è del suo particolare «non-metodo» di scrittura. Me ne vuole parlare?

Non-metodo nel senso che non sono una scrittrice sistematica, che dedica un preciso numero di ore alla scrittura dalle/alle, né un numero preciso di pagine, o con un piano dell’opera definitivo in mente. Parto da un’idea forte, un’urgenza narrativa da sviluppare e da cui mi lascio guidare senza una struttura predefinita di romanzo, parto da quest’idea bruciante, mi metto in ascolto della storia e dei personaggi.

Com’è il suo rapporto con i lettori, sui social e di persona? E con gli abitanti di Penne, la riconoscono?

Sì, capita che mi fermino, adesso sì. Non sono affatto una persona social, esiste una pagina Facebook dedicata all’Arminuta ma viene gestita dall’ufficio stampa. È un aspetto che non rientra nella mia modalità. Mi piace molto invece instaurare un rapporto con i lettori, incontrarli ai festival o durante le presentazioni. I lettori restituiscono all’autore il libro che loro hanno letto e che non necessariamente corrisponde al libro dell’autore, svelano dei particolari che gli sono sfuggiti, molte cose che inconsapevolmente l’autore inserisce nel romanzo e che loro sono molto bravi a scovare.

Da quando L’arminuta si è aggiudicata il Premio Campiello nel 2017 ed Einaudi ha ripubblicato i suoi precedenti lavori, ha notato delle differenze tra i lettori? Mi spiego: trova che chi ha amato L’arminuta abbia poi acquistato anche i suoi precedenti romanzi?

Sì è successo. Einaudi ha ripubblicato solo Bella mia perché i diritti di Mia madre è un fiume non sono ancora scaduti, comunque i lettori dell’Arminuta sono infinitamente più numerosi e tanti hanno intrapreso per curiosità il percorso inverso di lettura dei mie precedenti romanzi, andando a ritroso.

Nella postfazione di Bella mia ha raccontato di essere a Penne durante il terremoto che ha colpito l’Aquila nel 2009, però è indiscutibile la sua capacità nel descrivere alla perfezione tutto ciò che gli sfollati hanno vissuto e provato, durante ma anche nel periodo successivo all’accaduto. Com’è riuscita ad entrare tanto nella psicologia di queste vittime? Tra l’altro ha specificato di non aver perso nessuno.

Anche se lo scrittore non ha subito una perdita reale può comunque riuscire ad immedesimarsi, ad identificarsi in chi invece ha vissuto il lutto, l’abbandono perché questi sono vissuti universali, si può quindi entrare nelle teste di chi ha sperimentato tutto questo. Il terremoto, anche se nella mia zona è stato gentile, mette in condizioni di precarietà e angoscia perché anche se non crollano le case, crollano le certezze. Ho degli amici all’Aquila e ho vissuto anch’io momenti di angoscia quando non sono riuscita a contattarli subito.

La notizia del terremoto del 2009 è passata un po’ nel dimenticatoio, lei ci è poi tornata, ha rivisto la Zona Rossa, com’è la situazione allo stato attuale?

L’Aquila è il più grande cantiere d’Europa anche se c’è un gran fermento ricostruttivo e i lavori proseguono. C’è però ancora molto da fare, occorre far tornare la vita, far tornare la gente.

E’ particolare la scelta di raccontare una sorella che perde la gemella, ai fini narrativi: era forse suo intento tratteggiare l’atteggiamento, l’approccio, la reazione di tre differenti generazioni alla calamità?

L’idea era di mostrare come diverse persone, e non solo diverse generazioni, rispondono al dolore. C’è la reazione composta della nonna sicuramente più temprata, più abituata ad affrontare il dolore, la sua capacità di difendersi attraverso la fede, e a vivere un lutto devastante come quello di perdere una figlia. Nonostante tutto però si ripropone come madre non solo per la figlia e per il nipote ma anche per una vicina molto più giovane che affronta lo stesso lutto, per cui madre di una madre. Una risposta più articolata è invece quella di Caterina perché è la protagonista della storia, di conseguenza ha più spazio narrativo, e infine la risposta di Marco che è un adolescente orfano della madre.

Quest’anno è stato un anno tutto «rosa» per quanto riguarda i premi letterari (Campiello, Strega e Bancarella). Conosce le vincitrici e i relativi romanzi?

Sì, conosco Rosella Postorino ed Helena Janecezek, le stimo entrambe molto.

Crede che forse lo scenario della narrativa contemporanea si stia accorgendo delle capacità femminili o che sia un contentino per i fatti di cronaca, italiani e non?

Mi auguro di no! Spero che quest’anno le donne abbiano scritto libri di qualità, meritevoli di essere premiati. Non penso che si sia deciso di selezionare i premi in base alle quote rosa ma che siano state premiate per il loro valore, sono contenta per loro. Non credo che sia stato un regalo ma che se lo siano guadagnato.

Un’ultima domanda: ha mai ricevuto richieste particolari che l’hanno fatta ridere o sorridere per qualche motivo, dai suoi lettori o dai suoi pazienti lettori?

A volte capita che mi chiedano delle dediche precise, sotto dettatura: ad esempio mi è capitato che un marito per la moglie mi dicesse cosa scrivere. Mi fa sorridere, trovo questa cosa tenera.

Durante le presentazioni invece il 50% delle domande si ripetono sempre, uguali e poi per l’altro 50% sorprendono. Soprattutto con i ragazzi nelle scuole. Anche lì le prime domande sono standard di solito, «Perché quel personaggio non ha un nome?», oppure «Perchè lo ha fatto morire così?». Recentemente sempre i ragazzi mi hanno chiesto  «Ma lei non si sente un po’ cattiva quando sceglie di far morire quel personaggio così, in maniera tanto crudele?» e anche questo mi ha fatta sorridere.

Della Di Pietrantonio la nostra Rivista ha recensito anche il romanzo L’arminuta. Ringraziamo Clementina Pace per le fotografie della scrittrice.

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California selvaggia

Il detective inselvatichito di Jonathan Lethem

riferisce UMBERTO ROSSI

Sinceramente, non so se il titolo dell’ultimo romanzo di Jonathan Lethem, The Feral Detective (Harper Collins, 2018), verrà veramente reso così quando verrà tradotto (spero presto). Del resto feral vuole anche dire brutale, feroce, selvaggio. E tutti i significati dell’aggettivo s’adattano al personaggio di Charles Heist, che giustifica il titolo del romanzo, nonostante non si possa dire che ne sia veramente il protagonista. Io narrante della vicenda è invece una donna, Phoebe Siegler, che a tutti gli effetti potrebbe essere l’antitesi di Charles. Lui è laconico se non taciturno; lei è logorroica al limite dell’isteria. Lui californiano, lei newyorkese. Lui vive nell’Inland Empire, una zona semiselvaggia nell’entroterra; lei è il classico animale metropolitano, al punto che le montagne della California e il cielo non schermato dai grattacieli la mettono a disagio. Lui è un uomo d’azione, un investigatore privato specializzato nel recuperare ragazzi e ragazze scappati di casa e magari finiti dentro sette e culti dei quali lo stato sul Pacifico non è mai a corto; lei una giornalista del New York Times stravolta per la vittoria elettorale di Trump. Lui un tipo selvatico e schivo; lei un’intellettuale sofisticata e loquace. Lui è uscito da un film dei fratelli Coen; lei da una pellicola di Woody Allen.

Eppure questi due personaggi agli antipodi del paesaggio geografico e umano degli Stati Uniti s’incontrano e finiscono col cooperare, non senza fraintendimenti e sospetti, perché Phoebe è venuta in California, in un ambiente per lei del tutto alieno e vagamente minaccioso, nel tentativo di recuperare Arabella, la figlia della sua migliore amica, recatasi sulla west coast per motivi di studio ma poi sparita dal suo alloggio nel college. Un’assistente sociale consiglia a Phoebe di rivolgersi a Heist per rintracciare la ragazza; ed è così che questa improbabile coppia si trova impegolata in un’indagine che li porterà prima sulle montagne della California poi nel deserto del Mojave, nel bel mezzo di comunità primitiviste uscite dalla civiltà (o quasi); un’indagine che, nella migliore tradizione dell’hard-boiled, incappa ben presto in qualche cadavere, e metterà a rischio la vita dei due protagonisti. E come nei migliori hard-boiled, è la voce narrante del protagonista con la sua ironia e il suo uso barocco dell’inglese d’America a caratterizzare il testo – però, data la laconicità del vero detective, tocca a Phoebe, con la sua voce da intellettuale newyorkese, di raccontare la storia e fare battute: come se nel Grande sonno la voce fuori campo fosse quella di Lauren Bacall (o meglio di Diane Keaton) e non quella di Humphrey Bogart. Ribaltamento mica da poco.

