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Il critico come bohémien

Gino Scatasta, Fitzrovia, o la Bohème di Londra, Il Mulino, pp. 217, euro 21,00 stampa, euro 14,99 ebook

riferisce PAOLO PREZZAVENTO

Wilde ipotizzava che la menzogna fosse molto più interessante della squallida realtà: questo libro è la dimostrazione di questa tesi. Fitzrovia di Gino Scatasta, professore di Letteratura inglese all’Università di Bologna, è infatti un libro basato in gran parte sul gossip, sulle autobiografie romanzate dei protagonisti della bohème londinese, un libro in cui il critico letterario «può prendersi qualche libertà con i fatti così come sono realmente accaduti». Essendo fondamentalmente basato sulle auto-rappresentazioni dei protagonisti della bohème londinese, sulle chiacchiere da pub, sulle dicerie e sui pettegolezzi, questo libro sarebbe sicuramente piaciuto al Divino Oscar: del resto, lo stesso Scatasta racconta di aver discusso i vari aspetti della sua ricerca in lunghe serate al pub con altri studiosi suoi amici. Per descrivere la Bohème di Londra è diventato un po’ bohèmien anche lui cosicché Il Critico come Artista di Wilde si è trasformato nel Critico Bohémien. Durante i suoi soggiorni a Londra, Scatasta ha lavorato sul suo studio frequentando per diverse sere di fila la Fitzroy Tavern, il Wheatsheaf e il Marquess of Granby.

A dire il vero, il dandy e il bohémien sono molto diversi tra loro. Wilde, ad esempio, odiava la vita bohémien, perché a Wilde faceva orrore la povertà vera, la vita in squallidi alberghi o appartamenti che conducevano i bohèmien. Mentre i bohémien dovevano arrabattarsi ogni giorno per sbarcare il lunario, Wilde viveva nel lusso e proclamava a ogni piè sospinto il suo profondo disprezzo per la vita quotidiana e in definitiva per la realtà stessa, cui preferiva l’Arte, la maschera, la finzione, la menzogna. Paradossalmente, negli ultimi anni della sua vita il dandy orgoglioso che aveva tutta Londra ai suoi piedi fu costretto a condurre una vita da bohémien, dimenticato da tutti. La sua fu, ci ricorda Scatasta, «una morte da bohémien, povero e malato in una squallida camera d’albergo nel Quartiere Latino». La sua tomba al cimitero di Père Lachaise diventò ovviamente una tappa obbligata per tutti i bohémien di Parigi e non solo.

L’interesse per Fitzrovia nasce dai corsi universitari che Scatasta ha tenuto in questi anni su Londra e sulla sua rappresentazione letteraria nei romanzi dall’800 ad oggi, nonché dal fascino particolare che questa città esercita su coloro che si avventurano nelle sue strade, «quando alla città reale si sovrappongono le immagini stratificate del suo passato e dei suoi miti letterari». Scatasta analizza dunque in Fitzrovia «una tradizione letteraria che mescola città reale e città della mente, dalla Nuova Gerusalemme di Blake alla unreal city della Terra Desolata eliotiana». Fitzrovia dunque «...non è un luogo fisico, ma piuttosto un luogo mentale, un quartiere dell’immaginazione, un posto unico al mondo, a partire dal nome che suona misterioso».

All’inizio del libro, Scatasta si preoccupa di ricostruire minuziosamente l’origine del nome Fitzrovia, cioè quella zona di Londra a forma di parallelepipedo delimitato sui lati lunghi da Tottenham Court Road e Charlotte Street, e su quelli corti da Oxford Street e Howland Street, che è stata per cinquant’anni la culla della Bohéme. La prima sorpresa è che il nome Fitzrovia non deriva da Fitzroy Street o dalla vicina Fitzroy Square, ma da un pub, la Fitzroy Tavern. A partire dagli anni venti, il locale diventò il centro della vita sociale e culturale della zona, perché la sua clientela annoverava scrittori, artisti, musicisti, modelle e altri personaggi noti e meno noti. Tra i locali citati c’è anche il Tour Eiffel Restaurant, frequentato dall’ereditiera Nancy Cunard, che fu ritratta da Kokoschka, da Cecil Beaton e da Man Ray, e ispirò anche Hemingway e Aldous Huxley. L’Eiffel era frequentato anche dai Vorticisti di Wyndham Lewis, che vi presentarono la rivista Blast. Non sorprende che pure Ezra Pound ogni tanto vi facesse una capatina.

Molti di questi bohémien hanno passato gran parte della loro vita alla deriva nei pub di Fitzrovia a raccontare storie a volte completamente inventate sprecando così il loro immenso talento, ma – anche grazie al libro di Scatasta – non spariranno nelle nebbie londinesi, non saranno dimenticati. Parliamo di di Nina Hamnett, che fu modella dello scultore Henri Gaudier-Brzeska e di Amedeo Modigliani, poi morta suicida negli anni cinquanta; di Betty May, detta la donna-tigre, che morì completamente dimenticata negli anni ottanta; di Julian MacLaren-Ross, convinto di essere vittima di un complotto di cui era a capo Iris Murdoch; del pittore Augustus John, che rimase un bohémien per tutta la vita. E poi incontriamo personaggi ancor più misteriosi come Alan Odle, presunto figlio di Aubrey Beardsley, che sarebbe nato da un rapporto incestuoso tra Beardsley e sua sorella Mabel; come Iron Foot Jack, un noto truffatore e fondatore della setta dei “Figli del Sole”, o come Geoffrey Wladislas Vaile Potocki de Montalk, poeta neozelandese che si vantava di essere l’erede al trono del Regno di Polonia. Tra gli assidui frequentatori dei pub di Fitzrovia c’era anche il romanziere Matthew Phipps Shiel, lo scrittore di fantascienza autore de La nube purpurea (The Purple Cloud, 1901), che era stato nominato Sovrano del Regno di Redonda, una piccola isola rocciosa delle Indie Occidentali. Dopo la sua morte nel 1947, i suoi successori sul Trono di Redonda distribuirono titoli nobiliari di fantasia a destra e a manca a famosi scrittori, poeti, registi e romanzieri, come Dylan Thomas, Henry Miller, Pedro Almodòvar, Pietro Citati, Francis Ford Coppola, Umberto Eco, Claudio Magris e John Ashbery.

Un altro personaggio straordinario citato nel libro è Thomas Edward Neil Driberg, barone Bradwell, ricco e gay – quindi all’epoca ricattabile – citato nell’Archivio Mitrokhin come possibile collaboratore del KGB; Driberg a sua volta era amico di Guy Burgess, la spia inglese che passava informazioni all’Unione Sovietica, e fu per un certo periodo seguace del satanista Aleister Crowley, personaggio che certo non ha bisogno di presentazioni. Non meraviglia che anche Crowley frequentasse i pub di Fitzrovia quand’era a Londra. È molto interessante il racconto che fa Scatasta della disputa legale tra Crowley e una delle protagoniste della bohème londinese, Betty May, a causa della morte di un giovane fidanzato della May, tale Raoul Loveday, che Crowley aveva attirato nella sua Abbazia di Thelema a Cefalù e che sarebbe morto dopo aver bevuto sangue di gatto.

Gustoso anche l’episodio che riguarda il poeta americano Robert McAlmon, che a quanto pare batté a macchina le ultime cinquanta pagine dell’Ulisse di Joyce, che aveva conosciuto a Parigi, cercando di decifrare la scrittura quasi illeggibile sui taccuini dell’autore irlandese. Dopo un po’ si stufò di faticare su quel testo quasi incomprensibile e cominciò ad inserire frasi a caso nel monologo di Molly Bloom; anni dopo Joyce gli rivelò di essersi accorto delle manipolazioni, ma di averle lasciate così com’erano.

Un altro racconto imperdibile è quello dell’intricata vicenda del pittore Walter Sickert e del suo coinvolgimento nelle indagini sui delitti di Jack lo Squartatore. Sickert aveva studiato alla Slade School ed era un assiduo frequentatore dei pub di Fitzrovia; aveva la mania di travestirsi e andava in giro dicendo di conoscere la vera identità di Jack lo Squartatore; aveva preso in affitto vari studi in diverse parti della città, e cercò di acquisire una certa notorietà ritraendo modelle nude in quadri che alludevano ai delitti di Jack. Anche se probabilmente non era presente a Londra nell’anno dei delitti, il 1888, non sorprende più di tanto che Sickert venisse sospettato di essere Jack. Nel raccontare la storia di Sickert e dei suoi collegamenti con i delitti di Whitechapel, Scatasta ricorda anche le indagini condotte dallo scrittore Jean Overton Fuller e dalla scrittrice Patricia Cornwell, convinta che il famoso serial killer fosse proprio Sickert, tanto da far distruggere un suo quadro pur di poter analizzare il DNA di un capello, ma senza alcun esito.

A conclusione del libro, si impone una riflessione: che ne è della bohème oggi? E’ presto detto: la bohème oggi non è più confinata nei pub o nelle zone più squallide e vitali delle grandi metropoli, ma è dappertutto. Dopo il secondo dopoguerra, infatti, ci ricorda Scatasta, la bohème diventa sempre più mainstream, i suoi ideali cominciano a penetrare nella cultura di massa, nei movimenti giovanili, e infine nel mondo della moda. I veri eredi dei bohémien negli anni cinquanta e sessanta furono dapprima i beatniks, poi i beat e gli hippy. A poco a poco, la vita bohémien diventò alla portata di tutti, anche dei borghesi con il posto in banca, almeno nei fine settimana, a causa della rivoluzione sessuale, della diffusione di massa del consumo di alcool e soprattutto delle droghe. Ormai il mondo della bohème, dissidente e ribelle, è diventato un prodotto commerciale. Oggi, se volete vedere come vestono i bohémien, dovete sfogliare una rivista di moda.

L’unico rammarico del lettore, incuriosito da tutte queste storie incredibili e straordinarie, è che Scatasta non abbia avuto il tempo di approfondire alcuni episodi appena accennati, come quello delle aringhe di Stewart Gray, oppure l’aggressione fisica e verbale ai danni di Filippo Tommaso Martinetti in visita a Londra da parte di Wyndham Lewis e dei Vorticisti, che accusavano il fondatore del Futurismo di essersi arricchito in Africa sfruttando prostitute. Scatasta ha già promesso che nel suo prossimo libro chiarirà anche questi episodi e fornirà nuovi gustosi dettagli. Si occuperà infatti degli eredi della bohème londinese negli anni cinquanta, sessanta e settanta, e dunque del passaggio della bohème da Fitzrovia a Soho e a Chelsea. Un programma indubbiamente appetitoso.

https://www.mulino.it/

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Belsen era una figata

Greil Marcus, Lipstick Traces. Storia segreta del XX secolo, trad. it. di Mita Vitti, il Saggiatore, pp. 523, euro 32,00 stampa

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Lipstick Traces di Greil Marcus, uno dei più grandi critici musicali americani, professore universitario a Princeton e Berkeley e biografo ufficiale di Bob Dylan, pubblicato per la prima volta in America nel 1989, uscì in Italia nel 1991 suscitando molto scalpore e diventando subito un libro di culto. Ora viene riproposto dal Saggiatore nella traduzione di Mita Vitti, ed è un libro fondamentale per comprendere non solo il movimento Punk, ma l’intero XX secolo, un incubo dal quale non siamo ancora riusciti a risvegliarci. Scritto con lo stile immaginifico e accattivante tipico di una recensione discografica, uno stile che Marcus riesce a sostenere per più di 500 pagine, seguendo un sottile filo logico che parte dai testi delle canzoni per arrivare fino alle loro estreme conseguenze, Lipstick Traces ripercorre la storia del Punk dal 1978 al 1979 e ci fa comprendere come la sua velocissima traiettoria affondi le sue radici in alcune delle avanguardie artistiche del Novecento. Anzi, secondo l’interpretazione di Marcus, il Punk non sarebbe altro che l’ultima avanguardia del Novecento, l’ultimo assalto contro la società e l’arte, contro le majors della discografia, contro il rock’n’roll, l’unico movimento di vera opposizione totale a qualunque possibilità di essere divorato e accettato dall’industria discografica e dalla cultura di massa.