Insomma, Jonathan Lethem ha scritto un altro giallo. L’aveva già fatto anni fa, precisamente nel 1999, quando pubblicò Brooklyn senza madre (Bompiani, 2014), tradotto già l’anno dopo da Tropea con l’orripilante titolo Testadipazzo; quel giallo metropolitano e stralunato, incentrato sul detective dilettante Lionel Essrog, appassionato di Prince e affetto dalla sindrome di Tourette, segnava una svolta importante nella carriera letteraria di Lethem. Fino ad allora, infatti, lo scrittore newyorkese emigrato a Berkeley per motivi di studio aveva pubblicato una serie di sorprendenti romanzi di fantascienza, surreali e ironici, animati da una vena visionaria e da una prosa originale e barocca: Concerto per archi e canguro (Bompiani, 2013), Amnesia moon (minimum fax, 2003), Ragazza con paesaggio (Tropea, 2006), più una serie di racconti e un campus novel che faceva un po’ troppo il verso a Don DeLillo, Oggetto amoroso non identificato (Tropea, 1999). (Ci terrei a far notare che il primo a essere pubblicato fu proprio il romanzo più debole di questa prima fase della produzione di Lethem, nonostante nel 1999 questi quattro romanzi fossero già usciti tutti in America). Brooklyn senza madre segnava una sorta di cesura, l’abbandono della fantascienza, il ritorno a New York, città di nascita di Lethem. Back to the roots, si potrebbe dire.

Non a caso la successiva opera dello scrittore di Gowanus (il quartiere di Brooklyn dove è nato) sarebbe stata ben più voluminosa delle precedenti e dalla marcata vena autobiografica, La fortezza della solitudine (ora Bompiani, 2016, ma transitato per Tropea e Il Saggiatore): è difficile non vedere nel protagonista della storia, Dylan Ebdus, un alter ego di Lethem; come lui ha un padre artista d’avanguardia e una madre attivista politica, come lui cresce in un quartiere prevalentemente afroamericano dove i bianchi sono la minoranza (che è evidentemente Gowanus); come lui perde la madre presto (nel romanzo perché lascia la famiglia, nella vita reale perché Judith Frank Lethem morì di tumore quando il figlio aveva tredici anni); come lui inizia gli studi in un college di lusso nel New England, ma lo abbandona per andarsene a Berkeley, in California (che lo scrittore raggiunse con l’autostop). E come Lethem, Dylan è appassionato di musica, talché il romanzo è una cavalcata nei suoni degli anni Settanta: dal soul e funky, alla rivoluzione punk, alla new wave (Talking Heads e CBGB in testa), alle origini del rap (tra i cui pionieri c’è proprio il fratello di Lethem, Blake, allora noto come Lord Hopscotch): la traversata di un decennio epico della musica bianca e nera, col rap a segnare il momento in cui le due tradizioni confluiscono.

Comunque, non è a New York che Lethem diventa scrittore, ma sull’altra costa degli Stati Uniti; in California. Fino a poco prima della sua emigrazione verso ovest aveva avuto l’ambizione di diventare un pittore, come il padre; ma proprio a Berkeley il giovane Jonathan scopre che gli interessano più le parole, e soprattutto s’imbatte in una sorta di spirito guida assolutamente californiano, lo scrittore che l’avrebbe più influenzato agli inizi della sua carriera: Philip Kindred Dick.

Di Dick si può dire tranquillamente che non è semplicemente uno scrittore californiano; è un uomo che ha scritto la California, come è riuscito solo forse a Raymond Chandler, a Nathanael West, a James Ellroy, a Steven Erickson. Berkeley è dove Dick cominciò gli studi universitari, senza mai completarli, e dove lavorò come commesso in un negozio di dischi e radio – commesso come Lethem, che però si guadagnava da vivere (lui lettore compulsivo) in negozi di libri usati, sempre nella stessa cittadina. E a Berkeley il newyorkese emigrato entra in contatto con la Philip Kindred Dick Society, l’associazione dei primi cultori dell’autore di Ubik e di VALIS, allora capitanata da Paul Williams, che stava facendo stampare tutti i manoscritti inediti trovati tra le carte di Dick. Era l’epoca eroica della riscoperta di uno scrittore morto nel 1982, poco prima che Blade Runner lo facesse conoscere anche al di fuori del ghetto fantascientista. Lethem visse quell’epoca pionieristica, e Dick gli entrò nella pagina in modo clamoroso, basti leggere Concerto per archi e canguro, Amnesia Moon e Ragazza con paesaggio per convincersi. Il primo vede animali parlanti convivere con gli umani e suscita echi di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? anche per il mix di giallo e fantascienza, in un futuro non tanto remoto dove ricordare diventa un reato; nel secondo romanzo l’omaggio al Gran Californiano è dichiarato e palese, con una sinossi di Cronache del dopobomba sfacciatamente innestata nella trama; e Ragazza con paesaggio prende dalle Tre stimmate di Palmer Eldritch, riproponendo una terra surriscaldata che sta diventando inabitabile, e da Noi marziani nella parte ambientata sul pianeta degli Archbuilders, immagine anamorfica del wild west, dove i rapporti tra uomini e alieni echeggiano quelli tra americani bianchi e nativi. C’è anche, a leggere tra le righe, John Wayne.

Se Lethem nasce come scrittore professionista in California, allora Brooklyn senza madre va letto come il momento in cui decide di chiudere il suo apprendistato e distaccarsi in qualche modo da quello che fino ad allora è stato il suo spirito guida, uscendo dalla fantascienza e tentando il giallo (che però già era presente, come s’è detto, in Concerto per archi e canguro…), lasciando la costa occidentale e tornando nel suo borough natale, Brooklyn, orgogliosamente sbandierato già nel titolo. Da allora in poi Lethem sembra volersi accreditare come romanziere residente della Grande mela. Dopo La fortezza della solitudine è la volta di Chronic City (Il Saggiatore, 2010), che segue una strampalata coppia di personaggi, l’artista da strada Perkus Tooth e l’attore in declino Chase Insteadman, in una New York post-11 settembre, col primo a bombardare il secondo con le sue eccentriche teorie sulla cultura e l’identità americana, l’arte, la musica, il cinema e tutto il resto dell’universo – soprattutto l’idea ossessiva che per capire gli Stati Uniti bisogna capire veramente Marlon Brando. Sono un po’ Vladimiro ed Estragone, questi due, o la versione postmodernista del dottor Johnson e del suo biografo Boswell; sembrano quasi una coppia di comici, e – a ben guardare – ricordano un po’ anche Phil Dick e Horselover Fat, i due personaggi complementari e speculari del dickiano VALIS. Insomma, dimenticare la California e il suo più originale cantore non è poi così facile; neanche a Manhattan.

Del resto proprio in quel periodo Lethem pagava il suo debito con zio Phil, convincendo la prestigiosa Library of America a pubblicare un volume contenente quattro romanzi di Dick – perché, e diciamocelo, Lethem è uno che nel mondo dell’editoria si sa muovere molto bene, vedi anche la sua instancabile attività di saggista letterario, di curatore di antologie, di prefatore. Il nostro Jonathan è un autentico grafomane, e se si mettono insieme le sue raccolte di racconti, i saggi e i vari scritti occasionali ne viene fuori una massa di materiale decisamente sorprendente per uno scrittore che ha compiuto da non molto cinquant’anni. E ha anche la mano felice, per così dire: il primo volume della Library of America dedicato a Dick (che in origine avrebbe dovuto essere l’unico), contenente L’uomo nell’alto castello, Ubik, Le tre stimmate di Palmer Eldritch e Ma gli androidi sognano pecore elettriche? non vende, stravende, più dei Grandi Classici della Letteratura Americana. Per cui a questa prima raccolta nel seguono altre due, anche queste con buon successo commerciale, incoraggiando così Lethem a sponsorizzare la pubblicazione di parte dell’Esegesi dickiana, curata da Pamela Jackson, uscita da noi per i tipi di Fanucci e accuratamente tradotta da Maurizio Nati. Un’impresa non da poco, tenendo conto che il volume consiste in una selezione di appunti, annotazioni, brevi scritti e altri materiali che Dick aveva buttato giù freneticamente dal 1974 (anno delle ormai celebri visioni di febbraio-marzo) fino al giorno della sua morte; uno zibaldone eterogeneo che non era assolutamente stato concepito per la pubblicazione. Eppure Lethem riesce a farlo uscire in una splendida edizione rilegata. Il ragazzo, bisogna ammetterlo, ci sa fare.

A questo punto esce il quarto romanzo newyorkese del nostro, I giardini dei dissidenti (Bompiani, 2015), e qualcosa decisamente s’inceppa. Le opinioni su quest’opera imponente, che racconta la storia di tre generazioni di attivisti politici a partire dalla comunista Rose Zimmer, sono divergenti; personalmente, dopo il primo capitolo, scritto magistralmente, nel quale si racconta il processo interno cui viene sottoposta Rose dai suoi compagni di partito per aver stretto una relazione adulterina con un tenente di polizia di colore, la storia alterna momenti affascinanti a pagine in cui il virtuosismo verbale va a detrimento della narrazione. Mi è sembrato che il romanzo soffra dello stesso difetto di Oggetto amoroso non identificato, solo che qui non abbiamo Lethem che fa il verso a DeLillo, ma Lethem che pare imitare Lethem. Potenzialmente, questa storia dei dissidenti americani dagli anni Quaranta a Occupy Wall Street avrebbe potuto essere qualcosa di straordinario; ma la ciambella mi sembra riuscita senza il proverbiale buco. Rose, che avrebbe dovuto essere il personaggio chiave del romanzo, resta una figura vaga: si continua a parlare della sua attività politica a Sunnyside Gardens, ma non la vediamo mai veramente in azione. Il suo amante Douglas Lookins rimane anche lui una figura solamente abbozzata, cosa irritante per il lettore che vorrebbe saperne di più, capire come ha vissuto la sua relazione con un’attivista politica bianca e per di più ebrea. In certi momenti Lethem sembra affrettarsi da una scena all’altra, come se non sapesse bene come riempire lo spazio, come collegare la successione degli eventi. E forse il mondo del marxismo americano (ma non solo) gli resta tutto sommato insufficientemente familiare; è faticosa anche la sua resa della Germania Est (nella quale se n’è andato il marito di Rose, Albert, e dove si reca loro figlia Miriam per cercare disperatamente di riallacciare un rapporto col padre).

Che I giardini dei dissidenti segni un’impasse di Lethem ce lo dicono soprattutto i due romanzi successivi, ma soprattutto un dato biografico: lo scrittore torna in California, dove risiede attualmente, tenendo corsi di scrittura creativa al Pomona College. Se a spingerlo a tornare a ovest sia stata semplicemente un’opportunità lavorativa, oppure se il richiamo del west abbia colpito ancora, non sta a noi dirlo. Di fatto il romanzo che segue I giardini dei dissidenti, e cioè Anatomia di un giocatore d’azzardo (La nave di Teseo, 2017) da un lato segna un ritorno in California, dall’altro, nella prima parte, ci mostra un personaggio di Lethem che esce dal perimetro degli Stati Uniti: infatti il protagonista, Alexander Bruno, è un giocatore professionista di backgammon, che campa sbaragliando a colpi di dadi ricchi appassionati di questo gioco, spostandosi continuamente da un hotel a cinque stelle all’altro nelle varie capitali del pianeta, inclusa Singapore. Per uno scrittore americanocentrico come Lethem è un cambiamento a dir poco epocale.

Non riesco a non vedere in Alexander, che a un certo punto perde disastrosamente una partita cruciale di backgammon e una spropositata somma di danaro, ed entra in una crisi nera, aggravata dai sintomi di un tumore alle meningi, l’autoritratto di uno scrittore in crisi che si sta sforzando di reinventarsi e ritrovarsi. Non a caso Alexander scoprirà che l’unico neurochirurgo disposto a tentare di operarlo risiede California. La guarigione è a ovest? Non è impossibile, anche se per tutto c’è un prezzo da pagare, come scoprirà il giocatore in un finale nient’affatto avaro di sorprese decisamente amare, in un’atmosfera di pessimismo e squallore che, per Lethem, è una novità.

Va anche detto che, dopo tre romanzi decisamente voluminosi (La fortezza della solitudine, Chronic City e I giardini dei dissidenti), rispondenti alla maniacale ricerca da parte delle case editrici statunitensi del great American novel (come se non ce ne fossero già abbastanza…), con Anatomia di un giocatore d’azzardo Lethem torna a una misura che a mio modesto avviso gli è assai più congeniale, quella del romanzo da 200-250 pagine, come ai vecchi tempi; e sicuramente questo romanzo convince di più del precedente.

Donald J. Trump, la nemesi

E se tiriamo le somme del percorso letterario del nostro autore, l’ultimo arrivato, The Feral Detective, ambientato anche questo in California, anche se c’è un breve tratto newyorkese (scusate se non spiego come mai, sarebbe criminale farlo), cerca di riconciliare gli opposti. Grazie all’absolute New Yorker Phoebe e al selvatico californiano Charles, i due poli immaginativi di Jonathan Lethem si scontrano ma s’incontrano anche; si cerca di gettare un ponte tra le due coste, di far dialogare est e ovest degli Stati Uniti, pur con tutte le loro differenze. Questo accade, forse non casualmente, proprio quando assistiamo al trionfo di Trump, eletto soprattutto coi voti di quello che californiani e abitanti della costa orientale chiamano il flyover, cioè tutto l’enorme territorio che sta tra le due coste, considerato – non senza un certo disprezzo – una sorta di spazio vuoto tra i due poli della vita economica e culturale nazionale. Quello spazio che ha votato il presidente col parrucchino: per contrastare il quale forse serve mettere insieme, come nel romanzo, l’estremo ovest inselvatichito e la sofisticata intellighenzia della Grande Mela.

Lethem a Gowanus

Ma il percorso di Lethem si può anche leggere in un’altra chiave, con l’aiuto della bloomiana angoscia dell’influenza. Sarà pur vero che Lethem ha voluto controbattere la visione agonale, conflittuale della letteratura propria di Harold Bloom, in cui il rapporto tra scrittori diventa un duello (quello sì western) tra poeti forti, con i poeti deboli a costellare il terreno di cadaveri; non a caso ha pubblicato una raccolta di saggi intitolata L’estasi dell’influenza (Bompiani, 2013) che suona come una sfida al faraone della critica accademica americana. Però se uno ha presenti le genealogie della narrativa statunitense dal 1945 in poi, è difficile non vedere che un altro narratore ha alternato New York (nei cui pressi è nato e dove è cresciuto) e la California, aggiungendo alle due coste americane un autentico atlante mondiale di luoghi tra i più remoti e dimenticati. Parliamo ovviamente di Thomas Pynchon, che inizia il suo percorso narrativo con la New York post-beatnik di V., dove torna nell’ultimo romanzo, La cresta dell’onda, ma articolando tra questi due estremi un’affascinante trilogia californiana composta da L’incanto del lotto 49, Vineland e Vizio di forma. Forse ogni tanto Lethem si sentirà un po’ sotto l’ombra del suo ingombrante compaesano; o comunque ci dovrà fare i conti in qualche modo – cosa non proprio facilissima se sei americano e scrivi romanzi postmodernisti.

Bene, il nostro viaggio si ferma qui – per ora. Attendiamo di vedere la traduzione di The Feral Detective prima di dire altro su questo romanzo, che in fin dei conti come hard-boiled, per quanto eccentrico, funziona decisamente bene. Sicuramente si legge molto meglio de I giardini dei dissidenti; ed è già qualcosa.

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Naila di Mondo9, o la ruggine dell’entropia

Dario Tonani e lo stato dell’arte nella fantascienza italiana

riflette FRANCO RICCIARDIELLO

Ad anni di distanza dal successo della serie dell’inquisitore Eymerich (e ricordiamo che Mondadori fu colta assolutamente di sorpresa dall’inatteso risultato di vendite di Valerio Evangelisti nella collana da edicola Urania), la casa editrice di Segrate ha deciso di investire nuovamente in un’operazione sulla fantascienza italiana.

È noto che in Italia questo genere è da sempre considerato figlio di un dio minore: letteratura d’evasione nel migliore dei casi, altrimenti innocuo divertissement per nerd. L’atteggiamento di sufficienza degli addetti ai lavori e il pregiudizio del pubblico trovano per ironia riflesso in un comportamento autolesionista degli appassionati: la sindrome del ghetto, per cui i fan si considerano come gli illuminati profeti del genere letterario che più fa ricorso al sense of wonder, in un circolo vizioso che vede migliaia di aspiranti autori dilettanti venerare i grandi nomi della fantascienza anglosassone e snobbare, al tempo stesso, gli autori italiani. Si recrimina continuamente la mancanza di opportunità di pubblicazione in Italia, e poi si continuano a leggere autori stranieri. Questo non significa che si debba nutrire un’anacronistica preferenza (che sa un po’ troppo d’autarchia…) per i pochi autori italiani che giungono alla grande distribuzione editoriale, ma almeno consideriamo con attenzione quello che succede nel cortile di casa.