La tesi di fondo del libro – semplice e allo stesso tempo geniale – è dunque che il Punk sia stato molto più di una moda giovanile, molto più di una rivoluzione in campo musicale – si è trattato invece di un fenomeno culturale e sociale di vasta portata che ha cambiato la storia del Novecento, con radici culturali che addirittura si possono far risalire al Dada, ai Situazionisti e addirittura ad alcuni mistici medievali e rinascimentali – Marcus si diverte a giocare sull’assonanza tra il vero nome di Johnny Rotten, John Lydon, e l’eretico olandese Giovanni di Leida (Jan van Leiden), capo di una setta anabattista i cui adepti praticavano il libero amore e il comunismo dei beni, che prese il potere nella città di Munster in Germania nel 1534.

Il Punk è stato dunque l’ultimo movimento del Novecento che abbia espresso un rifiuto totale della società, del comportamento, del modo di vestire che fino a quel momento erano stati considerati pilastri indiscussi della nostra visione del quotidiano. Dopo il Punk è cambiato tutto. Tornando a casa dopo un concerto dei Sex Pistols, una scarica di adrenalina allo stato puro, dopo aver pogato durante l’esecuzione al fulmicotone di «Anarchy in the UK», era semplicemente impossibile mettere sul piatto dello stereo «Knockin’ on Heaven’s Door» di Bob Dylan oppure gli Electric Light Orchestra. Ancora più dei dadaisti, dei surrealisti e dei situazionisti, i punk hanno lottato fino all’ultimo per essere inaccettabili, si sono impegnati con tutte le loro forze per far sì che le loro canzoni, le loro immagini oltraggiose, i loro slogan e il loro look non potessero finire in un museo. Eppure, incredibile a dirsi, anche le bestemmie, gli insulti, gli sputi e il vomito dei Sex Pistols hanno fatto questa brutta fine: diventare pezzi da museo, arrivando addirittura ad essere consacrati in occasione del quarantennale della nascita del Punk (novembre 1976) da quella stessa regina Elisabetta II che avevano oltraggiato nella celebre copertina di God Save the Queen, realizzata da Jamie Reid, di cui Marcus sottolinea giustamente le ascendenze situazioniste, l’affinità con i collage del Maggio ’68 e la parentela stretta con la Mona Lisa L. H. O. O. Q. (1919) di Marcel Duchamp.

Forse l’unico gesto di ribellione ancora possibile, in una società che è riuscita a digerire perfino l’estremo oltraggio del Punk, è quello annunciato dal figlio di Malcom McLaren e Vivienne Westwood, Joe Corré, fondatore della maison di moda Agent Provocateur, che nel 2016 ha dichiarato che avrebbe dato fuoco a tutti i cimeli del periodo punk posseduti dal padre, il geniale inventore dei Sex Pistols, per un valore totale di 5 milioni di sterline, in un immenso potlatch che sicuramente sarebbe piaciuto ai situazionisti di Guy Debord.

Ancora oggi, a 25 anni dalla sua pubblicazione in Italia, Lipstick Traces non ha perso nulla della sua carica dirompente, anche se molti dei suoi protagonisti sono ormai morti (come Malcom McLaren, nel 2010) e altri – come John Lydon – hanno dismesso i panni degli anarchici rivoluzionari e sono approdati su posizioni filoisraeliane e di aperto appoggio alla Brexit e alla politica di Trump, un individuo rozzo e volgare di cui certamente Lydon apprezza la maleducazione, degna di un vecchio punk che ha fatto i soldi. Dalla cresta punk del ribelle irlandese Johnny Rotten siamo passati ai capelli biondi ispidi e sparati in aria della britannica Theresa May e al simil-parrucchino arancione del tycoon americano…

«There’s NO FUTURE / in England’s (and America’s) dreaming» : avevano ragione John, Sid, e gli altri Pistols. Ma questa è un’altra storia, tutta ancora da scrivere.

Nota

Non è facile, e chi traduce lo sa bene, tradurre una recensione musicale e rendere in italiano quello stile così particolare di Marcus, che parte dal verso di una canzone per approdare a conclusioni di analisi culturale e di profonda riflessione filosofica, sulla scia dei Minima Moralia di Adorno. Tutto ciò premesso, in alcuni punti la traduzione di Mita Vitti appare veramente indifendibile. Quando poi si giunge a p. 126 e si legge il celebre verso dei Sex Pistols «Belsen was a gas», titolo di una delle più controverse canzoni del gruppo, tradotto «Belsen era gasante», qualsivoglia sentimento di umana solidarietà nei confronti della traduttrice viene meno…

https://www.ilsaggiatore.com/

12 IX 2018

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Elisabetta Michielin intervista Alessandro Portelli

Alessandro Portelli non ha bisogno di presentazioni. Chiunque di noi ami – secondo le sue parole – «l’uguaglianza, la libertà, l’insegnamento, la musica popolare, la memoria, ascoltare i racconti delle persone, i libri e i film, e il rock and roll», l’America plurale, multilinguistica e multiculturale che va da Woody Guthrie a Toni Morrison a Bruce Springsteen, ha avuto modo di incrociarlo e di imparare dalle tantissime pubblicazioni e libri, ma anche nelle iniziative politiche e culturali che ha messo in piedi, dalla Casa della Memoria al Circolo Gianni Bosio di Roma.

Ecco cosa ci dice a proposito del suo ultimo libro, Bob Dylan, Pioggia e veleno. «Hard Rain», una ballata fra tradizione e modernità (Donzelli editore, pp. 175, €15,30 stampa, €10,99 e-book) e sulla celebre ballata scelta e cantata da Patti Smith durante la cerimonia dell’assegnazione del Nobel a Dylan.

Intervista ELISABETTA MICHIELIN

«A Hard Rain’s A-Gonna Fall è la prima canzone di Bob Dylan che sia stata trasmessa alla radio in Italia. Lo so perché a trasmetterla sono stato io, nel 1964». Con queste parole, piene di orgoglio e passione militante (passami l’espressione), inizi il tuo nuovo libro che termini dicendo «Ma la storia non è ancora finita». C’è ancora posto sotto il cielo per una musica che non sia completamente fatta propria dall’industria culturale, che non sia comprata e immediatamente svenduta?

Io credo che in una certa misura la musica non possa essere del tutto posseduta e controllata. È troppo legata al corpo, alla voce, alla presenza delle persone, ed è per questo che la musica popolare trova modi di sopravvivenza che sfuggono anche ad osservatori avveduti. Lo diceva Woody Guthrie, la folk song ha preso un po’ di colpi duri, è stata messa al tappeto ma, come Joe Louis dopo un momento di difficoltà, inevitabilmente si riprende. L’esperienza della musica migrante, dei cori multietnici, e tante altre cose simili, suggerisce che c’è una quantità di suoni e voci che non dipendono dal mercato e dall’industria. E comunque aggiungerei che è anche grazie all’industria culturale che abbiamo Bob Dylan, Bruce Springsteen, Leonard Cohen. Si tratta di fare distinzioni, ma evitare schematismi.

Il Nobel a Dylan e tutte le polemiche… perché si diventa così conformisti quando si parla di Nobel? A parte il fatto che #metoo ha buttato sottosopra anche questa istituzione…

Non credo che sia il Nobel a rendere conformisti – se mai, si riceve il Nobel quando l’establishment comincia ad avere meno paura. Non a caso il Nobel arriva quasi sempre in ritardo, non nel momento della massima creatività dell’artista ma in una fase meno innovativa della sua opera (vale, per quel che ne so, per i Nobel a Faulkner, a Steinbeck, che non sono arrivati nel momento in cui rompevano gli schemi, ma nel momento in cui le loro innovazioni diventavano schemi a loro volta). Ma non è colpa di Bob Dylan – il premio dovevano darglielo semmai negli anni ’60, ma tutto sommato, il premio dato a lui ha provocato tante di quelle polemiche e dissensi da non poter essere visto come un atto di conformismo. Comunque, il conferimento del Nobel non cambia né in meglio né in peggio quello che penso di lui e della sua opera.

Come ricordi tu stesso si sa che dietro a A Hard Rain’s A-Gonna Fall c’è, insieme ad altre suggestioni che arrivano fino a Le bateau ivre di Rimbaud, la canzone popolare Lord Randall a sua volta legata al Testamento dell’avvelenato che risale al ‘600: cosa aggiunge in più il tuo lavoro?

Rivalutare e approfondire il primo Dylan, quello del folk revival e della canzone di protesta, nel contesto complessivo della sua opera, ci aiuta a capire che il suo modernismo, la sua visione apocalittica, e anche il suo sperimentalismo linguistico, si sostengono su secoli di memoria delle culture popolari. In questo è diverso e più cruciale, per esempio, di una figura pure altrettanto grande come Leonard Cohen. Dylan è l’anello che tiene insieme tante storie diverse, la tradizione orale e l’avanguardia poetica, l’oralità e la scrittura, il testo e la performance. Più specificatamente, se guardiamo Hard Rain insieme a Lord Randal non troviamo solo una citazione (l’incipit), un modello formale (il dialogo madre-figlio), l’intreccio innocenza-esperienza, una visione della storia come catastrofe che condivide coi grandi protagonisti del modernismo novecentesco, soprattutto angloamericano, da Faulkner a Joyce, da Yeats a Eliot.

Nel 1973 hai registrato Carmela Luci che cantava una versione del Testamento dell’avvelenato. Mi ha colpito moltissimo che lei ricordasse che «la cantavano durante la vendemmia, quando i padroni delle vigne pretendevano che cantassero per essere sicuri che non usassero la bocca per mangiare l’uva». Un rapporto controverso quello fra la parola, il canto e il lavoro…

Ho sentito dire la stessa cosa di recente da qualche parte in Umbria. D’altro canto, quello che i padroni non capivano era, primo, che si poteva anche mangiare l’uva alternandosi nel canto, secondo che quello che dicevano cantando era comunque un’affermazione di presenza nel mondo e nella storia che è una resistenza all’egemonia. Penso a quello che scriveva Frederick Douglass del canto che sentiva attorno a sé quando era schiavo: anche quando cantavano le cose più allegre e spensierate, «ogni tono era una testimonianza del dolore e dell’umanità di persone oppresse».

Nel libro ti soffermi sul discorso della citazione o del plagio, che vedi in modo diverso rispetto al pastiche e al citazionismo ironico post-moderno, come capacità della canzone popolare di essere una «fonte attiva di nutrimento»…

Sostanzialmente, nelle culture prevalentemente orali, in assenza di «tecnologie della parola» che permettano di fissare i testi – le storie, i canti… – l’unico modo di preservarli e trasmetterli è di ripeterli, di continuare a cantarli, a raccontarli. Schematizzando brutalmente, in culture dotate di tecnologie della parola la ripetizione è pleonastica o segno di inaridimento dell’immaginazione; in culture orali, la ripetizione è una condizione di vita. Tanto più che, anche al di là delle intenzioni dei cantori e narratori orali, nessuna ripetizione sarà mai identica alla ripetizione precedente; questo limite materiale diventa la condizione che rende vivi, mutevoli, adattabili i materiali culturali. A Hard Rain’s a-Gonna Fall su disco è sempre identica in tutto il mondo (e per questo Dylan si affanna a cambiare le sue canzoni dal vivo), mentre Il testamento dell’avvelato è diverso nel tempo e nello spazio, nella Lombardia di metà ’800 è assai diverso che nella Scozia di metà ’900 – ma resta sempre se stesso.

Ci puoi dire qualcosa, senza togliere al lettore il piacere della lettura del tuo testo raffinato, sui diversi modi in cui la musica si diffonde e sulla differenza fra la trasmissione orale e la diffusione attraverso i mezzi di riproducibilità tecnica. Con Internet (e il famoso «telefonino» che tutti i rifugiati sono accusati di avere) cambia qualcosa?