Nel corso di una presentazione pubblica a Milano in occasione di Stranimondi 2018, che è ormai diventata la principale manifestazione italiana dedicata alla fantascienza, Franco Forte e Marco Rana, lì a rappresentare Mondadori, hanno messo in chiaro che questo non è l’avvio di un un’operazione editoriale sulla fantascienza italiana, bensì di un’incursione spot. Stupisce, date queste premesse marcatamente commerciali, che si stia parlando di un testo come questo Naila di Mondo9 di Dario Tonani (Mondadori, pp. 310, euro 11,90 stampa, euro 7,99 ebook), scelta tutt’altro che scontata, perché si tratta di un’opera non facile da costringere nei parametri di un best seller.

Dario Tonani, milanese, classe 1959, si è fatto tutta la gavetta dell’autore di science-fiction, a partire da pubblicazioni su oscure fanzine fotocopiate, passando per riviste semiprofessionali in abbonamento e antologie con racconti di più autori, fino a giungere finalmente, circa dieci anni fa, a Urania. Naila di Mondo9 recupera la fortunata ambientazione di questo pianeta extrasolare, Mondo9, interamente ricoperto da un deserto di sabbia, popolato da giganteschi animali di stazza simile ai cetacei e attraversato da una flotta di migliaia di navi che hanno una parte importante nell’economia del pianeta. Tutte le precedenti avventure di Mondo9 sono state raccolte in un Millemondi, l’omnibus che affianca periodicamente Urania in edicola: e questo risulta essere il più venduto in versione eBook (ed è, va detto, l’unico Millemondi dedicato a un singolo scrittore italiano).

Il clima imprevedibile e brutale di Mondo9 rende l’oceano di sabbie simile a un mare terrestre, perché la violenza dei venti è tale da spostare le dune come onde. Le navi di Mondo9 hanno due caratteristiche principali: poiché derivano da una certa estetica steampunk che animava soprattutto i primi episodi del ciclo, utilizzano combustibile fossile e si muovono su ruote; in secondo luogo, sono esseri semi-viventi che possiedono, fino a un certo punto, una propria personalità, governata dal Comandante, e inoltre a partire da questo romanzo manifestano anche un’attività sessuale.

La protagonista principale del romanzo, la quarantatreenne Naila, è l’unico Comandante donna di Mondo9; tra i motivi principali della vicenda c’è l’interessante parallelismo tra la gravidanza di Naila e l’attività sessuale della sua nave, la Syraqq, il cui interesse «carnale» si risveglia dopo un periodo di stasi.

Non so fino a che punto Tonani abbia avuto carta bianca, e dove si sia spinto l’editing che, ad ascoltare la conferenza di Stranimondi, si è articolato in più fasi e con diversi editor; mi piace tuttavia pensare che i molti pregi del romanzo siano farina del sacco dell’autore, e i pochi difetti facciano parte di una strategia commerciale che prevede alcune caratteristiche irrinunciabili per un’opera di fantascienza — le stesse che, secondo chi scrive, la condanneranno ancora ad esser vittima dei preconcetti del grosso pubblico. Ma andiamo con ordine, perché la questione è complessa, e smentisce l’apparente semplicità di un testo che ha la forma esteriore di un’avventura steampunk.

Punto primo, l’ambientazione. Non può esserci dubbio sul fatto che questa operazione editoriale è stata decisa in virtù dell’originalità del mondo inventato da Tonani; sulle scarne premesse ambientali di cui ho parlato prima, l’autore ha sviluppato una filosofia estetica coerente, complessa e misteriosa, che richiede una buona dose di sospensione dell’incredulità, come la miglior tradizione della fantascienza d’avventura. Non è solo questione del pianeta impossibile, Mondo9, ma di un’intera cosmogonia rigidamente meccanicista, che possiede caratteri indimenticabili. A questo proposito, segnalo anche le straordinarie tavole ispirate a Mondo9 e disegnate da Franco Brambilla nel volume The Art of Mondo9 (2016), che mettono in risalto la forza visionaria dell’universo di Tonani.

La chiave per comprendere Mondo9 è il metallo. Non i metalli, dato che non c’è differenziazione nell’universo di Naila: si tratta di una lega simile all’ottone, deformabile se sottoposta a determinate forze. Il metallo è un’immagine semplice e immediata, alla quale Tonani attribuisce una serie di motivi narrativi. È l’ultimo stadio di una malattia devastante e dalla mortalità elevata, il Morbo, che trasforma progressivamente la carne umana in inorganico. Chi ha la «fortuna» di sopravvivere si trova trasformato in mechardionico, un guscio vuoto in forma umana, che può riprendere vita se in un apposito sportello intercostale viene inserito un cuore umano (o anche più d’uno), strappato mentre ancora batte. Il mechardionico vive un’impossibile semi-vita, favorita dalla vicinanza al metallo e gravemente compromessa dall’acqua, veicolo di ruggine. Tale è l’importanza dell’elemento metallico che una Gilda degli Avvelenatori custodisce i segreti chimico-fisici dei rapporti con l’inorganico; un Avvelenatore, la cui presenza è prevista nell’equipaggio di ogni nave, è in grado di «amministrare la morte al metallo», e al tempo stesso curare le patologie delle navi.

L’altro thread principale della trama è il tentativo segreto dell’Avvelenatore della Syraqq di impossessarsi del cuore di Naila per dominare il mondo; anch’egli infatti crede che l’unica Comandante donna sia la predestinata dalla profezia a dominare la Grande Onda, il colossale muro di sabbia che devasta periodicamente la civiltà di Mondo9.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, la vicenda non è ambientata tutta sul mare di sabbia, bensì quasi sempre nella grande città capitale di Mecharatt: un anarchico assemblaggio di parti sparse, cresciuta per accumulazione caotica, lurida come recita il suo soprannome, affollata di moli con migliaia di navi all’attracco. Vista dall’alto, Mecharatt ha la forma di una spirale levogira, o di un numero 9 visto allo specchio. È qui che si intrecciano le linee narrative dei vari personaggi, destinate naturalmente a confluire lungo il percorso.

Non dirò altro sulla trama, non solo per evitare spoiler ma soprattutto perché non rappresenta certo la forza di questo romanzo insolito, che possiede un fascino difficile da definire, in bilico tra avventura e postmoderno, appena inquinato da elementi fortemente kitsch — come per esempio l’insistenza sull’attività “sessuale” delle navi, che in certi passaggi risulta imbarazzante. Mi interessa invece spostare l’attenzione su due elementi caratteristici.

Il primo è la considerazione, non secondaria, che Mondo9 è un pianeta alieno, e che non è quindi scontato che i personaggi siano esseri umani in senso «terrestre». Nel corso della presentazione a Stranimondi, Tonani ha giustamente fatto notare che nella sua fantascienza non esistono alieni, nel senso che non gli interessa quel diffuso tópos della fantascienza che ha per protagonisti esseri extraterrestri. Questo però non deve farci dimenticare che Mondo9 è un pianeta alieno, dove la vita, anche se «importata» dalla Terra, si è evoluta secondo vie determinate da questa alterità. Voglio pensare sia questo il motivo per cui i personaggi soffrono una singolare forma di anaffettività; credo sia significativo il fatto che Naila abbia una relazione con un mechardionico, e che la continua perdita di vite umane, non solo marinai della Syraqq ma anche personaggi di primo piano, scorra via come in uno di quei film di Hollywood in cui i cadaveri si ammucchiano a dozzine, però alla fine ciò che conta è l’incolumità del protagonista. Anche questo aspetto, secondo me, si inscrive nel meccanicismo alienato della vita su Mondo9: non è un’omissione pensata in funzione del target di lettori, nel caso qualcuno ritenga erroneamente che si tratti di uno young adult, bensì una conseguenza inevitabile delle scelte stilistiche dell’autore.

Il secondo elemento è una peculiare forma di horror vacui che mi appare come una reazione alle sconfinate distese vuote di un mondo di sabbie. Tonani sembra riempire le pagine di quello che Philip K. Dick battezzò, con una fortunata invenzione linguistica, kipple: una spazzatura composita che si moltiplica anche senza diretto intervento umano, e che un giorno saturerà il mondo; una chiara metafora dell’entropia. Il kipple è composto di oggetti inutili, immondizia, scarti che sembrano riprodursi in autonomia. Ecco, ogni interstizio di questo romanzo è riempito di una varietà di kipple, a cominciare dai rugginatti, le creature meccaniche autoassemblate che vivono sulle navi, per continuare con i magazzini abbandonati e pieni di ciarpame, i pavimenti ingombri di rifiuti, i pezzi di ricambio casuali prodotti dalle «uova», persino i lumigechi che vivono nel sottoscocca delle navi — il tutto impastato con il kipple per eccellenza di Mondo9: la ruggine, ultimo stadio di una rapida entropia che mangia i metalli, secondo un ciclo organico-inorganico-vuoto, cioè umano-morbo-mechardionico-ossidazione-ruggine.

Comunque, al netto di tutte queste considerazioni, concludo con una constatazione: Mondo9 è destinato a insediarsi a lungo nella memoria del lettore.

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Come è stato (veramente) conquistato il West

Bruno Cartosio, Verso ovest. Storia e mitologia del Far West, Feltrinelli, pp. 448, euro 28 stampa, euro 12,99 ebook

recensisce PAOLO SIMONETTI

La versione integrale di quello che rimane forse il film più celebrativo dell’epopea americana dell’Ottocento, La conquista del West (il titolo originale, How the West Was Won, ne accentua la funzione didascalica), si apre con una ouverture che immerge subito lo spettatore in un’atmosfera epica degna di Omero. Mentre lo schermo proietta per cinque lunghissimi minuti l’immagine statica di due topoi western (una diligenza assalita dagli indiani e un gruppo di pellerossa impegnati nella caccia al bisonte), si odono le note di canti popolari che fissano il tono trionfalistico e la portata «monumentale» del film: canti come Oh Shenandoah – dichiarazione d’amore di un mercante bianco per una fanciulla nativa americana –, o come I Am Bound for the Promised Land, in cui l’idea del «destino manifesto» della nazione si carica di connotazioni bibliche. Nel film la conquista della frontiera è presentata attraverso una storia multigenerazionale di audaci pionieri e pioniere, ma anche di rudi mountain men e avventurieri senza scrupoli – quasi sempre antieroi redenti dal compito superiore loro assegnato, quello di portare la civilizzazione nei territori inesplorati della wilderness. Non c’è da meravigliarsi che il film, dal cast stellare e girato nell’innovativo sistema di ripresa per schermo curvo denominato cinerama, abbia ottenuto un successo strepitoso, aggiudicandosi tre premi Oscar (tra cui quello per la miglior sceneggiatura), e che nel 1997 sia stato scelto per la conservazione nel National Film Registry della Library of Congress americana: come sottolinea un giornalista alla fine del film L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (uscito nel 1962, lo stesso anno della Conquista del West): «Quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda».

Questi e altri film western contribuirono a divulgare il mito dell’Ovest, che però nacque molto prima, come testimoniano la letteratura e la storiografia americana tra Ottocento e Novecento. Nel suo libro Bruno Cartosio, che insegna Storia dell’America del Nord all’Università degli Studi di Bergamo, parte dalle famose tesi sul significato della Frontiera nella storia americana, esposte per la prima volta da Frederick Jackson Turner durante l’Esposizione mondiale di Chicago del 1893, per indagare quei meccanismi storico-sociali che hanno condotto prima alla cristallizzazione del mito e poi alla sua messa in discussione, operando una vera e propria demistificazione delle varie fasi della conquista del West. Verso la fine dell’Ottocento, rivela Cartosio, il processo mitopoietico si proponeva innanzitutto di «presentare come intrinsecamente superiore l’uomo anglosassone protagonista della conquista ai danni delle selvagge popolazioni native e contemporaneamente fare apparire come ‘naturale’ quello che veniva mitologizzato e che invece era stato ‘storico’, cioè prodotto dalle forze economico-politiche e sociali in campo». E infatti dalla lettura del volume emerge chiaramente come in breve tempo, man mano che la frontiera retrocede fino a scomparire, «nella sua marcia verso ovest la civiltà cancella regolarmente tanto gli indiani, quanto i frontiersmen», che pur avendo fatto da apripista, devono lasciare il posto agli agricoltori, ai capitalisti, e infine agli industriali.

Attraverso uno studio meticoloso e ampiamente documentato, Cartosio rispolvera cinturone e speroni e torna a cavalcare i territori del Far West a lui ben familiari, mostrando come l’idealizzazione dell’agricoltore indipendente, del pioniere quale cardine della società statunitense, sia servita a convalidare a posteriori «una valenza politica precisa, il cui fine è la giustificazione o legittimazione dell’esistente, vale a dire delle ragioni e modalità della conquista». Ogni civiltà ha bisogno di un mito di fondazione, e i neonati Stati Uniti non avevano a disposizione il passato atemporale degli antichi poemi epici su cui erigere le strutture portanti della nazione; per questo a Ulisse e Achille si sostituiscono figure storiche che assumono da subito contorni mitici, come Kit Carson, Wild Bill Hickock, Davy Crockett, «Buffalo Bill» Cody, Billy the Kid. Ad essi vengono contrapposti gli indiani, i cosiddetti pellerossa, connotati sin dal colore della pelle come altri, estranei, nemici; i loro eroi, Sitting Bull, Geronimo, sono destinati a sconfitte gloriose che servono soprattutto a far risaltare le vittorie eroiche degli avversari. Cartosio sottolinea giustamente come in queste storie la contrapposizione dovesse essere netta, semplice, immediatamente riconoscibile, perché «l’idea concreta della miscela razziale che la conquista avrebbe comportato era largamente respinta come ripugnante».

Tuttavia, in questo volume gli indiani non sono certo relegati al ruolo di antagonisti o semplici comparse. Il libro di Cartosio è corredato da suggestive foto d’epoca e affronta una varietà così numerosa di argomenti, spunti e narrazioni che è impossibile riassumerla senza sminuirne l’immensa portata evocativa. Il risultato complessivo è quello di un grande affresco storico-sociale, una riflessione a tuttotondo densa e rigorosa, ma perfettamente accessibile anche a non specialisti. Vengono studiati gli eroi della letteratura popolare e dei dime novels, come anche le vicende storiche che li hanno visti protagonisti; si ripercorrono i viaggi di Lewis e Clark e dei primi esploratori; si analizzano le armi della conquista, le vicende di alcune tribù indiane e le battaglie più famose; si racconta l’«Ovest dei fotografi» e quello dei cacciatori e dei mercanti, le «prospezioni per le ferrovie e le esplorazioni dopo la Guerra civile», ma anche le curiosità e le leggende immortalate in decine di film e che oggi sopravvivono nell’immaginario collettivo (e nelle ricostruzioni di musei e attrazioni turistiche). Infine, cosa forse più importante, il libro fa riemergere quel processo, forse unico nella storia dell’umanità, di interpenetrazione tra diverse culture, società e «nazioni», avvenuto in quello spazio di frontiera ormai scomparso, ma che ancora oggi non smette di esercitare un invincibile fascino, e che ci spinge per l’ennesima volta a rivolgere il nostro sguardo di europei «verso ovest».

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Herbert Lieberman: I cadaveri di New York

Herbert Lieberman, Città di morti, tr. Raffaella Vitangeli, minimum fax, pp. 505, euro 19,00 stampa, euro 10,99 ebook

approfondisce UMBERTO ROSSI

Lo ammetto: mi è capitato spesso di biasimare l’editoria italiana per le sue incomprensibili distrazioni, per autori di lingua inglese (e non solo) tradotti tardi, o mai tradotti, fuori stampa, dimenticati, non valorizzati; per scrittori italiani inspiegabilmente finiti in soffitta o in cantina. Dietro queste sviste ci saranno anche politiche di marketing, la caccia al best-seller a tutti i costi, però uno spesso sospetta che ci sia semplicemente mancanza di professionalità – un male che affligge la nostra editoria non da ieri. Stavolta però, se dovessi lanciarmi nell’invettiva, dovrei prendermela anche con gli americani, e chiedergli: ma non vi siete accorti di Città di morti? Ma a cosa stavate pensando?

Il romanzo risale al 1976: quarantadue anni fa. In Italia non è stato mai tradotto. Negli Stati Uniti si trova solo in ebook, pubblicato da Open Road Media, che non è certo una major. E se non ve lo volete leggere su Kindle Kobo o altri dispositivi, vi dovrete comprare l’edizione originale a stampa di Simon & Schuster, ovviamente usata. In altri termini, questo massiccio thriller metropolitano, al confine con il puro horror (genere peraltro spesso praticato da Lieberman), a casa sua non ha avuto un gran successo – anzi, diciamo che non ne ha avuto affatto. Gli unici ad apprezzarlo sono stati i francesi, che gli assegnarono nientemeno che il Grand prix de littérature policière. Ma si sa che i nostri cugini hanno sempre fatto attenzione a quegli scrittori americani anomali che in patria non venivano compresi: vedi l’amore di Baudelaire per E.A. Poe, o l’apprezzamento di Baudrillard per Philip K. Dick.