Ne ho parlato nella risposta precedente. La mutevolezza e condivisibilità dei contenuti nella sfera elettronica è un dato che ancora non abbiamo ben capito, ma ci sono due considerazioni che vorrei fare. La prima è che la condivisione e circolazione dei messaggi non crea comunità, come si era sperato, ma soprattutto una moltitudine di voci individuali che non arrivano a creare testi collettivi anche se creano senso comune. Forse, e questa è la seconda considerazione, perché la ripetizione nella tradizione orale aveva la funzione di preservare e far vivere i materiali culturali per il futuro, mentre quello che si mette in rete è per lo più destinato a scomparire in breve tempo. Mentre comunità e memoria sono gli strumenti che tengono in vita le culture tradizionali, la rete non sembra creare né memoria né una comunità consolidata.

Scrivi «le culture popolari non hanno solo radici ma anche piedi e ali»; questa frase condensa in un’immagine bellissima tutti i conflitti di cui si nutre il partire, l’emigrare e il restare: conflitti generazionali, famigliari, la necessità di immaginare il futuro e il lutto del restare, il vecchio e il nuovo. Nonostante tutte le ricerche e registrazioni sul campo che hai fatto nel tempo e sembra che tu abbia un atteggiamento non molto «filologico» o, per meglio dire, sembra che ti interessino di più le varianti che le persistenze.

Direi che mi sento parte di una «filologia» che, da Bosio in poi come minimo, non ha cercato il valore della tradizione nella sua antichità e nella purezza delle origini ma nella vitalità del suo continuo trasformarsi e cambiare nella contemporaneità – tradizione come processo, non come contenitore. Quindi cambia anche il concetto di “autenticità”, che riguarda non tanto la purezza incontaminata dei materiali quanto la soggettività politica delle persone che li comunicano. E poi, ma non era un filologo come Contini a parlare di filologia delle varianti anche in letteratura?

Qual è la differenza fra il «non futuro» cui allude la canzone di Dylan e la tonalità, a prima vista regressiva e pessimista, delle varie versioni di Lord Randall?

Alla fine di Lord Randall il ragazzo ucciso dalla fidanzata – cioè dal «nuovo» – fa testamento: cioè dà per scontato che, morto lui, la famiglia e la società continueranno a esistere, e anzi usa il testamento per rinforzare e garantire i ruoli sociali che la tengono in piedi. Alla fine di Hard Rain c’è solo la morte e la testimonianza. Aggiungerei che la sensazione che il «nuovo» sia pericoloso è pienamente rispondente all’esperienza delle culture non egemoni, per quali il «nuovo» molto spesso voleva dire invasioni, guerre, catastrofi, nuove imposizioni padronali (legge delle chiudende, privatizzazione dei pascoli), fine delle garanzie dello stato (statuto dei lavoratori…). A questo la ballata risponde affermando la capacità comunque di sopravvivere. In più, fa da pendant con altre ballate (The Lass of Roch Royal, Il riscatto della bella) in cui invece è proprio il «nuovo» che salva da un «vecchio» chiuso ed egoista. La cultura popolare non è fatta di risposte ma di domande: nel suo insieme, il patrimonio della canzone narrativa è questo, una domanda irrisolta e drammatica su qual è il nostro rapporto con la storia, la pericolosità del nuovo e l’insopportabilità del presente… Anche il giovane Dylan sta su questo crinale: confrontiamo Hard Rain con When the Ship Comes In, in cui l’apocalisse non è fine del mondo ma liberazione.

Torniamo all’inizio del libro. Quando Bob Dylan dirà di aver cantato quelle canzoni solo perché andavano di moda ma senza crederci veramente, tu ricordi che tutti i «dylaniani» venivano presi in giro e dovevano difendersi dal fatto di aver creduto alle parole di Dylan… Mi fa venire in mente quel che adesso, in Italia, si dice di Saviano o di altri accusati di essere dei «radical chic» con sottinteso che chi crede ai valori che sostengono (l’antirazzismo, l’egualitarismo, il diritto di fuga, un mondo più giusto per tutti) siano dei babbioni ingenui… sembra di sentire la soddisfazione plebea dell’egoismo più becero che smaschera ogni possibile discorso «altro». Che ne dici?

Dico che nel disco in cui annunciava la sua presa di distanza dalla canzone «di protesta», Another Side of Bob Dylan, Dylan dedicava comunque la sua canzone a «the refugees on the unarmed road of flight», ai rifugiati disarmati in fuga. Lui non so, ma noi stiamo ancora lì.

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Danza, danza, la cinghiamattanza…

riflette PAOLO PREZZAVENTO

Dallas, Texas, Gennaio 1978, Longhorn Ballroom. I Sex Pistols tengono uno dei loro ultimi concerti, che resterà celebre per le immagini di Sid Vicious che suonava il basso come un forsennato con il viso coperto del suo stesso sangue; il sangue dell’agnello sacrificale del punk, il sangue di Bambi, come lo ribattezzò con feroce ironia l’eminenza grigia del gruppo, il manager Malcom McLaren. Sid Vicious di lì a un anno rimarrà ucciso da un’overdose di eroina fornitagli dalla madre.

Roma, Settembre 1986, Teatro Tenda Seven Up. Al Concerto dei PIL (Public Image Limited), l’ex cantante dei Sex Pistols John Lydon, alias Johnny Rotten, si esibisce nelle sue nuove canzoni e non manca di riproporre anche alcuni dei successi dei vecchi Pistols. Un gruppo di punk pescaresi – ormai oltre una certa età – si prendono a spintoni e danno inizio al pogo, mentre altri continuano a bersagliare il palco per tutto il concerto con un costante zampillio di sputi, fino a quando il vecchio Johnny, ormai un po’ imbolsito, se ne esce spazientito: you not spit!

Roma, Maggio 2016, Parco di Colle Oppio. Al concerto degli Zeta Zero Alfa, una band dell’estrema destra il cui leader e vocalist – Gianluca Iannone – è anche il leader di  CasaPound (anche se ormai ha passato il testimone a Simone Di Stefano) la band inizia a suonare “Cinghiamattanza”; qualcuno con la testa rasata, camicia nera e Ray Ban a specchio d’ordinanza, si sfila la cintura dei pantaloni e comincia a colpire selvaggiamente chiunque gli capiti a tiro. E’ la famosa cinghiamattanza degli Zeta Zero Alfa, una sorta di rituale iniziatico, un rito di passaggio obbligato per tutti coloro che ambiscono ad entrare nella “comunità di destino” (come la chiamano loro) che si è assunta il compito di riportare in auge i presunti “valori eterni” del Fascismo. Le teste (rasate) e i volti già colpiti dalle cinghiate cominciano a sanguinare copiosamente e quel sangue dovrebbe servire a cementare la comunità, ad unirla in un comune destino. A guardare i suoi ragazzi massacrarsi a vicenda c’è anche un vecchio neofascista ormai ultracinquantenne, che nell’86 era presente al concerto dei PIL a Roma. Il cuore gli si riempie d’orgoglio…

Insomma, che cosa è successo negli ultimi quarant’anni?

Prova a rispondere a questa domanda lo storico dell’età contemporanea Elia Rosati, ricercatore all’Università di Milano, che sta conducendo da tempo uno studio approfondito sulle organizzazioni parlamentari di estrema destra e sui movimenti che si rifanno esplicitamente al Fascismo, ed ha già al suo attivo una serie di pubblicazioni, come la recente Storia di Ordine Nuovo (2017), scritta insieme ad Aldo Giannuli, docente all’Università di Milano e già membro della Commissione Stragi. Rosati ha pubblicato da poco CasaPound Italia. Fascisti del Terzo Millennio (Mimesis, pp. 236, Euro 18,00 stampa, euro 9,99 ebook), dove affronta una materia che è attualissima e certamente più incandescente ed esplosiva rispetto ad Ordine Nuovo. A parlare della storica organizzazione neofascista si può provocare al massimo la reazione furibonda di qualche ex militante; ma descrivere la nascita di CasaPound e i suoi riferimenti culturali significa toccare un punto nevralgico di estrema attualità.

La storia di CasaPound ha inizio – scrive Rosati – dall’alleanza tra una forte gruppo neofascista con sede a Roma, un ex dirigente dell’organizzazione di estrema destra Terza Posizione, Gabriele Adinolfi, e diversi elementi del Veneto Fronte Skinhead, che decisero di unire le forze per dare vita ad una nuova formazione politica che raccogliesse l’eredità del fascismo, ma liberandola dai vecchi schemi e dai vecchi simboli legati alle rievocazioni storiche di pochi nostalgici, con i loro labari e i loro gagliardetti della Decima Mas, per approdare ad un immaginario profondamente rinnovato. Non a caso si sceglieva come padre nobile il poeta americano Ezra Pound, rinchiuso in una gabbia come un animale alla fine della Seconda Guerra Mondiale per i suoi proclami radiofonici a favore del Duce e della RSI e poi ricoverato in manicomio negli USA per dodici lunghi anni.

Perché Pound? Perché rappresenta un punto di riferimento culturale certamente di destra – ovviamente di una destra del tutto particolare – ma è allo stesso tempo unanimemente riconosciuto come uno dei grandi poeti del Novecento. I membri di questa alleanza avevano l’ambizione di creare un nuovo movimento politico che riprendesse quegli elementi del Fascismo, come l’ispirazione futurista e l’esperienza dannunziana di Fiume, che potevano fare presa sulle giovani generazioni. L’operazione, dopo un lungo percorso carsico, riemerge: a partire dagli anni ‘90 si diffonde in Italia la nuova formazione politica che adotta come simbolo la tartaruga stilizzata con 4 frecce rivolte verso l’interno, che forse stanno a significare le varie componenti del gruppo che convergono verso un unico obiettivo.

Soffermiamoci per un attimo su questo strano simbolo. Perché la tartaruga – anzi, ad essere precisi, la testuggine? Rosati lo spiega con un riferimento ai pirati della Tortuga: dunque i dirigenti di CasaPound si vogliono auto-rappresentare come dei moderni corsari all’arrembaggio del nuovo sistema politico. Ma c’è anche un’altra spiegazione: la tartaruga è un animale che avanza lentamente ma inesorabilmente, e soprattutto avanza portandosi dietro la sua armatura di difesa, il carapace, che è anche la sua casa, ed è proprio sulla propaganda legata alla questione dell’assegnazione degli alloggi e al cosiddetto “mutuo sociale” che CasaPound riuscirà ad affermarsi in alcune periferie di Roma e ad Ostia, arrivando perfino a presentare un proprio candidato sindaco alle ultime comunali di Ostia.

Insomma, il lungo fiume carsico torna in superficie il 27 dicembre del 2003 quando, nel quartiere dell’Esquilino a Roma, al civico 8 di via Napoleone III, CasaPound occupa per la prima volta l’edificio che attualmente ne ospita la sede nazionale. Un’altra rottura con la tradizione della destra: se negli anni ’90 aveste pronunciato la parola “occupazione” o “centro sociale occupato” in presenza di un simpatizzante di destra avreste provocato sicuramente una reazione allergica.

Nel 2009 un altro colpo di scena: arriva la denuncia della figlia di Ezra Pound, Mary de Rachewiltz, contro CasaPound, che a suo dire avrebbe completamente travisato le idee politiche del padre. A conclusione del processo, il giudice riconosce all’organizzazione il diritto di mantenere il nome di Pound come suo riferimento culturale.

Inoltre, in occasione delle ultime elezioni amministrative regionali del Lazio, CasaPound è arrivata a un passo dal concludere un’alleanza con tutto il centrodestra a sostegno della candidatura di Sergio Pirozzi, sindaco di Amatrice. Come fa giustamente notare Rosati, se CasaPound in quella occasione fosse riuscita a concludere l’accordo sulla candidatura di Pirozzi, oggi saremmo qui a raccontare una storia ben diversa: CasaPound avrebbe avuto per la prima volta nella sua storia un punto di riferimento politico importante, un  candidato Governatore della Regione Lazio, per così dire, “di area” – o forse il governatore eletto.