Sgombriamo subito il campo da eventuali fraintendimenti: se Città di morti è stato ignorato non è per sue mancanze. Non mi considero un gran lettore di gialli, eppure questo corposo volume l’ho letto in meno di due giorni. Semplicemente, una volta che cominci non puoi smettere di leggere la triste vicenda dell’anatomo-patologo Paul Konig, impegnato in una difficile indagine e a combattere una guerra sporca nell’ufficio che dirige (un po’ troppi ambiscono alla sua carica di medico legale capo di New York City), proprio mentre un gruppo terroristico ha sequestrato sua figlia Lolly (la quale è oltre tutto in pessimi rapporti col padre, uomo dal carattere tutt’altro che facile).

Qualcuno si chiederà: ma come, un forensic thriller che non ha avuto successo? Ma se Patricia Cornwell è diventata ricca con le imprese della sua medical examiner Kay Scarpetta? Ma se in televisione c’è una folla di coroner che affettano cadaveri, analizzano tessuti, segano ossa, esaminano cellule al microscopio elettronico, campionano DNA e infallibilmente ricostruiscono delitti dalla meccanica bizantina e smascherano il colpevole senz’ombra di dubbio? Certo, la realtà (specie italiana) è un’altra faccenda, con tutto il DNA non si sgarbugliano sempre le matasse, però di fatto la gente sembra essere impazzita per queste storie in cui cadaveri in condizioni spaventose vengono smontati e rimontati, e alla fine si arriva alla verità, tra frattaglie e fluidi corporei un tempo innominabili.

Eppure è così. Quello di Lieberman è un solidissimo forensic thriller, ricco di dettagli ripugnanti (confesso che in certe pagine un po’ mi sono sentito a disagio), e l’indagine verte su una sfida pressoché impossibile, identificare dei cadaveri (non si capisce neanche bene quanti) fatti non a pezzi ma a pezzetti, e restati in acqua marina per ore, salme sulle quali l’assassino s’è metodicamente accanito proprio con la precisa intenzione di rendere il lavoro impossibile all’anatomo-patologo. Dovrebbe essere il romanzo che vende mezzo milione di copie tanto per cominciare.

Inoltre Lieberman scrive con grande tecnica e di tanto in tanto si lascia andare (anche solo per mezza pagina o poco più) a momenti genuinamente lirici, ben resi dalla solida traduzione di Raffaella Vitangeli (che deve aver faticato non poco con tutta la terminologia medico-legale, che costituisce una sorta di poesia della morte serpeggiante in tutto il testo). Il suo personaggio principale, Konig, è una sorta di ossesso del proprio lavoro, una specie di folle monarca del suo ufficio, nonché un tiranno insensibile in famiglia, però è anche il miglior anatomo-patologo in circolazione, e quindi da un lato ci sono gli echi del Re Lear shakespeariano (espliciti e insistiti), dall’altro non si può non pensare all’Achab di Melville (che comunque, per pazzo che fosse, era il miglior cacciatore di balene di tutti i tempi). Insomma, il romanzo ha un considerevole spessore letterario che lo avrebbe dovuto fare apprezzare anche ai lettori più sofisticati.

Diciamo pure che Konig è una figura talmente monumentale da occupare pienamente la scena. Al tempo stesso geniale e disumano, eppure a tratti troppo umano, del medico legale capo pian piano scopriamo tutta la storia, tutta la vita con grandi successi professionali e clamorosi disastri affettivi. Uomo rispettato e quasi temuto, Konig non è amato, anche se ispira una strana forma di masochistica fedeltà agli altri anatomo-patologi del suo ufficio (ma scatena anche la rivalità e la subdola rivolta di alcuni suoi sottoposti) e ai due poliziotti della vicenda, il proletario Flynn e l’intellettuale Haggard, nonostante li bistratti spesso e volentieri. Una figura greater than life, Konig ricorda un po’ certi personaggi dei film di Orson Welles, ma anche della storia americana: eroi alienati e solitari, alla fine emarginati dalla stessa società che hanno beneficiato.

Infine c’è New York. C’è poco da fare, con una città come quella come ambientazione, uno scrittore dotato come Lieberman non dovrebbe poter fallire. La grande mela, si sa, a momenti si racconta da sé: non è solo una megalopoli, è anche un enorme groviglio di narrazioni, dalla storia certo più breve di quella di Roma o di Londra, però già monumentale (andate a leggere Gotham e Greater Gotham, di Burrows & Wallace, che con due tomi dello spessore di un elenco telefonico si sono fermati al 1919). Lieberman naviga tra i cinque boroughs (più qualche scena extraurbana, sulle rive dell’Hudson) dimostrando di conoscere bene la città, e portandoci in luoghi nient’affatto scontati. Però attenzione: la sua ormai è una NYC vintage, prima della caduta delle torri e prima di Rudolph Giuliani, è la metropoli disperata, impoverita, spaventata degli anni Settanta, quella che ci hanno mostrato film come Il braccio violento della legge, Mean streets, Taxi driver… la New York cantata da Lou Reed, quella evocata da Jonathan Lethem nella prima parte de La fortezza della solitudine. Rivolte urbane, degrado metropolitano, eroina, prostituzione, rapine, stupri, paura. Lieberman ce la fa riapparire, grande, persa e maleodorante, in tutta la sua tragica maestosità – perché, ricordiamocelo, questo romanzo esce quasi a metà di quel decennio sventurato. A tutti gli effetti è un messaggio in bottiglia che noi lettori italiani apriamo solo oggi.

Ma allora come mai a questo autentico classico dimenticato (del giallo) non arrise allora il successo che ci si sarebbe potuto aspettare? Non conoscendo a sufficienza le vicissitudini editoriali del romanzo, mi azzardo a fare un’ipotesi: che fosse qualcosa di troppo disperato, troppo brutale, troppo cupo, troppo ripugnante, e forse troppo onesto per quei tempi. Che fosse un romanzo del XXI secolo pubblicato per sbaglio nel XX. Che fosse arrivato troppo presto, un po’ come Moby Dick – altro grande anacronismo letterario statunitense. E forse proprio adesso, così tanto tempo dopo, è arrivato il suo momento; proprio adesso che il suo autore compie ottantacinque anni (una lunga vita costellata di quattordici romanzi dei quali in Italia era uscito solamente Fiore della notte, nel lontano 1986). E proprio per questo vi esorto a leggerlo, questo romanzo di cadaveri e putrefazione (nei vari significati, anche metaforici, del termine); e spero che adesso arrivi il successo che Lieberman merita ampiamente, sia di pubblico che di critica. Una volta tanto, un successo non postumo; per favore.

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Gabriele Del Grande: L’ISIS, o del perturbante

Gabriele Del Grande, Dawla. La storia dello Stato islamico raccontata dai suoi disertori, Mondadori, pp. 605, euro 19,00 stampa, euro 9,99 ebook

approfondisce PAOLO PREZZAVENTO

Pochi libri sono riusciti a penetrare il fitto mistero dell’ISIS, l’organizzazione terroristica che ha saputo creare un vero e proprio network del terrore, diventando, dopo la nascita dello Stato Islamico in Iraq e in Siria, locale e globale allo stesso tempo. La prassi politica di questo anomalo Stato prevede tecniche di controllo del territorio, di propaganda e di arruolamento che sono ancestrali e modernissime allo stesso tempo. I vari agenti della polizia locale, i carcerieri e gli agenti segreti dello Stato Islamico si avvalgono dei metodi di tortura e di interrogatorio tra i più brutali e sanguinari che si conoscano e allo stesso tempo utilizzano le più sofisticate tecnologie informatiche e perseguono una raffinatissima strategia di guerra psicologica, soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica occidentale.

Tutto questo è l’ISIS, anzi il Dawla (lo Stato Islamico in arabo): uno stato fondato sulla violenza e sul terrore i cui meccanismi misteriosi Gabriele Del Grande, giornalista reporter e scrittore, è riuscito a penetrare come pochi altri analisti ed esperti occidentali, grazie al racconto di coloro che, pur essendosi macchiati di crimini efferati, pur avendo torturato, massacrato e stuprato in seguito alla conquista di una parte dei territori dell’Iraq e della Siria, a un certo punto della loro vita hanno deciso – per vari motivi – di disertare, di chiamarsi fuori da questa barbarie assoluta. Questo dunque è un libro che dà voce ai carnefici più che alle vittime, un reportage romanzato che è stato possibile pubblicare grazie ad una intelligente operazione di crowdfunding e che, come scrive Del Grande, non vuole in alcun modo giustificare ciò che questi uomini hanno fatto, ma vuole semplicemente raccontare, ancora una volta, la banalità del male.

L’intento è infatti quello di farci capire come questi assassini non siano affatto geni del male, ma avrebbero potuto tranquillamente gestire un ferramenta o uno sfascio a Baghdad o a Damasco, cioè condurre una vita assolutamente normale, se non avessero avuto questa occasione unica di arricchirsi e di decidere della vita o della morte di migliaia di persone, grazie alla guerra e alla situazione politica incandescente in Iraq e in Siria. Dawla ci aiuta a capire come si è arrivati a questa condizione di caos, come è stato possibile che un territorio che è stato per secoli, anzi per millenni, la culla della civiltà, dove le varie confessioni religiose hanno convissuto in pace in una straordinaria mescolanza di culture diverse, si sia trasformato in pochi anni nel regno della barbarie.

Rispetto all’Europa e all’Occidente l’ISIS dovrebbe rappresentare l’alterità radicale, la negazione totale dei nostri valori – questa la vulgata propagandata dai teorici dello scontro di civiltà. Eppure questi terroristi, nella loro forma mentis – a parte i versetti del Corano imparati a memoria, i riferimenti ad alcuni classici dell’Islam radicale come Abd al-Wahab, Ibn Taymyya, Sayyid Qutb, Abd Allah Azzam – sono quanto di più occidentale si possa immaginare. Non solo per il loro nichilismo e il loro disprezzo della morte, tipici frutti della cultura occidentale, ma anche perché in ultima analisi sono stati i grandi «strateghi» e le multinazionali occidentali ad aver dato inizio a tutto il grande caos mediorientale. Il libro di Del Grande ci offre una miniera di informazioni e degli spunti molto interessanti: ci fa capire che alcune nazioni, comprese quelle stesse che si trovano nel mirino dell’ISIS, hanno avuto interesse a rovesciare il regime di Muhammar Gheddafi in Libia e a scatenare la rivolta contro il regime di Bashar Assad in Siria non perché volessero esportare la democrazia, ma perché volevano mettere – come al solito – le mani sui soliti giacimenti di petrolio e di gas. Ci sono servizi segreti, come quelli delle monarchie del Golfo, che hanno sempre sostenuto e finanziato questi terroristi, nonostante i proclami dei predicatori islamisti radicali contro la dinastia apostata dei Saud; ci sono istruttori americani e italiani che hanno addestrato i militanti di al-Nusra alle tecniche della guerriglia e all’uso degli esplosivi; ci sono i trafficanti di armi turchi e italiani che si sono arricchiti vendendo armi all’ISIS in cambio di petrolio a buon mercato; eppure l’Occidente continua a far finta di niente, e il Presidente Trump continua a scagliarsi contro l’Iran che invece è un nemico giurato dell’ISIS ed uno degli obiettivi privilegiati dei suoi attentati, come dimostrano gli attacchi del 22 settembre scorso. Insomma, c’è qualcosa di nuovo, anzi di antico, nell’ISIS: esso perpetua sotto forme nuove quello che è sempre stato il “Grande Gioco” delle potenze occidentali in Medio Oriente, e alla base della sua forza e della sua capacità offensiva ci sono pur sempre gli ingredienti fondamentali della guerra contemporanea: le strategie geopolitiche, gli approvvigionamenti di gas e petrolio, i grandi flussi finanziari, la componente psicologica e la propaganda, etc.

Inoltre Del Grande ci fa comprendere come la «macelleria siriana» attuale non nasca dal nulla, ma sia figlia di un’altra macelleria precedente, quella attuata da Bashar Assad contro i suoi oppositori nelle famigerate carceri siriane, tra cui Saydnaya, teatro di una sanguinaria rivolta nel 2008. Quei penitenziari sono stati per anni veri e propri incubatoi del terrorismo, fucine di radicalizzazione per centinaia, migliaia di oppositori del regime. Ecco perché una protesta che all’inizio si basava su principi squisitamente laici (la richiesta di maggiori spazi di democrazia, di un maggiore rispetto per i Diritti Umani da parte di un regime oppressivo a partito unico) si è trasformata in una guerra di religione dove la democrazia è vista come il demonio, un sistema politico fondamentalmente incompatibile con la Legge di Dio, la Sharia, e il nemico da abbattere è tutto ciò che è kufar, cioè infedele, cioè tutto ciò che non è mussulmano sunnita.

Del Grande ci offre anche uno spaccato delle terribili prigioni segrete del Dawla, come i famigerati sotterranei dello «Stadio Nero» di Raqqa, dove gli infedeli, le spie e i traditori vengono torturati con una brutalità senza precedenti. È questo il «capolavoro» di chi, in Occidente, pur avendo la possibilità di risolvere pacificamente i conflitti, ha lasciato incancrenire per settant’anni la questione israelo-palestinese, ha finanziato e armato i mujahidin in Afghanistan in funzione antisovietica, e poi si è ritrovato improvvisamente a dover fronteggiare la minaccia che veniva proprio da quelle milizie che gli americani ed altri avevano così bene addestrato. Dai mujahidin siamo passati ad Al-Qaida, che ha cominciato ad attaccare obiettivi occidentali, per poi arrivare, dopo l’11 Settembre, all’ISIS di Abu Mussab al-Zarqawi in Iraq e infine all’ISIS di Abu Bakr al-Baghdadi, diventato un autentico network del Terrore Globale.

Ecco perché l’ISIS rappresenta un tipico fenomeno «perturbante», secondo la terminologia di Freud: un fenomeno che ci è profondamente estraneo e al tempo stesso familiare. Il coinvolgimento dei civili nelle operazioni belliche e l’utilizzo degli attentati per portare avanti le guerre asimmetriche, le guerre che non si possono dichiarare apertamente, comprese la Guerra Fredda e la cosiddetta Strategia della Tensione di casa nostra: tutto questo è stato messo a punto in Occidente. Senza queste premesse teoriche occidentali non si sarebbe sviluppato su larga scala il terrorismo palestinese negli anni ’70, che piano piano è uscito dai suoi binari laici e si è trasformato in terrorismo islamico. Improvvisamente è cambiato tutto: i combattenti palestinesi sono diventati terroristi kamikaze e il fondamentalismo di Hamas e della Jihad Islamica ha cominciato a guadagnare consensi anche all’interno della Striscia di Gaza.

Del Grande, pur mascherando in parte – per ovvi motivi – questi avvenimenti nella sua narrazione romanzata, ci racconta tutto questo: la nascita dello Stato Islamico, le grandi manifestazioni contro il Regime di Assad, la conquista di Raqqa da parte degli insorti e la progressiva eliminazione ed espulsione di tutti quegli oppositori di Assad che non erano islamisti radicali. Il nostro autore è riuscito addirittura ad ottenere informazioni di prima mano non solo sulla Sicurezza Interna dell’ISIS, ma anche sulla segretissima Sicurezza Esterna, cioè quell’apparato che è direttamente coinvolto nella preparazione degli attentati in Europa. Si tratta di uno spaccato eccezionale, dall’interno, di tutto quel groviglio di servizi segreti e di strutture paramilitari che si adopera ogni giorno per diffondere il Terrore nell’opinione pubblica dell’Occidente, con personaggi che, nella loro banalità, non sanno far altro che scimmiottare ancora una volta modelli occidentali. Ce n’è uno che si faceva chiamare Michael Jackson, un altro si faceva chiamare Jihadi John, un altro lo chiamavano Prince, altri ancora i Beatles, e così via. C’è perfino un regista americano che lavorava alla serie di film horror Saw, l’Enigmista, il quale si è convertito all’Islam radicale e ha collaborato alla realizzazione dei filmati di propaganda del Dawla. Sicuramente, in questa nuova fase della sua carriera, non ha più bisogno del sangue finto che utilizzava in America per gli effetti speciali…

Le rivelazioni di Del Grande confermano inoltre quello che è ormai diventato un luogo comune: la presenza tra i dirigenti dell’ISIS di numerosi ex ufficiali dell’esercito di Saddam Husayn che, dopo il disastroso intervento americano in Iraq, sono passati armi e bagagli nelle file dello Stato Islamico, e l’analogo passaggio di numerosi esponenti dei Servizi Segreti siriani nelle strutture supersegrete del Dawla. Dunque il vero capo dell’ISIS non è certo Abu Bakr al-Baghdadi, messo lì soltanto perché appartiene al ramo Banu Hashim della tribù Quraysh, e dunque discendente dal Profeta, ma ex militari dell’esercito di Saddam, tra cui l’ex colonnello iracheno Haiji Bakr e il suo assistente Haiji Abd al-Nasir, destituito nell’estate del 2017. Ma la catena di comando prosegue, perché dietro di loro il potere reale è gestito dai due capi della Sicurezza Interna e dal capo della Sicurezza Esterna, più un quarto personaggio misterioso, il capo della Sicurezza Segreta, coadiuvati a loro volta da persone insospettabili, vestite alla moda occidentale, con le barbe rasate, che manovrano le leve del potere coperti da un perfetto anonimato e magari risiedono a Roma, a Milano o a Dubai in dimore di lusso. Dietro il Dawla, dietro la cortina fumogena dei proclami di al-Baghdadi che incitano i martiri al jihad globale, ci sono i servizi segreti internazionali, ci sono le grandi speculazioni finanziarie, ci sono le potenze straniere che hanno interesse a soffiare sul fuoco del radicalismo islamico al fine di destabilizzare tutto il Medio Oriente ed ottenere in questo modo sempre la stessa cosa, l’unica cosa che è sempre interessata alle cancellerie occidentali: il petrolio e il gas, uno sterminato mercato per le proprie armi e una fornitura illimitata di preziosissimi reperti archeologici e di rarissimi manoscritti antichi da rivendere in Occidente a cifre da capogiro.