Il movimento nasce come tentativo di egemonizzare tutto il mondo giovanile di destra, tentativo che in questi anni non ha mancato di suscitare una sempre maggiore attenzione da parte dei media, che hanno iniziato a svolgere inchieste su questo gruppo per individuarne le idee portanti e le matrici ideologiche, oltre alla ben precisa strategia comunicativa che ne ha reso possibile l’emersione come entità egemone all’interno dell’estrema destra. CasaPound ha ormai da anni conquistato la testa dei cortei nazionalisti e “sovranisti” e l’egemonia culturale all’interno del variegato mondo della destra; è sempre in prima fila in alcuni degli appuntamenti più importanti della galassia neofascista, come la commemorazione della strage di Acca Larentia, che si svolge ogni anno a Roma e che vede aumentare ogni anno il numero dei partecipanti appartenenti a CasaPound.

Questo tentativo di accreditamento, di andare oltre il tradizionale ghetto dell’estrema destra, ha subito in questi anni – ci ricorda Rosati – anche alcune improvvise battute d’arresto, come accadde in seguito ai violenti scontri di Piazza Navona del 28 Ottobre 2008 e la successiva irruzione negli studi RAI di Via Teulada il giorno successivo. In quella occasione i militanti di CasaPound si mostrarono, nel loro rozzo tentativo di “prendersi la piazza”, come i soliti picchiatori fascisti e non come dei moderni fascio-futuristi. Un’altra clamorosa battuta di arresto si è avuta in occasione dell’inchiesta sul tentato rapimento e sull’uccisione nel Luglio 2014 di Silvio Fanella, presunto cassiere di Gennaro Mokbel, l’imprenditore napoletano da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra, coinvolto nella vicenda della “truffa carosello” Telecom Sparkle. Fanella venne ucciso probabilmente perché era a conoscenza del nascondiglio delle immense ricchezze accumulate da Mokbel. Per l’omicidio Fanella fu arrestato Giovan Battista Ceniti, responsabile della sezione di CasaPound di Verbania.

La strategia di accreditamento di CasaPound si è incentrata in questi anni soprattutto su un ben preciso percorso culturale che ha saputo far tesoro, “da destra”, della lezione di Antonio Gramsci, cioè la necessità di conquistare una egemonia culturale, senza la quale per un qualsiasi gruppo politico è impensabile la presa del potere. A questa strategia “culturale” fanno riferimento gli incontri e i dibattiti di grande richiamo mediatico organizzati da CasaPound negli anni duemila, come il dibattito sulle carceri con l’ex brigatista Valerio Morucci (ormai diventato consulente dei servizi segreti) che aveva come moderatore l’intellettuale “di sinistra” rinnegato Giampiero Mughini; il dibattito su Bettino Craxi alla presenza della figlia Stefania; il dibattito con Marcello Dell’Utri sui presunti Diari di Mussolini in suo possesso; il dibattito con Paola Concia sull’omofobia. Da segnalare inoltre i dibattiti che hanno visto la partecipazione dei giornalisti Enrico Mentana, Corrado Formigli, Nicola Porro, e l’incontro sugli anni di piombo e sui “cuori neri” alla presenza di Luca Telese.

Fedele alla sua strategia di egemonia culturale, CasaPound si è creata un suo proprio pantheon di 88 numi tutelari dell’organizzazione. Numero non casuale, 88: esso allude ovviamente, in base ad una simbologia molto diffusa nel mondo dell’estrema destra, all’ottava lettera dell’alfabeto, l’acca, ripetuta due volte: “Heil Hitler!” Tra queste figure di riferimento troviamo personaggi che ci si può aspettare, come Oswald Spengler, Robert Brasillach, Yukio Mishima, Leon Degrelle, Louis-Ferdinand Celine, René Guenon, Julius Evola, Filippo Tommaso Marinetti, Friedrich Nietzsche, Ernst Jünger, Gabriele D’Annunzio; ma anche personaggi che lasciano abbastanza interdetti, quali Trilussa, Giorgio De Chirico, George Orwell, James G. Ballard, Antoine de Saint-Exupéry, John Fante, Jack Kerouac, Geronimo, Vladimir Majakovskij, Ray Bradbury, Alce Nero, William Butler Yeats, Dante, Friedrich Holderlin; e presenze decisamente curiose come Corto Maltese e Capitan Harlock.

Già questo semplice elenco di riferimenti culturali ci fa capire la differenza tra CasaPound e altre organizzazioni di destra che l’hanno preceduta. Alcuni di questi nomi potrebbero tranquillamente figurare tra i riferimenti di un qualsiasi gruppo di estrema sinistra, come il poeta russo Majakovsij, i capi indiani Geronimo e Alce Nero, Jack Kerouac; manca solo Che Guevara. Significative anche le assenze: stranamente mancano i nomi di alcuni veri e propri eroi della Seconda Guerra Mondiale, come Luigi Durand de la Penne e Fiorenzo Capriotti della Decima MAS, e mancano i nomi di alcuni fascisti e nazisti illustri come Italo Balbo, Otto Skorzeny e Pierre Drieu LaRochelle, per non parlare del filosofo Martin Heidegger.

In questi anni CasaPound ha fatto propria la battaglia di Ezra Pound contro l’usura, trasformandola nella battaglia contro lo strapotere della grande finanza (l’odiato Soros) e delle grandi banche che è ormai entrata a far parte del nostro chiacchiericcio politico quotidiano, tanto da diventare una sorta di luogo comune, da utilizzare nelle conversazioni in treno o al bar. CasaPound ha ripreso anche la battaglia di Pino Romualdi e di Pino Rauti contro il cosiddetto “mondialismo”, cioè la battaglia contro l’omologazione planetaria imposta dalle grandi centrali della finanza internazionale, sulla scia della denuncia di Pasolini dell’omologazione caratteristica della società contemporanea. Un altro cavallo di battaglia di CasaPound è la lotta contro il presunto “buonismo” della sinistra nei confronti dei migranti, contro il melting pot culturale e contro il cosiddetto “business dei migranti”.

Secondo questa interpretazione i migranti non sarebbero altro che le truppe di un enorme progetto di sradicamento e di distruzione dell’identità europea. Questo progetto di sostituzione delle popolazioni europee con le popolazioni africane e asiatiche, denunciato negli scritti dell’intellettuale francese Renaud Camus (Renaud, non Albert), sarebbe alla base del fantomatico “Piano Kalergi” (altro cavallo di battaglia del complottismo), che sarebbe stato elaborato da alcune menti eccelse alla base della nascita dell’Europa, come il celebre Richard Coudenhove-Kalergi, massone di alto grado che nel 1922 fondò a Vienna il movimento “Paneuropa” per l’instaurazione di un governo mondiale basato su una confederazione di nazioni guidata dagli Stati Uniti. Questi massoni e padri fondatori dell’Europa avrebbero elaborato dunque, già all’inizio degli anni Venti, la Teoria della Grande Sostituzione denunciata da Camus nei suoi scritti (Le grand remplacement ), cioè il Piano Kalergi. Ecco trovata una spiegazione semplice ed efficace – una spiegazione che ormai si è diffusa a macchia d’olio – del perché ci troviamo alle prese con un’ondata di immigrazione di portata epocale. Un’ondata migratoria che la sinistra europea, magari con il beneplacito del Gruppo Bilderberg – che ci sta sempre bene – starebbe strumentalizzando, utilizzando i migranti come “nuovo proletariato rivoluzionario” e, più prosaicamente, come un nuovo bacino elettorale. Da questo punto di vista, la guerra senza quartiere che il nuovo Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha scatenato contro le ONG che gestiscono il salvataggio dei migranti riprende pari pari gli slogan di CasaPound contro il business dell’immigrazione.

Questo libro di Rosati ci aiuta a comprendere non solo la storia di un gruppuscolo di estrema destra come CasaPound, ma anche come è nato e come si è sviluppato un movimento politico con una ben precisa strategia culturale, un gruppo le cui idee, purtroppo, stanno sempre di più facendo breccia nel dibattito politico mainstream, idee che influenzano quantomeno la componente leghista dell’attuale maggioranza di governo giallo-verde. Il libro di Rosati ci aiuta a comprendere almeno in parte quella vera e propria mutazione antropologica che parte dalla ribellione degli anni settanta, passa per il punk, che era anarchico e apolitico, ribellione allo stato puro, e che ha finito per produrre la miseria culturale e politica in cui ci troviamo impelagati oggi. Leggere CasaPound Italia di Rosati è importante per comprendere ciò che eravamo, ma soprattutto ciò che siamo diventati.

http://mimesisedizioni.it

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Zarathustra nella Foresta nera   

Martin Heidegger, Nietzsche, a c. di Franco Volpi, pp. 1034, Euro 28,00

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

Parafrasando lo Zarathustra di Nietzsche, si potrebbe dire che questo è “un libro per tutti e per nessuno”. La lettura del libro che Martin Heidegger ha dedicato al pensiero e all’opera di Friedrich Nietzsche richiede uno sforzo prolungato nel tempo, una concentrazione costante che è difficile conservare per pomeriggi interi, dati i ritmi della nostra vita quotidiana, uno sforzo di comprensione che riesca a cogliere tute le infinite svolte del pensiero di Heidegger con i suoi continui andirivieni, le sue pause e ripartenze, le infinite approssimazioni all’oggetto del pensare e al domandare definitivo. Il lettore di questo libro dovrà addentrarsi con pazienza e tenacia tra le infinite sfumature di significato attribuite ai vari termini, nella ricostruzione che Heidegger fa della storia della metafisica, tra l’antichità greca e la fine dell’800 in Germania, tra i presocratici come Anassimandro, Protagora ed Eraclito, per arrivare poi a Socrate, Platone, Aristotele e infine, qualche secolo dopo, a Friedrich Nietzsche, il pensatore della “morte di Dio”, il filosofo del nichilismo, del superuomo, dell’eterno ritorno dell’uguale e della volontà di potenza.

Questo volume raccoglie i corsi universitari tenuti da Heidegger su Nietzsche nell’arco di un decennio presso l’Università di Friburgo, tra il 1936 e il 1946, un periodo cruciale per la sua formazione filosofica e per la storia della Germania, e speriamo di non dover spiegare perché. È noto che all’epoca c’era un agente della polizia segreta nazista – un certo Hanke – che aveva il compito esclusivo di seguire i corsi di Heidegger e di annotare eventuali critiche al Regime. Non essendo uno studente di filosofia, ci si chiede cosa mai abbia potuto capire il povero Hanke…

Questo è un libro difficile, anche perché richiede una buona conoscenza delle opere di Nietzsche; lette magari nei meravigliosi volumetti gialli della Piccola Biblioteca Adelphi curata da Colli e Montinari a partire dagli anni ’60. Bisogna avere una certa confidenza con il percorso del filosofo-filologo, dalle Considerazioni Inattuali fino ai Frammenti postumi, in modo da apprezzare l’enorme sforzo interpretativo-appropriativo compiuto dal Filosofo della Foresta Nera sulle opere di uno dei più grandi filosofi europeo tra Otto e Novecento, la cui riflessione filosofica Heidegger vorrebbe ricondurre ancora una volta nella categoria della Metafisica. Nietzsche sarebbe l’ultimo dei metafisici, l’ultimo dell’Occidente, proprio perché, nel tentativo di oltrepassare il nichilismo e di rovesciare il Platonismo (e il suo derivato, il Cristianesimo), cioè la Metafisica, rimane pur sempre all’interno di un orizzonte metafisico. Heidegger si spinge addirittura al punto di definire Nietzsche “il più sfrenato platonico dell’Occidente”, una definizione che di certo avrebbe fatto inorridire il filosofo dell’eterno ritorno. Alla fine l’impressione che se ne ricava è che Heidegger abbia cercato in tutti i modi di appropriarsi del pensiero di Nietzsche, di portarlo alle sue estreme conseguenze, proponendo un’interpretazione estrema che potesse creare uno spazio vuoto, uno spazio nella tradizione filosofica che lui potesse occupare con la sua riflessione, che altrimenti sarebbe risultata assolutamente fuori luogo e superflua rispetto all’approdo filosofico definitivo di Nietzsche.