La lettura di questo libro è caldamente consigliata a tutti quei grandi strateghi della geopolitica che un bel giorno hanno pensato che avrebbero sconfitto per sempre il Terrorismo concentrando tutti i jihadisti in un unico territorio e poi bombardandoli senza pietà. La lezione che si ricava dal libro di Del Grande, invece, è un’altra: il terrorismo islamico non si sconfigge con le bombe, ma con un paziente lavoro di intelligence, intervistandone i protagonisti, raccontando le loro storie, imparando a conoscere il nostro nemico.

Il primo passo, insomma, è guardarsi allo specchio.

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Persuasori non più occulti

Edward Bernays, Propaganda. L’arte di manipolare l’opinione pubblica, tr. Andrea Roveda, Piano B edizioni, pp. 150, euro 11,50 stampa

riflette SILVIA ARZOLA

Uscito in sordina 2008 per Lupetti, Propaganda, di Edward Bernays, è tornato sugli scaffali per Piano B edizioni. Ed è un bene: si tratta di un testo molto istruttivo. Anche troppo, forse.

È il 1928 quando Bernays, col palese intento di rivalutare una parola caduta in discredito, dà alle stampe Propaganda: breve ma densissimo saggio sull’arte della manipolazione delle coscienze. Nipote di Freud (di cui curerà la pubblicazione delle opere in America), cresciuto a New York, Bernays ha al suo attivo un altro titolo di tenore analogo, Crystallizing Public Opinion (1923) e una carriera consolidata di pubblicitario al servizio delle Company più potenti d’America.

Dotato dello spregiudicato ottimismo di uno yankee, passato in pochi anni dal mondo dello spettacolo al Committee on Public Information – l’agenzia creata dal governo statunitense con lo scopo di orientare l’opinione pubblica a favore dell’intervento nella Prima guerra mondiale – Bernays nel ’28 è già un’eminenza grigia nel campo delle cosiddette Pubbliche Relazioni, formula da lui coniata per inaugurare la propria attività di comunicazione. PR. Formula azzeccata: giunta intatta ai giorni nostri con tutto il suo carico di rassicurante vaghezza. Eppure, dietro quella cifra, (che in italiano replica il suono derisorio di una catartica quanto impotente pernacchia), Bernays mette a punto per la prima volta in modo sistematico la rete di pratiche e obiettivi che si è soliti riassumere nel concetto di «Persuasione occulta». Occulta ma dichiarata, nei suoi saggi, nero su bianco: a palesare la convinzione che non ci sia nulla di perverso nel manipolare le coscienze, che, anzi, le masse siano più serene se qualcuno si prende la briga di plasmarne i desideri.

In questa «altruistica» convinzione si inscrivono la carriera, l’opera e la biografia di Edward Bernays, che, buon pioniere del grande Ossimoro Americano, non smetterà mai di teorizzare (e realizzare) la coincidenza tra democrazia e manipolazione; consumismo e felicità. Il tutto a partire da un assunto semplice: i cittadini sono in primo luogo consumatori; compito del PR, del comunicatore, del propagandista sarà dunque quello di dare concreta realizzazione all’astratto diritto alla felicità, sancito nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776, trasformando i cittadini americani in «macchine della felicità» sempre protese verso desideri creati ad arte dall’industria dei consumi. (Si veda a questo proposito di questo concetto l’ottimo documentario di Adam Curtis The Century of the Self [BBC, 2002] in cui si approfondisce, tra l’altro, il rapporto di Bernays con Edmund e Anna Freud.)

Nello sforzo di perfezionare questa sua «scienza», Bernays, si avvale delle ricerche di Wilfred Trotter e Gustave Le Bon, ma sfrutta anche le intuizioni di Freud sull’inconscio, volgendo il pessimismo dello zio (che proprio in quegli anni stava lavorando a Il disagio della civiltà) nell’ottimismo della democrazia dei consumi.

Propaganda contiene l’essenza delle sue teorie e pratiche: l’esigenza di arruolare testimonial di prestigio (oggi li chiameremmo influencer) capaci di convogliare e plasmare le aspirazioni delle masse; la necessità di sfruttare «cliché mentali» e meccanismi emozionali del pubblico; la convinzione, infine, che la politica sia un prodotto come un altro da spacciare al cittadino consumatore attraverso precise strategie comunicative. Il tutto sullo sfondo di una visione antropologica candidamente elitaria che afferma la bontà della democrazia – purché corretta e orientata da un pugno di uomini capaci di manipolare l’opinione pubblica.

Prodigo di consigli, ricco di esempi, sempre sul filo della contraddizione, Bernays svela l’ossatura ideologica di una prassi destinata a durare fino a ieri, resistendo ai reiterati assalti demistificatori di filosofi e pensatori antagonisti.

Fino a ieri si è detto, perché oggi la Propaganda in stile Bernays, perfezionatasi vieppiù nell’universo del libero mercato, si va fondendo con la sua dirimpettaia: la Propaganda propria dei totalitarismi, nata in anni coevi a partire dai medesimi assunti (la plasmabilità delle masse suggerita da Le Bon), ma imperniata sul bisogno di identità che caratterizza le epoche di crisi profonda, declinata attraverso tattiche più rudimentali (che la rete favorisce) e orientata a fare dei cittadini consumatori, soprattutto, di risentimento.

Scriveva Hitler (Mein Kampf, 1925):

Le grandi masse del popolo non sono costituite da diplomatici o professori di giurisprudenza pubblica né semplicemente di persone che sono in grado di formare un giudizio ragionato in determinati casi, ma è una folla vacillante di bambini che si trovano costantemente in bilico tra un’idea e un’altra (…) il potere ricettivo delle masse è molto limitato e la loro comprensione è debole. D’altra parte, se ne dimenticano in fretta. Stando così le cose, ogni propaganda efficace deve limitarsi a poche cose essenziali e quelle devono essere espresse per quanto possibile in formule stereotipate. Questi slogan devono essere ripetuti con insistenza fino a che anche l’ultimo individuo venga a cogliere l’idea che gli è stata messa davanti. (…) Ogni modifica apportata nel soggetto di un messaggio propagandistico deve sottolineare sempre la stessa conclusione. Lo slogan principale deve naturalmente essere illustrato in molti modi e da diverse angolazioni, ma alla fine bisogna sempre ritornare all’affermazione della stessa formula.

In un girotondo compulsivo di consumi e risentimenti identitari, i bambini di Hitler e i consumatori di Bernays oggi si danno la mano. Ma se lo stile comunicativo «totalitario» sembra avere la meglio, dall’ombra del suo purgatorio il vecchio Bernays se la ride: i risentimenti identitari non smettono infatti di soffrire la sete (omologante) di consumi che caratterizzava la sue macchine della felicità. E in questa fertile ambiguità sguazzano bercianti propagandisti di ogni sorta, privi forse di una strategia ma pronti a contendersi le nostre anime con un tweet, un video o una cazzata.

Eppure, oggi come ieri, le regole della persuasione (occulta?) sono chiare, evidenti e dichiarate; oggi come ieri i Consumatori (di Bernays) e i Bambini (di Hitler) non hanno bisogno di pensare a massonici complotti: la spregiudicatezza dei propagandisti sta nell’agire in pieno sole. Ma, a quanto pare, oggi, anche più di ieri, consumatori e bambini hanno solo giorni di pioggia.

https://www.pianobedizioni.com/

 

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