In parole povere: Nietzsche aveva già detto tutto quello che c’era da dire sulla crisi della cultura europea, sul nichilismo e sulla metafisica: non restava che prenderne atto. A questo punto Heidegger è stato costretto ad affrontare Nietzsche, a rispondere a Nietzsche, come scrive Roberto Calasso nella sua breve presentazione del volume, a trasformare la sua filosofia nella “metafisica della volontà di potenza”. Ne viene fuori un gigantesco agone tra due grandi pensatori. Sta a noi lettori decidere chi ne è uscito vincitore.

Dunque il lettore che decida di intraprendere la lettura di questo libro deve impegnarsi in un vero e proprio corpo a corpo con Martin Heidegger, il Pastore dell’Essere, con il rude Contadino “che erpica la brughiera” (è la sua traduzione in italiano), che pagina dopo pagina, riga dopo riga cerca di trascinarlo nel folto della Foresta Nera per farlo fuori più agevolmente (come la strega cattiva di Hansel e Gretel o come il famigerato serial killer della Foresta Nera), o quantomeno per fargli perdere l’orientamento, lo avvolge nelle spire possenti del suo pensiero come un vero e proprio boa deconstructor o come un gigantesco Anaconda. Si tratta di un corpo a corpo analogo a quello ingaggiato dallo stesso Heidegger con il pensiero e con gli aforismi di Nietzsche, anche quelli più stravaganti dell’ultimo periodo, quelli che la sorella del filosofo-filologo, Elisabeth Forster Nietzsche, raccolse e risistemò in modo arbitrario nell’opera postuma La volontà di potenza.

Heidegger era consapevole delle manipolazioni del pensiero di Nietzsche operate dalla sorella, che sotto il Nazismo dirigeva in modo dittatoriale il Nietzsche-Archiv di Weimar (e simpatizzava apertamente con gli uomini della svastica, Hitler in testa), ma ciò non gli impedì di sviluppare il suo ragionamento proprio sul Nietzsche dell’ultima fase, quella di Zarathustra, dell’eterno ritorno e della volontà di potenza. Il risultato di questo grande sforzo interpretativo fu proprio Nietzsche, pubblicato in due tomi presso l’editore Neske di Pfullingen nel 1961. Ora Adelphi ripropone in Italia in una edizione ampliata la sua prima traduzione del 1994, che conteneva già una Prefazione a cura di Franco Volpi, in cui veniva riconsiderato il costante confronto della riflessione filosofica di Heidegger con i testi di Nietzsche anche alla luce della decostruzione di Derrida, che in fondo proprio da Heidegger prende le sue prime mosse, a partire dalla distinzione fondamentale tra Destruktion e Zerstorung in Essere e Tempo (1927).

Ora sarebbe da dire, in un’epoca di rituale flagellazione di Heidegger (talvolta motivata ma non sempre), che gran parte della nuova filosofia del secondo Novecento è nata da questo strano incontro tra il Filosofo della Foresta Nera, che ama perdersi nei sentieri tra i boschi per poi sfociare nella radura dell’essere, e alcuni fra i suoi più brillanti discepoli, come Karl Lowith, Hans Jonas, Hannah Arendt e Hans-Georg Gadamer, e last but not least, il brillante filosofo deraciné franco-algerino Jacques Derrida, simbolo di una cultura cosmopolita e di quel giudaismo che Heidegger accusava di non avere alcun fondamento in un terreno sicuro, di essere il rappresentante di quella cultura senza radici, senza patria, cosmopolita e globalizzata, da lui tanto aborrita. Alla luce della polemiche seguite alla pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri di Heidegger da parte di Peter Trawny – prontamente “scomunicato” dal responsabile della pubblicazione delle Opere Complete di Heidegger, Friedrich-Wilhelm von Herrmann – appaiono quasi patetici i tentativi degli esponenti della “sinistra heideggeriana” di giustificare il filonazismo e l’antisemitismo del filosofo di Messkirch. Alcuni studiosi addirittura parlano dell’antisemitismo di Heidegger come del nucleo centrale “esoterico” della sua filosofia, la cosiddetta dottrina della “segreta Germania spirituale”, di cui c’è solo un misterioso accenno nei Quaderni Neri.

Alcuni passi di questo libro di Heidegger su Nietzsche vanno dunque riletti anche alla luce delle polemiche che sono scoppiate nel 2014, quando si cominciarono a pubblicare i primi “quaderni rivestiti in tela cerata nera” sui quali Heidegger appuntava le sue riflessioni e le sue considerazioni, per poi riprenderle in un secondo momento nelle sue opere più sistematiche. Appena pubblicati i Quaderni Neri, con le loro considerazioni sul nazionalsocialismo, hanno suscitato un vero e proprio “caso” politico-filosofico e hanno costretto molti studiosi a riconsiderare l’idea di un Heidegger che aderì al Nazismo soltanto per un breve periodo, quando era rettore dell’Università di Friburgo, come testimoniato nel suo famoso discorso di insediamento L’autoaffermazione dell’università tedesca del 1933. Lo stesso dicasi per il suo antisemitismo, non più classificabile – alla luce dei Quaderni Neri – come un semplice abbaglio momentaneo poi ripudiato nell’immediato dopoguerra, ma come una costante che accompagna tutta l’opera di Heidegger anche dopo la fine della seconda Guerra Mondiale e la scoperta dell’orrore dei campi di concentramento.

Comunque, su questo infuocato dibattito saremo costretti a tornare quando finalmente uscirà il prossimo volume dei Quaderni Neri anche in Italia (Quaderni Neri 1942-1948. Note I-V ), volume a dir poco “esplosivo”, che era stato già preannunciato da Bompiani nel settembre del 2017, ma la cui uscita è stata rimandata di parecchi mesi. Evidentemente le numerose polemiche sull’antisemitismo di Heidegger scoppiate anche in Italia, a partire dal convegno sui Quaderni Neri organizzato da Donatella Di Cesare all’Università “Sapienza” di Roma nel 2015, hanno consigliato ai traduttori e ai curatori del volume di procedere con estrema cautela.

La pubblicazione del Nietzsche di Heidegger rappresenta del resto un nuovo episodio del duello a distanza su Nietzsche e Heidegger tra due big dell’editoria, Adelphi e Bompiani, il cui primo round si era disputato all’inizio degli anni Novanta quando Bompiani decise di pubblicare l’edizione postuma de La volontà di potenza (1992) a cura di Maurizio Ferraris e di Pietro Kobau, suscitando le reazioni indignate di Adelphi che già da diversi anni stava pubblicando la nuova edizione critica delle opere di Nietzsche a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari. La risposta di Adelphi a La volontà di potenza di Ferraris-Kobau fu proprio la pubblicazione del Nietzsche di Heidegger, con la traduzione di Franco Volpi basata sull’edizione critica di Colli & Montinari per quanto riguarda le citazioni da Nietzsche, volume che oggi viene riproposto nella collana Gli Adelphi.

In conclusione: sprofondando in queste pagine nell’abisso Nietzsche (e facendosi guardare dentro da questo abisso) Heidegger uscì dall’immane agone interpretativo in preda a una profonda crisi, personale e filosofica. Secondo la testimonianza del figlio di Heidegger, il Filosofo della Foresta Nera arrivò, alla fine del suo tour de force ermeneutico, ad affermare: “Quel Nietzsche mi ha distrutto!” Anche i lettori di questo libro potranno dire: “Quel libro di Heidegger mi ha distrutto!” e giunti al termine del volume, potranno avere tre tipi di reazioni differenti. Alcuni – i più disumani, o superumani – ancora avvinti nelle spire del pensiero di Heidegger, andranno a leggersi o a rileggersi il saggio “Chi è lo Zarathustra di Nietzsche?” pubblicato in Saggi e discorsi (Mursia), altri riprenderanno in mano la vecchia edizione Adelphi di Così parlò Zarathustra per cercare di capire ancora una volta che cosa voleva veramente dire Nietzsche, altri ancora invece andranno a rileggersi un vecchio numero della rivista di studi filosofici aut-aut (n. 217-18 del 1987), e in particolare un saggio di Richard Rorty, “Di là dal realismo e dall’antirealismo”, in cui il filosofo neopragmatista americano dimostra come sia letteralmente impossibile criticare la disputa metafisica Platone-Nietzsche – cui si sono aggiunti negli ultimi decenni Heidegger e Derrida – senza sprofondarci dentro, per cui è meglio lasciar perdere…

https://www.adelphi.it

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Lo Strega è una cosa buona, sì?

VALENTINA MARCOLI intervista ELVIS MALAJ

Il giovane candidato al Premio Strega e Strega Giovani, Elvis Malaj, ci ha dedicato qualche minuto del suo tempo per rispondere ad alcune domande sul suo libro Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni). Ma attenzione: questo ragazzo non ha peli sulla lingua per cui la lettura dell’intervista che segue è fortemente sconsigliata ai deboli di stomaco e alle persone che non amano ridere.

Innanzitutto congratulazioni per la candidatura al Premio Strega e soprattutto allo Strega Giovani. E’ un premio molto importante e molti scrittori ti staranno certamente invidiando. Cosa stavi facendo quando te l’hanno comunicato?

In realtà ero in attesa, sapevo già che il mio libro era stato proposto, e si conosceva anche il giorno in cui sarebbe stata annunciata la dozzina. È stato dopo pranzo che uno dei ragazzi della mia casa editrice mi ha mandato un messaggio su Whatsapp. Ciò che aveva scritto non aveva senso, però in termini tribali capii che voleva dirmi che eravamo candidati tra i dodici.

E in famiglia quali sono stati i commenti?

Cos’è lo Strega? È una cosa buona, sì? Quanti soldi ti danno?

Conosci gli altri titoli in lizza? Cosa ne pensi?

Confesso che non ho letto ancora nessuno, lo farò dopo la premiazione. Ci sono un paio di titoli che mi incuriosiscono particolarmente. Poi, nei giorni scorsi ho avuto modo di conoscere anche alcuni degli autori, persone squisite.

Dovessi vincere, incrociamo le dita, la prima cosa che faresti sarebbe…?

Sparirei per un po’. Ma la vedo difficile, le leggi del marketing prevedono che quello è il momento più opportuno per promuovere e pubblicizzare il tuo bene di consumo, intensificando interviste, presentazioni, etc. Però almeno una settimana me la prenderò, non ci sarò per nessuno (agente permettendo!).

A chi dedicheresti il premio?

Non posso dirlo altrimenti diventerebbe un obbligo.

In tutti gli articoli relativi alla tua persona sei considerato albanese mentre nella tua casa editrice sei considerato italiano. Tu come ti senti?

Un immigrato.

Ti capita mai di leggere i commenti dei lettori? Ce n’è uno in particolare che ti è rimasto in mente?

Scrittura ruffiana e furbetta, forzatamente giovanilistica e si approfitta del fatto di essere albanese, fa lo “scrittore albanese” quando invece dovrebbe essere scrittore e basta. Però, per par condicio, ne cito anche uno positivo, è di una libraia: “I clienti ci telefonano per ringraziarci di avergli consigliato il libro”.

L’immagine in copertina è un riferimento al tuo primo periodo in Italia?

L’immagine in copertina è stata presa dal racconto “Il televisore” basato sul televisore che insieme a mio fratello ho trovato vicino ad un cassonetto dell’immondizia. Sembrava buono e l’abbiamo portato a casa. E niente, non funzionava.

I tuoi racconti hanno una dialettica dissacrante, per la maggior parte sembrano storie che potresti raccontare ad un amico al bar, iniziando con “Oh, lo sai cosa mi è successo oggi…?” Ma quanto di autobiografico c’è di te in queste pagine?

Penso che sia totalmente irrilevante. L’autobiografismo è incentrato sul fatto che gli scrittori pensano che loro, le loro esperienze e i loro pensieri siano importanti, d’interesse per tutti. Invece, uno scrittore non deve metterci se stesso nel libro, non importa se sta descrivendo qualcosa che gli è successo personalmente. Io voglio la storia, non voglio lui. Se uno scrittore rispondesse “sì”a questa domanda, sarebbe un bugiardo oppure un pessimo scrittore.

Cos’è un “sorriso verde foglia negli occhi, è una citazione di De Andrè, forse?

Mi fa molto piacere che tu l’abbia colta. Non è propriamente una citazione ma sicuramente è un riferimento a “Via del Campo” di De André.

Nei tuoi racconti citi autori importanti, ma quali sono state le tue letture formative? C’è uno scrittore in particolare a cui ti ispiri?

La mia base formativa è un po’ tutta la letteratura di fine Ottocento e inizio Novecento. Non ho uno scrittore particolare a cui mi ispiro, però sento molte affinità con Cechov.

C’è un messaggio che vorresti lanciare ad un lettore che vuole assaggiare la tua scrittura?

Messaggio no, consiglio sì: caro lettore, qualunque sia l’idea che ti sei fatto sul libro, prima di iniziare a leggerlo, mettila da parte.

A breve pubblicheremo la recensione di Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti), la raccolta con cui Malaj concorre allo Strega.

http://www.raccontiedizioni.it

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Un Martini Heidegger, per favore…

8 APRILE 2018

Laurent Binet, La settima funzione del linguaggio, tr. Anna Maria Lorusso, La nave di Teseo, 2018, pp. 454, euro 20,00 stampa, euro 9,99 ebook

considerazioni di PAOLO PREZZAVENTO

La nave di Teseo non poteva non pubblicare la traduzione italiana di questo romanzo di Laurent Binet, La settima funzione del linguaggio, alla sua seconda prova letteraria (nel 2015 ha già pubblicato con Einaudi il romanzo HHhH, sull’attentato a Reinhard Heydrich a Praga nel 1942). Era una scelta obbligata perché uno dei suoi protagonisti è nientemeno che Umberto Eco, recentemente scomparso, padre nobile della casa editrice e suo sostenitore quando Elisabetta Sgarbi decise di rompere con Mondazzoli, la mostruosa concentrazione editoriale derivante dalla fusione di Rizzoli – Corriere della Sera con la Mondadori di Marina e Silvio Berlusconi.

(Ecco spiegato perché è altamente improbabile che esca in tempi brevi un Meridiano Mondadori dedicato ad Eco…)

Quando l’autore del Nome della rosa e della Struttura assente incontrava i suoi studenti – e qualche infiltrato – dopo le sette di sera, al Caffè dei Commercianti di Bologna, diceva “voi dovete imparare ad uccidere i vostri padri, me compreso: non riesco a capire come mai nessuno abbia il coraggio di contrastare e di contestare il potere che io ed altri corsari abbiamo assunto in ambito culturale ed accademico e che ormai manteniamo da molti anni”. E il romanzo di Binet ci insegna anche questo: che dobbiamo uccidere i nostri padri se vogliamo scalzarli dal loro potere, prendere il loro posto e diventare i padri di noi stessi, come nel romanzo familiare di Freud.

Effettivamente, rileggendo attentamente La settima funzione del linguaggio viene da pensare che l’avrebbe potuto scrivere Umberto Eco se avesse avuto la leggerezza e l’arguzia che ha dimostrato Binet nell’elaborazione della trama. Invece è venuto fuori Il pendolo di Foucault… troppo lungo e pesante per essere un romanzo veramente riuscito. Era necessario dunque uccidere il padre perché si arrivasse al vero romanzo sul post-strutturalismo e sulle sue aporie: di qui la scelta narrativa di Binet di trasformare la morte accidentale del critico Roland Barthes, uno dei padri più autorevoli del post-strutturalismo e della semiologia francesi – che guarda caso, aveva predicato proprio “la morte dell’autore” – in un vero e proprio assassinio, che diventa il motore di tutta la storia. E a ripensarci, Eco avrebbe sicuramente adorato leggere una storia avente come protagonista un semiologo-detective, il dottorando Simon Herzog…

Nel corso del romanzo troveremo altre morti di personaggi illustri, ad esempio il filosofo Jacques Derrida, padre della Decostruzione, accoppato durante una specie di orgia notturna nel cimitero di Ithaca, nello Stato di New York, dopo aver partecipato ad un Convegno alla Cornell University. Ovviamente si tratta di una scelta narrativa che crea un vero e proprio stato di sofferenza in tutti coloro che hanno amato Derrida alla follia sin da quando, nel 1967, pubblicò La scrittura e la differenza. Di certo l’autore avrebbe potuto caratterizzare meglio il personaggio di Derrida, che nel libro appare appena abbozzato (viene descritto semplicemente come un individuo con la testa infossata nelle spalle, le labbra sottili, i capelli argentei e il naso aquilino: una specie di Sergio Mattarella), riportando ad esempio alcune delle sue battute più celebri, come quella che faceva sempre quando si sedeva al bar a prendere l’aperitivo, ordinando un Martini Heidegger. Altrettanto scialba ci appare la caratterizzazione del critico della Yale School Paul de Man, su cui l’autore avrebbe veramente potuto fare i fuochi d’artificio: infatti, alla fine degli anni ’80 vennero fuori i suoi articoli antisemiti pubblicati in gioventù su un giornale collaborazionista belga.

Ben diversa invece la figura del filosofo del linguaggio John Searle, che spicca nel romanzo per i suoi modi bruschi, degni di un poliziotto o di uno che potrebbe comparire con “un ruolo secondario in un film di Sydney Pollack” (p. 289). Searle divenne famoso negli anni ’70 in ambito filosofico ed accademico per aver ripreso e rielaborato la teoria sugli speech acts (atti linguistici) di John Austin, teoria che, insieme alle funzioni del linguaggio di Jakobson, fornisce una solida base teorica a La settima funzione del linguaggio. Anche Searle nel romanzo muore, non posso ovviamente anticipare come e perché: comunque, chi lo ha conosciuto personalmente ricorda il suo caratteraccio, ben rappresentato nel romanzo di Binet dalla battuta feroce rivolta contro de Man: “Prendi i tuoi Derrida boys e vattene” (p.290). Si tratta di una battuta che Searle avrebbe potuto benissimo pronunciare, e forse l’ha detta davvero, come può confermare chi partecipò a un importante convegno bolognese negli anni ‘80, durante il quale il seguace di Austin argomentò che anche per litigare è necessario un linguaggio comune. Infatti alla fine del convegno Searle continuò a litigare con alcuni studenti che sostenevano le tesi di Derrida, che lo aveva fatto oggetto di un vero e proprio sfottò nel suo saggio “Limited Inc, ABC” (1980), storpiandone il nome in SARL: Société à Responsabilité Limitée .

Insomma, c’è stato un momento magico, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, in cui Parigi e Bologna sembravano essere diventati i fari assoluti della cultura, universitaria e non. A Bologna, in particolare, passata l’ondata rivoluzionaria del ’77, sconfitta militarmente dai carri armati di Kossiga, permanevano tutti quegli spunti culturali e creativi del Movimento che ne facevano un punto di riferimento per tutti i giovani di sinistra di quella generazione. All’improvviso a Bologna si diffusero a macchia d’olio la linguistica di Ferdinand de Saussure e di Roman Jakobson, lo strutturalismo e la semiotica di Roland Barthes, Gérard Genette e A. J. Greimas, che pure erano già penetrati negli ambienti culturali italiani fin dalla metà degli anni ’70, e a partire da quel momento il contagio si diffuse in tutto il corpo accademico e in gran parte della popolazione studentesca, in tutti i dipartimenti e le facoltà.

In realtà l’influsso post-strutturalista vero e proprio non veniva tanto dalla Francia, ma di riflesso dai dipartimenti di letteratura, di critica letteraria e di scienze umane delle università americane, in particolare Yale e Cornell, che utilizzarono la cosiddetta “svolta linguistica” (linguistic turn) come l’occasione per arricchire e rivitalizzare il loro campo di studi liberandosi dai ceppi del Formalismo e del New Criticism, ma anche come occasione per prendere il potere e guadagnare nuove cattedre all’interno del sistema dell’accademia americana. In un attimo Foucault, Derrida, Deleuze ed altri divennero delle superstar nelle università americane, soprattutto nelle facoltà di scienze umane, nei dipartimenti di letteratura, di critica letteraria e di critical theory, mentre i Dipartimenti di Filosofia americani rimanevano ancora saldamente ancorati alla tradizione della filosofia analitica.

A Bologna alcuni professori del dipartimento di lingue, soprattutto di inglese, cominciarono a riportare dai loro viaggi in America i testi che si occupavano della cosiddetta French theory, che in poco tempo venivano fotocopiati e diffusi tra i discepoli. Il contagio divenne una vera e propria pandemia: gli innamorati a Bologna leggevano i Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, e ti potevi intrattenere tutta la sera con la traduttrice italiana di Jonathan Culler parlandole de Il piacere del testo, spiegando quanto questo piacere fosse perverso. Questo è un altro degli aspetti che Laurent Binet ha saputo cogliere: il rapporto tra storia della critica e sessualità, tra sessualità, critica e teoria letteraria, già messa in evidenza da John Fowles nel suo romanzo Mantissa (1982), e resa esplicita ne La storia della sessualità (1976-84) di Foucault, cioè la discussione di alcune astruse teorie letterarie, meta-letterarie o epistemologiche, che eccita gli animi e trasforma i propri discepoli in macchine desideranti. Da questo punto di vista, la scena di sesso che si svolge nel romanzo all’interno del Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, descritta con la terminologia delle macchine desideranti di Deleuze e Guattari, rappresenta la realizzazione delle fantasie erotiche di chiunque all’epoca fosse uno studente di lettere e filosofia, di medicina e non solo. Anche la scena di sesso notturna nella Biblioteca della Cornell University, che ha come protagonista una giovane donna mora con i capelli a caschetto stile principessa cartaginese (Cordelia Redgrave, alias Camille Paglia), un uomo-toro e una fotocopiatrice (che rappresenta l’infinita iterabilità della scrittura analizzata da Derrida), ripropone questo torbido connubio tra biblioteche e sessualità, tra French theory e sesso sfrenato…

Alfiere di questa nuova moda neo-linguistica, post-strutturalista e semiotica a Bologna era naturalmente Umberto Eco, o semplicemente Umberto, come tutti familiarmente lo chiamavano, che potevi incontrare tranquillamente all’Osteria del Sole o al Bar Droghe (di cui Binet riporta, sbagliando, il nome attuale, cioè Antica Drogheria Calzolari), a due passi da Piazza Verdi, a discutere amabilmente davanti a un buon bicchiere di vino. Eco era all’epoca universalmente stimato e apprezzato come l’autore di testi fondamentali che tutti gli studenti bolognesi, a qualsiasi Facoltà appartenessero, si sentivano in dovere di leggere, a partire da L’Opera aperta (1962) e Apocalittici e integrati (1964), passando per Lector in fabula (1979, un libro da cui Binet ha attinto a piene mani, soprattutto il concetto che esiste un limite all’interpretazione, che non si può far dire ad un testo ciò che si vuole) fino a Il nome della rosa (1980).

(Qualcuno più masochista degli altri ha continuato a leggere tutto ciò che usciva di Eco anche negli anni successivi; i più eroici hanno perfino letto Baudolino…ma molti si sono fermati a La Misteriosa Fiamma della Regina Loana.)

Laurent Binet ha voluto dunque raccontare questo momento magico della “svolta linguistica”, ambientando il suo romanzo tra Parigi, Bologna, Ithaca, Venezia e Napoli. Al centro di questi anni si colloca, purtroppo, anche la spaventosa bomba alla stazione di Bologna (2 Agosto 1980), che alcuni dei protagonisti evitano per un soffio, ma che non riuscì a distruggere quelli che erano i fermenti culturali di una Bologna che, anche dopo il terribile boato, seppe risorgere dalle sue macerie e ricostruire la sua identità culturale come prima e meglio di prima. Binet immagina che i protagonisti del romanzo si intrattengano con Eco alla stazione di Bologna fino a pochi minuti prima dell’esplosione, soffermandosi su alcuni dei presunti sospetti, compreso il sud-tirolese con il vestito tradizionale degli Schutzen, che – secondo una ipotesi investigativa – sarebbe stato Giusva Fioravanti.

Il romanzo prende dunque le mosse dalla strana morte di Roland Barthes, il 25 Febbraio 1980, investito da un furgone di lavanderia dopo aver partecipato ad un pranzo con François Mitterand. Barthes era, al momento della sua morte, il principale esponente del post-strutturalismo francese, oggetto di un vero e proprio culto tra gli studenti francesi e bolognesi di quegli anni (e non solo loro…), e dalla sua morte si dipana un complesso intrigo internazionale che ruota intorno a uno misterioso testo (è evidente il rimando alla Lettera rubata di Edgar Allan Poe), un testo fondamentale per ottenere potere e dominare le masse con la capacità di persuasione, la settima funzione del linguaggio, la funzione performativa, soltanto accennata da Roman Jakobson nei suoi Saggi di Linguistica Generale (1966), che diventa invece l’oggetto della quest che coinvolge gli investigatori protagonisti.

Infatti, dopo la morte di Barthes, il poliziotto Jacques Bayard, omofobo e anticomunista, comincia ad indagare, e siccome non conosce l’ambiente accademico entro il quale il delitto è presumibilmente maturato, si rivolge ad un giovane dottorando di semiotica di Vincennes, Simon Herzog (le iniziali S. H. rimandano ovviamente a Sherlock Holmes). Questa trama internazionale vedrà coinvolta una misteriosa società segreta, il Logos Club (probabilmente ispirato all’Aldus Club fondato da Eco), organizzatrice di strane sfide di retorica che si concludono con l’amputazione del dito dello sconfitto (di qui la copertina del libro, un’accetta su uno sfondo giallo), e tutti i più grossi nomi dell’intellighenzia francese: Michel Foucault, Jacques Lacan, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Félix Guattari, Louis Althusser, Bernard Henry-Levi, Julia Kristeva e suo marito Philippe Sollers, che alla fine di una disputa retorica del Logos Club a Venezia verrà addirittura castrato. (Pare che il vero Sollers non l’abbia presa molto bene…)

A questa schiera di vere e proprie vedettes della cultura francese, Binet aggiunge il “bolognese” Umberto Eco, che negli anni ’80 era l’unico studioso italiano che fosse veramente apprezzato e rispettato a livello internazionale, invitato da tutte le più prestigiose università e a tutti i convegni più prestigiosi. La settima funzione del linguaggio è dunque la storia di un grande momento storico in cui tutti quanti ci siamo fatti prendere, al di là e al di qua dell’Atlantico, dall’ebbrezza della linguistica, dello strutturalismo, della decostruzione e del post-strutturalismo. Va dato atto a Binet di aver saputo ricreare questo clima straordinario in cui tutto sembrava possibile, in cui addirittura si pensava di poter contribuire all’emancipazione della classi subalterne, delle donne o degli omosessuali tramite la decostruzione del linguaggio e quindi lo smascheramento dell’ideologia del Potere.

Questo sogno in parte finì quando qualche anno dopo venne Harold Bloom a Bologna, a spiegarci che interpretare Shakespeare o Milton con le categorie strutturaliste di Greimas o Genette era una vera e propria eresia, che non era mai esistita e non poteva esistere quella mostruosità che Bloom chiamava, con una smorfia di disgusto, French Shakespeare. Poi arrivò Geoffrey Hartman e, con una sola battuta, “There was life before Derrida”, ci fece capire che non bastava leggere le opere di Derrida, ma bisognava tornare a studiare Lukacs, Bachtin e Walter Benjamin. Allora nacque una nuova moda: quella dell’interpretazione critica gnostico-cabalistica dei rapporti revisionistici esposta ne L’angoscia dell’influenza (1983) di Bloom, oppure il ritorno alla tradizione della critica dell’ideologia e della Kulturkritik proposto da Hartman. Ma questa, come capirete, è un’altra storia.

Alcune considerazioni (derridianamente) a margine:

1) Nonostante sia piuttosto corposo, questo romanzo si legge in un attimo, e la sua trama riesce a mantenere il lettore incatenato fino all’ultimo al desiderio di scoprire come va a finire. Dobbiamo però sottolineare che alla fine del romanzo si diventa insofferenti quando Binet, nel suo sforzo di collegare tutti i fatti storici più importanti del biennio 1980-81, fa sì che il suo personaggio Simon Herzog rimanga addirittura coinvolto a Napoli nel sequestro Cirillo da parte delle Brigate Rosse. Non c’era già abbastanza carne al fuoco? In questo caso, francamente, l’autore ha esagerato.

2) Purtroppo dobbiamo segnalare alcuni refusi che a volte guastano la magia della storia con le loro incongruenze. La citazione da Killing an Arab dei Cure è sbagliata, recita “Staring at the see” invece di “Staring at the sea”. Sembrano delle stupidaggini, ma sono errori che rompono l’incantesimo e ti fanno ripiombare nella realtà nuda e cruda dopo averti elevato nelle più alte sfere della speculazione teorica. Così come è imperdonabile che a un certo punto della trama Philippe Sollers diventi Philippe Sellers, scatenando tutta una serie di associazioni con Il dottor Stranamore e La pantera rosa. Non parliamo poi dei tennisti, come ad esempio Vitas Gerulaitis, che diventa Vitas Gerulatis. (Ben diverso il discorso per quei momenti in cui l’autore distrugge volontariamente la “willing suspension of disbelief “ (Coleridge) del lettore con i suoi commenti e con le sue intromissioni, tipiche di una meta-romanzo.)

Ed ecco alcuni errori che si sarebbero potuti correggere con un editing più attento:

  1. 129 “il documento per cui hanno sono già state uccise quattro persone…”
  2. 209 “l’uomo con i guanti non vuole fare come di prima e va a pisciare fuori.”
  3. 212 “Pratagoras magnus” invece di “Protagoras magnus”
  4. 276 “Ammettiamo che la settima funzione del linguaggio si proprio questa funzione performativa.”
  5. 336 “…l’uomo dal collo taurino, che si è ha scopato Cordelia sulla fotocopiatrice…..”
  6. 352 “chiesa dei Gesuati”

3) Numerose le frasi celebri contenute nel romanzo, di cui non si capisce – in ossequio alla programmatica confusione tra fiction e realtà – se siano mai state effettivamente pronunciate dai personaggi reali, o se sono invenzioni dell’autore. La maggior parte di queste frasi sono attribuite a François Mitterand, di cui era ben nota l’arguzia, quindi potrebbe averle pronunciate veramente. Si tratta di frasi fulminanti per la loro intelligenza, che rimarranno certamente impresse nella mente del lettore di La settima funzione del linguaggio :

“…governare consiste nel non essere responsabili di niente!” (attribuita a Mitterand, anche se suona vagamente andreottiana, p. 188)

“Il difficile però nella vita, nella sua, nella vostra, nella mia, in ogni vita che si vuole ambiziosa, arriva quando si vede una scritta sul muro che ci dice che stiamo iniziando ad imitare noi stessi.” (attribuita a Mitterand, p. 191)

“Ogni decodifica è una nuova codifica” (attribuita a Morris Zapp, personaggio letterario inventato dallo scrittore David Lodge che, come è noto, si ispirò al critico letterario Stanley Fish, p. 298)

“Decostruire un discorso consiste nel mostrare come questo mina la filosofia cui aspira.” (attribuita a Jonathan Culler, probabilmente vera, p. 306)

“Il vero potere è il linguaggio” (attribuita a Mitterand, p. 184)

“Limitando proprio quel che autorizza, trasgredendo il codice o la legge che costituisce, l’iterabilità inscrive, in modo irriducibile, l’alterazione della ripetizione.” (attribuita a Derrida, probabilmente vera, p. 323)

“Non sono mai stata capace di vivere delle storie d’amore, ho vissuto solo romanzi” (attribuita a Cordelia Redgrave, alias Camille Paglia, p. 327)

“….l’interpretazione non può mai giungere a compimento perché non c’è niente da interpretare e perché, in fondo, tutto è già interpretazione!” (attribuita a Guattari, p. 332)

“Sollers ha già pagato un prezzo molto alto per la sua ambizione sfrenata, non crede? L’ho incontrato diverse volte, lo sapeva? Un uomo affascinante. Ha l’insolenza tipica del cortigiano.” (attribuita a Jack Lang, p. 427)

“Simon [Herzog] si chiede se nella vita reale la sinistra può davvero essere al potere.” (Dati i risultati delle ultime elezioni, questa battuta suona alquanto attuale, p. 431)

“…se Dio esiste, al massimo è un pessimo scrittore che non merita il rispetto e nemmeno l’obbedienza.” (Simon Herzog, p. 451)

4) Semplicemente sublimi sono alcuni dei titoli degli interventi al Convegno Shift into Overdrive in the Linguistic Turn, che Binet immagina tenutosi alla Cornell University nel 1980 e organizzato da Jonathan Culler (effettivamente insegnava a Cornell). In questo caso Binet probabilmente si è ispirato al celebre Convegno sul “Linguistic Turn” organizzato da Steven Kaplan e Dominick LaCapra alla Cornell University nell’aprile del 1980. Ne citiamo soltanto alcuni tra i più belli:

Noam Chomsky, “Grammatica degenerativa”

Jacques Derrida, “A Sec Solo” (Notare il gioco di parole: à sec in francese significa “a corto di idee”…)

Luce Irigaray “Fallogocentrismo e metafisica della sostanza”

Jean-François Lyotard, “PoMo in bocca: la parola postmoderna” (PoMo è l’abbbreviazione francese e americana di “postmodernismo”).

Richard Rorty “Wittgenstein Vs. Heidegger: Scontro di continenti?” (Rorty ha effettivamente scritto un saggio su Wittgenstein ed Heidegger, ma con un titolo diverso.)

5) Soltanto negli ultimi mesi si è venuto a sapere che Julia Kristeva, la linguista e psicoanalista di origine bulgara che ha avuto un ruolo importantissimo nello sviluppo della semiotica, della psicanalisi lacaniana e del post-strutturalismo francese, moglie di Philippe Sollers e insignita di vari riconoscimenti da parte di varie istituzioni francesi e internazionali, ha collaborato effettivamente con i servizi segreti bulgari. Si sapeva già che il padre della Kristeva aveva lavorato per i servizi bulgari, ma adesso una commissione statale bulgara ha stabilito che anche la figlia Julia era coinvolta fin dal 1971 nelle black ops dei servizi di quel paese. E infatti nel romanzo la Kristeva ha a che fare con quel complesso intrigo internazionale imperniato sulla settima funzione del linguaggio, cui sono interessati anche i servizi segreti bulgari e sovietici. Binet ha ripreso questa diceria che circolava da tempo sulla Kristeva – poi rivelatasi vera – ipotizzando che la psicanalista bulgara fosse implicata nella spasmodica ricerca della funzione performativa. La realtà supera la finzione?

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Il sangue delle stragi

27 Novembre 2017

Aldo Giannuli ed Elia Rosati, Storia di Ordine Nuovo, Mimesis, pp. 2.460, euro 18,00 stampa, euro 8,99 ebook

recensisce PAOLO PREZZAVENTO

“Il sangue degli eroi è più vicino a Dio delle preghiere dei Santi” diceva Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di Ferro rumena, e uno degli ispiratori di tanti movimenti neofascisti e neonazisti in Italia, da Ordine Nuovo fino ai NAR di Giusva Fioravanti. Questa massima, e il gusto amaro di una sconfitta storica e disonorevole del cosiddetto Fascismo-Regime di Benito Mussolini da parte di tanti ragazzi che si erano arruolati giovanissimi nella Repubblica Sociale Italiana ha portato tanti fascisti sopravvissuti nel dopoguerra a cercare un riscatto dal “tradimento” dell’8 Settembre, e da un’Italia sprofondata nel “putridume democratico”, considerata mediocre e meschina se paragonata alla passata grandezza. Questo senso di sconfitta e di rivalsa ha ingenerato in molti la voglia di riscatto da una disfatta che era stata sia militare che culturale. Nel secondo dopoguerra, il Fascismo non occupava più il centro della scena, molti avevano da tempo fiutato l’aria ed erano passati armi e bagagli all’ideologia all’epoca vincente, quella del PCI e degli altri partiti di sinistra, oppure avevano riversato i loro consensi nel grande bacino elettorale della DC di De Gasperi, che dopo pochi anni romperà l’alleanza con il PCI di Togliatti e imboccherà decisamente la strada dell’anticomunismo, su ispirazione di Washington.

In questo paesaggio di rovine per una destra che, nell’immediato dopoguerra, sembrava relegata in un angolo (quando provò a tenere il suo primo comizio nel dopoguerra, Almirante riuscì a pronunciare solo l’inizio della prima parola, poi fu sommerso dalle urla e dai fischi), qualcuno un po’ più lungimirante degli altri capì che per tornare sulla scena da protagonisti era necessario ripartire dalla base, dalle radici, da quelle scelte culturali che avevano dato una parvenza di legittimità alla politica del consenso durante il Regime, alle famigerate Leggi Razziali e all’Alleanza con la Germania di Hitler, che secondo molti aveva trasformato il dittatore “buono” Mussolini in un fantoccio nelle mani del Führer.

Questo nuovo volume di Giannuli e Rosati, Storia di Ordine Nuovo, è un tentativo più che riuscito di ricostruire con grande pazienza e con grande capacità di analisi la storia di un gruppo di fascisti che si ritrovarono, dopo la seconda Guerra Mondiale, a gestire un’eredità culturale dell’estrema destra che a molti appariva, e non solo metaforicamente, un cumulo di macerie e di cadaveri, compreso quello del Duce, che nel 1946 fu trafugato da alcuni nostalgici del Fascismo dal cimitero di Musocco.

Uno dei principali ideologi della nuova destra e dei fondatori di Ordine Nuovo, Giuseppe “Pino” Rauti, comprese prima di altri che la rinascita del Fascismo e del Nazismo – o quantomeno di una cultura di estrema destra non liberale – erano ipotizzabili soltanto a partire da una prospettiva culturale, per poi trovare una sua realizzazione nella concreta prassi politica. Non a caso Rauti è stato definito il “Gramsci Nero” da alcuni dei più accorti studiosi del fenomeno dell’ultradestra in Italia, non solo e non tanto perché pensavano che Rauti avesse ripreso il nome dalla rivista socialista L’Ordine Nuovo di Gramsci – si ispiravava invece all’Ordine Nero delle SS fondato da Heinrich Himmler – ma perché riprendeva da Gramsci l’idea che bisogna conquistare l’egemonia culturale, prima di conquistare l’egemonia politica e quindi il potere. Lo pensava anche Marx (nell’Introduzione a Per la critica de “La Filosofia del Diritto” di Hegel) quando affermava che le “armi della critica” devono sempre precedere, ma non possono mai sostituire, la cosiddetta “critica delle armi”, in questo caso delle bombe.

La ricostruzione storica di Giannuli è il frutto di lunghi anni di lavoro quale consulente del Tribunale di Brescia e di Milano, che indagavano sulle stragi, e della stessa Commissione Stragi. Grazie a questi incarichi lo studioso ha avuto accesso agli archivi delle Forze dell’Ordine e del Ministero dell’Interno che si sono occupati dei gruppuscoli dell’estrema destra. In base a questa ricostruzione, un primo nucleo dell’organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo (ON) si forma nel 1955, sotto la denominazione di Centro Studi Ordine Nuovo (CSON), che pubblica una rivista omonima, sceglie come simbolo l’antica labrys, l’ascia bipenne della religione pagana, e comincia una rielaborazione teorica di alcuni concetti fondamentale della cultura di destra che potremmo riassumere negli ideali di Onore, Fedeltà, Lealtà, come recitava il motto delle SS di Himmler (“Il nostro onore si chiama fedeltà”), citato espressamente dai teorici del neofascismo. A questa ispirazione neonazista si aggiungerà, a partire dalla fine degli anni ’60, l’influsso delle opere di J.R.R. Tolkien, in particolare Il signore degli anelli, che proponeva una nuova mitologia di ispirazione nordica basata sull’eterna lotta del bene contro il male e sugli ideali di fedeltà, amicizia, coraggio e lealtà, tanto cari, almeno a parole, a questi giovani di destra.

All’elaborazione teorica seguirà poi una prassi di ben altro tenore, come ben sappiamo, che insanguinerà con innumerevoli attentati e stragi tutta la storia del nostro paese fino agli anni Settanta e oltre. Alcuni membri del gruppo, come Clemente Graziani, arriveranno a teorizzare sulle pagine della rivista Ordine Nuovo la necessità del terrorismo e delle bombe, di sacrificare le vite di persone innocenti, vecchi, donne e bambini, in nome della lotta al comunismo. Il gruppo politico di Ordine Nuovo, infatti, affiancherà alle analisi storiche sul ventennio di Mussolini e sui dodici anni del Reich di Hitler, e sulle ragioni della loro sconfitta, dei veri e propri attentati, nelle banche, nelle piazze e sui treni, applicando nella realtà le strategie degli esperti di contro-guerriglia e di guerra psicologica, già espresse nel corso di uno degli eventi di maggiore visibilità e di successo di ON, il famigerato Convegno tenutosi nel 1965 all’Hotel Parco dei Principi di Roma a cura di un fantomatico Istituto Alberto Pollio di Studi Strategici, ma in ultima analisi farina del sacco di Rauti ed altri in collaborazione con i Servizi Segreti, il Ministero dell’Interno e le Forze Armate.

Come ci ricorda Giannuli nella sua analisi dei documenti che fornirono la base teorica della Strategia della Tensione, comincia in quegli anni, da quel Convegno – in cui si teorizzò esplicitamente la necessità di organizzare attentati di cui incolpare le sinistre, in preparazione di un golpe – un rapporto ambiguo di reciproca collaborazione e strumentalizzazione, fra Ordine Nuovo, i Servizi Segreti (soprattutto il SID), le Forze Armate e il Ministero dell’Interno. Ordine Nuovo si inserì in quegli anni, più o meno consapevolmente, nell’eterna disputa tra il SID di Miceli e Maletti e l’UAARR (Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno) di Federico Umberto d’Amato, con reciproci scambi di accuse tra l’uno e l’altro apparato dello stato e con gli ordinovisti che si accusavano fra loro di essere confidenti ora dell’uno, ora dell’altro.

A Rauti ovviamente dava fastidio essere considerato un semplice fantoccio manovrato dai Servizi Segreti, da alcuni settori dell’Esercito, o dal Ministero dell’Interno, ma si rendeva anche conto che senza questo “ombrello” (la definizione è sua) i suoi seguaci bombaroli sarebbero stati arrestati tutti nel giro di pochi giorni. Soltanto nel 1973 – quando il neofascista Nico Azzi rimase ferito dall’esplosione di un detonatore all’interno della toilette del Treno Torino-Genova-Roma, dopo aver girato per tutti i vagoni con una copia del giornale Lotta Continua in bella mostra – finalmente gli Apparati dello Stato decideranno di porre un freno a questa Organizzazione. Il Ministro dell’Interno dell’epoca, Paolo Emilio Taviani, con il beneplacito di Andreotti – che pure era stato accusato in passato di aver “cavalcato la tigre” del neofascismo in occasione del tentato Golpe Borghese – decretò dunque lo scioglimento di questa organizzazione eversiva che stava sfuggendo di mano, accusandola di ricostituzione del Partito Fascista.

Dopo lo scioglimento ufficiale, ci saranno altri tentativi da parte di Ordine Nuovo di rinascere dalle proprie ceneri, con la fondazione dell’organizzazione Ordine Nero presso l’Hotel Giada di Cattolica (Marzo 1974), e poi successivamente con l’attività clandestina del MPON – il Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani, nato dalla scissione del 1969, quando Rauti decise di rientrare nel MSI (anche quello era un ombrello) con gran parte del gruppo dirigente di ON. Il MPON rivendicherà con un volantino l’uccisione del giudice Vittorio Occorsio nel 1976 ad opera del neofascista Pierluigi Concutelli.

Conclude questo interessante excursus, ad opera di Giannuli, una parte finale a cura di Elia Rosati, dedicata a quello che è stato considerato uno dei più importanti ideologi della nuova destra in Italia, il Filosofo Nero Julius Evola, che aveva addirittura teorizzato alcuni aspetti del Nazismo prima ancora che il Nazismo arrivasse al potere in Germania. In base alle dichiarazioni dello stesso Rauti, negli anni ‘50 il Gruppo di Ordine Nuovo conosceva soltanto per sentito dire alcune delle teorie di Evola, anzi pensavano addirittura che Evola fosse morto, poi si resero conto che era vivo e abitava a Roma, e iniziarono a frequentarlo. Evola ovviamente privilegiava l’aspetto tradizionale del Fascismo, il suo legame con l’antica Tradizione pagana, e non certo le suggestioni socialisteggianti del Fascismo-Movimento della Repubblica di Salò tanto care a molti giovani seguaci di Rauti e Graziani, ma rimase comunque un punto di riferimento per quanto riguarda la prospettiva neo-razzista e antisemita che pure era molto forte nel Gruppo di Ordine Nuovo, anche se successivamente alcuni membri del gruppo non si fecero scrupoli di collaborare con i Servizi Segreti israeliani.

La conclusione del libro offre un’utile sintesi di tutte le vicende giudiziarie che hanno avuto come protagonisti i militanti di Ordine Nuovo, dalla Strage di Piazza Fontana del 12 Dicembre 1969, dalla quale sono stati assolti definitivamente sia Franco Freda che Giovanni Ventura (deceduto nel 2010), alla Strage di Peteano del 1972, di cui si è dichiarato reo confesso l’ex militante di ON Vincenzo Vinciguerra, che sta scontando l’ergastolo, fino alla recente (2015) condanna definitiva dell’ordinovista veneto Carlo Maria Maggi e di Maurizio Tramonte (la fonte “Tritone” del SID) per la Strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 Maggio 1974, gli unici due processi che sono riusciti ad individuare e a condannare sia gli esecutori materiali che i depistatori che si misero all’opera all’indomani delle due stragi.

Storia di Ordine Nuovo è un libro che aiuta a comprendere come alcuni gruppi eversivi di estrema destra, in collaborazione o con la connivenza di apparati dello stato, abbiano contribuito a indirizzare il quadro politico italiano in una certa direzione, impedendo con tutti i mezzi che il Partito Comunista andasse al potere. Un libro fondamentale per comprendere l’Italia dal secondo dopoguerra fino agli anni ’70 e oltre – una foto ingiallita di ciò che eravamo, un vecchio articolo di giornale ormai scolorito dal tempo, che ritrae questi vecchi camerati con i loro sorrisi di sfida, ma che fornisce alcuni indizi fondamentali per comprendere ciò che siamo diventati oggi; oggi che l’estrema destra si riaffaccia prepotente sulla scena politica italiana ed europea riproponendo i suoi vecchi slogan e i suoi vecchi simboli.

http://mimesisedizioni.it

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